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Podcast RSI – Bitchat: messaggi senza Internet, senza rete cellulare e senza padroni

Questo è il testo della puntata del 9 febbraio 2026 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP: audio di bordo di un aereo di linea, con annuncio in inglese]

Immaginate di essere in aereo, in volo per qualche destinazione lontana. Vorreste chattare con i vostri compagni di viaggio e mandare loro alcune foto e informazioni per pianificare il vostro itinerario, ma loro sono seduti alcune file davanti a voi e l’aereo è strapieno. A bordo non c’è Internet, e se anche ci fosse, tramite Wi-Fi, i suoi costi sarebbero proibitivi.

Ma siete stati previdenti, e così potete comunicare quanto vi pare con i vostri amici, senza Internet, senza Wi-Fi e senza rete cellulare. Ciliegina sulla torta, le vostre comunicazioni sono cifrate e non vengono lette da nessun gestore di social network per profilarvi o per nutrire qualche intelligenza artificiale avida di testi scritti da esseri umani.

[CLIP: audio di bordo di un aereo di linea, con annuncio in inglese]

E se atterrate in qualche Paese che sorveglia le comunicazioni sui social network o sulle reti cellulari, potete comunque comunicare fra di voi a distanza senza poter essere intercettati.

L’app che fa tutte queste cose in apparenza impossibili esiste, e si chiama Bitchat. Potete scaricarla e installarla anche subito sul vostro smartphone Android o iOS.

Benvenuti alla puntata del 9 febbraio 2026 del Disinformatico, il podcast mensile della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Oggi vediamo come è possibile mandare messaggi senza Internet, senza rete cellulare, e senza filtri o padroni. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Questa storia inizia ai primi di luglio del 2025. Jack Dorsey, cofondatore del social network che una volta si chiamava Twitter, annuncia e pubblica su Internet la prima versione di Bitchat, un’app che permette di mandare messaggi testuali e vocali oppure foto senza Wi-Fi, senza Internet, senza server centrali, senza chiedere numeri di telefono o mail, e in forma anonima e cifrata. Non c’è neanche bisogno di creare un account.

Bitchat riesce a fare queste cose per esempio in caso di blackout o calamità che mettono fuori uso la rete di telefonia mobile e in zone nelle quali non c’è copertura cellulare oppure è pericoloso, vietato o troppo costoso usare Internet o il Wi-Fi. Ci riesce perché a differenza delle app di messaggistica tradizionali come WhatsApp, Telegram, Signal o Threema, Bitchat usa una cosiddetta peer-to-peer wireless mesh network, ossia una rete paritaria magliata senza fili.

Traducendo dal gergo tecnico, la rete che interconnette i telefonini fra loro con Bitchat è composta esclusivamente dagli smartphone stessi, che si parlano via Bluetooth, senza aver bisogno di un server centrale, di connessioni a Internet o altro.

Ogni cellulare che usa Bitchat riceve i segnali Bluetooth e i messaggi Bitchat degli altri telefonini che hanno installato quest’app e sono nelle vicinanze. Questi messaggi vengono trasmessi, ricevuti e inoltrati tramite queste connessioni Bluetooth dirette e possono saltare da un telefono all’altro, protetti dalla crittografia, in una sorta di catena di Sant’Antonio, fino a raggiungere l’utente desiderato.

Usare Bitchat è di una semplicità disarmante: si scarica l’app dal Play Store o dall’App Store, la si installa e poi le si dà il permesso di usare e tenere attivo il Bluetooth, cosa che già fa chiunque abbia degli auricolari senza filo.

Fatto questo, ci si trova già collegati alla rete locale di tutti gli utenti Bitchat nelle vicinanze. Non viene chiesto nulla: nessuna mail, nessun numero telefonico, e l’app è gratuita e oltretutto open source. Il suo codice sorgente è liberamente ispezionabile e altrettanto liberamente modificabile.

Esteticamente, Bitchat è un’app spartana fino in fondo: la sua schermata principale è praticamente vuota e persino il suo font è volutamente semplice e a spaziatura fissa, come quello delle macchine per scrivere o dei vecchi computer. In alto c’è l’indicazione del nome dell’utente su Bitchat, che è di solito anon seguito da quattro cifre. Volendo è personalizzabile con un semplice tocco. Poi è indicato il canale al quale si è collegati, che per la rete locale è #mesh, seguito dal numero di utenti presenti su quel canale. Toccando questo numero compare l’elenco degli utenti e si può scegliere quello con il quale si desidera chattare o scambiare messaggi vocali o foto.

Non compare nessuna informazione personale degli utenti e non c’è nessuna foto del profilo, e tutto questo è intenzionale. Bitchat è pensato per proteggere la riservatezza e la sicurezza delle persone e per consentire lo scambio anonimo di messaggi effimeri, come spiega il documento programmatico pubblicato da Jack Dorsey. I messaggi, in forma cifrata, vengono custoditi solo sui singoli telefonini, scompaiono dopo l’invio o la consegna e non toccano mai un’infrastruttura centralizzata. In caso di emergenza, toccando tre volte in sequenza l’icona dell’app vengono cancellati tutti i dati.

È tutto molto bello, ma non è il caso di mollare WhatsApp e simili, almeno per il momento.


Bitchat funziona, ma il suo limite principale sta proprio nella sua caratteristica centrale: l’uso del Bluetooth come canale di comunicazione primario. Questa tecnologia, nella sua diffusissima versione a basso consumo energetico o Bluetooth Low Energy, presente in quasi tutti gli smartphone, ha una portata teorica massima all’aperto di una settantina di metri.

Questo vuol dire che se non avete altri utenti Bitchat entro questa distanza, non potete usare Bitchat per scambiare messaggi senza usare Internet. E c’è anche un limite al numero di salti da un cellulare all’altro che può fare un messaggio nel tentativo di propagarsi fino alla propria destinazione senza appoggiarsi a Internet. Questo limite è sette, e questo significa che una rete locale di Bitchat, anche nelle migliori condizioni, ha una portata massima di circa mezzo chilometro. In condizioni reali la portata effettiva può aggirarsi sui duecento metri.

Tuttavia se alcuni dei telefoni che fanno parte della rete locale si spostano, per esempio facendo la spola fra vari luoghi, diventano dei “postini” digitali, che possono recapitare anche su grandi distanze i messaggi che custodiscono, anche se in questo caso la consegna ovviamente non è istantanea.

Per compensare questa limitazione, Bitchat si è evoluto rispetto al suo debutto di sei mesi fa e ora include anche la possibilità di comunicare con utenti lontanissimi, anche in altri continenti. In questo caso si appoggia a Internet in maniera classica [tramite Wi-Fi o rete dati cellulare] e comunica mediante il protocollo aperto Nostr.

In altre parole, Bitchat funziona benissimo per comunicare privatamente da una stanza all’altra in una casa, in una cabina d’aereo, su un autobus, in treno, in alta montagna o allo stadio [o in nave], ma su grandi distanze torna a dover dipendere da Internet e da una connessione dati di telefonia mobile. Può essere un complemento prezioso alle app di messaggistica tradizionali, ma non un loro sostituto, almeno per ora.

C’è però anche un’altra situazione nella quale Bitchat funziona particolarmente bene e può addirittura salvare vite: le manifestazioni e le adunate di protesta, nelle quali un numero molto elevato di utenti si trova in uno spazio limitato e quindi ci sono moltissimi smartphone nelle vicinanze che possono passarsi i messaggi di Bitchat. Spesso le autorità di alcuni Paesi tentano di impedire il coordinamento dei manifestanti disattivando localmente la rete cellulare o l’accesso a Internet. Ma Bitchat non ha bisogno di questi servizi e quindi continua a funzionare anche in caso di oscuramenti della rete.

Non è un caso che ci siano state decine di migliaia di scaricamenti di Bitchat in relazione alle proteste in Madagascar e in Nepal a settembre 2025 e in Uganda e Iran a gennaio 2026. In questi Paesi le autorità spesso impongono il blocco di Internet nel tentativo di sabotare le comunicazioni fra cittadini. E Bitchat non è la prima app di questo genere: una dozzina d’anni fa numerosi cittadini in Iraq e a Hong Kong usarono un software chiamato FireChat che si basava appunto sul Bluetooth e sulla creazione di reti locali temporanee costituite da smartphone per comunicare tra loro nonostante gli interventi di censura e i blackout delle telecomunicazioni tradizionali imposti dalle autorità.

Le prossime versioni di Bitchat potrebbero includere l’opzione di creare interconnessioni tra telefonini usando il Wi-Fi, nella sua forma denominata Wi-Fi Direct. Questo aumenterebbe moltissimo la portata di Bitchat, consentendo distanze considerevolmente maggiori fra i telefoni che formano una rete locale, anche se ci sono alcune questioni di sicurezza intrinseche in questa tecnologia che andranno risolte se Bitchat vuole tenere fede alle proprie ambizioni di software a prova di intrusioni e censure.

In un momento storico nel quale si parla sempre più seriamente della necessità strategica di una sovranità digitale europea e nel quale la dipendenza da software e social network gestiti da miliardari statunitensi fortemente politicizzati fa sentire il proprio peso politico ed economico, è particolarmente allettante e letteralmente rivoluzionaria l’idea di un sistema di comunicazione senza padroni, senza pubblicità, gratuito, senza licenze capestro, senza schedatura degli utenti, liberamente ispezionabile e modificabile, e orientato a proteggere gli utenti dalle ingerenze e violenze governative, come quelle che stanno avvenendo per esempio in Iran e a Minneapolis.


La cronaca amara di questi giorni purtroppo rende inevitabile questo accostamento di luoghi che un tempo sarebbe sembrato assurdo e surreale, e l’informatica fa parte di questa cronaca, perché Apple ha scelto di rimuovere dal suo App Store le app che permettevano di segnalare legalmente la presenza degli agenti dell’ICE, l’agenzia statunitense dell’immigrazione, quelli che hanno ucciso per strada, senza alcuna giustificazione, cittadini innocenti come Renée Good e Alex Pretti. Questa rimozione la dice lunga sulle scelte di campo dei giganti del settore informatico e sull’urgenza crescente di svincolarsi dal loro controllo sui nostri dispositivi digitali.

Resta però il problema che anche l’app più salvaprivacy del mondo non serve a nulla se non la usa nessuno e tutti restano ancorati ai social network commerciali per pigrizia o per convenienza. Bitchat è stata scaricata alcuni milioni di volte, ed è vero che siamo a pochi mesi dal suo debutto, ma di fatto la mappa mondiale dei suoi utenti pubblici resta desolantemente vuota, e quei pochi che ci sono si aggirano chiedendo soprattutto “C’è nessuno?” in varie lingue.

Può sembrare strano che un’app così orientata alla riservatezza abbia una mappa mondiale degli utenti, ma è così. Bisogna infatti chiarire che Bitchat perde in parte le proprie protezioni quando la si usa per chat su grande distanza via Internet. Gli utenti restano anonimi, le loro comunicazioni vengono instradate, in modo molto protetto e poco tracciabile, tramite il sistema Tor e i messaggi diretti a un singolo utente restano cifrati. Però i messaggi Bitchat destinati a canali lontani sono pubblici per impostazione predefinita e per necessità, visto che devono essere leggibili da chiunque partecipi a un canale.

Per capire bene questa differenza importante fra uso locale e uso via Internet di Bitchat si può andare a consultare una delle mappe pubbliche degli utenti, come quella disponibile in forma aggiornata in tempo reale presso Bitchatexplorer.com. Lì si possono vedere gli utenti che stanno utilizzando Bitchat per comunicazioni a lunga distanza e si possono leggere le loro conversazioni pubbliche.

[Un’altra mappa interattiva aggiornata è disponibile presso Bitmap.lat]

Schermata di BitchatExplorer.com.

Per scegliere un canale di Bitchat basta digitarne il nome nella casella apposita di Bitchatexplorer.com: non occorre aprire account o altro. Il flusso dei messaggi pubblici in quel canale compare sullo schermo. Si tratta di messaggi rivolti a chiunque frequenti lo specifico canale, non di messaggi privati.

I canali sono geolocalizzati, nel senso che sono associati a una località o a una regione più o meno ampia. Per esempio, ogni utente di Bitchat ha dei canali predefiniti, chiamati isolato, quartiere, città, provincia, regione, che coprono un raggio variabile da 200 metri nel caso dell’isolato a 1250 chilometri nel caso della regione, e il mondo è mappato con estrema precisione tramite nomi di canali chiamati geohash. Più è lungo il nome del canale, più è precisa la sua localizzazione, e bastano otto caratteri per indicare un singolo edificio in qualunque parte del pianeta, come spiegato interattivamente presso geohash.softeng.co.

Tutto questo può sembrare complicato, ma in sintesi basta ricordare due cose: la prima è che solo gli utenti che vediamo quando scegliamo il canale #mesh sono raggiungibili senza usare Internet e tutti gli altri richiedono una connessione a Internet come le app normali. La seconda è che i messaggi rivolti ai canali sono pubblici ma anonimi, mentre quelli diretti, rivolti a un singolo utente, sono privati oltre che anonimi.

Prenderà piede Bitchat? Dipende da noi utenti. L’esperienza insegna che di solito la convenienza temporanea prevale sulla sicurezza a lungo termine, ma il fatto che in alcuni Paesi particolarmente travagliati questa app sia stata scaricata prima del prevedibile oscuramento governativo di Internet permette di sperare in bene. Tenere Bitchat a disposizione accanto alle app di messaggistica tradizionali non costa nulla e in emergenza o in casi particolari può tornare molto utile. Ma soprattutto il semplice fatto che esista un’app di questo tipo dimostra che un’altra Internet, libera e al servizio dei cittadini, è ancora possibile.

Fonti aggiuntive

Jack Dorsey made an encrypted Bluetooth messaging app, The Verge, 2025/07/08

Bitchat, come funziona l’app di messaggistica che non ha bisogno di internet, Wired.it, 2025/07/09

Jack Dorsey floats specs for decentralized messaging app that uses Bluetooth, The Register, 2025/07/08

Jack Dorsey launches a WhatsApp messaging rival built on Bluetooth, CNBC, 2025/07/07

Former Twitter CEO launches messaging app that doesn’t need WiFi or mobile data, Euronews, 2025/07/08

Apple Took Down These ICE-Tracking Apps. The Developers Aren’t Giving Up, Wired.com, 2025/10/09

55 anni fa il primo “ritorno” dell’uomo sulla Luna con Apollo 14 (parte seconda)

La patch ufficiale della missione Apollo 14.

31 gennaio 1971, domenica. È il giorno del lancio: il grande giorno per Shepard, Mitchell e Roosa. Dopo mesi e mesi di addestramento, sono pronti per il viaggio verso la Luna. Il “countdown” a Cape Kennedy per il “liftoff” è iniziato lunedì 25 gennaio e, a detta dei tecnici del Centro spaziale, “è il mglior conto alla rovescia effettuato finora”. il distacco dal pianeta Terra dei tre di Apollo 14 è programmato per le 15:23 ora della Florida, le 21:23 ora italiana. Se tutto finora è andato liscio, preoccupano solo le previsioni meteorologiche, in quanto si annuncia l’arrivo, nel primo pomeriggio, di temporali provenienti dal Golfo del Messico.

Gli Stati Uniti che si apprestano ad inviare sulla Luna i tre uomini di Apollo 14 non sono più quella nazione che vide con entusiasmo le prime grandi storiche imprese verso il Satellite naturale della Terra con Apollo 8, la prima trasvolata umana verso la Luna, Apollo 11 e Apollo 12, le prime bandiere a stelle e strisce piantate nelle sabbie seleniche. Sono un Paese fortemente travagliato, come anche il presente ci insegna, da lotte interne, dal razzismo mai sopito e dalla guerra in Vietnam, che occupa le prime pagine dei giornali molto più dell’impresa che si accingono a compiere Shepard, Roosa e Mitchell.

In questo clima si inserisce il terzo sbarco lunare umano, che prevede l’arrivo ai bordi del cratere Fra Mauro, due attività extraveicolari di Mitchell e Shepard (mentre Roosa attenderà i suoi due compagni in orbita lunare), l’installazione del secondo complesso di strumenti scientifici ALSEP e di un mortaio con quattro granate che verranno lanciate tramite radiocomando dopo il decollo dei due astronauti dalla Luna.

La prima pagina de “La Stampa” di cinquantacinque anni fa, 31 gennaio 1971.

Ore 14:55 italiane. Sono le 08:55 in Florida. Viene data la sveglia ai tre astronauti: il comandante di Apollo 14 e veterano dello spazio Alan Bartlett Shepard, il pilota del Modulo di Comando “Kitty Hawk” Stuart Allen Roosa e il pilota del Modulo Lunare “Antares” Edgar Dean Mitchell. Dopo essersi fatti una veloce doccia, la barba e qualche minuto di ginnastica, gli uomini a cui spetta il ritorno di un equipaggio americano sulla Luna consumano la classica colazione prima del lancio: bistecca, uova, pane tostato, succo d’arancia e caffè.

Shepard, Roosa e Mitchell, ritratti mentre consumano l’ultima colazione “terrestre” prima del lancio, insieme all’equipaggio di riserva, composto da Eugene Cernan (non inquadrato nella foto), Ronald Evans e Joe Engle. Con loro Donald Slayton e Thomas Stafford.

Consumata l’abbondante colazione e dopo l’ultima visita medica, con esito positivo, effettuata dal medico della NASA Charles Berry, l’equipaggio di Apollo 14 si trasferisce nella grande sala all’interno dello Spacecraft Operation Building, dove avviene la lunga e complessa vestizione delle tute di volo.

Completata l’operazione e usciti dalla sala della vestizione, i tre astronauti, immortalati dalle cineprese e dai fotografi provenienti da tutto il mondo, salgono sullo storico pulmino che li trasporta verso la rampa di lancio 39-A, dove si staglia imponente il maestoso Saturn V, pronto a spiccare un nuovo balzo verso la Luna.

Alan Shepard, all’uscita dal pulmino, scruta il cielo sopra la zona di Cape Kennedy. All’ora prevista per il “liftoff” è infatti annunciato l’arrivo di una perturbazione che potrebbe far ritardare il lancio di qualche ora o addirittura posticiparlo di qualche giorno.

Ore 19:01 italiane. Raggiunta l’altezza alla quale si trova il modulo di comando, a circa novanta metri dal suolo, i tre astronauti entrano a turno nella navicella Apollo in quest’ordine: prima il comandante Alan Shepard, poi Edgar Mitchell, e infine Stuart Roosa. Alle 13:01, ora della costa orientale degli Stati Uniti, il portello viene chiuso. I protagonisti del ritorno umano sulla Luna sono ora soli a bordo di quella che sarà la loro “casa” per i nove giorni previsti della missione.

Mentre le ore, i minuti e i secondi che li separano dal lancio scorrono regolarmente, gli esperti meteorologi della NASA continuano a monitorare il cielo sopra Cape Kennedy, vista la possibilità di un acquazzone che potrebbe colpire la zona al momento del “liftoff”. Come ogni missione lunare, anche Apollo 14 ha una cosiddetta “finestra di lancio”, il cui inizio è alle 15:23 locali (le 21:23 italiane del 31 gennaio), ora prevista del lancio, con chiusura alle 19:12 locali (01:12 italiane dell’1 febbraio).

La posizione dei tre astronauti a bordo del Modulo di Comando “Kitty Hawk”. 1) Alan Shepard, comandante. 2) Stuart Roosa, pilota del Modulo di Comando. 3) Edgar Mitchell, pilota del Modulo Lunare.

Ore 21:15 italiane. I tre astronauti sono ormai chiusi a quasi cento metri d’altezza dal suolo da più di due ore a bordo del loro straordinario veicolo spaziale che li condurrà verso il satellite naturale della Terra. La presenza di numerose nubi temporalesche, che di lì a poco potrebbero colpire la zona di lancio con strascichi di pioggia, consiglia ai tecnici di interrompere il “countdown”. Sono le 15:15 ora della Florida, le 21:15 ora italiana. Il grande orologio luminoso del Centro Spaziale segna in questo momento meno otto minuti e due secondi alla partenza. È la prima volta nella storia delle missioni Apollo che un conto alla rovescia viene bloccato con gli astronauti già a bordo dell’astronave.

Alle 15:35, puntuale, un violento temporale con pioggia e vento si scatena nella zona di Cape Kennedy. Seppure il volo di Shepard e compagni non abbia trovato fino a questo momento grande spazio nelle pagine dei quotidiani, non solo italiani ma anche in quelli americani e nel resto del mondo, così negli stessi notiziari televisivi, l’improvviso stop al conto alla rovescia risveglia l’interesse del pubblico collegato in diretta TV.

Una foto del Saturn V, il più potente razzo costruito da mani umane, in attesa del lancio sulla rampa di lancio.

Ore 22:03 italiane. Cessato il temporale che ha colpito l’area del Centro spaziale americano, i tecnici della NASA danno finalmente il “go” per il lancio. Alle 21:55 italiane, 15:55 ora della Florida, viene ripreso il conto alla rovescia da meno otto minuti, tanti quanti ne mancavano al momento dello stop.

Alle 16:03 locali, con quaranta minuti di ritardo sull’orario previsto, il gigantesco Saturn V accende i cinque potenti motori F-1 del suo primo stadio, staccandosi dapprima lentamente, poi sempre più sicuro,dalla rampa 39-A, lanciando nello spazio il suo prezioso carico umano di tre nuovi esploratori della Luna.

L’ascesa del più potente razzo mai costruito da mani d’uomo verso l’orbita terrestre è regolare. A due minuti e 44 secondi dal “liftoff” e a una quota di 61 km di altezza avviene il distacco del primo stadio, l’S-IC; poi l’accensione per sei minuti dei cinque motori del secondo stadio S-II porta il complesso spaziale ad una quota di 185 chilometri. A questo punto, esaurito il suo compito, anche il secondo stadio viene rilasciato e subentra l’unico motore del terzo stadio S-IVB, che inserisce regolarmente Apolo 14 in orbita intorno alla Terra ad una quota di 190 km. Sono trascorsi undici minuti e cinquanta secondi dal momento del distacco dalla rampa di lancio di Cape Kennedy. Le lancette dell’orologio segnano in Italia le 22:14, le 16:14 della Florida.

1 febbraio 1971, lunedì, ore 00:37 italiane. A Houston è ancora domenica 31 gennaio, sono le 17:37. Dopo l’entrata in orbita e dopo aver girato una volta e mezzo intorno al nostro pianeta, Shepard, Roosa e Mitchell ricevono dai tecnici di Houston l’ordine che attendono con impazienza: è il “Go for TLI!” (Trans Lunar Injection): possono inserirsi nella giusta traiettoria per il volo verso la Luna!

Per cinque minuti e 54 secondi il terzo ed ultimo stadio del Saturn V viene riacceso, imprimendo al complesso spaziale la giusta velocità per sfuggire alla gravitazione terrestre: si passa da una velocità di circa 28.000 chilometri orari ad una velocità di fuga di oltre 39.000 chilometri l’ora.

Alle 1:08 italiane, tre ore e cinque minuti dopo il “liftoff”, quando Apollo 14 si trova a circa 11.600 chilometri dalla Terra, viene accesa la telecamera a bordo di “Kitty Hawk”: è la prima diretta televisiva della missione. L’equipaggio inizia la cosiddetta manovra di trasposizione: il Modulo di Comando si distacca dal terzo stadio e compie una capriola di 180 gradi su se stesso, andando ad unirsi al Modulo Lunare “Antares”. Tutto sembra procedere bene quando al Centro di Controllo di Houston arriva la voce concitata di Edgar Mitchell: “Non siamo riusciti ad agganciare Antares!”. Da terra rispondono risponde: “Fate un nuovo tentativo”. Ma anche il secondo tentativo di aggancio fallisce. In Italia è piena notte, sono le ore 1.30. Il momento è vissuto in diretta anche da milioni di americani attraverso le immagini televisive a colori in diretta dallo spazio. I tre astronauti all’interno del Modulo di Comando hanno solo sei ore per riuscire nel docking tra le due navicelle; poi, esauritesi le batterie, sarebbero costretti a rinunciare allo sbarco lunare. Le conseguenze sarebbero facilmente prevedibili: annullamento delle prossime missioni lunari e la probabile chiusura anticipata del programma Apollo.

Al Centro di Controllo di Houston, intanto, i tecnici lavorano febbrilmente, insieme all’equipaggio di riserva composto da Eugene Cernan, Joe Engle e Ronald Evans, esaminando due modelli delle sonde di aggancio usate durante le simulazioni, cercando la soluzione più giusta da trasmettere a Shepard e ai suoi due compagni. Alla fine viene trovato uno stratagemma. Houston: “Provate ad eseguire un aggancio escludendo i tre ganci principali e tentando solo con i 12 secondari”.

Ore 02:59 italiane. Dopo un’ora e mezza e ben cinque tentativi andati a vuoto, finalmente a terra giunge il grido liberatorio di Roosa: “Aggancio riuscito, Houston!”. “E’ stato un aggancio duro, ma ce l’abbiamo fatta!”. Sono trascorse un’ora e tre quarti dal primo sfortunato tentativo. A bordo della navicella Apollo e al Centro Spaziale di Houston si tira un sospiro di sollievo. Alle 03:03 italiane viene spenta anche la piccola telecamera a bordo di “Kitty Hawk”. Dopo l’estrazione del LM dall’involucro che lo conteneva all’interno del terzo stadio, Shepard rimuove la sonda per esaminarla, non trovando però alcun difetto nel meccanismo di aggancio. L’unica ipotesi plausibile, dialogando con la base a terra, è che durante il temporale che ha colpito sulla rampa di lancio il Saturn V dell’acqua si sia infiltrata nella sonda, ghiacciandosi e creando così un ostacolo all’unione tra i due veicoli.

Passata la paura, i tecnici dell’ente spaziale americano, pur rimanendo cauti sul malfunzionamento della sonda, autorizzano i tre astronauti a proseguire con il piano di volo, che prevede l’arrivo sulla superficie selenica, nella zona di Fra Mauro, poco dopo le dieci del mattino ora italiana di venerdì 5 febbraio 1971.

La cronaca dell’inizio del viaggio verso la Luna di Apollo 14 nella prima pagina de “Il Corriere della Sera” del 1 febbraio 1971.
La prima pagina del quotidiano “Stampa Sera” di lunedì 1 febbraio 1971.
La prima pagina de “Il Resto del Carlino” di lunedì 1 febbraio 1971, dedicata quasi interamente alla partenza di Shepard, Mitchell e Roosa verso la Luna.

(continua)

Niente Panico RSI – Puntata del 2026/02/02

Questa è la registrazione della puntata del 2 febbraio 2026 di Niente Panico, il programma che conduco insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La puntata è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Fra i temi di questa puntata segnalo una mia micro-intervista a Carolyn Seymour, la protagonista di Survivors (I Sopravvissuti), storico telefilm britannico degli anni Settanta che immaginava una pandemia devastante e i suoi effetti su un piccolo gruppo di sopravvissuti.

Inesperti diventano diagnosti abilissimi di tumori in due settimane

Hannah Fry, matematica e divulgatrice scientifica britannica, racconta un esperimento molto particolare effettuato nel 2015. Un team di scienziati ha selezionato un gruppo di 16 principianti assoluti e ha deciso di provare a insegnare loro come diagnosticare il cancro al seno sulla base di vetrini di patologia. L’obiettivo era semplice e ben delimitato: fare in modo che al termine del periodo di formazione questi inesperti fossero in grado di esaminare questi vetrini e stabilire rapidamente se mostrassero tumori maligni o benigni.

Normalmente ci vogliono anni per diventare un patologo a tutti gli effetti, ma questi dilettanti, che non avevano mai diagnosticato alcun tipo di cancro prima di allora, hanno ottenuto risultati sorprendentemente buoni. Dopo solo due settimane di formazione sono riusciti a identificare correttamente circa l’85% dei vetrini.

Già questo è sorprendente, ma quello che colpisce ancora di più di questo studio è l’identità di questi valutatori di vetrini: non si trattava di studenti di medicina o di persone prese dalla strada, ma di piccioni.

La ricerca scientifica è Pigeons (Columba Livia) as Trainable Observers of Pathology and Radiology Breast Cancer Images. I piccioni avevano un piccolo schermo sul quale appariva l’immagine di un vetrino di patologia e beccavano da un lato se pensavano che mostrasse un tumore maligno e dall’altro lato se pensavano che fosse benigno, ricevendo una piccola ricompensa se avevano indovinato.

Ovviamente questi uccelli non avevano cognizione del concetto di tumore: si basavano semplicemente sul riconoscimento degli schemi. A furia di ricevere premi, notavano gli schemi (strutture, colori, forme) che portavano a una ricompensa e li distinguevano da quelli che invece non erano seguiti da un premio.

È emerso che non tutti i piccioni sono ugualmente intelligenti in questo senso: l’articolo parla infatti di un esemplare che non capiva bene cosa stesse succedendo e anche alla fine del test continuava a beccare lo schermo in modo casuale.

Ma la cosa più interessante di tutte è un’altra: se si esclude quell’uccello, si scopre che singolarmente i piccioni ottenevano l’85% di successi, ma se si combinavano i voti di tutti gli uccelli insieme l’accuratezza delle loro valutazioni saliva al 99%, paragonabile al tasso di successo di un patologo esperto.

Invece di costruire immensi datacenter avidi di corrente elettrica e acqua, non potremmo semplicemente dar da mangiare a qualche piccione?

55 anni fa il primo “ritorno” dell’uomo sulla Luna con Apollo 14 (parte prima)

In questo 2026 da poco iniziato l’umanità ritorna (finalmente!) verso la Luna con il prossimo lancio della missione Artemis II, che porterà nelle vicinanze del satellite naturale della Terra, a più di cinquanta anni dall’ultima esplorazione umana, un equipaggio di quattro astronauti, tre uomini e una donna. Nel 2026 ricorrono anche i cinquantacinque anni dalla missione Apollo 14, che tra gennaio e febbraio 1971 riportò due americani ad esplorare di nuovo il suolo lunare, dopo una pausa di quattordici mesi dovuta al drammatico incidente di Apollo 13 occorso nel mese di aprile dell’anno precedente.

 Questa è la cronologia di quel volo, che segnò il terzo storico sbarco di esseri umani sulla Luna.

La patch ufficiale della missione Apollo 14.

Siamo a gennaio 1971. Il volo di Apollo 14, inizialmente programmato dalla NASA per la seconda parte del 1970, è stato posticipato di nove mesi a causa delle lunghe indagini conseguenti all’incidente occorso con l’esplosione del serbatoio di ossigeno di Apollo 13 durante il volo verso la Luna e a causa della necessità di apportare numerose modifiche al modulo di servizio del veicolo spaziale Apollo nel quale si era verificata l’importante avaria.

I tre astronauti scelti dall’ente spaziale americano per il “ritorno sulla Luna” sono il veterano e comandante della missione Alan Shepard, 47 anni, primo cittadino statunitense a volare nello spazio, seppur in un volo suborbitale (senza compiere un giro completo intorno alla Terra), il 5 maggio 1961 a bordo della capsula Mercury Freedom 7; Edgar Mitchell, 40 anni, pilota del modulo lunare Antares, e Stuart Roosa, 38 anni, designato come pilota del modulo di comando Kitty Hawk. Mitchell e Roosa sono dei cosidetti rookie, cioè al loro primo volo nello spazio.

I tre uomini di Apollo 14. Da sinistra: Edgar Mitchell, al centro il comandante Alan Shepard, a destra il pilota del modulo di comando Stuart Roosa.

La zona scelta per lo sbarco di Shepard e Mitchell sulla Luna è la stessa che avrebbero dovuto esplorare James Lovell e Fred Haise nella precedente missione Apollo 13: il cratere Fra Mauro, una regione ritenuta molto interessante dai selenologi. In questa zona vi sono formazioni, strutture e materiali di diversa provenienza e quindi di diverse età. Il quinto e il sesto americano nella storia ad esplorare Selene dovranno raccogliere quanto più materiale possibile per dare una risposta sulle origine della Luna e forse dell’intero Sistema Solare. Lo faranno grazie anche ad un piccolo veicolo a due ruote, il Modular Equipment Transporter (MET). Una curiosità: il cratere Fra Mauro è intitolato ad un monaco italiano, uno dei più importanti cartografi del XV secolo.

il comandante della missione, Alan Shepard, durante una esercitazione al Kennedy Space Center. Si può notare il veicolo che sarà trainato a mano dai due astronauti durante le due escursioni lunari.
La spettacolare visione del Saturn V sulla rampa di lancio 39-A.

Il gigantesco vettore Saturn V, uscito dalla grande struttura di assemblaggio denominata VAB (Vehicle Assembly Building), attende dal 9 novembre dell’anno precedente sulla rampa di lancio 39-A i tre nuovi protagonisti della più grande avventura umana al di fuori del pianeta Terra. Il lift-off per l’inizio del sesto viaggio umano verso la Luna è previsto per il 31 gennaio, quando in Italia saranno le 21:23, le 15:23 ora della Florida.

La presentazione del volo di Apollo 14 sulla pagina dedicata alla scienza e alla tecnologia di cinquantacinque anni fa del quotidiano La Stampa.

(continua)

Niente Panico RSI – Puntata del 2026/01/26

Questa è la registrazione della puntata del 26 gennaio 2026 di Niente Panico, il programma che conduco insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La puntata è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Fra i tanti temi che abbiamo toccato cito la data (quasi) palindroma (26-1-26), la mucca sapiente Veronica capace di usare utensili, il centenario dell’invenzione della televisione ad opera di John Logie Baird, la mia partecipazione alla convention di scienza e fantascienza Sci-Fi Universe, e lo studio scientifico che misura l’effetto antistress della gomma da masticare.

    Dire le parolacce quando ti fai male è fisiologicamente benefico

    Una ricerca pubblicata dalla Keele University (Stephens, Richard, and Claudia Umland. “Swearing as a response to pain – Effect of daily swearing frequency.” The Journal of Pain. Bish 12.12 (2011): 1274–1281) ha dimostrato che l’uso di parolacce può davvero produrre un efficace sollievo dal dolore a breve termine e che l’effetto è molto maggiore per le persone che non utilizzano parolacce regolarmente nella vita quotidiana.

    Artemis II, scudo termico problematico ma ritenuto sicuro

    Lo scudo termico di Artemis I dopo il rientro. Credit: NASA.

    La missione Artemis II che porterà di nuovo degli astronauti a volare intorno alla Luna dopo oltre cinquant’anni di pausa potrebbe decollare già ai primi di febbraio. Al termine dei dieci giorni di volo, i quattro membri del suo equipaggio torneranno sulla Terra protetti dallo scudo termico della loro capsula Orion. Ma questo scudo ha manifestato alcuni problemi che hanno imposto una modifica prudenziale ai piani di volo.


    Come consueto in campo spaziale, i veicoli che tornano sulla Terra sfruttano la resistenza aerodinamica dell’atmosfera terrestre per frenare. La loro velocità viene convertita in calore. L’enorme quantità di energia termica che si genera viene smaltita scaricandola nell’atmosfera e proteggendo il veicolo con uno scudo realizzato in materiali speciali estremamente resistenti al calore.

    La capsula Orion della missione senza equipaggio Artemis I, nel 2022, rientrò da un volo intorno alla Luna usando il proprio scudo termico per dissipare l’elevatissima velocità di ritorno, circa 40.000 km/h. Gli astronauti di Artemis II rientreranno alla stessa velocità di Artemis I.

    Nel caso della capsula Orion, lo scudo è composto da materiali ablativi, ossia che si consumano progressivamente man mano che vengono aggrediti dal muro d’aria rovente che si forma davanti alla capsula durante il rientro. Il nome tecnico di questo materiale per Orion è Avcoat. Fu sviluppato negli anni Sessanta e usato per le missioni Apollo. Si tratta di un materiale a base di resina rinforzato con fibre di silice, fabbricato dalla Textron Defense Systems e incorporato in una struttura a nido d’ape fissata all’esterno del veicolo spaziale. Questa struttura trattiene l’Avcoat e gli conferisce resistenza strutturale durante il rientro, proteggendo il veicolo e i suoi eventuali occupanti da temperature che possono raggiungere i 2700 °C.

    Durante la missione Artemis I questo scudo si è sfaldato molto più del previsto.

    Per il rientro di Artemis I è stata usata una tecnica particolare, un cosiddetto skip entry, nel quale il veicolo non entra una sola volta nell’atmosfera, con una traiettoria inclinata discendente, ma vi entra due volte: la prima con un angolo quasi radente, che smaltisce parte della velocità e fa “rimbalzare” la capsula di nuovo nello spazio (grazie alla forma bombata del fondo della capsula, che crea portanza). È un effetto simile a quello di un sasso piatto, lanciato orizzontalmente su uno stagno, che rimbalza sul pelo dell’acqua invece di affondare. La seconda volta che la capsula entra nell’atmosfera lo fa con un angolo maggiore, che le consente di rallentare ulteriormente e la fa scendere e rientrare definitivamente.

    Confronto fra le traiettorie di rientro dei voli Apollo (in verde) e quelle delle missioni Artemis (fonte: NASA).

    Questa tecnica riduce le forti decelerazioni subite dagli astronauti durante i rientri tradizionali (non si superano mai i 4 g) e consente un rientro più lungo, preciso e controllato, che ha un grande vantaggio: permette a Orion di ammarare in un sito specifico (al largo di San Diego, in California) indipendentemente dal suo punto e momento di rientro in atmosfera.

    Questo offre alle missioni più flessibilità, e quindi più sicurezza in caso di emergenze, e riduce le risorse navali necessarie per garantire il recupero della capsula e degli astronauti. Per fare un confronto, come mostrato dal grafico qui sopra, le capsule Apollo avevano la capacità di planare fino a 1500 miglia nautiche (2780 km) dal punto di rientro in atmosfera, mentre le capsule Orion, se usano la tecnica di skip entry, possono planare fino a 4800 miglia nautiche (8900 km) dal punto di rientro.

    La tecnica di skip entry è resa possibile dai progressi tecnologici effettuati in questi decenni in termini di potenza di calcolo e sistemi di navigazione a bordo, ma ha un problema: espone lo scudo termico a un periodo di riscaldamento molto più prolungato. Questo ha causato una considerevole generazione di gas all’interno dello scudo. La pressione interna del gas ha prodotto crepe e ha fatto sfaldare alcune porzioni dello scudo molto più del previsto. La capsula è rientrata intatta e la temperatura interna è rimasta a 24 °C, ma i margini di sicurezza sono risultati più esigui del previsto, e questo non è mai un bene, soprattutto quando ci sono di mezzo le vite degli astronauti.

    Dettaglio della foto precedente che mostra i punti maggiormente sfaldati dello scudo termico di Artemis I.

    Come spiega Link2Universe, la NASA ha tenuto secretato il problema per circa un anno e mezzo. Solo ad aprile 2024 è stato composto un team di riesame indipendente, e a dicembre 2024 l’ente spaziale ha deciso di procedere con il lancio di Artemis II utilizzando lo scudo così com’è ma cambiando la tecnica di rientro: gli astronauti rientreranno nell’atmosfera terrestre con un angolo maggiore e quindi esporranno lo scudo a una sollecitazione termica intensa ma più breve. Il rapporto di questo team è stato pubblicato solo in versione notevolmente censurata, e questa scelta non è stata interpretata come un gesto rassicurante, spingendo numerosi esperti a criticare apertamente la decisione di continuare a usare lo scudo attuale [Ars Technica].

    Nel corso degli oltre 100 test effettuati, il fondo della capsula, ossia lo strato situato fra il titanio del suo guscio esterno e lo scudo termico vero e proprio, è stato sottoposto a condizioni termiche simili a quelle del rientro per un tempo più lungo di quello previsto per il rientro. Il risultato del test indica che Orion proteggerebbe l’equipaggio anche qualora lo scudo dovesse fallire.

    A gennaio 2026 il nuovo direttore della NASA, Jared Isaacman, ha riunito un gruppo di esperti per una nuova analisi, svolta alla presenza di giornalisti, che ha confermato la scelta di rientro senza skip entry. Isaacman ha espresso “piena fiducia” nei piani previsti dalla NASA per Artemis II [Ars Technica].

    Per Artemis III lo scudo termico verrà modificato per gestire meglio il degassamento, ma Artemis II volerà con lo scudo attuale. Modificarlo o sostituirlo avrebbe comportato ulteriori rinvii lunghissimi di un programma di ritorno sulla Luna che soffre già di anni di ritardo.

    Fonti aggiuntive

    NASA Identifies Cause of Artemis I Orion Heat Shield Char Loss, Nasa.gov, 2024/12/05

    NASA Shares Orion Heat Shield Findings, Updates Artemis Moon Missions, Nasa.gov, 2024/12/05

    NASA finds Orion heatshield cracks won’t cook Artemis II crew, The Register, 2024/12/06

    NASA’s Readiness for the Artemis II Crewed Mission to Lunar Orbit, IG-24-011, Nasa Office of Inspector General, 2024/05/01 (che documenta anche i 26 milioni di dollari di danni causati alla rampa e torre di lancio durante il decollo di Artemis I).

    Come vi trovate con il sistema dei commenti qui? Parliamone

    Sto avendo difficoltà a gestire i commenti e sto valutando soluzioni alternative a quella attuale. Vi va di discuterne pro e contro qui, per aiutarmi a prendere una decisione?

    Attualmente sto usando il sistema di commenti integrato in WordPress. Questo ha due grossi vantaggi:

    • È incluso nel costo di WordPress Business (319 dollari/anno incluso il dominio Attivissimo.me; è il più economico che consenta l’installazione di plugin e temi oltre ad avere traffico illimitato).
    • Si può migrare ad altri hosting (o a un mio server locale) insieme al blog, senza perdere nulla, qualora dovesse rendersi necessario, e con i tempi che corrono potrebbe anche esserlo.

    Però ha anche degli svantaggi molto seri:

    • Per me, come moderatore, è impossibile capire il contesto dei commenti, soprattutto quando sono in risposta a un altro commento. Non c’è, o non trovo, un modo rapido per vedere il thread.
    • Per voi, credo, la stessa cosa.
    • Non c’è un sistema di ban specifico “cestina i messaggi che arrivano da questo indirizzo/nickname” (o se c’è, non lo trovo).

    Che facciamo? Passiamo a Discord? Ci sono plug-in per WordPress che risolverebbero i problemi senza dover migrare? Torniamo a Disqus? Averlo senza pubblicità, come era sul vecchio blog, costerebbe 132 dollari l’anno, ma li sto già spendendo adesso per conservare i commenti del passato.

    Se avete altre idee o suggerimenti, ragioniamoci su nei commenti; ditemi anche semplicemente come vi trovate con la situazione attuale. Grazie!

    2026/01/23

    Seguendo i vostri consigli, ho attivato a titolo sperimentale wpDiscuz. Devo ancora configurarlo per bene. Per ora mi sta facilitando molto il lavoro di moderazione perché mi permette di ricostruire facilmente il filo del discorso. Per tutto il resto, portate pazienza ma segnalatemi eventuali problemi.

    Per esempio, c’è uno spazio vuoto enorme tra il “mi piace” e i pulsanti di upvote/downvote.* È questione di CSS di WpDiscuz, perché ho provato a disattivare tutto il suo CSS e lo spazio è scomparso, ma non riesco a trovare che cosa devo modificare nel suo CSS. Se avete idee, mandatemele, grazie!

    * problema risolto brillantemente da Andrea M. nei commenti. Grazie!

    Ho scelto l’impostazione con il commento più vecchio in cima. Preferireste avere in cima il più recente?

    Ho attivato anche l’opzione che evidenzia i commenti non letti.

    Artemis II, aggiornamenti sulla tabella di marcia: roll-out oggi

    Il vettore SLS e la capsula Orion all’interno dell’hangar di assemblaggio (fonte: NASA).

    Saluti da Peschiera del Garda, dove mi trovo per il weekend per la convention di scienza e fantascienza Sci-fi Universe! Il roll-out del vettore SLS per la missione Artemis II, ossia il lento e cauto viaggio del razzo gigante dall’hangar di assemblaggio (VAB) alla rampa di lancio 39B, presso il Kennedy Space Center in Florida, è previsto per non prima delle 7 del mattino EST (ora della costa est degli Stati Uniti, mezzogiorno in Europa centrale (CET)) questo sabato 17 gennaio. Lo ha annunciato un comunicato stampa della NASA.

    Questa fase dei preparativi di lancio verrà trasmessa sul canale YouTube della NASA insieme a una conferenza stampa. Gli orari possono variare a seconda delle condizioni meteorologiche o in caso di necessità di ulteriore tempo per i preparativi tecnici.

    Il gigantesco trasportatore stabilizzato (crawler-transporter) porterà il veicolo e la torre di lancio, che pesano complessivamente circa 5000 tonnellate, alla maestosa velocità di circa 1,6 km/h lungo i sei chilometri e mezzo di strada speciale che separano il VAB dalla rampa. Questo tragitto richiederà fino a 12 ore.

    Alle 9 EST (le 14 CET) saranno presenti e dialogheranno con i giornalisti il direttore della NASA Jared Isaacman e l’equipaggio della missione.

    La prima data possibile per il lancio è venerdì 6 febbraio, con una finestra di lancio di due ore a partire dalle 9:41:00 PM EST (le 2:41:00 UTC del 7 febbraio).

    Una volta arrivato alla rampa di lancio, il vettore e la sua navicella Orion saranno sottoposti a ulteriori controlli e a un wet dress rehearsal: il vettore verrà riempito di propellente come se dovesse decollare e verrà simulato un conto alla rovescia, effettuando tutte le procedure previste per il lancio con tutto il personale che sarà coinvolto il giorno della partenza, ad eccezione degli astronauti, che non saranno nella capsula Orion durante questa fase. In caso di problemi l’intero complesso potrà essere riportato all’hangar (rollback). La data di lancio effettiva verrà scelta solo dopo tutte queste prove generali.

    L’elenco aggiornato delle date di lancio possibili per febbraio, marzo e aprile è il seguente.

    Inoltre è stato finalmente rilasciato un Press Kit con la cronologia della missione.

    Artemis II procede lentamente verso la rampa di lancio. Credit: Derek Demeter/Central Florida Public Media (NPR).

    Intanto il budget della NASA è stato salvato: il Senato statunitense ha approvato la legge HR6938, che include il finanziamento dell’ente spaziale per il 2026. L’importo di 24,4 miliardi di dollari è leggermente inferiore a quello del 2025 e nettamente differente dal taglio del 24% proposto dalla Casa Bianca. Contando gli ulteriori finanziamenti previsti da altre leggi, il budget complessivo della NASA è il più alto dal 1998, ma i tagli alle missioni scientifiche sono pesantissimi [Planetary Society].

    La NASA offre lo streaming video in diretta della rampa di lancio su YouTube:

    Podcast RSI – Utenti dell’IA di Musk generano ogni ora oltre 6000 immagini di donne e bambini denudati. Musk le monetizza

    Ultimo aggiornamento: 2026/01/16.

    Questo è il testo della puntata del 12 gennaio 2026 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata. Mi scuso per la quantità di note che ho inserito nel testo, ma era necessario documentare e citare in dettaglio molto materiale che non era in alcun modo presentabile in un podcast.

    Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi. Ricordo che da oggi il podcast assume cadenza mensile e verrà pubblicato il secondo lunedì del mese.


    Sono Paolo Attivissimo. Vorrei avvisare che questa puntata tocca un tema estremamente delicato, legato alla violenza e agli abusi su donne e bambini. Vi chiedo di ascoltarla e condividerla responsabilmente.

    [CLIP: voce di Ashley St. Clair, tratta da un’intervista rilasciata al Guardian e pubblicata in parte su Instagram]

    Questa è la voce di una donna che racconta che su X, il social network di Elon Musk, gli utenti hanno preso una sua foto in cui era completamente vestita e hanno ordinato a Grok, l’intelligenza artificiale di Musk, di svestirla e metterla in microbikini. E poi hanno chiesto sempre a Grok di creare immagini in cui era piegata in avanti e in altre pose e di generare video in cui lei si toccava il seno e ballava. Tutto, s’intende, senza il consenso della donna, e con l’intento preciso di causarle disagio e umiliazione.

    Grok non ha fatto una piega e ha generato tutto il materiale richiesto dagli utenti. Da settimane, quest’intelligenza artificiale diretta da Elon Musk sta ubbidientemente generando immagini e video di abusi e violenze su donne e bambini, al ritmo stimato di seimila immagini l’ora [Bloomberg]. Le persone colpite sono migliaia.*

    * Il Times segnala per esempio il caso di una discendente di sopravvissuti all’Olocausto che è stata bersagliata da aggressori online usando Grok per generare una sua immagine in bikini davanti ad Auschwitz. Altri bersagli frequenti sono le donne impegnate in politica [Eliot Higgins], le giornaliste e Kate Middleton [Katu.com].

    Nell Fisher, l’attrice quattordicenne che interpreta Holly Wheeler nella stagione finale di Stranger Things, è un’altra delle vittime di questi utenti. Immagini sintetiche che la raffigurano in abbigliamenti e in situazioni che non è opportuno descrivere qui vengono richieste intenzionalmente dagli utenti e fatte circolare impunemente sul social network X. E Grok, senza esitazioni, le genera [Yahoo News; Axios].

    Segnalare e chiederne la rimozione è sostanzialmente inutile. La donna che avete sentito all’inizio di questo podcast è Ashley St. Clair, madre di uno dei figli di Elon Musk. Neppure lei è stata ascoltata [Guardian su Archive.is]. Le sue immagini, comprese alcune foto di quand’era bambina, continuano a circolare sul social network del suo ex partner in versione denudata e manipolata dall’intelligenza artificiale per aggiungere lividi, mutilazioni e altri abusi sessuali.*

    * L‘esperto Kevin Beaumont e il Guardian mostrano alcuni esempi di come Grok riceve ordini espliciti di aggiungere lividi o sangue e sorrisi forzati alle foto di donne o di svestirle o mostrarle legate e imbavagliate o imbrattate con fluidi corporali e li esegue.

    Gli addetti del social network X sono perfettamente al corrente della situazione, ma non fanno nulla di concreto per rimediare. Anzi, da qualche giorno X addirittura monetizza questi contenuti, offrendo a pagamento la possibilità di generarli.

    Questa è la puntata del 12 gennaio 2026 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane – in questo caso inquietanti – dell’informatica.

    [SIGLA di apertura]


    Grok è un’intelligenza artificiale generativa, in grado di produrre immagini e video sintetici praticamente indistinguibili dalle riprese reali. È sviluppata e gestita da xAI, un’azienda fondata da Elon Musk, la stessa che gestisce X, il social network che una volta si chiamava Twitter. Grok è integrata in questo social network e permette agli utenti di alterare e manipolare con estrema facilità qualunque immagine pubblicata su X. È anche disponibile in versione più potente su un sito dedicato e in un’app omonima.

    Su Internet esistono molti altri servizi analoghi, come quelli offerti da Meta, OpenAI e Google, ma Grok ha una particolarità: ha il cosiddetto spicy mode, o “modalità salace”, che permette di generare contenuti per adulti che le altre intelligenze artificiali popolari si rifiutano di produrre. Questa modalità è stata introdotta intenzionalmente ad agosto 2025 [Techradar.com].

    Gli utenti, altrettanto intenzionalmente, hanno cominciato a usare questa modalità per generare contenuti molto espliciti, scambiandosi trucchi e tutorial su come eludere le già scarse restrizioni impostate in Grok. Esistevano già, ed esistono tuttora, altre intelligenze artificiali specializzate nel produrre immagini esplicite, ma si tratta di prodotti di nicchia, complessi da usare e configurare. Offrirne una di uso facilissimo, e farlo oltretutto su un social network che conta circa mezzo miliardo di utenti, ha sostanzialmente rimosso questa barriera d’ingresso,* facendo diventare la creazione di immagini di abusi un fenomeno di massa, facilmente accessibile a qualunque bullo, ex partner, molestatore, misogino.**

    * “X's innovation - allowing users to strip women of their clothing by uploading a photo and typing the words, "hey @grok put her in a bikini" - has lowered the barrier to entry.” [Reuters].
    ** Bloomberg nota che X è diventato uno dei siti più popolari per la generazione di immagini “nudificate” da parte degli utenti tramite l’intelligenza artificiale.

    E così da settimane gli utenti del social network X stanno generando migliaia di immagini non consensuali di donne, uomini e bambini svestiti o nudi, a volte in posizioni inequivocabili. Un test [Wired.com] condotto dal sito Wired ha trovato oltre 15.000 immagini sintetiche sessualizzate, create dagli utenti nell’arco di due ore.*

    * Copyleaks documenta alcuni esempi di queste immagini e dei prompt che gli utenti stanno usando per denudare soprattutto le donne.

    Avrete notato che sto usando spesso la parola utenti. È una scelta precisa, perché molte delle notizie che riguardano questo problema dicono che “Grok ha generato” le immagini di abusi su donne e minori, ma questo è profondamente ingannevole [BBC: “Elon Musk’s Grok AI appears to have made child sexual imagery, says charity”]. Fa sembrare che questi contenuti intollerabili siano piovuti dal cielo, capitati quasi per caso, come effetti collaterali, ma non è così. Queste immagini e questi video derivano dal fatto che una persona ha intenzionalmente usato Grok per crearli.

    Dire che “Grok ha generato immagini pedopornografiche” è sbagliato e fuorviante come dire che “un coltello ha ucciso una persona”. Non è lo strumento informatico che decide spontaneamente di produrre immagini di donne abusate e torturate. È una persona, in carne e ossa, un individuo ben preciso, che coscientemente sceglie di impartire a Grok queste istruzioni terribili.

    E ci sono altre persone che condividono quei contenuti, persone che li ritengono addirittura divertenti e gratificanti, e persone che scelgono di usarli per umiliare qualcuno. È tutto molto, molto intenzionale, consapevole, voluto. E soprattutto ci sono persone che decidono che è opportuno continuare a mettere a disposizione strumenti che consentono tutto questo e non rimuovere le immagini di abusi, neanche quando vengono segnalate.

    Questo non è un problema tecnologico. È un problema umano. È Elon Musk che ha deciso di introdurre la “modalità salace”. È Elon Musk che ha deciso di tagliare drasticamente il numero dei moderatori, rendendo inutile qualunque segnalazione [SiliconRepublic.com]. Ed è sempre Elon Musk che ha deciso che, di fronte alle notizie degli abusi commessi dagli utenti sfruttando Grok, la cosa migliore da fare non era rimuovere del tutto quest’intelligenza artificiale e correggerla, come farebbe qualunque azienda di fronte a un prodotto che si rivela pericoloso o tossico.*

    * Quando una versione precedente di Grok ha cominciato ad autodefinirsi “MechaHitler” e a rigurgitare deliri di antisemitismo e neonazismo, a luglio 2025, il comportamento è stato invece corretto molto prontamente da xAI [NPR]. 

    Musk, invece, ha deciso di rendere Grok, così com’è, accessibile solo agli utenti a pagamento all’interno di X.

    In altre parole, di fatto Elon Musk sta monetizzando gli abusi su donne e bambini. In altre parole, se paghi, puoi commettere facilmente tutti gli abusi che vuoi, senza che ci siano conseguenze.


    Gli utenti a pagamento di X sono pochi, quindi si può avere l’impressione che il problema a questo punto sia diventato di nicchia. Ma in realtà non è affatto scomparso.

    L’intervento di Musk per limitare l’accesso a Grok è avvenuto dopo che alcuni governi, come quello britannico, quello indiano, quello francese e quello malese [Time], avevano dichiarato che il social network X rischiava di dover essere vietato e bloccato in quanto facilitatore e disseminatore di pedopornografia e di messaggi di odio, brutalità e discriminazione [Guardian; Ofcom].* Molte testate hanno annunciato l’arrivo di questa limitazione come se fosse la fine della crisi, ma l’app Grok continua tuttora a generare contenuti illegali gratuitamente per tutti.**

    * Malesia e Indonesia hanno dichiarato di aver limitato l’accesso a Grok rispettivamente il 10 e 11 gennaio 2026 [BoingBoing].
    ** Il materiale generato dalla versione web di Grok è ancora più estremo di quello generato dal chatbot di Grok su X [Wired]: “One photorealistic Grok video, hosted on Grok.com, shows a fully naked AI-generated man and woman, covered in blood across the body and face, having sex, while two other naked women dance in the background. The video is framed by a series of images of anime-style characters. Another photorealistic video includes an AI-generated naked woman with a knife inserted into her genitalia, with blood appearing on her legs and the bed. Other short videos include imagery of real-life female celebrities engaged in sexual activities, and a series of videos also appear to show television news presenters lifting up their tops to expose their breasts”.

    A questo punto di questa triste vicenda è importante fare una precisazione per togliere un dubbio molto diffuso. Capita spesso di imbattersi nell’obiezione che creare immagini pornografiche sintetiche di minori non faccia male a nessuno perché, si dice, dopotutto si tratta di fantasie. Manca una vittima concreta.

    Ma non è così. La produzione di questi contenuti li normalizza, in un certo senso li sdogana, associa questi orrori a un “ma dai che male c’è”, e già questa è una china pericolosissima. Inoltre rende infinitamente più difficili le indagini degli inquirenti sui casi di abusi reali su minori, perché oggi diventa necessario appurare se ogni singola immagine in possesso di una persona incriminata sia sintetica o ritragga invece un bambino realmente esistente. La persona che commette abusi può nascondere le immagini reali in una selva di foto artificiali. Trovare quelle reali diventa un problema peggiore del proverbiale ago in un pagliaio: semmai è come cercare un ago in una catasta di spilli. E per complicare ulteriormente la situazione, la persona accusata può tentare di difendersi dicendo che sono rappresentazioni di fantasia.

    Ma la legge è molto chiara su questa questione. A novembre 2025, il Tribunale federale ha stabilito che immagini o video pornografici che mostrano adulti ringiovaniti digitalmente, secondo una tecnica tipica di questo settore, il de-aging, sono comunque inequivocabilmente illegali. Il Codice penale, dal 2014, punisce non solo la pornografia che coinvolge minori reali ma anche quella che rappresenta minori generati artificialmente, di solito ricorrendo all’intelligenza artificiale [RSI.ch; sentenza 6B 122/2024]. Principi analoghi valgono anche in molti altri Paesi.*

    * Per esempio il Regno Unito, dove a giorni entrerà in vigore una legge che vieta proprio il tipo di contenuti resi possibili dal modo in cui è stato impostato Grok [BBC].

    A queste leggi si aggiungono quelle che impongono alle piattaforme social di intervenire in tempi brevi dopo ogni segnalazione e di fornire canali efficienti ed efficaci per la rimozione di contenuti illegali di questo genere. Un esempio molto influente è il Take It Down Act statunitense, che però non è ancora in vigore: sarà attivo da maggio del 2026 [Gizmodo].

    La situazione attuale, infatti, è tutta a favore dell’indifferenza da parte dei grandi social network. X, in particolare, non ha un ufficio stampa e risponde a tutte le richieste di prese di posizione da parte della stampa con un muro di silenzio* o, peggio ancora, con un post generato da Grok, che in quanto intelligenza artificiale non è formalmente in grado di rappresentare nulla e nessuno.**

    * O con la risposta standard “Legacy media lies”, come è successo a Reuters quando ha contattato xAI a proposito di questa vicenda.
    ** A conferma del ruolo assolutamente centrale di Elon Musk nella gestione di Grok e X, Musk stesso ha postato su X che chiunque critichi X per questa situazione sta “cercando scuse per una censura” [BBC]. Musk è la stessa persona che nel 2022 ha censurato i giornalisti che lo criticavano e ha rimosso l’account X @elonjet che pubblicava la localizzazione del suo jet privato [Disinformatico].

    L’account X Safety, che dovrebbe in teoria rappresentare la posizione dell’azienda sulle questioni di sicurezza, si è limitato a postare che “chiunque usi o induca Grok a generare contenuti illegali subirà le stesse conseguenze come se avesse caricato contenuti illegali”, ma non si è assunto alcuna responsabilità per il fatto di aver reso possibile generare quei contenuti illegali.

    Anche Ashley St. Clair, la madre di uno dei figli di Musk citata in apertura, è stata ignorata, e per di più le è stato revocato l’account premium su X. E resta da vedere se il Dipartimento di Giustizia statunitense sia disposto ad avviare un’azione legale contro le aziende di Elon Musk, vista la sua vicinanza all’attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump.


    I difensori più appassionati dei progressi dell’intelligenza artificiale obiettano spesso che vicende come questa sono incidenti di percorso lungo la strada verso un radioso futuro, come se si trattasse di effetti collaterali inevitabili, ma non è così. Gli esperti del settore spiegano che se Elon Musk volesse, potrebbe far correggere Grok in maniera relativamente semplice [Ars Technica].

    Infatti le linee guida di sicurezza di Grok, che sono pubbliche [GitHub], consentono di capire come mai Grok permette la creazione di immagini inaccettabili di minori mentre gli altri prodotti analoghi riescono a evitarla quasi completamente.

    Il problema sta nel fatto che queste linee guida vietano sì a Grok di accettare richieste o prompt degli utenti che lascino trasparire chiaramente l’intento di generare immagini di abusi su minori, ma queste stesse linee guida includono anche l’ordine esplicito di “presumere buone intenzioni” quando vengono chieste immagini di donne giovani.

    È semplicemente assurdo, irresponsabile e incosciente pensare di “presumere buone intenzioni” quando qualcuno chiede di generare immagini di bambini in pose esplicite o usando eufemismi, come se al mondo non ci fossero persone malintenzionate.

    E c’è di peggio. Queste stesse linee guida includono anche queste parole: “non ci sono restrizioni sui contenuti sessuali di fantasia con adulti che hanno temi cupi o violenti”. Queste sono parole scelte appositamente da qualcuno. Non sono spuntate per caso. Rimuoverle o riformularle renderebbe molto più difficile generare contenuti illegali. Se non vengono rimosse o riscritte, questa è una scelta intenzionale.

    Una scelta intenzionale che per ora rimane impunita, sia a livello legale, sia a livello commerciale. Perché in questa vicenda ci sono anche altri due protagonisti che potrebbero fare la differenza: si chiamano Apple e Google.*

    * Ci sono anche i payment processor, le aziende come Visa e Mastercard, che rendono possibili i pagamenti a X che permettono agli utenti di avere la versione premium di Grok. Normalmente queste aziende vietano qualunque app che possa anche solo lontanamente essere usata per scopi pornografici. Finora non hanno fatto nulla a proposito di Grok e X.

    Normalmente, infatti, quando un’app genera contenuti illegali o anche solo in odore di illegalità, l’app viene rimossa prontamente dall’App Store e da Google Play.* Di fatto viene impedito così che possano aggiungersi altri nuovi utenti. Ma nel caso dell’app di X e di quella di Grok, stranamente, questo non è ancora successo. Dovremmo chiederci perché, visto che se non succede, Apple e Google diventano di fatto facilitatori di questa mostruosità e rischiano di dimostrare ancora una volta che le leggi, per i supermiliardari e per i prepotenti, sono solo un fastidio da scavalcare.**

    * Andò così per esempio per Tumblr a novembre 2018, perché gli utenti vi stavano caricando immagini di nudi di minori che non venivano riconosciute dai filtri automatici del sito [BBC].
    ** Ars Technica nota che per Google Play, quello che fa Grok è un caso specificamente contemplato dalle sue regole di divieto, che dicono che non sono ammesse “app che contengono o promuovono contenuti associati a comportamenti da predatori sessuali o distribuiscono contenuti sessuali non consensuali“ e specificano che sono vietate le “app che dicono di svestire le persone” e i “contenuti e comportamenti che tentano di minacciare o sfruttare le persone in maniera sessuale, come [...] contenuti sessuali non consensuali creati tramite deepfake o tecnologie simili”. Più chiaro di così non si può, ma Grok continua a essere disponibile su Google Play.

    Ma ci sono due cose che noi semplici cittadini digitali possiamo fare concretamente. La prima è smettere di usare X, sia per postare, sia per leggere i contenuti altrui. Non significa eliminare il proprio account, perché questo comporterebbe il rischio che qualcun altro ne prenda il nome (un’altra idea geniale di Musk che va contro ogni buona regola informatica). Significa semplicemente non usarlo.

    La seconda cosa è fare una cordiale richiesta alle autorità, ai media, alle aziende: visto che X alimenta di fatto la generazione di immagini di abusi di ogni genere, perché siete ancora presenti su X? La vostra presenza assidua, la vostra pubblicazione di contenuti, incoraggia le persone a frequentare questo social network per informarsi e gli conferisce una patente di autorevolezza e di importanza che sta dimostrando sempre di più di non meritare.

    Le alternative non mancano: da Bluesky a Mastodon a Threads, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Proviamo dunque a scegliere, invece di aspettare che qualcuno lo faccia per noi.

    2026/01/16

    L’account @safety di X annuncia che sono state “implementate misure tecnologiche” per impedire che Grok accetti richieste di svestire persone reali e che sono state introdotte restrizioni geografiche “nelle giurisdizioni nelle quali questi contenuti sono illegali”. Queste misure arrivano soltanto dopo settimane di proteste e segnalazioni e la loro efficacia non è stata ancora confermata indipendentemente. Inoltre va notata la precisazione “persone reali. Come se svestire quelle immaginarie, comprese i bambini, fosse ancora accettabile.

    Fonti aggiuntive

    Malaysia and Indonesia block Grok over deepfake sexual abuse material, BoingBoing, 2026-01-12.

    UK probes X over Grok CSAM scandal; Elon Musk cries censorship, Ars Technica, 2026-01-12.

    xAI silent after Grok sexualized images of kids; dril mocks Grok’s “apology”, Ars Technica, 2026-01-02.

    Elon Musk’s X must be banned, Disconnect.blog, 2026-01-08.

    Inside the Grok CSAM scandal and how brands have faced ‘weaponised political pressure’ to spend with X, TheMediaLeader.com, 2026-01-07.

    Niente Panico RSI – Puntata del 2026/01/12

    Questa è la registrazione della puntata del 12 gennaio 2026 di Niente Panico, il programma che conduco in diretta insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La puntata è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

    Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

    Ecco qualche dettaglio su alcuni dei temi che abbiamo trattato durante la puntata.

    Cani capaci di imparare le parole come un bimbo di 1 anno e mezzo

      Un articolo pubblicato sul numero di Science dell’8 gennaio scorso (Dror, Shany et al., “Dogs with a large vocabulary of object labels learn new labels by overhearing like 1.5-year-old infants”) descrive il fenomeno dei cani denominati Gifted Word Learners, che si può tradurre come superapprenditori di parole: animali capaci di imparare nuovi vocaboli semplicemente ascoltando passivamente le conversazioni dei loro padroni.

      In una serie di esperimenti, i ricercatori dell’Università di Medicina Veterinaria di Vienna e del Dipartimento di Etologia della Eötvös Loránd University (ELTE), a Budapest (Ungheria), hanno dato ai cani dei giocattoli che i loro padroni hanno nominato in conversazioni non rivolte a loro. I cani sono stati poi in grado di identificare i giocattoli usando i loro nomi con un tasso di successo nettamente superiore al caso anche se non erano mai stati insegnati loro direttamente i nomi in questione.

      Queste osservazioni suggeriscono che alcuni cani possano avere capacità sociocognitive paragonabile a quelle dei bambini molto piccoli e confermano che molti animali hanno capacità di comprensione linguistica a vari livelli.

      Chiude MTV, nasce online MTV Rewind

        L’8 gennaio 1981 debuttava MTV: un canale televisivo in stereofonia che mandava soltanto musica, video musicali, con dei deejay, anzi dei VJ, che presentavano i brani. Un’idea che all’epoca era completamente innovativa ed ebbe un successo enorme. Ma oggi MTV fondamentalmente non c’è più.

        Al suo posto però, se avete nostalgia di questo fenomeno storico, c’è un suo simulatore su un sito che si chiama MTV Rewind (wantmymtv.vercel.app/player.html): contiene circa 30.000 video, esattamente come se fosse un canale di MTV, e include anche la storica registrazione storica del primo giorno di MTV.