Vai al contenuto

Artemis 3, i dettagli annunciati dalla NASA

Il 15 luglio scorso la NASA ha pubblicato molti dettagli sullo svolgimento previsto di Artemis 3, la prossima missione con equipaggio del programma Artemis di ritorno umano alla Luna. Si tratta di una missione estremamente complessa, nella quale l’astronauta italiano Luca Parmitano avrà compiti cruciali di pilotaggio.

Questo articolo raduna e riassume quello che è stato reso noto finora.

In sintesi

Artemis 3 è prevista per “non prima dell’estate del 2027”, si svolgerà interamente in orbita intorno alla Terra e durerà circa due settimane. La missione includerà due rendez-vous e attracchi con versioni preliminari di due veicoli di allunaggio commerciali: quello di SpaceX e quello di Blue Origin. Verrà inoltre svolto un test in cabina della nuova tuta spaziale lunare.

Questa sarà l’ultima missione Artemis prima del primo tentativo di allunaggio con equipaggio di questo programma, attualmente previsto per il 2028, 56 anni dopo l’ultimo allunaggio umano del programma Apollo nel 1972.

L‘equipaggio di Artemis 3 sarà composto da tre astronauti statunitensi (Andre Douglas, Randy Bresnik, Frank Rubio) e da un astronauta europeo (Luca Parmitano).

In dettaglio: coreografia di tre grandi lanci

Artemis 3 è classificata dalla NASA come una missione dimostrativa, che consentirà al personale sulla Terra e agli astronauti in orbita di acquisire dimestichezza con le operazioni di rendez-vous (incontro e avvicinamento fra due veicoli) e docking (attracco fra due veicoli) fra la navicella spaziale Orion e due veicoli commerciali di allunaggio (lander). I dati di questa missione, insieme a quelli delle future missioni dimostrative senza equipaggio verso e sulla Luna, serviranno per massimizzare la sicurezza e le probabilità di successo degli allunaggi con equipaggio.

Per Artemis 3, i veicoli commerciali di allunaggio in questione saranno prodotti da SpaceX e da Blue Origin. Saranno versioni di prova, o test article nel gergo spaziale, e saranno portati nello spazio, in orbita bassa intorno alla Terra, da lanciatori commerciali. La navicella Orion, che trasporterà l’equipaggio di Artemis 3, sarà invece lanciata verso la stessa orbita con un vettore SLS (Space Launch System) della NASA.

L’orbita prevista per questa missione è inclinata di -33° ed è circolare. La quota orbitale non è ancora stata precisata, ma è previsto che non sia superiore a 250 miglia nautiche (463 km). La scelta dipende in gran parte dalla presenza di detriti spaziali alle varie quote. Sia Blue Origin, sia Starship sono in grado di raggiungere questi genere di quota con un singolo lancio, senza richiedere rifornimenti in volo.

La sequenza di lancio prevede che parta per primo il veicolo dimostrativo di Blue Origin, seguito dalla navicella Orion e dal veicolo dimostrativo di SpaceX.

Questo significa che NASA, SpaceX e Blue Origin dovranno imparare a coordinarsi tra loro e a gestire ben tre lanci di grandi vettori in rapida successione, seguiti da due rendez-vous con relativi attracchi nel giro di una decina di giorni. Questo coordinamento servirà per le successive missioni verso la Luna, dato che ogni missione lunare che preveda una discesa sulla superficie richiederà che venga dapprima lanciato e messo in orbita intorno alla Terra il veicolo di allunaggio e che poi, entro breve tempo, venga lanciata la navicella Orion che trasporterà l’equipaggio.

Primo lancio: Blue Origin

Blue Origin intende usare un proprio vettore New Glenn per portare nello spazio una versione dimostrativa del veicolo di allunaggio Blue Moon Mark 2 realizzato dalla stessa azienda. Non è chiaro se il vettore sarà quello attuale, denominato 7×2, o la sua versione evoluta (chiamata 9×4). In ogni caso entrambe le versioni sono adatte allo scopo.

C’è però un problema importante: l’esplosione violentissima di un vettore New Glenn durante un test di accensione, il 28 maggio scorso, ha danneggiato gravemente l’unica rampa di lancio adatta per questo veicolo, e si prevede che i lavori di ricostruzione dureranno vari mesi, e altrettanto dureranno ancora quelli per completare la seconda rampa di lancio già in costruzione da tempo. La mancanza di una rampa di lancio usabile per un New Glenn potrebbe imporre uno slittamento dei lanci di questo vettore; in tal caso è esplicitamente previsto che il veicolo di allunaggio di Blue Origin possa essere lanciato da un altro grande lanciatore, come per esempio un Vulcan o un Falcon Heavy.

Questo veicolo dimostrativo includerà tutta l’avionica principale, i sistemi di controllo, il software di volo e una cabina abitabile, e potrà restare operativo nello spazio per un massimo di 30 giorni, consentendo una serie di verifiche tecniche in orbita di parcheggio prima che vengano lanciati gli astronauti a bordo di SLS/Orion.

Questo esemplare non includerà i motori principali BE-7 a propellente criogenico ma solo dei motori di manovra, i cui propellenti non hanno particolari esigenze di conservazione.

Dopo che la navicella Orion si sarà agganciata con successo a questo lander, due astronauti indosseranno le tute di sopravvivenza (quelle arancioni viste in Artemis 2) e apriranno il portello per entrare nella cabina del lander, che sarà appunto dotata di un proprio sistema di controllo ambientale e di supporto vitale. Uno degli scopi di Artemis 3 è proprio collaudare questa cabina; un altro è verificare le modalità di manovra congiunta dei due veicoli.

Illustrazione della versione preliminare dimostrativa del veicolo di allunaggio Blue Moon Mark 2 di Blue Origin. Fonte: NASA.
Illustrazione dell’avvicinamento tra navicella Orion (in basso a sinistra) e veicolo di allunaggio Blue Moon Mark 2. Fonte: NASA.
Confronto dimensionale fra moduli di allunaggio: a sinistra, quello delle missioni Apollo (Lunar Module o LM/LEM); al centro, il Blue Moon Mark 1 di Blue Origin (veicolo cargo); a destra, il Blue Moon Mark 2 di Blue Origin per equipaggi. Fonte: Blue Origin.

Un altro obiettivo di questa fase della missione è collaudare la nuova tuta spaziale lunare, realizzata da Axiom Space. Questa tuta è la prima in assoluto ad avere un circuito di raffreddamento di riserva qualora si guastasse il primario. Il collaudo non avverrà nel vuoto dello spazio, ma all’interno pressurizzato della cabina del veicolo di allunaggio Blue Moon.

A bordo del lander di Blue Origin ci sarà anche un simulatore di massa della tuta spaziale lunare. Questo simulatore sarà molto approssimativo, simile al manichino Moonikin che volò a bordo di Artemis 1, e fornirà informazioni in tempo reale sulle condizioni ambientali all’interno della cabina di Blue Moon.

Secondo lancio: SLS/Orion con equipaggio

Un vettore SLS decollerà dalla rampa di lancio 39B del Kennedy Space Center, in Florida, portando nello spazio la navicella Orion e i quattro membri dell’equipaggio. L’orbita di Orion sarà circolare.

Questo vettore sarà differente dai precedenti usati per Artemis 1 e Artemis 2 perché sarà privo del secondo stadio ICPS, che non è necessario per questo profilo di missione. Al suo posto ci sarà un elemento distanziale di raccordo o spacer, che è attualmente in costruzione e dovrebbe essere pronto entro dicembre. Non sembrano esserci problemi o preoccupazioni per eventuali slittamenti della data di consegna e approntamento del vettore.

Terzo lancio: Starship di SpaceX

SpaceX intende usare la versione più recente di Starship, ossia la 3; non si tratterà di una versione apposita per gli allunaggi, ma semplicemente di un esemplare standard al quale verrà aggiunto un sistema di attracco, situato sulla punta del grande veicolo, che è lungo 52 metri.

Starship verrà portata in orbita dal vettore Super Heavy di SpaceX, che decollerà dalla Terra dopo il completamento delle operazioni di rendez-vous e attracco tra la navicella Orion e il veicolo dimostrativo Blue Moon Mark 2. Non saranno necessari altri lanci per il rifornimento di propellente.

Gli astronauti effettueranno un rendez-vous e un attracco, ma non entreranno a bordo di Starship.

Illustrazioni della navicella Orion attraccata alla Starship. Si notano le grandi dimensioni del veicolo di SpaceX. Fonti: NASA, NASA.

Prove di attracco

Durante le operazioni di attracco e di sgancio, l’equipaggio di Artemis 3 userà i due veicoli dimostrativi di Blue Origin e di SpaceX come obiettivi passivi (target) da raggiungere; il veicolo attivo (chaser) sarà Orion. Questa è la stessa configurazione prevista per le successive missioni di allunaggio con equipaggi.

La NASA verificherà che i due veicoli di allunaggio dimostrativi siano pronti per la missione e sicuri per l‘equipaggio. Sia SpaceX, sia Blue Origin hanno già effettuato test di attracco dei rispettivi veicoli al suolo (nel caso di SpaceX, qualificandosi sin dal 2023).

Una delle differenze più importanti fra i due attracchi previsti è l’ubicazione del punto di attracco. Nel caso del veicolo Blue Moon, si trova su un lato, accanto alla cabina per l‘equipaggio; per Starship si trova sulla punta. Questo comporterà tecniche e approcci di attracco e di sgancio differenti.

Un’altra differenza è che quando Orion attraccherà a Blue Moon, sarà il software di Orion a comandare entrambi i veicoli. Invece quando Orion attraccherà a Starship, sarà quest’ultima a comandare i due veicoli attraccati.

Rientro

Al termine della missione, la capsula conica della navicella Orion rientrerà sulla Terra, ammarando nell’Oceano Pacifico. È presumibile che tutti gli altri componenti verranno fatti rientrare in modo distruttivo.

L’equipaggio

La composizione dell’equipaggio di Artemis 3 è stata resa nota il 9 giugno 2026 con una cerimonia formale. Il comandante sarà Randy Bresnik (NASA), il pilota sarà Luca Parmitano (ESA), e i due specialisti di missione saranno Frank Rubio e Andre Douglas (NASA). Bob Hines (NASA) sarà la riserva di tutti e quattro.

Foto ufficiale dell’equipaggio di Artemis 3: da sinistra, Andre Douglas, Luca Parmitano, Randy Bresnik e Frank Rubio. Fonte: NASA.

Randy Bresnik (Randolph James Bresnik, callsign “Komrade”) è nato nel 1967 (avrà 60 anni nel 2027). È californiano, ex pilota dei Marine, pilota collaudatore ed ex Top Gun. È stato nello spazio quattro volte, con missioni Soyuz e Shuttle. Ha oltre 32 ore di esperienza in attività extraveicolari e ha comandato la Stazione Spaziale Internazionale nel 2017.

Luca Parmitano è catanese, classe 1976 (avrà 51 anni nel 2027), ed è astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea dal 2009. Entrato nell’Aeronautica militare italiana nel 1995, è pilota collaudatore con esperienza su oltre 40 tipi di aeromobili ed è uno specialista nella guerra elettronica. È stato il primo italiano a effettuare una “passeggiata spaziale” (EVA), durante il suo primo volo nello spazio, nel 2013. È tornato in orbita nel 2019, ricoprendo il ruolo di comandante della ISS. Ha totalizzato sei EVA e 366 giorni nello spazio.

Andre Douglas (Andre Maurice Baulding Douglas) è nato in Florida nel 1985 (avrà 42 anni nel 2027) ed è stato selezionato dalla NASA nel 2021. È un ex ufficiale della Guardia Costiera degli Stati Uniti ed è specializzato in architettura navale, robotica, difesa planetaria e sistemi autonomi. Ha svolto il ruolo di astronauta di riserva per la missione Artemis 2. Artemis 3 sarà il suo primo volo nello spazio.

Frank Rubio (Francisco Carlos Rubio) è nato nel 1975 da genitori del Salvador ed è pilota dell’esercito degli Stati Uniti, medico e paracadutista esperto. Nel 2023 ha completato il volo spaziale più lungo di un astronauta statunitense, trascorrendo in orbita 371 giorni consecutivi. Nel 2027 avrà 52 anni.

Bob Hines (Robert Thomas Hines Jr.; callsign “Farmer”) è nato nel 1975 in North Carolina. Nel 2027 avrà 52 anni. Pilota dell’Aeronautica militare statunitense, ha svolto 76 missioni di combattimento e ha totalizzato 3500 ore di volo in 41 tipi di aereo. È stato selezionato dalla NASA come pilota collaudatore e di ricerca e poi, nel 2017, come astronauta. Ha volato nello spazio ad aprile del 2022 come pilota della missione Crew-4 (la stessa alla quale ha partecipato Samantha Cristoforetti).

Molti media, compresa la BBC, hanno scritto che il cognome di questo astronauta è Heintz, ma non è esatto.

Bob Hines nel 2026. Fonte: NASA/Helen Arase Vargas.

Fonti

How NASA’s Artemis III Lander Test Will Pave Way for Moon Landings, NASA (2026)

We managed to glean some interesting details about the Artemis III mission, Ars Technica (2026)

NASA’s Artemis III Announcement, YouTube (2026)

NASA assigns crew for Artemis III, sets aggressive timeline for flying it, Ars Technica (2026)

Nasa names next astronauts for Artemis Moon programme, BBC (2026)

Air Force Test Pilot tapped as ‘ultimate wingman’ for Artemis III, Af.mil (2026)

Appuntamenti di agosto 2026

4/8 – Spotorno – ore 21.30 – Piazza Vittoria – Partecipazione a Scienza Fantastica con la conferenza Artemis: la nuova corsa alla Luna.

5/8 – Spotorno – ore 10 – Biblioteca comunale – Colazione galattica coi bambini.

24/8 – Spello – ore 18.30 – Centro storico – Partecipazione all’ Umbria Green Festival. Intervista di Antonio Pascale sul ritorno sulla Luna.

26/8 – Morbio Inferiore – Corso di aggiornamento per docenti sulle tecnologie digitali e social.

27/8 – Bellinzona – Corso di aggiornamento per docenti su tecnologie digitali, IA e uso critico dell’informazione.

Podcast RSI – Le IA costano spesso più di chi dovrebbero sostituire. Avvisaglie di bolla in crisi

Questo è il testo della puntata del 13 luglio 2026 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


Uno studio dell’MIT indica che le intelligenze artificiali progettate per svolgere attività paragonabili a quelle di un lavoratore umano costano più di quel lavoratore in tre casi su quattro. Secondo i sondaggi degli esperti di ricerca e consulenza aziendale, tra le aziende che hanno tagliato il personale per sostituirlo con le IA, una su tre sta riassumendo persone per quelle stesse mansioni, e lo sta facendo con stipendi più alti. Un dirigente su due dichiara di rimpiangere di aver scelto di fare quei tagli.

Il vento sta cambiando intorno alle intelligenze artificiali, proprio nel momento in cui una bozza di rapporto redatta dal Dipartimento del Tesoro statunitense mette in guardia contro i rischi legati al mercato delle IA, paragonando l’attuale frenesia di spesa dei grandi nomi del settore alla bolla speculativa delle aziende legate a Internet, il cui scoppio sconvolse l’economia del Paese nei primi anni 2000.

Questa è la storia di quello che molti analisti chiamano l’“AI boomerang”, ossia il rapido e violento contraccolpo di realismo subìto dalle aziende che hanno adottato le IA pensando di risparmiare e ora si trovano a spendere più di prima, ed è anche la storia di come evitarne o almeno contenerne gli effetti.

Benvenuti alla puntata del 13 luglio 2026 del Disinformatico, il podcast mensile della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Se chiedete in giro alle persone comuni, l’ansia principale legata all’intelligenza artificiale è la perdita del posto di lavoro. È un’ansia comprensibile, soprattutto quando si vedono certe dimostrazioni spettacolari orchestrate dalle grandi aziende del settore, che danno l’impressione che queste intelligenze artificiali siano ormai in grado di fare tutto e rimpiazzare chiunque a costi più bassi.

Ma le demo sono una cosa e la realtà è un’altra. Secondo le indagini della rivista economica Fortune, mancano tuttora prove chiare che l’IA aumenti realmente la produttività aziendale generale: ci sono contesti specifici nei quali l’IA indubbiamente funziona, ma è raro che dia risultati se viene fornita a tutti in azienda. Però spessissimo i dirigenti spingono lo stesso per introdurla pervasivamente, non perché hanno accertato che funziona nel loro settore, ma perché hanno paura di essere lasciati indietro e superati dalla concorrenza che magari riesce a farla funzionare. E i dirigenti della concorrenza fanno esattamente lo stesso ragionamento.

Il risultato è una situazione che il noto autore di fantascienza e attivista tecnologico Cory Doctorow riassume con una battuta amara: “L’intelligenza artificiale non è in grado di fare il tuo lavoro, ma un venditore di IA è in grado di convincere il tuo capo a licenziarti e rimpiazzarti con una IA che non è capace di fare il tuo lavoro” [Yahoo; Medium].

Certo, è una tentazione comprensibile. Infatti all’inizio la riduzione del personale sostituito dall’IA fa indubbiamente scendere i costi. Ci sono meno stipendi da pagare, mentre i ricavi per qualche tempo restano stabili per inerzia, e questo produce un bilancio trimestrale invidiabilmente positivo.

Ma poi i nodi arrivano al pettine: per usare l’intelligenza artificiale c’è da pagare una licenza alle aziende che la forniscono, e questi costi di licenza sono saliti mediamente fra il 20 e il 37% nell’ultimo anno [Fortune/Tropic]. In molti casi la spesa per l’IA è largamente superiore a quella per gli stipendi dei licenziati. E a volte eccede anche le previsioni più generose.

Per fare qualche nome, Uber ha esaurito ad aprile scorso l’intero budget annuale dedicato allo sviluppo di software con strumenti di intelligenza artificiale [Fortune]. Microsoft sta cancellando la maggior parte delle proprie licenze dirette di Claude Code [Fortune]. Bryan Catanzaro, vicepresidente del deep learning applicato presso Nvidia, ha dichiarato di recente che per il suo team “il costo della potenza di calcolo supera di gran lunga i costi del personale”.

Questo eccesso di spesa ha tre cause fondamentali. La prima è che nella foga di spingere i dipendenti a usare l’IA, i dirigenti l’hanno fornita a tutti, dimenticandosi di considerare che nella realtà aziendale i power user, ossia quelli che sanno usare efficacemente ed efficientemente un software, sono sempre una manciata.

È lo stesso fenomeno che si osserva da decenni per il software d’ufficio come Word, Excel e PowerPoint: la maggior parte dei dipendenti ne usa solo le funzioni di base, perché non conosce quelle avanzate o non ha motivo di usarle. Per queste persone, una licenza full optional è uno spreco di denaro. Anzi, potrebbero benissimo usare software libero e gratuito come per esempio LibreOffice. Il problema è che nel caso delle IA, i costi di licenza sono altissimi e sono a consumo, per cui più le si usa, più si spende.

La seconda causa è legata a un fenomeno che si manifesta ogni volta che viene introdotta una nuova tecnologia. All’inizio si pensa che verrà usata semplicemente per fare meglio o più efficientemente le attività correnti, ma poi ci si rende conto che la si può usare per fare cose prima impossibili o troppo onerose o semplicemente non indispensabili. Per esempio, la presentazione PowerPoint è più bella e fa più colpo sui colleghi se è abbellita con grafica e immagini generate dall’intelligenza artificiale. E così la spesa aumenta.

La terza causa è la pigrizia inevitabile. Le attività che prima si facevano a mano, mettendoci la testa, vengono delegate alla IA. Per tornare all’esempio del PowerPoint, perché fermarsi alla grafica carina quando puoi dire all’IA di creare l’intera presentazione? O una bella mail prolissa e dettagliata, oppure un intero documento stupendamente impaginato? E così, ancora una volta, la spesa aumenta.


A tutto questo si è aggiunta la scelta di molte grandi aziende del settore informatico di premiare chi usava di più questa IA, creando delle gare interne con tanto di classifiche dei maggiori consumatori, come è successo presso Meta e Amazon [Wired.it]. Ma in queste classifiche non si valutava come veniva usata l’IA, se generava qualcosa di utile oppure no, e quindi i dipendenti si sono messi a usarla per qualunque cosa pur di arrivare alti in classifica e dimostrare ai propri capi di essere ”produttivi”.

È stata una scelta dirigenziale incredibilmente stupida: l’equivalente di misurare la produttività di un lavoratore semplicemente in base a quanti fogli di carta consuma, senza pensare che quel lavoratore, pur di non essere visto come “improduttivo” e rischiare il licenziamento, stamperà qualunque cosa gli capiti a tiro, magari in duplice o triplice copia. O meglio ancora, prenderà le risme di carta e le alimenterà direttamente al distruggidocumenti. Questa la cosiddetta legge di Goodhart [Wikipedia]: quando una misura diventa l’obiettivo di un lavoro, cessa di essere un buon modo di misurare quel lavoro, perché gli individui imparano a manipolarla a proprio vantaggio. Il risultato di questa diffusa scelta aziendale è stato un aumento vertiginoso dei costi aziendali per l’uso dell’intelligenza artificiale.

Questo aumento è ovviamente piaciuto moltissimo alle aziende che producono le intelligenze artificiali commerciali. Ma ora che è arrivata la doccia gelata dell’impatto con la realtà, i clienti di queste aziende stanno riducendo fortemente le spese. E questo è un problema per chi vende IA e sta investendo quantità immense di denaro (si parla di 750 miliardi di dollari [Notus] solo nel corso dell’anno corrente) per costruire i datacenter colossali ed energivori necessari per creare e aggiornare questi software, sperando di cominciare prima o poi a guadagnare qualcosa. Se il mercato frena, la bolla speculativa che attualmente regge gran parte delle aziende legate alle intelligenze artificiali rischia di scoppiare.

Un monito forte in questo senso arriva da una bozza di rapporto del Dipartimento del Tesoro statunitense, che avvisa [Notus] che le aziende del settore IA sono radicate nell’economia del Paese molto più profondamente rispetto ai loro predecessori del settore dot-com e rappresentano un rischio significativo per l’intero sistema qualora le condizioni finanziarie dovessero cambiare, gli obiettivi di produttività non venissero raggiunti o vari colli di bottiglia ostacolassero la crescita. Una flessione nel mercato dell’IA provocherebbe onde d’urto in tutto l’ecosistema economico, hanno scritto gli analisti, notando che gli investitori in questo settore stanno assumendo rischi così significativi che gran parte del sistema finanziario ora dipende dal fatto che l’IA soddisfi le aspettative in termini di aumenti di produttività e redditività.

Anche altri economisti e altre istituzioni di spicco, tra cui la Banca d’Inghilterra e il direttore del Fondo Monetario Internazionale, si sono dichiarati preoccupati per la sopravvalutazione delle aziende di IA e per i rischi che questo comporta per il sistema economico in generale [Notus].

Bloomberg ha illustrato bene l’enormità e la fragilità di questa bolla economica in un recente articolo [Bloomberg; Medium] che ne mostra la cosiddetta circolarità: aziende come OpenAI, Nvidia, Microsoft, Intel, Oracle, Anthropic e Google investono centinaia di miliardi di dollari l’una nell’altra, tenendosi in piedi a vicenda. Per esempio, a fine 2025 Nvidia ha annunciato un investimento di circa 100 miliardi di dollari in OpenAI per finanziare dei nuovi datacenter. Allo stesso tempo, OpenAI si è impegnata a comprare milioni di processori Nvidia per quei datacenter. In sintesi, Nvidia dà a OpenaAI i soldi per comperare i prodotti di Nvidia. Cosa mai potrebbe andare storto?


È importante chiarire che qui non è sotto accusa l’intelligenza artificiale, ma il modello economico speculativo che la sostiene attualmente. Esistono IA specializzate che consumano pochissima energia, sono efficaci nei loro compiti molto selettivi, rispettano la riservatezza dei dati e la sovranità digitale e non creano dipendenze da aziende Big Tech che possono fare il bello e il cattivo tempo; ne ho parlato in altre puntate di questo podcast. Non sono quelle che vengono promosse fragorosamente dai colossi del settore.

Grazie a queste avvisaglie e a queste esperienze fatte da altri, ci si può organizzare meglio portando a casa alcune lezioni fondamentali.

Per esempio, è chiaro che l’IA attuale è uno strumento adatto solo per alcuni compiti aziendali di basso livello. Un chatbot può gestire l’assistenza clienti nei casi più semplici, ma non ha la capacità di capire le sfumature delle situazioni più complesse: per quelle ci vuole ancora un essere umano, e la clientela esige di poter parlare con una persona in carne e ossa che la capisca.

Per esempio, uno studio del MIT del 2024 [Beyond AI Exposure: Which Tasks are Cost-Effective to Automate with Computer Vision?] ha analizzato i requisiti tecnici dei modelli di IA necessari per svolgere mansioni a livello umano, scoprendo che l’automazione tramite intelligenza artificiale è economicamente sostenibile solo nel 23% dei ruoli in cui la visione è una parte fondamentale del lavoro. Nel restante 77% dei casi, è più economico che gli esseri umani continuino a svolgere il proprio lavoro.

Questo concetto è stato dimostrato molto vistosamente da Klarna, un gigante svedese del settore fintech, che nel 2024 fece scalpore annunciando che avrebbe rimpiazzato 700 addetti all’assistenza clienti con una singola IA che, a detta del CEO, lavorava bene tanto quanto un essere umano. Sembrava il segnale della maturità delle IA e dell’inizio della sostituzione dei lavoratori, ma ai primi del 2026 l’azienda ha fatto discretamente dietrofront [DigitalApplied], di fronte al crollo della soddisfazione della clientela, perché l’IA era incapace di gestire i casi marginali o insoliti o che richiedevano soluzioni articolate in varie fasi successive.

Funziona invece molto bene, stando ai dati, il cosiddetto modello ibrido: una IA che gestisce i casi semplici e passa a un umano esperto quelli più complessi, che richiedono sensibilità nei rapporti interpersonali o conoscenza approfondita del mondo reale o delle procedure aziendali.

Un’altra lezione utile è che l’IA non va data a tutti indiscriminatamente e non va assolutamente imposta. Conviene affidarla a un gruppo ristretto di utenti esperti, che sappiano usarla in modo approfondito ed efficiente, giustificando il costo del suo utilizzo.

Un’ulteriore lezione è trovare un criterio realistico di misura dei risultati di quell’utilizzo: qualcosa di tangibile, non un semplice conteggio dei token di IA utilizzati.

Se le aziende rivalutano l’IA non come un chiaro sostituto del lavoro umano, finalizzato al risparmio sui costi, ma come uno strumento complementare, allora quell’ansia di perdere il lavoro può essere messa da parte. E magari sostituita da una riqualificazione e, perché no, da un sommesso e soddisfatto “ve l’avevamo detto.”

Parlo di Artemis e Luna a Cybersecitalia

Ho fatto una chiacchierata con Luigi Garofalo di Cybersecitalia.it a proposito delle missioni lunari umane passate, presenti e future. La trovate sul sito di Cybersecitalia e su YouTube (embed qui sotto).

Se vi state chiedendo quale sia il nesso fra cybersecurity e spazio, la risposta arriva da Luigi nei primissimi minuti: il 2 dicembre prossimo ci sarà un evento spaziale decisamente interessante, la conferenza Space & Underwater, organizzata da Cybersecitalia insieme all’Agenzia Spaziale Italiana. I dettagli sono qui.

55 anni fa la missione Soyuz 11: trionfo e tragedia nello spazio (seconda e ultima parte)

Due dei tre cosmonauti della Soyuz 11 (Vladislav Volkov, a sinistra, e il comandante Georgi Dobrovolsky), ripresi con la cinepresa da Viktor Patsayev a bordo della Salyut.

8 giugno 1971. Da più di ventiquattro ore Dobrovolsky, Volkov e Patsayev sono a bordo del primo laboratorio spaziale, genesi di più grandi strutture orbitali che gireranno intorno alla Terra negli anni successivi con abitanti non solo cosmonauti ma anche medici e scienziati, con lo scopo di studiare non solo il nostro pianeta dallo spazio ma anche la struttura dell’Universo da un punto di vista unico. I tre uomini della Soyuz danno inizio da oggi ad un intenso programma di ricerche scientifiche. Dobrovolsky e i suoi due compagni svolgono la maggior parte delle loro attività all’interno del terzo “cilindro” della Salyut, l’ambiente più vasto.

Il laboratorio Salyut nello spazio fotografato dall’equipaggio della Soyuz 10 ad aprile del 1971 (fonte: agenzia Novosti).

9 giugno 1971. Nelle prime ore del mattino, ora di Mosca, con una breve accensione dei motori della Soyuz i cosmonauti correggono l’orbita, innalzando il complesso spaziale affinché questo non scenda troppo verso la terra. L’orbita della Salyut è compresa, come riferisce Radio Mosca nei suoi notiziari, tra i 265 e 239 km di quota dal nostro pianeta. In serata, durante il consueto collegamento televisivo, Dobrovolsky, Volkov e Patsayev mostrano e descrivono ai numerosi telespettatori sovietici una nuova tuta spaziale di lavoro, denominata “Pinguino”. “E’ una tuta elasticizzata per mantenere il tono muscolare e difendere l’organismo umano dagli effetti debilitanti dell’assenza di gravità”, specifica il comandante Dobrovolsky. In conclusione del collegamento i tre cosmonauti si dichiarano soddisfatti di come sia maneggevole e confortevole vivere all’interno del laboratorio grazie alle sue enormi dimensioni.

Il quotidiano “L’Unità” celebra il il successo del volo degli uomini della Soyuz 11 in prima pagina e a pagina 5 nell’edizione di mercoledì 9 giugno 1971 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

10 giugno 1971. Da quattro giorni i tre uomini della Soyuz 11 sono nello spazio. Comincia a delinearsi l’obiettivo finale della missione: Dobrovolsky, Volkov e Patsayev si dedicano oggi soprattutto ad esperimenti di medicina e biologia e osservazioni astronomiche. Al loro risveglio Il comandante Dobrovolsky comunica al Centro di Controllo di Mosca che lui e i suoi compagni stanno bene e sono di ottimo umore e hanno aperto la giornata con degli esercizi ginnici. Durante il collegamento televisivo serale con i telespettatori sovietici, Vladislav Volkov, l’ingegnere di volo, assicura che tutto a bordo del laboratorio Salyut funziona bene, anche se i continui controlli di una “casa spaziale” così grande richiedono uno sforzo considerevole.

Le ultime notizie sul volo intorno alla Terra della Salyut e dei suoi tre occupanti a pagina 11 del quotidiano “L’Unità” (dalla collezione personale di Gianluca Atti).
…e a pagina 18 su il quotidiano “La Stampa” di giovedì 10 giugno 1971 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

11 giugno 1971. Quinta giornata nello spazio per i tre cosmonauti giunti a bordo della Salyut viaggiando con la Soyuz 11 domenica scorsa 6 giugno. Dobrovolsky, Patsayev e Volkov dedicano la giornata a rilievi scientifici sulla superficie terrestre e sull’atmosfera che circonda il nostro pianeta. Problema particolare in cui gli uomini della Salyut concentrano la loro attenzione, su richiesta degli scienziati e medici sovietici che seguono la loro missione da terra, è la capacità dell’organismo umano di adattarsi alla mancanza di peso durante una lunga permanenza nello spazio. Vengono perciò eseguiti controlli sul calcio nelle ossa, lo stato del cuore e dei vasi sanguigni.

Il bollettino quotidiano sulla missione della Soyuz 11 nell’edizione de “L’Unità” di venerdì 11 giugno 1971 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).
La vita a bordo del laboratorio Salyut a pagina 11 de “La Stampa” di venerdì 11 giugno 1971 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

12 giugno 1971. La vita a bordo della Salyut per i tre uomini della Soyuz non segnala particolari novità: gli strumenti del laboratorio orbitante, monitorati oltre che dai cosmonauti anche dal Centro di controllo a terra situato nei pressi di Mosca, funzionano regolarmente. In giornata viene effettuata una nuova manovra per la correzione dell’orbita. Durante il consueto collegamento televisivo, seguito da milioni di sovietici, viene descritto l’ampio interno del laboratorio e mostrato l’effetto che ha la microgravità con alcuni oggetti.

Il volo della “troika” sovietica sulla Salyut a pagina 5 del quotidiano “L’Unità” di sabato 12 giugno 1971 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

13 giugno 1971. Giornata dedicata al riposo dopo i primi intensi giorni in cui i tre cosmonauti sono stati impegnati nel continuo e rigoroso controllo del laboratorio, negli esperimenti medico-scientifici e nel loro adattamento alle condizioni di microgravità. Non sono mancati comunque i quotidiani esercizi ginnici, richiesti obbligatoriamente dagli scienziati a terra, per conservare al meglio il tono muscolare grazie anche alla presenza a bordo di un tapis roulant sul quale possono compiere lunghe camminate. Dobrovolsky, Volkov e Patsayev stabiliscono anche un primato: per la prima volta nella storia si vota dallo spazio. I tre della Soyuz 11 sono chiamati ad esprimere le loro preferenze per le elezioni del Soviet Supremo tramite voto espresso via radiotelefono.

I primi sei giorni nello spazio per l’equipaggio della Soyuz 11 a pagina 5 del quotidiano “L’Unità” di domenica 13 giugno 1971 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

14 giugno 1971. Dobrovolsky, Volkov e Patsayev si trovano a bordo del laboratorio Salyut esattamente da una settimana. Il programma di volo, annuncia nel suo bollettino quotidiano l’agenzia TASS, viene scrupolosamente rispettato. In serata, durante il collegamento televisivo, i tre accendono la telecamera posta all’esterno della Salyut: milioni di spettatori sovietici possono così ammirare la Terra scorrere al di sotto del laboratorio da più di 250 km di quota.

Le prime votazioni dallo spazio a pagina 7 del quotidiano “Stampa Sera” di lunedì 14 giugno 1971 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).
La cronaca del giorno di riposo e di votazioni per i tre cosmonauti della Soyuz 11 a pagina 5 del quotidiano “L’Unità” di lunedì 14 giugno 1971 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

15 giugno 1971. I giorni scorrono tranquilli, come annuncia Radio Mosca nei suoi notiziari, a bordo del laboratorio Salyut che viaggia ad una distanza di più di 250 km dalla superficie terrestre. I tre uomini della Soyuz 11 proseguono, monitorati da terra, gli esperimenti a loro affidati.

Le ultime notizie dallo spazio a pagina 5 del quotidiano “L’Unità” di martedì 15 giugno 1971 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

16 giugno 1971. Undicesimo giorno di missione nello spazio per i tre cosmonauti che dal 7 giugno vivono a bordo del primo laboratorio spaziale della storia. Dopo la sveglia data dal Centro di controllo di Mosca e iniziata una serie di esperimenti, Dobrovolsky, Volkov e Patsayev segnalano a terra di sentire un forte odore di bruciato, seguito dallo svilupparsi di fumo all’interno della Salyut.

A causa della rigida segretezza imposta dal programma spaziale sovietico, Volkov usa via radio uno speciale codice comunicando: “A bordo c’è la tenda!”. Parola in codice utilizzata per indicare fumo o principio di incendio.

Vista l’improvvisa situazione d’emergenza, i tecnici ordinano immediatamente all’equipaggio di trasferirsi sulla Soyuz 11, chiudere il portello di collegamento e tenersi pronti per un eventuale rientro immediato a terra. Prima di rifugiarsi a bordo della navicella i cosmonauti riescono comunque a spegnere il generatore primario di ossigeno, riuscendo a soffocare lo svilupparsi dell’incendio.

Quaranta minuti dopo l’inizio dell’emergenza, su consiglio dei tecnici controllori del volo l’equipaggio rientra prudenzialmente sulla Salyut. Il comandante Georgi Dobrovolsky riferisce a terra che tutto sembra essere tornato alla normalità e dopo aver sostituito i filtri del rigeneratore di ossigeno chiede il permesso di poter continuare il programma della missione stabilito nel piano originale. Permesso accordato, anche se tra i tecnici e gli scienziati a terra cresce il timore che non si riesca a raggiungere la durata record prevista: sulla Salyut vi sono riserve di ossigeno e cibo fino al mese di agosto.

Alcuni giorni dopo verrà stabilito che la causa del principio di incendio è situata nella parte posteriore del laboratorio, dove si trova il telescopio per le osservazioni del Sole, ormai inutilizzabile. Naturalmente questa drammatica notizia, il primo incendio a bordo di un veicolo abitato nello spazio, non viene divulgata in occidente né al mondo intero: verrà resa nota solamente dopo la fine della Guerra Fredda con la caduta del muro di Berlino.

Come titola il quotidiano “L’Unità” a pagina 5 nell’edizione di mercoledì 16 giugno, Dobrovolsky, Patsaev e Volkov hanno la straordinaria possibilità di vedere sorgere l’alba ben 17 volte al giorno dall’interno del laboratorio Salyut (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

18 giugno 1971. Dopo la drammatica giornata del giorno 16, gli specialisti e i medici del controllo a terra concedono agli sfiniti cosmonauti della Soyuz 11 una giornata di riposo, come riporta a pagina 5 il quotidiano “L’Unità” di venerdì 18 giugno, naturalmente senza alcun riferimento allo scampato pericolo.

Dalla collezione personale di Gianluca Atti.

19 giugno 1971. Mentre sul laboratorio Salyut i tre uomini della Soyuz 11 riprendono le attività medico-scientifiche sospese dopo l’incidente del 16 giugno, interrompendole parzialmente per festeggiare il trentottesimo compleanno di Viktor Patsayev, in Unione Sovietica e in tutto l’Occidente ci si chiede quanto rimarranno ancora nello spazio Dobrovolsky e i suoi due compagni. Vi sarà un avvicendamento a bordo con l’invio di un nuovo equipaggio? Oppure la “troika celeste” lanciata il 6 giugno batterà ogni record di permanenza umana nel cosmo?

La missione dell’equipaggio della Soyuz-Salyut a pagina 5 del quotidiano “L’Unità” di sabato 19 giugno (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

20 giugno 1971. Gli interrogativi sulla durata del viaggio intorno alla Terra dell’equipaggio della Salyut, il compleanno in orbita di Patsayev e i consueti collegamenti televisivi con il popolo sovietico nelle corrispondenze degli inviati dei quotidiani “L’Unità” e “La Stampa”.

Il primo compleanno nello spazio di un abitante del pianeta Terra a pagina 5 de “L’Unità” di domenica 20 giugno (dalla collezione personale di Gianluca Atti).
La maratona spaziale a bordo della Salyut a pagina 15 del quotidiano “La Stampa” (dalla collezione personale di Gianluca Atti.

21 giugno 1971. Il quotidiano “L’Unità” riferisce che dopo aver raggiunto e superato il record di permanenza nello spazio di astronauti americani (Frank Borman e James Lovell a bordo della Gemini 7, stabilito nel dicembre del 1965), Dobrovolsky, Volkov e Patsayev si stanno, giorno dopo giorno, orbita dopo orbita, avvicinando a stabilire un nuovo record di vita in orbita terrestre da parte di esseri umani, detenuto dall’equipaggio della Soyuz 9.

Dal quotidiano “L’Unità” di lunedì 21 giugno a pagina 5: l’equipaggio della Soyuz 11 si trova nello spazio da quattordici giorni, eguagliando e superando il record USA di astronauti nello spazio (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

22 giugno 1971. Nel corso del quotidiano collegamento televisivo con i numerosi spettatori dell’Unione Sovietica, i tre cosmonauti mostrano per la prima volta la “Serra” che si trova a bordo del laboratorio scientifico in orbita intorno alla Terra dal 19 aprile. Georgi Dobrovolsky specifica che nei giorni scorsi hanno piantato dei semi e ora le pianticelle si stanno sviluppando: sono bulbi di cipolla, semi di lino e un cavolo cinese. Il comandante del volo annuncia che la prima “Serra” spaziale della storia è stata ribattezzata “Oasi 1”.

Prossimi a battere il primato di permanenza umana nello spazio i tre uomini della Soyuz 11. Da pagina 5 dell'”Unità” di martedì 22 giugno (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

23 giugno 1971. La nuova giornata nello spazio si apre per i tre cosmonauti con una serie di esercizi ginnici per mantenere il giusto tono muscolare in un ambiente in microgravità. In particolare si accorgono che ogni volta che viene usato il tapis roulant, obbligatoriamente due volte al giorno, la struttura orbitale subisce delle vibrazioni.

Nel corso del collegamento TV i telespettatori sovietici possono osservare il comandante Georgi Dobrovolsky mentre sta studiando le caratteristiche ottiche di uno strumento per l’orientamento a vista tramite le stelle. La telecamera mobile tenuta da Patsayev mostra anche come Vladislav Volkov si stia dedicando invece ad altri esperimenti. Al termine della trasmissione i tre della Soyuz salutano il loro Paese che scorre sotto i loro occhi, ricordando che in quel momento stanno effettuando il 261°giro intorno alla Terra da quando sono arrivati nello spazio.

24 giugno 1971. I tre abitanti del primo laboratorio cosmico in orbita intorno alla Terra raggiungono oggi un importante traguardo per la missione a loro affidata: quando a Mosca sono le prime ore del giorno, battono il record di permanenza umana nello spazio, superando il primato precedente di 18 giorni stabilito l’anno precedente, nel giugno 1970, dai cosmonauti Andriyan Nikolayev e Vitali Sevastiyanov della Soyuz 9. Durante la trasmissione TV in collegamento con il popolo sovietico, Dobrovolsky, Volkov e Patsayev annunciano che stanno bene e che anche l’appetito, nonostante le condizioni diverse dalla Terra, è molto buono.

Ancora qualche alba e tramonto a bordo della Salyut e Dobrovolsky, Patsayev e Volkov batteranno il record assoluto di permanenza umana nello spazio, a pagina 5 del quotidiano “L’Unità” di giovedì 24 giugno (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

25 giugno 1971. La notizia di un nuovo primato, che si aggiunge a quelli già realizzati da parte della cosmonautica russa in questa “prima era spaziale” iniziata grazie al lancio del primo Sputnik (1957), è riportata a pagina 12 del quotidiano “La Stampa” di venerdì 25 giugno.

…e in prima e a pagina 5 sul quotidiano “L’Unità”.

27 giugno 1971. Sono trascorsi esattamente venti giorni dall’arrivo di Dobrovolsky, Volkov e Patsayev, freschi “recordman del cosmo”, a bordo della Salyut. “Il volo prosegue regolare”, annuncia nei suoi quotidiani bollettini l’agenzia TASS, specificando che la temperatura a bordo del laboratorio è di 22 gradi. Continuano anche i collegamenti televisivi con la Terra, seguiti da milioni di telespettatori sovietici.

Le tante ipotesi formulate dall’opinione pubblica riguardo il proseguimento del volo dei tre uomini della Soyuz 11 e del laboratorio Salyut a pagina 7 del quotidiano “L’Unità” di domenica 27 giugno (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

28 giugno 1971. Mentre in tutto il mondo, che sta scorrendo a più di duecentocinquanta chilometri di distanza sotto gli occhi di Dobrovolsky, Volkov e Patsayev, ci si domanda tra scienziati ed esperti di astronautica quando terminerà il lungo viaggio intorno al nostro pianeta dei tre uomini della Soyuz, dal Centro di controllo di Mosca giunge l’ordine di prepararsi per il rientro a terra, programmato per il giorno successivo.

Come si sono nutriti fino ad oggi i tre cosmonauti sovietici che dai primi giorni di giugno vivono a bordo del laboratorio Salyut, lo descrive il quotidiano “Stampa Sera” nell’edizione pomeridiana a pagina 7 di lunedì 28 giugno, riportando un articolo di un giornale sovietico. Fonti bene informate annunciano l’imminente rientro sulla Terra, forse nella stessa giornata di domani, dei tre della Soyuz 11 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).
Riprese su pellicola a colori effettuate durante la missione a bordo della Salyut 1 e recuperate dall’interno della capsula di rientro. Le immagini sono state restaurate digitalmente per recuperare dettagli e colori (fonte: Retro Space HD, da un documentario sovietico).

29 giugno 1971. Dopo la sveglia data dal Centro di controllo a Mosca e consumata la colazione, per Dobrovolsky, Volkov e Patsayev ha inizio l’ultimo giorno a bordo del primo laboratorio spaziale della storia, che li ha ospitati per ben 24 giorni, nuovo record di permanenza umana, al di fuori del pianeta Terra.

Già dalla giornata di ieri i tre uomini hanno concluso i vari esperimenti medico-scientifici e astronomici e gli studi sul nostro pianeta. I risultati di questi dati torneranno insieme ai tre cosmonauti per essere analizzati e studiati dai numerosi scienziati, medici e astronomi dell’Accademia delle Scienza di Mosca.

Notizie non ufficiali ma provenienti dalla capitale sovietica annunciano per la giornata di oggi o al massimo domani, giorno 30, il ritorno sulla Terra dei “recordman del cosmo”. Dal quotidiano “Stampa Sera” di martedì 29 giugno (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Preso posto a bordo della navicella spaziale, i tre cosmonauti sono pronti per il rientro sulla Terra. L’atterraggio è previsto quando sia in Unione Sovietica che in Italia sarà già mercoledì 30 giugno. A Mosca si stanno già preparando i festeggiamenti per la “troika spaziale”: una trionfale parata sulla Piazza Rossa.

Alle 20:28 ora italiana la Soyuz 11 si sgancia con successo dal laboratorio orbitale: “Operazione perfetta. Non abbiamo incontrato difficoltà”, annuncia il comandante Dobrovolsky, posizionando la navicella in assetto da rientro e azionando i motori per la manovra di uscita dall’orbita.

30 giugno 1971. Dopo aver compiuto intorno al nostro pianeta 384 orbite, a 161 chilometri di quota dal nostro pianeta avvengono le ultime manovre prima del previsto atterraggio in territorio sovietico: la separazione tra il modulo di rientro, quello dove si trova l’equipaggio, e il modulo orbitale.

Per un’avaria nel sistema di comunicazione della Soyuz, i collegamenti tra lo spazio e la Terra sono interrotti, ma questo non preoccupa i tecnici che seguono il volo dal Centro di controllo di Mosca: è già accaduto in precedenti missioni spaziale russe.

È in questo momento che accade la tragedia: al momento della normale separazione del modulo orbitale dal modulo di rientro, che avviene con procedura automatica, il violento contraccolpo prodotto dal distacco ha aperto erroneamente in anticipo una valvola di equalizzazione della pressione, facendo fuoriuscire rapidamente tutta l’aria della navicella nello spazio, a oltre 100 chilometri di quota.

Dobrovolsky, Volkov e Patsayev, come i precedenti equipaggi delle Soyuz, non indossano una tuta pressurizzata, che sicuramente li avrebbe salvati, a causa dello spazio ridotto della navicella. I tre sfortunati cosmonauti perdono conoscenza dopo 40 secondi. Solo Patsayev si accorge dell’accaduto e cerca, disperatamente, di chiudere manualmente la valvola, non riuscendovi prima di essere sopraffatto anch’egli dagli inevitabili effetti della decompressione.

Il rientro procede in maniera automatica, come consueto. Alle 01:35 ora di Mosca, le 00:35 italiane, avviene il perfetto atterraggio “duro” nelle steppe del Kazakhstan. Le squadre di recupero si avvicinano alla capsula, coricata sul terreno, accompagnata dal suo grande paracadute, che si è aperto regolarmente. I razzi di frenata hanno agito come previsto. Le condizioni meteorologiche al suolo sono perfette. Ma gli uomini che arrivano per accogliere e abbracciare finalmente i tre cosmonauti sono costretti a trasmettere ai responsabili del programma spaziale un drammatico messaggio in codice: le tre cifre 1-1-1.

Nella consueta procedura di comunicazione, le condizioni dei cosmonauti vengono annunciate usando per ciascuno le cifre da 5 a 1. Un 5 indica condizioni di salute ottime; 4 indica condizioni buone; 3 segnala ferite; 2 riferisce ferite gravi; e 1 annuncia il decesso. Dobrovolsky, Volkov e Patsayev sono morti. Sul viso hanno segni bluastri; è colato sangue dal naso e dalle orecchie. 

I soccorritori tentano una disperata rianimazione, ma è tutto inutile. I tre sono morti per asfissia da decompressione da oltre mezz’ora e sono rimasti esposti al vuoto dello spazio per almeno undici minuti. È la prima volta nella storia dell’esplorazione spaziale che un equipaggio muore nello spazio. Alle prime ore del mattino Radio Mosca interrompe le sue trasmissioni per trasmettere l’annuncio che getta nel lutto l’intera nazione sovietica e il mondo intero. Anche la televisione italiana manda in onda nella mattinata un’edizione straordinaria del Telegiornale.

I drammatici e inutili tentativi di rianimare i corpi ormai senza vita dei tre cosmonauti da parte delle squadre di soccorso.
Dobrovolsky, Volkov e Patsayev hanno lasciato la loro vita nello spazio. Le prime pagine dei quotidiani del pomeriggio di mercoledì 30 giugno che riportano a caratteri cubitali la tragica notizia (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

1 luglio 1971. L’Unione Sovietica e il mondo intero sono scioccati dalla tragica fine dei tre cosmonauti russi della Soyuz 11 dopo la lunga “maratona nello spazio”. Dopo l’autopsia, avvenuta poche ore dopo il recupero, i corpi di Dobrovolsky, Patsayev e Volkov vengono esposti nella camera ardente nel palazzo dell’Esercito per l’ultimo omaggio del popolo sovietico.

I massimi dirigenti del partito comunista sovietico montano la guardia d’onore. Intanto la NASA annuncia che a rappresentare l’ente spaziale americano per i solenni funerali, che si terranno venerdì 2 luglio, ci sarà l’astronauta Thomas Stafford.

Le prime pagine di vari quotidiani italiani di giovedì 1 luglio 1971 dove capeggia la notizia del tragico ritorno a terra dell’equipaggio della Soyuz 11 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

2 luglio 1971. Nel giorno dell’estremo saluto ai tre sfortunati cosmonauti della Soyuz 11 prosegue ininterrotto l’omaggio alla camera ardente di semplici cittadini e delle massime autorità sovietiche.

La prima pagina de “La Stampa” di venerdì 2 luglio 1971 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).
La prima pagina del quotidiano “L’Unità” di venerdì 2 luglio 1971 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

3 luglio 1971. La tragica conclusione della missione della Soyuz 11 scuote anche il programma spaziale statunitense in vista del lancio di Apollo 15 verso la Luna, previsto per la fine del mese. Il segreto assoluto sulle cause della morte dei tre cosmonauti fa sospettare che la lunga permanenza nello spazio abbia influito in qualche modo sulle loro condizioni fisiche: visto che l’anno prima i cosmonauti Nikolayev e Sevastiyanov al rientro dal volo sulla Soyuz 9, dopo 18 giorni nello spazio, quasi non riuscivano a reggersi in piedi. Si teme che la permanenza da record dei tre (23 giorni) abbia raggiunto un limite fisiologico invalicabile.

Il doloroso addio sulla Piazza Rossa a Mosca ai tre cosmonauti della Soyuz 11 nella cronaca del quotidiano “L’Unità”. Le ceneri di Dobrovolsky, Volkov e Patsayev vengono deposte tra le mura del Cremlino (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

La copertina del settimanale “Epoca” dedicata alla terza tragedia spaziale della storia dopo Apollo 1 e Soyuz 1 entrambe accadute nel 1967. (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Svizzera, quanto carburante consuma una singola linea di autobus

“Un esempio significativo è la recente collaborazione [di AIL, un’azienda elettrica ticinese] con TPL per l’elettrificazione della Linea 5, uno degli assi principali del trasporto pubblico luganese, inaugurata nel 2025. Attraverso questo progetto, di cui AIL è energy partner, ogni anno si evitano circa 845 tonnellate di CO2, si risparmiano oltre 340’000 litri di carburante e si riduce del 70% il rumore lungo il percorso, con un`importante diminuzione anche delle polveri sottili.”

Fonte: Elettricità 1/26 (rivista pubblicata dalle aziende elettriche della Svizzera italiana), giugno 2026.

Non avevo idea che una singola linea d’autobus di una città tutto sommato piccola come Lugano consumasse in un anno l’equivalente di 17 autocisterne da 20.000 litri. Elettrificare significa anche togliere dalla strada quelle 17 autocisterne, con l’inquinamento e l’intasamento del traffico che comportano.

Svizzera, dati sul consumo energetico dei centri di calcolo

“Nel 2024 il consumo di energia elettrica dei centri di calcolo in Svizzera ha rappresentato circa il 3,6% del consumo totale di energia elettrica, ovvero 2,1 TWh. Entro il 2030 si prevede un aumento del consumo di energia elettrica compreso tra 2,5 e 3,2 TWh. È quanto emerge da un nuovo studio commissionato da SvizzeraEnergia, un programma dell’Ufficio federale dell’energia. Dall’ultimo studio del 2019 il consumo dei centri di calcolo è aumentato di circa il 20%. Mentre i grandi centri di calcolo commerciali (44% del consumo) hanno registrato una crescita significativa, il consumo di molti centri di calcolo interni alle imprese (56% del consumo) è stagnante o in calo a seguito dell’aumento dell’efficienza e dell’esternalizzazione informatica verso il cloud o verso fornitori specializzati. È ciò che consente un aumento moderato.

Attualmente l’intelligenza artificiale svolge un ruolo minore nel consumo di elettricità in Svizzera. Solo i politecnici federali gestiscono un supercomputer di IA (il CSCS di Lugano) mentre le aziende e la popolazione utilizzano applicazioni di lA già addestrate e la Svizzera non ospita ancora centri dati dedicati all’addestramento dei cosiddetti large language model (modelli linguistici di grandi dimensioni), che ricorrono a infrastrutture di raffreddamento a liquido e richiedono una potenza di diverse centinaia di megawatt. I grandi data center costruiti in Svizzera sono stati finora destinati principalmente alle applicazioni cloud.”

Fonte: Elettricità 1/26 (rivista pubblicata dalle aziende elettriche della Svizzera italiana), giugno 2026.

Perché Google sbaglia a tradurre un termine banale come “mal di testa”?

Stamattina mi serviva per lavoro una traduzione alternativa di “mal di testa” (“headache”, la traduzione standard, era già assegnato per tradurre “cefalea”) e ho provato a googlare. Ci ho messo un po’ a rendermi conto che Google sbaglia a tradurre questo termine teoricamente banale. E sbaglia anche a pronunciarlo in inglese se si clicca sull’icona dell’altoparlante.

Screenshot fatto da me oggi alle 8:20 CEST.

Non ho idea del motivo di questo errore. Però non posso fare a meno di notare che quel “ch” sbagliato somiglia parecchio, come forma, alla “d” corretta.

Luca Parmitano sarà il pilota di Artemis III

Ieri è stata annunciata la composizione dell’equipaggio della prossima missione umana del programma Artemis: tre astronauti della NASA e uno dell’ESA. Il comandante sarà Randy Bresnik (NASA), il pilota sarà Luca Parmitano (ESA), e i due specialisti di missione saranno Frank Rubio e Andre Douglas.

La missione si svolgerà in orbita intorno alla Terra e prevede ben due attracchi in volo con i veicoli di allunaggio o lander di Blue Origin e di SpaceX, in aggiunta a una serie di test tecnici e di esperimenti scientifici. Artemis III si preannuncia complessa e impegnativa, pur non essendo una missione lunare, e il pilotaggio sarà centrale nel suo svolgimento. L’incarico a Luca Parmitano è quindi molto prestigioso dal punto di vista tecnico, anche se non ha il fascino emotivo di un volo verso la Luna.

Potete rivedere l’evento qui sotto. Aggiornerò più tardi questo articolo per descrivere i dettagli della missione che sono emersi durante la presentazione degli astronauti.

Il piano di volo di Artemis III

Jared Isaacman, direttore della NASA, ha detto che i preparativi per questa missione sono già in corso e che lo stacking (assemblaggio verticale) dei componenti del lanciatore SLS inizierà quest’estate con l’obiettivo di svolgere i test con propellente entro la fine dell’anno corrente (“preparations for Artemis III are already underway. The NASA team, our contractors, and our partners will start stacking SLS this summer with the aim of beginning early wet dress testing before the end of the year”). Il lancio di SLS, da coordinare con quelli dei prototipi dei veicoli di allunaggio, è previsto tra circa un anno da adesso (“no earlier than this time next year”).

Artemis III sarà la prima missione del programma che coinvolgerà veicoli spaziali commerciali, e uno dei suoi obiettivi principali è dimostrare la capacità di effettuare operazioni complesse altamente coreografate che coinvolgono vari fornitori esterni, le compatibilità hardware e software dei vari veicoli coinvolti, e la capacità di effettuare lanci in sequenza effettuati da operatori differenti da rampe differenti e di far incontrare i loro lander con la capsula Orion in punti precisi dello spazio in orbita bassa intorno alla Terra. Se si vuole fare un parallelo con le missioni del programma Apollo degli anni Sessanta del secolo scorso, Artemis III è grosso modo l’equivalente di Apollo 9.

I veicoli non si limiteranno a un rendez-vous, ossia a incontrarsi in un punto orbitale specifico e volare fianco a fianco, ma effettueranno un vero e proprio docking, cioè un attracco. A questo scopo, la capsula Orion di Artemis III sarà dotata di un meccanismo di attracco, assente nella capsula usata per Artemis II. L’attracco avverrà prima con il lander di Blue Origin e poi con quello di SpaceX. Da questo dettaglio sembra presumibile che vengano lanciati prima i lander e poi SLS con l’equipaggio, e che si attenda di vedere che almeno uno dei lander è entrato in orbita e funziona correttamente prima di far decollare gli astronauti.

Sono in partenza per Ragusa per partecipare ad A Tutto Volume, per cui non riesco ad aggiornare questo articolo a breve: vi lascio nelle valenti mani di Astrospace, che spiega tutto molto bene in questo video.