Un mese fa ho annunciato che avevo chiuso i commenti di questo blog per varie ragioni, non ultima la comparsa di commenti spam (probabilmente generati da IA) talmente realistici da rendere difficile distinguerli da quelli sinceri.
Comprensibilmente, questa scelta drastica non è piaciuta a nessuno, nemmeno a me. Provo a riaprire i commenti con alcune restrizioni:
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Come prima, tutti i commenti restano in coda senza essere pubblicati fino a che un moderatore (io) li approva.
Ho inoltre attivato la notifica via mail dei nuovi commenti, così sarò un po’ meno lento nel leggerli e approvarli.
Grazie della pazienza e della comprensione. Fatemi sapere (nei commenti) se tutto funziona!
Martino, che sta organizzando come consueto le iscrizioni al Pranzo dei Disinformatici, mi chiede di segnalare pubblicamente che ha risposto personalmente a tutti gli iscritti. Se gli avete scritto ma non avete ricevuto una sua risposta, vuol dire che la vostra mail non gli è mai arrivata.
Ritentate! Mal che vada, scrivetemi nei commenti (che ho appena riaperto) e vi metterò in contatto in qualche altro modo.
Nel numero di novembre 1975 della rivista scientifica Physical Review Letters c’è un articolo, intitolato Two-, Three-, and Four-Atom Exchange Effects in bcc ³He, che ha come coautore un gatto. Lo stesso gatto è addirittura autore unico di un altro articolo di fisica, pubblicato in francese sulla rivista scientifica divulgativa La Recherche a settembre del 1980. L’articolo s’intitola L’hélium 3 solide. Un antiferromagnétique nucléaire.
Non è un errore o una svista. I lavori di questo autore a quattro zampe, che si firmava F.D.C. Willard, furono pubblicati intenzionalmente.
Nel 1975, infatti, il fisico e matematico statunitense Jack H. Hetherington, della Michigan State University, voleva pubblicare su Physical Review Letters un articolo che presentasse i risultati delle sue ricerche nel campo della fisica delle basse temperature. Scrisse l’articolo usando la prima persona plurale (“we”), ma un collega al quale aveva mandato il testo per la revisione gli disse che la rivista non avrebbe accettato il “noi” in un articolo scritto da una sola persona.
Invece di ribattere a macchina tutto l’articolo correggendo pronomi e verbi (nel 1975, per cui niente word processor), Hetherington decise che sarebbe stato più efficiente aggiungere un secondo autore. E che sarebbe stato ancora più efficiente evitare di scomodare qualche collega chiedendogli se volesse diventare coautore. Così il fisico scelse di nominare coautore il suo gatto siamese, di nome Chester, figlio di un altro siamese di nome Willard. Il gatto diede il silenzio-assenso, e così Jack Hetherington aggiunse al proprio articolo il nome “F.D.C. Willard”, dove “F.D.” sta per Felis domesticus, il nome scientifico del gatto domestico, “C.” sta per “Chester” e “Willard” è il nome del genitore.
E così, sul numero 35, datato novembre 1975, della rivista scientifica Physical Review Letters c’è un articolo di fisica co-firmato da un gatto.
La burla del fisico venne alla luce tre anni più tardi, nel 1978, a un simposio scientifico che si teneva a Grenoble. In quell’occasione Hetherington inviò alcune copie firmate di quell’articolo a degli amici e colleghi, includendo la “firma” del suo coautore felino: l’impronta di una sua zampa.
Da domani, 28 settembre, ricomincia la mia partecipazione al programma radiofonico Niente Panico insieme a Rosy Nervi sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera di lingua italiana. Come consueto, racconterò un po’ di chicche scientifiche e informatiche raccolte durante la pausa estiva.
Mi arrivano segnalazioni di questo allarme circolante su WhatsApp e altri social network. Vi anticipo subito che è un falso allarme. Ecco il testo:
Se siete amministratori di qualche gruppo WhatsApp – e nel caso non lo sapeste – a partire da sabato l'IA sarà disponibile su WhatsApp e avrà accesso a tutte le chat. Pertanto, tutti gli amministratori dei gruppi dovrebbero attivare l'opzione "Privacy avanzata". In caso contrario, l'IA potrà aprire i messaggi del gruppo, visualizzare i numeri di telefono e persino accedere ai dati personali presenti sul telefono, incluse le chat private.
Ecco come evitarlo:
1. Apri la chat di gruppo.
2. Tocca il nome della chat nella parte superiore.
3. Scorri verso il basso e attiva l'opzione "Privacy avanzata della chat".
Vi invito a farlo il prima possibile (e a condividere questa informazione con gli altri gruppi di cui fate parte); questa operazione può essere eseguita solo dagli amministratori.
Già il fatto che l’avviso dice genericamente “da sabato”, in modo che sembri perennemente attuale, dovrebbe mettere in guardia.
L’avviso è falso e va cestinato e fermato, magari chiedendo di fare altrettanto a chi ve l’ha girato senza verificarlo.
L’IA non arriverà “da sabato”: è già presente da tempo in WhatsApp. Non ha accesso a tutte le chat: solo a quelle alle quali le chiedete di partecipare menzionandola. In altre parole, legge solo quelle che le chiedete di leggere.
Quindi attivare l’opzione di privacy avanzata non ha alcun effetto in questo senso. Questa opzione serve per altre cose.
Questo è il testo della puntata del14 settembre2026del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.
Il mito del telefonino che ascolta ogni conversazione e la manda a qualche servizio globale di sorveglianza sta per essere sostituito. Al posto di questa falsa credenza rischia di arrivare una realtà concreta e documentata di ascolto e registrazione costante, non attraverso lo smartphone ma tramite altri dispositivi meno visibili. Dopo gli occhiali con telecamera di Meta arrivano infatti gli orologi con microfono di Apple. E il Grande Fratello centralizzato immaginato da George Orwell viene sostituito, o meglio affiancato, da una folla di Piccoli Fratelli: le persone che ci stanno intorno e che comprano e indossano questi oggetti.
Questa è la storia della cosiddetta “normalizzazione dell‘ascolto costante”: la tendenza sempre più diffusa di dotare gli oggetti digitali, soprattutto quelli indossabili, di sensori, telecamere e microfoni sempre attivi, che rilevano, guardano, ascoltano e analizzano tutto quello che avviene nelle loro vicinanze, perché in questo modo possono rendersi utili ai loro proprietari.
I creatori e venditori di questi oggetti ci chiedono di abituarci a questo stato di cose, di rassegnarsi a essere costantemente monitorati, come se si trattasse di un progresso inevitabile e necessario. Ma non è così, perché il rischio di abusi di questa “normalizzazione” è estremamente alto e concreto, e va capito per decidere come agire.
Benvenuti alla puntata del 14 settembre 2026 del Disinformatico, il podcast mensile della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.
[SIGLA di apertura]
Nella puntata di marzo 2026 di questo podcast ho raccontato i problemi di privacy degli occhiali “smart“ di Meta, o AI glasses come li chiama la pubblicità: quelli, per capirci, dotati di telecamere miniaturizzate, integrate nel frontale. Problemi per chi li indossa, perché spesso non sa che quello che le telecamere vedono quando sono in funzione viene trasmesso a Meta e alle aziende che lavorano per Meta e viene visto, analizzato e classificato da qualcuno. Ma problemi anche per chi non li indossa, però ha a che fare con chi li sfrutta per effettuare riprese nascoste in luoghi e in situazioni in cui in teoria il buon senso e la decenza, e in alcuni casi la legge, lo proibirebbero.
C’è un aggiornamento in proposito: molte persone credono che questi occhiali non possano acquisire immagini di nascosto perché Meta li ha dotati di una spia luminosa bianca, un cosiddetto “LED di cattura” [capture LED in inglese], che si illumina in maniera piuttosto vistosa durante le riprese o le foto.
Inizialmente era possibile coprire o rendere inservibile questo indicatore luminoso e quindi realizzare video e foto a insaputa dei presenti, ma a luglio scorso Meta ha dichiarato che da quel momento in poi gli occhiali avrebbero interrotto le registrazioni istantaneamente in caso di copertura della spia, e pochi giorni dopo ha annunciato di aver diffuso un aggiornamento del software che avrebbe disabilitato permanentemente le telecamere negli esemplari di AI glasses che erano stati modificati dai proprietari per disattivare questa spia luminosa. Secondo i dati presentati da Meta, i proprietari in questione erano circa 7000 su un totale di 7 milioni di esemplari venduti nel 2025. In altre parole, grosso modo una persona su mille comprava questi dispositivi con l’intento ben preciso di effettuare riprese abusive [CBS News; Business Insider; Ars Technica].
Stando al tono rassicurante di questi annunci, il problema degli abusi che stavano già circolando sui social, con tanto di monetizzazione a incentivarli, sembrerebbe risolto in maniera efficace, ma non è così. Infatti la telecamera di questi occhiali ha due funzioni: una è scattare foto e video e l’altra è analizzare quello che vede usando l’intelligenza artificiale. La spia luminosa lampeggia solo durante le riprese di foto e video. Non si accende quando la telecamera osserva tutto quello che ha davanti a sé.
Questo vuol dire che la spia bianca non indica che la telecamera è in funzione, come verrebbe spontaneo pensare, ma segnala solo quando le immagini vengono registrate e salvate dall’utente. Quando la telecamera acquisisce immagini per passarle a Meta e farle analizzare dall’intelligenza artificiale, per esempio per tradurre un menu in un ristorante o identificare un oggetto, la spia è spenta. Questa non è una dimenticanza da parte dei progettisti: è una scelta intenzionale, dichiarata nella documentazione tecnica pubblica di Meta.
Secondo l’azienda, infatti, “se il LED lampeggiasse per periodi di tempo prolungati (per esempio ogni volta che si verifica un’interazione con l’IA), la gente potrebbe smettere di notarlo, riducendo così la consapevolezza di quando foto o video vengono catturati dagli utenti per disporne in seguito” [Bystander privacy: Evolving with the AI Glasses Landscape, Meta, luglio 2025].
Quindi non è vero che la spia spenta significa che gli occhiali di Meta non sono attivi e non stanno riprendendo nulla.
Eppure la pubblicità di Meta, quella per esempio negli Stati Uniti, dice che “la telecamera ti permette di catturare l’istante. La luce permette a tutti quelli che hai intorno a te di sapere quando lo fai.”
Una pubblicità statunitense degli occhiali di Meta. Fonte: 36kr.com.
Formalmente è corretto, perché parla solo della cattura di immagini da parte dell’utente, ma omette di dire una parte importante della realtà, ossia che la telecamera è appunto attiva anche durante le funzioni basate sull’intelligenza artificiale che mandano suoni e immagini a Meta. Uno slogan più completo potrebbe essere questo: “la luce permette a tutti quelli che hai intorno a te di sapere quando lo fai TU. Quando lo facciamo noi di Meta, beh, arrangiatevi”.
La comunicazione pubblicitaria di Meta non è una semplice informazione, sia pure parziale, al pubblico: è un tentativo di costruire un consenso sociale. Il messaggio di fondo è “tranquilli, gli occhiali con microtelecamera incorporata non sono invadenti, perché tutti possono sapere quando sono in funzione”. Ma la documentazione tecnica di Meta rivela appunto che questo messaggio è, di fatto, falso e ingannevole. Chi sta nelle vicinanze di una persona che indossa occhiali di quest’azienda non ha alcun modo di essere certo che non stiano acquisendo suoni e immagini.
Diverse associazioni di difesa dei consumatori hanno chiesto la messa al bando di questi dispositivi. Lo ha fatto quella dei Paesi Bassi, dichiarando che questi occhiali sono “un pericolo per la privacy” e che anche dopo le correzioni apportate da Meta rimane il problema che in molti casi la spia luminosa non è visibile, per esempio quando ci si trova in pieno sole o a una certa distanza [NLTimes.nl]. Alcuni locali del Paese stanno vietando l’ingresso a chi indossa questi occhiali dopo che ad agosto scorso un uomo è stato colto a riprendere le donne alla toilette; la perquisizione dell’uomo effettuata dalla polizia gli ha trovato addosso numerosi video di donne che si recavano alla toilette e video ripresi da sotto le loro gonne [NlTimes.nl].
A Brisbane, in Australia, le autorità municipali hanno vietato l’uso degli smart glasses nelle piscine pubbliche [Abc.net.au]. Iniziative analoghe sono in discussione in Germania: Thomas Fuchs, responsabile della privacy e delle normative digitali per la città di Amburgo, ha dichiarato che i test effettuati dimostrano che la spia che dovrebbe avvisare i passanti che è in corso una ripresa è decisamente troppo fioca per essere vista alla luce del giorno. L’associazione di difesa dei diritti digitali HateAid ha detto esplicitamente che “questa tecnologia sta alimentando la violenza digitale, perché chi la commette ora non ha più bisogno di conoscenze tecniche” [DW.com].
Su un altro versante, lo stato di New York ha vietato qualunque tipo di occhiali “smart” nei suoi tribunali da luglio scorso [Forbes.com], mentre a gennaio l’unità antiterrorismo della polizia di New York ha diffuso un avviso ai membri delle forze dell’ordine sul rischio che gli occhiali di Meta vengano usati per effettuare riprese nascoste all’interno degli uffici di polizia e dei locali di detenzione, come è già accaduto, comportando “rischi di sicurezza se vengono diffuse informazioni proprietarie sulla disposizione delle celle, l’ubicazione delle telecamere o le abitudini degli addetti al pattugliamento o alla sorveglianza”.
Le autorità di immigrazione statunitensi hanno dichiarato che questi occhiali sono classificati come telecamere indossabili e quindi non possono essere indossati “negli spazi lavorativi federali” [The Guardian]. In altre parole, se state pensando di andare negli Stati Uniti e avete occhiali di questo genere, ricordatevi di toglierli durante i controlli all’ingresso nel Paese.
In Norvegia, gli occhiali “smart” sono stati vietati in tutte le scuole comunali di Oslo. La vicesindaca della città con delega all’istruzione ha detto senza giri di parole quanto segue: “Noi politici dobbiamo avere il coraggio di essere sinceri su quale sia la vera questione: una delle aziende più ricche del mondo ha lanciato un prodotto la cui intera logica commerciale consiste nel rendere impossibile sapere quando si viene ripresi” [Pollar.news].
E a proposito di scuole, va ricordato che da noi le direttive del DECS sui dispositivi mobili personali [Ti.ch] già includono questo tipo di occhiali tra i dispositivi che sono vietati “sulla totalità del perimetro dell’istituto scolastico” e devono “essere sempre spenti […] e non visibili”. Quindi se qualche genitore all’ascolto ha regalato ai figli questi accessori così trendy, si ricordi che non potrà portarli a scuola. Inoltre i docenti dovranno imparare a riconoscere questi eventuali trasgressori, cosa non facile perché appunto questi dispositivi sembrano occhiali del tutto normali.
Sembra proprio che le rogne causate da questi occhiali e da chi ne abusa siano superiori ai benefici che, va ricordato, possono indubbiamente avere in alcune situazioni. Una persona con difficoltà visive potrebbe usarli per leggere testi o cartelli, per esempio, e un turista potrebbe usarli per tradurre un segnale stradale scritto in una lingua che non conosce. E c’è indubbiamente una certa comodità nell’avere un dispositivo che permette di fare foto e video senza la perdita di tempo di tirar fuori e sbloccare lo smartphone, cosa che magari fa perdere quel momento magico che si voleva immortalare. Ma il rischio di abusi, già avvenuti e documentati un po’ ovunque nel mondo, è probabilmente troppo alto per essere compensato da queste applicazioni positive.
Il problema sta proprio nella mancanza del gesto riconoscibile che informa che è in corso una ripresa. Nel caso dello smartphone, il fatto che qualcuno lo stia usando per fare foto o video è annunciato dal gesto molto visibile di estrarlo e puntarlo verso il soggetto che si vuole riprendere. Ma se la telecamera è negli occhiali e per attivarla basta un comando vocale o un tocco discreto su una delle stanghette, questo gesto viene a mancare e quindi chi non li indossa diventa più vulnerabile. E mentre è ormai diffusa la consapevolezza che un telefono contiene quasi sempre una telecamera, non è affatto intuitivo pensare che ci sia una telecamera in un paio di occhiali, e sembra assurdo e ingiusto che ci si debba abituare a chiedersi “mi sta registrando?” ogni volta che incrociamo qualcuno che indossa qualunque tipo di occhiale.
In questo scenario complesso e controverso è arrivato ora un nuovo dispositivo che include funzioni di registrazione nascosta: il nuovo Apple Watch, presentato ufficialmente la settimana scorsa. Questo smartwatch, abbinato a un smartphone della stessa marca, ascolta in continuazione tutto quello che il suo microfono riesce a captare. La sua funzione Live Rewind permette di vedere, trascritti sullo schermo dell’orologio, gli ultimi 15 secondi di una conversazione. La funzione Siri Recap, invece, permette di riassumere intere discussioni.
L’idea alla base di questi servizi è che permettono per esempio di annotare facilmente una ricetta o delle istruzioni stradali oppure di riassumere una riunione. Rispetto agli occhiali di Meta, l’Apple Watch non conserva le registrazioni, non le manda all’azienda per elaborarle ma le lavora direttamente sul telefono associato all’orologio [Apple; Audio Intelligence Privacy Overview, Apple]. Apple dichiara inoltre di non avere accesso all’audio captato [TechCrunch].
Ma ancora una volta resta il fatto che è ora possibile prendere nota dettagliatamente di una conversazione senza che gli interlocutori se ne accorgano, anche perché non si aspettano che un orologio possa registrare. Manca anche qui il gesto riconoscibile di attivare un registratore, che avvisa i presenti che quello che dicono verrà captato e trascritto. L’unico gesto richiesto, infatti, è un tocco sulla corona dell’orologio, che una persona non esperta non ha motivo di sospettare che sia l’equivalente di toccare un grosso tasto rosso con scritto REC.
Al momento queste due funzioni dell’Apple Watch non sono disponibili nell’Unione Europea, stando alla documentazione dell’azienda [Apple].
Anche con tutte queste salvaguardie, l’introduzione di questi nuovi servizi è un altro tassello di quella “normalizzazione dell‘ascolto costante” che si sta diffondendo [This.weekinsecurity.com; TechCrunch]. Abbiamo acquistato in massa gli altoparlanti smart Alexa di Amazon o quelli di Google, e ci siamo abituati all’idea di avere in casa un microfono che ascolta tutto quello che diciamo in cambio della comodità dei comandi vocali. Abbiamo acquistato televisori smart, e ci siamo assuefatti all’idea che anche la TV ci ascolti. Ora ci viene chiesto di accettare che gli occhiali e gli orologi di qualunque persona che incrociamo possano registrarci.
Gli studi scientifici [Pubmed] hanno dimostrato che la consapevolezza di poter essere registrati in qualunque momento ha un effetto fortemente inibitorio sul modo in cui interagiamo con gli altri ed esprimiamo le nostre idee. Sta a noi decidere se questo effetto, insieme ai prevedibilissimi abusi che sono già stati documentati, sia un prezzo adeguato da pagare per poter fare a meno di ascoltare attentamente delle istruzioni, di usare una tastiera o semplicemente di adoperare un taccuino per prendere appunti.
Il World Trade Center negli anni Novanta. Immagine generata da me con software di IA.
Lo shock planetario degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 è ormai passato dalla cronaca alla storia. Per molti di noi è ancora un ricordo vivo; ma per tanti che sono nati dopo quel giorno terribile o erano troppo piccoli per ricordarselo è un’idea astratta, intangibile, quasi assurda nella sua scala devastante. Quattro aerei di linea dirottati contemporaneamente, due lanciati contro le Torri Gemelle del World Trade Center innescandone l’incendio e il successivo crollo, uno schiantato contro il Pentagono e uno precipitato in un campo in Pennsylvania dopo la rivolta dei passeggeri. Tremila morti, il centro di New York sfigurato e paralizzato, il mondo nel caos e nel panico.
L’enormità dell’evento ha spinto tante persone dalle menti troppo piccole a cercare spiegazioni semplici che confermassero le loro paure e i loro pregiudizi invece di accettare la complessità dei fatti reali. Ne ha spinte altre, meno piccole ma più meschine, a sfruttare una tragedia per propagandare le proprie tesi di odio e monetizzare ansie e angosce collettive.
Ci fu un’ondata di cospirazionismo intorno agli attentati di quel giorno di 25 anni fa. Un’ondata che non si limitò ai deliri dei soliti squinternati su Internet (che non era ancora preda dei social network) ma divenne mainstream, con ore e ore di programmi televisivi nei quali le tesi più idiote e bislacche ricevevano una dignità immeritata invece di essere liquidate facendo parlare gli esperti e i tecnici. Partecipai anch’io ad alcune di quelle trasmissioni come consulente, cercando con fatica di arginare il fiume in piena del complottismo che aveva travolto e sedotto anche numerosi giornalisti. Come me lo fecero molte altre persone, ma nonostante tutto alcuni miti fasulli si consolidarono nell’opinione pubblica.
Oggi il complottismo undicisettembrino è sfumato, messo in ombra dai cospirazionismi nati successivamente sui grandi eventi degli anni recenti. I complottisti di allora si sono puntualmente riciclati occupandosi di altre tesi fantasiose utili ai loro scopi. Molti di loro sono ancora in giro a fare danni, utili idioti manipolabili da movimenti politici, miliardari online e governi quando serve distogliere l’opinione pubblica da situazioni reali drammatiche. Il petrolio del ventunesimo secolo non è il bit, come sognavano i tecnoidealisti: è l’odio. Più ce n’è, più si fanno soldi, fottendosene delle conseguenze sociali. I leader mondiali e i padroni dei social network lo aizzano e lo sfruttano.
Non intendo rimestare nel letamaio delle tesi cospirazioniste sull’11 settembre. Per chi fosse interessato, sull’argomento c’è il sito Undicisettembre al quale ho collaborato e ci sono i libri che ho tradotto (11/9 i miti da smontare) e ai quali ho contribuito (11/9 La cospirazione impossibile). Ci sono anche moltissimi altri libri e siti dedicati all’esame oggettivo delle tesi di complotto. Oggi segnalo in particolare l’editoriale del collega e amico Butac che prova a spiegare quali sono i meccanismi del nostro cervello che ci spingono a rifiutare la realtà e preferire le fantasie.
Perché la cosa realmente importante, qui, non è smentire meticolosamente la singola specifica tesi di complotto già circolante, ma cercare di capire come evitare che nasca e prosperi la prossima.
Oggi, 8 settembre 2026, è ufficialmente il sessantesimo anniversario della prima messa in onda di una puntata della serie televisiva di fantascienza Star Trek. Come impenitente cacciatore di bufale, devo pignoleggiare precisando che in realtà la prima trasmissione televisiva in assoluto della serie avvenne due giorni prima in Canada (lo raccontai in dettaglio per il cinquantenario).
Sessant’anni dopo, insieme a mia moglie Elena (la Dama del Maniero) e tanti amici, seguo e apprezzo ancora le nuove serie di Star Trek, come Strange NewWorlds (splendida e autoronica) e Starfleet Academy (un po’ teen, ma si riscatta), e continuo ad andare agli incontri con gli attori, come è successo a Bonn qualche mese fa, e a partecipare alle convention di fantascienza quando posso.
Ho avuto la fortuna di essere traduttore per molti di loro e di poter chiacchierare con loro a tavola e in auto, mentre li accompagnavo in aeroporto. Mai avrei immaginato che un giorno avrei cenato con l’attrice e stunt woman che mi aveva terrorizzato da bambino (Sandra Gimpel, che interpretava il Vampiro del Sale in quella prima puntata trasmessa, The Man Trap) e che lei si sarebbe rivelata una nonnina adorabile, che tempestava Michael Bay di chiamate offrendosi come anziana da investire per qualche scena della serie di film Transformers (“costo poco, non devi neanche spendere per il trucco per far sembrare anziana una cascatrice giovane!”).
E mai avrei immaginato di trovarmi, come succederà stasera intorno alle 18.40, a celebrare il sessantesimo di Star Trek parlandone alla TV svizzera (Rsi.ch) nel programma Prima Ora, in compagnia di Andrea Bernagozzi, dall’Osservatorio Astronomico della Regione Autonoma Valle d’Aosta e Planetario di Lignan. E lo farò in divisa, insieme ad alcune reliquie originali della serie.
Sono appassionato di fantascienza in generale, ma Star Trek occupa un posto speciale nel mio cuore perché è una serie positiva: diversamente da tante altre serie tetre e distopiche, Star Trek mostra un futuro nel quale i problemi si risolvono con l’ingegno e non con la violenza, dove le differenze e le diversità non sono tollerate ma sono anzi apprezzate, e dove il denaro non è l’unico valore fondante della società e della vita. Mostra un futuro nel quale, insomma, ce l’abbiamo fatta a superare questo periodo così difficile e a diventare esseri umani migliori.
È ben più di una serie con astronavi e pigiamini spaziali: quasi ogni puntata è, a modo suo, un dramma morale, nel quale i problemi della società di oggi vengono rappresentati in veste fantascientifica e allegorica per renderli presentabili e accessibili nonostante le censure o il rifiuto sociale di parlarne, oggi come sessant’anni fa. Il primo ufficiale vulcaniano Spock era l’estraneo che commentava le assurdità della società umana; il dottor McCoy incarnava l’emotività; e il capitano Kirk fondeva la logica del primo con i sentimenti del secondo per arrivare a una soluzione che esprimesse giustizia. E nelle altre serie, in una variante o un’altra, questo triangolo narrativo è stato mantenuto.
Per tutti gli ottusangoli che oggi su Internet si lagnano che Star Trek è diventato woke e non è più quello di una volta: datevi una svegliata. Star Trek parlava di razzismo quando era ancora un tabù. Parlava di discriminazione delle donne quando era ancora considerata normale e inevitabile. Parlava di questioni di genere e di rispetto di ogni forma di vita (anche quella artificiale) quando farlo esplicitamente era proibito o semplicemente inconcepibile. Siete voi che siete rimasti pateticamente indietro, fermi alle orecchie a punta, alle battaglie fra astronavi e alle tutine attillate, e avete guardato senza vedere. E senza ascoltare.
Lunga vita e prosperità.
Aggiornamento (2026/09/09)
Ecco la registrazione della puntata. Il video è già posizionato sul punto d’inizio della sezione dedicata a Star Trek.
Piccola spiegazione: il disegno che si vede quando vengono inquadrati i miei oggetti a tema è una cel originale della Serie Animata degli anni Settanta, donatami da un amico statunitense appassionato della serie, che la ricevette per posta direttamente da Gene Roddenberry. All’epoca, infatti, Roddenberry vendeva moltissimi oggetti legati alla sua creatura oggi sessantenne.
Come preannunciato, il prossimo Pranzo dei Disinformatici si terrà il 10 ottobre 2026 in un ristorante di Milano. Per iscriversi e ricevere le Segretissime Istruzioni con l’orario e l’indirizzo esatti, scrivete a martinobri chiocciola outlook.it. Spero di (ri)vedervi e cogliere l’occasione di spiegare un po’ la complicata situazione di questo blog e degli altri progetti che ho in corso.
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