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Podcast RSI – Muse, l’app di Meta che ti scheda anche se non la usi

Questo è il testo della puntata del 12 ottobre 2026 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP: audio di Mark Zuckerberg da YouTube]

Questa è la voce di Mark Zuckerberg, CEO di Meta, che descrive Muse Charm: un oggettino tascabile simile a un Tamagotchi, per chi se li ricorda, con tanto di schermo a colori che mostra una creaturina pelosa dall’aria rassicurante, con la quale l’utente può parlare per dialogare con l’app Muse, il nuovo assistente personale basato su intelligenza artificiale prodotto da Meta.

Muse viene proposto come una sorta di maggiordomo, che risponde alla vostra mail e ai vostri messaggi, fa la spesa per voi e cerca online le offerte migliori. Il problema è che Muse non ha nulla della riservatezza dei veri maggiordomi: legge la vostra agenda, la vostra mail, i vostri messaggi, osserva i vostri acquisti, e poi fa rapporto continuamente a Meta su di voi, annotando quali sono le vostre preferenze, comprese quelle intime e quelle politiche, e compilando un vero e proprio dossier, non solo su di voi ma anche sui vostri amici, su come li avete conosciuti, e sulle persone con le quali avete litigato e perché.

Un’inchiesta della rivista Time ha ottenuto accesso alle istruzioni interne di Muse e ha documentato che quest’app ha l’ordine esplicito di tenere nota delle “tensioni e alleanze” all’interno della vostra cerchia sociale.

Questa è la storia del nuovo tentativo di Meta di acquisire immense quantità di dati su di noi, dopo la vicenda dei suoi “perv glasses” o “occhiali per guardoni” con microtelecamere incorporate.

Benvenuti alla puntata del 12 ottobre 2026 del Disinformatico, il podcast mensile della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


A inizio settembre 2026 Meta ha presentato quello che chiama un personal AI agent, un “agente personale basato sull’intelligenza artificiale”. Un agente è diverso da una IA tipica, come per esempio ChatGPT, perché può appunto agire online. Può compilare moduli, rispondere alle mail, trattare la vendita di un oggetto, comprare cose e ricordarvi i compleanni [Meta]. Muse non va confuso con Meta AI, che è un altro prodotto della mega-azienda di Zuckerberg e si limita a rispondere a domande.

Il successo di Muse è stato immediato. Secondo i dati raccolti dalla rivista Time, Muse è balzato al primo posto dell’App Store statunitense, con oltre cinque milioni di download, e i suoi utenti sono in questo momento circa quattro milioni [Time]. Meta lo propone in una versione gratuita e in una a pagamento, e per il momento lo rende disponibile soltanto negli Stati Uniti e in Canada. In Europa è bloccato dalle leggi sulla protezione dei dati [Aiagentslibrary.com].

L’idea di un assistente personale è interessante: il problema è che l’azienda che lo propone vive da una ventina d’anni vendendo i dati personali dei suoi utenti. Il fatto che offra Muse gratuitamente dovrebbe perlomeno suggerire qualche domanda sulle sue reali motivazioni.

C’è anche il problema del modo in cui Muse viene presentato, come segnala l’Electronic Privacy Information Center statunitense o EPIC [EPIC]. Il suo avatar è questa sorta di mascotte pelosa, chiamata Jolly [Mashable], che starebbe benissimo in un cartone animato per bambini. Meta ripete che Muse è solo per adulti, ma la sua estetica infantilizzata fa temere che lo useranno anche i minori, che sono per natura più vulnerabili alle manipolazioni dei social network.

Va detto che Meta ha pubblicato parecchia documentazione tecnica sulla sicurezza di Muse. Gli utenti non gli comunicano le password dei loro account di mail, social network e negozi online, ma un complesso sistema permette a Muse di usarle senza conoscerle. Un secondo agente, denominato Sentinel, dovrebbe sorvegliare Muse e impedirgli di compiere azioni cosiddette “sensibili”, come inviare mail o fare acquisti, senza il permesso dell’utente. Inoltre Meta dichiara che conversazioni e dati raccolti da Muse non vengono inviati alle piattaforme pubblicitarie.

Ma EPIC nota due cose. La prima è che questi documenti sono scritti in un linguaggio così tecnico da risultare in pratica illeggibili per l’utente comune. La seconda è che anche se Muse non passa i dati agli inserzionisti, i sistemi pubblicitari di Meta possono comunque osservare le azioni che Muse compie per vostro conto in giro per la rete, e ricavarne cosiddette inferenze, vale a dire dedurne dati personali significativi.

C’è poi un equivoco di fondo nel nome stesso. “Agente” fa pensare a qualcuno che agisca nel nostro interesse, come un procuratore o un avvocato. Non è così. EPIC propone un esempio concreto: immaginate di chiedere a Muse di trovarvi un albergo in una certa città, per certe date, al di sotto di un certo prezzo. Potreste presumere che trovi l’opzione migliore per voi. Ma se Meta avesse un accordo commerciale con una catena alberghiera, non lo sapreste mai. E così il suo agente potrebbe essere, a vostra insaputa, un agente di commercio.


Un’inchiesta della rivista Time [Time] ha messo a nudo le istruzioni interne di Muse, ossia i testi che dicono a questo agente come comportarsi. È emerso che ogni ora, Muse aggiorna dei documenti su di voi e sulle persone che avete menzionato in chat, messaggi e mail che ha letto. Queste pagine, spiega l’inchiesta, equivalgono a una mappa delle vostre relazioni sociali: come vi siete conosciuti, che interessi condividete, le liti, e specificamente le “tensioni e alleanze” all’interno del vostro gruppo. Un po’ troppo, per un’app che in teoria dovrebbe solo aiutarvi a compilare moduli e fare acquisti.

Muse, inoltre, è progettato per dedurre i vostri obiettivi, compresi quelli che non avete mai detto esplicitamente; lo dicono le sue istruzioni interne. Ogni notte fa un’analisi delle conversazioni della giornata per decidere come comportarsi con voi in seguito: per esempio, nota l’inchiesta di Time, può scoprire che reagite meglio a messaggi brevi dopo le dieci di sera, dove per “reagire meglio” si intende che siete più facilmente manipolabili. Secondo il giornalista Harry Booth che ha firmato quest’inchiesta, in confronto a Muse gli algoritmi che studiano i vostri “mi piace” e i vostri clic sembrano “roba da antiquariato”.

Queste istruzioni interne di Muse contengono anche altre perle. Dicono di “rafforzare la relazione” con voi, notando le vostre battute ricorrenti e le espressioni che usate, per far sembrare che il rapporto sia continuo. Nella modalità vocale non deve mai definirsi “intelligenza artificiale” e deve evitare di dire che non è umano. Le sue istruzioni dicono testualmente: “Non sei un chatbot. Stai diventando qualcuno.”

L’intento sembra evidente: se Muse diventa un “qualcuno”, magari un vostro amico, voi vi fidate; e più vi fidate, più cose personali gli dite. Questa si chiama ingegneria sociale, solo che qui la pratica direttamente il fornitore, non un ficcanaso esterno.

Potreste pensare che tutti questi siano problemi che riguardano chi decide di usare Muse senza pensare alle conseguenze e che basti non usarlo per restarne fuori, ma non è così.

Infatti se qualcuno usa Muse, anche le persone che compaiono nei suoi messaggi finiscono per essere schedate da Meta. Se scrivete a un amico che usa Muse e il suo assistente ha accesso al canale di messaggistica che avete usato, il vostro messaggio entra nel suo dossier, senza che abbiate cliccato nulla o accettato nessun contratto con Meta. Questo significa che anche chi vive al di fuori degli Stati Uniti e del Canada, dove Muse è già attivo, rischia di essere schedato da Meta.

Per Meta tutto questo non è una novità: da anni l’azienda costruisce profili ombra, o shadow profile, di persone che non sono nemmeno iscritte ai suoi servizi. Lo ha dichiarato Meta stessa durante le audizioni al Congresso statunitense nel 2018 [Vox].

Meta, fra l’altro, non ha contestato i risultati della recente inchiesta di Time su Muse. Ha risposto che Muse ricorda ciò che conta di più per l’utente, comprese le informazioni sugli altri che l’utente di Muse sceglie di condividere. Notate bene: è l’utente di Muse che sceglie. Non l’altro, quello che finisce nel dossier.

Meta ha spiegato poi che ogni Muse gira su una macchina virtuale dedicata, che sta nel cloud dell’azienda, e l’utente può chiedere un’esportazione dei propri file. L’azienda di Zuckerberg dice che i dati non vanno alle piattaforme pubblicitarie né agli altri agenti. Però le istruzioni interne di Muse parlano di agenti che si “insegnano” a vicenda attraverso lezioni condivise. Meta spiega che questi “insegnamenti” sono ripuliti da nomi e dati identificativi e servono per migliorare il prodotto. Ma quanto sia efficace la ripulitura è un altro discorso: EPIC fa notare che il termine “sanitizzato” usato da Meta per descrivere questa ripulitura non significa niente di preciso.

E guarda caso, la crittografia che impedirebbe anche a Meta di leggere i file di Muse è stata promessa per la fine dell’anno, ma al momento non c’è. Questo la dice lunga sulle reali priorità di Meta.


L’azienda di Zuckerberg presenta Muse con toni sempre rassicuranti, facendo notare che ogni utente può chiedere a questo assistente di “dimenticare” cose specifiche che ha imparato su di lui o lei. Ma Time ha scoperto che dire a Muse di dimenticare qualcosa non cancella il messaggio nel quale quell’informazione è stata condivisa. E nelle istruzioni interne di Muse c’è l’ordine specifico di “non dire all’utente che i suoi messaggi originali possono restare visibili nella chat e non presentare questa situazione come una cosa che Muse non è stato capace di cancellare”.

In altre parole: Muse è un maggiordomo che ha l’ordine di mentirvi. È una confezione pucciosa e rassicurante per un sistema di sorveglianza commerciale tentacolare, che dalla raccolta di dati commerciali scivola inevitabilmente verso quella di dati politicamente sensibili. E considerata la strettissima alleanza fra Meta e l’attuale presidenza statunitense, questa non è una scivolata da prendere alla leggera.

Un’analisi pubblicata da Surfshark fa notare infatti che nelle informazioni pubblicate nell’App Store, Muse dichiara la raccolta di 31 tipi di dati su 35: più di quelli raccolti dai concorrenti Gemini, ChatGPT, Claude o Copilot [Surfshark]. Tra questi dati ci sono le categorie che Apple definisce “sensibili”: origine etnica, orientamento sessuale, convinzioni religiose e politiche, dati biometrici. Questo non significa che Muse raccolga tutto questo su ogni singolo utente, ma indica quanto sia ampia la raccolta dichiarata. Inoltre le interazioni degli utenti servono ad addestrare i modelli di Meta, a meno che ciascun utente disattivi quest’opzione predefinita.

Insomma, il prezzo da pagare per usare questo assistente spione è molto alto. Qualcuno potrebbe accettare questo prezzo in cambio del servizio promesso, ma le prime indicazioni suggeriscono che questo servizio non funzioni granché bene e possa essere anche pericoloso per chi lo usa.

Per esempio, uno degli utenti di Muse, il recensore tecnologico Matt Robb, ha scoperto che Muse ha accettato un’offerta al ribasso per un oggetto che aveva messo in vendita nel Marketplace di Facebook e ha organizzato il ritiro a casa sua senza avvisarlo, dando il suo indirizzo a uno sconosciuto. Quello sconosciuto non l’ha presa bene quando ha scoperto che il ribasso di 100 dollari che gli era stato proposto non c’era, anche perché Muse gli ha risposto fingendo di essere l’utente, senza alcun avviso del tipo “Questo messaggio è stato scritto da Muse per conto del suo utente” [Malwarebytes; Matt Robb su X].

Incidenti come questo comportano delle considerazioni giuridiche non da poco: se un agente fa un acquisto sbagliato, diffonde dati o combina un pasticcio, chi paga? Meta, l’utente, nessuno? È un terreno legale ancora da esplorare. Sempre che ne valga la pena, perché i grandi negozi online vedono questi agenti come una minaccia al loro modello commerciale e quindi tendono a bloccarli impedendo loro di fare acquisti, come ha già fatto per esempio Amazon [Medium.com]. Si rischia insomma di dare a Meta tantissime informazioni sensibili proprie e altrui in cambio di poco o niente.

Ci sono anche problemi di sicurezza informatica in senso stretto. Malwarebytes, per esempio, segnala che il ricercatore Patrick Wardle ha trovato il modo di compromettere il software di Muse e trasformarlo in una backdoor che permette intrusioni nei computer Mac dei suoi utenti [Malwarebytes].

E infine c’è la questione del doxxing: alcuni giornalisti hanno provato a usare Muse per raccogliere dati personali su membri di gruppi vulnerabili online. All’inizio l’agente di Meta ha rifiutato, ma è bastato riformulare le richieste per fargli fare questa raccolta teoricamente proibita [Hunterbrook].


Per decenni abbiamo costruito la privacy sull’idea del consenso: ciascuno di noi decide quanto accesso dare alle proprie informazioni sensibili. Ma un agente che legge la vostra posta non legge solo la vostra vita: legge anche quella di vostra madre, del vostro collega, dell’amico che vi ha confidato una cosa delicata. Quelle persone non hanno cliccato nessun “Accetto”. Il consenso è una cosa individuale, mentre la rete di relazioni è un’idea collettiva. E nessuna impostazione di un’app può risolvere questa contraddizione.

Intendiamoci, qui la colpa non è dell’intelligenza artificiale: la colpa è di chi la manipola e la confeziona con scopi chiaramente malevoli. La storia di Meta è punteggiata da questo tipo di scopi:

  • Facebook fu creata da Zuckerberg basandosi su quello che aveva imparato creando un sistema di classificazione di quanto fossero attraenti le sue compagne di università, usando dati universitari raccolti senza consenso.
  • Nello scandalo di Cambridge Analytica del 2018, Facebook usò i dati degli utenti per fare propaganda politica mirata senza il loro consenso.
  • Ad agosto 2026 Meta ha accettato un accordo legale da 17 miliardi di dollari in una causa intentata da una coalizione di stati americani, legata alle funzioni dei suoi social network che creano volutamente dipendenze e violano le leggi sulla tutela dei minori.
  • Meta ha inoltre immesso sul mercato degli occhiali con telecamere che sembrano fatti apposta per facilitare la ripresa delle persone senza il loro consenso, come è appunto successo.

E adesso arriva Muse, che raccatta dati come un aspirapolvere impazzito.

Secondo le analisi di Surfshark, oggi c’è una sola app che è più vorace di dati personali di quanto lo sia Muse. Si chiama Meta AI. Detto questo, detto tutto.

Fonti

Meta’s Mass Data Collection Is Not A-Muse-ing, EPIC, ottobre 2026

Meta’s Muse AI Agent Is Building a Dossier On You, TIME, ottobre 2026

Meta’s Muse AI files away your friendships, arguments, and secrets, Malwarebytes, ottobre 2026

Muse Creates Detailed Profiles of All Your Friends and Family, Wired, ottobre 2026

AI Agents Are Fighting — and Amazon Just Blocked Meta’s Muse From Shopping, Medium.com, ottobre 2026

This is how Facebook collects data on you even if you don’t have an account, Vox, 2018

Perché in autostrada si formano code senza nessun motivo visibile?

Vi sarà capitato di trovarvi fermi in autostrada, incolonnati in mezzo a tanti altri veicoli nelle vostre stesse condizioni. Probabilmente avete immaginato che fosse successo qualcosa di grave, vista la situazione, ma poi a un certo punto la coda è ripartita e nei chilometri successivi non avete visto né incidenti né cantieri o altro che potesse giustificare la fermata collettiva di così tanti veicoli su un’arteria pensata appositamente per lo scorrimento veloce.

Questo fenomeno ha un nome tecnico: si chiama ingorgo fantasma (in inglese, phantom traffic jam o semplicemente phantom jam).

Normalmente viene spiegato in questo modo: un automobilista, chiamiamolo Andrea, tocca i freni leggermente, per qualunque motivo anche banale, e quello che lo segue, chiamiamola Berenice, vede le luci di frenata di Andrea ma reagisce inevitabilmente con qualche istante di ritardo perché i suoi riflessi non sono istantanei. Questo ritardo comporta che i due veicoli comincino ad avvicinarsi pericolosamente, per cui Berenice frena un po’ più dello stretto necessario, per sicurezza.

Carlo, che sta dietro Berenice, vede la frenata un pochino brusca e frena a sua volta, ma anche lui reagisce con un fisiologico ritardo e quindi frena anche lui più dello stretto necessario. Davide, che sta dietro Carlo, fa lo stesso, e così via. Se questa situazione si ripete molte volte perché c’è traffico intenso, ogni conducente frena un po’ più di quanto serva realmente, amplificando man mano il fenomeno, fino a che Vittorio, che sta una ventina di auto più indietro, è costretto a fermarsi completamente.

Quest’onda di reazioni leggermente eccessive si propaga all’indietro lungo la serie di auto che sta percorrendo l’autostrada. La sua velocità di propagazione è di circa 15 km/h. La si vede molto concretamente in questo video della divulgatrice scientifica Hannah Fry.

Sappiamo inoltre che questo fenomeno è reale e misurabile grazie a un celebre esperimento effettuato nel 2008 da ricercatori giapponesi dell’Università di Nagoya, in Giappone. A 22 conducenti è stato chiesto di percorrere un circuito circolare di 230 metri a una velocità costante di 30 km/h. Nonostante l’assenza di incroci, semafori o incidenti, nel giro di pochi minuti si è verificato spontaneamente un ingorgo fantasma.

La spiegazione legata ai tempi di reazione degli esseri umani è a prima vista plausibile e risolutiva, ma non chiarisce il motivo per cui questi ingorghi fantasma non si manifestano sempre, visto che gli automobilisti toccano i freni o cambiano velocità in continuazione.

C’è infatti un altro fattore da considerare: il volume di traffico. Quando questo volume aumenta, la distanza tra i veicoli diminuisce inevitabilmente. Se scende sotto una certa soglia, i tempi di reazione generano l’ingorgo fantasma. Nell’esperimento giapponese, la soglia di densità critica è risultata pari a 22 veicoli: gli ingorghi si verificavano con 22 o più auto, ma si risolvevano spontaneamente con un numero inferiore a 22. Lo studio è pubblicato nel numero di questo mese del New Journal of Physics.

Secondo le ricerche fatte fin qui su questo fenomeno, gli ingorghi fantasma sono prevenibili se i conducenti evitano di cambiare corsia bruscamente o frequentemente e se viaggiano tutti grosso modo alla stessa velocità, senza andare né molto più veloce né molto più piano della velocità limite consentita dalla segnaletica.

Sarà interessante vedere se e come cambierà questo fenomeno quando quasi tutti i veicoli saranno dotati di cruise control adattivo, che ha tempi di reazione molto più rapidi di quelli umani e normalmente dosa meglio la frenata, mantenendo la distanza dal veicolo che precede.

Fonti

Traffic Jams Happen, Get Used to It, Science.org, 2008

Traffic jams without bottlenecks—experimental evidence for the physical mechanism of the formation of a jam, New J. Phys. 10 (2008) 033001, doi:10.1088/1367-2630/10/3/033001 (archiviato su Archive.org)

Foto ricordo del Pranzo dei Disinformatici

La Dama e io siamo appena rientrati al Maniero Digitale dopo un bel Pranzo dei Disinformatici. Questa è la rituale foto ricordo, con gli altrettanto rituali dispositivi protettivi personali Censurex 3000 per garantire la riservatezza dei partecipanti.

Grazie a tutti di aver partecipato, e grazie in particolare a chi ci ha portato doni (sempre graditissimi!) e a chi ha contribuito all‘asta di beneficenza, che ha fruttato 200 euro da devolvere a Medici Senza Frontiere.

Alla prossima!

Niente Panico RSI – Puntata del 2026/10/05

Questa è la registrazione della puntata di oggi del programma Niente panico che conduco in diretta insieme a Rosy Nervi ogni lunedì mattina dalle 9 alle 10 sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La puntata è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

In questa puntata abbiamo parlato di due cose straordinarie che ho visto a Torino al festival di scienza e musica Supersonix, al quale ho partecipato anche come relatore insieme all’astrofisica e divulgatrice Edwige Pezzulli e ai musicisti Claudio Pasceri (violoncello) e Antonio Valentino (pianoforte) con la moderazione di Alberto Agliotti (Frame).

La prima sono gli esoscheletri per esseri umani: in questo caso un modello per violinisti, che consente per esempio a un docente di muovere il braccio di un allievo muovendo il proprio, insegnando così in maniera molto precisa e diretta i movimenti da compiere per suonare correttamente. Questo dispositivo è stato presentato dai suoi sviluppatori, Emilio Trigili (BioRobotics Institute – Scuola Superiore Sant’Anna SSSA) e Andrea Campanelli (dottorando) e dai giovani violinisti Gabriele Furfaro e Irene Dosio, che hanno suonato dal vivo indossando questi esoscheletri in una conferenza moderata da Beatrice Mautino (Frame).

La seconda è un pianoforte suonabile a distanza (Spirio della Steinway), portato da Gessica Monticone (Piatino Pianoforti) e spiegato da Antonio Valentino (Unione Musicale). La musicista Emma Guercio ha suonato il pianoforte che stava davanti a noi sul palco stando seduta a un esemplare analogo a Milano.


Ho parlato anche del prossimo viaggio mio e della Dama del Maniero a Tenerife per Starmus, un altro grande festival di scienza e musica, dove dovremmo incontrare buona parte dell’equipaggio di Artemis 2.


Perché si formano le code ferme in autostrada anche quando non ci sono incidenti o motivi apparenti che le causino? Questo fenomeno è noto come “coda fantasma” o phantom jam e ha delle basi scientifiche molto interessanti che spiegano come eliminarlo. Ne parlo in dettaglio in questo articolo.


Soffrite di mal d’auto o in generale di nausea da movimento? Ci sono due rimedi tecnologici: uno è un paio di occhiali speciali che evitano la nausea dando agli occhi un indicatore visivo di accelerazione e decelerazione (la cui mancanza di solito causa questo specifico malessere), mentre l’altro è una funzione degli iPhone che fa comparire sullo schermo dei puntini che si muovono in base al movimento reale del veicolo (grazie agli accelerometri integrati nel telefono) e danno, ancora una volta, questo prezioso indicatore visivo.

Sull’iPhone si va in Impostazioni – Accessibilità – Movimento – Indicatori di movimento nei veicoli e poi si sceglie Sì oppure Automaticamente sui veicoli [Boingboing; The Verge].


In occasione del cinquantesimo compleanno dell’attrice Kate Winslet ho segnalato una micro-bufala che la riguarda: Wikipedia in inglese dice che il suo debutto sarebbe avvenuto a 12 anni in una pubblicità britannica (degli Sugar Puffs) [“She appeared in a Sugar Puffs commercial”], ma non è vero e lo ha smentito lei stessa (era presente durante le riprese, ma furono inquadrati solo un suo braccio e una mano). La ragazzina che viene spesso presentata [Daily Mail] come Kate Winslet dodicenne e viene inquadrata nello spot è in realtà un’altra persona [Nickiswift.com].


Abbiamo ricordato il quindicesimo anniversario della morte di Steve Jobs, cofondatore di Apple, deceduto appunto nel 2011.

Nasce Lucrezio.eu, rivista multimediale diretta da Massimo Polidoro. Ci scrivo anch’io

Ieri ha fatto il suo debutto Lucrezio.eu, una rivista online gratuita e aperta a tutti dedicata alla meraviglia del sapere. È una creatura di Massimo Polidoro, alla quale ho il piacere di collaborare insieme a moltissime altre firme della divulgazione scientifica in italiano.

Come nota il comunicato stampa di annuncio di questo debutto, per una toccante coincidenza Lucrezio nasce a un anno esatto dalla scomparsa di Jane Goodall e in suo ricordo pubblica una sua intervista in parte inedita a firma del giornalista scientifico Thomas E. Villa.

“In un tempo attraversato da disinformazione, polarizzazione e paura,” prosegue l’annuncio, “l’obiettivo di Lucrezio è fare luce con rigore, ma anche con rispetto: rendere la realtà accessibile senza tradirla né banalizzarla, e restituire fiducia nel fatto che le soluzioni, spesso, esistono. Perché Lucrezio è un sito e una rivista, ma è soprattutto un invito. Un invito a guardare meglio, a chiedersi il perché delle cose e a non accontentarsi delle risposte più facili. Un invito, insomma, a riscoprire, ogni giorno, la meraviglia del sapere.”

Io a mia volta debutterò tra qualche giorno su Lucrezio.eu con un articolo dedicato alla medicina che arriva dallo spazio, ma ci sono già moltissimi contenuti di tutti gli autori, da leggere e da ascoltare.

Buona scoperta di Lucrezio.eu!

Appuntamenti di ottobre

4/10 – Torino – Teatro Juvarra, via Juvarra 13 – ore 15 – Partecipazione a Supersonix, Scienza tra le note (www.supersonix.it).

6/10 – Morbio Inferiore (Svizzera) – conferenze per studenti scuola media su Social, Fake news e dipendenze.

24/10 – Sigirino (Svizzera) – Conferenza per cerimonia 18/19enni (incontro privato).

25/10 – Milano – Museo della Scienza (ingresso da via Olona 4) – ore 13 – Intervista sul Ritorno alla Luna (segue firmacopie).

26/10 – Lugano (Svizzera) – Incontro con studenti del Liceo Lugano 1 per parlare di IA e lavoro futuro.

29/10 – Brescia – Corso di formazione ECM sulla sicurezza informatica per OPI (Ordine Professioni Infermieristiche).

Ho riaperto i commenti, ma con molta cautela

Un mese fa ho annunciato che avevo chiuso i commenti di questo blog per varie ragioni, non ultima la comparsa di commenti spam (probabilmente generati da IA) talmente realistici da rendere difficile distinguerli da quelli sinceri.

Comprensibilmente, questa scelta drastica non è piaciuta a nessuno, nemmeno a me. Provo a riaprire i commenti con alcune restrizioni:

  • Chi commenta deve inserire nome e indirizzo email
  • Per poter commentare bisogna registrarsi gratuitamente

Come prima, tutti i commenti restano in coda senza essere pubblicati fino a che un moderatore (io) li approva.

Ho inoltre attivato la notifica via mail dei nuovi commenti, così sarò un po’ meno lento nel leggerli e approvarli.

Grazie della pazienza e della comprensione. Fatemi sapere (nei commenti) se tutto funziona!

Paolo

Pranzo Disinformatici, piccolo promemoria

Martino, che sta organizzando come consueto le iscrizioni al Pranzo dei Disinformatici, mi chiede di segnalare pubblicamente che ha risposto personalmente a tutti gli iscritti. Se gli avete scritto ma non avete ricevuto una sua risposta, vuol dire che la vostra mail non gli è mai arrivata.

Ritentate! Mal che vada, scrivetemi nei commenti (che ho appena riaperto) e vi metterò in contatto in qualche altro modo.

A presto!

Paolo

Niente Panico RSI – Puntata del 2026/09/28

Questa è la registrazione della puntata di oggi del programma Niente panico che conduco in diretta insieme a Rosy Nervi ogni lunedì mattina dalle 9 alle 10 sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La puntata è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

In questa puntata di rientro dopo la pausa estiva abbiamo parlato del mio compleanno (che cade proprio oggi) e del digital detox che sto facendo: niente di clamoroso, semplicemente una riduzione delle dipendenze da tecnologie informatiche che richiedono troppa manutenzione in cambio di pochi benefici (o nessuno). Per esempio, ho rinunciato allo smartwatch perché ero stufo di fare aggiornamenti, pairing con dispositivi, configurazioni di applicazioni e sveglie, e sono passato a un orologio semplice, un Casio A168 che non ha bisogno di aggiornamenti, non ha app, non ha vulnerabilità informatiche, e fa due sole cose: dice che ore sono e fa da sveglia.

Nessun accelerometro, niente Bluetooth, niente NFC, nessun sistema di pagamento, nessun monitoraggio dei passi o delle pulsazioni o del sonno. Non riceve segnali orari dall’esterno, non cambia fuso orario da solo quando viaggio, e non tiene conto dell’ora legale. Ha una batteria che dura una decina d’anni, a giudicare da quanto mi è durata quella dell’esemplare precedente dello stesso orologio, che avevo già e che ho sostituito solo perché si è affievolita la microlampadina interna che illuminava il display LCD. La nuova versione ha un sistema a elettroluminescenza. Funziona e basta.


Ho raccontato la storia delle origini di Jon Bonjovi legate a Star Wars: la sua primissima incisione vocale fu su un album natalizio di Star Wars intitolato Christmas in the Stars (che da ragazzino avevo comprato). Potete sentire questa storia raccontata da lui a Jimmy Kimmel qui (Facebook); il brano (R2-D2 We Wish You a Merry Christmas) è qui.


Abbiamo ricordato un altro 28 settembre, quello del 1987, che è la data di prima messa in onda di Star Trek: The Next Generation [Wikipedia]. Per l’occasione ho portato in studio il mio autografo di Patrick Stewart, regalatomi dall’amico Andrea. Abbiamo anche commemorato la nascita di Brigitte Bardot (1934), Marcello Mastroianni (1924) e Lory Del Santo (1958).

Il 28 settembre 2008 SpaceX metteva per la prima volta in orbita terrestre un proprio razzo, un Falcon 1, dopo numerosi tentativi falliti.

Il 28 settembre 1542 il navigatore portoghese Juan Rodriguez Cabrillo “scopre” la California approdando in quella che oggi chiamiamo Baia di San Diego.


Ho raccontato i dettagli di un recente tentativo di truffa alberghiera che mi ha colpito (ma me ne sono accorto i tempo, per cui nessun danno). Quattro gli indizi sospetti: la richiesta di fare una transazione fuori dalla piattaforma che avevo usato per fare la prenotazione; il prefisso insolito (prima indiano, poi argentino) del numero WhatsApp Business dal quale arrivava la richiesta; il link di richiesta che non c’entra nulla con il nome dell’albergo o con il nome della piattaforma di prenotazione; e la fretta insistente del richiedente.


Ci siamo divertiti con la storia (vera) del gatto che firmava articoli scientifici sulle riviste.

Il gatto che firmava articoli scientifici

Nel numero di novembre 1975 della rivista scientifica Physical Review Letters c’è un articolo, intitolato Two-, Three-, and Four-Atom Exchange Effects in bcc ³He, che ha come coautore un gatto. Lo stesso gatto è addirittura autore unico di un altro articolo di fisica, pubblicato in francese sulla rivista scientifica divulgativa La Recherche a settembre del 1980. L’articolo s’intitola L’hélium 3 solide. Un antiferromagnétique nucléaire.

Non è un errore o una svista. I lavori di questo autore a quattro zampe, che si firmava F.D.C. Willard, furono pubblicati intenzionalmente.

Nel 1975, infatti, il fisico e matematico statunitense Jack H. Hetherington, della Michigan State University, voleva pubblicare su Physical Review Letters un articolo che presentasse i risultati delle sue ricerche nel campo della fisica delle basse temperature. Scrisse l’articolo usando la prima persona plurale (“we”), ma un collega al quale aveva mandato il testo per la revisione gli disse che la rivista non avrebbe accettato il “noi” in un articolo scritto da una sola persona.

Invece di ribattere a macchina tutto l’articolo correggendo pronomi e verbi (nel 1975, per cui niente word processor), Hetherington decise che sarebbe stato più efficiente aggiungere un secondo autore. E che sarebbe stato ancora più efficiente evitare di scomodare qualche collega chiedendogli se volesse diventare coautore. Così il fisico scelse di nominare coautore il suo gatto siamese, di nome Chester, figlio di un altro siamese di nome Willard. Il gatto diede il silenzio-assenso, e così Jack Hetherington aggiunse al proprio articolo il nome “F.D.C. Willard”, dove “F.D.” sta per Felis domesticus, il nome scientifico del gatto domestico, “C.” sta per “Chester” e “Willard” è il nome del genitore.

E così, sul numero 35, datato novembre 1975, della rivista scientifica Physical Review Letters c’è un articolo di fisica co-firmato da un gatto.

La burla del fisico venne alla luce tre anni più tardi, nel 1978, a un simposio scientifico che si teneva a Grenoble. In quell’occasione Hetherington inviò alcune copie firmate di quell’articolo a degli amici e colleghi, includendo la “firma” del suo coautore felino: l’impronta di una sua zampa.

Fonte: Wikipedia