L’account Twitter ufficiale di Star Trek ha citato di recente una chicca da Trekker: mentre Samantha Cristoforetti era a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, nel 2015, fece due citazioni di Star Trek: Voyager, indossando oltretutto la divisa della serie. @Rainmaker1973 ha ripescato anche le clip video con le fonti di quelle citazioni.
La prima è questa: “There’s coffee in that nebula”… ehm, I mean… in that #Dragon, perché alle sue spalle c’era una capsula Dragon che trasportava una macchinetta per caffé progettata appositamente per superare le severe norme di sicurezza della Stazione:
Ogni tanto bisogna ricordare quanto è bello essere geek.
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L’astronauta Samantha Cristoforetti ha raccontato la propria avventura spaziale nel libro Diario di un’apprendista astronauta (edito da La Nave di Teseo), che consiglio caldamente a chiunque voglia sapere cosa si fa realmente per andare nello spazio e cosa si prova quando ci si arriva e ci si abita.
Ma prima e durante la propria missione spaziale, Sam ha anche tenuto un diario di missione in inglese, pubblicandolo online man mano su Google+. Il guaio è che Google+ non esiste più, per cui questo documento, interessante non solo a livello personale ma anche per la storia dell’astronautica italiana, era andato perduto.
La traduzione italiana del diario di missione, a cura di Paolo Amoroso, era rimasta reperibile su Astronautinews.it, ma l’originale inglese era svanito.
Fortunatamente Sam aveva fatto una copia di backup dei suoi post su Google+ e l’ha trasmessa a Carlo Gandolfi, che l’ha convertita in un e-book scaricabile gratuitamente in formato ePub, Mobi e PDF qui su Astronautinews.it. La versione tradotta in italiano è invece disponibile gratuitamente qui negli stessi formati. Entrambi i testi sono sotto licenza Creative Commons.
E anche se non siete astronauti, fate un backup di quello che postate: i social network possono sembrare eterni, ma spesso si estinguono portandosi via tutti i contenuti, in particolare le vostre foto e i vostri video, che rischiate altrimenti di perdere per sempre.
Oggi è il compleanno di Samantha Cristoforetti, e per l’occasione ho fatto un paio di tweet pubblicando alcune immagini che forse non molti hanno visto.
Oltre alle foto delle minifig Lego dedicate a lei e ai suoi compagni di missione Terry Virts e Anton Shkaplerov, ho pubblicato due fotogrammi del documentario IMAX A Beautiful Planet, nel quale Samantha e i suoi colleghi a bordo della Stazione Spaziale Internazionale raccontano la propria esperienza nello spazio.
Li ripubblico integrali e in originale 4K qui sotto: mostrano Samantha a bordo della Soyuz che l’ha portata alla Stazione e la sua espressione la prima volta che ha visto la Terra dagli oblò della Stazione stessa.
Se non avete visto A Beautiful Planet, potete vederlo in Blu-ray 4K. È splendido.
Lunga vita e prosperità, Sam!
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Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “dicanioda” e alla segnalazione di @astropratica ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.
All’inizio guardi questa foto, scattata dalla Stazione Spaziale Internazionale, e pensi quant’è bella, con la Terra illuminata dal chiarore della Luna, la dorata traslucidità dei pannelli solari della Stazione, le forme rustiche e affidabili della Soyuz baciata dal sole, la sottilissima curva verde dell’atmosfera che ti fa capire quanto è tenue lo strato d’aria che ci permette di vivere. Pensi alla meraviglia di essere lassù e vedere queste cose dal vivo, con una nitidezza irreale per via della totale trasparenza dello spazio, con un contrasto che nessuno schermo e nessuna stampa fotografica possono sperare di offrire.
Poi guardi al centro dell’immagine e noti quella piccola scia bianca quasi verticale, e ti accorgi che c’è uno spettacolo nello spettacolo: una meteora che, dopo aver viaggiato per inconoscibili millenni nello spazio, conclude fiammeggiante la propria esistenza, consumandosi in un fugace ma devastante impatto ipersonico con l’atmosfera, facendosi ammirare da chi sta lassù e anche da chi è sulla madre Terra con un bagliore colorato lungo decine di chilometri.
Vedere una meteora che passa sotto di te ti fa capire che sei davvero nello spazio. Si, certo, soltanto quattrocento chilometri ti separano dalla superficie di quella grande perla azzurra, costellata di bagliori elettrici di città e di fulmini, che ti riempie i finestrini della Cupola, ma fanno la differenza. Sì, certo, altri esploratori si sono avventurati mille volte più lontano, fino alla Luna, ma resta il fatto ineludibile che le meteore schizzano e bruciano sotto i tuoi piedi. Non puoi pretendere un promemoria più intenso e chiaro del fatto che sei sull’avamposto più lontano dell’umanità e voli talmente veloce da girare intorno a tutto il mondo in un’oretta e mezza. Contempli l’intero pianeta, delicato mappamondo vivente dal quale mancano surrealmente le linee di confine, dall’interno di un palazzo celeste che nemmeno il più potente imperatore della Storia avrebbe potuto far costruire e abitare. Forse, per un breve istante, ti senti una divinità o una creatura mortale benedetta da un privilegio divino.
Ma subito ti rendi conto che quella meteora, grande forse quanto una biglia, si è consumata sotto di te perché tu sei sopra la coltre protettiva dell’atmosfera, e quindi avrebbe potuto colpire il tuo avamposto a qualche chilometro al secondo, trapassando come carta velina le sue pareti o il tuo corpo con effetti catastrofici. Altro che divinità. Sei un bersaglio indifeso persino contro le piccole sassaiole dell’Universo. L’unica cosa che ti dà sicurezza è la tua fiducia nella statistica. Razionalmente, sai che lo spazio è immenso e la probabilità che una meteora significativa passi proprio nel punto in cui si trova, in quel preciso istante, la piccola oasi artificiale d’aria nella quale vivi e fai scienza è modesta. Lo sai razionalmente, appunto: ma quel proiettile incandescente parla, inevitabilmente, anche alla tua parte emotiva.
Eppure la paura che ti passa per la testa per un nanosecondo è paradossalmente facile da tenere a bada, perché sei il tipo di persona che ha accettato l’idea che fra qualche mese, alla fine della tua missione, sarai dentro una stretta capsula che rientrerà nell’atmosfera esattamente come quella meteora, usando l’atmosfera e lo scudo termico per trasformare velocità in calore e frenare da ventottomila chilometri l’ora, fidandoti totalmente dei conti degli ingegneri e della diligenza dei costruttori. Tu e i tuoi compagni di viaggio sarete dentro una meteora che precipita.
Ed è per questo che avrai sempre la mia ammirazione e gratitudine.
2014/08/11
Per una felice coincidenza, poche ore dopo aver scritto queste righe ho trovato nel mio feed Twitter questo video nel quale l’astronauta Samantha Cristoforetti, che partirà per la ISS a novembre, parla proprio di paura e coraggio.
2014/09/11
L’astronauta Reid Wiseman ha scattato oggi questa fantastica immagine del rientro della capsula Soyuz TMA-12M, con a bordo tre astronauti. Sono davvero dentro una meteora.
Ne avrete sentito parlare: una testata giornalistica ha pubblicato un’intervista all’astronauta Samantha Cristoforetti, che ha messo online una dettagliata e garbata smentita pubblica(2019/04/04: non più online, visto che Google+ ha chiuso, ma archiviata qui su Archive.is e riportata in fondo al presente articolo), nella quale ha dichiarato categoricamente di non aver mai rilasciato quell’intervista, ha scelto di non fare il nome della testata o della giornalista coinvolta e ha chiesto che venisse pubblicata una rettifica, mettendosi comunque a disposizione per un‘intervista autentica.
Risultato: la testata ha rimosso l’intervista e la sua direttrice ora minaccia querela a “chiunque dica che il mio giornale ha inventato un’intervista”.
Internet non è garbata, non dimentica e non perdona, per cui le identità della testata e della giornalista sono emerse in men che non si dica e sono ormai note, quindi non ricorro a inutili omissioni: la direttrice è Daniela Molina, la testata è Donnainaffari.it, l’intervista era qui (link non più funzionante) e la giornalista autrice dell’intervista è Laura Placenti.
L’intervista è stata ripescata dalla cache di Google e salvata su Archive.is, dove potete leggerla per farvene un’opinione personale: ve lo consiglio, perché va messa a confronto con la risposta della Cristoforetti. Ho incluso entrambe in coda a questo articolo, caso mai dovessero sparire anche da Archive.is.
A questo punto la direttrice si è palesata su Facebook con nome e cognome, nel gruppo Giornalisti italiani su Facebook, minacciando appunto querela. Raccomando di leggere anche tutta la sua versione degli eventi, che riporto qui sotto come screenshot per chi non è iscritto a Facebook e non lo vuole frequentare:
Non solo: la direttrice della testata ha accusato Samantha Cristoforetti di aver “VOLUTO levare il lavoro” alla giornalista e ha affermato che “evidentemente era la Cristoforetti a volere tutto questo rumore”. Certo, perché quando vai nello spazio e lavori per tornarci non hai di meglio da fare che attaccare una giornalista.
Tutto indica invece che Donnainaffari.it ha pubblicato un’intervista palesemente, sfacciatamente, maldestramente inventata e piena di errori. Quel “Sally Raid” al posto di Sally Ride (manco fosse un insetticida), quel “Yuri Gagarin nel 1961, fu il primo uomo a uscire dall’orbita terrestre”, quel “il primo uomo Neil Amstrong [sic] mise il primo piede nello Spazio”, il nome sbagliato della figlia di Samantha e tante altre perle giornalistiche dello stesso calibro sono, per essere molto educati, castronerie da matita blu.
Sì, direttrice Molina, mi quereli pure perché oso dire le cose come stanno: l’intervista pubblicata dalla testata di cui lei è responsabile è stata inventata. Questo è il mio parere professionale basato sui fatti, come giornalista e come persona che conosce Samantha Cristoforetti da anni e sa che non direbbe mai e poi mai quelle banalità che le vengono attribuite (diventare mamma sarebbe “una nuova avventura emotiva che ti fa volare oltre l’infinito”). Basta leggere una sua qualunque intervista autentica per rendersene conto. Non lo farebbe neanche sotto minaccia di tortura tramite poesia Vogon.
Con sublime quanto involontaria autoironia, fra l’altro, Donnainaffari.it si vanta che “A differenza dei comuni siti di informazione, infatti, noi siamo obbligati dalla Legge e dai Codici deontologici prescritti dall’Ordine dei Giornalisti a controllare la veridicità di ogni articolo pubblicato” (copia su Archive.is). Beh, si è visto come funziona questo controllo di veridicità.
Pubblicare interviste inventate, attribuendo agli intervistati scempiaggini che non hanno mai detto, è un malcostume diffuso che affossa la già traballante credibilità del giornalismo. In un momento in cui si parla tanto di fake news, la scelta di Laura Placenti di falsificare un’intervista è una vergogna per la categoria: è un tradimento del patto sociale con i lettori. E la scelta della sua direttrice di minacciare querela a chi osa dire che il re è nudo e di accusare un’astronauta in questo modo è un atto di arroganza anche peggiore.
Non è certo questo il giornalismo che ci può salvare dalle fake news.
Nota tecnica
Durante le mie ricerche per questo articolo ho notato una particolarità nel testo della (presunta) intervista: l’uso, da parte di Laura Placenti, della curiosa grafia errata “Svletana Savitzakaia” al posto di “Svetlana Savitzkaya” per far citare alla Cristoforetti la prima donna al mondo che ha compiuto un’attività extraveicolare (o “passeggiata spaziale”). Notate il refuso “Svletana”, con la L prima della T.
In tutta Internet, gli unici due altri articoli trovati da Google che contengano quella stessa grafia sono questo, sul sito Victoria50.it (copia su Archive.is), e il suo equivalente in spagnolo presso Victoria50.es. La versione francese scrive invece “Svetlana Savitzakaia” (T ed L sono nell’ordine giusto nel nome, ma il cognome ha sempre una A di troppo). Guarda caso, in tutti e tre questi articoli, come in quello di Laura Placenti pubblicato da Donnainaffari.it e poi rimosso, c’è anche lo stesso errore sul cognome dell’astronauta Sally Ride, che viene scritto erroneamente Raid.
Non faccio congetture su quale legame vi possa essere fra questi articoli e quello di Laura Placenti, ma mi pare molto improbabile che due errori così specifici vengano ripetuti su Donnainaffari.it per puro caso.
I siti Victoria50.it, .es e .fr sono di proprietà della Procter & Gamble, concetto ribadito anche qui, e contengono soltanto pubblicità di prodotti di quest’azienda. Si tratta dunque di siti pubblicitari travestiti da siti d’informazione. E che informazione: notate, per esempio, che le presunte autrici dei contenuti si presentano come “Noi cinque” anche se la foto mostra solo quattro persone (anche nella versione spagnola), ma soprattutto che le stesse donne si chiamano Maria, Laura, Lisa, Anna e Carla nella versione italiana, però sono Beatriz, Isabel, Carmen, Raquel e Patricia in quella spagnola e sono Anne, Béatrice, Catherine, Nathalie e Patricia in quella francese. Fake news industriale, insomma.
Noi cinque, che siamo quattro.
Aggiornamento: 2018/02/22
Nei commenti, Marco Alici segnala una ulteriore, sorprendente coincidenza. Questa è una risposta che Laura Placenti attribuisce, con tanto di virgolette, a Samantha Cristoforetti nell’asserita intervista ora rimossa:
Sempre nel 1984 la prima donna americana a svolgere un’attività extra veicolare fu Kathryn Sullivan, che successivamente volò in altre due missioni Shuttle, totalizzando 532 ore di permanenza nello spazio. Ci vollero quasi vent’anni (fino all’estate del 2007) prima che Barbara Morgan (che era stata la riserva di Christa McAuliffe) potesse volare sulla missione STS-118 e insegnare dallo spazio alcune delle lezioni proprio di Christa McAuliffe.
Sempre nel 1984 la prima donna americana a svolgere un’attività extra veicolare fu Kathryn Sullivan, che successivamente volò in altre due missioni Shuttle, totalizzando 532 ore di permanenza nello spazio. Ci vollero quasi vent’anni (fino all’estate del 2007) prima che Barbara Morgan (che era stata la riserva di Christa McAuliffe) potesse volare sulla missione STS-118 e insegnare dallo spazio alcune delle lezioni proprio di Christa McAuliffe.
Screenshot:
Una coincidenza davvero impressionante. Attendo impaziente le spiegazioni di Daniela Molina o della sempre più silente Laura Placenti.
Aggiornamento: 2019/04/04
La recente chiusura di Google+ (con conseguente rimozione di tutti i post di Samantha Cristoforetti su questa piattaforma) ha fatto scomparire un altro tassello importante di questa vicenda. Ripubblico qui l’articolo originale e la risposta di Samantha Cristoforetti come screenshot per completezza d’informazione: entrambi gli screenshot sono cliccabili per ingrandirli.
L’articolo originale di Donnainaffari.it (13 febbraio 2018):
La risposta di Samantha Cristoforetti su Google+ (14 febbraio 2018):
L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale del 29/9/2015. Ultimo aggiornamento: 2017/08/04 16:45. Tutte le foto sono mie o di @divatiz salvo diversa indicazione.
Per chi ha fretta: Abbiamo fatto Lugano-Roma (660 km) fermandoci a caricare 3 volte (30 + 52 + 60 minuti) e all’arrivo, in 11 ore; al ritorno abbiamo fatto 3 cariche (30 + 50 + 20 minuti).
6:45 am, Lugano. Vi ricordate le tesi di complotto sul boicottaggio delle auto elettriche, con quei loro PowerPoint così popolari soltanto cinque anni fa? Quelle tesi erano talmente ben fondate che in questo preciso istante sto viaggiando su un’auto elettrica, una Tesla Model S 85 D, in direzione di Roma. I complottisti hanno sbagliato anche questa volta.
Alla guida della Tesla c’è il proprietario, Tiziano (@divatiz su Twitter), che ha accettato la mia bizzarra sfida: riuscire ad andare dal Maniero Digitale, a Lugano, fino a Roma in auto in giornata usando esclusivamente energia elettrica e raccontando in tempo reale il viaggio per conoscere le vere prestazioni e limitazioni di un’auto elettrica di alto livello oggi.
Nei giorni scorsi Tiziano ha preparato il piano di viaggio (lo vedete mostrato qui accanto), che prevede varie soste per la ricarica delle batterie. Abbiamo una destinazione molto particolare, che però per ora non vi svelo. Seguiteci e lo scoprirete.
(postata qualche minuto dopo lo scatto)
8:45, Melegnano. Viaggio morbidissimo, accelerazione inebriante (usata con prudenza e parsimonia), posti posteriori un pochino stretti (la seduta è bassa). Il bagagliaio è grande e c’è anche il frunk, un piccolo bagagliaio aggiuntivo anteriore… perché il motore non è sotto il cofano. 500 chilometri di autonomia a cento chilometri l’ora di media tolgono gran parte dell’ansia da autonomia (range anxiety), ma non bisogna mai esagerare e quindi ci si ferma a rabboccare spesso.
Ci attacchiamo al Supercharger (stazione di ricarica Tesla) di Melegnano per caricare l’auto e prendere un caffè, proseguire le nostre chiacchiere (ci siamo conosciuti faccia a faccia solo oggi) e il mio interrogatorio su ogni possibile aspetto della Tesla e delle auto elettriche in generale, e postare un po’ di foto. Il tempo vola e la pausa per la ricarica non pesa.
È molto bella l’idea di fare le stazioni di ricarica dentro i parcheggi degli alberghi (in questo caso l’Hotel Ibis), così sono tenute bene e c’è sempre la possibilità di fare uno spuntino e di sgranchirsi le gambe al coperto (e magari si crea un indotto per l’albergo). I Supercharger, fra l’altro, sono molto più eleganti e meno odorosi di una stazione di benzina. Ripartiamo alle 9.15.
Ora ve lo possiamo dire: come si vede nel video, stasera a Roma, presso la sede dell’Agenzia Spaziale Italiana, ci sarà l’anteprima di The Martian. E ci sarà Samantha Cristoforetti. E noi siamo stati invitati.
Tesla, The Martian, Astrosamantha. Un bel modo di festeggiare il mio compleanno (che era ieri), direi 🙂
10.57, Modena. Altra pausa caffè e intanto l’auto si ricarica al Supercharger di Modena, presso la Baia del Re. Le ricariche consigliate dall’auto sono molto prudenziali: siamo ancora col 49% di carica e 280 km di autonomia. 52 minuti e siamo di nuovo al 90%. Si riparte!
È divertente vedere le facce da Tesla: quelle di chi si accorge che ha accanto una berlina sportiva che non fa rumore ed è interamente elettrica. Vediamo gente che fa addirittura il tifo per noi e saluta dalla propria auto.
13:45, Arezzo. Arrivati con il 42% di carica, più del previsto, al Supercharger del Park Hotel. Ci fermiamo per un buon pranzo e in un’oretta abbondante facciamo una ricarica al 100%: normalmente non si fa il “pieno”, ma forse dobbiamo arrivare a Roma e tornare ad Arezzo senza più ricaricare: sarà la parte più impegnativa del viaggio.
15:30, Arezzo. Ripartiamo con molta calma: la Tesla è già carica da tempo, ma il pranzo è stato troppo buono e comunque abbiamo ampio margine per il nostro appuntamento.
Due ragazzi in gita 🙂
16:00. Sulla A1, Chiusi-Chianciano, 173 km all’arrivo. Appunti veloci di viaggio: la modalità “elastico” della Tesla è una goduria: se c’è una coda che parte e si ferma continuamente, l’auto parte e si ferma da sola tallonando la vettura che sta davanti, in modo estremamente morbido (uno dei vantaggi della trazione elettrica). Il Cruise Control fa lo stesso, accelerando e rallentando in base all’andatura dell’auto che ci precede. E se c’è una frenata improvvisa dell’auto davanti a noi, come è successo, il radar della Tesla se ne accorge e frena automaticamente. Tempi di reazione da computer, nettamente migliori di quelli di un essere umano. Il risultato è una guida sorprendentemente rilassata. Io, passeggero, inganno il tempo bloggando e chiacchierando con Tiziano e chiedendogli mille cose sull’auto per rispondere a chi ci sta seguendo in tempo reale via Twitter e su questo blog. Le ore volano.
La cosa che mi sta colpendo di più non è la parata di funzioni di guida assistita: è il fatto che non mi accorgo neanche che stiamo viaggiando su un’auto elettrica. Sembra una normale berlina, a parte il silenzio irreale a bordo (c’è solo il rumore del rotolamento delle gomme, accompagnato dal leggero fruscio del vento, che si fa notare soltanto dai 130 km/h in su).
Abbiamo davanti 350 km di viaggio prima di poter ricaricare: cosa che farebbe schiattare le altre auto elettriche, ma la Tesla dice che ce la può fare serenamente. Dobbiamo però tenere una media abbastanza bassa, circa 100 km/h, per garantirci una carica sufficiente a tornare al Supercharger di Arezzo. Questo, e l’avviso sul cruscotto che ricorda che ci stiamo avvicinando a un punto di non ritorno, risveglia un pochino l’ansia da autonomia. Ma abbiamo un Piano B.
In queste condizioni il disagio di avere un’auto elettrica praticamente non esiste. L’unico problema, per ora, è il costo molto elevato dell’auto. Del resto è una berlina di lusso, concepita per avviare un mercato e creare un’infrastruttura che poi sarà usabile da modelli più economici, e non va dimenticato che per la maggior parte delle Tesla le ricariche presso le stazioni Tesla sono gratuite, per cui tutto questo viaggio non ci sta costando nulla a parte i pedaggi (che secondo ViaMichelin ammonterebbero a circa 90 euro fra andata e ritorno, mentre la benzina ci sarebbe costata circa 150 euro).
18:15, Roma. Dopo un po’ di tempo perso nel traffico romano, raggiungiamo una colonnina Enel, in via Orazio Raimondo, che è il nostro Piano B (con un’elettrica bisogna sempre avere un Piano B; l’attuale penuria di stazioni di ricarica lo impone), e ricarichiamo usando la tessera apposita prestataci da un amico della “comunità elettrica”, come la chiama Tiziano: è bello vedere che fra gli utenti delle auto elettriche c’è ancora lo spirito solidale di un’avventura condivisa, per cui ci si aiuta a vicenda.
Alla colonnina troviamo una brutta sorpresa: un maleducato ha parcheggiato la propria auto non elettrica nello spazio per la ricarica.
Niente paura: una persona del posto, che ha una Renault Fluence (elettrica), ci aiuta a manovrare in modo da poter comunque ricaricare stando nella piazzuola di ricarica e intanto fa chiamare la rimozione forzata. Tiziano mi dice che in Italia, purtroppo, è un classico trovare il cafone che parcheggia nell’area riservata alla ricarica delle auto elettriche.
Lasciamo quindi l’auto sotto carica per le prossime quattro ore (togliendoci quindi definitivamente l’ansia di non riuscire a tornare fino ad Arezzo) e ci incamminiamo verso l’Agenzia Spaziale Italiana, che però dista mezz’ora a piedi: un disagio molto significativo in condizioni normali, ma in questo caso sopportabile, anche perché dopo 750 km in effetti abbiamo voglia di muoverci un po’. Del resto, è un’avventura, non una routine quotidiana. E volendo avremmo potuto anche chiamare un taxi.
La prima parte della missione è compiuta: siamo riusciti ad arrivare a Roma senza consumare una goccia di carburante e in tempo per la serata nonostante le soste di ricarica. Ci abbiamo messo molto tempo: undici ore e mezza, includendo le pause per ricariche e pranzo. Ma è stato un viaggio molto rilassato. Tiziano si dice sorpreso di quanto gli sia pesato poco guidare: è il suo primo viaggio così lungo da quando ha la Tesla.
19:00, Roma. Arrivati alla sede dell’ASI partecipiamo al buffet, intravediamo Samantha presissima dalle interviste, troviamo un po’ di amici del settore aerospaziale e ne conosciamo di nuovi, riesco a scambiare due parole con Sam e darle come promesso il Topolino con una storia dedicata a Samantha Paperinetti, pubblicato mentre lei era nello spazio, e poi assistiamo alla presentazione pre-film (ne parla l’ASI qui; e c’è anche il video). Una bella serata, ben organizzata, seguita appunto dalla proiezione di The Martian (del quale prometto una recensione dettagliata a parte: dico solo che è carino e molto godibile, a tratti poetico, ma non è un grande film).
Consegno a Sam il Topolino con l’avventura di
Samantha Paperinetti. Credit: ASI.
Chiacchierata allegra, Sam si diverte.
Il tempo di un ultimo saluto a Sam e poi si riparte, con l’aiuto dell’amico Paolo D’Angelo che ci offre un passaggio fino alla Tesla, risparmiandoci mezz’ora di cammino. Auto stracarica di energia (le colonnine Enel erogano una gran bella dose) e pronta per ripartire per Lugano, dove devo essere l’indomani. E qui cominciano i guai: non della Tesla, ma miei.
23:46, Roma. La partenza va liscia come l’olio: avendo la carica piena, non abbiamo bisogno di essere parsimoniosi e quindi possiamo scatenare i cavalli della Tesla, non tanto per correre ma per districarci nel traffico e mantenere una buona media. Ma ho mangiato qualcosa che non m’è andato giù, per cui sto malissimo e non riesco a fare il livetweet del ritorno che avevo promesso. Me ne scuso e riassumo qui le tappe del ritorno.
1:45 del 30/9, Arezzo. Dopo 195 km a velocità sostenuta (ma legale) su autostrade splendidamente libere, arriviamo al Supercharger del Park Hotel. Mezz’ora di ricarica e di sonno per rigenerarsi, poi si riparte alle 2.25.
5:08, Modena. Da Arezzo abbiamo coperto 190 km. 50 minuti di ricarica e pisolo.
7:19, Melegnano. Ricarica e ripartenza alle 7:35.
9:41, Lugano. Arrivo al Maniero Digitale. Nonostante la guida più veloce consentita dai margini di batteria maggiori rispetto all’andata, ci abbiamo messo quasi tanto tempo quanto all’andata, ma è in gran parte colpa delle mie frequenti richieste di pausa perché stavo male.
—-
Conclusioni di quest’improvvisato Tesla Challenge: fare un viaggio lungo con un’auto elettrica di alto livello è possibile oggi e subito, e soprattutto è possibile senza farne un’esperienza punitiva. Certamente bisogna cambiare le proprie abitudini e pianificare le pause per la ricarica, integrandole nel piano di viaggio, magari per il pranzo o per una visita a una località mentre si ricarica, ma è fattibile. Ogni tecnologia nuova importante comporta un cambiamento nello stile di vita.
Ad eccezione di pochi scenari piuttosto rari, una Tesla può sostituire completamente un’auto a benzina/diesel; non c’è bisogno di avere due auto, una elettrica per i viaggi brevi e una a carburante fossile per i grandi spostamenti. L’autonomia della Tesla è tale per cui le percorrenze abituali (andare al lavoro, fare commissioni, una gita) si coprono senza ansia con una singola carica, magari fatta a casa di notte, per cui si ha sempre il “pieno”; e quando c’è da fare un viaggio più lungo si ha un buon margine di autonomia e c’è una rete di ricarica embrionale ma già ragionevole, che non farà che migliorare.
Il costo di quest’auto (circa 100.000 CHF/92.000 EUR nella versione che abbiamo usato qui) è per ora al di sopra della portata di moltissimi automobilisti, anche se chi macina tanti chilometri potrebbe trovare una cerca convenienza inattesa (già solo questo viaggio ci ha fatto “risparmiare” circa 150 euro che si possono usare per pagare l’auto invece che per pagare benzina).
Ma quest’esperienza mi ha fatto venire in mente un paragone informatico: Apple Lisa (o meglio ancora il suo genitore, il progetto Alto dello Xerox PARC), anno 1983. Un computer carissimo (10.000 dollari dell’epoca), inavvicinabile per quasi tutti gli utenti, ma ricco di idee e tecnologie che oggi consideriamo normali, come mouse, icone, finestre. Dall’esperienza di Lisa nacque un derivato semplificato, l’abbordabilissimo Macintosh, e il resto è storia. Ecco, la Tesla oggi è nelle stesse condizioni. Una versione di quest’auto elettrica a costi meno stratosferici (circa 35.000 dollari), la Model 3, è già in fase di sviluppo e verrà presentata nel 2016 per entrare in produzione nel 2017.
Insomma, per alcuni il futuro è arrivato, e ci ho viaggiato dentro per 1500 chilometri. Non vedo l’ora che tutte le auto siano così silenziose, automatiche e pulite.
Ringrazio ancora Tiziano per la magnifica esperienza, anche se adesso tutte le altre auto, compresa la mia, mi sembrano dannatamente primitive.
La parola a Tiziano
Ricevo da Tiziano e pubblico con piacere questo suo mini-racconto.
Il Viaggio da Lugano a Roma con Paolo
Paolo Attivissimo. Da anni lo seguo e lo stimo e per il suo stile di divulgazione, le sue competenze,… Ho potuto conoscerlo (in real) grazie ad una conoscenza comune e per una serie di vicissitudini ci siamo ritrovati seduti accanto per un totale di quasi 27 ore (è tanto ehhhh). Paolo è veramente una persona gradevole, il viaggio di andata è letteralmente volato, oltre ad essere molto alla mano e simpatico è un pozzo di conoscenze ed è impossibile annoiarsi. Se me lo chiedesse partirei con lui anche domani per… capo Nord? Che dici Paolo? Andiamo? 🙂 [Paolo: parliamone 🙂 ]
Il ritorno purtroppo un po’ più sofferto ma comunque la “missione” è andata a buon fine. È stato bello e sinceramente spero che un giorno ci si possa ancora incontrare anche solo per un caffé :-).
La Tesla. Un centinaio di anni fa il signor Ford concretizzò il sogno di molti rendendo accessibile a tanti (non ancora a tutti purtroppo) un invenzione rivoluzionaria che si chiamava automobile. Rumorosa, fumante, necessitava strade e benzina, altrimenti ne era praticamente impossibile l’utilizzo e sì … era una gran stupidata di invenzione perché inutile, comunque costosa e dipendente da una struttura ancora inesistente.
Il paragone con il cavallo, cammello, asino, elefante non reggeva in alcun senso e la gente commentava ridendo e schernendo in quanto con gli animali era impossibile “restare a piedi”. Ed effettivamente con il senno di poi ora ci si potrebbe porre la domanda se Ford abbia veramente fatto la cosa giusta e se quest’invenzione che ora invece è indispensabile ed appassiona molti visceralmente, sia veramente stato un qualcosa di buono. L’aria d’ora non è più quella d’allora e le necessità di spostamento nemmeno… ma questo è un altro discorso.
Incuriosito dalle sfide tecnologiche ho posseduto due ibride Toyota (una Prius normale ed in seguito una plugin) prima di fare il grande salto e sinceramente dubito che mai tornerò indietro. Vero, non nitrisce, non fuma, non fa la cacchina, non puzza, non fa rumore, non mangia biada/erba/avena, se si scarica la batteria sei fermo, non ci sono possibilità di ricarica ovunque.
Le batterie hanno una durata garantita di 8 anni (chilometraggio illimitato) e con il tempo degradano, ma pochi sanno che una volta scese sotto la capacità del 70% (dato da verificare) Tesla ha previsto una facile ricollocazione delle stesse nei suoi Powerwall, quindi prima di smaltirle ne passa parecchio comunque di tempo.
Vero che smaltire un cavallo è ecologicamente molto più valido ed il confronto non regge… interessante comunque sapere che essendo la macchina quasi tutta in alluminio il riciclo dei materiali è un po’ meno dispendioso.
Il veicolo non è economico, essendo comunque una berlina di lusso, e come tale in termine di paragoni va confrontato con una macchina di pari prestazioni e non con una Panda diesel. Essendo comunque ancora un veicolo di non grande serie (con tutti i rischi che uno si prende nel lanciarsi in tale impresa…) è chiaramente il precursore di tecnologie che saranno prossimamente disponibili a prezzi più popolari (basti pensare ai primi computer, ai primi cellulari o alle prime automobili).
Il viaggio. Viaggiare con un veicolo elettrico, a differenza di un veicolo “puzzoso”, necessita un minimo di pianificazione (specialmente per un viaggio lungo). Problemi in generale non ce ne sono stati, complice anche il tempo a disposizione. Purtroppo per noi svizzeri il lusso di accedere alle colonnine di ricarica Enel non ci vien concesso e quindi, visto che Arezzo è l’ultimo Supercharger Tesla, il rischio era di non poter tornare. Ecco perché si è optato prima di tutto per una costante ricarica in modo da arrivare a Roma con il massimo disponibile.
Ora ci sono un paio di cose da puntualizzare, in quanto viene raccomandata una costante ricarica al massimo al 90% della capacità e non oltre. Quindi noi a Melegnano e Modena abbiamo fatto “rabbocco” al 90% mentre ad Arezzo invece al 100%. Siamo ogni volta arrivati alla tappa con circa il 50% della carica disponibile e per non rischiare si è preferito fare un rabbocchino comunque.
Fortuna vuole che il mio caro amico SELIDORI di Milano mi ha gentilmente prestato la sua tessera ENELdrive e a Tor Vergata, a circa 1 km dall’ASI, c’era una colonnina disponibile. Chiaramente abbiamo trovato un’auto normale che stava sfacciatamente occupando uno dei due posteggi destinati alla ricarica. Chiaramente (vedi posteggi per invalidi) l’educazione ed il rispetto non fanno proprio parte della cultura di alcuni italiani (ho detto alcuni e NON tutti).
Vorrei ancora una volta ringraziare Paolo per avermi dato questa opportunità!
Oggi esce il libro autobiografico di Samantha Cristoforetti, Diario di un’apprendista astronauta, ed è stata pubblicata dal Corriere della Sera un’intervista di Martina Pennisi a Sam:
Ne abbiamo parlato su @7Corriere: cosa sta facendo, le mete realistiche e gli obiettivi delle sue prossime missioni, come vede l’Italia da fuori (staccandosi dall’attualità, dà una risposta da appendere al frigo) e molto altro.
Se riconoscete le due tute sullo sfondo senza googlare, siete davvero geek: siatene orgogliosi.
Se non le riconoscete, potete usare gli strumenti di Internet per trovare la soluzione. Pubblicherò man mano qui qualche aiutino.
Aiutino 1. Non sono tute spaziali vere: provengono da due produzioni di fantascienza distinte.
Aiutino 2. Una è stata usata due volte; l’altra una sola.
Aiutino 3. Una ha circa 40 anni; l’altra circa 10.
Aiutino 4. In una delle produzioni, l’attore protagonista si chiama quasi come l’astronauta fotografata in primo piano.
Aiutino 5. Non c’entrano 2001: Odissea nello Spazio, Spazio: 1999,Thriller di Michael Jackson, Urania, Ultimatum alla Terra, UFO.
La soluzione
Ecco come ho risolto io: una tuta, quella di sinistra, essendo io un Trekker di lungo corso, l’ho riconosciuta subito, ma l’altra mi lasciava perplesso. Ho immesso la foto in Tineye ed è emerso l’originale presso Getty Images: l’autore della fotografia è Tristan Fewings, e la foto risale all‘1 giugno 2017, quando fu scattata presso la mostra Into the Unknown: A Journey Through Science Fiction al Barbican Centre di Londra, come spiega la descrizione della foto su Getty Images.
Armato di queste informazioni, ho cercato dei video della mostra e ho trovato questo, che a 1:40 mostra le tute e parla di Leonard Nimoy in Star Trek e Sam Rockwell in Moon. Le informazioni sono confermate da questa recensione.
A questo punto è stato facile verificare cercando immagini di entrambi. Questo è Moon (2009), che mostra la tuta di destra:
Un’altra foto molto chiara è qui, tratta proprio dalla mostra londinese.
La tuta di sinistra proviene da Star Trek: Il Film (1979): la indossa Spock verso la fine del film, quando va a “incontrare” V’ger, e la si vede in piccolo indossata da alcuni astronauti all’inizio.
Alcuni solutori hanno detto che era la tuta usata nel secondo film, ossia Star Trek: L’Ira di Khan, ma hanno ragione solo in parte. Infatti la tuta del primo film fu effettivamente riutilizzata per il secondo, ma nella foto pubblicata dal Corriere manca la maniglia pettorale che c’è nel secondo film, come si vede qui sotto:
Per cui quella nella foto dietro Samantha Cristoforetti è la tuta del primo film. Sì, sono pignolo, trekker e geek fino a questo punto e ne sono fiero. E voi, come ve la siete cavata?
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L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.
No, no, no, no, e ancora no: Samantha Cristoforetti non ha visto un UFO. Ha semplicemente visto inaspettatamente, attraverso il piccolo finestrino della sua capsula Soyuz, lo spettacolo della grande Stazione Spaziale Internazionale illuminata dal sole radente, e la sorpresa causata da tanta bellezza improvvisa l’ha fatta esclamare. Lo ha spiegato subito, e con gioia palpabile, appena salita a bordo, in diretta TV, e poi nel suo primo diario di bordo dallo spazio. Fine della storia.
L’avevo già scritto due settimane fa, sperando di fare prevenzione, ma è servito a poco. La bufala imperversa in Rete e, peggio ancora, sui giornali: quelli dove lavora, in teoria, gente pagata per scrivere notizie, non cazzate. Riprovo a fare chiarezza.
Questo è un brano della diretta, trasmessa la notte fra il 23 e 24 novembre scorsi, dell’arrivo di Sam e dei suoi compagni di viaggio Terry Virts e Anton Shkaplerov alla Stazione Spaziale Internazionale, in orbita a 400 chilometri dalla Terra. L’inquadratura, ripresa da una delle telecamere esterne della Stazione, mostra il veicolo spaziale Soyuz nel quale si trovano i tre astronauti. In questo brano si sente Samantha fare l’esclamazione che ha fatto galoppare le fantasie dei fufologi.
Notate che la Soyuz, nel video, assume rapidamente un colore dorato? È perché il sole sta calando, per via del movimento della Soyuz e della Stazione intorno alla Terra. Lo stesso sta succedendo alla Stazione, grande quanto un campo di calcio, con pannelli solari dorati ampi quanto le ali di un Jumbo Jet. Samantha ha visto questo spettacolo a sorpresa (normalmente l’equipaggio non vede la Stazione dai finestrini durante l’avvicinamento) attraverso uno dei piccoli finestrini del proprio veicolo. La sua esclamazione forse è un po’ fuori dai canoni dell‘aplomb professionale, ma è sicuramente molto umana, perché Sam ha visto qualcosa di simile a questo:
Ditemi se anche a voi non sarebbe scappato da dire qualcosa.
Quindi piantatela, ufologi e giornalisti da quattro soldi, di scrivere che forse Sam ha visto un veicolo extraterrestre o un oggetto non identificato. Non l’ha visto. Ha visto di meglio: s’è trovata davanti agli occhi una testimonianza spettacolare dell’ingegno umano. Ha visto una casa che sta nello spazio.
E soprattutto vergognatevi di insinuare che Samantha stia mentendo per coprire una congiura che esiste soltanto nella vostra mente troppo piccola. Siete così stupidi che pur di adattare la realtà alle vostre piccole fantasie popolate di omini verdi che svolazzano segretamente siete disposti a scrivere che un’astronauta italiana è una bugiarda. Siete così ottusi che non riuscite a concepire che una persona possa meravigliarsi perché finalmente, dopo anni di faticoso addestramento, dopo aver rischiato la vita cavalcando un missile con trecento tonnellate di propellente infiammabile lanciato a ventottomila chilometri l’ora, vede di botto la magnifica destinazione che ha sognato di raggiungere per una vita, e la vede oltretutto nella luce più bella che le poteva capitare. Forse non ci riuscite perché la massima destinazione che riuscite a concepire è la porta dell’ufficio stipendi.
Sto parlando a te, Flavio Vanetti, e alla redazione del Corriere della Sera che è responsabile di ospitare queste tue parole: “a me suona tanto di bugia confezionata ad hoc”. Sto parlando a voi, Angelo Carannante ed Ennio Piccaluga, che esternate i vostri “dubbi sulla frettolosa spiegazione che ha dato del suo avvistamento ufo”. Che menti minuscole che avete: così ristrette che dovete sminuire tutti, compresa Samantha Cristoforetti, e misurarli col vostro metro. È colpa vostra, e soltanto vostra, se un argomento così bello e profondo come la vita extraterrestre è diventato una barzelletta.
Intanto Samantha Cristoforetti è troppo indaffarata a lavorare (come si vede nell’immagine qui accanto, ripresa ieri dalle webcam di bordo) e a fare scienza per sprecarsi a rispondere a queste cialtronate. Si è limitata a fare un tweet ironico in risposta a Fabio Fazio (Raitre):
#chetempochefa@fabfazio Ufo? Moltissimi e di ogni tipo! Tutti poi prontamente identificati con codice a barre nell’inventario di bordo.
— Sam Cristoforetti (@AstroSamantha) 6 Dicembre 2014
Ieri su Twitter un utente, @cambiacasacca, ha scritto a Samantha Cristoforetti: “Ciao @astrosamantha, posso farti una domanda chiedendoti di essere sincera? La terra é tonda o piatta?”.
Ciao @AstroSamantha, posso farti una domanda chiedendoti di essere sincera? La terra é tonda o piatta?
La vicenda ha attirato anche l’attenzione di ADNKronos. Ma non saltate in testa a @cambiacasacca dandogli del terrapiattista: il suo account è umoristico (esempio: “Riflettevo che San Pietro quando Gesù gli ha detto “Ti chiamerai Pietro” avrà pensato ” Ma Simone ti fa così schifo?””).
La risposta, fra l’altro, è perfetta, perché funziona sia nel caso di una domanda seria, sia nel caso di una domanda fatta per ridere. Non attacca l’interlocutore, ma al tempo stesso prende per i fondelli quelli che realmente sostengono che la Terra sarebbe piatta.
Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una anche voi per incoraggiarmi a scrivere ancora. Ultimo aggiornamento: 2017/03/15 19:55.
“Samantha Cristoforetti è andata sulla Luna e ha segnato una tappa, ma molta dell’attenzione riversata su di lei era dovuta al fatto che è una donna: se fosse stata un uomo, ci sarebbe parso un fatto normale, non straordinario.” Così dice in un’intervista a La Tecnica della Scuola Suor Anna Monia Alfieri, una persona con un curriculum di tutto rispetto e fortemente coinvolta nelle attività educative in Italia (presidente FIDAE Lombardia, responsabile dell’ufficio regionale Scuola e Cultura Usmi Lombardia, membro e coordinatore del Tavolo Permanente sulla Parità, Assessorato Istruzione, Formazione e Lavoro della Regione Lombardia, e altro ancora, oltre che firma de Il Giornale e di Formiche).
Ma sì, dai, è un lapsus. Però il giornalista che l’ha intervistata, Giuseppe Adernò, non ha corretto la baggianata. Che adesso viene diffusa a tutti coloro che leggeranno quell’articolo. O questi di MeteoWeb o Trento Today che raccontano un’altra panzana a proposito di un addestramento di Sam per andare sulla Luna.
Davvero la percezione comune delle imprese spaziali è talmente confusa da non sapere la differenza fra andare sulla Luna, a 400.000 chilometri dalla Terra, e visitare la Stazione Spaziale, che orbita intorno alla Terra a una distanza mille volte inferiore? Il viaggio di Samantha Cristoforetti è stato pubblicizzatissimo. Non saperne almeno le basi è come dire che Totti è un campione di basket o che in America Latina si parla latino. Eppure cercare in Google “samantha cristoforetti” “andata sulla luna” e simili è piuttosto sconfortante.
M’immagino le facce degli addetti alla comunicazione dell’ASI o dell’ESA: mesi di lavoro, e alla fine la gente manco sa dov’è andata Samantha.
Se persone con tanto di laurea e con ruoli importanti nell’educazione e nel giornalismo non sanno questi concetti di base sulla tecnologia dalla quale dipendiamo, se manco sanno che sono 45 anni che non andiamo più sulla Luna e che non abbiamo più neanche le tecnologie per andarci con un equipaggio, non siamo messi bene. Ricordiamoci, quando facciamo divulgazione scientifica, che questo è il livello di base dal quale dobbiamo partire, e che una laurea non rende tuttologi infallibili.
2017/03/14 12:10. Mi è arrivato un comunicato stampa della Sony che include questa perla sulla stessa falsariga:
Il comunicato stampa, curato da sony.pr@eu.sony.com, prosegue con un’altra stupidaggine: “La risoluzione video è sorprendente e mostra gli ampi crateri e le catene montuose sulla superficie della luna, una vista riservata di solito solo all’equipaggio della stazione.” Come se i crateri e le montagne della Luna non fossero visibili a qualunque persona sulla Terra che si procuri un piccolo
telescopio.
Gli addetti stampa dell’ESA avranno bisogno una birra di conforto.
2017/03/15 19:55. Sony ha rettificato pubblicamente.
@disinformatico Ciao Paolo, grazie per la segnalazione. C’era stata un po’ di confusione per cui, già ieri mattina, purtroppo a 1/2