Cinque giorni fa l’ESA ha pubblicato questo schema aggiornato del Gateway, l’avamposto orbitale lunare del programma Artemis. Alcuni componenti di questo avamposto, costruito in gran parte in Europa e specificamente in Italia, sono già stati consegnati alla NASA. Ma oggi la NASA ha annunciato che il Gateway è ufficialmente “in pausa”: “The agency intends to pause Gateway in its current form”, ha scritto l’ente spaziale statunitense.
Questo concetto è stato ribadito dal direttore della NASA, Jared Isaacman, in una conferenza stampa poche ore fa [YouTube; la conferenza inizia a 5:30].
L’intero programma Artemis è in subbuglio e viene rivoluzionato ancora rispetto a quanto già accaduto alcune settimane fa. Provo a riassumere i punti salienti delle ultime novità, basandomi sugli annunci di oggi e sulle slide pubblicate in quest’occasione. Lo faccio lasciando da parte con fatica l’adulazione sempre più servile e nordcoreana di questa NASA, che inizia ogni singolo annuncio e comunicato citando per intero il nome del presidente USA, elogiandolo per la sua guida luminosa e usando toni trionfalistici e nazionalisti (“imperativo nazionale”). Una NASA che dimentica disinvoltamente che pochi mesi fa, a maggio 2025, Trump voleva eliminare un quarto del suo budget (solo il Congresso ha evitato questo disastro) e glissa sul fatto che il progetto Artemis è reso possibile solo dai grandi contributi tecnologici ed economici dell’ESA, della JAXA giapponese, della CSA canadese e di molte altre agenzie spaziali internazionali.
Agenzie che in questo momento probabilmente non saranno entusiaste di sapere che il Gateway, uno dei loro contributi più significativi, è stato accantonato senza tante cerimonie.
Piano generale: fino a 30 allunaggi robotici a partire dal 2027 e almeno un allunaggio con equipaggio ogni anno dal 2028 in poi, per costruire un insediamento permanente sulla Luna in tre fasi. La prima fase, che inizia ora, include l’invio di rover, strumenti e dimostratori tecnologici, compresi un riscaldatore a radioisotopi e un generatore termoelettrico a radioisotopi, nonché sistemi di comunicazione, navigazione e spostamento sulla superficie insieme a ricerche scientifiche. La seconda fase (dal 2029) prevede la realizzazione delle prime infrastrutture della base lunare con contributi internazionali. La terza fase (dal 2032) renderà possibile permanenze umane prolungate sulla Luna, usando le “case lunari” italiane MPH (Multi-Purpose Habitat) dell’Agenzia Spaziale Italiana e la jeep lunare fornita dal Canada.
Artemis III confermata come missione in orbita terrestre nel 2027. Il vettore SLS e la capsula Orion (con il suo modulo di servizio europeo) dedicati a questa missione sono in costruzione o quasi completati. Il secondo stadio dell’SLS è pronto ma forse non sarà necessario usarlo (confermando che in sostanza l’SLS è una sorta di Single Stage to Orbit e che il suo lillipuziano secondo stadio attuale è quasi inutile). Quattro astronauti (o forse meno) orbiteranno intorno alla Terra e incontreranno una Starship di SpaceX e/o un landerBlue Moon di Blue Origin. Entrambi questi veicoli commerciali verranno modificati per questo volo dimostrativo e per i loro allunaggi di prova (senza equipaggio). È previsto un attracco vero e proprio (docking), non un semplice rendez-vous in orbita. Questo esemplare di Orion sarà “RPOD capable”, ossia capace di effettuare rendez-vous, manovre nelle vicinanze di altri veicoli e attracchi (Rendezvous, Proximity Operations, Docking). Verranno collaudate anche le nuove tute spaziali per attività extraveicolari AxEMU di Axiom e sarà testato il nuovo scudo termico di Orion. La missione durerà un massimo di 21 giorni ma potrebbe essere prolungata se i veicoli di SpaceX e/o Blue Origin lo consentiranno.
Artemis IV in costruzione e con nuovo secondo stadio; partenza nel 2028. Sono a buon punto anche il vettore e la capsula della missione Artemis IV, che dovrebbe essere la prima ad allunare. Al posto del secondo stadio potenziato (Exploration Upper Stage), che è stato annullato, la NASA intende usare un Centaur V, che è un componente collaudato già disponibile, ma questo uso potrebbe slittare ad Artemis V. Due astronauti scenderanno sulla Luna, al polo sud, usando una Starship oppure una Blue Moon e restando sul suolo lunare per una settimana. La missione durerà in tutto un massimo di 21 giorni.
Artemis V in costruzione iniziale. Alcuni componenti del vettore SLS sono già pronti.
Dopo Artemis V, due allunaggi ogni anno, e niente più SLS. Verranno effettuati con “non meno di due fornitori di lanci”, dice la NASA.
Tute lunari. Verranno collaudate durante Artemis III oppure a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, ma non ci sono novità significative sul loro grado di approntamento.
Stazione Gateway in pausa e riciclata.“the agency intends to pause Gateway in its current form and shift focus to infrastructure that enables sustained surface operations. Despite challenges with some existing hardware, the agency will repurpose applicable equipment and leverage international partner commitments to support these objectives.” In sintesi, la NASA ferma i lavori al Gateway nella sua forma attuale per concentrarsi su risorse che permettano attività continuative sulla superficie lunare. I componenti verranno “riassegnati” (uno va a una missione verso Marte, descritta più avanti) e gli impegni presi dai partner internazionali verranno sfruttati per questa priorità di mandare di nuovo astronauti sulla Luna e costruire un avamposto lunare. La NASA dice che “l’attuale architettura del Gateway, benché rilevante per gli obiettivi esplorativi a lungo termine, non è necessaria per raggiungere gli obiettivi primari” e quindi “la NASA usa elementi del Gateway per consentire la costruzione della base lunare.” L’agenzia statunitense dice inoltre che il lancio del Gateway è in forte ritardo e l’avamposto non sarà operativo prima del 2030 o oltre.
Niente orbita HALO. Questa particolare orbita “ad aureola”, che non passa mai dietro la Luna dal punto di vista terrestre e traccia un’ellisse che si allontana dalla Luna fino a 70.000 km e si avvicina fino a circa 3000, non verrà usata. Era stata sostanzialmente inventata per sopperire alle limitazioni del lanciatore SLS ed era un aspetto molto caratterizzante del progetto Artemis fino a oggi.
Veicolo spaziale interplanetario a propulsione nucleare; userà un pezzo del Gateway. Entro la fine del 2028 la NASA intende lanciare verso Marte un veicolo senza equipaggio denominato Space Reactor-1 Freedom. Sarà il primo veicolo interplanetario a propulsione nucleare elettrica (circa 25 kW) e porterà su Marte dei mini-elicotteri da ricognizione. Verrà costruito usando il modulo PPE (Power and Propulsion Element) del Gateway abbinato a un reattore nucleare, che genererà energia elettrica da usare per accelerare il propellente. I dettagli sono su Ars Technica.
Cambiamenti anche per la Stazione Spaziale Internazionale. La grande stazione che orbita intorno alla Terra riceverà un nuovo componente, il Core Module, che sarà di proprietà governativa statunitense e si collegherà alla Stazione esistente. A questo nuovo modulo attraccheranno altri moduli commerciali, che useranno le risorse della Stazione per essere validati e poi si staccheranno per diventare stazioni commerciali autonome.
Questo articolo non c’entra niente con l’informatica: è una mini-indagine antibufala scaturita da un post che mi ha incuriosito [Global Museum su Mastodon, citato da Charlie Stross]. Oggi conosciamo Stonehenge come uno dei monumenti più importanti del Regno Unito, risalente a oltre 3500 anni fa, ma non è sempre stato così. Il 21 settembre 1915 un barrister (avvocato) britannico, Cecil Chubb, lo comprò all’asta per la cifra non trascurabile di 6600 sterline di allora, pari a circa 800.000 euro di oggi. Il proprietario precedente del terreno su cui sorge il complesso megalitico era morto in battaglia durante la Prima Guerra Mondiale. Fino a quel momento, Stonehenge era stato insomma una proprietà privata.
Una leggenda molto diffusa, tornata in auge in questi giorni [Global Museum su Mastodon], vuole che Chubb effettuò questo acquisto per errore oppure per fare un regalo alla moglie, che gli aveva chiesto di partecipare all’asta per acquistare delle sedie di pregio per la loro casa. La signora Chubb non fu particolarmente entusiasta di ricevere invece quello che all’epoca era un trascurato ammasso di grandi pietre, molte delle quali erano cadute (foto del 1885 circa). Secondo altre fonti, invece, il barrister comprò Stonehenge per impedire che finisse nelle mani di qualche miliardario americano, col rischio che venisse smantellato e trasferito negli Stati Uniti. Nel 1918, stufo dei rimproveri della moglie, Chubb donò il sito al Regno Unito e per questo fu insignito del titolo di primo baronetto di Stonehenge.
La leggenda è carina, ma mancano fonti primarie, le fonti secondarie si contraddicono tra loro, e tutta la vicenda è un po’ troppo bella per essere vera. Chubb era facoltoso e fece davvero quell’acquisto all’asta, ma spendere quella cifra imponente per errore pare davvero improbabile. C’è un altro scenario forse più cinico e plausibile: considerate le umili origini di Chubb, l’acquisto di Stonehenge con successiva donazione potrebbe essere stato un espediente per acquisire rapidamente un titolo e il conseguente status sociale.
Sia come sia, grazie anche a Cecil Chubb oggi il sito fa parte del Patrimonio Mondiale UNESCO ed è visitato ogni anno da circa un milione di persone.
Avete presente il vocoder? Quel dispositivo elettronico usato per creare una voce distorta e robotica, usato da molti musicisti dalla fine degl anni 60 in poi? Alan Parsons (The Raven), Kraftwerk, ELO (Mr. Blue Sky), Stevie Wonder, Herbie Hancock, Michael Jackson (P.Y.T.), Daft Punk, giusto per fare qualche nome? Ha una storia molto particolare.
Il primo vocoder fu inventato nel 1938 da Homer Dudley, un ingegnere degli storici laboratori di ricerca statunitensi Bell Labs, che dopo dieci anni di ricerca su come trasmettere più efficientemente le telefonate ottenne il brevetto USA 2.121.142 (System for the artificial production of vocal or other sounds) per un sintetizzatore vocale.
All’epoca, l’idea di una macchina capace di generare una voce umana (non riprodurla come una radio o un fonografo, ma crearla) sembrava fantascienza. Ma nel 1939 un esemplare di questa macchina, pilotato in diretta da un’operatrice esperta che comandava la generazione dei vocalizzi usando una speciale tastiera e pedaliera, dimostrò al pubblico dell’esposizione mondiale di New York che una voce sintetica era possibile.
Le ricerche di Dudley furono tutt‘altro che frivole: trovarono infatti immediata applicazione in campo militare, per le comunicazioni telefoniche cifrate di altissimo livello, con il sistema SIGSALY, entrato in funzione nel 1943, che finalmente consentì alle forze alleate di comunicare a voce senza che i nazisti potessero decrittare le loro conversazioni.
Questo sistema era composto da speciali impianti situati in vari luoghi del mondo (uno al Pentagono, uno a Londra, uno su una nave, e altri in alcuni luoghi strategici del secondo conflitto mondiale). Ciascun impianto elettronico pesava oltre 50 tonnellate e consumava 30 kW. La crittografia veniva ottenuta usando speciali giradischi situati a entrambi i capi della chiamata telefonica e perfettamente sincronizzati tra loro. Su questi giradischi venivano riprodotti degli speciali dischi che contenevano rumore casuale usato come chiave crittografica. Questo rumore veniva aggiunto al segnale vocale, manipolato dal vocoder, rendendolo incomprensibile. Solo chi possedeva il disco corrispondente poteva decodificarlo. Quei dischi erano in sostanza degli one-time pad analogici. Geniale.
Il progresso tecnologico ridusse rapidamente le dimensioni e i pesi degli apparati elettronici necessari. La versione a stato solido di questo sistema di crittografia telefonica, il KY-9 THESEUS, pesava solo 256 chili. L’HY-2, la versione successiva, datata 1961, ne pesava 45 e fu l’ultima implementazione di un sistema a vocoder per le comunicazioni vocali cifrate.
Negli anni successivi la tecnologia del vocoder passò dagli usi militari a quelli civili, soprattutto in campo musicale, togliendo la crittografia ma mantenendo la capacità di manipolare la voce umana e dando vita non solo al vocoder come lo intendiamo oggi ma anche al talkbox e al controverso Autotune. E così uno strumento di guerra divenne uno strumento per creare arte. Sarebbe bello se capitasse più spesso.
Il lanciatore SLS e la navicella Orion vengono trasportati verso la rampa di lancio 39B. Foto NASA/Brandon Hancock (fonte).
Se tutto andrà come annunciato dalla NASA nella conferenza stampa di giovedì 12 marzo, i quattro astronauti prescelti per la missione Artemis II verranno lanciati in direzione della Luna precisamente 24 minuti dopo la mezzanotte del 2 aprile ora italiana, 56 anni dopo l’ultimo volo umano verso il Satellite che da più di 4 miliardi e mezzo di anni accompagna la Terra nel suo giro intorno al Sole.
Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen, a bordo della navicella Orion denominata Integrity, porteranno con loro alcuni oggetti storici che voleranno intorno alla Luna per poi ritornare sulla Terra. Nei giorni scorsi l’agenzia spaziale statunitense, per bocca del direttore Jared Isaacman, ha dichiarato che “…i reperti simbolici portati da Artemis II riflettono il lungo arco dell’esplorazione americana e le tante generazioni che hanno reso possibile questo momento. I manufatti che verranno portati dai nostri astronauti nello spazio intorno alla Luna sono parti dei nostri primi successi nell’aviazione e nel volo umano nel cosmo, simboli verso cui ci stiamo dirigendo. In questo anno, che segna il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza, l’equipaggio di Artemis II porterà nel giro intorno alla Luna la nostra storia oltre l’orbita terrestre”.
Questi sono gli oggetti più significativi, che voleranno in uno speciale contenitore a bordo della navicella Orion: un campione di tessuto di mussola (2,5 cm x 2,5 cm) proveniente dal Wright Flyer originale, l’aereo con cui i fratelli Wright realizzarono il primo storico volo a motore della storia il 17 dicembre 1903. Il reperto, prestato dal National Air and Space Museum dello Smithsonian, non è al suo primo volo nello spazio: una sua porzione aveva già volato a bordo dello Shuttle Discovery e ora compirà il suo secondo viaggio oltre l’atmosfera terrestre. Al ritorno sulla Terra il tessuto ritornerà al museo, dove verrà riunito con gli altri campioni del Wright Flyer.
Nel prezioso kit di volo non mancano le bandiere, simboli ricorrenti nelle tante missioni spaziali della NASA: tra queste troviamo una piccola bandiera americana che ha già volato in due momenti storici come la prima missione dello Space Shuttle con la navetta Columbia (STS-1), nell’aprile del 1981, e il primo volo di una navicella Dragon con equipaggio di Space X (Demo-2), nel maggio del 2020.
Particolarmente significativa è anche la presenza della bandiera originariamente preparata per la missione lunare Apollo 18, cancellata dall’amministrazione Nixon nel settembre 1970: volerà per la prima volta verso la Luna proprio con Artemis II.
Orion trasporterà anche una copia di un negativo fotografico 4×5 pollici scattato durante la fase finale della missione Ranger 7. Lanciata il 28 luglio 1964 e arrivata sulla Luna tre giorni più tardi, scattò ben 4.308 foto ad alta qualità prima dell’inevitabile impatto con la superficie selenica, che la distrusse.
Voleranno con Artemis II anche campioni di terreno raccolti alla base di alberi cresciuti da semi portati a bordo del primo volo del programma Artemis, avvenuto a novembre del 2022, e prelevati nei dieci centri della NASA in cui vennero piantati.
La Canadian Space Agency (CSA), l’agenzia spaziale canadese, che partecipa al volo con l’astronauta Jeremy Hansen, contribuirà al kit con semi di alberi, destinati a essere distribuiti al termine della missione, e apporrà adesivi e toppe, a testimonianza di una collaborazione che rappresenta uno dei pilastri del programma, rafforzando ulteriormente il carattere internazionale del programma Artemis di ritorno alla Luna.
Ci saranno inoltre molti oggetti di piccole dimensioni a bordo della navicella Orion, fra cui una scheda SD contenente milioni di nomi raccolti durante la campagna “Invia il tuo nome nello spazio”: un modo per portare simbolicamente il pubblico insieme con i quattro astronauti attorno alla Luna.
Ci saranno poi bandierine, toppe e spille, da distribuire al termine dello storico viaggio ai dipendenti e stakeholder che hanno contribuito alla sua realizzazione, e oggetti provenienti dai diversi partner del programma internazionale Artemis: l’ESA, l’ Agenzia Spaziale Europea, che fornisce il Modulo di Servizio Europeo di Orion, includerà una bandiera.
In totale il kit ufficiale dei souvenir che sarà portato a bordo di Orion pesa 4,5 kg. L’elenco dettagliato è pubblicato su Nasa.gov.
Ecco le nuove date e i nuovi orari delle prossime possibilità di lancio della missione circumlunare con equipaggio Artemis II, secondo il fuso orario dell’Europa centrale (CET):
2 aprile: 00:24
3 aprile: 01:22
4 aprile: 2:00
5 aprile: 2:53
6 aprile: 3:40
7 aprile: 4:36
Ciascuna di queste date ha una finestra di lancio di 120 minuti: in altre parole, la NASA ha due ore di tempo, a partire dall’orario indicato, per far decollare il razzo gigante SLS e la navicella Orion con i suoi quattro occupanti. C’è anche una data possibile alla fine di aprile, ma speriamo di non dover rinviare ancora questa fatidica partenza.
La NASA prevede per la serata di oggi (ora italiana) un aggiornamento della situazione del programma Artemis nel corso di una conferenza stampa presso il Kennedy Space Center alla quale saranno presenti i vertici del programma di ritorno alla Luna.
Nel frattempo, l’ente spaziale americano ha pubblicato il menu che i quattro astronauti di Orion consumeranno durante lo spettacolare viaggio che li porterà nelle vicinanze del Satellite naturale della Terra prossimamente, si spera già nel prossimo mese di aprile.
I massimi esperti dell’alimentazione spaziale della NASA, in collaborazione con l’equipaggio di Artemis II (il comandante Reid Wiseman, il pilota Victor Glover e gli specialisti di missione Christina Koch e Jeremy Hansen), hanno studiato in queste settimane un menu che possa rispondere sia alle esigenze pratiche imposte dallo spazio disponibile a bordo della navicella Orion sia alle esigenze nutrizionali, senza sacrificare i gusti personali, per il viaggio spaziale di dieci giorni che li attende.
A bordo della navicella non ci sono né frigoriferi né una cucina e la microgravità impone di evitare alimenti che possano produrre briciole o residui fluttuanti, che potrebbero danneggiare gli strumenti di bordo o essere inalati. Per questo motivo il cibo imbarcato a bordo è praticamente pronto al consumo, o al massimo richiede di essere reidratato o riscaldato, tramite uno specifico scaldavivande. La dispensa di “Orion” presenta quindi cibo reidratabile e termostabilizzato, cioè trattato con radiazioni per eliminare batteri e garantire una lunga conservazione. Tutti i pasti devono restare sicuri, leggeri e facilmente consumabili durante l’intera missione.
Il menu di bordo studiato per ogni membro dell’equipaggio prevede più di 180 prodotti tra bevande, pasti pronti, snack e dolci organizzati in speciali involucri per contenere il cibo necessario per due o tre giorni, offrendo una certa flessibilità nella scelta dei pasti.
Durante le fasi del lancio e del rientro sulla Terra Wiseman, Glover, Koch e Hansen non possono utilizzare il sistema di acqua potabile della navicella Orion: per questo in quei delicati momenti non è previsto il consumo di cibi liofilizzati, che richiedono acqua per essere reidratati. Escluse queste fasi particolari, nelle normali giornate durante la trasvolata Terra-Luna-Terra gli astronauti seguiranno un programma con colazione, pranzo e cena.
Per motivi di spazio, ognuno potrà consumare non più di due bevande aromatizzate al giorno. Il menu è molto più ricco rispetto alle prime storiche missioni lunari del programma Apollo. Tra le bevande sono previsti caffè (ne avranno complessivamente 43!), tè verde, frullato mango-pesca, bevanda al cioccolato, bevanda alla vaniglia, limonata, sidro di mele*, bevanda all’ananas, cacao e bevanda alla fragola.
* Nell’inglese nordamericano, la parola cider (o apple cider o soft cider) indica una bevanda non filtrata, non zuccherata e analcolica ottenuta dalle mele. Nell’inglese usato nel resto del mondo, cider indica invece una bevanda alcolica, sempre ottenuta dalle mele, che in inglese nordamericano è denominata hard cider [Wikipedia] ed equivale all’italiano sidro [Wikipedia].
I piatti principali e i contorni sono composti da tortillas, pane piatto integrale, quiche di verdure, salsiccia, couscous con frutta secca, insalata di mango, granola con mirtilli, mandorle, anacardi, brisket di manzo affumicato, broccoli gratinati, fagiolini piccanti, maccheroni al formaggio, macedonia tropicale, zucca e cavolfiore.
Il menu include anche dolci, tra cui torte, budini e mandorle glassate, oltre a diversi condimenti e cinque salse piccanti con diversi livelli di intensità.
Questo è il testo della puntata del 9 marzo 2026 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.
CORREZIONE: nel podcast dico che l’app Nearby Glasses è disponibile anche per smartphone Apple. Non è così. Ho corretto il testo qui sotto. Mi scuso per l’errore.
[CLIP: Zuckerberg presenta gli occhiali di Meta e Ray-Ban]
È la voce di Mark Zuckerberg, che alcuni mesi fa ha presentato gli occhiali “smart” di Meta*, dotati di minischermo integrato, microfoni per ascoltare i comandi dell’utente, altoparlanti per sussurrargli informazioni, e minuscole telecamere. E ovviamente dotati anche di intelligenza artificiale, che arriva via Internet tramite lo smartphone. Sono in vendita anche da noi a partire da circa 350 franchi, lenti correttive escluse.
* Meta ha adottato il termine “AI Glasses” anche in italiano nel proprio materiale promozionale.
Secondo Zuckerberg, questi occhiali, abbinati a un braccialetto che rileva i movimenti del polso, permetteranno di fare a meno del computer. In effetti basta dire a questi occhiali “Ehi Meta, fai una foto” per scattare una fotografia presa dallo stesso punto di vista dell’utente. Altri comandi vocali e gestuali consentono di scrivere messaggi, identificare e descrivere oggetti, tradurre conversazioni in tempo reale, e così via, in maniera praticamente invisibile.
Ma questa invisibilità significa che questi occhiali vengono anche usati dai molestatori per fare riprese abusive in luoghi privati e intimi, passando inosservati perché la gente non si aspetta che degli occhiali dall’aria assolutamente normale includano una telecamera e non sa che con poca spesa è anche possibile disattivare la loro lucina che avvisa che è in corso una ripresa.
Oltretutto Meta vuole offrire anche un servizio di identificazione delle persone inquadrate, che ovviamente permette a chi ha buone intenzioni di fingere di ricordarsi che vostra zia si chiama Adalgisa ma consente ai malintenzionati di identificare in massa e automaticamente tutte le persone che inquadrano con questi occhiali.
Anche la privacy di chi li usa è a rischio, perché l’audio e le immagini che questi occhiali acquisiscono in continuazione non sono privati: spesso vengono visti dai dipendenti delle aziende incaricate da Meta di fare monitoraggio della qualità del servizio.
Questa è la storia della nuova generazione di occhiali “smart”, dei loro pro e contro, e dell’app che permette di sapere se qualcuno nelle nostre vicinanze li sta usando, per tentare di capire se questo sarà il prossimo gadget universalmente desiderabile oppure un flop o, peggio ancora, una trappola.
Benvenuti alla puntata del 9 marzo 2026 del Disinformatico, il podcast mensile della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.
[SIGLA di apertura]
Se sentite nominare occhiali “smart” e vi viene in mente ancora Google Glass, il prodotto presentato appunto da Google nel 2012 in pompa magna ma scomparso tre anni più tardi, aggiornate subito la vostra immagine mentale. Gli occhiali computerizzati presentati da Meta insieme a marchi come Ray-Ban e Oakley a settembre 2025 sono completamente diversi. Non c’è più quell’ingombrante, antiestetico braccetto che sporgeva davanti a una delle lenti e faceva sembrare chi lo indossava una sorta di impresentabile incrocio fra un orafo cyberpunk e un Borg di Star Trek. Gli occhiali smart di oggi sembrano dei normali occhiali, con una montatura e delle astine leggermente più corpose rispetto a quelle tradizionali, ma niente di più.
In quelle astine e in quelle montature c’è di tutto: una batteria, un touchpad, una serie di microfoni, due minialtoparlanti, due telecamere, i processori che elaborano e smistano tutti i dati generati e ricevuti dagli altri componenti, e un trasmettitore e ricevitore Bluetooth per comunicare con lo smartphone. Questi occhiali “smart” pesano solo un ventina di grammi in più rispetto a quelli tradizionali equivalenti.
Non sono autonomi: dipendono appunto dallo smartphone per connettersi a Internet, e il grosso dell’elaborazione dei dati avviene sui computer remoti di Meta, non localmente. Se non c’è Internet, se non c’è campo o se lo smartphone è scarico, gli occhiali “smart” perdono quasi tutte le loro funzionalità.
Ma quando tutto funziona, questi occhiali fanno cose davvero notevoli: diventano l’interfaccia alternativa dello smartphone. Il telefono rimane in tasca o nella borsetta, e invece si scattano foto, si fanno video, si fanno scorrere i messaggi social, si risponde alle telefonate direttamente dagli occhiali, si chiede a voce di riconoscere un fiore o un quadro o qualunque altro oggetto (o anche una persona), si ottengono indicazioni visive di quale direzione prendere per raggiungere una certa destinazione. E con il braccialetto che rileva i movimenti della mano diventa possibile scrivere su una tastiera virtuale o addirittura scrivere tracciando con un dito la forma delle singole lettere, tenendo la mano in tasca. L’ideale per inviare un messaggio con discrezione senza far vedere che si tira fuori il telefono.
C’è di più: le telecamere negli occhiali possono diventare gli occhi delle persone ipovedenti o cieche, grazie a servizi come Be My Eyes, che usano un mix di intelligenza artificiale e di volontari per fornire assistenza visiva remota. I microfoni possono ascoltare una conversazione e passarla via Internet a sistemi di riconoscimento vocale, per far comparire istantaneamente sullo schermo degli occhiali i sottotitoli di un film o di una conversazione, aiutando così chi ha problemi di udito. L’audio può essere anche inviato a sistemi di traduzione automatica, per fornire quasi in tempo reale la trascrizione tradotta di quello che viene detto.
Insomma, gli usi positivi di certo non mancano, ed è indubbiamente comodo avere un assistente che vede e sente tutto quello che facciamo e può aiutarci in ogni momento, perché lo abbiamo letteramente già addosso, e non è vistoso e antiestetico. E infatti, nonostante il prezzo non regalato, gli occhiali “smart” si vendono bene. EssilorLuxottica, il fabbricante di questi prodotti di Meta, ha dichiarato di averne piazzati oltre sette milioni di esemplari nel 2025, in aggiunta ai due milioni venduti in totale nei due anni precedenti [CNBC].*
* Oltre a Meta, prodotti analoghi sono proposti o in fase di sviluppo da parte di Snapchat e Google.
Ma proprio le loro caratteristiche favorevoli più evidenti sono anche le più problematiche.
Questi occhiali “smart” potenziati con l’intelligenza artificiale hanno l’aspetto di occhiali normali e quindi passano inosservati. Questo vuol dire che è facilissimo abusarne per effettuare riprese di nascosto, anche perché a differenza del telefono, che va estratto e puntato, le telecamere integrate in questi occhiali sono già nella posizione di ripresa perfetta, ossia accanto agli occhi dell’utente. Chi vuole fare riprese non fa nessun gesto rivelatore, ma si limita a dire a bassa voce agli occhiali di iniziare a registrare un video, oppure tocca leggermente il touchpad presente sull’astina. Tutto qui.
E la lucina a LED che si illumina quando inizia una ripresa video è facile da disabilitare, tanto che le istruzioni per farlo sono su YouTube. In alcuni casi è sufficiente un banale tappino adesivo sagomato, nonostante Meta abbia progettato i propri occhiali in modo che non funzionino se la spia luminosa è coperta [404 media, paywall].
Gli abusi di questo genere non si sono fatti attendere [CNN; Yahoo]*. TikTok, Instagram e altre piattaforme social sono pieni di video in cui un uomo attacca bottone con una donna e riprende le sue reazioni alle avances senza chiederle il permesso di riprenderla e men che meno di postare il suo volto sui social. Questi video ottengono migliaia e a volte milioni di visualizzazioni e quindi portano denaro a chi li pubblica; sono diventati una moda e un fenomeno di massa.
* La BBC segnala un caso risalente al 2019: un ginecologo britannico ha usato occhiali con telecamera incorporata per riprendere di nascosto una donna mentre faceva sesso con lui e poi l’ha ricattata. È stato processato e condannato a 14 mesi di carcere. Sempre la BBC nel 2024 riferisce di un altro caso di abuso di occhiali dotati di telecamera.
Questi uomini credono di avere il diritto di fare riprese di nascosto a persone specifiche, perché sono in un luogo pubblico (ma la legge di quasi tutti i paesi dice il contrario). Questi uomini considerano le donne che abbordano come oggetti da monetizzare, ai quali quindi non ritengono di dover chiedere consensi o permessi. L’idea che una donna non voglia essere mostrata a milioni di persone e poi essere bersagliata da commenti misogini o diventare vittima di stalking non li sfiora nemmeno [BBC]. E i social network, invece di vietare e rimuovere questi tipi di video, li promuovono. Siamo arrivati alla monetizzazione delle molestie.
Una donna ripresa da degli occhiali “smart”. Il video ha avuto oltre un milione di visualizzazioni su TikTok [BBC].
Gli occhiali “smart” sono insomma una manna dal cielo per questi uomini e un pericolo nuovo e ulteriore per le donne, che adesso dovranno cominciare a chiedersi se ogni interazione con una persona che non conoscono sia una ripresa nascosta che verrà pubblicata sui social. E il pericolo aumenterà a dismisura se, come sembra, Meta aggiungerà il riconoscimento facciale ai propri dispositivi indossabili [New York Times]. Se oggi una vittima può in parte proteggersi evitando di dare il proprio nome o altri dati personali a uno sconosciuto, con l’arrivo del riconoscimento facciale il molestatore avrà direttamente tutti i dati che gli servono, dal nome al numero di telefono all’indirizzo di casa e di lavoro, gentilmente forniti da Meta.
Anche senza arrivare a questi livelli di patetica misoginia, ci sono moltissime situazioni comuni nelle quali andare in giro con degli occhiali in grado di fare riprese di nascosto è inaccettabile o addirittura illegale. Basta pensare a luoghi come studi medici, ospedali, scuole, spogliatoi: qualunque spazio nel quale ci sia la ragionevole presunzione che non ci siano telecamere o microfoni che filmano e ascoltano.
Paradossalmente, a febbraio scorso persino il personale di Meta è stato colto a indossare questi occhiali in un tribunale californiano, dove le riprese sono vietate, ed è stato quindi ammonito dal giudice durante un’audizione di Mark Zuckerberg, che era stato convocato come testimone di un processo nel quale Meta e YouTube sono accusati di creare dipendenza nelle persone giovani. Il solo fatto di averli addosso, quindi in sostanza di aver attaccata alla faccia una telecamera puntata e pronta a filmare, è percepito come un rischio, un atto ostile. Se decidete di indossare un oggetto di questo genere, anche con le migliori intenzioni, potreste essere visti come potenziali molestatori o ficcanaso.
L’uso di questi occhiali rischia di essere problematico anche durante la guida, dove la comparsa di messaggi e immagini davanti a un occhio potrebbe essere interpretata come intralcio alla vista e distrazione dalla conduzione del veicolo. A scuola, i docenti che adesso tribolano per far rispettare i sempre più diffusi divieti di uso del telefonino nelle sedi scolastiche vedranno complicarsi ulteriormente questo compito, anche perché questi occhiali possono montare lenti correttive e quindi non si può semplicemente chiedere a una persona di toglierseli e metterli via come si fa con lo smartphone. Inoltre controllare che siano effettivamente spenti o inattivi non è affatto intuitivo.*
* Futurism cita il caso di una donna che è andata in un centro estetico per una depilazione intima e si è accorta che la sua estetista indossava occhiali “smart” di Meta. Ha protestato per la situazione, ma l’estetista ha detto che gli occhiali erano spenti e li doveva indossare perché hanno lenti correttive.
E questo è un problema che riguarda anche gli utenti di questi occhiali. Un’indagine svolta da due giornali svedesi [Svenska Dagbladet, Göteborgs-Posten] in collaborazione con un giornalista kenyota [Naipanoi Lepapa] denuncia che le immagini e le registrazioni audio acquisite dagli utenti degli occhiali “smart” sono state viste dai dipendenti di Sama, una società con sede in Kenya che opera in subappalto per conto di Meta e fa la cosiddetta annotazione dei video (una sorta di catalogazione dei contenuti).
Fra le cose personali viste da questi dipendenti, dice l’indagine, ci sono riprese di attività sessuali, persone che si svestono, persone che usano la toilette, inquadrature di carte di credito e di video pornografici. A quanto pare gli occhiali “smart” sono così comodi e impercettibili che i loro stessi acquirenti si dimenticano che li stanno indossando e sono in modalità di acquisizione.
Meta ha confermato che in alcuni casi i contenuti che gli utenti condividono con l’azienda, attraverso la chat interattiva degli occhiali, vengono passati ad altre aziende a scopo di miglioramento del servizio, ma soltanto, dicono, dopo che sono stati filtrati, per esempio sfocando i volti [ma sembra che non lo faccia sempre, secondo BBC], e possono includere contenuti registrati dagli occhiali quando l’utente li attiva involontariamente. Tutto questo viene spiegato in dettaglio nelle oltre novemila parole dell’informativa sulla privacy apposita e dell’avviso sulla privacy delle funzioni vocali degli occhiali di Meta. Novemila parole che probabilmente pochissimi degli utenti di questi disposiivi si prenderanno la briga di leggere.
Questa situazione ha indotto uno dei garanti per la protezione dei dati del Regno Unito a chiedere spiegazioni a Meta, e negli Stati Uniti è stata depositata una class action contro Meta e Luxottica of America che contesta l’ingannevolezza dello slogan usato da Meta per promuovere questi occhiali, che è “progettati per la privacy, controllati da te” [“designed for privacy, controlled by you”]: la class action afferma infatti che
[Voce sintetica che legge la citazione]Nessun consumatore ragionevole interpreterebbe frasi come “progettati per la privacy, controllati da te” e promesse simili, come “costruiti per la tua privacy”, nel senso che filmati profondamente personali, girati all’interno delle loro case, vengano visionati e catalogati da operatori umani all’estero. Meta ha scelto di mettere la privacy al centro della sua pervasiva campagna di marketing, nascondendo però i fatti che rivelano la falsità di tali promesse.
L’azione legale è ancora in corso. Nel frattempo, chi sta pensando di acquistare questi occhiali dovrebbe informarsi bene su come funzionino realmente, tralasciando gli slogan. E chi invece rischia di essere bersaglio degli utenti molesti di questi dispositivi dovrebbe sapere prima di tutto che esistono e poi come riconoscerli, per esempio notando lo spessore delle astine o la presenza di piccoli elementi circolari sul frontale delle montature: sono gli obiettivi delle loro telecamere.
Ma c’è chi ha fatto di più: Yves Jeanrenaud, un docente dell’Università di scienze applicate di Darmstadt, in Germania, ha pubblicato un’app che aiuta a rilevare la vicinanza di questi occhiali “smart”. L’app si chiama Nearby Glasses, è gratuita e open source [GitHub] ed è disponibile per smartphone Android [Google Play; Izzysoft.de] e Apple[errore mio, scusate]. Sfrutta il fatto che questi occhiali comunicano con lo smartphone del loro utente tramite Bluetooth. Quando un dispositivo comunica in questo modo, nei segnali radio che emette c’è un identificativo che indica il fabbricante. Questi segnali sono captabili e decifrabili dall’app. Se Nearby Glasses rileva degli identificativi di fabbricanti che corrispondono a quelli di Meta e di altre aziende che fabbricano prodotti analoghi [per esempio quelli di Snapchat], fa comparire sul telefono un avviso.
L’app può dare dei falsi positivi e si limita a rilevare il fatto che questi occhiali sono accesi [ma non può sapere se vengono usati per effettuare riprese e quali siano le intenzioni di chi fa queste eventuali riprese]. Di conseguenza il creatore dell’app raccomanda di non aggredire chi indossa occhiali “smart” e di non presumere che tutti coloro che li indossano siano molestatori o comunque malintenzionati. Ma il fatto stesso che sia stata realizzata quest’app indica quanto sia sentito il problema.
L‘avvento degli occhiali digitali è insomma una nuova rivoluzione delle nostre abitudini sociali e delle nostre sicurezze, che va seguita con attenzione e prudenza. È il caso di dire che in un modo o nell’altro, ne vedremo delle belle.
Questa sera alle 20:40 parteciperò in studio in diretta alla puntata del programma Patti Chiari dedicata ai rischi dei social network e in particolare di TikTok: fake news, algoritmi che promuovono contenuti tossici di violenza, razzismo e sessismo, vigilanza insufficiente, esposizione dei minori a contenuti assolutamente inadatti, e soprattutto creazione di dipendenza.
È stata depositata in Svizzera un’iniziativa popolare federale (Foglio Federale 3 marzo 2026) per far assumere ai grandi fornitori del settore informatico le loro responsabilità di tutela contro disinformazione, molestie, abusi, truffe e materiale criminale e obbligarli a proteggere i diritti fondamentali dei cittadini. L’iniziativa, lanciata dalla Fondazione Guido Fluri, ha l’appoggio di tutti i principali partiti politici nazionali e anche quello dell’Alleanza delle organizzazioni dei consumatori (ACSI, Konsumentenschutz, FRC) [Swissinfo]. L’idea di base è molto valida; la vera sfida è come applicarla concretamente. Ne parleremo stasera.
La presentazione e la registrazione della puntata sono qui. Potete rivedere la puntata qui sotto (non so se ci sono georestrizioni). Il sondaggio informale svolto da Patti Chiari indica che il 90% dei partecipanti sarebbe a favore di vietare i social network sotto i 16 anni.
Paolo G. Calisse è a capo della Sostenibilità e della Pianificazione delle Operazioni del Cherenkov Telescope Array Observatory, un grande osservatorio per l’astronomia a energie molto alte (Very High Energy) in costruzione a La Palma, nelle Isole Canarie, e vicino Paranal, in Cile. Negli ultimi anni ha sviluppato un grande interesse per tutti i temi che riguardano la lotta alla Crisi Climatica e le sue conseguenze per il nostro pianeta.
Questo articolo include il link ad un modulo che va firmato entro il 6 marzo 2026 da tutti coloro che sono contrari a questo ulteriore tentativo di “privatizzare” il cielo.
Ripetiamo qui l’indirizzo del modulo (incluso anche nel corpo dell’articolo):
Immagine realizzata da Alan Dyer/AmazingSky.com nel 2024 (Instagram).
Negli ultimi anni stiamo assistendo a una trasformazione silenziosa ma profonda del cielo notturno. L’espansione delle megacostellazioni satellitari sta modificando non solo il modo in cui osserviamo le stelle, ma anche l’ambiente terrestre e i delicati equilibri dell’atmosfera.
Due progetti attualmente al vaglio della Federal Communications Commission (FCC) statunitense, anche se poco credibili per adesso già dal punto della fattibilità tecnica ed economica, rischiano di avere un impatto ancora maggiore: la costellazione Reflect Orbital e il nuovo ambizioso piano di SpaceX per il lancio di un milione, sì avete capito bene, UN MILIONE di satelliti.
Questi progetti comportano enormi rischi ambientali, scientifici ed ecologici, che analizzeremo nel seguito.
Un cielo sempre più affollato
Al momento attuale orbitano attorno alla Terra quasi 15.000 satelliti attivi, un numero cresciuto esponenzialmente con l’avvento delle megacostellazioni, ossia flotte composte da migliaia di unità progettate per fornire servizi globali come telecomunicazioni e connessione Internet. Questo ritmo di crescita è sostenuto da un modello industriale che prevede una vita operativa molto breve per ogni satellite, spesso di pochi anni, e la necessità di continue sostituzioni e aggiornamenti.
La conseguenza è duplice: l’orbita terrestre bassa diventa sempre più congestionata e la quantità di satelliti destinati a rientrare nell’atmosfera aumenta a ritmi senza precedenti. La maggior parte dei satelliti viene intenzionalmente fatta rientrare e disintegrare a fine vita negli strati alti dell’atmosfera, attraverso un processo noto come demisability, termine coniato ad hoc da Starlink(vedi commento di @daryl qui sotto), che comporta la frammentazione del materiale in polveri e particelle metalliche.
Questo avviene senza considerare i rischi sempre più elevati di perdita di controllo e di collisione di alcuni di questi satelliti, che potrebbero generare un aumento crescente della quantità di detriti in orbita (Sindrome di Kessler), al punto di rendere impossibile l’accesso all’orbita soprattutto da parte di equipaggi umani, a causa dei rischi connessi.
Il CRASH Clock è un indicatore ambientale che valuta il rischio di collisione nell’orbita terrestre bassa (low Earth orbit, LEO), ovvero quanto tempo passerebbe prima che avvenga una collisione tra satelliti attivi, detriti spaziali o stadi di razzi abbandonati, se tutte le manovre correttive venissero improvvisamente sospese. Al momento attuale il crash clock stima questo tempo come 3.8 giorni. Per avere un confronto, questo tempo era di 168 giorni ad inizio 2018, e si assottiglia sempre più. È facile immaginare cosa accadrebbe in futuro con un ulteriore incremento del numero di satelliti in orbita.
Reflect Orbital: specchi nello spazio
Tra i progetti più controversi c’è Reflect Orbital, che propone il lancio di 50.000 satelliti dotati di specchi per riflettere la luce solare verso la Terra durante la notte. Gli impatti potenziali sono enormi e includono:
aumento dell’inquinamento luminoso notturno;
disturbo ai ritmi naturali della fauna, che si orienta con la luce;
alterazione dei cicli sonno-veglia umani;
compromissione delle osservazioni astronomiche sia professionali sia amatoriali. Già oggi osservatori come il Vera Rubin, che dispongono di un grande campo visivo, devono attuare varie contromisure per limitare i danni alle loro osservazioni.
Il cielo buio è una risorsa naturale fondamentale non solo per la scienza, ma anche per l’ambiente e la cultura. La riflessione artificiale della luce notturna da parte di migliaia di specchi orbitanti rappresenterebbe una minaccia senza precedenti per l’astronomia da terra, già messa a dura prova dalla crescita dell’illuminazione urbana.*
* Da notare che tra i presunti benefici di questa costellazione viene indicato “l’incremento delle ore lavorative”. Un po’ quello che avviene nei pollai industriali, insomma, ma applicato all’intera umanità.
Il mega-progetto SpaceX: un milione di satelliti
Parallelamente, SpaceX ha presentato alla FCC una nuova richiesta per ottenere l’autorizzazione al lancio di fino a un milione di satelliti per costituire data center orbitanti, un progetto separato dal già vastissimo programma StarLink. Molti di questi satelliti verrebbero collocati in orbite eliosincrone, costantemente illuminate dal Sole, risultando quindi molto visibili e con un impatto significativo sull’aspetto di almeno alcune aree del cielo notturno.
Oltre al problema dell’inquinamento luminoso e del traffico orbitale, ricerche recenti evidenziano che la massa e la frequenza di questi satelliti avrebbero conseguenze dirette anche sull’atmosfera terrestre al lancio e al rientro. I modelli mostrano che la combustione in atmosfera di un numero così elevato di mezzi potrebbe produrre quantità senza precedenti di metalli e ossidi di alluminio, con effetti potenzialmente gravi sul clima e sull’ozono.
L’atmosfera trasformata in un “crematorio per satelliti”
Alcuni ricercatori avvertono che la Terra sta rischiando di trasformare la propria atmosfera in un gigantesco crematorio per satelliti. A ogni rientro, infatti, i satelliti vengono riscaldati a migliaia di gradi Celsius e si disintegrano, liberando:
alluminio e ossidi di alluminio (allumina);
litio e rame;
altre particelle metalliche derivanti dai materiali strutturali.
Studi recenti mostrano che questi materiali sono già presenti negli aerosol dell’alta atmosfera, con potenziali implicazioni per:
la riduzione dello strato di ozono, essenziale per filtrare le radiazioni ultraviolette;
il riscaldamento della stratosfera, alterato dai residui di razzi e dalle particelle metalliche;
Alcune proiezioni indicano che già entro il 2030 i rientri di massa dei satelliti potrebbero iniettare migliaia di tonnellate di materiale nella mesosfera e stratosfera ogni anno, in una zona dove la densità dell’aria è ridotta e quindi altamente sensibile a incrementi in percentuale di queste sostanze. Se le richieste di nuovi lanci verranno approvate e replicate da altri operatori privati, l’impatto potrebbe risultare ancora più significativo.
Il ruolo della FCC e il tempo per intervenire
La FCC sta attualmente valutando i due progetti. Le finestre per inviare osservazioni pubbliche sono molto strette:
Reflect Orbital: scadenza il 9 marzo 2026
SpaceX – megapiano da 1 milione di satelliti: scadenza il 6 marzo 2026 (oggi!)
L’associazione Astronomers for Planet Earth (A4E), di cui l’autore fa parte e che si batte per la lotta alla crisi climatica con il supporto di un’ampia comunità di astronomi e astrofisici, ha espresso fermamente la propria opposizione in un documento disponibile qui, sottolineando la minaccia che tali iniziative rappresentano per l’astronomia, gli ecosistemi e la tutela del cielo notturno. A4E invita cittadini e ricercatori a sostenere una dichiarazione ufficiale, in inglese, da inviare alla FCC, e disponibile a questo link.
Una responsabilità collettiva verso il futuro del cielo
Il cielo notturno non è solo un patrimonio scientifico, ma anche culturale ed ecologico. Le megacostellazioni offrono vantaggi tecnologici indiscutibili, ma sollevano questioni etiche e ambientali profonde. L’attuale corsa allo spazio da parte di alcuni gruppi privati rischia infatti di trasformare l’accesso all’orbita e all’atmosfera in un modello “usa e getta” su scala planetaria.
Le evidenze scientifiche ci dicono che il cielo non è un luogo isolato: ciò che avviene in orbita ha ricadute dirette sul clima, sulla biodiversità e sulla nostra capacità di osservare l’universo.
Siamo quindi a un bivio storico. Le scelte che prenderemo oggi definiranno il modo in cui le generazioni future potranno guardare il cielo, non solo per noi astronomi, ma anche come spazio naturale da preservare.