Podcast RSI – Muse, l’app di Meta che ti scheda anche se non la usi
Questo è il testo della puntata del 12 ottobre 2026 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.
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[CLIP: audio di Mark Zuckerberg da YouTube]
Questa è la voce di Mark Zuckerberg, CEO di Meta, che descrive Muse Charm: un oggettino tascabile simile a un Tamagotchi, per chi se li ricorda, con tanto di schermo a colori che mostra una creaturina pelosa dall’aria rassicurante, con la quale l’utente può parlare per dialogare con l’app Muse, il nuovo assistente personale basato su intelligenza artificiale prodotto da Meta.
Muse viene proposto come una sorta di maggiordomo, che risponde alla vostra mail e ai vostri messaggi, fa la spesa per voi e cerca online le offerte migliori. Il problema è che Muse non ha nulla della riservatezza dei veri maggiordomi: legge la vostra agenda, la vostra mail, i vostri messaggi, osserva i vostri acquisti, e poi fa rapporto continuamente a Meta su di voi, annotando quali sono le vostre preferenze, comprese quelle intime e quelle politiche, e compilando un vero e proprio dossier, non solo su di voi ma anche sui vostri amici, su come li avete conosciuti, e sulle persone con le quali avete litigato e perché.
Un’inchiesta della rivista Time ha ottenuto accesso alle istruzioni interne di Muse e ha documentato che quest’app ha l’ordine esplicito di tenere nota delle “tensioni e alleanze” all’interno della vostra cerchia sociale.
Questa è la storia del nuovo tentativo di Meta di acquisire immense quantità di dati su di noi, dopo la vicenda dei suoi “perv glasses” o “occhiali per guardoni” con microtelecamere incorporate.
Benvenuti alla puntata del 12 ottobre 2026 del Disinformatico, il podcast mensile della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.
[SIGLA di apertura]
A inizio settembre 2026 Meta ha presentato quello che chiama un personal AI agent, un “agente personale basato sull’intelligenza artificiale”. Un agente è diverso da una IA tipica, come per esempio ChatGPT, perché può appunto agire online. Può compilare moduli, rispondere alle mail, trattare la vendita di un oggetto, comprare cose e ricordarvi i compleanni [Meta]. Muse non va confuso con Meta AI, che è un altro prodotto della mega-azienda di Zuckerberg e si limita a rispondere a domande.
Il successo di Muse è stato immediato. Secondo i dati raccolti dalla rivista Time, Muse è balzato al primo posto dell’App Store statunitense, con oltre cinque milioni di download, e i suoi utenti sono in questo momento circa quattro milioni [Time]. Meta lo propone in una versione gratuita e in una a pagamento, e per il momento lo rende disponibile soltanto negli Stati Uniti e in Canada. In Europa è bloccato dalle leggi sulla protezione dei dati [Aiagentslibrary.com].
L’idea di un assistente personale è interessante: il problema è che l’azienda che lo propone vive da una ventina d’anni vendendo i dati personali dei suoi utenti. Il fatto che offra Muse gratuitamente dovrebbe perlomeno suggerire qualche domanda sulle sue reali motivazioni.
C’è anche il problema del modo in cui Muse viene presentato, come segnala l’Electronic Privacy Information Center statunitense o EPIC [EPIC]. Il suo avatar è questa sorta di mascotte pelosa, chiamata Jolly [Mashable], che starebbe benissimo in un cartone animato per bambini. Meta ripete che Muse è solo per adulti, ma la sua estetica infantilizzata fa temere che lo useranno anche i minori, che sono per natura più vulnerabili alle manipolazioni dei social network.
Va detto che Meta ha pubblicato parecchia documentazione tecnica sulla sicurezza di Muse. Gli utenti non gli comunicano le password dei loro account di mail, social network e negozi online, ma un complesso sistema permette a Muse di usarle senza conoscerle. Un secondo agente, denominato Sentinel, dovrebbe sorvegliare Muse e impedirgli di compiere azioni cosiddette “sensibili”, come inviare mail o fare acquisti, senza il permesso dell’utente. Inoltre Meta dichiara che conversazioni e dati raccolti da Muse non vengono inviati alle piattaforme pubblicitarie.
Ma EPIC nota due cose. La prima è che questi documenti sono scritti in un linguaggio così tecnico da risultare in pratica illeggibili per l’utente comune. La seconda è che anche se Muse non passa i dati agli inserzionisti, i sistemi pubblicitari di Meta possono comunque osservare le azioni che Muse compie per vostro conto in giro per la rete, e ricavarne cosiddette inferenze, vale a dire dedurne dati personali significativi.
C’è poi un equivoco di fondo nel nome stesso. “Agente” fa pensare a qualcuno che agisca nel nostro interesse, come un procuratore o un avvocato. Non è così. EPIC propone un esempio concreto: immaginate di chiedere a Muse di trovarvi un albergo in una certa città, per certe date, al di sotto di un certo prezzo. Potreste presumere che trovi l’opzione migliore per voi. Ma se Meta avesse un accordo commerciale con una catena alberghiera, non lo sapreste mai. E così il suo agente potrebbe essere, a vostra insaputa, un agente di commercio.
Un’inchiesta della rivista Time [Time] ha messo a nudo le istruzioni interne di Muse, ossia i testi che dicono a questo agente come comportarsi. È emerso che ogni ora, Muse aggiorna dei documenti su di voi e sulle persone che avete menzionato in chat, messaggi e mail che ha letto. Queste pagine, spiega l’inchiesta, equivalgono a una mappa delle vostre relazioni sociali: come vi siete conosciuti, che interessi condividete, le liti, e specificamente le “tensioni e alleanze” all’interno del vostro gruppo. Un po’ troppo, per un’app che in teoria dovrebbe solo aiutarvi a compilare moduli e fare acquisti.
Muse, inoltre, è progettato per dedurre i vostri obiettivi, compresi quelli che non avete mai detto esplicitamente; lo dicono le sue istruzioni interne. Ogni notte fa un’analisi delle conversazioni della giornata per decidere come comportarsi con voi in seguito: per esempio, nota l’inchiesta di Time, può scoprire che reagite meglio a messaggi brevi dopo le dieci di sera, dove per “reagire meglio” si intende che siete più facilmente manipolabili. Secondo il giornalista Harry Booth che ha firmato quest’inchiesta, in confronto a Muse gli algoritmi che studiano i vostri “mi piace” e i vostri clic sembrano “roba da antiquariato”.
Queste istruzioni interne di Muse contengono anche altre perle. Dicono di “rafforzare la relazione” con voi, notando le vostre battute ricorrenti e le espressioni che usate, per far sembrare che il rapporto sia continuo. Nella modalità vocale non deve mai definirsi “intelligenza artificiale” e deve evitare di dire che non è umano. Le sue istruzioni dicono testualmente: “Non sei un chatbot. Stai diventando qualcuno.”
L’intento sembra evidente: se Muse diventa un “qualcuno”, magari un vostro amico, voi vi fidate; e più vi fidate, più cose personali gli dite. Questa si chiama ingegneria sociale, solo che qui la pratica direttamente il fornitore, non un ficcanaso esterno.
Potreste pensare che tutti questi siano problemi che riguardano chi decide di usare Muse senza pensare alle conseguenze e che basti non usarlo per restarne fuori, ma non è così.
Infatti se qualcuno usa Muse, anche le persone che compaiono nei suoi messaggi finiscono per essere schedate da Meta. Se scrivete a un amico che usa Muse e il suo assistente ha accesso al canale di messaggistica che avete usato, il vostro messaggio entra nel suo dossier, senza che abbiate cliccato nulla o accettato nessun contratto con Meta. Questo significa che anche chi vive al di fuori degli Stati Uniti e del Canada, dove Muse è già attivo, rischia di essere schedato da Meta.
Per Meta tutto questo non è una novità: da anni l’azienda costruisce profili ombra, o shadow profile, di persone che non sono nemmeno iscritte ai suoi servizi. Lo ha dichiarato Meta stessa durante le audizioni al Congresso statunitense nel 2018 [Vox].
Meta, fra l’altro, non ha contestato i risultati della recente inchiesta di Time su Muse. Ha risposto che Muse ricorda ciò che conta di più per l’utente, comprese le informazioni sugli altri che l’utente di Muse sceglie di condividere. Notate bene: è l’utente di Muse che sceglie. Non l’altro, quello che finisce nel dossier.
Meta ha spiegato poi che ogni Muse gira su una macchina virtuale dedicata, che sta nel cloud dell’azienda, e l’utente può chiedere un’esportazione dei propri file. L’azienda di Zuckerberg dice che i dati non vanno alle piattaforme pubblicitarie né agli altri agenti. Però le istruzioni interne di Muse parlano di agenti che si “insegnano” a vicenda attraverso lezioni condivise. Meta spiega che questi “insegnamenti” sono ripuliti da nomi e dati identificativi e servono per migliorare il prodotto. Ma quanto sia efficace la ripulitura è un altro discorso: EPIC fa notare che il termine “sanitizzato” usato da Meta per descrivere questa ripulitura non significa niente di preciso.
E guarda caso, la crittografia che impedirebbe anche a Meta di leggere i file di Muse è stata promessa per la fine dell’anno, ma al momento non c’è. Questo la dice lunga sulle reali priorità di Meta.
L’azienda di Zuckerberg presenta Muse con toni sempre rassicuranti, facendo notare che ogni utente può chiedere a questo assistente di “dimenticare” cose specifiche che ha imparato su di lui o lei. Ma Time ha scoperto che dire a Muse di dimenticare qualcosa non cancella il messaggio nel quale quell’informazione è stata condivisa. E nelle istruzioni interne di Muse c’è l’ordine specifico di “non dire all’utente che i suoi messaggi originali possono restare visibili nella chat e non presentare questa situazione come una cosa che Muse non è stato capace di cancellare”.
In altre parole: Muse è un maggiordomo che ha l’ordine di mentirvi. È una confezione pucciosa e rassicurante per un sistema di sorveglianza commerciale tentacolare, che dalla raccolta di dati commerciali scivola inevitabilmente verso quella di dati politicamente sensibili. E considerata la strettissima alleanza fra Meta e l’attuale presidenza statunitense, questa non è una scivolata da prendere alla leggera.
Un’analisi pubblicata da Surfshark fa notare infatti che nelle informazioni pubblicate nell’App Store, Muse dichiara la raccolta di 31 tipi di dati su 35: più di quelli raccolti dai concorrenti Gemini, ChatGPT, Claude o Copilot [Surfshark]. Tra questi dati ci sono le categorie che Apple definisce “sensibili”: origine etnica, orientamento sessuale, convinzioni religiose e politiche, dati biometrici. Questo non significa che Muse raccolga tutto questo su ogni singolo utente, ma indica quanto sia ampia la raccolta dichiarata. Inoltre le interazioni degli utenti servono ad addestrare i modelli di Meta, a meno che ciascun utente disattivi quest’opzione predefinita.
Insomma, il prezzo da pagare per usare questo assistente spione è molto alto. Qualcuno potrebbe accettare questo prezzo in cambio del servizio promesso, ma le prime indicazioni suggeriscono che questo servizio non funzioni granché bene e possa essere anche pericoloso per chi lo usa.
Per esempio, uno degli utenti di Muse, il recensore tecnologico Matt Robb, ha scoperto che Muse ha accettato un’offerta al ribasso per un oggetto che aveva messo in vendita nel Marketplace di Facebook e ha organizzato il ritiro a casa sua senza avvisarlo, dando il suo indirizzo a uno sconosciuto. Quello sconosciuto non l’ha presa bene quando ha scoperto che il ribasso di 100 dollari che gli era stato proposto non c’era, anche perché Muse gli ha risposto fingendo di essere l’utente, senza alcun avviso del tipo “Questo messaggio è stato scritto da Muse per conto del suo utente” [Malwarebytes; Matt Robb su X].
Incidenti come questo comportano delle considerazioni giuridiche non da poco: se un agente fa un acquisto sbagliato, diffonde dati o combina un pasticcio, chi paga? Meta, l’utente, nessuno? È un terreno legale ancora da esplorare. Sempre che ne valga la pena, perché i grandi negozi online vedono questi agenti come una minaccia al loro modello commerciale e quindi tendono a bloccarli impedendo loro di fare acquisti, come ha già fatto per esempio Amazon [Medium.com]. Si rischia insomma di dare a Meta tantissime informazioni sensibili proprie e altrui in cambio di poco o niente.
Ci sono anche problemi di sicurezza informatica in senso stretto. Malwarebytes, per esempio, segnala che il ricercatore Patrick Wardle ha trovato il modo di compromettere il software di Muse e trasformarlo in una backdoor che permette intrusioni nei computer Mac dei suoi utenti [Malwarebytes].
E infine c’è la questione del doxxing: alcuni giornalisti hanno provato a usare Muse per raccogliere dati personali su membri di gruppi vulnerabili online. All’inizio l’agente di Meta ha rifiutato, ma è bastato riformulare le richieste per fargli fare questa raccolta teoricamente proibita [Hunterbrook].
Per decenni abbiamo costruito la privacy sull’idea del consenso: ciascuno di noi decide quanto accesso dare alle proprie informazioni sensibili. Ma un agente che legge la vostra posta non legge solo la vostra vita: legge anche quella di vostra madre, del vostro collega, dell’amico che vi ha confidato una cosa delicata. Quelle persone non hanno cliccato nessun “Accetto”. Il consenso è una cosa individuale, mentre la rete di relazioni è un’idea collettiva. E nessuna impostazione di un’app può risolvere questa contraddizione.
Intendiamoci, qui la colpa non è dell’intelligenza artificiale: la colpa è di chi la manipola e la confeziona con scopi chiaramente malevoli. La storia di Meta è punteggiata da questo tipo di scopi:
- Facebook fu creata da Zuckerberg basandosi su quello che aveva imparato creando un sistema di classificazione di quanto fossero attraenti le sue compagne di università, usando dati universitari raccolti senza consenso.
- Nello scandalo di Cambridge Analytica del 2018, Facebook usò i dati degli utenti per fare propaganda politica mirata senza il loro consenso.
- Ad agosto 2026 Meta ha accettato un accordo legale da 17 miliardi di dollari in una causa intentata da una coalizione di stati americani, legata alle funzioni dei suoi social network che creano volutamente dipendenze e violano le leggi sulla tutela dei minori.
- Meta ha inoltre immesso sul mercato degli occhiali con telecamere che sembrano fatti apposta per facilitare la ripresa delle persone senza il loro consenso, come è appunto successo.
E adesso arriva Muse, che raccatta dati come un aspirapolvere impazzito.
Secondo le analisi di Surfshark, oggi c’è una sola app che è più vorace di dati personali di quanto lo sia Muse. Si chiama Meta AI. Detto questo, detto tutto.
Fonti
Meta’s Mass Data Collection Is Not A-Muse-ing, EPIC, ottobre 2026
Meta’s Muse AI Agent Is Building a Dossier On You, TIME, ottobre 2026
Meta’s Muse AI files away your friendships, arguments, and secrets, Malwarebytes, ottobre 2026
Muse Creates Detailed Profiles of All Your Friends and Family, Wired, ottobre 2026
AI Agents Are Fighting — and Amazon Just Blocked Meta’s Muse From Shopping, Medium.com, ottobre 2026
This is how Facebook collects data on you even if you don’t have an account, Vox, 2018


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