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FAQ: “Paolo, perché non fai un’indagine su...?”

FAQ: “Paolo, perché non fai un’indagine su…?”

Pubblicazione iniziale: 2018/07/29. Ultimo aggiornamento: 2022/01/04 13:30.

Ricevo tante richieste di indagini antibufala. Molte sono garbate, ma ogni tanto su Twitter arrivano i soliti diversamente intelligenti che esigono che io faccia un’indagine antibufala su qualche argomento, di solito di politica o economia italiana, che a loro sta disperatamente a cuore.

Partono subito lancia in resta lamentandosi che io non abbia già indagato e mi accusano di essere di parte, o al soldo dei poteri forti, perché non ho fatto spontaneamente quell’indagine.

A questi instancabili reclamatori del lavoro altrui rispondo spesso così:

No. Non funziona così. Tu no pagare me, io fare quello che volere io. 

Parole semplici, sintassi elementare, per venire incontro alle capacità mentali del leone da tastiera del giorno.

Quello che a quanto pare non è chiaro a molti di questi guerrieri dei social (e anche ad alcuni vicedirettori di giornale (copia permanente)) è che il debunking per me è sempre stata una passione, non un lavoro retribuito. Sono rarissimi i casi in cui qualcuno mi ha commissionato un’indagine pagandomela.

Quindi vorrei chiarire a tutti, garbati o meno, che

  • faccio debunking nel mio poco tempo libero
  • lo faccio perché mi piace farlo 
  • lo faccio perché mi intriga e mi appassiona scoprire come stanno i fatti
  • lo faccio perché mi piace scrivere e raccontare quello che ho scoperto
  • e lo faccio, quando posso, perché credo che sia un dovere civico, per chi come me ha la fortuna di avere la passione e le risorse necessarie, condividere pubblicamente i risultati di queste indagini e magari aiutare qualcuno. 

Tutto qui. Il tempo che ho non è infinito, le richieste sono tante, e non sempre posso interrompere il mio lavoro retribuito per fare indagini gratuite.

Di conseguenza, siccome non mi paga nessuno per fare debunking, decido io quello che mi va di indagare e lo faccio se e quando ho tempo di farlo, dopo che ho finito il mio lavoro retribuito. Se un argomento non mi interessa, non indago. Semplice. L’unico potere forte che decide su cosa indago o non indago è la mia curiosità (o la mia noia).

Quindi non chiedetemi di indagare su argomenti pallosissimi come la politica italiana, le teorie economiche di Bagnai, l’ennesimo delirio degli antivaccinisti vecchi e nuovi, il signoraggio o il “piano Kalergi”: non lo farò, appunto perché sono di una noia mortale e sono una particolare forma di onanismo mentale nella quale non ho alcuna intenzione di investire il mio poco tempo libero. Non insistete. No. Grazie. No. Davvero. No.

Inoltre vorrei ricordare che né io né i miei colleghi debunker abbiamo il monopolio sulle indagini antibufala. Se un argomento vi interessa, potete indagare voi stessi oppure chiedere anche ad altri di farlo. Esiste una professione che fa proprio questo, e lo fa dietro retribuzione: si chiama giornalismo.

—-

Scrivo di getto questo post, e lo aggiorno man mano, perché così potrò linkarlo la prossima volta che arriverà l’ennesimo condottiero delle mosche e perché ieri (28 luglio 2018) ho ricevuto una richiesta di questo genere un po’ diversa. Da una nota emittente radiofonica nazionale regionale italiana mi è arrivata questa mail. Ho asteriscato le parti più imbarazzanti.

Buongiorno Paolo,
sono [nome], giornalista di [nota emittente].
Da settembre partirà il nostro magazine quotidiano del mattino in una versione rinnovata, all’interno della quale pensavo di inserire delle finestre sul mondo del web.
Ti andrebbe di regalarci un tuo intervento a settimana sull’argomento?

Fammi sapere se la cosa può interessarti

Buona giornata
[nome]

Ho risposto così:

Ciao [nome],

grazie dell’invito, ma cosa intendi per “regalarci”? Senza compenso?

Ciao,

Paolo

Dalla Nota Emittente Radiofonica mi è arrivata prontamente la laconica conferma del mio dubbio:

Purtroppo si.

Ho risposto come segue, e intendo rispondere allo stesso modo a qualunque altra azienda a scopo di lucro che mi chieda di lavorare gratis, ”per la visibilità”:

Ciao [nome],

purtroppo nonostante lo stipendio che mi passa la CIA per screditare i complottisti e anche tenendo conto dei finanziamenti occulti che mi arrivano dai Rettiliani, non posso ancora permettermi di regalare il mio lavoro: le rate del leasing sul mio aereo per spargere scie chimiche sono alte e il prezzo del carburante va sempre più su. Non hai idea di quanto costino oggi gli additivi per il controllo mentale.

Ho provato a chiedere al mio idraulico di lavorare senza compenso, ma non ha apprezzato. Quel gretto materialista ha chiesto di essere pagato!

Seriamente parlando: spero che capirai che non posso accettare proposte di lavorare gratis. Niente di personale, ma detto fra noi trovo piuttosto assurdo che un’azienda chieda a un professionista di lavorare senza essere retribuito.

Ciao,

Paolo

Non è la prima volta che vi racconto le “offerte di lavoro” che mi arrivano e cito in proposito il video L’Uomo Visibile, ma credo che meriti sempre ricordarlo per sottolineare, con un sorriso amaro, questo malcostume così dannatamente diffuso.

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.

Lettera aperta al direttore de La Stampa per l’articolo sulle presunte foto lunari false

A proposito dell’articolo de La Stampa del 12 luglio scorso pieno di
falsità sulle missioni lunari a firma di Luigi Grassia (ne ho scritto
qui), poco fa ho inviato questa mail al direttore
(andrea.malaguti@lastampa.it) e a lettere@lastampa.it.

Oggetto: Richiesta di rettifica vostro articolo a firma Luigi Grassia

Buongiorno,

sono un giornalista specializzato in storia delle missioni spaziali. Le
segnalo che l’articolo a firma Luigi Grassia intitolato
“Polemica: sulla Luna siamo andati o no? Il film “Fly me to the Moon”
rilancia i dubbi”
contiene numerosi gravi errori fattuali e varie affermazioni
offensive nei confronti di chi lavora nell’industria aerospaziale odierna,
di cui l’Italia è protagonista.

Grassia dice che
“alcune delle foto che la Nasa ha diffuso al tempo delle missioni Apollo
sono state riconosciute come false dalla stessa Nasa, che ha dovuto
ritirarle”
. Non è vero.

Grassia afferma anche che
“la Nasa diffuse a suo tempo, fra migliaia di altre, una doppia versione
di una foto dell’Apollo 15 sulla Luna.”

Anche questo non è vero.

Possiedo i cataloghi originali NASA delle foto di quella missione. Non c’è
nessuna “doppia versione”.

Per cui le insinuazioni di Grassia sulla NASA e sulle sue presunte
“ammissioni sporadiche di falso” sono un parto della fantasia o
dell’incompetenza di qualcuno a cui Grassia ha prestato troppa fiducia.

Oltretutto tutte queste asserzioni di Grassia vengono fatte senza dare un
riferimento documentale. Quando sarebbero state fatte queste
“ammissioni”? Da chi? Ogni foto della NASA ha un numero di serie che
la identifica: perché non indicare quale sarebbe il numero della foto
“doppia”?

Trovo davvero spiacevole che si dia spazio, a cinquantacinque anni
dall’impresa lunare, a tesi strampalate già smentite abbondantemente da
tutti gli storici e dagli addetti ai lavori.

Trovo deprimente che dalle pagine de La Stampa si getti fango sulla comunità
aerospaziale di oggi, asserendo che
“purtroppo la tecnologia con cui mezzo secolo fa siamo andati sulla Luna
è andata perduta e non si riesce a replicarla”
. È falso.

La tecnologia spaziale degli anni sessanta non è “andata perduta”, ma
è diligentemente archiviata e viene tuttora consultata da chi costruisce
veicoli spaziali in tutto il mondo. Ed è falso che
“non si riesce a replicarla”, che vuol dire dare degli incapaci agli
ingegneri aerospaziali di oggi. Si riesce eccome, ma si vogliono evitare i
rischi pazzeschi che furono accettati mezzo secolo fa, e ci sono molti meno
soldi, per cui si procede con grande prudenza.

Proprio a Torino, presso Thales Alenia, si progettano e costruiscono i
moduli della stazione orbitale lunare per il ritorno di equipaggi sulla
Luna.

Che dalle pagine di un quotidiano torinese si offenda chi studia per anni e
lavora sodo per ottenere un risultato che pone Torino e l’Italia
all’avanguardia nel mondo è davvero sconfortante.

Chiedo che l’articolo venga rettificato, come previsto dalla deontologia
dell’Ordine dei Giornalisti e dalla dignità di una testata storica.

Se le servono fonti tecniche e documentali, sono a sua disposizione. Sono
stato consulente dell’Apollo Lunar Surface Journal della NASA, di SuperQuark
per la puntata dedicata al primo allunaggio, ho scritto un libro dedicato
allo sbufalamento delle tesi di complotto (“Luna? Sì, ci siamo andati!”), sono traduttore personale degli astronauti Apollo e sono stato alla NASA
due volte a prendere un campione di roccia lunare da portare in Italia per
mostre ed eventi pubblici. In altre parole, conosco abbastanza bene la
materia sulla quale Grassia pubblica con preoccupante disinvoltura falsità
offensive.

Cordiali saluti

Paolo Attivissimo

Giornalista

Lugano, Svizzera

Luigi Grassia su La Stampa tira fango sugli allunaggi e sull’industria aerospaziale, Italia compresa. Rispondo con i fatti

Luigi Grassia su La Stampa tira fango sugli allunaggi e sull’industria aerospaziale, Italia compresa. Rispondo con i fatti

Mi avete segnalato in tanti l’articolo a firma di Luigi Grassia su
La Stampa, intitolato
Polemica: sulla Luna siamo andati o no? Il film “Fly me to the Moon”
rilancia i dubbi
.

https://www.lastampa.it/scienza/2024/07/12/news/luna_allunaggio_complottisti_film-14469791/

(copia su Archive.is)

Grassia lancia una serie di insinuazioni venendo meno a uno degli obblighi
fondamentali di qualunque giornalista: documentare le proprie fonti.

Per esempio, afferma che
“alcune delle foto che la Nasa ha diffuso al tempo delle missioni Apollo
sono state riconosciute come false dalla stessa Nasa, che ha dovuto
ritirarle”
. In che occasione, quando e dove lo avrebbe riconosciuto? C’è un comunicato
stampa, un documento, una dichiarazione di un portavoce? Boh. Non viene detto.

Grassia scrive che
“la Nasa diffuse a suo tempo, fra migliaia di altre, una doppia versione di
una foto dell’Apollo 15 sulla Luna.”

Ma pagando la differenza, per l’amor del cielo,
si potrebbe sapere quale sarebbe questa foto? Ogni foto degli allunaggi
(ce ne sono circa ventimila) ha un numero di serie: è così difficile
citarlo, così magari il lettore può andare a vedersi questa fantomatica
“doppia versione”? Macché. Ci dobbiamo fidare ciecamente di quello che afferma
Grassia.

L’unico indizio che l’autore dell’articolo ci concede è questa prolissa
descrizione (che inficia qualunque scusa del tipo
“eh ma il numero di serie della foto non ci stava nell’articolo per
esigenze di spazio”
):

“Nell’una e nell’altra si vede il comandante nella stessa posizione, vicino
al modulo lunare e a una bandiera americana piantata al suolo. L’angolazione
dell’inquadratura è la stessa e la posizione relativa dei tre soggetti
astronauta-modulo-bandiera è identica. Per essere precisi, in una delle due
il comandante Dave Scott ha le gambe appena un po’ più divaricate e
nell’altra appena un po’ meno, quindi si tratta di due scatti differenti, ma
presi in rapida successione esattamente dallo stesso punto. Infatti le due
immagini del modulo lunare e della bandiera sono esattamente sovrapponibili.
Eppure, sorpresa, il profilo della collina che fa da sfondo a queste due
foto ufficiali è completamente diverso: in una copre tutto l’orizzonte e
nell’altra circa la metà.”

La “doppia versione” della foto di Apollo 15

Quali potrebbero essere queste foto misteriose? Ho fatto una ricerca nei miei
archivi: ho i cataloghi originali completi delle missioni Apollo,
distribuiti su carta dalla NASA all’epoca, che fanno testo più di qualunque
fonte online. Secondo questi cataloghi ufficiali, le foto della missione
Apollo 15 nelle quali si vede il comandante Scott accanto al modulo lunare e
alla bandiera sono cinque in tutto.

Gli astronauti lunari di quella missione, Dave Scott e Jim Irwin (il terzo, Al
Worden, rimase in orbita intorno alla Luna nel veicolo principale), scattarono
sulla superficie lunare ben
1151 fotografie su pellicola 70mm, in bianco e nero o a colori, usando i caricatori (magazine)
etichettati
SS
(b/n, 171 foto);
MM
(b/n, 115 foto);
LL
(b/n, 177 foto);
NN
(colore, 165 foto);
KK
(colore, 131 foto);
TT
(colore, 94);
WW
(b/n, 164);
PP
(b/n, 88);
OO
(b/n, 46).

Facendole passare pazientemente una per una (cosa che Grassia avrebbe potuto
evitarmi di fare se solo avesse citato il numero delle foto in questione)
risulta che le immagini corrispondenti alla descrizione (astronauta con
bandiera e modulo lunare) sono la AS15-88-11863, 11864, 11865, 11866
(caricatore TT) e la AS15-92-12444, 12445, 12446, 12447, 12448, 12449, 12450,
12451 (caricatore OO).

Ma Grassia parla di una foto di Scott, il comandante, e la tuta del comandante
è riconoscibile grazie alla banda rossa sul casco, per cui possiamo escludere
le foto 11864, 11865, 11866, 12444, 12445, 12446, 12447 (che mostrano Irwin,
senza banda rossa sul casco). Restano quindi cinque foto candidate: 11863,
12448, 12449, 12450, 12451.

Eccole qui: vedete per caso in qualcuna di queste foto quel
“profilo della collina che fa da sfondo a queste due foto ufficiali”
che sarebbe
“completamente diverso: in una copre tutto l’orizzonte e nell’altra circa
la metà”
? O semplicemente Grassia ha scritto una minchiata?

11863.
12448.
12449.
12450.
12451.

Prosegue Grassia:
“La Nasa ha riconosciuto che questo è impossibile (e ci mancherebbe altro)
pur avendolo fatto senza enfasi, non nell’ambito di un’autocritica
generale”
. Ma davvero? Dove lo avrebbe fatto? Quando? Si può avere uno straccio di
fonte di questa asserita “autocritica”, o dobbiamo ancora una volta
fidarci della parola di Grassia, che a quanto risulta non è particolarmente
affidabile, vista la fandonia della “doppia versione” che ha appena
regalato ai lettori (paganti) de La Stampa?

Le “ammissioni sporadiche”


“Ma non si è trattato di un caso isolato”
scrive poi Grassia. A suo dire
“ci sono state alcune altre ammissioni sporadiche di falso. Ad esempio,
riguardo a un’immagine in cui una serie di riflettori si specchia
inopportunamente sulla visiera di un astronauta, oppure un’altra in cui un
incongruo cono di luce, tipo faretto, piove dall’alto (partendo da una
misteriosa chiazza bianca) a illuminare una presunta superficie lunare.”

Si va di male in peggio: se nel caso precedente Grassia aveva perlomeno
indicato la missione alla quale si riferiva, qui non indica neanche questo
dato. Per cui per sapere a quali foto si riferisce dovrei farmi passare
seimilacinquecento immagini. Ma anche no. Sospetto di sapere a quali
foto si riferisce il giornalista, ma mi piacerebbe sapere da lui quali sono di
preciso.

E ancora una volta manca completamente qualunque indicazione di
dove, come o quando sarebbero state fatte queste “ammissioni”.

L’“autenticazione” della NASA

Grassia insiste:
“La Nasa per ragioni sue ha autenticato alcune di queste foto, per sua
ammissione successiva false, provenienti da studi fotografici allestiti
sulla Terra, salvo fare marcia indietro alcuni anni dopo.”

Quali avrebbe autenticato? Dove? E dove sarebbe stata pubblicata questa
“ammissione successiva”? In che anno, in che modo, da parte di chi
sarebbe avvenuta questa ipotetica “marcia indietro”?

La NASA “confusa”

“Tra le foto fasulle scattate in questi studi (o ritoccate) e quelle vere
fatte sulla Luna era difficile o impossibile scegliere: apparivano
indistinguibili, quanto a verosimiglianza, agli occhi della stessa Nasa, che
infatti si è confusa.”

Anche qui, nessuna indicazione di dove si sarebbe “confusa”. E affermare che
le foto “fasulle” (che non abbiamo ancora capito quali siano) sarebbero
“indistinguibili” è una fesseria tecnica assoluta. 

Primo, le condizioni di illuminazione della superficie lunare sono
estremamente particolari e difficilissime da replicare sulla Terra: assenza
totale di offuscamento atmosferico, per cui tutto è nitidissimo fino
all’orizzonte; una singola fonte primaria di luce (il Sole), in un cielo che
per il resto è nero (a parte il bagliore della Terra e quello trascurabile
delle stelle). Per cui distinguere una foto fatta sulla superficie lunare
reale da una foto fatta in studio è piuttosto facile per una persona
competente.

Secondo, sappiamo benissimo quali sono le foto reali. Le pellicole
originali sono ancora conservate e consultabili. Subito dopo le missioni,
furono fatte copie per contatto dei rullini integrali (si trovano in vendita a
prezzi da collezionisti). Da anni i rullini integrali sono stati scansionati e
messi online. Basta guardarli per sapere se una foto è autentica oppure no.

Ma si badi bene, dice Grassia, che le sue asserzioni “sono punti fermi, non illazioni.”
No, signor Grassia, sono minchiate. Mi scusi la schiettezza, ma non c’è
altro termine che le definisca adeguatamente. Lei dice che la NASA si è
“confusa”, ma a me viene il dubbio che la confusione stia altrove, non a
Houston.

Ancora la tuta troppo luminosa e i riflessi nella visiera, che noia

Le sciocchezze complottiste presentate da Grassia proseguono con due
classici intramontabili:

  • il presunto mistero di come mai la tuta di un
    astronauta (Aldrin, Apollo 11) sarebbe troppo illuminata e sarebbe stata
    “ritoccata per schiarire l’immagine dell’uomo e farla risaltare in modo
    che il tutto non risultasse buio”

    (falso, la tuta era altamente riflettente ed era illuminata dalla tuta
    altrettanto riflettente del fotografo, Neil Armstrong, che infatti
    rischiara tutto il lato in ombra del modulo lunare, come ho spiegato nel
    mio libro gratuito online
    Luna? Sì, ci siamo andati!);
  • e l’altrettanto presunto mistero del punto di inquadratura
    asseritamente troppo elevato in una foto della missione Apollo 12 che
    mostra gli astronauti riflessi nelle rispettive visiere riflettenti: chi
    se la sente di spiegare a Grassia come funziona uno specchio curvo?

Scusate se non mi dilungo a spiegare di nuovo tutti questi “misteri”; l’ho già fatto troppe volte e mi fa davvero tristezza vedere così tanta ignoranza dei concetti di base della fisica e di come funziona il mondo che ci circonda. Di questo passo, dovrei mettermi a spiegare che la Terra non è piatta e che le mucche lontane sembrano piccole perché sono lontane, non perché sono mucche nane (Father Ted).

La minchiata finale è un insulto a tutta l’industria aerospaziale, anche
italiana

Va be’, magari pensate che io me la prenda troppo. Chissenefrega se sulla Luna ci siamo andati o no 55 anni fa, ci sono problemi più attuali e importanti, direte voi. La gente sulla quale i complottisti e i disinformati come Grassia tirano disinvoltamente fango, dall’alto della loro incompetenza arrogante, è quasi tutta morta. Dei dodici uomini che hanno camminato sulla Luna ne restano in vita solo quattro (Scott, Duke, Schmitt, Aldrin). Tanti dei protagonisti di quell’epoca ci hanno lasciato. Per cui non avete tutti i torti.

Ma quello che mi rode è soprattutto lo schiaffo, l’insulto a tutti coloro che oggi lavorano nell’industria aerospaziale, comprese le tante aziende italiane, come Thales Alenia, che stanno lavorando adesso alla costruzione di una stazione orbitale lunare e a veicoli per tornare sulla Luna con equipaggi. Gente che secondo Grassia è invece inetta e incapace, a giudicare da questa sua frase: “purtroppo la tecnologia con cui mezzo secolo fa siamo andati sulla Luna è
andata perduta e non si riesce a replicarla”
.

No, caro collega. Prima di tutto, la tecnologia spaziale degli anni sessanta non è “andata perduta”, ma è diligentemente archiviata e viene tuttora consultata da chi costruisce veicoli spaziali in tutto il mondo. Ed è falso che “non si riesce a replicarla”, che vuol dire dare dei coglioni incapaci agli ingegneri aerospaziali di oggi. Si riesce eccome, ma si vogliono evitare i rischi pazzeschi che furono accettati mezzo secolo fa, e ci sono molti meno soldi, per cui si procede con grande prudenza. La capsula Orion che riporterà gli equipaggi umani verso la Luna ha già volato. Il progetto Artemis procede; solennemente, ma procede. Elon Musk lancia razzi supergiganti destinati alla Luna. Ma mi sa che Grassia non se n’è accorto, preso com’era a guardare i profili delle colline.

Se siete arrivati qui da Matrix: le fonti

Se siete arrivati qui da Matrix: le fonti

Ultimo aggiornamento: 2017/01/18 11:15.

Nella puntata di stasera di Matrix (Canale 5) a 58 minuti dall’inizio ho parlato di due foto false pubblicate rispettivamente da Repubblica e dal Corriere: due piccoli esempi di come si lavora superficialmente e si fabbricano bufale anche nelle testate giornalistiche e non solo su Internet.

Questa è la foto falsa pubblicata dal Corriere (dettagli):

E questa è quella pubblicata da Repubblica (dettagli):

Entrambe le foto sono state rimosse senza scuse.

La questione del riconfezionamento delle notizie da parte di Facebook è descritta in dettaglio qui.

La bufala sulla dichiarazione di Briatore è analizzata in dettaglio da David Puente.

Sulla questione del Movimento 5 Stelle e le “scie chimiche”, questo è l’elenco dei promotori di interrogazioni parlamentari sull’argomento. Come noterete, le hanno presentate molti partiti, ma non il movimento di Grillo (fonte: Scie-chimiche.info):

  1. 2 aprile 2003. Italo Sandi, deputato dei Democratici di Sinistra; interrogazione a risposta scritta 4-05922.
  2. 27 ottobre 2003. Piero Ruzzante, deputato dei Democratici di Sinistra, insieme a Italo Sandi; interrogazione a risposta orale 3-02792 (link). Ruzzante, deputato DS, descrive (copia archiviata presso Archive.org) un’interrogazione “al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio, al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, al Ministro della salute, al Ministro della difesa” e afferma che “è innegabile che queste scie non siano fenomeni naturali e non siano normali scie di condensazione…”. Ruzzante pubblica la risposta (copia archiviata presso Archive.org) del Ministro della Difesa.
  3. 3 febbraio 2005. Severino Galante, deputato dei Comunisti Italiani; interrogazione a risposta scritta 4-12711
  4. 31 maggio 2006. Davoli, Uras e Pisu (consiglieri di Rifondazione Comunista); interrogazione a risposta scritta n. 514/A al Consiglio Regionale della Sardegna. La risposta dell’Assessorato è consultabile qui.
  5. 13 giugno 2006. Gianni Nieddu, senatore dell’Ulivo; interrogazione al Senato 4-00053.
  6. 8 agosto 2007. Amedeo Ciccanti, senatore dell’UdC; interrogazione al Senato 4-02585.
  7. 20 dicembre 2007. Katia Bellillo, deputata dei Comunisti Italiani e già ministro agli Affari Regionali e alle Pari Opportunità); interrogazione 4-05994) al Ministero della Salute.
  8. 5 giugno 2008. Sandro Brandolini, deputato del Partito Democratico; interrogazione a risposta scritta 4-00280. All’interrogazione è stata data risposta il 5/9/2008.
  9. 17 settembre 2008. Antonio Di Pietro, deputato dell’Italia dei Valori; interrogazione a risposta scritta 4-01044. La risposta è datata 7/11/2008.
  10. 1 ottobre 2008. Sandro Brandolini, deputato del Partito Democratico; interrogazione a risposta scritta 4-01193. All’interrogazione è stata data risposta il 15/1/2009.
  11. 28 gennaio 2009. Sandro Brandolini, deputato del Partito Democratico, insieme ad Antonio La Forgia (Partito Democratico), Alessandro Bratti  (Partito Democratico) e Manuela Ghizzoni (Partito Democratico); interrogazione a risposta scritta 4-02154.
  12. 5 novembre 2009. Oskar Peterlini, senatore del Südtiroler Volkspartei; interrogazione 4-02216.
  13. 18 novembre 2009. Amedeo Ciccanti, deputato dell’UdC; interrogazione a risposta in commissione 5-02128.
  14. 22 febbraio 2011. Domenico Scilipoti, deputato di Iniziativa Responsabile; interrogazione a risposta scritta 4-10970.
  15. 6 novembre 2013. Interrogazione di Roberto Zaffini (Lega Nord) al consiglio regionale delle Marche. La risposta dell’assessore all’ambiente della Regione Marche, Maura Malaspina, è stata data il 21 gennaio 2014.

Un esempio di bufala non targata M5S: Roberto Maroni che pubblica una notizia-bufala proveniente dal sito di notizie false Corriere del Corsaro.

Se volete qualche elenco specifico di siti fabbricanti di bufale, provate quello di Butac.it e quello della Bufalopedia.

Infine, la questione del “clic destro” per verificare le immagini. Se usate Google Chrome, fate clic destro su un’immagine: comparirà un menu dal quale potrete scegliere una voce che permette di cercare l’immagine in Google Immagini, come in questo esempio (riferito al Chrome in inglese, ma il principio è lo stesso):

In alternativa c’è Tineye.com, che offre il “clic destro” di ricerca immagini nel suo archivio tramite un plugin per Firefox, Chrome, Internet Explorer, Safari e Opera.

Prima che arrivi il solito signor Sotuttoio Chitipaga: non ho ricevuto compensi per la mia presenza a Matrix. La benzina e l’autostrada da Lugano a Cologno e ritorno le ho pagate di tasca mia. Però Pinuccia, della produzione a Cologno, mi ha offerto un buon caffè. Di tasca sua.

Repubblica annuncia che “i pannelli solari nello spazio funzionano”

Repubblica annuncia che “i pannelli solari nello spazio funzionano”

Pubblicazione iniziale: 2023/10/25 16:11. Ultimo aggiornamento: 2023/10/26
10:47.

Meno male che c’è Repubblica che ci informa che
“i pannelli solari nello spazio funzionano” (copia permanente). Finalmente sulla Stazione Spaziale Internazionale smetteranno di usare i
generatori diesel?

Per chi non conoscesse la materia: sappiamo che i pannelli solari funzionano
nello spazio da almeno sessant’anni. Li usavano già i primi satelliti, come
per esempio
Vanguard 1
(1958). La Stazione ha da oltre vent’anni degli enormi pannelli
solari che la alimentano completamente.

Questa cretinata di Repubblica è scritta, fra l’altro, come titolo
di un articolo a pagamento. Scusate, editori di Repubblica, ma
perché dovrei pagare per leggere delle cretinate del genere? Magari poi salta
fuori che Elena Dusi ha scritto un bell’articolo, tecnicamente competente, che
spiega la vera notizia. Ma quel titolo da inetti rovina tutto.
Siete sicuri che lavorare coi piedi così sia un buon investimento? O state
solo temporeggiando in attesa di licenziare tutti e affidarvi a ChatGPT? 

Per chi volesse la vera notizia: i ricercatori dell’Università di
Swansea hanno sviluppato delle celle fotovoltaiche a base di
tellururo di cadmio
che coprono una superficie maggiore, pesano meno e generano molta più energia
rispetto alle tecnologie attuali paragonabili e sono relativamente economiche
da fabbricare. I ricercatori dell’Università del Surrey hanno progettato degli
strumenti che hanno misurato il rendimento di queste celle nello spazio, dove
sono state lanciate sei anni fa, dimostrando di essere resistenti alle
radiazioni e agli altri effetti dell’ambiente spaziale. Questi miglioramenti
prestazionali potrebbero consentire la realizzazione di grandi centrali
fotovoltaiche nello spazio a basso costo, che ritrasmetterebbero verso la
Terra l’energia raccolta.

La ritrasmissione avverrebbe usando fasci di microonde accuratamente puntati
verso stazioni riceventi al suolo. Questa soluzione avrebbe notevoli vantaggi
rispetto agli impianti fotovoltaici sulla Terra: scegliendo orbite opportune,
la centrale orbitante può ricevere la luce solare ininterrottamente, senza le
pause dovute al ciclo giorno/notte, senza le variazioni stagionali e senza le attenuazioni dell’atmosfera e delle condizioni meteorologiche, col risultato che la luce solare orbitale è in media oltre dieci
volte più intensa di quella al suolo. Inoltre l’energia
potrebbe essere recapitata direttamente a destinazione, senza elettrodotti,
anche in mezzo al deserto o in zone colpite da calamità, come spiega
questa pagina dell’ESA.

Il comunicato stampa originale è
qui
e l’articolo scientifico è
qui
(grazie a
@nabbo su
Mastodon per questi link;
link alternativo).

Secondo Repubblica, “shrapnel” è il nome di un proiettile. Difficile fidarsi di chi scrive come un incompetente

Secondo Repubblica, “shrapnel” è il nome di un proiettile. Difficile fidarsi di chi scrive come un incompetente

Pubblicazione iniziale: 2023/10/18 12:21. Ultimo aggiornamento: 2023/10/19 21:30.

“Loro dicono che il proiettile Shrapnel (esploso) è come il nostro e non è
come quelli Israeliani”
.
Scrive così Repubblica oggi
(copia permanente), trattando un
argomento serissimo come la distruzione di un ospedale pieno di persone nella
guerra Hamas-Israele. Ma nella frase originale “tradotta” da Repubblica la parola Shrapnel non è un nome proprio e non
indica un tipo di proiettile.

Il termine “shrapnel” indica semplicemente le schegge prodotte
dalla frammentazione di qualunque ordigno esplosivo. Il senso corretto della
frase
“They are saying that the shrapnel from the missile is local shrapnel and
not like Israeli shrapnel”

è
“Stanno dicendo che le schegge del proiettile [o razzo] sono schegge di tipo locale e
non simile alle schegge israeliane”
.

Non è chiaro, inoltre, se quell’“esploso” tra parentesi voglia essere
una traduzione (sbagliata) di Shrapnel o una precisazione per spiegare
che la conversazione riguarda l’ordigno che ha colpito l’ospedale.

Chiunque abbia tradotto quel dialogo dall’inglese all’italiano è un
incompetente, che qualcuno in redazione ha però piazzato a scrivere la cronaca
di una delle notizie più importanti del momento.

Questo è il modo in cui si lavora nelle redazioni dei giornali in Italia.
Questo è il motivo per cui leggere le testate generaliste è una totale perdita
di tempo. Questi sono i giornali che dovrebbero difenderci dalle
fake news e invece sembrano impegnatissimi a fabbricarle. Che pena.

(AGG 2023/08/18) Antibufala: nave in fiamme con 3000 auto a bordo, la Guardia Costiera non ha detto che è colpa di un’auto elettrica. E le elettriche sono tutte intatte, incendio scoppiato altrove

(AGG 2023/08/18) Antibufala: nave in fiamme con 3000 auto a bordo, la Guardia Costiera non ha detto che è colpa di un’auto elettrica. E le elettriche sono tutte intatte, incendio scoppiato altrove

Ultimo aggiornamento: 2023/08/18 16:20.

Il Corriere della Sera, in un articolo firmato da Maurizio Bertera, titola “Nave in fiamme con 3 mila auto a bordo: un morto. L’incendio forse è partito da un’elettrica”, con il sottotitolo “La Guardia Costiera olandese ritiene probabile che l’enorme rogo sia partito da una delle 25 vetture elettriche a bordo” (link intenzionalmente alterato; copia permanente). È falso.

Nel corpo dell’articolo, Bertera scrive che “Un portavoce della Guardia Costiera ha rivelato all’agenzia di stampa Reuters che l’origine del fuoco può essere ricondotta a un’auto elettrica a bordo della nave”. È falso anche questo.

Non c’è nessuna conferma che l’incendio sia partito da un’auto elettrica e la Guardia Costiera olandese non ha affatto rilasciato la dichiarazione riportata dal Corriere. Il liveblog della Guardia Costiera olandese dice esplicitamente che “la causa dell’incendio non è ancora nota” (“De oorzaak van de brand is nog onbekend”). Inoltre il sito Electrek ha chiamato la Guardia Costiera olandese, che ha dichiarato di non aver affatto attribuito l’incendio a un’auto elettrica.

Reuters, citata dal Corriere, conferma che la causa dell’incendio è ancora ignota e aggiunge che “un portavoce della Guardia Costiera aveva detto a Reuters che l’incendio era iniziato vicino a un’auto elettrica” (“The coastguard said on its website the cause of the fire was unknown, but a coastguard spokesperson had earlier told Reuters it began near an electric car”).

Da nessuna parte viene detto quello che scrive il Corriere, ossia che l’origine del fuoco possa essere ricondotta a un’auto elettrica.

La nave in questione, la Fremantle Highway, ha preso fuoco nel Mare del Nord. Trasporta 2832 auto a carburante e 25 auto elettriche dalla Germania all’Egitto. Una persona dell’equipaggio è morta.

2023/08/02 17:40. Un articolo di NOS news, segnalato nei commenti qui sotto da CheshireCat, precisa che le auto elettriche o ibride a bordo sono 498, non 25, su un totale di 3783 veicoli, non 2832 come annunciato inizialmente.

2023/08/18: 16:20. CleanTechnica segnala che le auto elettriche sono tutte intatte e l’incendio è partito da un altro punto della nave. Il direttore delle operazioni di recupero, Peter Berdowski, ha dichiarato alla stampa olandese che le 498 auto elettriche a bordo sono tutte intatte e che l’incendio è probabilmente iniziato sull’ottavo ponte dei dodici. Le auto elettriche erano situate molto più in basso. 

Sono curioso di vedere quanti dei giornali, dei siti e degli hater che hanno diffuso con entusiasmo la notizia della presunta colpa delle auto elettriche pubblicheranno con altrettanta evidenza la smentita della balla che hanno disseminato.

RaiNews, Quotidiano Nazionale e le banconote da 8600 euro

RaiNews, Quotidiano Nazionale e le banconote da 8600 euro

Rainews scrive che vicino al rifugio del leader del gruppo Wagner, Prigozhin, sono state trovate “[c]inquemila banconote per un valore di circa quattro miliardi di rubli, l’equivalente di circa 44 milioni di euro”.

https://www.rainews.it/articoli/2023/06/il-tesoro-di-prigozhin-ritrovati-nel-suo-rifugio-44-milioni-di-euro-e-lingotti-doro-5fb528b8-7ea7-4962-8419-dced3f8ffef8.html (copia permanente: https://archive.is/LRJE3)

Quotidiano Nazionale, a firma di Alessandro Farruggia, anche su carta, ribadisce il concetto: “trovate cinquemila banconote per un valore di circa quattro miliardi di rubli, l’equivalente di 43 milioni di euro.”

https://www.quotidiano.net/cronaca/cronaca-di-un-golpe-annunciato-la-cia-informata-putin-anche-e-prigozhin-ora-e-sparito-7bfeac00 (copia permanente: https://archive.is/i6qdC)

Nessuno, in redazione, che faccia due conti e si chieda come cinquemila banconote possano ammontare a 43 milioni di euro.

Se questo è giornalismo, allora datemi ChatGPT, e di corsa.

(AGG 2023/06/24) Per Open, “sommergibile” e “dirigibile” sono la stessa cosa. Per il Corriere del Ticino e L’Adige, si è inabissato un “velivolo”

(AGG 2023/06/24) Per Open, “sommergibile” e “dirigibile” sono la stessa cosa. Per il Corriere del Ticino e L’Adige, si è inabissato un “velivolo”

Massì, sommergibile, dirigibile, fa lo stesso.

https://www.open.online/2023/06/22/sommergibile-titan-ricerche-cofondatore-oceangate-accuse-harding/


Invece il Corriere del Ticino parla di “velivolo”.

https://www.cdt.ch/news/mondo/stop-alle-escursioni-turistiche-al-titanic-lappello-del-fisico-che-sfioro-la-morte-320736

Anche L’Adige ci educa spiegando che si tratta di un
“velivolo”.

https://www.ladige.it/attualita/2023/06/21/sottomarino-disperso-captato-dai-sonar-un-rumore-di-colpi-1.3527728 (copia permanente)

Però mi raccomando, il giornalismo è in pericolo per colpa di ChatGPT e dei
social.

Grazie a tutti per le segnalazioni.

2026/06/24. Il Corriere del Ticino si è scusato pubblicamente e ha corretto.

Open ha corretto. L’Adige no.

(AGG 18:25) La giostra delle figuracce prosegue: Il Corriere scrive “catastrofica perdita di pressione”; La Stampa, Fatto Quotidiano e Panorama scrivono ancora “velivolo”; lo aveva fatto anche ANSA

(AGG 18:25) La giostra delle figuracce prosegue: Il Corriere scrive “catastrofica perdita di pressione”; La Stampa, Fatto Quotidiano e Panorama scrivono ancora “velivolo”; lo aveva fatto anche ANSA

Il giornalismo di lingua italiana continua, purtroppo, a dare ampie prove di
inettitudine e pura ignoranza a proposito del disastro del batiscafo
Titan.

Viviana Mazza, sul Corriere della Sera, parla di
“catastrofica perdita di pressione” nel titolo e di
“catastrofica perdita della camera di pressione”, attribuendo queste
parole al “contrammiraglio John Mauger”. Entrambe le frasi sono
grossolanamente sbagliate.

https://www.corriere.it/cronache/23_giugno_23/titan-detriti-morti-sottomarino-d204f93e-113b-11ee-a86b-4e8204e35ce8.shtml
(copia permanente)

Nel Titan non c’è stata nessuna “perdita di pressione”. La
pressione si può perdere (verso l’esterno) quando dentro il veicolo c’è
una pressione maggiore che all’esterno. In un veicolo che porta persone
sott’acqua si ha l’esatto contrario: quando è sotto la superficie, la
pressione esterna è maggiore di quella interna. Quindi non si
perde pressione verso l’esterno: lo scafo deve resistere alla pressione
esterna, che è molto superiore a quella interna. Se c’è una falla, l’aria non
può sfuggire. È la pressione esterna, quindi l’acqua, a irrompere
nell’abitacolo, e in quell’abitacolo la pressione non si perde, ma aumenta di
colpo, con conseguenze fatali per gli occupanti.

Inoltre il contrammiraglio non ha affatto parlato di
“catastrofica perdita della camera di pressione”. Questa è la
sua dichiarazione originale:

Mauger parla di “catastrophic loss of the pressure chamber”. Ma
“loss” qui non è “perdita”, è “cedimento”.
“Perdita”, in questo contesto, sarebbe “leak”. Mauger non sta dicendo
che hanno smarrito la camera di pressione; sta dicendo che la camera di
pressione (ossia lo spazio interno allo scafo nel quale viene mantenuta la
pressione atmosferica) ha ceduto.

Intanto La Stampa, Panorama e il Fatto Quotidiano si aggiungono all’inquietante coro delle redazioni
inette, che a quanto pare sono piene di gente che non sa cosa voglia dire
velivolo. Gente alla quale andrebbe data una canna da pesca insieme a
un’interdizione permanente da ogni forma di giornalismo.

https://www.lastampa.it/esteri/2023/06/23/news/titan_catastrofica_implosione_cosa_sappiamo-12872921/
(copia permanente)

A distanza di oltre un giorno, l’erroraccio è ancora lì.

Su Panorama, un articolo a firma di Andrea Soglio parla per l’ennesima
volta di “velivolo”:

https://www.panorama.it/news/sommergibile-scomparso-i-soccorritori-sentono-colpi-del-fondo-del-mare
(copia permanente)

Anche qui, l’errore persiste e non viene corretto.

Il Fatto Quotidiano scrive la stessa fesseria: “A queste condizioni qualsiasi piccola perdita potrebbe causare un’implosione immediata, in grado di distruggere il velivolo”.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/06/23/limplosione-improvvisa-alla-velocita-di-800-chilometri-orari-cosi-sono-morti-i-5-a-bordo-del-titan-il-cervello-umano-non-si-e-neanche-reso-conto/ (copia permanente)

Il dilagare dell’errore madornale di usare “velivolo” per un veicolo
che va sott’acqua è forse partito dal
lancio ANSA
del 20 giugno, che oggi risulta riscritto e corretto ma che in origine (copia su Archive.org) parlava proprio di “velivolo” (“…nell’area di ricerca in cui il velivolo era scomparso due giorni prima”). Sembra che tutti abbiano copiato
ciecamente da ANSA senza farsi la benché minima domanda sul senso di quello
che stavano copiando.

Screenshot del lancio ANSA com’era il 21 giugno 2023 (Archive.org).