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Podcast RSI – Occhiali “smart” di Meta: operatori vedono immagini intime degli utenti

Questo è il testo della puntata del 9 marzo 2026 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.

CORREZIONE: nel podcast dico che l’app Nearby Glasses è disponibile anche per smartphone Apple. Non è così. Ho corretto il testo qui sotto. Mi scuso per l’errore.


[CLIP: Zuckerberg presenta gli occhiali di Meta e Ray-Ban]

È la voce di Mark Zuckerberg, che alcuni mesi fa ha presentato gli occhiali “smart” di Meta, dotati di minischermo integrato, microfoni per ascoltare i comandi dell’utente, altoparlanti per sussurrargli informazioni, e minuscole telecamere. E ovviamente dotati anche di intelligenza artificiale, che arriva via Internet tramite lo smartphone. Sono in vendita anche da noi a partire da circa 350 franchi, lenti correttive escluse.

Secondo Zuckerberg, questi occhiali, abbinati a un braccialetto che rileva i movimenti del polso, permetteranno di fare a meno del computer. In effetti basta dire a questi occhiali “Ehi Meta, fai una foto” per scattare una fotografia presa dallo stesso punto di vista dell’utente. Altri comandi vocali e gestuali consentono di scrivere messaggi, identificare e descrivere oggetti, tradurre conversazioni in tempo reale, e così via, in maniera praticamente invisibile.

Ma questa invisibilità significa che questi occhiali vengono anche usati dai molestatori per fare riprese abusive in luoghi privati e intimi, passando inosservati perché la gente non si aspetta che degli occhiali dall’aria assolutamente normale includano una telecamera e non sa che con poca spesa è anche possibile disattivare la loro lucina che avvisa che è in corso una ripresa.

Oltretutto Meta vuole offrire anche un servizio di identificazione delle persone inquadrate, che ovviamente permette a chi ha buone intenzioni di fingere di ricordarsi che vostra zia si chiama Adalgisa ma consente ai malintenzionati di identificare in massa e automaticamente tutte le persone che inquadrano con questi occhiali.

Anche la privacy di chi li usa è a rischio, perché l’audio e le immagini che questi occhiali acquisiscono in continuazione non sono privati: spesso vengono visti dai dipendenti delle aziende incaricate da Meta di fare monitoraggio della qualità del servizio.

Questa è la storia della nuova generazione di occhiali “smart”, dei loro pro e contro, e dell’app che permette di sapere se qualcuno nelle nostre vicinanze li sta usando, per tentare di capire se questo sarà il prossimo gadget universalmente desiderabile oppure un flop o, peggio ancora, una trappola.

Benvenuti alla puntata del 9 marzo 2026 del Disinformatico, il podcast mensile della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Se sentite nominare occhiali “smart” e vi viene in mente ancora Google Glass, il prodotto presentato appunto da Google nel 2012 in pompa magna ma scomparso tre anni più tardi, aggiornate subito la vostra immagine mentale. Gli occhiali computerizzati presentati da Meta insieme a marchi come Ray-Ban e Oakley a settembre 2025 sono completamente diversi. Non c’è più quell’ingombrante, antiestetico braccetto che sporgeva davanti a una delle lenti e faceva sembrare chi lo indossava una sorta di impresentabile incrocio fra un orafo cyberpunk e un Borg di Star Trek. Gli occhiali smart di oggi sembrano dei normali occhiali, con una montatura e delle astine leggermente più corpose rispetto a quelle tradizionali, ma niente di più.

In quelle astine e in quelle montature c’è di tutto: una batteria, un touchpad, una serie di microfoni, due minialtoparlanti, due telecamere, i processori che elaborano e smistano tutti i dati generati e ricevuti dagli altri componenti, e un trasmettitore e ricevitore Bluetooth per comunicare con lo smartphone. Questi occhiali “smart” pesano solo un ventina di grammi in più rispetto a quelli tradizionali equivalenti.

Non sono autonomi: dipendono appunto dallo smartphone per connettersi a Internet, e il grosso dell’elaborazione dei dati avviene sui computer remoti di Meta, non localmente. Se non c’è Internet, se non c’è campo o se lo smartphone è scarico, gli occhiali “smart” perdono quasi tutte le loro funzionalità.

Ma quando tutto funziona, questi occhiali fanno cose davvero notevoli: diventano l’interfaccia alternativa dello smartphone. Il telefono rimane in tasca o nella borsetta, e invece si scattano foto, si fanno video, si fanno scorrere i messaggi social, si risponde alle telefonate direttamente dagli occhiali, si chiede a voce di riconoscere un fiore o un quadro o qualunque altro oggetto (o anche una persona), si ottengono indicazioni visive di quale direzione prendere per raggiungere una certa destinazione. E con il braccialetto che rileva i movimenti della mano diventa possibile scrivere su una tastiera virtuale o addirittura scrivere tracciando con un dito la forma delle singole lettere, tenendo la mano in tasca. L’ideale per inviare un messaggio con discrezione senza far vedere che si tira fuori il telefono.

C’è di più: le telecamere negli occhiali possono diventare gli occhi delle persone ipovedenti o cieche, grazie a servizi come Be My Eyes, che usano un mix di intelligenza artificiale e di volontari per fornire assistenza visiva remota. I microfoni possono ascoltare una conversazione e passarla via Internet a sistemi di riconoscimento vocale, per far comparire istantaneamente sullo schermo degli occhiali i sottotitoli di un film o di una conversazione, aiutando così chi ha problemi di udito. L’audio può essere anche inviato a sistemi di traduzione automatica, per fornire quasi in tempo reale la trascrizione tradotta di quello che viene detto.

Insomma, gli usi positivi di certo non mancano, ed è indubbiamente comodo avere un assistente che vede e sente tutto quello che facciamo e può aiutarci in ogni momento, perché lo abbiamo letteramente già addosso, e non è vistoso e antiestetico. E infatti, nonostante il prezzo non regalato, gli occhiali “smart” si vendono bene. EssilorLuxottica, il fabbricante di questi prodotti di Meta, ha dichiarato di averne piazzati oltre sette milioni di esemplari nel 2025, in aggiunta ai due milioni venduti in totale nei due anni precedenti [CNBC].

Ma proprio le loro caratteristiche favorevoli più evidenti sono anche le più problematiche.


Questi occhiali “smart” potenziati con l’intelligenza artificiale hanno l’aspetto di occhiali normali e quindi passano inosservati. Questo vuol dire che è facilissimo abusarne per effettuare riprese di nascosto, anche perché a differenza del telefono, che va estratto e puntato, le telecamere integrate in questi occhiali sono già nella posizione di ripresa perfetta, ossia accanto agli occhi dell’utente. Chi vuole fare riprese non fa nessun gesto rivelatore, ma si limita a dire a bassa voce agli occhiali di iniziare a registrare un video, oppure tocca leggermente il touchpad presente sull’astina. Tutto qui.

E la lucina a LED che si illumina quando inizia una ripresa video è facile da disabilitare, tanto che le istruzioni per farlo sono su YouTube. In alcuni casi è sufficiente un banale tappino adesivo sagomato, nonostante Meta abbia progettato i propri occhiali in modo che non funzionino se la spia luminosa è coperta [404 media, paywall].

Gli abusi di questo genere non si sono fatti attendere [CNN; Yahoo]. TikTok, Instagram e altre piattaforme social sono pieni di video in cui un uomo attacca bottone con una donna e riprende le sue reazioni alle avances senza chiederle il permesso di riprenderla e men che meno di postare il suo volto sui social. Questi video ottengono migliaia e a volte milioni di visualizzazioni e quindi portano denaro a chi li pubblica; sono diventati una moda e un fenomeno di massa.

Questi uomini credono di avere il diritto di fare riprese di nascosto a persone specifiche, perché sono in un luogo pubblico (ma la legge di quasi tutti i paesi dice il contrario). Questi uomini considerano le donne che abbordano come oggetti da monetizzare, ai quali quindi non ritengono di dover chiedere consensi o permessi. L’idea che una donna non voglia essere mostrata a milioni di persone e poi essere bersagliata da commenti misogini o diventare vittima di stalking non li sfiora nemmeno [BBC]. E i social network, invece di vietare e rimuovere questi tipi di video, li promuovono. Siamo arrivati alla monetizzazione delle molestie.

Gli occhiali “smart” sono insomma una manna dal cielo per questi uomini e un pericolo nuovo e ulteriore per le donne, che adesso dovranno cominciare a chiedersi se ogni interazione con una persona che non conoscono sia una ripresa nascosta che verrà pubblicata sui social. E il pericolo aumenterà a dismisura se, come sembra, Meta aggiungerà il riconoscimento facciale ai propri dispositivi indossabili. Se oggi una vittima può in parte proteggersi evitando di dare il proprio nome o altri dati personali a uno sconosciuto, con l’arrivo del riconoscimento facciale il molestatore avrà direttamente tutti i dati che gli servono, dal nome al numero di telefono all’indirizzo di casa e di lavoro, gentilmente forniti da Meta.


Anche senza arrivare a questi livelli di patetica misoginia, ci sono moltissime situazioni comuni nelle quali andare in giro con degli occhiali in grado di fare riprese di nascosto è inaccettabile o addirittura illegale. Basta pensare a luoghi come studi medici, ospedali, scuole, spogliatoi: qualunque spazio nel quale ci sia la ragionevole presunzione che non ci siano telecamere o microfoni che filmano e ascoltano.

Paradossalmente, a febbraio scorso persino il personale di Meta è stato colto a indossare questi occhiali in un tribunale californiano, dove le riprese sono vietate, ed è stato quindi ammonito dal giudice durante un’audizione di Mark Zuckerberg, che era stato convocato come testimone di un processo nel quale Meta e YouTube sono accusati di creare dipendenza nelle persone giovani. Il solo fatto di averli addosso, quindi in sostanza di aver attaccata alla faccia una telecamera puntata e pronta a filmare, è percepito come un rischio, un atto ostile. Se decidete di indossare un oggetto di questo genere, anche con le migliori intenzioni, potreste essere visti come potenziali molestatori o ficcanaso.

L’uso di questi occhiali rischia di essere problematico anche durante la guida, dove la comparsa di messaggi e immagini davanti a un occhio potrebbe essere interpretata come intralcio alla vista e distrazione dalla conduzione del veicolo. A scuola, i docenti che adesso tribolano per far rispettare i sempre più diffusi divieti di uso del telefonino nelle sedi scolastiche vedranno complicarsi ulteriormente questo compito, anche perché questi occhiali possono montare lenti correttive e quindi non si può semplicemente chiedere a una persona di toglierseli e metterli via come si fa con lo smartphone. Inoltre controllare che siano effettivamente spenti o inattivi non è affatto intuitivo.

E questo è un problema che riguarda anche gli utenti di questi occhiali. Un’indagine svolta da due giornali svedesi [Svenska Dagbladet, Göteborgs-Posten] in collaborazione con un giornalista kenyota [Naipanoi Lepapa] denuncia che le immagini e le registrazioni audio acquisite dagli utenti degli occhiali “smart” sono state viste dai dipendenti di Sama, una società con sede in Kenya che opera in subappalto per conto di Meta e fa la cosiddetta annotazione dei video (una sorta di catalogazione dei contenuti).

Fra le cose personali viste da questi dipendenti, dice l’indagine, ci sono riprese di attività sessuali, persone che si svestono, persone che usano la toilette, inquadrature di carte di credito e di video pornografici. A quanto pare gli occhiali “smart” sono così comodi e impercettibili che i loro stessi acquirenti si dimenticano che li stanno indossando e sono in modalità di acquisizione.

Meta ha confermato che in alcuni casi i contenuti che gli utenti condividono con l’azienda, attraverso la chat interattiva degli occhiali, vengono passati ad altre aziende a scopo di miglioramento del servizio, ma soltanto, dicono, dopo che sono stati filtrati, per esempio sfocando i volti [ma sembra che non lo faccia sempre, secondo BBC], e possono includere contenuti registrati dagli occhiali quando l’utente li attiva involontariamente. Tutto questo viene spiegato in dettaglio nelle oltre novemila parole dell’informativa sulla privacy apposita e dell’avviso sulla privacy delle funzioni vocali degli occhiali di Meta. Novemila parole che probabilmente pochissimi degli utenti di questi disposiivi si prenderanno la briga di leggere.

Questa situazione ha indotto uno dei garanti per la protezione dei dati del Regno Unito a chiedere spiegazioni a Meta, e negli Stati Uniti è stata depositata una class action contro Meta e Luxottica of America che contesta l’ingannevolezza dello slogan usato da Meta per promuovere questi occhiali, che è “progettati per la privacy, controllati da te” [“designed for privacy, controlled by you”]: la class action afferma infatti che

[Voce sintetica che legge la citazione] Nessun consumatore ragionevole interpreterebbe frasi come “progettati per la privacy, controllati da te” e promesse simili, come “costruiti per la tua privacy”, nel senso che filmati profondamente personali, girati all’interno delle loro case, vengano visionati e catalogati da operatori umani all’estero. Meta ha scelto di mettere la privacy al centro della sua pervasiva campagna di marketing, nascondendo però i fatti che rivelano la falsità di tali promesse.

Screenshot dal sito svizzero italiano di Meta (https://www.meta.com/ch/it/ai-glasses/privacy/).

L’azione legale è ancora in corso. Nel frattempo, chi sta pensando di acquistare questi occhiali dovrebbe informarsi bene su come funzionino realmente, tralasciando gli slogan. E chi invece rischia di essere bersaglio degli utenti molesti di questi dispositivi dovrebbe sapere prima di tutto che esistono e poi come riconoscerli, per esempio notando lo spessore delle astine o la presenza di piccoli elementi circolari sul frontale delle montature: sono gli obiettivi delle loro telecamere.

Ma c’è chi ha fatto di più: Yves Jeanrenaud, un docente dell’Università di scienze applicate di Darmstadt, in Germania, ha pubblicato un’app che aiuta a rilevare la vicinanza di questi occhiali “smart”. L’app si chiama Nearby Glasses, è gratuita e open source [GitHub] ed è disponibile per smartphone Android [Google Play; Izzysoft.de] e Apple [errore mio, scusate]. Sfrutta il fatto che questi occhiali comunicano con lo smartphone del loro utente tramite Bluetooth. Quando un dispositivo comunica in questo modo, nei segnali radio che emette c’è un identificativo che indica il fabbricante. Questi segnali sono captabili e decifrabili dall’app. Se Nearby Glasses rileva degli identificativi di fabbricanti che corrispondono a quelli di Meta e di altre aziende che fabbricano prodotti analoghi [per esempio quelli di Snapchat], fa comparire sul telefono un avviso.

L’app può dare dei falsi positivi e si limita a rilevare il fatto che questi occhiali sono accesi [ma non può sapere se vengono usati per effettuare riprese e quali siano le intenzioni di chi fa queste eventuali riprese]. Di conseguenza il creatore dell’app raccomanda di non aggredire chi indossa occhiali “smart” e di non presumere che tutti coloro che li indossano siano molestatori o comunque malintenzionati. Ma il fatto stesso che sia stata realizzata quest’app indica quanto sia sentito il problema.

L‘avvento degli occhiali digitali è insomma una nuova rivoluzione delle nostre abitudini sociali e delle nostre sicurezze, che va seguita con attenzione e prudenza. È il caso di dire che in un modo o nell’altro, ne vedremo delle belle.

Fonti

Meta faces privacy lawsuit over AI smart glasses, Euronews.com, marzo 2026

Meta Lied About Its Smart Glasses Protecting User Privacy, New Class Action Lawsuit Claims, Futurism.com, marzo 2026

She Came Out of the Bathroom Naked, Employee Says, Svenska Dagbladet, febbraio 2026

Meta sued over AI smart glasses’ privacy concerns, after workers reviewed nudity, sex, and other footage, TechCrunch, marzo 2026

Stasera sarò a Patti Chiari (RSI La1) per parlare di social network e dipendenze

Ultimo aggiornamento: 2026/03/07 13:40.

Questa sera alle 20:40 parteciperò in studio in diretta alla puntata del programma Patti Chiari dedicata ai rischi dei social network e in particolare di TikTok: fake news, algoritmi che promuovono contenuti tossici di violenza, razzismo e sessismo, vigilanza insufficiente, esposizione dei minori a contenuti assolutamente inadatti, e soprattutto creazione di dipendenza.

È stata depositata in Svizzera un’iniziativa popolare federale (Foglio Federale 3 marzo 2026) per far assumere ai grandi fornitori del settore informatico le loro responsabilità di tutela contro disinformazione, molestie, abusi, truffe e materiale criminale e obbligarli a proteggere i diritti fondamentali dei cittadini. L’iniziativa, lanciata dalla Fondazione Guido Fluri, ha l’appoggio di tutti i principali partiti politici nazionali e anche quello dell’Alleanza delle organizzazioni dei consumatori (ACSI, Konsumentenschutz, FRC) [Swissinfo]. L’idea di base è molto valida; la vera sfida è come applicarla concretamente. Ne parleremo stasera.

La presentazione e la registrazione della puntata sono qui. Potete rivedere la puntata qui sotto (non so se ci sono georestrizioni). Il sondaggio informale svolto da Patti Chiari indica che il 90% dei partecipanti sarebbe a favore di vietare i social network sotto i 16 anni.

Appuntamenti di marzo

13/3 – Stabio (Svizzera), ore 20.30 – Serata sul cyberbullismo per genitori scuola media – Aula Magna Scuola Media, via Ligornetto.

20/3 – Cevio (Svizzera) – Incontri con studenti di 1a media sui pericoli delle tecnologie digitali.

25/3 – Bellinzona (Svizzera) – Incontro sulle fake news con gli studenti della Scuola Cantonale di Commercio.

26/3 – Bellinzona (Svizzera) – Incontro su sicurezza informatica e fake news. Evento riservato.

Se il cielo scompare: nuove megacostellazioni di satelliti minacciano ambiente, atmosfera e astronomia da terra

Ultimo aggiornamento: 2026/03/07 10:45.

Paolo G. Calisse è a capo della Sostenibilità e della Pianificazione delle Operazioni del Cherenkov Telescope Array Observatory, un grande osservatorio per l’astronomia a energie molto alte (Very High Energy) in costruzione a La Palma, nelle Isole Canarie, e vicino Paranal, in Cile. Negli ultimi anni ha sviluppato un grande interesse per tutti i temi che riguardano la lotta alla Crisi Climatica e le sue conseguenze per il nostro pianeta.

Questo articolo include il link ad un modulo che va firmato entro il 6 marzo 2026 da tutti coloro che sono contrari a questo ulteriore tentativo di “privatizzare” il cielo.

Ripetiamo qui l’indirizzo del modulo (incluso anche nel corpo dell’articolo):

https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSdnBbw-dATjyHVovhoDTtl_VYKWZTs7T8ZbF9sC7oRdDILrEw/viewform

Immagine realizzata da Alan Dyer/AmazingSky.com nel 2024 (Instagram).

Negli ultimi anni stiamo assistendo a una trasformazione silenziosa ma profonda del cielo notturno. L’espansione delle megacostellazioni satellitari sta modificando non solo il modo in cui osserviamo le stelle, ma anche l’ambiente terrestre e i delicati equilibri dell’atmosfera.

Due progetti attualmente al vaglio della Federal Communications Commission (FCC) statunitense, anche se poco credibili per adesso già dal punto della fattibilità tecnica ed economica, rischiano di avere un impatto ancora maggiore: la costellazione Reflect Orbital e il nuovo ambizioso piano di SpaceX per il lancio di un milione, sì avete capito bene, UN MILIONE di satelliti.

Questi progetti comportano enormi rischi ambientali, scientifici ed ecologici, che analizzeremo nel seguito.

Un cielo sempre più affollato

Al momento attuale orbitano attorno alla Terra quasi 15.000 satelliti attivi, un numero cresciuto esponenzialmente con l’avvento delle megacostellazioni, ossia flotte composte da migliaia di unità progettate per fornire servizi globali come telecomunicazioni e connessione Internet. Questo ritmo di crescita è sostenuto da un modello industriale che prevede una vita operativa molto breve per ogni satellite, spesso di pochi anni, e la necessità di continue sostituzioni e aggiornamenti.

La conseguenza è duplice: l’orbita terrestre bassa diventa sempre più congestionata e la quantità di satelliti destinati a rientrare nell’atmosfera aumenta a ritmi senza precedenti. La maggior parte dei satelliti viene intenzionalmente fatta rientrare e disintegrare a fine vita negli strati alti dell’atmosfera, attraverso un processo noto come demisability, termine coniato ad hoc da Starlink (vedi commento di @daryl qui sotto), che comporta la frammentazione del materiale in polveri e particelle metalliche.

Questo avviene senza considerare i rischi sempre più elevati di perdita di controllo e di collisione di alcuni di questi satelliti, che potrebbero generare un aumento crescente della quantità di detriti in orbita (Sindrome di Kessler), al punto di rendere impossibile l’accesso all’orbita soprattutto da parte di equipaggi umani, a causa dei rischi connessi.

Il CRASH Clock è un indicatore ambientale che valuta il rischio di collisione nell’orbita terrestre bassa (low Earth orbit, LEO), ovvero quanto tempo passerebbe prima che avvenga una collisione tra satelliti attivi, detriti spaziali o stadi di razzi abbandonati, se tutte le manovre correttive venissero improvvisamente sospese. Al momento attuale il crash clock stima questo tempo come 3.8 giorni. Per avere un confronto, questo tempo era di 168 giorni ad inizio 2018, e si assottiglia sempre più. È facile immaginare cosa accadrebbe in futuro con un ulteriore incremento del numero di satelliti in orbita.

Reflect Orbital: specchi nello spazio

Tra i progetti più controversi c’è Reflect Orbital, che propone il lancio di 50.000 satelliti dotati di specchi per riflettere la luce solare verso la Terra durante la notte. Gli impatti potenziali sono enormi e includono:

  • aumento dell’inquinamento luminoso notturno;
  • disturbo ai ritmi naturali della fauna, che si orienta con la luce;
  • alterazione dei cicli sonno-veglia umani;
  • compromissione delle osservazioni astronomiche sia professionali sia amatoriali. Già oggi osservatori come il Vera Rubin, che dispongono di un grande campo visivo, devono attuare varie contromisure per limitare i danni alle loro osservazioni.

Il cielo buio è una risorsa naturale fondamentale non solo per la scienza, ma anche per l’ambiente e la cultura. La riflessione artificiale della luce notturna da parte di migliaia di specchi orbitanti rappresenterebbe una minaccia senza precedenti per l’astronomia da terra, già messa a dura prova dalla crescita dell’illuminazione urbana.*

* Da notare che tra i presunti benefici di questa costellazione viene indicato “l’incremento delle ore lavorative”. Un po’ quello che avviene nei pollai industriali, insomma, ma applicato all’intera umanità.

Il mega-progetto SpaceX: un milione di satelliti

Parallelamente, SpaceX ha presentato alla FCC una nuova richiesta per ottenere l’autorizzazione al lancio di fino a un milione di satelliti per costituire data center orbitanti, un progetto separato dal già vastissimo programma StarLink. Molti di questi satelliti verrebbero collocati in orbite eliosincrone, costantemente illuminate dal Sole, risultando quindi molto visibili e con un impatto significativo sull’aspetto di almeno alcune aree del cielo notturno.

Oltre al problema dell’inquinamento luminoso e del traffico orbitale, ricerche recenti evidenziano che la massa e la frequenza di questi satelliti avrebbero conseguenze dirette anche sull’atmosfera terrestre al lancio e al rientro. I modelli mostrano che la combustione in atmosfera di un numero così elevato di mezzi potrebbe produrre quantità senza precedenti di metalli e ossidi di alluminio, con effetti potenzialmente gravi sul clima e sull’ozono.

L’atmosfera trasformata in un “crematorio per satelliti”

Alcuni ricercatori avvertono che la Terra sta rischiando di trasformare la propria atmosfera in un gigantesco crematorio per satelliti. A ogni rientro, infatti, i satelliti vengono riscaldati a migliaia di gradi Celsius e si disintegrano, liberando:

  • alluminio e ossidi di alluminio (allumina);
  • litio e rame;
  • altre particelle metalliche derivanti dai materiali strutturali.

Studi recenti mostrano che questi materiali sono già presenti negli aerosol dell’alta atmosfera, con potenziali implicazioni per:

  • la riduzione dello strato di ozono, essenziale per filtrare le radiazioni ultraviolette;
  • il riscaldamento della stratosfera, alterato dai residui di razzi e dalle particelle metalliche;
  • cambiamenti nella circolazione atmosferica e nei pattern climatici.

Alcune proiezioni indicano che già entro il 2030 i rientri di massa dei satelliti potrebbero iniettare migliaia di tonnellate di materiale nella mesosfera e stratosfera ogni anno, in una zona dove la densità dell’aria è ridotta e quindi altamente sensibile a incrementi in percentuale di queste sostanze. Se le richieste di nuovi lanci verranno approvate e replicate da altri operatori privati, l’impatto potrebbe risultare ancora più significativo.

Il ruolo della FCC e il tempo per intervenire

La FCC sta attualmente valutando i due progetti. Le finestre per inviare osservazioni pubbliche sono molto strette:

  • Reflect Orbital: scadenza il 9 marzo 2026
  • SpaceX – megapiano da 1 milione di satelliti: scadenza il 6 marzo 2026 (oggi!)


L’associazione Astronomers for Planet Earth (A4E), di cui l’autore fa parte e che si batte per la lotta alla crisi climatica con il supporto di un’ampia comunità di astronomi e astrofisici, ha espresso fermamente la propria opposizione in un documento disponibile qui, sottolineando la minaccia che tali iniziative rappresentano per l’astronomia, gli ecosistemi e la tutela del cielo notturno. A4E invita cittadini e ricercatori a sostenere una dichiarazione ufficiale, in inglese, da inviare alla FCC, e disponibile a questo link.

Una responsabilità collettiva verso il futuro del cielo

Il cielo notturno non è solo un patrimonio scientifico, ma anche culturale ed ecologico. Le megacostellazioni offrono vantaggi tecnologici indiscutibili, ma sollevano questioni etiche e ambientali profonde. L’attuale corsa allo spazio da parte di alcuni gruppi privati rischia infatti di trasformare l’accesso all’orbita e all’atmosfera in un modello “usa e getta” su scala planetaria.

Le evidenze scientifiche ci dicono che il cielo non è un luogo isolato: ciò che avviene in orbita ha ricadute dirette sul clima, sulla biodiversità e sulla nostra capacità di osservare l’universo.

Siamo quindi a un bivio storico. Le scelte che prenderemo oggi definiranno il modo in cui le generazioni future potranno guardare il cielo, non solo per noi astronomi, ma anche come spazio naturale da preservare.

NASA: il programma lunare accelera, ma Artemis III non andrà sulla Luna

Da sinistra: il moderatore, il direttore della NASA Jared Isaacman, il direttore associato Amit Kshatriya e la direttrice del Moon to Mars Program Lori Glaze.

Ultimo aggiornamento: 2026/03/01 14:30.

2026/02/27 17:36. La conferenza stampa della NASA terminata mezz’ora fa ha annunciato una vera e propria rivoluzione dell’intero programma Artemis di ritorno alla Luna: la missione Artemis III non sarà più un allunaggio con equipaggio, da effettuare nel 2028. Sarà un ben più modesto volo in orbita intorno alla Terra, per testare un rendez-vous e un attracco con uno o entrambi i futuri veicoli di allunaggio (la Starship HLS di SpaceX e la Blue Moon di Blue Origin) e forse per collaudare le tute lunari, e avverrà intorno alla metà del 2027.

L’allunaggio vero e proprio slitta alle missioni successive Artemis IV o V, che da oggi sono previste entrambe per il 2028.

Jared Isaacman, direttore della NASA, ha annunciato l’intenzione di aumentare massicciamente il personale dell’agenzia spaziale statunitense per ricostituire le competenze di base interne all’ente che si erano ridotte a causa del calo drastico nel numero di dipendenti nel corso degli ultimi anni.

Ha detto inoltre che il lanciatore gigante SLS verrà “standardizzato”, evitando che ogni esemplare sia “un’opera d’arte” individuale, in modo da consentire una cadenza di lancio annuale o anche più ravvicinata (Isaacman ambisce ad arrivare a un lancio ogni dieci mesi circa). Non è entrato nei dettagli di questa “standardizzazione”, ma sembra di capire che verranno eliminate le versioni potenziate del vettore SLS (le cosiddette Block 1B e Block 2) che finora erano considerate definitive. L’attuale versione provvisoria, che è sottopotenziata e riesce a malapena a portare fino alla Luna soltanto la pesante navicella Orion, diventerà quella standard.

In dettaglio, il comunicato stampa della NASA parla molto concisamente di “an upper stage and pad systems in as close to the ‘Block 1’ configuration as possible”. Questo vuol dire che per SLS verrà usato sempre un secondo stadio simile all’attuale, denominato ICPS o Interim Cryogenic Propulsion Stage, che è un secondo stadio modificato di un lanciatore Delta IV (ennesimo esempio di cannibalizzazione e adattamento di componenti esistenti da parte del programma Artemis).

Scompare quindi l’EUS o Exploration Upper Stage, il secondo stadio quattro volte più potente di quello attuale, che avrebbe dato al lanciatore SLS una capacità di lancio e di trasporto adeguata a una missione lunare con equipaggio. La versione attuale porta fino alla Luna circa 27 tonnellate, mentre quella con l’EUS ne avrebbe portate oltre 46 (un Saturn V degli anni Sessanta ne portava 43).

Infografica NASA del 2023 che mostra le versioni dell’SLS previste all’epoca, con capacità di carico fino a 46 tonnellate. La prima da sinistra è quella attuale (fonte).
La stessa infografica, aggiornata da me, per mostrare quello che resta oggi dell’SLS.

Questa decisione eviterà anche costosissime e lunghissime modifiche alla torre di lancio dovute alla maggiore altezza delle versioni potenziate dell’SLS. Solo gli adattamenti a questa torre avrebbero comportato spese per quasi due miliardi di dollari e ritardi di anni: un’assurdità totale.

Ma il risultato finale è che si conferma quello che ho scritto nel mio libro Ritorno sulla Luna: SLS è un vettore inadeguato e insufficiente per le missioni lunari e sarà meno capace del Saturn V di mezzo secolo fa (27 tonnellate di capacità di carico lunare contro 43). Questo è quello che si ottiene quando le decisioni tecniche vengono prese dai politici.

L’intera conferenza stampa è stata un esercizio collettivo di elusione e parole vaghe da parte del direttore Isaacman, del direttore associato della NASA Amit Kshatriya e di Lori Glaze (direttrice del Moon to Mars Program). Nessun dettaglio concreto sullo svolgimento di questa nuova missione Artemis III. Bocche cucite sulla sorte del Gateway, la stazione orbitale da collocare intorno alla Luna, in parte già costruita (anche in Italia, da Thales Alenia Space). Nessun aggiornamento su quanto siano pronte le nuove tute per le attività lunari (a parte un accenno di Kshatriya a un human-in-the-loop testing che è in corso). Silenzio totale sulla composizione dell’equipaggio della nuova versione di Artemis III: è stato detto solo che i nomi verranno decisi e annunciati dopo che sarà stato definito il profilo esatto della missione.

In sintesi, il programma Artemis esce da questa conferenza stampa completamente trasformato. Invece di cadenze di lancio lentissime, da misurare in anni, Isaacman vuole cadenze simili a quelle del programma Apollo, che ha citato ripetutamente come esempio e riferimento: qualche mese fra un volo e il successivo. Il direttore della NASA dice di aver già consultato le aziende interessate al programma, che hanno affermato di poter costruire i loro veicoli in tempo per questi nuovi ritmi. L’intenzione è di avere “almeno un allunaggio ogni anno” dopo il 2027, secondo il comunicato stampa della NASA.

Infografica della NASA che illustra la nuova organizzazione del programma Artemis (fonte; fonte).

Questo nuovo piano della NASA è indubbiamente più sensato del precedente, che prevedeva di passare direttamente da un semplice giro intorno alla Luna con Artemis II all’allunaggio con Artemis III. Il salto era troppo grande e con troppe incognite, troppi veicoli nuovi mai collaudati e troppa inesperienza nella gestione di voli lunari (i tecnici veterani delle missioni Apollo sono in pensione o non ci sono proprio più). Ha anche il grosso vantaggio di “sacrificare” un vettore SLS usandolo per una missione non lunare: questo in parte aggira il mandato politico di usare SLS fin ad Artemis IV e V e apre anticipatamente la NASA all’uso di veicoli alternativi, più potenti e meno assurdamente costosi e concepiti per ottenere risultati, non per spendere soldi e generare posti di lavoro e successi elettorali (la sigla SLS, fra gli addetti ai lavori, è considerata acronimo di Senate Launch System).

La modifica del piano per Artemis III non è un fulmine a ciel sereno: se ne discuteva con discrezione alla NASA già ad aprile 2024 [Eric Berger su Ars Technica], ma si trattava di alternative ipotetiche anche se studiate in dettaglio.

Se ci si può fidare dell’attuale infografica, questo sarà il nuovo aspetto del secondo stadio dell’SLS per le missioni successive ad Artemis II.

Questo, a titolo di confronto, è il suo aspetto attuale, tratto sempre dalla nuova infografica NASA.


Nel frattempo, Artemis II è tornato nell’hangar gigante (VAB) perché richiede sostituzioni di componenti del secondo stadio, che non sono accessibili mentre il razzo si trova sulla rampa di lancio. Verranno sostituite anche le batterie del Flight Termination System, il sistema di autodistruzione in caso di avaria: questo permetterebbe, in teoria, di non dover far slittare il lancio di mesi qualora non fosse sfruttabile la finestra di lancio di aprile attualmente prevista.

Le date di lancio possibili in aprile sono le seguenti (versione aggiornata al 24 febbraio 2026, con date e orari espressi in UTC e in ora dell’Europa centrale o CET; tutte le finestre di lancio durano 120 minuti):

  • 1 aprile, 22:24 (23:24 CET)
  • 4 aprile, 00:00 (1:00 CET)
  • 5 aprile, 00:53 (1:53 CET)
  • 6 aprile, 1:40 (2:40 CET)
  • 7 aprile, 2:36 (3:36 CET)
  • 30 aprile, 22:06 (23:06 CET)

55 anni fa il primo “ritorno” dell’uomo sulla Luna con Apollo 14 (quinta e ultima parte)

La patch ufficiale della missione Apollo 14.

6 febbraio 1971, sabato. Ore 9:20 italiane. Si riapre il portello del modulo lunare: Alan Shepard ridiscende i nove scalini di “Antares”, seguito pochi minuti dopo da Edgar Mitchell, in anticipo rispetto al piano di volo originale, che aveva programmato l’uscita per le 11:30 ora italiana. Ha inizio la seconda esplorazione nella zona di Fra Mauro, nei pressi del Mare delle Piogge, da parte del quinto e sesto uomo a calcare la superficie della Luna.

I due sono sempre seguiti in diretta televisiva dai tecnici e scienziati dal Centro di Controllo di Houston e dai milioni di telespettatori collegati attraverso gli apparecchi radio e televisivi. La seconda escursione ha come meta il raggiungimento del “Cratere Cone”, che è il principale obiettivo scientifico della missione e dista circa due chilometri dal punto in cui “Antares” si è posato il giorno prima. I due astronauti devono raggiungere la vetta vulcanica, superando un dislivello di 150 metri.

Shepard e Mitchell percorrono inizialmente senza problemi buona parte del tragitto, poi la salita inizia a farsi dura. Spingendo e sollevando a fatica il MET, il loro piccolo veicolo a due ruote, aggirano e scavalcano grosse rocce e piccoli avvallamenti. Il comandante di Apollo 14 e il suo compagno di avventura ansimano, sudano, il ritmo delle loro pulsazioni accelera, e la temperatura all’interno dello scafandro sale.

Subentra inoltre anche una certa difficoltà di orientamento: i punti di riferimento pianificati sembrano, agli occhi dei due astronauti, molto diversi rispetto alle mappe realizzate con le fotografie ottenute in orbita lunare dalle sonde automatiche. I battiti del loro cuore sono saliti da 84 per Shepard e 90 per Mitchell a oltre 150 al minuto. Al Centro spaziale di Houston, il medico capo della NASA, il dottor Charles Berry, giudica la situazione critica e ordina ai due astronauti di rinunciare alla scalata del cratere. Il quinto e sesto esploratore del Satellite naturale della Terra, affaticati e a malincuore, obbediscono all’ordine e ridiscendono il pendio quando sono probabilmente a poche centinaia di metri dal loro obiettivo.

Durante il percorso che li riporta ai piedi del modulo lunare raccolgono gli ultimi campioni di rocce da riportare a terra, essenziali per lo studio da parte degli scienziati di tutto il mondo di una delle zone geologicamente più antiche della Luna.

Il comandante di Apollo 14, Alan Shepard, e il piccolo veicolo a due ruote MET sul suolo lunare.
Una falce di Terra nel buio cielo lunare.

Poco prima di rientrare a bordo di “Antares”, mentre Mitchell sta terminando la sistemazione dei campioni lunari e delle varie apparecchiature da riportare sulla Terra, il comandante di Apollo 14, appassionato giocatore di golf, estrae da una tasca della sua tuta spaziale una testa di bastone da golf, la aggancia al manico di uno degli strumenti scientifici usati per la raccolta dei campioni lunari e la usa per lanciare alcune palline da golf che ha portato con sé nella stessa tasca. Il suo insolito gesto viene ripreso dalla telecamera a colori piazzata sulla superficie lunare.

Mentre il primo tiro alza solo sabbia e polvere, i due tentativi successivi hanno successo. Nonostante l’impaccio della rigidissima tuta, ma in assenza di atmosfera e con la gravità ridotta a un sesto, la seconda pallina “vola per miglia e miglia e miglia” annuncia scherzosamente Shepard. Il fuori programma viene completato da Mitchell con il lancio a mo’ di giavellotto dell’asta usata per l’esperimento del vento solare.

Il momento della “partita a golf” di Shepard durante la diretta televisiva.

6 febbraio 1971, sabato. Ore 13:28 italiane. Il portello del Lem “Antares” viene chiuso. Verrà riaperto un’ultima volta per lasciare sulla Luna tutto ciò che potrebbe appesantire lo stadio di risalita del modulo lunare al momento del decollo. La seconda escursione dei due astronauti nella zona di Fra Mauro termina dopo quattro ore e trentacinque minuti dal suo inizio.

In totale, con le due “passeggiate”, Shepard e Mitchell hanno trascorso quasi dieci ore all’esterno sulla superficie lunare, con una raccolta record di quasi 43 chilogrammi di rocce lunari. L’unico rammarico per i due è non essere riusciti a raggiungere uno degli obiettivi principali della missione: scalare il “Cratere Cone” per raccogliere campioni utili per una maggiore conoscenza delle origini e della formazione del nostro Satellite.

I due zaini di sopravvivenza non servono più e sono stati buttati fuori dall’abitacolo: si vedono a sinistra in questa foto scattata all’interno di “Antares” al termine della seconda “EVA”.
Altro scatto fotografico dall’interno del modulo lunare, in cui è visibile il carrellino a due ruote MET.

6 febbraio 1971, sabato. Ore 19:48 italiane. Dopo un breve riposo e dopo aver consumato un buon pasto, Alan Shepard e Edgar Mitchell dicono addio alla Luna. A 141 ore e quarantacinque minuti dall’inizio della missione, l’accensione del motore di ascesa del Lem: “Antares” si divide a metà dalla rampa di appoggio, innalzandosi sicuro nel nero cielo lunare e raggiungendo dopo otto minuti l’altezza necessaria per l’ingresso in orbita lunare.

6 febbraio 1971, sabato. Ore 21:35 italiane. Dopo un lungo inseguimento tra“Antares” e “Kitty Hawk” avviene in collegamento televisivo in diretta dalla Luna il perfetto aggancio tra le due navicelle, questa volta senza la “suspense” accaduta durante il tragitto iniziale verso la Luna. Questa volta tutto ha funzionato alla perfezione: i tre uomini di Apollo 14 sono di nuovo insieme.

Alle 23:52 ora italiana, la parte superiore di “Antares” viene sganciata e diretta verso il suolo lunare. Quando in Italia è già domenica 7 febbraio, a Houston nel Texas è ancora sabato 6, alle 02:39 viene acceso per tre minuti il motore principale del Modulo di Servizio, l’SPS. I tre protagonisti del terzo sbarco lunare nella storia dell’umanità danno l’addio al Satellite naturale della Terra e imboccano la giusta strada verso il nostro pianeta. Sono trascorse 148 ore, 36 minuti e due secondi dal distacco dalla rampa 39-A di Cape Kennedy.

9 febbraio 1971, martedì. Dopo un collegamento televisivo in diretta, effettuato il giorno precedente per rispondere alle domande dei giornalisti durante una conferenza stampa, Il grande viaggio dell’equipaggio di Apollo 14, che ha segnato il ritorno di astronauti della NASA sulla Luna, volge ormai al termine.

Il giorno del rientro sulla Terra di Apollo 14 sul quotidiano “La Notte”.

Alle 13:25 ora italiana l’astronauta addetto alle comunicazioni Fred Haise, uno dei protagonisti della precedente sfortunata missione lunare Apollo 13, suona la sveglia agli uomini della sesta trasvolata umana della storia Terra-Luna-Terra.

Il comandante della missione Shepard e il pilota del Modulo di Comando “Kitty Hawk” Roosa, dopo essersi “sbarbati” con un normale rasoio elettrico, consumano insieme a Mitchell l’ultima abbondante colazione nello spazio. La navicella spaziale si trova in questo momento a poco più di centomila chilometri dalla Terra. Il pianeta azzurro che i tre valorosi uomini della Nasa hanno lasciato in un piovoso pomeriggio in Florida, domenica 31 gennaio, si fa sempre più vicino.

Dopo aver sistemato e ordinato la cabina, alle 21:35 italiane, a Houston sono le 14:35, pochi minuti prima di iniziare il tuffo finale nell’atmosfera, il Modulo di Comando, con a bordo i tre astronauti e il prezioso e ricco “bottino” lunare proveniente dalla zona di Fra Mauro, si distacca dal Modulo di Servizio.

Alle 21:47, alla velocità di quasi 40 mila chilometri orari, avviene l’ingresso nello stretto corridoio nell’atmosfera. Alle 21:51 ha inizio il “blackout” nelle comunicazioni radio tra la capsula Apollo e il Centro di controllo a Terra. È sempre un momento di tensione e di emozione per i tecnici che seguono il volo da Houston e per milioni di radio e telespettatori che seguono in diretta l’avvenimento in tutto il mondo.

I due disegni illustrano le ultime manovre prima del rientro sulla Terra della capsula Apollo. In alto la separazione del Modulo di Comando con a bordo Shepard, Mitchell e Roosa dal Modulo di Servizio. In basso l’inizio della discesa nei primi strati alti dell’atmosfera della navicella spaziale con a bordo i tre uomini di Apollo 14.

9 febbraio 1971, martedì. Ore 21:54 italiane. Sono trascorsi poco meno di quattro minuti dall’inizio del silenzio radio quando viene ripristinato il collegamento tra la nave di recupero “New Orleans” e la capsula diretta verso l’impatto con l’oceano. La prima voce a giungere a terra ai controllori di volo a Houston è quella del comandante Alan Shepard: “Arriviamo!”.

Alle 21:59 ora italiana, i teleschermi accesi collegati in diretta in tutto il mondo mostrano lo spettacolare dispiegamento dei tre grandi paracadute bianchi e rossi. Alle ore 22, cinque minuti e zero secondi italiane, quando a Houston le lancette dell’orologio, indietro di sette ore, segnano le 15:05, avviene il perfetto “splashdown” nelle acque dell’Oceano Pacifico, a 1500 chilometri circa dall’isola di Samoa.

Sono trascorse esattamente 216 ore, un minuto e cinquantotto secondi dal momento del “liftoff” dalla rampa di lancio 39-A. Il viaggio Terra-Luna-Terra dell’equipaggio di Apollo 14 si conclude in maniera trionfale: i tre astronauti, usciti uno alla volta dalla capsula ribattezzata“Kitty Hawk” (tutto ciò che rimane del gigantesco complesso spaziale alto 110 metri lanciato il 31 gennaio) e trasportati con l’elicottero verso la portaerei, appaiono in buone condizioni di salute, per nulla stanchi ed affaticati.

Per Alan Shepard, Stuart Roosa e Edgar Mitchell inizia ora un periodo di isolamento, come è accaduto ai precedenti equipaggi di Apollo 11 e Apollo 12 tornati dalla Luna, in cui racconteranno durante i vari briefing, agli scienziati e ai tecnici della Nasa, passo per passo, la loro straordinaria avventura sulla superficie tormentata di Fra Mauro.

Il rientro a terra di Apollo 14 sulla prima pagina de “Il Corriere della Sera” del 10 febbraio 1971.
Il ritorno di Shepard, Mitchell e Roosa dalla terza missione lunare con sbarco, sulla prima pagina de “La Stampa”.

(Fine)

Corriere: Neil Armstrong portò sulla Luna un computer da scrivania da 35 chili

Secondo Daniele Manca e Gianmario Verona sul Corriere della sera, nel 1969 Neil Armstrong portò fino alla Luna una Olivetti Programma 101, che era un computer da scrivania che pesava 35 chili.

Pare strano, considerato che nel Modulo Lunare, il veicolo usato dalle missioni Apollo per scendere sulla Luna, erano stati persino eliminati i sedili per ridurre il peso e la cabina era strettissima. Pare ancora più strano se si considera che la storica, geniale Programma 101 mostrava i risultati dei suoi calcoli esclusivamente su un rotolino di carta, perché non aveva uno schermo, e quindi avrebbe riempito il minuscolo abitacolo di pezzettini di carta.

Ma i due scrivono quanto segue:

“La Olivetti era stata la prima al mondo a offrire un desktop computer nel 1965 grazie a Piergiorgio Perotto. (Sì! Avete capito bene: qui in Italia la Olivetti di Adriano aveva prodotto il primo desktop computer. Pensate: Neil Armstrong portò la Programma 101 con sè nella indimenticabile missione lunare. E la «Perottina», cosi’ venne ribattezzata in quanto ideata dall’informatico Perotto, è esposta al Moma di New York).”

Screenshot tratto dal Corriere. Copia permanente su Archive.org.

Mi piacerebbe sapere qual è la fonte di questa loro affermazione. Qualcuno ha modo di chiederglielo?

Non infierisco sugli errori di ortografia: quel “sè” con l’accento grave e quel “cosi’” con l’apostrofo al posto della lettera accentata, e quel punto prima della parentesi (e anche dopo) sono sciatterie imbarazzanti, ma perlomeno hanno il pregio, per così dire, di suggerire che questa storia del computer Olivetti portato sulla Luna sia stata partorita da esseri umani e non sia stata rigurgitata da un ChatGPT qualsiasi usato senza alcuna rilettura o verifica.

Per chi volesse cogliere l’occasione per conoscere meglio la Perottina e il suo ruolo reale nelle missioni lunari degli anni Sessanta (supporto per i calcoli svolti sulla Terra, non portandosela nello spazio), consiglio questa pagina del Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci, da cui traggo l’immagine qui sotto, così è più chiaro di cosa stiamo parlando.

Una Olivetti Programma 101. Fonte: Museoscienza.org.

Sto importando qui il vecchio blog. Scusate il disagio

1:42. Sto usando un plug-in a pagamento (quello di Siteskyline.com) per copiare qui su Attivissimo.me tutti i contenuti di Disinformatico.info (che sta in hosting su Blogger.com). Si tratta di quasi novemila articoli, che rappresentano una ventina d’anni di lavoro fino a ottobre 2024, e vorrei riunirli tutti sotto lo stesso tetto (o server).

Alcuni lettori mi segnalano che stanno ricevendo via mail una raffica di notifiche per via dell’aggiunta di tutti quei vecchi post a questo blog. Purtroppo non posso farci niente. Ho fatto partire l’importazione di notte nella speranza di evitare fastidi, ma mi sa che non ho tenuto conto di tutte le maniere che usate per seguirmi! In ogni caso passerà tutto entro qualche ora.

9:10. Importazione terminata! C’è qualcosina da sistemare, ma il grosso sembra che funzioni. So che sono andate perse alcune immagini, che però mancano anche negli originali perché erano embeddate e la loro fonte non esiste più o ha cambiato URL.

Cosa cambia in concreto

Non molto. Non ho intenzione di cancellare il vecchio blog su Blogger. Questa importazione genera una copia degli articoli, ma non elimina gli originali, che restano consultabili. Ho fatto questo lavoro di importazione principalmente per poter cercare rapidamente nei miei articoli passati. Anche per voi, adesso è più facile trovare qualche cretinata che ho scritto: è tutto cercabile in un’unica casella di ricerca qui su Attivissimo.me.

Purtroppo non riesco a importare i commenti da Disqus associandoli ai rispettivi articoli, per cui la copia qui su WordPress è priva di commenti.

Gli articoli sono stati importati con la loro data di pubblicazione originale e con le loro etichette di categoria. Contengono parecchi “a capo” di troppo: li sistemerò man mano, quando posso. Se notate qualche cosa che non va a parte questo problema degli “a capo”, segnalatemela nei commenti.

Mi mancano il tempo e le risorse tecniche per aggiungere a ciascun vecchio articolo copiato qui su WordPress un link che porti all’originale, ma se metterò mano a qualche articolo per sistemarlo lo aggiungerò.

55 anni fa il primo “ritorno” dell’uomo sulla Luna con Apollo 14 (parte quarta)

Il logo della missione Apollo 14.

5 febbraio 1971, venerdì. Ore 00:39 italiane. A Houston le lancette dell’orologio segnano le 17:39 di giovedì 4 febbraio. Da alcune ore il panorama del deserto lunare scorre sotto gli occhi dei tre uomini di Apollo 14. È la voce del pilota del modulo di comando Stuart Roosa a spezzare il silenzio nella sala del Centro di controllo a terra: “Buongiorno Houston, qui Apollo 14”.

“Buonasera 14, qui Houston”, risponde Bruce McCandless, in quel momento il “Capcom” di turno, cioè l’astronauta addetto alle comunicazioni.

“Come e quanto avete dormito?”. Risponde ancora Roosa: “Benissimo Bruce. Al (Shepard), sei ore di sonno, Ed (Mitchell), sei ore ed io sei ore”. “Ok. Registriamo, sei ore di riposo ciascuno, bene”, risponde McCandless.

Dopo aver consumato una ricca e sostanziosa colazione, i tre astronauti danno inizio alle ultime complesse operazioni di controllo che precedono il distacco del modulo lunare “Antares” dalla navicella madre “Kitty Hawk”. Dopo aver pressurizzato il Lem, alle 03:23 ora italiana, Shepard e Mitchell entrano a bordo del veicoloL’unica preoccupazione ora, per i tre astronauti e per i controllori a terra, è se il sistema di attracco, che ha causato problemi durante le prime fasi del volo verso la Luna, si comporterà regolarmente durante il rilascio tra i due veicoli.

Dopo aver ricontrollato minuziosamente, in continuo contatto radio con la Terra, tutte le delicate apparecchiature del Lem e chiuso il boccaporto di comunicazione tra “Antares” e “Kitty Hawk”, i due prossimi “pedoni lunari” danno l’arrivederci via radio a Roosa. A 103 ore e quarantasette minuti dal “lift off” da Cape Kennedy, tra le due navicelle avviene la separazione. In Italia sono le 05:50 del mattino, le 22:50 a Houston.

Sulla Terra arriva tranquilla, da più di 380.000 km di distanza, la voce del pilota del modulo di comando: “Ok Houston, il distacco è avvenuto regolarmente”. Ora per Alan Shepard e Edgar Mitchell, alla guida del più straordinario, delicato (e buffo per certi versi) veicolo costruito dall’uomo, destinato a volare solamente nello spazio, non resta che attendere da terra il “Go for landing”, il via libera per l’atterraggio sulla Luna.

Il modulo lunare “Antares” con Shepard e Mitchell a bordo, fotografato da Roosa mentre si allontana dal modulo di comando preparandosi per la discesa.
La Terra sorge all’orizzonte lunare, vista attraverso uno dei finestrini del Modulo Lunare “Antares” poco dopo il distacco dal Modulo di Comando “Kitty Hawk”.

Le ultime fasi prima dell’allunaggio sono ricche di tensione e di emozione: mentre Shepard e Mitchell stanno ultimando gli ultimi controlli prima dell’accensione del razzo frenante del modulo di discesa di “Antares”, inizia improvvisamente a lampeggiare la spia rossa che segnala l’”Abort Command”, rischiando su comando del computer di fare annullare la discesa e rilanciare automaticamente in orbita lunare il Lem.

Dopo due interminabili ore di discussioni e di analisi, la NASA e la squadra di progettisti del software del Massachusetts Institute of Technology, capitanati da Donald Eyles, che hanno preparato i programmi per il calcolatore, trovano la soluzione: riprogrammare il sofware facendo credere al computer di bordo che l’interruzione della discesa sia già avvenuta, ignorando così altri segnali di allarme eventualmente in arrivo.

Poiché tutto è tornato in ordine, finalmente giunge il momento per l’accensione del razzo frenante di discesa di ”Antares”. Ma ecco un secondo inconveniente: durante la discesa il radar di atterraggio del Lem non riesce ad agganciare automaticamente la superficie lunare, privando il computer di navigazione delle importanti informazioni riguardanti l’altitudine e la velocità di discesa. C’è un nuovo rischio di “abort” della missione.

Solo azionando manualmente l’interruttore si riesce a convincere il radar a riprendere a funzionare regolarmente. Ora, con tutti gli strumenti operativi, Alan Shepard può assumere manualmente la guida del Lem mentre il pilota del modulo lunare Mitchell controlla e trasmette al comandante di Apollo 14 i dati relativi alla quota e alla velocità di discesa.

 Nella raffigurazione artistica il modulo lunare “Antares” proco prima di toccare il suolo lunare.

5 febbraio 1971, venerdì. Ore 10:18 ora italiana. A 108 ore, quindici minuti, nove secondi dall’inizio della sesta avventura umana verso la Luna, il modulo lunare “Antares” si posa con le sue quattro zampe sulla polverosa superficie nella zona di Fra Mauro, con un minuto e dodici secondi di ritardo sul piano di volo ma con il maggior avvicinamento al luogo previsto dello sbarco rispetto alle precedenti missioni di Apollo 11 e 12.

A Houston è piena notte, le lancette dell’orologio segnano le 03:18, ma l’emozione al Centro di Controllo a terra e in tutti gli Stati Uniti è comunque enorme. Il fallimento di “Apollo 13”, nell’aprile dell’anno precedente, ha fatto convergere su questa missione l’attenzione di tutto il mondo, creando un clima di suspense e anche di polemiche.

Con il felice allunaggio di Shepard e Mitchell tutte le incertezze, tutti i dubbi di fronte a questo successo sono scomparsi. A bordo del modulo lunare, dopo essersi complimentati a vicenda, per i due astronauti non c’è tempo per festeggiare: subito dopo l’allunaggio procedono ad un controllo di tutte le apparecchiature di “Antares” e a preparare il loro veicolo in caso di partenza anticipata.

Poi, in collegamento radio con la Terra, ha inizio una prima descrizione del panorama nella zona dell’atterraggio, visto attraverso i finestrini del Lem. “Il cratere Cone è impressionante, ma non mi sembra difficile da scalare. Qui intorno vi sono meno massi di quanto mi aspettavo”, dice Shepard. Poi è la volta di Mitchell: “La doppietta di crateri davanti a me e che vedremo con la seconda attività extraveicolare è molto pronunciata, crea il limite dell’orizzonte lunare con il cielo nero”. 

Le prime foto della zona di Fra Mauro dove è atterrato il modulo lunare “Antares”.

5 febbraio 1971, venerdì. Ore 14: italiane. I due astronauti, dopo aver esaminato minuziosamente il modulo lunare e trovato tutto in perfetto ordine, indossano gli speciali indumenti per l’attività extraveicolare e scoprono d’improvviso che la trasmittente di Shepard non riesce a comunicare con Houston.

Il problema non è grave, perché i due astronauti possono ugualmente comunicare tra di loro con un’altra radio, e Mitchell potrebbe tenere i collegamenti con il Centro di Controllo a terra grazie al suo apparecchio. Ma il direttore del programma Apollo, Rocco Petrone, cognome di chiare origini italiane, non intende correre nessun rischio. Per trenta minuti i due astronauti trafficano intorno allo scafandro di Shepard, finché non riescono a risolvere con successo il problema.

Finalmente, alle 15:42 italiane, con cinquanta minuti di ritardo sull’orario previsto, si apre il portello del modulo lunare. Alle 15:53, Alan Shepard scende lungo la scaletta del LEM e accende la telecamera posizionata in uno scomparto dello stadio di discesa di “Antares”: ha inizio la diretta TV della prima escursione sul suolo di Fra Mauro. Tutti i Paesi collegati possono assistere in diretta al “ritorno” dell’esplorazione umana del Satellite naturale della Terra da 400.000 km di distanza.

Un minuto dopo, alle 15:54, il comandante di Apollo 14 tocca con i suoi voluminosi scarponi il suolo selenico, quinto uomo e quinto cittadino degli Stati Uniti ad esplorare un corpo celeste al di fuori del nostro pianeta. Sono trascorse 113 ore e cinquantuno minuti dall’inizio della missione. Le prime parole di Shepard una volta disceso i nove pioli della scaletta sono queste: “Al (Alan) è arrivato. La strada è stata lunga, ma siamo arrivati”.

Il quinto pedone lunare della storia ha appena disceso la scaletta di “Antares” nell’immagine trasmessa in diretta televisiva da 400.000 km di distanza.

Quattro minuti dopo Shepard anche Edgar Mitchell è sulla Luna. A questo punto i due astronauti danno inizio alla prima attività extra-veicolare, che li terrà impegnati per quasi cinque ore.

I due esploratori raccolgono i primi campioni lunari cosiddetti di “emergenza”, nel caso vi sia una partenza anticipata, dispiegano la grande antenna a forma di ombrello per le comunicazioni e la bandiera degli Stati Uniti (la terza a garrire, grazie a delle aste metalliche, sulla superficie lunare) oltre a un foglio di alluminio per la cattura di particelle del vento solare.

Shepard e Mitchell dedicano gran parte della loro prima attività all’installazione della seconda stazione ALSEP (Apollo Lunar Surface Experiments Package), una serie di strumenti scientifici utili a trasmettere a terra dati sull’ambiente interno ed esterno del Satellite naturale della Terra. La prima era stata collocata da Apollo 12 nel novembre 1969. Montano anche il MET (Modular Equipment Transporter), un piccolo veicolo a due ruote studiato per essere trainato da loro sulla Luna e permettere di caricare con sé strumenti, attrezzature e campioni, senza la necessità di portarli personalmente.

5 febbraio 1971, venerdì. Ore 20:20 italiane. La prima intensa attività di Shepard e Mitchell nella regione di Fra Mauro termina quando in Italia sono le 20:22, dopo quattro ore e 48 minuti dall’uscita dal Lem.

I primi passi di Shepard sulla Luna fotografati da Mitchell ancora a bordo di “Antares”.
Il saluto alla bandiera degli Stati Uniti da parte del comandante di Apollo 14 Shepard.
Il Lem “Antares” atterrato con precisione nella zona di Fra Mauro con una pendenza di otto gradi.
La prima pagina de “Il Corriere della Sera” di sabato 6 febbraio 1971 sulla prima attività sulla Luna di Shepard e Mitchell.
La prima pagina del quotidiano “La Stampa” di sabato 6 febbraio 1971.

(continua)
 

55 anni fa il primo “ritorno” dell’uomo sulla Luna con Apollo 14 (parte terza)

La patch ufficiale della missione Apollo 14.

1 febbraio 1971, lunedì. Ore 9:03 italiane. Dopo la “suspense” delle ore precedenti, dovuto al mancato aggancio per ben cinque volte tra “Kitty Hawk” e “Antares”, alla NASA c’è di nuovo fiducia nel proseguimento della missione Apollo 14.

Continua però a rimanere tra i tecnici a terra una certa preoccupazione per il funzionamento della sonda di aggancio nel prosieguo del volo verso il Satellite naturale della Terra. Cosa succederebbe se il problema da poco superato si dovesse ripresentare anche in orbita lunare, al momento del ricongiungimento tra il modulo di comando e la parte superiore del modulo lunare, al termine delle due esplorazioni in programma sulla superficie selenica? 

Una possibile soluzione pensata a Houston è far rientrare Shepard e Mitchell nel modulo di comando, con tutto il materiale raccolto nelle colline di Fra Mauro, tramite un’attività extraveicolare, uscendo dal Lem “Antares” ed entrando attraverso il portellone laterale del modulo di comando.

Alle 9:03 ora italiana, a undici ore esatte dal momento in cui Shepard, Roosa e Mitchell hanno lasciato il pianeta Terra, viene di nuovo accesa la telecamera a colori a bordo del modulo di comando: il comandante di Apollo 14, Shepard, ha l’occasione di mostrare ai telespettatori, collegati attraverso le varie televisioni di tutto il mondo, e ai tecnici di controllo a terra le condizioni della sonda di aggancio, che per la prima volta nella storia del programma lunare Apollo ha dato seri problemi in una delle fasi più delicate all’interno di una missione.

Nel corso del collegamento, che dura un’ora e quindici minuti, Shepard mostra in dettaglio la sonda, ma non trova alcuna anomalia nei dodici agganci principali. Questo avvalora sempre di più l’ipotesi, formulata a terra, che i mancati agganci ripetuti tra “Kitty Hawk” e “Antares” siano stati causati da acqua caduta con la pioggia e poi ghiacciatasi durante l’ascesa nell’atmosfera, al momento del lancio, all’interno del meccanismo.

A parte questo fastidioso problema nel congegno di attracco, a bordo dell’Apollo tutto funziona regolarmente: la prima correzione di rotta prevista dal piano di volo viene annullata perché non ritenuta necessaria. Alle 13:50 ora italiana, quando l’astronave si trova a circa 136.000 chilometri dalla Terra e dopo una lunga giornata piena di emozioni e dopo aver consumato un breve pasto, Shepard, Mitchell e Roosa possono finalmente usufruire del turno di riposo, che prevede dieci ore di sonno.

Nella foto su pellicola, la sonda d’attracco, rimossa dalla sua posizione originale.
In questo disegno, tratto da “Il Corriere della Sera”, il meccanismo di aggancio tra il modulo di comando e il modulo lunare.

2 febbraio 1971, martedì. Ore 00:00 italiane. In Texas sono le cinque del pomeriggio di lunedì 1; dal Centro di Controllo di Houston viene data la sveglia ai tre astronauti. Dopo essersi sbarbati e lavati i denti, Alan Shepard, Edgar Mitchell e Stuart Roosa sono in ottima forma e pronti a proseguire in questa sesta fantastica trasvolata umana della storia verso il Satellite naturale della Terra, questa volta con obiettivo finale la zona di Fra Mauro.

Alle 4:39 ora italiana, le 21:39 a Houston, viene acceso per undici secondi il motore principale del modulo di servizio, l’SPS, per la prima correzione di rotta. Aumentando la velocità di 79 chilometri orari e indirizzando il complesso spaziale nella giusta traiettoria verso la Luna, viene recuperato il ritardo di quaranta minuti, accumulato a causa della ritardata partenza da Cape Kennedy.

Il programma della seconda giornata nel cosmo per i tre uomini di Apollo 14 prevede un nuovo accurato esame del meccanismo di aggancio, che ha dato tanto da fare nella manovra di “docking”, ed un controllo completo di tutti gli strumenti del modulo di comando, a cui seguirà uno studio delle stelle grazie al telescopio e al sestante presenti a bordo della navicella.

La prima pagina de “Il Corriere della Sera” del 2 febbraio 1971.
Anche sulla prima pagina de “Il Resto del Carlino” del 2 febbraio 1971 spicca in prima pagina il “GO” per il proseguimento della missione verso la Luna di Shepard, Mitchell e Roosa.
La prima pagina del quotidiano con uscita pomeridiana “La Notte”.

3 febbraio 1971, mercoledì. Ore 09:53 italiane. Sono trascorse cinquanta ore e 53 minuti da quando Shepard, Mitchell e Roosa hanno dato l’arrivederci al loro pianeta natale. Apollo 14 si trova a circa 298.000 chilometri dalla Terra.

Dopo essersi svegliati e aver consumato la colazione, i tre astronauti sono pronti ad affrontare la loro terza giornata nello spazio, dedicata principalmente alla prima ispezione del Modulo Lunare “Antares”. Alle 09:53 italiane, le 02:53 di Houston, ha inizio la pressurizzazione del Lem.

Alle 10:08, sempre ora italiana, viene accesa la telecamera a colori a bordo dell’Apollo: è la seconda trasmissione televisiva trasmessa in diretta dall’astronave. Dopo aver inquadrato l’interno della cabina e la Luna che si presenta illuminata al primo quarto, Shepard e Mitchell aprono il portello che separa le due astronavi ed entrano all’interno del modulo Lunare “Antares”: è importante analizzare lo stato del veicolo che sarà per loro come una casa nei due giorni che trascorreranno sulla superficie lunare.

“Lo scopo di questa prima escursione nel Lem”, spiega il comandante Shepard ai telespettatori americani davanti ai teleschermi e ai tecnici della base di Houston, “è controllare tutti gli strumenti di bordo e fare un po’ di pulizia, in modo che quando entreremo su “Antares” prima della discesa, ci saranno meno cose da fare”. 

Alle 10:45 italiane il collegamento televisivo termina. Shepard e Mitchell restano comunque all’interno del Lem per un’altra ora e mezza, poi alle 12:23 rientrano a bordo di “Kitty Hawk”. Quando in Italia le lancette dell’orologio segnano le 16:42 e l’equipaggio ha da poco iniziato il previsto periodo di riposo, il Centro di controllo di Houston comunica che “Apollo 14 è entrato nella zona d’influenza della sfera lunare a 66 ore, 49 minuti e quattro secondi dal momento del lancio. I nostri display ora qui, al Controllo missione, non segnalano più la lontananza dalla Terra, ma la distanza che li separa ora dalla Luna. Apollo 14 è ora a 61.490 chilometri di distanza dalla Luna e viaggia alla velocità di 1.008 metri al secondo. Prosegue la modalità di controllo termico passivo. Il complesso spaziale ruota su se stesso alla velocità di tre rivoluzioni ogni ora: una rivoluzione ogni venti minuti. Continuiamo a monitorare anche il percorso del terzo stadio del Saturn, S-IVB, che impatterà sulla Luna con un ritardo di quaranta minuti rispetto ai piano di volo nelle prime ore di domani ora di Houston”.

Tutto sta andando per il meglio da quando Shepard, Mitchell e Roosa hanno superato i problemi iniziati dopo il distacco dall’orbita terrestre con il mancato aggancio, per ben cinque volte, tra “Kitty Hawk” e “Antares”. Ma poco dopo le otto della sera ora italiana, mentre i tre stanno riposando, un improvviso allarme mette di nuovo in tensione i tecnici del Centro di controllo: una delle batterie del modulo lunare, la numero 5, presenta una perdita di tensione. A Houston, su richiesta del direttore del volo, si decide di non svegliare l’equipaggio. Solamente al termine del loro turno di riposo verrà chiesto a Shepard e a Mitchell di tornare all’interno di “Antares” per controllare l’efficienza della batteria, indispensabile per il ritorno in orbita lunare al termine delle due esplorazioni nella zona di Fra Mauro.

4 febbraio 1971, giovedì. Ore 01:09 italiane. In Texas, al Centro di Controllo di Houston, è ancora la sera di mercoledì 3. Shepard, Roosa e Mitchell vengono svegliati dopo aver effettuato il loro ultimo turno di riposo prima dell’ingresso in orbita lunare.

Dopo aver consumato una rapida colazione ed effettuato una leggera correzione di rotta con una breve accensione del potente motore del modulo di servizio (SPS), il comandante e il pilota del modulo lunare, su consiglio dei tecnici di Houston, riaprono il portello che li separa dal Lem e vi entrano all’interno per controllare l’efficienza delle batterie di “Antares”, in particolare la numero 5, che nelle scorse ore presentava una anomalia di tensione. Dopo aver effettuato i più accurati controlli, Mitchell rassicura i tecnici del Centro di controllo: “Houston, la batteria tiene perfettamente, non c’è nulla che possa impensierirci”.

Alle 07:36 ora italiana, da terra arriva agli astronauti l’autorizzazione ad iniziare le manovre necessarie per l’inserimento in un’orbita ellittica intorno alla Luna. A 81 ore, 46 minuti e 40 secondi dal distacco dalla rampa di lancio 39-A, il complesso spaziale scompare dietro il satellite naturale della Terra. In Italia sono le 07:49, a Houston mancano undici minuti all’una di notte.

Alle 07:59 viene acceso per sei minuti l’SPS per porre l’Apollo, con il suo prezioso carico umano, nella giusta orbita intorno a Selene. Per circa trenta minuti i collegamenti radio con la base sono interrotti. E’ il momento più emozionante in questa prima fase della missione che vede come protagonisti un veterano (Shepard) e i due “novellini” (Mitchell e Roosa).

“Diavolo ragazzi, è davvero un posto selvaggio! Un vero spettacolo! Tutto è chiaro, qui non c’è nessuna atmosfera”. La voce del comandante della quarta spedizione lunare della storia risuona nitida alle 08:20 ora italiana al Centro di controllo di Houston, dopo 32 minuti di interruzione nelle comunicazioni tra l’astronave e la Terra. La manovra è dunque perfettamente riuscita.

Subito dopo l’avvenuta conferma dell’ingresso in orbita, i tre astronauti descrivono il paesaggio che scorre sotto i loro occhi. Mitchell dice: “Non ci crederete ragazzi, ma guardiamo in giù e sembra di guardare una mappa geografica. Non ho mai visto un luogo più spoglio!”. Roosa aggiunge: “Abbiamo scelto il giorno più adatto per arrivare quassù, non c’è foschia. Sono sorpreso per i particolari che riesco a scorgere. Si vedono molti piccoli crateri nella zona del cratere Cartesio. Possiamo vedere limpido fino all’orizzonte”.

Conclude Shepard: “I colori predominanti sono il grigio e il marrone, è davvero qualcosa da vedere ragazzi”. C’è grande entusiasmo tra i tre astronauti a bordo del Modulo di Comando “Kitty Hawk” e negli uomini che stanno seguendo il grande viaggio a 384.000 chilometri di distanza.

Alle 08:40 ora italiana giunge anche la notizia dell’arrivo sul suolo lunare del terzo stadio del Saturn V. L’S-IVB si è schiantato a 200 chilometri circa a sud-ovest nell’Oceano delle Tempeste, scavando un cratere, secondo i dati ricevuti a terra grazie al sismometro installato durante la missione di Apollo 12, di circa una decina di metri.

L’indomani, venerdì 5 febbraio 1971, Shepard e Mitchell entreranno a bordo del Modulo Lunare e dopo essersi distaccati dal modulo di comando, dove rimarrà il solo Roosa, cercheranno un punto nella zona prestabilita di Fra Mauro dove poter allunare ed iniziare la doppia esplorazione, pianificata in due giorni, di una regione definita dai selenologi tra le più interessanti per scoprire l’origine della Luna e forse dell’intero Sistema Solare.

Il piano di volo prevede l’arrivo di “Antares” sulla superficie lunare per le 10:14 ora italiana; la discesa di Shepard dalla scaletta, come quinto uomo nella storia a camminare sulle desolate lande lunari, è prevista per le 14:53.

Il giorno del “ritorno sulla Luna” con Apollo 14 nella prima pagina del quotidiano “L’Avvenire” in edicola il mattino del 5 febbraio 1971.

(continua)