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55 anni fa la missione Soyuz 11: trionfo e tragedia nello spazio (seconda e ultima parte)

Due dei tre cosmonauti della Soyuz 11 (Vladislav Volkov, a sinistra, e il comandante Georgi Dobrovolsky), ripresi con la cinepresa da Viktor Patsayev a bordo della Salyut.

8 giugno 1971. Da più di ventiquattro ore Dobrovolsky, Volkov e Patsayev sono a bordo del primo laboratorio spaziale, genesi di più grandi strutture orbitali che gireranno intorno alla Terra negli anni successivi con abitanti non solo cosmonauti ma anche medici e scienziati, con lo scopo di studiare non solo il nostro pianeta dallo spazio ma anche la struttura dell’Universo da un punto di vista unico. I tre uomini della Soyuz danno inizio da oggi ad un intenso programma di ricerche scientifiche. Dobrovolsky e i suoi due compagni svolgono la maggior parte delle loro attività all’interno del terzo “cilindro” della Salyut, l’ambiente più vasto.

Il laboratorio Salyut nello spazio fotografato dall’equipaggio della Soyuz 10 ad aprile del 1971 (fonte: agenzia Novosti).

9 giugno 1971. Nelle prime ore del mattino, ora di Mosca, con una breve accensione dei motori della Soyuz i cosmonauti correggono l’orbita, innalzando il complesso spaziale affinché questo non scenda troppo verso la terra. L’orbita della Salyut è compresa, come riferisce Radio Mosca nei suoi notiziari, tra i 265 e 239 km di quota dal nostro pianeta. In serata, durante il consueto collegamento televisivo, Dobrovolsky, Volkov e Patsayev mostrano e descrivono ai numerosi telespettatori sovietici una nuova tuta spaziale di lavoro, denominata “Pinguino”. “E’ una tuta elasticizzata per mantenere il tono muscolare e difendere l’organismo umano dagli effetti debilitanti dell’assenza di gravità”, specifica il comandante Dobrovolsky. In conclusione del collegamento i tre cosmonauti si dichiarano soddisfatti di come sia maneggevole e confortevole vivere all’interno del laboratorio grazie alle sue enormi dimensioni.

Il quotidiano “L’Unità” celebra il il successo del volo degli uomini della Soyuz 11 in prima pagina e a pagina 5 nell’edizione di mercoledì 9 giugno 1971 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

10 giugno 1971. Da quattro giorni i tre uomini della Soyuz 11 sono nello spazio. Comincia a delinearsi l’obiettivo finale della missione: Dobrovolsky, Volkov e Patsayev si dedicano oggi soprattutto ad esperimenti di medicina e biologia e osservazioni astronomiche. Al loro risveglio Il comandante Dobrovolsky comunica al Centro di Controllo di Mosca che lui e i suoi compagni stanno bene e sono di ottimo umore e hanno aperto la giornata con degli esercizi ginnici. Durante il collegamento televisivo serale con i telespettatori sovietici, Vladislav Volkov, l’ingegnere di volo, assicura che tutto a bordo del laboratorio Salyut funziona bene, anche se i continui controlli di una “casa spaziale” così grande richiedono uno sforzo considerevole.

Le ultime notizie sul volo intorno alla Terra della Salyut e dei suoi tre occupanti a pagina 11 del quotidiano “L’Unità” (dalla collezione personale di Gianluca Atti).
…e a pagina 18 su il quotidiano “La Stampa” di giovedì 10 giugno 1971 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

11 giugno 1971. Quinta giornata nello spazio per i tre cosmonauti giunti a bordo della Salyut viaggiando con la Soyuz 11 domenica scorsa 6 giugno. Dobrovolsky, Patsayev e Volkov dedicano la giornata a rilievi scientifici sulla superficie terrestre e sull’atmosfera che circonda il nostro pianeta. Problema particolare in cui gli uomini della Salyut concentrano la loro attenzione, su richiesta degli scienziati e medici sovietici che seguono la loro missione da terra, è la capacità dell’organismo umano di adattarsi alla mancanza di peso durante una lunga permanenza nello spazio. Vengono perciò eseguiti controlli sul calcio nelle ossa, lo stato del cuore e dei vasi sanguigni.

Il bollettino quotidiano sulla missione della Soyuz 11 nell’edizione de “L’Unità” di venerdì 11 giugno 1971 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).
La vita a bordo del laboratorio Salyut a pagina 11 de “La Stampa” di venerdì 11 giugno 1971 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

12 giugno 1971. La vita a bordo della Salyut per i tre uomini della Soyuz non segnala particolari novità: gli strumenti del laboratorio orbitante, monitorati oltre che dai cosmonauti anche dal Centro di controllo a terra situato nei pressi di Mosca, funzionano regolarmente. In giornata viene effettuata una nuova manovra per la correzione dell’orbita. Durante il consueto collegamento televisivo, seguito da milioni di sovietici, viene descritto l’ampio interno del laboratorio e mostrato l’effetto che ha la microgravità con alcuni oggetti.

Il volo della “troika” sovietica sulla Salyut a pagina 5 del quotidiano “L’Unità” di sabato 12 giugno 1971 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

13 giugno 1971. Giornata dedicata al riposo dopo i primi intensi giorni in cui i tre cosmonauti sono stati impegnati nel continuo e rigoroso controllo del laboratorio, negli esperimenti medico-scientifici e nel loro adattamento alle condizioni di microgravità. Non sono mancati comunque i quotidiani esercizi ginnici, richiesti obbligatoriamente dagli scienziati a terra, per conservare al meglio il tono muscolare grazie anche alla presenza a bordo di un tapis roulant sul quale possono compiere lunghe camminate. Dobrovolsky, Volkov e Patsayev stabiliscono anche un primato: per la prima volta nella storia si vota dallo spazio. I tre della Soyuz 11 sono chiamati ad esprimere le loro preferenze per le elezioni del Soviet Supremo tramite voto espresso via radiotelefono.

I primi sei giorni nello spazio per l’equipaggio della Soyuz 11 a pagina 5 del quotidiano “L’Unità” di domenica 13 giugno 1971 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

14 giugno 1971. Dobrovolsky, Volkov e Patsayev si trovano a bordo del laboratorio Salyut esattamente da una settimana. Il programma di volo, annuncia nel suo bollettino quotidiano l’agenzia TASS, viene scrupolosamente rispettato. In serata, durante il collegamento televisivo, i tre accendono la telecamera posta all’esterno della Salyut: milioni di spettatori sovietici possono così ammirare la Terra scorrere al di sotto del laboratorio da più di 250 km di quota.

Le prime votazioni dallo spazio a pagina 7 del quotidiano “Stampa Sera” di lunedì 14 giugno 1971 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).
La cronaca del giorno di riposo e di votazioni per i tre cosmonauti della Soyuz 11 a pagina 5 del quotidiano “L’Unità” di lunedì 14 giugno 1971 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

15 giugno 1971. I giorni scorrono tranquilli, come annuncia Radio Mosca nei suoi notiziari, a bordo del laboratorio Salyut che viaggia ad una distanza di più di 250 km dalla superficie terrestre. I tre uomini della Soyuz 11 proseguono, monitorati da terra, gli esperimenti a loro affidati.

Le ultime notizie dallo spazio a pagina 5 del quotidiano “L’Unità” di martedì 15 giugno 1971 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

16 giugno 1971. Undicesimo giorno di missione nello spazio per i tre cosmonauti che dal 7 giugno vivono a bordo del primo laboratorio spaziale della storia. Dopo la sveglia data dal Centro di controllo di Mosca e iniziata una serie di esperimenti, Dobrovolsky, Volkov e Patsayev segnalano a terra di sentire un forte odore di bruciato, seguito dallo svilupparsi di fumo all’interno della Salyut.

A causa della rigida segretezza imposta dal programma spaziale sovietico, Volkov usa via radio uno speciale codice comunicando: “A bordo c’è la tenda!”. Parola in codice utilizzata per indicare fumo o principio di incendio.

Vista l’improvvisa situazione d’emergenza, i tecnici ordinano immediatamente all’equipaggio di trasferirsi sulla Soyuz 11, chiudere il portello di collegamento e tenersi pronti per un eventuale rientro immediato a terra. Prima di rifugiarsi a bordo della navicella i cosmonauti riescono comunque a spegnere il generatore primario di ossigeno, riuscendo a soffocare lo svilupparsi dell’incendio.

Quaranta minuti dopo l’inizio dell’emergenza, su consiglio dei tecnici controllori del volo l’equipaggio rientra prudenzialmente sulla Salyut. Il comandante Georgi Dobrovolsky riferisce a terra che tutto sembra essere tornato alla normalità e dopo aver sostituito i filtri del rigeneratore di ossigeno chiede il permesso di poter continuare il programma della missione stabilito nel piano originale. Permesso accordato, anche se tra i tecnici e gli scienziati a terra cresce il timore che non si riesca a raggiungere la durata record prevista: sulla Salyut vi sono riserve di ossigeno e cibo fino al mese di agosto.

Alcuni giorni dopo verrà stabilito che la causa del principio di incendio è situata nella parte posteriore del laboratorio, dove si trova il telescopio per le osservazioni del Sole, ormai inutilizzabile. Naturalmente questa drammatica notizia, il primo incendio a bordo di un veicolo abitato nello spazio, non viene divulgata in occidente né al mondo intero: verrà resa nota solamente dopo la fine della Guerra Fredda con la caduta del muro di Berlino.

Come titola il quotidiano “L’Unità” a pagina 5 nell’edizione di mercoledì 16 giugno, Dobrovolsky, Patsaev e Volkov hanno la straordinaria possibilità di vedere sorgere l’alba ben 17 volte al giorno dall’interno del laboratorio Salyut (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

18 giugno 1971. Dopo la drammatica giornata del giorno 16, gli specialisti e i medici del controllo a terra concedono agli sfiniti cosmonauti della Soyuz 11 una giornata di riposo, come riporta a pagina 5 il quotidiano “L’Unità” di venerdì 18 giugno, naturalmente senza alcun riferimento allo scampato pericolo.

Dalla collezione personale di Gianluca Atti.

19 giugno 1971. Mentre sul laboratorio Salyut i tre uomini della Soyuz 11 riprendono le attività medico-scientifiche sospese dopo l’incidente del 16 giugno, interrompendole parzialmente per festeggiare il trentottesimo compleanno di Viktor Patsayev, in Unione Sovietica e in tutto l’Occidente ci si chiede quanto rimarranno ancora nello spazio Dobrovolsky e i suoi due compagni. Vi sarà un avvicendamento a bordo con l’invio di un nuovo equipaggio? Oppure la “troika celeste” lanciata il 6 giugno batterà ogni record di permanenza umana nel cosmo?

La missione dell’equipaggio della Soyuz-Salyut a pagina 5 del quotidiano “L’Unità” di sabato 19 giugno (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

20 giugno 1971. Gli interrogativi sulla durata del viaggio intorno alla Terra dell’equipaggio della Salyut, il compleanno in orbita di Patsayev e i consueti collegamenti televisivi con il popolo sovietico nelle corrispondenze degli inviati dei quotidiani “L’Unità” e “La Stampa”.

Il primo compleanno nello spazio di un abitante del pianeta Terra a pagina 5 de “L’Unità” di domenica 20 giugno (dalla collezione personale di Gianluca Atti).
La maratona spaziale a bordo della Salyut a pagina 15 del quotidiano “La Stampa” (dalla collezione personale di Gianluca Atti.

21 giugno 1971. Il quotidiano “L’Unità” riferisce che dopo aver raggiunto e superato il record di permanenza nello spazio di astronauti americani (Frank Borman e James Lovell a bordo della Gemini 7, stabilito nel dicembre del 1965), Dobrovolsky, Volkov e Patsayev si stanno, giorno dopo giorno, orbita dopo orbita, avvicinando a stabilire un nuovo record di vita in orbita terrestre da parte di esseri umani, detenuto dall’equipaggio della Soyuz 9.

Dal quotidiano “L’Unità” di lunedì 21 giugno a pagina 5: l’equipaggio della Soyuz 11 si trova nello spazio da quattordici giorni, eguagliando e superando il record USA di astronauti nello spazio (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

22 giugno 1971. Nel corso del quotidiano collegamento televisivo con i numerosi spettatori dell’Unione Sovietica, i tre cosmonauti mostrano per la prima volta la “Serra” che si trova a bordo del laboratorio scientifico in orbita intorno alla Terra dal 19 aprile. Georgi Dobrovolsky specifica che nei giorni scorsi hanno piantato dei semi e ora le pianticelle si stanno sviluppando: sono bulbi di cipolla, semi di lino e un cavolo cinese. Il comandante del volo annuncia che la prima “Serra” spaziale della storia è stata ribattezzata “Oasi 1”.

Prossimi a battere il primato di permanenza umana nello spazio i tre uomini della Soyuz 11. Da pagina 5 dell'”Unità” di martedì 22 giugno (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

23 giugno 1971. La nuova giornata nello spazio si apre per i tre cosmonauti con una serie di esercizi ginnici per mantenere il giusto tono muscolare in un ambiente in microgravità. In particolare si accorgono che ogni volta che viene usato il tapis roulant, obbligatoriamente due volte al giorno, la struttura orbitale subisce delle vibrazioni.

Nel corso del collegamento TV i telespettatori sovietici possono osservare il comandante Georgi Dobrovolsky mentre sta studiando le caratteristiche ottiche di uno strumento per l’orientamento a vista tramite le stelle. La telecamera mobile tenuta da Patsayev mostra anche come Vladislav Volkov si stia dedicando invece ad altri esperimenti. Al termine della trasmissione i tre della Soyuz salutano il loro Paese che scorre sotto i loro occhi, ricordando che in quel momento stanno effettuando il 261°giro intorno alla Terra da quando sono arrivati nello spazio.

24 giugno 1971. I tre abitanti del primo laboratorio cosmico in orbita intorno alla Terra raggiungono oggi un importante traguardo per la missione a loro affidata: quando a Mosca sono le prime ore del giorno, battono il record di permanenza umana nello spazio, superando il primato precedente di 18 giorni stabilito l’anno precedente, nel giugno 1970, dai cosmonauti Andriyan Nikolayev e Vitali Sevastiyanov della Soyuz 9. Durante la trasmissione TV in collegamento con il popolo sovietico, Dobrovolsky, Volkov e Patsayev annunciano che stanno bene e che anche l’appetito, nonostante le condizioni diverse dalla Terra, è molto buono.

Ancora qualche alba e tramonto a bordo della Salyut e Dobrovolsky, Patsayev e Volkov batteranno il record assoluto di permanenza umana nello spazio, a pagina 5 del quotidiano “L’Unità” di giovedì 24 giugno (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

25 giugno 1971. La notizia di un nuovo primato, che si aggiunge a quelli già realizzati da parte della cosmonautica russa in questa “prima era spaziale” iniziata grazie al lancio del primo Sputnik (1957), è riportata a pagina 12 del quotidiano “La Stampa” di venerdì 25 giugno.

…e in prima e a pagina 5 sul quotidiano “L’Unità”.

27 giugno 1971. Sono trascorsi esattamente venti giorni dall’arrivo di Dobrovolsky, Volkov e Patsayev, freschi “recordman del cosmo”, a bordo della Salyut. “Il volo prosegue regolare”, annuncia nei suoi quotidiani bollettini l’agenzia TASS, specificando che la temperatura a bordo del laboratorio è di 22 gradi. Continuano anche i collegamenti televisivi con la Terra, seguiti da milioni di telespettatori sovietici.

Le tante ipotesi formulate dall’opinione pubblica riguardo il proseguimento del volo dei tre uomini della Soyuz 11 e del laboratorio Salyut a pagina 7 del quotidiano “L’Unità” di domenica 27 giugno (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

28 giugno 1971. Mentre in tutto il mondo, che sta scorrendo a più di duecentocinquanta chilometri di distanza sotto gli occhi di Dobrovolsky, Volkov e Patsayev, ci si domanda tra scienziati ed esperti di astronautica quando terminerà il lungo viaggio intorno al nostro pianeta dei tre uomini della Soyuz, dal Centro di controllo di Mosca giunge l’ordine di prepararsi per il rientro a terra, programmato per il giorno successivo.

Come si sono nutriti fino ad oggi i tre cosmonauti sovietici che dai primi giorni di giugno vivono a bordo del laboratorio Salyut, lo descrive il quotidiano “Stampa Sera” nell’edizione pomeridiana a pagina 7 di lunedì 28 giugno, riportando un articolo di un giornale sovietico. Fonti bene informate annunciano l’imminente rientro sulla Terra, forse nella stessa giornata di domani, dei tre della Soyuz 11 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

29 giugno 1971. Dopo la sveglia data dal Centro di controllo a Mosca e consumata la colazione, per Dobrovolsky, Volkov e Patsayev ha inizio l’ultimo giorno a bordo del primo laboratorio spaziale della storia, che li ha ospitati per ben 24 giorni, nuovo record di permanenza umana, al di fuori del pianeta Terra.

Già dalla giornata di ieri i tre uomini hanno concluso i vari esperimenti medico-scientifici e astronomici e gli studi sul nostro pianeta. I risultati di questi dati torneranno insieme ai tre cosmonauti per essere analizzati e studiati dai numerosi scienziati, medici e astronomi dell’Accademia delle Scienza di Mosca.

Notizie non ufficiali ma provenienti dalla capitale sovietica annunciano per la giornata di oggi o al massimo domani, giorno 30, il ritorno sulla Terra dei “recordman del cosmo”. Dal quotidiano “Stampa Sera” di martedì 29 giugno (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Preso posto a bordo della navicella spaziale, i tre cosmonauti sono pronti per il rientro sulla Terra. L’atterraggio è previsto quando sia in Unione Sovietica che in Italia sarà già mercoledì 30 giugno. A Mosca si stanno già preparando i festeggiamenti per la “troika spaziale”: una trionfale parata sulla Piazza Rossa.

Alle 20:28 ora italiana la Soyuz 11 si sgancia con successo dal laboratorio orbitale: “Operazione perfetta. Non abbiamo incontrato difficoltà”, annuncia il comandante Dobrovolsky, posizionando la navicella in assetto da rientro e azionando i motori per la manovra di uscita dall’orbita.

30 giugno 1971. Dopo aver compiuto intorno al nostro pianeta 384 orbite, a 161 chilometri di quota dal nostro pianeta avvengono le ultime manovre prima del previsto atterraggio in territorio sovietico: la separazione tra il modulo di rientro, quello dove si trova l’equipaggio, e il modulo orbitale.

Per un’avaria nel sistema di comunicazione della Soyuz, i collegamenti tra lo spazio e la Terra sono interrotti, ma questo non preoccupa i tecnici che seguono il volo dal Centro di controllo di Mosca: è già accaduto in precedenti missioni spaziale russe.

È in questo momento che accade la tragedia: al momento della normale separazione del modulo orbitale dal modulo di rientro, che avviene con procedura automatica, il violento contraccolpo prodotto dal distacco ha aperto erroneamente in anticipo una valvola di equalizzazione della pressione, facendo fuoriuscire rapidamente tutta l’aria della navicella nello spazio, a oltre 100 chilometri di quota.

Dobrovolsky, Volkov e Patsayev, come i precedenti equipaggi delle Soyuz, non indossano una tuta pressurizzata, che sicuramente li avrebbe salvati, a causa dello spazio ridotto della navicella. I tre sfortunati cosmonauti perdono conoscenza dopo 40 secondi. Solo Patsayev si accorge dell’accaduto e cerca, disperatamente, di chiudere manualmente la valvola, non riuscendovi prima di essere sopraffatto anch’egli dagli inevitabili effetti della decompressione.

Il rientro procede in maniera automatica, come consueto. Alle 01:35 ora di Mosca, le 00:35 italiane, avviene il perfetto atterraggio “duro” nelle steppe del Kazakhstan. Le squadre di recupero si avvicinano alla capsula, coricata sul terreno, accompagnata dal suo grande paracadute, che si è aperto regolarmente. I razzi di frenata hanno agito come previsto. Le condizioni meteorologiche al suolo sono perfette. Ma gli uomini che arrivano per accogliere e abbracciare finalmente i tre cosmonauti sono costretti a trasmettere ai responsabili del programma spaziale un drammatico messaggio in codice: le tre cifre 1-1-1.

Nella consueta procedura di comunicazione, le condizioni dei cosmonauti vengono annunciate usando per ciascuno le cifre da 5 a 1. Un 5 indica condizioni di salute ottime; 4 indica condizioni buone; 3 segnala ferite; 2 riferisce ferite gravi; e 1 annuncia il decesso. Dobrovolsky, Volkov e Patsayev sono morti. Sul viso hanno segni bluastri; è colato sangue dal naso e dalle orecchie. 

I soccorritori tentano una disperata rianimazione, ma è tutto inutile. I tre sono morti per asfissia da decompressione da oltre mezz’ora e sono rimasti esposti al vuoto dello spazio per almeno undici minuti. È la prima volta nella storia dell’esplorazione spaziale che un equipaggio muore nello spazio. Alle prime ore del mattino Radio Mosca interrompe le sue trasmissioni per trasmettere l’annuncio che getta nel lutto l’intera nazione sovietica e il mondo intero. Anche la televisione italiana manda in onda nella mattinata un’edizione straordinaria del Telegiornale.

I drammatici e inutili tentativi di rianimare i corpi ormai senza vita dei tre cosmonauti da parte delle squadre di soccorso.
Dobrovolsky, Volkov e Patsayev hanno lasciato la loro vita nello spazio. Le prime pagine dei quotidiani del pomeriggio di mercoledì 30 giugno che riportano a caratteri cubitali la tragica notizia (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

1 luglio 1971. L’Unione Sovietica e il mondo intero sono scioccati dalla tragica fine dei tre cosmonauti russi della Soyuz 11 dopo la lunga “maratona nello spazio”. Dopo l’autopsia, avvenuta poche ore dopo il recupero, i corpi di Dobrovolsky, Patsayev e Volkov vengono esposti nella camera ardente nel palazzo dell’Esercito per l’ultimo omaggio del popolo sovietico.

I massimi dirigenti del partito comunista sovietico montano la guardia d’onore. Intanto la NASA annuncia che a rappresentare l’ente spaziale americano per i solenni funerali, che si terranno venerdì 2 luglio, ci sarà l’astronauta Thomas Stafford.

Le prime pagine di vari quotidiani italiani di giovedì 1 luglio 1971 dove capeggia la notizia del tragico ritorno a terra dell’equipaggio della Soyuz 11 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

2 luglio 1971. Nel giorno dell’estremo saluto ai tre sfortunati cosmonauti della Soyuz 11 prosegue ininterrotto l’omaggio alla camera ardente di semplici cittadini e delle massime autorità sovietiche.

La prima pagina de “La Stampa” di venerdì 2 luglio 1971 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).
La prima pagina del quotidiano “L’Unità” di venerdì 2 luglio 1971 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

3 luglio 1971. La tragica conclusione della missione della Soyuz 11 scuote anche il programma spaziale statunitense in vista del lancio di Apollo 15 verso la Luna, previsto per la fine del mese. Il segreto assoluto sulle cause della morte dei tre cosmonauti fa sospettare che la lunga permanenza nello spazio abbia influito in qualche modo sulle loro condizioni fisiche: visto che l’anno prima i cosmonauti Nikolayev e Sevastiyanov al rientro dal volo sulla Soyuz 9, dopo 18 giorni nello spazio, quasi non riuscivano a reggersi in piedi. Si teme che la permanenza da record dei tre (23 giorni) abbia raggiunto un limite fisiologico invalicabile.

Il doloroso addio sulla Piazza Rossa a Mosca ai tre cosmonauti della Soyuz 11 nella cronaca del quotidiano “L’Unità”. Le ceneri di Dobrovolsky, Volkov e Patsayev vengono deposte tra le mura del Cremlino (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Svizzera, quanto carburante consuma una singola linea di autobus

“Un esempio significativo è la recente collaborazione [di AIL, un’azienda elettrica ticinese] con TPL per l’elettrificazione della Linea 5, uno degli assi principali del trasporto pubblico luganese, inaugurata nel 2025. Attraverso questo progetto, di cui AIL è energy partner, ogni anno si evitano circa 845 tonnellate di CO2, si risparmiano oltre 340’000 litri di carburante e si riduce del 70% il rumore lungo il percorso, con un`importante diminuzione anche delle polveri sottili.”

Fonte: Elettricità 1/26 (rivista pubblicata dalle aziende elettriche della Svizzera italiana), giugno 2026.

Non avevo idea che una singola linea d’autobus di una città tutto sommato piccola come Lugano consumasse in un anno l’equivalente di 17 autocisterne da 20.000 litri. Elettrificare significa anche togliere dalla strada quelle 17 autocisterne, con l’inquinamento e l’intasamento del traffico che comportano.

Svizzera, dati sul consumo energetico dei centri di calcolo

“Nel 2024 il consumo di energia elettrica dei centri di calcolo in Svizzera ha rappresentato circa il 3,6% del consumo totale di energia elettrica, ovvero 2,1 TWh. Entro il 2030 si prevede un aumento del consumo di energia elettrica compreso tra 2,5 e 3,2 TWh. È quanto emerge da un nuovo studio commissionato da SvizzeraEnergia, un programma dell’Ufficio federale dell’energia. Dall’ultimo studio del 2019 il consumo dei centri di calcolo è aumentato di circa il 20%. Mentre i grandi centri di calcolo commerciali (44% del consumo) hanno registrato una crescita significativa, il consumo di molti centri di calcolo interni alle imprese (56% del consumo) è stagnante o in calo a seguito dell’aumento dell’efficienza e dell’esternalizzazione informatica verso il cloud o verso fornitori specializzati. È ciò che consente un aumento moderato.

Attualmente l’intelligenza artificiale svolge un ruolo minore nel consumo di elettricità in Svizzera. Solo i politecnici federali gestiscono un supercomputer di IA (il CSCS di Lugano) mentre le aziende e la popolazione utilizzano applicazioni di lA già addestrate e la Svizzera non ospita ancora centri dati dedicati all’addestramento dei cosiddetti large language model (modelli linguistici di grandi dimensioni), che ricorrono a infrastrutture di raffreddamento a liquido e richiedono una potenza di diverse centinaia di megawatt. I grandi data center costruiti in Svizzera sono stati finora destinati principalmente alle applicazioni cloud.”

Fonte: Elettricità 1/26 (rivista pubblicata dalle aziende elettriche della Svizzera italiana), giugno 2026.

Perché Google sbaglia a tradurre un termine banale come “mal di testa”?

Stamattina mi serviva per lavoro una traduzione alternativa di “mal di testa” (“headache”, la traduzione standard, era già assegnato per tradurre “cefalea”) e ho provato a googlare. Ci ho messo un po’ a rendermi conto che Google sbaglia a tradurre questo termine teoricamente banale. E sbaglia anche a pronunciarlo in inglese se si clicca sull’icona dell’altoparlante.

Screenshot fatto da me oggi alle 8:20 CEST.

Non ho idea del motivo di questo errore. Però non posso fare a meno di notare che quel “ch” sbagliato somiglia parecchio, come forma, alla “d” corretta.

Luca Parmitano sarà il pilota di Artemis III

Ieri è stata annunciata la composizione dell’equipaggio della prossima missione umana del programma Artemis: tre astronauti della NASA e uno dell’ESA. Il comandante sarà Randy Bresnik (NASA), il pilota sarà Luca Parmitano (ESA), e i due specialisti di missione saranno Frank Rubio e Andre Douglas.

La missione si svolgerà in orbita intorno alla Terra e prevede ben due attracchi in volo con i veicoli di allunaggio o lander di Blue Origin e di SpaceX, in aggiunta a una serie di test tecnici e di esperimenti scientifici. Artemis III si preannuncia complessa e impegnativa, pur non essendo una missione lunare, e il pilotaggio sarà centrale nel suo svolgimento. L’incarico a Luca Parmitano è quindi molto prestigioso dal punto di vista tecnico, anche se non ha il fascino emotivo di un volo verso la Luna.

Potete rivedere l’evento qui sotto. Aggiornerò più tardi questo articolo per descrivere i dettagli della missione che sono emersi durante la presentazione degli astronauti.

Il piano di volo di Artemis III

Jared Isaacman, direttore della NASA, ha detto che i preparativi per questa missione sono già in corso e che lo stacking (assemblaggio verticale) dei componenti del lanciatore SLS inizierà quest’estate con l’obiettivo di svolgere i test con propellente entro la fine dell’anno corrente (“preparations for Artemis III are already underway. The NASA team, our contractors, and our partners will start stacking SLS this summer with the aim of beginning early wet dress testing before the end of the year”). Il lancio di SLS, da coordinare con quelli dei prototipi dei veicoli di allunaggio, è previsto tra circa un anno da adesso (“no earlier than this time next year”).

Artemis III sarà la prima missione del programma che coinvolgerà veicoli spaziali commerciali, e uno dei suoi obiettivi principali è dimostrare la capacità di effettuare operazioni complesse altamente coreografate che coinvolgono vari fornitori esterni, le compatibilità hardware e software dei vari veicoli coinvolti, e la capacità di effettuare lanci in sequenza effettuati da operatori differenti da rampe differenti e di far incontrare i loro lander con la capsula Orion in punti precisi dello spazio in orbita bassa intorno alla Terra. Se si vuole fare un parallelo con le missioni del programma Apollo degli anni Sessanta del secolo scorso, Artemis III è grosso modo l’equivalente di Apollo 9.

I veicoli non si limiteranno a un rendez-vous, ossia a incontrarsi in un punto orbitale specifico e volare fianco a fianco, ma effettueranno un vero e proprio docking, cioè un attracco. A questo scopo, la capsula Orion di Artemis III sarà dotata di un meccanismo di attracco, assente nella capsula usata per Artemis II. L’attracco avverrà prima con il lander di Blue Origin e poi con quello di SpaceX perché il primo è capace di tenere il proprio propellente a bassissima temperatura per un tempo più lungo rispetto al secondo. Da questo dettaglio sembra presumibile che vengano lanciati prima i lander e poi SLS con l’equipaggio, e che si attenda di vedere che almeno uno dei lander è entrato in orbita e funziona correttamente prima di far decollare gli astronauti.

Sono in partenza per Ragusa per partecipare ad A Tutto Volume, per cui non riesco ad aggiornare questo articolo a breve: vi lascio nelle valenti mani di Astrospace, che spiega tutto molto bene in questo video.

Podcast RSI – IA militare sconfitta con una scatola di cartone: storia leggendaria con conseguenze universali

Questo è il testo della puntata dell’8 giugno 2026 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


Da alcuni anni circola un aneddoto secondo il quale un gruppo di soldati, durante un’esercitazione, avrebbe sconfitto un’intelligenza artificiale militare ricorrendo a metodi non convenzionali ma sorprendentemente semplici.

Secondo questo racconto, un robot dotato dei più sofisticati sistemi di riconoscimento basati su intelligenza artificiale sarebbe stato collocato in uno spiazzo completamente privo di ostacoli o nascondigli. I soldati avevano il compito di avvicinarsi a quel robot, fino a toccarlo, senza essere visti e riconosciuti dalla sua IA.

Una sfida in apparenza impossibile, eppure i soldati sarebbero riusciti a beffare quest’intelligenza artificiale usando trucchi come per esempio avvicinarsi facendo capriole, mettersi addosso qualche ramo di un albero, o avanzare coperti da una banale scatola di cartone.

Questa storia, ripetuta in mille versioni, è diventata quasi un mito nel settore dell’intelligenza artificiale, ma non è leggenda: ha una fonte ben precisa e offre lezioni importanti non solo per le applicazioni militari ma anche per quelle civili, dalla guida autonoma ai sistemi antifurto. Ve la ricostruisco e ve la racconto in questa puntata, datata 8 giugno 2026, del Disinformatico, il podcast mensile della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


In campo tecnologico ci sono tanti aneddoti che gli addetti ai lavori e gli appassionati si scambiano, di solito per trasmettere una morale di fondo o un concetto importante. Spesso il tema ricorrente è la rivincita dell’essere umano e della sua creatività sulla forza bruta della macchina o sulla visione miope dei tecnici. Un esempio tipico è la diceria secondo la quale la NASA avrebbe speso milioni di dollari per sviluppare una biro capace di scrivere in assenza di peso, mentre i cosmonauti russi avrebbero semplicemente usato delle comuni matite: in realtà sia i russi sia gli statunitensi adoperarono matite all’interno dei rispettivi programmi spaziali [Wikipedia]. Fu un imprenditore privato a sviluppare di tasca propria una biro speciale per lo spazio, contenente un serbatoio pressurizzato per l’inchiostro, e questa biro fu poi acquistata a un prezzo normalissimo e usata sia dalla NASA sia dall’ente spaziale russo.

La storia dei soldati che beffano la costosa e complessa intelligenza artificiale ricorrendo a stratagemmi come avanzare facendo solo capriole o nascondendosi dentro una scatola sembra a prima vista una di queste narrazioni fantastiche e moraleggianti. Ma non è così: questa vicenda ha un’origine molto specifica e documentata.

L’origine è un libro pubblicato a marzo del 2023, che si intitola Four Battlegrounds (“quattro campi di battaglia”) ed è stato scritto da Paul Scharre, un esperto di intelligenza artificiale ed ex funzionario del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti [Paulscharre.com; Congress.gov]. La celebre rivista Time ha citato Sharre fra le 100 persone più influenti nell’intelligenza artificiale proprio nell’anno in cui è uscito il libro in questione [Time.com], che esamina lucidamente e criticamente le applicazioni attuali e future dell’intelligenza artificiale in campo militare.

In questo libro, l’autore racconta di aver incontrato Phil Root, vicedirettore dell’Ufficio di Scienze della Difesa della DARPA, che è un’agenzia governativa del Dipartimento della difesa degli Stati Uniti che ha il compito di sviluppare nuove tecnologie per uso militare. La DARPA è una delle organizzazioni di punta del settore tecnologico bellico, spesso con ricadute civili: robot quadrupedi, guida autonoma, protesi attive comandabili con il pensiero, aerei invisibili ai radar, e Internet stessa provengono dalle sue ricerche avanzate.

È questo Phil Root, che è un militare, che descrive all’autore del libro la vicenda reale dalla quale nasce l’aneddoto. La DARPA aveva creato un programma, denominato Squad X, di cui Root era direttore. L’obiettivo di questo programma era creare tecnologie che consentissero a piccole unità militari di dominare gli spazi di combattimento locali. A questo scopo la DARPA aveva sviluppato un software di riconoscimento degli oggetti basato su un’intelligenza artificiale per identificare le persone in ambienti complessi, come quelli urbani.

Come spiega Root, riconoscere una persona è un problema molto difficile per le intelligenze artificiali, perché gli esseri umani sono estremamente variabili. Un carro armato ha sempre l’aspetto di un carro armato, anche quando è in movimento. Una persona, invece, cambia completamente aspetto quando cammina rispetto a quando sta ferma in piedi. Una persona che imbraccia un’arma ha un altro aspetto ancora diverso. E così gli esperti della DARPA trascorsero un’intera settimana ad affinare il loro software di riconoscimento insieme a un gruppo di marines in un sito dedicato alle sperimentazioni e alle esercitazioni.

Per sei giorni, i marines camminarono nei paraggi di un robot dotato di sensori e gestito dal software di IA di questi esperti, e il robot diventò bravissimo nel rilevarli e riconoscerli. A quel punto Phil Root decise che il software era sufficientemente maturo per affrontare una sfida: chiese ai marines di tentare di battere l’intelligenza artificiale.

Il robot fu collocato al centro di una rotatoria stradale nel sito sperimentale e Root diede ai soldati l’incarico di avvicinarglisi da grande distanza. Se fossero riusciti a farlo fino a toccarlo senza essere riconosciuti, avrebbero vinto i marines, altrimenti avrebbe vinto l’intelligenza artificiale.

Phil Root, da un video della DARPA del 2019.

Phil Root non era affatto certo che il test sarebbe stato vinto dalla IA: voleva semplicemente vedere cosa sarebbe successo. Degli otto marines che si cimentarono nella sfida, nemmeno uno fu rilevato dal software.

I soldati riuscirono in quest’impresa lasciando perdere i sistemi di mimetizzazione tradizionali e ricorrendo a trucchi che erano al di fuori delle capacità di quell’intelligenza artificiale. Phil Root racconta che “due di loro avanzarono facendo capriole per trecento metri e non furono rilevati. Due si nascosero sotto una scatola di cartone. Li sentivi ridacchiare per tutto il tempo”.

Se siete gamer e in particolare conoscete Metal Gear Solid, il trucco di nascondersi dentro una scatola di cartone vi farà sorridere parecchio, perché è un espediente ricorrente all’interno di questo gioco nelle situazioni più assurde e improbabili, e funziona.

[CLIP da Metal Gear Solid]

Il racconto di Phil Root della sconfitta dell’IA da parte dei marines prosegue inesorabile. Root spiega che il suo soldato preferito è stato quello che ha preso dei pezzi di un abete e si è messo a “camminare come un abete”. L’esperto militare dice proprio così, anche se non è chiaro come cammini di preciso un abete, e precisa che di quel marine si vedeva soltanto il sorriso mentre avanzava verso il suo obiettivo.

Queste tecniche, che non avrebbero tratto in inganno nemmeno il più sprovveduto degli esseri umani, hanno gabbato in pieno l’intelligenza artificiale per una ragione molto semplice ma spesso dimenticata: quella IA era stata addestrata a riconoscere immagini di esseri umani che camminano, non di persone che fanno le capriole, si nascondono dentro una scatola o si travestono da alberi.

Non aveva acquisito il concetto generale di “essere umano”, ma solo la capacità di valutare se le immagini che riceveva in diretta corrispondevano almeno approssimativamente a quelle usate per addestrarla. Non aveva acquisito una conoscenza del mondo reale che le permettesse di sapere che le scatole di cartone e gli alberi non si possono muovere da soli.

Questa non è intelligenza nel senso umano del termine: è riconoscimento automatizzato e probabilistico di immagini, senza la minima comprensione del contesto. In gergo tecnico, le IA hanno un world model, un modello del mondo, estremamente tenue e fragile. Eppure hanno un atteggiamento sicuro di sé, e lo hanno perché non sanno di non sapere quello che non sanno.


L’aneddoto dei soldati che beffano l’intelligenza artificiale con trucchetti elementari è insomma basato su una vicenda reale ed è tuttora valido, anche se sono passati alcuni anni. Da allora la IA ha compiuto progressi notevoli, ma resta ancora priva di un vero world model, cioè di una comprensione effettiva della realtà che le permetta di fare previsioni e gestire situazioni anomale in maniera simile a quella umana.

L’autore del libro che ha reso popolare questo aneddoto, Paul Scharre, spiega che “il problema non è che i sistemi di IA non funzionano: il problema è che funzionano, e spesso funzionano bene, ma quando escono dai confini dei propri criteri di progettazione possono fallire improvvisamente e inaspettatamente”. Cosa peggiore, dice Scharre, persino gli ingegneri che sviluppano queste IA rischiano di non saper prevedere quali siano questi confini.

Questo rischio viene esacerbato da un altro fattore, non tecnico ma psicologico: la tendenza di noi esseri umani a presupporre che una IA che si dimostra competente nello svolgere un dato compito lo sia anche in altri compiti affini. Per dirla con il professore di robotica all’MIT Rodney Brooks, citato nel libro di Scharre, “crediamo che prestazioni equivalgano a competenza”.

Tendiamo inoltre ad attribuire alle IA un tipo di intelligenza simile al nostro. Scrive Scharre che “Non ci aspettiamo che una persona capace di guidare in tutta sicurezza nel traffico sterzi di colpo verso una barriera di cemento”. Invece le IA, aggiunge, “possono passare in un istante dall’essere superintelligenti all’essere superstupide”. È vero che i sistemi di guida assistita o autonoma delle automobili guidano spesso meglio di un conducente normale nei contesti comuni, ma questi stessi sistemi possono fallire in maniera disastrosa se si imbattono in un contesto che per loro è anomalo ma è invece assolutamente normale per il conducente, che quindi non si aspetta un malfunzionamento e si fida, diventando così incapace di reagire in tempo all’errore, come tragicamente dimostrato da numerosi incidenti automobilistici anche mortali.

In questa situazione sembra impossibile, per noi comuni cittadini, capire se le intelligenze artificiali che usiamo siano realmente affidabili, specialmente quando controllano cose importanti come un drone o un caccia o un’automobile. Ma in realtà c’è una tecnica semplice per capire come stanno davvero le cose: guardare se la casa produttrice si assume la responsabilità in caso di malfunzionamento o incidente. Non lo fa praticamente nessuno.* Nonostante il baccano pubblicitario intorno ai sistemi di guida automatizzata, ancora oggi sostanzialmente tutte le case automobilistiche scaricano ogni responsabilità sul conducente.** Vuol dire che sanno che questi sistemi non sono ancora sufficientemente affidabili per operare da soli.

* BYD lo fa, ma solo parzialmente: si assume tutti gli oneri economici di un eventuale malfunzionamento o incidente causato dal proprio sistema di guida, incluso il malus assicurativo, ma non quelli giuridici. Inoltre lo fa solo per il primo anno di possesso dell’auto, solo nella guida urbana e solo in Cina. Il suo sistema di guida assistita è in ogni caso un Livello 2 (il conducente è tenuto a vigilare) (Electrek, giugno 2026; BYD).
** Fanno eccezione i taxi a guida autonoma (con teleguida umana di supporto) di Waymo e Tesla, che non sono veicoli acquistabili da privati e possono circolare senza conducente solo grazie a una licenza particolare. Formalmente la responsabilità legale derivante da eventuali malfunzionamenti ricade sulle aziende in questione, ma ci sono ancora zone grigie giuridiche perché un veicolo a guida autonoma non viene considerato come un veicolo gestito da un conducente (che di solito viene considerato responsabile) ma viene visto come un prodotto e quindi ricade in una classificazione legale differente [Vaziri Law; Chris Cain Law; “When Waymo's technology causes an accident, the company should be held responsible for your injuries. This includes medical costs, lost wages, pain and suffering, and property damage. But getting them to pay requires proving their system made a mistake. This is something that takes technical knowledge and legal experience”, InlandEmpireLawyers; HeplerBroom; MH Education].

Ed è per questo che io possiedo un’auto dotata di un assistente di guida basato sull’intelligenza artificiale, ma lo tengo rigorosamente spento.

Fonti

Four Battlegrounds: Power in the Age of Artificial Intelligence, Paul Scharre, W W Norton & Co Inc (2023), ISBN-13 ‏ 978-0393866865

Book Review: Four Battlegrounds: Power in the Age of Artificial Intelligence, Strategic Studies Institute, US Army War College

Marines outwitted an AI security camera by hiding in a cardboard box and pretending to be trees, Taskandpurpose.com, 2023

Niente Panico RSI – Puntata del 2026/06/08

Questa è la registrazione della puntata di oggi del programma che conduco in diretta insieme a Rosy Nervi ogni lunedì mattina dalle 9 alle 10 sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La puntata è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto. È l’ultima prima della pausa estiva.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Ho citato la paura irrazionale e persistente delle parole lunghe o complesse, chiamandola ippopotomonstrosesquipedaliofobia: è un conio semiserio che però ha radici antiche. Già un secolo prima di Cristo, il poeta romano Orazio criticava gli scrittori che usavano le sesquipedalia verba, ossia le parole lunghe un piede e mezzo. Il termine moderno è nato nel 2000 ad opera della poetessa statunitense Aimee Nezheukumatathil, forse per reazione al proprio chilometrico e complesso cognome. Non si tratta di una fobia formalmente riconosciuta dalla medicina, ma di un concetto umoristico (BBC Science Focus).

Lo studio scientifico che indica che indossare una cravatta può ridurre anche del 7,5% l’afflusso del sangue al cervello, aumentare la pressione oculare e facilitare il trasporto di germi è questo: Should you stop wearing neckties?—wearing a tight necktie reduces cerebral blood flow, pubblicato nel 2018 su Neuroradiology (BBC Science Focus).

Niente Panico RSI – Puntata del 2026/06/01

Questa è la registrazione della puntata di ieri del programma che conduco in diretta insieme a Rosy Nervi ogni lunedì mattina dalle 9 alle 10 sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La puntata è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

In questa puntata abbiamo parlato di questi temi:

  • illusioni dei sensi: perché i laptop con involucro metallico sembrano vibrare al tatto quando sono sotto carica e cos’è la “cecità saccadica”. Traduco il testo di questo video di Hannah Fry: “Avete mai notato che quando state ricaricando il vostro portatile, specialmente se ha un involucro in metallo come un MacBook, e fate scorrere leggermente il dito sul coperchio si avverte quasi un ronzio, come se vibrasse?
    Non sta vibrando, ma non ve lo state nemmeno immaginando, e il motivo per cui si avverte questa sensazione è davvero incredibile. L’energia che esce dalla presa elettrica nel muro è enorme, è pericolosa e pulsa 50 volte al secondo. Se immetteste tutta quella potenza direttamente nel vostro laptop, si scioglierebbe all’istante. Quindi ciò che fa il vostro alimentatore è trasformare quella potenza che pulsa violentemente in un flusso di elettricità minuscolo, uniforme e sicuro. Ma gli alimentatori non sono perfetti, e quindi parte di quell’elettricità pulsante arriva all’involucro metallico del tuo laptop. Il vostro dito le offre un punto di contatto per raggiungere la terra. Tuttavia, quella che sentite non è corrente elettrica. La corrente è troppo debole per dare una scossa ai vostri nervi. Quello che sentite è in realtà una sorta di illusione tattile perché, mentre quella corrente pulsa attraverso l’involucro, crea una minuscola attrazione elettrostatica tra il dito e il metallo. Quando il dito tocca il metallo, quella forza elettrostatica ne afferra letteralmente la pelle, la lascia andare, la afferra, la lascia andare, la afferra, la lascia andare. E così, mentre fate scorrere il dito sull’involucro, la forza elettrostatica continua a tirare, prima di più, poi di meno, poi di più, poi di meno, modificando sottilmente l’attrito sotto la tua pelle.
    Il vostro cervello non ha assolutamente idea di come elaborare una microcorrente elettrostatica, e quindi invia semplicemente alla tua mente il messaggio “Credo che il metallo stia vibrando”.
    A proposito, se volete rendere l’effetto più forte, dovete essere leggermente sudati. Il sale nel sudore vi rende un conduttore migliore, il che rende l’attrazione elettrostatica più forte. Quindi, se il vostro portatile vi sembra più aggressivamente ronzante del solito, magari provate a lavarvi le mani.”
  • 60 anni di Star Trek e la mia partecipazione alla Fedcon;
  • il centenario della nascita di Marilyn Monroe e il mito della bellezza “naturale” delle star maschili e femminili del cinema classico.

55 anni fa la missione Soyuz 11: trionfo e tragedia nello spazio (prima parte)

I tre cosmonauti della Soyuz 11. Da sinistra, il comandante del volo, Georgi Dobrovolsky, Viktor Patsayev e Vladislav Volkov.

È il 6 giugno 1971. Dalla storica rampa di lancio numero 1, che dieci anni prima aveva visto partire Yuri Gagarin, il primo uomo nella storia verso l’orbita terrestre, viene lanciata la navicella Soyuz 11 con a bordo tre cosmonauti. Sono le 7:55 ora di Mosca.

L’obiettivo di questa missione umana orbitale, la quarantesima a partire da quel 12 aprile 1961 di Gagarin, è raggiungere il laboratorio scientifico Salyut che dal 19 aprile si trova nello spazio, in orbita intorno alla Terra, entrarvi a bordo e soggiornarvi per la durata di circa un mese, stabilendo il record assoluto di permanenza umana nello spazio.

L’equipaggio della Soyuz 11 è composto dal comandante della missione Georgi Dobrovolsky, 43 anni, sposato con due figlie, pilota dell’Aeronautica militare selezionato come cosmonauta nel gennaio 1963. Vladislav Volkov, ingegnere di volo, è il più giovane dei tre (35 anni), ma è anche l’unico ad aver già volato nello spazio, a bordo della Soyuz 7 nell’ottobre 1969. Anche lui è sposato e ha un figlio. Viktor Patsayev, 37 anni, sposato con due figli, è l’ingegnere collaudatore di bordo.

Il fatto curioso è che la «troika» che compone l’equipaggio della Soyuz 11 non è quella selezionata originariamente per il volo verso la Salyut, ma è costituita dalle tre prime riserve. La “crew” inizialmente scelta era composta da Aleksei Leonov, che sarebbe stato il comandante ed è un veterano dello spazio (protagonista della prima EVA o «passeggiata spaziale» compiuta il 18 marzo 1965 al di fuori della navicella Voskhod 2), Pyotr Kolondin e Valeri Kubasov, anch’egli con alle spalle un’esperienza in orbita con la Soyuz 6 nell’ottobre del 1969.

A pochi giorni dall’inizio del volo una sospetta tubercolosi che avrebbe colpito Kubasov e probabilmente contagiato i suoi due compagni fa sì che prudenzialmente vi sia un avvicendamento tra i due equipaggi.

Lancio della Soyuz 11 dal Cosmodromo di Baikonur (fonte: agenzia Novosti).

L’ingresso in orbita della Soyuz 11 è regolare e la televisione sovietica trasmette pochi minuti dopo la registrazione dell’avvenuto lancio con immagini riprese anche all’interno della cabina.

La prima e la quinta pagina del quotidiano “L’Unità” del 7 giugno 1971 dedicate al viaggio verso la Salyut dei cosmonauti della Soyuz 11 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

L’inizio della missione della Soyuz 11 sulla prima pagina di “Stampa Sera” del 7 giugno 1971 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Il giorno successivo, il 7 giugno, a 24 ore dal distacco del pianeta Terra, dopo un lungo inseguimento la Soyuz 11 è ormai vicina al laboratorio cosmico. Dopo un primo avvicinamento in fase automatica è il comandante Georgi Dobrovolsky a guidare manualmente la navicella fino ad agganciarla con una manovra perfetta alla Salyut.

Per la cronaca, i tre uomini della Soyuz 11 non sono i primi nella riuscita manovra di aggancio al laboratorio, che si trova in orbita dal 19 aprile. Anche all’equipaggio della precedente missione, Soyuz 10, era riuscito il docking con la Salyut ma a causa di un problema nell’apertura del portello di collegamento con il laboratorio i tre cosmonauti, Shatalov, Yeliseyev e Rukavishnikov, erano stati costretti ad un rapido rientro sulla Terra. Questa volta tutto è andato bene e alle 10:45 ora di Mosca Dobrovolsky, Volkov e Patsayev sono i primi inquilini, come comunica trionfalmente Radio Mosca, «del più grande laboratorio cosmico in orbita intorno alla Terra». La loro permanenza a bordo della struttura, lunga 20 metri e pesante, compresa la Soyuz, 25 tonnellate, sembra destinata a durare diverse settimane, anche se le dichiarazioni diramate dalle agenzie di stampa occidentali da parte di scienziati sovietici sono come al solito laconiche.

In un’intervista rilasciata alla TASS e apparsa sul quotidiano di stato Pravda, il cosmonauta, scienziato e progettista della Salyut Konstantin Feoktistov descrive così l’interno del laboratorio dove da alcune ore si è trasferito, visto in diretta televisiva da milioni di spettatori in Unione Sovietica, l’equipaggio della Soyuz: “I tre cosmonauti, una volta aperto il portello della navicella, imboccano il tunnel di interconnessione, nel quale sono installati vari strumenti per ricerche di astrofisica e pannelli di controllo e, attraverso un portello, entrano nella cabina principale. All’interno di essa c’è una piccola piattaforma, davanti alla quale siedono i cosmonauti, con il viso rivolto verso il portello di entrata. Di fronte hanno pannelli di strumenti e di indicatori, ai loro lati equipaggiamenti di comando e trasmissione dello stesso tipo usato sulle Soyuz. All’interno della Salyut ci sono anche una zona di lavoro per effettuare ricerche sul plasma che avvolge il laboratorio, un oblò con vista sulla Terra e altre due zone di lavoro. Sulla destra e sulla sinistra di queste ultime si trovano i vari sistemi della stazione, le unità di condizionamento ed i filtri, e al di là di queste altre zone di lavoro ed apparati per le ricerche biomediche. Abbiamo per la prima volta una grande stazione spaziale, contenente tonnellate di apparati, compreso telescopi, spettrometri, elettro fotometri e telecamere installate fuori e dentro il laboratorio dove con continui collegamenti quotidiani i telespettatori sovietici potranno osservare la vita dei nostri cosmonauti a bordo della prima casa orbitale”.

Uno spaccato dell’interno della Salyut con agganciata la Soyuz 11 che ha portato a bordo del laboratorio i tre cosmonauti.
Dalla trasmissione televisiva in diretta dall’interno della Salyut i tre cosmonauti della Soyuz 11.


Il successo della prima “base orbitale” abitata dall’uomo nella prima pagina e a pagina 5 del quotidiano “L’Unità” (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Da qui inizia la cronologia di quella lunga permanenza: fino ad allora si era stati nello spazio fino ad un massimo di 18 giorni, con la missione Soyuz 9. Ma questa cronologia è tristemente destinata a concludersi con la terza tragedia nella storia dell’esplorazione cosmica da parte dell’uomo.

(continua)