Podcast RSI – Occhiali “smart” di Meta: operatori vedono immagini intime degli utenti
Questo è il testo della puntata del 9 marzo 2026 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.
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CORREZIONE: nel podcast dico che l’app Nearby Glasses è disponibile anche per smartphone Apple. Non è così. Ho corretto il testo qui sotto. Mi scuso per l’errore.
[CLIP: Zuckerberg presenta gli occhiali di Meta e Ray-Ban]
È la voce di Mark Zuckerberg, che alcuni mesi fa ha presentato gli occhiali “smart” di Meta, dotati di minischermo integrato, microfoni per ascoltare i comandi dell’utente, altoparlanti per sussurrargli informazioni, e minuscole telecamere. E ovviamente dotati anche di intelligenza artificiale, che arriva via Internet tramite lo smartphone. Sono in vendita anche da noi a partire da circa 350 franchi, lenti correttive escluse.
Secondo Zuckerberg, questi occhiali, abbinati a un braccialetto che rileva i movimenti del polso, permetteranno di fare a meno del computer. In effetti basta dire a questi occhiali “Ehi Meta, fai una foto” per scattare una fotografia presa dallo stesso punto di vista dell’utente. Altri comandi vocali e gestuali consentono di scrivere messaggi, identificare e descrivere oggetti, tradurre conversazioni in tempo reale, e così via, in maniera praticamente invisibile.
Ma questa invisibilità significa che questi occhiali vengono anche usati dai molestatori per fare riprese abusive in luoghi privati e intimi, passando inosservati perché la gente non si aspetta che degli occhiali dall’aria assolutamente normale includano una telecamera e non sa che con poca spesa è anche possibile disattivare la loro lucina che avvisa che è in corso una ripresa.
Oltretutto Meta vuole offrire anche un servizio di identificazione delle persone inquadrate, che ovviamente permette a chi ha buone intenzioni di fingere di ricordarsi che vostra zia si chiama Adalgisa ma consente ai malintenzionati di identificare in massa e automaticamente tutte le persone che inquadrano con questi occhiali.
Anche la privacy di chi li usa è a rischio, perché l’audio e le immagini che questi occhiali acquisiscono in continuazione non sono privati: spesso vengono visti dai dipendenti delle aziende incaricate da Meta di fare monitoraggio della qualità del servizio.
Questa è la storia della nuova generazione di occhiali “smart”, dei loro pro e contro, e dell’app che permette di sapere se qualcuno nelle nostre vicinanze li sta usando, per tentare di capire se questo sarà il prossimo gadget universalmente desiderabile oppure un flop o, peggio ancora, una trappola.
Benvenuti alla puntata del 9 marzo 2026 del Disinformatico, il podcast mensile della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.
[SIGLA di apertura]
Se sentite nominare occhiali “smart” e vi viene in mente ancora Google Glass, il prodotto presentato appunto da Google nel 2012 in pompa magna ma scomparso tre anni più tardi, aggiornate subito la vostra immagine mentale. Gli occhiali computerizzati presentati da Meta insieme a marchi come Ray-Ban e Oakley a settembre 2025 sono completamente diversi. Non c’è più quell’ingombrante, antiestetico braccetto che sporgeva davanti a una delle lenti e faceva sembrare chi lo indossava una sorta di impresentabile incrocio fra un orafo cyberpunk e un Borg di Star Trek. Gli occhiali smart di oggi sembrano dei normali occhiali, con una montatura e delle astine leggermente più corpose rispetto a quelle tradizionali, ma niente di più.
In quelle astine e in quelle montature c’è di tutto: una batteria, un touchpad, una serie di microfoni, due minialtoparlanti, due telecamere, i processori che elaborano e smistano tutti i dati generati e ricevuti dagli altri componenti, e un trasmettitore e ricevitore Bluetooth per comunicare con lo smartphone. Questi occhiali “smart” pesano solo un ventina di grammi in più rispetto a quelli tradizionali equivalenti.
Non sono autonomi: dipendono appunto dallo smartphone per connettersi a Internet, e il grosso dell’elaborazione dei dati avviene sui computer remoti di Meta, non localmente. Se non c’è Internet, se non c’è campo o se lo smartphone è scarico, gli occhiali “smart” perdono quasi tutte le loro funzionalità.
Ma quando tutto funziona, questi occhiali fanno cose davvero notevoli: diventano l’interfaccia alternativa dello smartphone. Il telefono rimane in tasca o nella borsetta, e invece si scattano foto, si fanno video, si fanno scorrere i messaggi social, si risponde alle telefonate direttamente dagli occhiali, si chiede a voce di riconoscere un fiore o un quadro o qualunque altro oggetto (o anche una persona), si ottengono indicazioni visive di quale direzione prendere per raggiungere una certa destinazione. E con il braccialetto che rileva i movimenti della mano diventa possibile scrivere su una tastiera virtuale o addirittura scrivere tracciando con un dito la forma delle singole lettere, tenendo la mano in tasca. L’ideale per inviare un messaggio con discrezione senza far vedere che si tira fuori il telefono.
C’è di più: le telecamere negli occhiali possono diventare gli occhi delle persone ipovedenti o cieche, grazie a servizi come Be My Eyes, che usano un mix di intelligenza artificiale e di volontari per fornire assistenza visiva remota. I microfoni possono ascoltare una conversazione e passarla via Internet a sistemi di riconoscimento vocale, per far comparire istantaneamente sullo schermo degli occhiali i sottotitoli di un film o di una conversazione, aiutando così chi ha problemi di udito. L’audio può essere anche inviato a sistemi di traduzione automatica, per fornire quasi in tempo reale la trascrizione tradotta di quello che viene detto.
Insomma, gli usi positivi di certo non mancano, ed è indubbiamente comodo avere un assistente che vede e sente tutto quello che facciamo e può aiutarci in ogni momento, perché lo abbiamo letteramente già addosso, e non è vistoso e antiestetico. E infatti, nonostante il prezzo non regalato, gli occhiali “smart” si vendono bene. EssilorLuxottica, il fabbricante di questi prodotti di Meta, ha dichiarato di averne piazzati oltre sette milioni di esemplari nel 2025, in aggiunta ai due milioni venduti in totale nei due anni precedenti [CNBC].
Ma proprio le loro caratteristiche favorevoli più evidenti sono anche le più problematiche.
Questi occhiali “smart” potenziati con l’intelligenza artificiale hanno l’aspetto di occhiali normali e quindi passano inosservati. Questo vuol dire che è facilissimo abusarne per effettuare riprese di nascosto, anche perché a differenza del telefono, che va estratto e puntato, le telecamere integrate in questi occhiali sono già nella posizione di ripresa perfetta, ossia accanto agli occhi dell’utente. Chi vuole fare riprese non fa nessun gesto rivelatore, ma si limita a dire a bassa voce agli occhiali di iniziare a registrare un video, oppure tocca leggermente il touchpad presente sull’astina. Tutto qui.
E la lucina a LED che si illumina quando inizia una ripresa video è facile da disabilitare, tanto che le istruzioni per farlo sono su YouTube. In alcuni casi è sufficiente un banale tappino adesivo sagomato, nonostante Meta abbia progettato i propri occhiali in modo che non funzionino se la spia luminosa è coperta [404 media, paywall].
Gli abusi di questo genere non si sono fatti attendere [CNN; Yahoo]. TikTok, Instagram e altre piattaforme social sono pieni di video in cui un uomo attacca bottone con una donna e riprende le sue reazioni alle avances senza chiederle il permesso di riprenderla e men che meno di postare il suo volto sui social. Questi video ottengono migliaia e a volte milioni di visualizzazioni e quindi portano denaro a chi li pubblica; sono diventati una moda e un fenomeno di massa.
Questi uomini credono di avere il diritto di fare riprese di nascosto a persone specifiche, perché sono in un luogo pubblico (ma la legge di quasi tutti i paesi dice il contrario). Questi uomini considerano le donne che abbordano come oggetti da monetizzare, ai quali quindi non ritengono di dover chiedere consensi o permessi. L’idea che una donna non voglia essere mostrata a milioni di persone e poi essere bersagliata da commenti misogini o diventare vittima di stalking non li sfiora nemmeno [BBC]. E i social network, invece di vietare e rimuovere questi tipi di video, li promuovono. Siamo arrivati alla monetizzazione delle molestie.
Gli occhiali “smart” sono insomma una manna dal cielo per questi uomini e un pericolo nuovo e ulteriore per le donne, che adesso dovranno cominciare a chiedersi se ogni interazione con una persona che non conoscono sia una ripresa nascosta che verrà pubblicata sui social. E il pericolo aumenterà a dismisura se, come sembra, Meta aggiungerà il riconoscimento facciale ai propri dispositivi indossabili. Se oggi una vittima può in parte proteggersi evitando di dare il proprio nome o altri dati personali a uno sconosciuto, con l’arrivo del riconoscimento facciale il molestatore avrà direttamente tutti i dati che gli servono, dal nome al numero di telefono all’indirizzo di casa e di lavoro, gentilmente forniti da Meta.
Anche senza arrivare a questi livelli di patetica misoginia, ci sono moltissime situazioni comuni nelle quali andare in giro con degli occhiali in grado di fare riprese di nascosto è inaccettabile o addirittura illegale. Basta pensare a luoghi come studi medici, ospedali, scuole, spogliatoi: qualunque spazio nel quale ci sia la ragionevole presunzione che non ci siano telecamere o microfoni che filmano e ascoltano.
Paradossalmente, a febbraio scorso persino il personale di Meta è stato colto a indossare questi occhiali in un tribunale californiano, dove le riprese sono vietate, ed è stato quindi ammonito dal giudice durante un’audizione di Mark Zuckerberg, che era stato convocato come testimone di un processo nel quale Meta e YouTube sono accusati di creare dipendenza nelle persone giovani. Il solo fatto di averli addosso, quindi in sostanza di aver attaccata alla faccia una telecamera puntata e pronta a filmare, è percepito come un rischio, un atto ostile. Se decidete di indossare un oggetto di questo genere, anche con le migliori intenzioni, potreste essere visti come potenziali molestatori o ficcanaso.
L’uso di questi occhiali rischia di essere problematico anche durante la guida, dove la comparsa di messaggi e immagini davanti a un occhio potrebbe essere interpretata come intralcio alla vista e distrazione dalla conduzione del veicolo. A scuola, i docenti che adesso tribolano per far rispettare i sempre più diffusi divieti di uso del telefonino nelle sedi scolastiche vedranno complicarsi ulteriormente questo compito, anche perché questi occhiali possono montare lenti correttive e quindi non si può semplicemente chiedere a una persona di toglierseli e metterli via come si fa con lo smartphone. Inoltre controllare che siano effettivamente spenti o inattivi non è affatto intuitivo.
E questo è un problema che riguarda anche gli utenti di questi occhiali. Un’indagine svolta da due giornali svedesi [Svenska Dagbladet, Göteborgs-Posten] in collaborazione con un giornalista kenyota [Naipanoi Lepapa] denuncia che le immagini e le registrazioni audio acquisite dagli utenti degli occhiali “smart” sono state viste dai dipendenti di Sama, una società con sede in Kenya che opera in subappalto per conto di Meta e fa la cosiddetta annotazione dei video (una sorta di catalogazione dei contenuti).
Fra le cose personali viste da questi dipendenti, dice l’indagine, ci sono riprese di attività sessuali, persone che si svestono, persone che usano la toilette, inquadrature di carte di credito e di video pornografici. A quanto pare gli occhiali “smart” sono così comodi e impercettibili che i loro stessi acquirenti si dimenticano che li stanno indossando e sono in modalità di acquisizione.
Meta ha confermato che in alcuni casi i contenuti che gli utenti condividono con l’azienda, attraverso la chat interattiva degli occhiali, vengono passati ad altre aziende a scopo di miglioramento del servizio, ma soltanto, dicono, dopo che sono stati filtrati, per esempio sfocando i volti [ma sembra che non lo faccia sempre, secondo BBC], e possono includere contenuti registrati dagli occhiali quando l’utente li attiva involontariamente. Tutto questo viene spiegato in dettaglio nelle oltre novemila parole dell’informativa sulla privacy apposita e dell’avviso sulla privacy delle funzioni vocali degli occhiali di Meta. Novemila parole che probabilmente pochissimi degli utenti di questi disposiivi si prenderanno la briga di leggere.
Questa situazione ha indotto uno dei garanti per la protezione dei dati del Regno Unito a chiedere spiegazioni a Meta, e negli Stati Uniti è stata depositata una class action contro Meta e Luxottica of America che contesta l’ingannevolezza dello slogan usato da Meta per promuovere questi occhiali, che è “progettati per la privacy, controllati da te” [“designed for privacy, controlled by you”]: la class action afferma infatti che
[Voce sintetica che legge la citazione] Nessun consumatore ragionevole interpreterebbe frasi come “progettati per la privacy, controllati da te” e promesse simili, come “costruiti per la tua privacy”, nel senso che filmati profondamente personali, girati all’interno delle loro case, vengano visionati e catalogati da operatori umani all’estero. Meta ha scelto di mettere la privacy al centro della sua pervasiva campagna di marketing, nascondendo però i fatti che rivelano la falsità di tali promesse.

L’azione legale è ancora in corso. Nel frattempo, chi sta pensando di acquistare questi occhiali dovrebbe informarsi bene su come funzionino realmente, tralasciando gli slogan. E chi invece rischia di essere bersaglio degli utenti molesti di questi dispositivi dovrebbe sapere prima di tutto che esistono e poi come riconoscerli, per esempio notando lo spessore delle astine o la presenza di piccoli elementi circolari sul frontale delle montature: sono gli obiettivi delle loro telecamere.
Ma c’è chi ha fatto di più: Yves Jeanrenaud, un docente dell’Università di scienze applicate di Darmstadt, in Germania, ha pubblicato un’app che aiuta a rilevare la vicinanza di questi occhiali “smart”. L’app si chiama Nearby Glasses, è gratuita e open source [GitHub] ed è disponibile per smartphone Android [Google Play; Izzysoft.de] e Apple [errore mio, scusate]. Sfrutta il fatto che questi occhiali comunicano con lo smartphone del loro utente tramite Bluetooth. Quando un dispositivo comunica in questo modo, nei segnali radio che emette c’è un identificativo che indica il fabbricante. Questi segnali sono captabili e decifrabili dall’app. Se Nearby Glasses rileva degli identificativi di fabbricanti che corrispondono a quelli di Meta e di altre aziende che fabbricano prodotti analoghi [per esempio quelli di Snapchat], fa comparire sul telefono un avviso.

L’app può dare dei falsi positivi e si limita a rilevare il fatto che questi occhiali sono accesi [ma non può sapere se vengono usati per effettuare riprese e quali siano le intenzioni di chi fa queste eventuali riprese]. Di conseguenza il creatore dell’app raccomanda di non aggredire chi indossa occhiali “smart” e di non presumere che tutti coloro che li indossano siano molestatori o comunque malintenzionati. Ma il fatto stesso che sia stata realizzata quest’app indica quanto sia sentito il problema.
L‘avvento degli occhiali digitali è insomma una nuova rivoluzione delle nostre abitudini sociali e delle nostre sicurezze, che va seguita con attenzione e prudenza. È il caso di dire che in un modo o nell’altro, ne vedremo delle belle.
Fonti
Meta faces privacy lawsuit over AI smart glasses, Euronews.com, marzo 2026
Meta Lied About Its Smart Glasses Protecting User Privacy, New Class Action Lawsuit Claims, Futurism.com, marzo 2026
She Came Out of the Bathroom Naked, Employee Says, Svenska Dagbladet, febbraio 2026
Meta sued over AI smart glasses’ privacy concerns, after workers reviewed nudity, sex, and other footage, TechCrunch, marzo 2026






















































