Mi arrivano segnalazioni di questo allarme circolante su WhatsApp e altri social network. Vi anticipo subito che è un falso allarme. Ecco il testo:
Se siete amministratori di qualche gruppo WhatsApp – e nel caso non lo sapeste – a partire da sabato l'IA sarà disponibile su WhatsApp e avrà accesso a tutte le chat. Pertanto, tutti gli amministratori dei gruppi dovrebbero attivare l'opzione "Privacy avanzata". In caso contrario, l'IA potrà aprire i messaggi del gruppo, visualizzare i numeri di telefono e persino accedere ai dati personali presenti sul telefono, incluse le chat private.
Ecco come evitarlo:
1. Apri la chat di gruppo.
2. Tocca il nome della chat nella parte superiore.
3. Scorri verso il basso e attiva l'opzione "Privacy avanzata della chat".
Vi invito a farlo il prima possibile (e a condividere questa informazione con gli altri gruppi di cui fate parte); questa operazione può essere eseguita solo dagli amministratori.
Già il fatto che l’avviso dice genericamente “da sabato”, in modo che sembri perennemente attuale, dovrebbe mettere in guardia.
L’avviso è falso e va cestinato e fermato, magari chiedendo di fare altrettanto a chi ve l’ha girato senza verificarlo.
L’IA non arriverà “da sabato”: è già presente da tempo in WhatsApp. Non ha accesso a tutte le chat: solo a quelle alle quali le chiedete di partecipare menzionandola. In altre parole, legge solo quelle che le chiedete di leggere.
Quindi attivare l’opzione di privacy avanzata non ha alcun effetto in questo senso. Questa opzione serve per altre cose.
Questo è il testo della puntata del14 settembre2026del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.
Il mito del telefonino che ascolta ogni conversazione e la manda a qualche servizio globale di sorveglianza sta per essere sostituito. Al posto di questa falsa credenza rischia di arrivare una realtà concreta e documentata di ascolto e registrazione costante, non attraverso lo smartphone ma tramite altri dispositivi meno visibili. Dopo gli occhiali con telecamera di Meta arrivano infatti gli orologi con microfono di Apple. E il Grande Fratello centralizzato immaginato da George Orwell viene sostituito, o meglio affiancato, da una folla di Piccoli Fratelli: le persone che ci stanno intorno e che comprano e indossano questi oggetti.
Questa è la storia della cosiddetta “normalizzazione dell‘ascolto costante”: la tendenza sempre più diffusa di dotare gli oggetti digitali, soprattutto quelli indossabili, di sensori, telecamere e microfoni sempre attivi, che rilevano, guardano, ascoltano e analizzano tutto quello che avviene nelle loro vicinanze, perché in questo modo possono rendersi utili ai loro proprietari.
I creatori e venditori di questi oggetti ci chiedono di abituarci a questo stato di cose, di rassegnarsi a essere costantemente monitorati, come se si trattasse di un progresso inevitabile e necessario. Ma non è così, perché il rischio di abusi di questa “normalizzazione” è estremamente alto e concreto, e va capito per decidere come agire.
Benvenuti alla puntata del 14 settembre 2026 del Disinformatico, il podcast mensile della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.
[SIGLA di apertura]
Nella puntata di marzo 2026 di questo podcast ho raccontato i problemi di privacy degli occhiali “smart“ di Meta, o AI glasses come li chiama la pubblicità: quelli, per capirci, dotati di telecamere miniaturizzate, integrate nel frontale. Problemi per chi li indossa, perché spesso non sa che quello che le telecamere vedono quando sono in funzione viene trasmesso a Meta e alle aziende che lavorano per Meta e viene visto, analizzato e classificato da qualcuno. Ma problemi anche per chi non li indossa, però ha a che fare con chi li sfrutta per effettuare riprese nascoste in luoghi e in situazioni in cui in teoria il buon senso e la decenza, e in alcuni casi la legge, lo proibirebbero.
C’è un aggiornamento in proposito: molte persone credono che questi occhiali non possano acquisire immagini di nascosto perché Meta li ha dotati di una spia luminosa bianca, un cosiddetto “LED di cattura” [capture LED in inglese], che si illumina in maniera piuttosto vistosa durante le riprese o le foto.
Inizialmente era possibile coprire o rendere inservibile questo indicatore luminoso e quindi realizzare video e foto a insaputa dei presenti, ma a luglio scorso Meta ha dichiarato che da quel momento in poi gli occhiali avrebbero interrotto le registrazioni istantaneamente in caso di copertura della spia, e pochi giorni dopo ha annunciato di aver diffuso un aggiornamento del software che avrebbe disabilitato permanentemente le telecamere negli esemplari di AI glasses che erano stati modificati dai proprietari per disattivare questa spia luminosa. Secondo i dati presentati da Meta, i proprietari in questione erano circa 7000 su un totale di 7 milioni di esemplari venduti nel 2025. In altre parole, grosso modo una persona su mille comprava questi dispositivi con l’intento ben preciso di effettuare riprese abusive [CBS News; Business Insider; Ars Technica].
Stando al tono rassicurante di questi annunci, il problema degli abusi che stavano già circolando sui social, con tanto di monetizzazione a incentivarli, sembrerebbe risolto in maniera efficace, ma non è così. Infatti la telecamera di questi occhiali ha due funzioni: una è scattare foto e video e l’altra è analizzare quello che vede usando l’intelligenza artificiale. La spia luminosa lampeggia solo durante le riprese di foto e video. Non si accende quando la telecamera osserva tutto quello che ha davanti a sé.
Questo vuol dire che la spia bianca non indica che la telecamera è in funzione, come verrebbe spontaneo pensare, ma segnala solo quando le immagini vengono registrate e salvate dall’utente. Quando la telecamera acquisisce immagini per passarle a Meta e farle analizzare dall’intelligenza artificiale, per esempio per tradurre un menu in un ristorante o identificare un oggetto, la spia è spenta. Questa non è una dimenticanza da parte dei progettisti: è una scelta intenzionale, dichiarata nella documentazione tecnica pubblica di Meta.
Secondo l’azienda, infatti, “se il LED lampeggiasse per periodi di tempo prolungati (per esempio ogni volta che si verifica un’interazione con l’IA), la gente potrebbe smettere di notarlo, riducendo così la consapevolezza di quando foto o video vengono catturati dagli utenti per disporne in seguito” [Bystander privacy: Evolving with the AI Glasses Landscape, Meta, luglio 2025].
Quindi non è vero che la spia spenta significa che gli occhiali di Meta non sono attivi e non stanno riprendendo nulla.
Eppure la pubblicità di Meta, quella per esempio negli Stati Uniti, dice che “la telecamera ti permette di catturare l’istante. La luce permette a tutti quelli che hai intorno a te di sapere quando lo fai.”
Una pubblicità statunitense degli occhiali di Meta. Fonte: 36kr.com.
Formalmente è corretto, perché parla solo della cattura di immagini da parte dell’utente, ma omette di dire una parte importante della realtà, ossia che la telecamera è appunto attiva anche durante le funzioni basate sull’intelligenza artificiale che mandano suoni e immagini a Meta. Uno slogan più completo potrebbe essere questo: “la luce permette a tutti quelli che hai intorno a te di sapere quando lo fai TU. Quando lo facciamo noi di Meta, beh, arrangiatevi”.
La comunicazione pubblicitaria di Meta non è una semplice informazione, sia pure parziale, al pubblico: è un tentativo di costruire un consenso sociale. Il messaggio di fondo è “tranquilli, gli occhiali con microtelecamera incorporata non sono invadenti, perché tutti possono sapere quando sono in funzione”. Ma la documentazione tecnica di Meta rivela appunto che questo messaggio è, di fatto, falso e ingannevole. Chi sta nelle vicinanze di una persona che indossa occhiali di quest’azienda non ha alcun modo di essere certo che non stiano acquisendo suoni e immagini.
Diverse associazioni di difesa dei consumatori hanno chiesto la messa al bando di questi dispositivi. Lo ha fatto quella dei Paesi Bassi, dichiarando che questi occhiali sono “un pericolo per la privacy” e che anche dopo le correzioni apportate da Meta rimane il problema che in molti casi la spia luminosa non è visibile, per esempio quando ci si trova in pieno sole o a una certa distanza [NLTimes.nl]. Alcuni locali del Paese stanno vietando l’ingresso a chi indossa questi occhiali dopo che ad agosto scorso un uomo è stato colto a riprendere le donne alla toilette; la perquisizione dell’uomo effettuata dalla polizia gli ha trovato addosso numerosi video di donne che si recavano alla toilette e video ripresi da sotto le loro gonne [NlTimes.nl].
A Brisbane, in Australia, le autorità municipali hanno vietato l’uso degli smart glasses nelle piscine pubbliche [Abc.net.au]. Iniziative analoghe sono in discussione in Germania: Thomas Fuchs, responsabile della privacy e delle normative digitali per la città di Amburgo, ha dichiarato che i test effettuati dimostrano che la spia che dovrebbe avvisare i passanti che è in corso una ripresa è decisamente troppo fioca per essere vista alla luce del giorno. L’associazione di difesa dei diritti digitali HateAid ha detto esplicitamente che “questa tecnologia sta alimentando la violenza digitale, perché chi la commette ora non ha più bisogno di conoscenze tecniche” [DW.com].
Su un altro versante, lo stato di New York ha vietato qualunque tipo di occhiali “smart” nei suoi tribunali da luglio scorso [Forbes.com], mentre a gennaio l’unità antiterrorismo della polizia di New York ha diffuso un avviso ai membri delle forze dell’ordine sul rischio che gli occhiali di Meta vengano usati per effettuare riprese nascoste all’interno degli uffici di polizia e dei locali di detenzione, come è già accaduto, comportando “rischi di sicurezza se vengono diffuse informazioni proprietarie sulla disposizione delle celle, l’ubicazione delle telecamere o le abitudini degli addetti al pattugliamento o alla sorveglianza”.
Le autorità di immigrazione statunitensi hanno dichiarato che questi occhiali sono classificati come telecamere indossabili e quindi non possono essere indossati “negli spazi lavorativi federali” [The Guardian]. In altre parole, se state pensando di andare negli Stati Uniti e avete occhiali di questo genere, ricordatevi di toglierli durante i controlli all’ingresso nel Paese.
In Norvegia, gli occhiali “smart” sono stati vietati in tutte le scuole comunali di Oslo. La vicesindaca della città con delega all’istruzione ha detto senza giri di parole quanto segue: “Noi politici dobbiamo avere il coraggio di essere sinceri su quale sia la vera questione: una delle aziende più ricche del mondo ha lanciato un prodotto la cui intera logica commerciale consiste nel rendere impossibile sapere quando si viene ripresi” [Pollar.news].
E a proposito di scuole, va ricordato che da noi le direttive del DECS sui dispositivi mobili personali [Ti.ch] già includono questo tipo di occhiali tra i dispositivi che sono vietati “sulla totalità del perimetro dell’istituto scolastico” e devono “essere sempre spenti […] e non visibili”. Quindi se qualche genitore all’ascolto ha regalato ai figli questi accessori così trendy, si ricordi che non potrà portarli a scuola. Inoltre i docenti dovranno imparare a riconoscere questi eventuali trasgressori, cosa non facile perché appunto questi dispositivi sembrano occhiali del tutto normali.
Sembra proprio che le rogne causate da questi occhiali e da chi ne abusa siano superiori ai benefici che, va ricordato, possono indubbiamente avere in alcune situazioni. Una persona con difficoltà visive potrebbe usarli per leggere testi o cartelli, per esempio, e un turista potrebbe usarli per tradurre un segnale stradale scritto in una lingua che non conosce. E c’è indubbiamente una certa comodità nell’avere un dispositivo che permette di fare foto e video senza la perdita di tempo di tirar fuori e sbloccare lo smartphone, cosa che magari fa perdere quel momento magico che si voleva immortalare. Ma il rischio di abusi, già avvenuti e documentati un po’ ovunque nel mondo, è probabilmente troppo alto per essere compensato da queste applicazioni positive.
Il problema sta proprio nella mancanza del gesto riconoscibile che informa che è in corso una ripresa. Nel caso dello smartphone, il fatto che qualcuno lo stia usando per fare foto o video è annunciato dal gesto molto visibile di estrarlo e puntarlo verso il soggetto che si vuole riprendere. Ma se la telecamera è negli occhiali e per attivarla basta un comando vocale o un tocco discreto su una delle stanghette, questo gesto viene a mancare e quindi chi non li indossa diventa più vulnerabile. E mentre è ormai diffusa la consapevolezza che un telefono contiene quasi sempre una telecamera, non è affatto intuitivo pensare che ci sia una telecamera in un paio di occhiali, e sembra assurdo e ingiusto che ci si debba abituare a chiedersi “mi sta registrando?” ogni volta che incrociamo qualcuno che indossa qualunque tipo di occhiale.
In questo scenario complesso e controverso è arrivato ora un nuovo dispositivo che include funzioni di registrazione nascosta: il nuovo Apple Watch, presentato ufficialmente la settimana scorsa. Questo smartwatch, abbinato a un smartphone della stessa marca, ascolta in continuazione tutto quello che il suo microfono riesce a captare. La sua funzione Live Rewind permette di vedere, trascritti sullo schermo dell’orologio, gli ultimi 15 secondi di una conversazione. La funzione Siri Recap, invece, permette di riassumere intere discussioni.
L’idea alla base di questi servizi è che permettono per esempio di annotare facilmente una ricetta o delle istruzioni stradali oppure di riassumere una riunione. Rispetto agli occhiali di Meta, l’Apple Watch non conserva le registrazioni, non le manda all’azienda per elaborarle ma le lavora direttamente sul telefono associato all’orologio [Apple; Audio Intelligence Privacy Overview, Apple]. Apple dichiara inoltre di non avere accesso all’audio captato [TechCrunch].
Ma ancora una volta resta il fatto che è ora possibile prendere nota dettagliatamente di una conversazione senza che gli interlocutori se ne accorgano, anche perché non si aspettano che un orologio possa registrare. Manca anche qui il gesto riconoscibile di attivare un registratore, che avvisa i presenti che quello che dicono verrà captato e trascritto. L’unico gesto richiesto, infatti, è un tocco sulla corona dell’orologio, che una persona non esperta non ha motivo di sospettare che sia l’equivalente di toccare un grosso tasto rosso con scritto REC.
Al momento queste due funzioni dell’Apple Watch non sono disponibili nell’Unione Europea, stando alla documentazione dell’azienda [Apple].
Anche con tutte queste salvaguardie, l’introduzione di questi nuovi servizi è un altro tassello di quella “normalizzazione dell‘ascolto costante” che si sta diffondendo [This.weekinsecurity.com; TechCrunch]. Abbiamo acquistato in massa gli altoparlanti smart Alexa di Amazon o quelli di Google, e ci siamo abituati all’idea di avere in casa un microfono che ascolta tutto quello che diciamo in cambio della comodità dei comandi vocali. Abbiamo acquistato televisori smart, e ci siamo assuefatti all’idea che anche la TV ci ascolti. Ora ci viene chiesto di accettare che gli occhiali e gli orologi di qualunque persona che incrociamo possano registrarci.
Gli studi scientifici [Pubmed] hanno dimostrato che la consapevolezza di poter essere registrati in qualunque momento ha un effetto fortemente inibitorio sul modo in cui interagiamo con gli altri ed esprimiamo le nostre idee. Sta a noi decidere se questo effetto, insieme ai prevedibilissimi abusi che sono già stati documentati, sia un prezzo adeguato da pagare per poter fare a meno di ascoltare attentamente delle istruzioni, di usare una tastiera o semplicemente di adoperare un taccuino per prendere appunti.
Il World Trade Center negli anni Novanta. Immagine generata da me con software di IA.
Lo shock planetario degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 è ormai passato dalla cronaca alla storia. Per molti di noi è ancora un ricordo vivo; ma per tanti che sono nati dopo quel giorno terribile o erano troppo piccoli per ricordarselo è un’idea astratta, intangibile, quasi assurda nella sua scala devastante. Quattro aerei di linea dirottati contemporaneamente, due lanciati contro le Torri Gemelle del World Trade Center innescandone l’incendio e il successivo crollo, uno schiantato contro il Pentagono e uno precipitato in un campo in Pennsylvania dopo la rivolta dei passeggeri. Tremila morti, il centro di New York sfigurato e paralizzato, il mondo nel caos e nel panico.
L’enormità dell’evento ha spinto tante persone dalle menti troppo piccole a cercare spiegazioni semplici che confermassero le loro paure e i loro pregiudizi invece di accettare la complessità dei fatti reali. Ne ha spinte altre, meno piccole ma più meschine, a sfruttare una tragedia per propagandare le proprie tesi di odio e monetizzare ansie e angosce collettive.
Ci fu un’ondata di cospirazionismo intorno agli attentati di quel giorno di 25 anni fa. Un’ondata che non si limitò ai deliri dei soliti squinternati su Internet (che non era ancora preda dei social network) ma divenne mainstream, con ore e ore di programmi televisivi nei quali le tesi più idiote e bislacche ricevevano una dignità immeritata invece di essere liquidate facendo parlare gli esperti e i tecnici. Partecipai anch’io ad alcune di quelle trasmissioni come consulente, cercando con fatica di arginare il fiume in piena del complottismo che aveva travolto e sedotto anche numerosi giornalisti. Come me lo fecero molte altre persone, ma nonostante tutto alcuni miti fasulli si consolidarono nell’opinione pubblica.
Oggi il complottismo undicisettembrino è sfumato, messo in ombra dai cospirazionismi nati successivamente sui grandi eventi degli anni recenti. I complottisti di allora si sono puntualmente riciclati occupandosi di altre tesi fantasiose utili ai loro scopi. Molti di loro sono ancora in giro a fare danni, utili idioti manipolabili da movimenti politici, miliardari online e governi quando serve distogliere l’opinione pubblica da situazioni reali drammatiche. Il petrolio del ventunesimo secolo non è il bit, come sognavano i tecnoidealisti: è l’odio. Più ce n’è, più si fanno soldi, fottendosene delle conseguenze sociali. I leader mondiali e i padroni dei social network lo aizzano e lo sfruttano.
Non intendo rimestare nel letamaio delle tesi cospirazioniste sull’11 settembre. Per chi fosse interessato, sull’argomento c’è il sito Undicisettembre al quale ho collaborato e ci sono i libri che ho tradotto (11/9 i miti da smontare) e ai quali ho contribuito (11/9 La cospirazione impossibile). Ci sono anche moltissimi altri libri e siti dedicati all’esame oggettivo delle tesi di complotto. Oggi segnalo in particolare l’editoriale del collega e amico Butac che prova a spiegare quali sono i meccanismi del nostro cervello che ci spingono a rifiutare la realtà e preferire le fantasie.
Perché la cosa realmente importante, qui, non è smentire meticolosamente la singola specifica tesi di complotto già circolante, ma cercare di capire come evitare che nasca e prosperi la prossima.
Oggi, 8 settembre 2026, è ufficialmente il sessantesimo anniversario della prima messa in onda di una puntata della serie televisiva di fantascienza Star Trek. Come impenitente cacciatore di bufale, devo pignoleggiare precisando che in realtà la prima trasmissione televisiva in assoluto della serie avvenne due giorni prima in Canada (lo raccontai in dettaglio per il cinquantenario).
Sessant’anni dopo, insieme a mia moglie Elena (la Dama del Maniero) e tanti amici, seguo e apprezzo ancora le nuove serie di Star Trek, come Strange NewWorlds (splendida e autoronica) e Starfleet Academy (un po’ teen, ma si riscatta), e continuo ad andare agli incontri con gli attori, come è successo a Bonn qualche mese fa, e a partecipare alle convention di fantascienza quando posso.
Ho avuto la fortuna di essere traduttore per molti di loro e di poter chiacchierare con loro a tavola e in auto, mentre li accompagnavo in aeroporto. Mai avrei immaginato che un giorno avrei cenato con l’attrice e stunt woman che mi aveva terrorizzato da bambino (Sandra Gimpel, che interpretava il Vampiro del Sale in quella prima puntata trasmessa, The Man Trap) e che lei si sarebbe rivelata una nonnina adorabile, che tempestava Michael Bay di chiamate offrendosi come anziana da investire per qualche scena della serie di film Transformers (“costo poco, non devi neanche spendere per il trucco per far sembrare anziana una cascatrice giovane!”).
E mai avrei immaginato di trovarmi, come succederà stasera intorno alle 18.40, a celebrare il sessantesimo di Star Trek parlandone alla TV svizzera (Rsi.ch) nel programma Prima Ora, in compagnia di Andrea Bernagozzi, dall’Osservatorio Astronomico della Regione Autonoma Valle d’Aosta e Planetario di Lignan. E lo farò in divisa, insieme ad alcune reliquie originali della serie.
Sono appassionato di fantascienza in generale, ma Star Trek occupa un posto speciale nel mio cuore perché è una serie positiva: diversamente da tante altre serie tetre e distopiche, Star Trek mostra un futuro nel quale i problemi si risolvono con l’ingegno e non con la violenza, dove le differenze e le diversità non sono tollerate ma sono anzi apprezzate, e dove il denaro non è l’unico valore fondante della società e della vita. Mostra un futuro nel quale, insomma, ce l’abbiamo fatta a superare questo periodo così difficile e a diventare esseri umani migliori.
È ben più di una serie con astronavi e pigiamini spaziali: quasi ogni puntata è, a modo suo, un dramma morale, nel quale i problemi della società di oggi vengono rappresentati in veste fantascientifica e allegorica per renderli presentabili e accessibili nonostante le censure o il rifiuto sociale di parlarne, oggi come sessant’anni fa. Il primo ufficiale vulcaniano Spock era l’estraneo che commentava le assurdità della società umana; il dottor McCoy incarnava l’emotività; e il capitano Kirk fondeva la logica del primo con i sentimenti del secondo per arrivare a una soluzione che esprimesse giustizia. E nelle altre serie, in una variante o un’altra, questo triangolo narrativo è stato mantenuto.
Per tutti gli ottusangoli che oggi su Internet si lagnano che Star Trek è diventato woke e non è più quello di una volta: datevi una svegliata. Star Trek parlava di razzismo quando era ancora un tabù. Parlava di discriminazione delle donne quando era ancora considerata normale e inevitabile. Parlava di questioni di genere e di rispetto di ogni forma di vita (anche quella artificiale) quando farlo esplicitamente era proibito o semplicemente inconcepibile. Siete voi che siete rimasti pateticamente indietro, fermi alle orecchie a punta, alle battaglie fra astronavi e alle tutine attillate, e avete guardato senza vedere. E senza ascoltare.
Lunga vita e prosperità.
Aggiornamento (2026/09/09)
Ecco la registrazione della puntata. Il video è già posizionato sul punto d’inizio della sezione dedicata a Star Trek.
Piccola spiegazione: il disegno che si vede quando vengono inquadrati i miei oggetti a tema è una cel originale della Serie Animata degli anni Settanta, donatami da un amico statunitense appassionato della serie, che la ricevette per posta direttamente da Gene Roddenberry. All’epoca, infatti, Roddenberry vendeva moltissimi oggetti legati alla sua creatura oggi sessantenne.
Come preannunciato, il prossimo Pranzo dei Disinformatici si terrà il 10 ottobre 2026 in un ristorante di Milano. Per iscriversi e ricevere le Segretissime Istruzioni con l’orario e l’indirizzo esatti, scrivete a martinobri chiocciola outlook.it. Spero di (ri)vedervi e cogliere l’occasione di spiegare un po’ la complicata situazione di questo blog e degli altri progetti che ho in corso.
Stamattina sono stato a un passo dall’approvare due commenti che erano in realtà spam. Costruiti perfettamente, capaci di scansare i filtri antispam, pertinenti al contesto, con tanto di citazioni dei post e scritti in ottimo italiano. Erano questi (ho oscurato i link che contenevano).
Screenshot dei commenti-spam.
Li ho cancellati, insieme agli altri 47 falsi commenti-spam rilevati oggi dal filtro automatico di wpDiscuz, e poi ho disattivato i commenti sui nuovi post e chiuso i commenti su tutti i post già pubblicati.
Queste sono probabilmente le avvisaglie di un’ondata di spam talmente ben fatto da rendere impossibile qualunque filtraggio automatico. Questo vuol dire che dovrei valutare manualmente tutti i commenti, uno per uno, esaminando e aprendo i link di ciascuno per verificare che non portino a siti-spam (come facevano questi). È un carico di lavoro manuale semplicemente insostenibile.
Ho valutato l’idea di aprire i commenti solo ai commentatori autenticati o fidati invece di fare la scelta radicale di chiuderli completamente. Ma ho già visto in passato che gestire l’autenticazione e la fiducia in questa modalità richiede una quantità di tempo e di risorse mentali che non ho. E oltre agli spammer ci sono i troll, gli impostori e quelle caccole umane che si fingono inizialmente concordi e moderati per conquistare la fiducia e poi postano spam o provocazioni per il puro gusto di seminare il caos.
Il problema fondamentale è che finché ci sarà uno spazio per i commenti, ci sarà qualcuno che ne abuserà. Finora l’abuso era filtrabile e richiedeva fatica per superare i filtri automatici: ora, grazie probabilmente all’intelligenza artificiale generativa che permette di leggere i post e confezionare quantità infinite di commenti coerenti e credibili, la fatica di chi riceve i commenti è largamente superiore a quella di chi li genera.
Per cui se volete commentare, mandatemi una mail a paolo.attivissimo@gmail.com. Vi prometto che vi leggerò e che pubblicherò il vostro commento se lo considero importante per gli altri lettori di questo blog. Non vi prometto che vi risponderò personalmente: voi siete tanti (e di questo sono grato) e io sono uno solo.
Se potete, includete nella vostra mail di commento un link al post che volete commentare.
Grazie,
Paolo
I commenti dei lettori (via mail)
Marco: “non basterebbe bannare l’uso dei link? Senza link non ci può essere spam, nel senso di promozione di qualcosa, o no?”. Ci ho pensato, ma bannare totalmente i link comporterebbe il problema che neanche i commentatori onesti potrebbero includere link nei loro commenti.
Sofia: “spostare i commenti sulla mail non ti sposta semplicemente il problema? Oppure è perché chi scrive certa roba la scrive perché la leggano tutti e quindi non pubblicandola non dai loro visibilita?” Non sposta, per fortuna. Quello che cercano troll e spammer è proprio la visibilità.
I dettagli arriveranno dopo, ma per ora cominciate a segnarvi la data: il prossimo Pranzo dei Disinformatici si terrà il 10 ottobre 2026 in un ristorante di Milano o dintorni.
Questo è il testo della puntata del 10 agosto 2026 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.
[CLIP: audio “fus ro dah” da The Elder Scrolls V: Skyrim]
Un uomo innocente è stato condannato e incarcerato per un anno e mezzo con l’accusa terribile di pedofilia online. La sua odissea giudiziaria, lunga sei anni, è nata da un singolo carattere tipografico letto male ed è proseguita per colpa di una catena di errori incredibile ma purtroppo vera.
Questa è la storia di Brandon Klayme, un ventottenne che è finito nelle maglie della giustizia in Canada, ma gli eventi che sto per raccontarvi potrebbero accadere in qualunque parte del mondo. Per questo il suo caso ha avuto una risonanza internazionale ed è un monito che vale a ogni latitudine.
Benvenuti alla puntata del 10 agosto 2026 del Disinformatico, il podcast mensile della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. E questa è davvero una delle storie più strane e kafkiane che mi sia mai capitato di segnalare. Io sono Paolo Attivissimo.
[SIGLA di apertura]
Il celebre film distopico Brazil di Terry Gilliam, uscito nel 1985, racconta la vicenda di un uomo innocente che viene arrestato e processato a causa di un errore assurdo: durante la stampa del mandato di arresto di un terrorista, un insetto si è incastrato nella stampante e le ha fatto stampare una singola lettera sbagliata, alterando il cognome del terrorista e scrivendo invece quello di una persona che non c’entra nulla. E così la burocrazia e le forze di polizia si accaniscono ciecamente e implacabilmente contro quella persona innocente fino a farla morire.
Lo spezzone di Brazil (1985) che mostra la genesi dell’errore giudiziario che sta alla base della trama del film.
Ma Brazil è un film; in un iter giudiziario reale ci sono invece controlli incrociati, riscontri, verifiche, e si procede con grande attenzione e diligenza, visto che c’è di mezzo la sorte di una o più persone incriminate. O almeno così verrebbe da pensare. Dal Canada, però, arriva una storia che va decisamente in senso contrario.
La storia inizia in realtà altrove, nello stato americano del Wisconsin. Da agosto a dicembre del 2018, una dodicenne che vive nella capitale Madison comunica con un uomo attraverso l’app di messaggistica Kik e con lui scambia messaggi e immagini di atti sessuali. A un certo punto la madre della dodicenne scopre sul telefono della figlia una foto dell’uomo, una foto che gli attidefiniscono eufemisticamente “inopportuna” [“inappropriate”], e avvisa la polizia locale.
La polizia del Wisconsin effettua una perizia tecnica sul telefono e vi trova 125 messaggi fra la ragazzina e l’adulto, confermando la natura intima e quindi illegale dei loro contenuti. L’uomo usa su Kik il nome “fus__ro_dah”, che è una citazione del videogioco The Elder Scrolls V: Skyrim. È quello strano grido che avete sentito all’inizio di questo podcast.
[CLIP: audio “fus ro dah” da The Elder Scrolls V: Skyrim]
Le tre sillabe sono separate da caratteri di sottolineatura (o underscore).
La polizia statunitense contatta Kik per farsi dare le generalità dell’utente “fus_ro_dah” e Kik fornisce in risposta l’indirizzo di mail di quell’utente. È un indirizzo Gmail, per cui le autorità chiedono a Google di fornire informazioni sul titolare di quell’indirizzo. Google risponde dando alla polizia un indirizzo IP usato per accedere a quella casella di mail: si tratta di un IP canadese, e quindi il caso passa nelle mani delle autorità di quel Paese, e specificamente della polizia regionale di Halifax, nella provincia della Nuova Scozia, che chiede al fornitore Internet locale, Bell Aliant, di rivelare l’indirizzo fisico dell’abbonato che corrisponde a quell’indirizzo IP.
La procedura è insomma quella solita, che si usa universalmente in casi come questi: il nome online della persona da identificare viene usato per risalire al suo indirizzo di mail; l’indirizzo di mail permette di risalire al suo indirizzo IP; e l’indirizzo IP consente di identificare il suo domicilio fisico e quindi di determinare il nome anagrafico della persona ricercata.
In questo caso, la persona si chiama Brandon Klayme.
A metà febbraio 2020 questo ventiduenne viene arrestato e incriminato con tre accuse pesantissime: adescamento di una persona di meno di 14 anni usando dispositivi per telecomunicazioni, invio di materiale sessualmente esplicito a un minore e possesso di immagini pedopornografiche. Il sito Crimestoppers della provincia della Nuova Scozia annuncia l’incriminazione di Klayme per pedopornografia citandone nome e cognome direttamente nel titolo del suo comunicato pubblico e usando l’etichetta Crime of the week: il reato della settimana.
Mio screenshot del sito Crimestoppers, 10 agosto 2026.
La polizia canadese ottiene un mandato di perquisizione dell’abitazione di Klayme, che è a Dartmouth, a pochi chilometri da Halifax e a duemila dal Wisconsin dove sta la ragazzina. Stando agli atti è solo a febbraio 2021, oltre due anni dopo lo scambio di messaggi illegali, che le autorità sequestrano e periziano i telefonini e i laptop di Klayme.
Su questi dispositivi, però, non vengono trovate tracce legate al caso sotto indagine. Nessun messaggio scambiato fra Klayme e la dodicenne. Nessuna immagine intima. Klayme ha sì un account su Kik, aperto anni prima [il 20 gennaio 2012, stando a questo screenshot tratto dagli atti] e a suo dire in disuso da tempo, ma la polizia non riesce nemmeno a dimostrare che l’uomo l’abbia usato in qualunque modo nei mesi in questione, men che meno per scambiare immagini illegali con una dodicenne.
Nonostante tutto questo, al processo, ad aprile 2023, tre anni dopo l’arresto, Klayme viene dichiarato colpevole; la sentenza arriva otto mesi più tardi e lo condanna a un anno e mezzo di carcere e diciotto mesi di libertà vigilata, per dei reati terribili che l’uomo sa di non aver commesso.
[Klayme viene inoltre iscritto nel registro nazionale degli autori di reati sessuali per 20 anni e gli viene imposto un divieto di usare Internet e di avere contatti con bambini per cinque anni]
Brandon Klayme ricorre in appello, e durante le fasi preparatorie di questo ricorso il suo avvocato difensore, diverso da quello del primo processo, nota un dettaglio cruciale che fino a quel punto era sfuggito a tutti: la richiesta iniziale della polizia del Wisconsin a Kik riguardava informazioni sull’utente Kik di nome “fus_ro_dah”, scritto con un singolo carattere di sottolineatura fra le sillabe, che è il nome utente di Klayme; ma l’utente Kik trovato dalla perizia tecnica della polizia statunitense sul telefono della ragazzina, quello che ha scambiato i messaggi illegali con lei, è “fus__ro_dah” con due caratteri di sottolineatura fra la prima e la seconda sillaba [ho rispettato questa differenza anche in questo articolo: ve ne eravate accorti?].
In altre parole, la polizia del Wisconsin ha chiesto a Kik informazioni sull’utente sbagliato, Kik ha diligentemente fornito le informazioni di quell’utente, e la polizia canadese ha usato quelle informazioni per rintracciare e identificare con estrema precisione l’uomo sbagliato. E la giustizia canadese ha condannato al carcere un innocente esclusivamente sulla base di un nome utente, senza alcuna altra prova a supporto, e senza sapere che quel nome utente era stato trascritto male.
In appello, a luglio 2026, sei anni dopo l’incriminazione, la corte scagiona completamente Brandon Klayme e riconosce che se le indagini fossero state svolte correttamente avrebbero portato all’identificazione del vero colpevole, che ha un indirizzo IP californiano e che per quanto ne sappiamo è ancora a piede libero. Ma sul sito Crimestoppers il nome di Klayme è ancora additato oggi come incriminato di reati contro minori, senza alcuna rettifica o nota di aggiornamento.
È importante sottolineare, come fa la stampa locale canadese [Tim Bousquet, Halifax Examiner], che questa vicenda non è scaturita solo da un errore della polizia del Wisconsin nel trascrivere un nome che è indubbiamente facile da equivocare. La polizia canadese non ha trovato prove concrete, eppure ha deciso di incriminare Klayme; il pubblico ministero, nonostante questa assenza di prove, ha deciso di portare il caso in tribunale; l’avvocato difensore del processo iniziale non ha esaminato adeguatamente le presunte prove contro il suo cliente; e il giudice ha accettato la tesi dell’accusa senza metterla in dubbio. Inoltre nessuno ha chiesto alla vittima minorenne se l’accusato somigliasse o meno al suo molestatore.
Qui ha fallito tutta la parte umana della filiera della giustizia, ed è questo che è preoccupante, perché gli errori commessi in questa vicenda possono ripresentarsi in qualunque altro tribunale di qualunque altro paese.
Consideriamo per esempio la questione del nome utente, che alla fine risulta essere stato l’unico elemento concreto sul quale si è basata l’accusa: per chi non è un gamer accanito o non ha familiarità con il lessico e la cultura dei videogiochi, un nome utente come “fus__ro_dah” non ha alcun significato e quindi viene percepito come una sequenza di caratteri scelti a caso. Pertanto è normale pensare che sia assai improbabile che venga selezionata da altri utenti, ma invece è un riferimento culturale ben preciso e diffuso, tanto che ha una voce apposita nell’enciclopedia online dei memi Know Your Meme.
È insomma comprensibile che agli inquirenti non sia venuto in mente che due diversi utenti di Kik potessero aver scelto quella stessa specifica sequenza di caratteri, cambiando soltanto il numero di trattini, e la differenza visiva fra un trattino e due è in effetti difficile da notare, anche perché nei font comunemente usati due di questi caratteri scritti consecutivamente si fondono tra loro, senza spazio che li divida. Ma tutto il resto è molto meno perdonabile.
Ora il governo canadese sta valutando [CBC.ca] un possibile risarcimento per il calvario subìto da Klayme, ma nessun compenso potrà mai restituire all’uomo quei sei anni di vita trascorsi con l’etichetta infamante di molestatore di bambini, con il suo nome esposto alla gogna mediatica e con la reputazione personale distrutta. Nessun risarcimento potrà ridargli quell’anno e mezzo speso in carcere.
Il suo caso ha avuto una risonanza mondiale, per cui oggi chi cerca online il suo nome e cognome trova facilmente anche la notizia del suo completo scagionamento per non aver commesso il fatto e per essere del tutto estraneo alla vicenda. Ma cosa succederà ai prossimi Brandon Klayme, in Canada o altrove, che non avranno altrettanta eco mediatica?
Screenshot di una mia ricerca in Google, agosto 2026. Anche la risposta generata dall’IA è sostanzialmente corretta.
Chiaramente servono procedure di verifica dei fatti tecnici più rigorose. Allo stesso tempo, episodi come questo sono un monito per i tanti che pensano che si possa migliorare la giustizia e renderla meno assurdamente lenta affidando la lettura dei documenti processuali alle intelligenze artificiali. Un errore di questo genere, basato sull’omissione di un singolo carattere in un unico documento, probabilmente verrebbe ignorato dalle IA attuali, che fanno analisi dei testi su base statistica e quindi rischierebbero di considerare uguali i due nomi utente, quello di Brandon Klayme e quello del vero autore dei reati contro minori attribuiti al canadese innocente, senza evidenziare quella piccola ma cruciale discrepanza.
Storie di malagiustizia come questa lasciano spesso un retrogusto amaro, un senso di impotenza, in chi le legge o le ascolta (e anche in chi, come me, le racconta). In effetti c’è poco che noi utenti comuni possiamo fare per ridurre il rischio di essere travolti da un errore giudiziario come questo. Tutto quello che posso consigliare è evitare di aprire account social solo per prova per poi abbandonarli, e chiudere ed eliminare gli account che non si usano più, togliendo anche la relativa app dal telefono.
Se cogliete l’occasione di questo mio racconto per fare un po’ di pulizia digitale, allora almeno qualcosa di buono da questa brutta, assurda storia di Brandon Klayme sarà venuto fuori.
Cronologia della vicenda in sintesi
29 agosto-14 dicembre 2018: scambio di messaggi illeciti su Kik.
12 febbraio 2020: Annuncio su Crimestoppers di arresto, incriminazione e sequestro di dispositivi.
5 febbraio 2021 (secondo atti): mandato di perquisizione e sequestro di telefoni e laptop.
17 aprile 2023: processo di primo grado.
5 gennaio 2024: condanna a 18 mesi di carcere più 18 di libertà vigilata.
Mi è stato segnalato che circolano online degli screenshot nei quali l’account X @attivissimoLIVE scriverebbe cose deliranti che spaziano dal razzismo alla bestemmia alla transfobia. Già questo, per chiunque mi conosca anche solo vagamente, dovrebbe essere un grossissimo campanello d’allarme antibufala.
Non so se gli screenshot sono falsi o meno e non mi interessa: in ogni caso mostrano cose che non ho scritto io. Non li pubblicherò per non alimentare eventuali polemiche.
I fatti sono questi: ho avuto un account con quel nome quando X era ancora Twitter. A novembre 2024, visto quello che stava combinando Elon Musk, l’ho chiuso. So che qualcuno ha poi riaperto un account X con quello stesso nome, imitando la mia grafica, ma l’ho fatto chiudere segnalando a X che si trattava di un impostore.
Devi effettuare l'accesso per postare un commento.