1:42. Sto usando un plug-in a pagamento (quello di Siteskyline.com) per copiare qui su Attivissimo.me tutti i contenuti di Disinformatico.info (che sta in hosting su Blogger.com). Si tratta di quasi novemila articoli, che rappresentano una ventina d’anni di lavoro fino a ottobre 2024, e vorrei riunirli tutti sotto lo stesso tetto (o server).
Alcuni lettori mi segnalano che stanno ricevendo via mail una raffica di notifiche per via dell’aggiunta di tutti quei vecchi post a questo blog. Purtroppo non posso farci niente. Ho fatto partire l’importazione di notte nella speranza di evitare fastidi, ma mi sa che non ho tenuto conto di tutte le maniere che usate per seguirmi! In ogni caso passerà tutto entro qualche ora.
9:10. Importazione terminata! C’è qualcosina da sistemare, ma il grosso sembra che funzioni. So che sono andate perse alcune immagini, che però mancano anche negli originali perché erano embeddate e la loro fonte non esiste più o ha cambiato URL.
Cosa cambia in concreto
Non molto. Non ho intenzione di cancellare il vecchio blog su Blogger. Questa importazione genera una copia degli articoli, ma non elimina gli originali, che restano consultabili. Ho fatto questo lavoro di importazione principalmente per poter cercare rapidamente nei miei articoli passati. Anche per voi, adesso è più facile trovare qualche cretinata che ho scritto: è tutto cercabile in un’unica casella di ricerca qui su Attivissimo.me.
Purtroppo non riesco a importare i commenti da Disqus associandoli ai rispettivi articoli, per cui la copia qui su WordPress è priva di commenti.
Gli articoli sono stati importati con la loro data di pubblicazione originale e con le loro etichette di categoria. Contengono parecchi “a capo” di troppo: li sistemerò man mano, quando posso. Se notate qualche cosa che non va a parte questo problema degli “a capo”, segnalatemela nei commenti.
Mi mancano il tempo e le risorse tecniche per aggiungere a ciascun vecchio articolo copiato qui su WordPress un link che porti all’originale, ma se metterò mano a qualche articolo per sistemarlo lo aggiungerò.
5 febbraio 1971, venerdì. Ore 00:39 italiane. A Houston le lancette dell’orologio segnano le 17:39 di giovedì 4 febbraio. Da alcune ore il panorama del deserto lunare scorre sotto gli occhi dei tre uomini di Apollo 14. È la voce del pilota del modulo di comando Stuart Roosa a spezzare il silenzio nella sala del Centro di controllo a terra: “Buongiorno Houston, qui Apollo 14”.
“Buonasera 14, qui Houston”, risponde Bruce McCandless, in quel momento il “Capcom” di turno, cioè l’astronauta addetto alle comunicazioni.
“Come e quanto avete dormito?”. Risponde ancora Roosa: “Benissimo Bruce. Al (Shepard), sei ore di sonno, Ed (Mitchell), sei ore ed io sei ore”. “Ok. Registriamo, sei ore di riposo ciascuno, bene”, risponde McCandless.
Dopo aver consumato una ricca e sostanziosa colazione, i tre astronauti danno inizio alle ultime complesse operazioni di controllo che precedono il distacco del modulo lunare “Antares” dalla navicella madre “Kitty Hawk”. Dopo aver pressurizzato il Lem, alle 03:23 ora italiana, Shepard e Mitchell entrano a bordo del veicolo. L’unica preoccupazione ora, per i tre astronauti e per i controllori a terra, è se il sistema di attracco, che ha causato problemi durante le prime fasi del volo verso la Luna, si comporterà regolarmente durante il rilascio tra i due veicoli.
Dopo aver ricontrollato minuziosamente, in continuo contatto radio con la Terra, tutte le delicate apparecchiature del Lem e chiuso il boccaporto di comunicazione tra “Antares” e “Kitty Hawk”, i due prossimi “pedoni lunari” danno l’arrivederci via radio a Roosa. A 103 ore e quarantasette minuti dal “lift off” da Cape Kennedy, tra le due navicelle avviene la separazione. In Italia sono le 05:50 del mattino, le 22:50 a Houston.
Sulla Terra arriva tranquilla, da più di 380.000 km di distanza, la voce del pilota del modulo di comando: “Ok Houston, il distacco è avvenuto regolarmente”. Ora per Alan Shepard e Edgar Mitchell, alla guida del più straordinario, delicato (e buffo per certi versi) veicolo costruito dall’uomo, destinato a volare solamente nello spazio, non resta che attendere da terra il “Go for landing”, il via libera per l’atterraggio sulla Luna.
Il modulo lunare “Antares” con Shepard e Mitchell a bordo, fotografato da Roosa mentre si allontana dal modulo di comando preparandosi per la discesa.
La Terra sorge all’orizzonte lunare, vista attraverso uno dei finestrini del Modulo Lunare “Antares” poco dopo il distacco dal Modulo di Comando “Kitty Hawk”.
Le ultime fasi prima dell’allunaggio sono ricche di tensione e di emozione: mentre Shepard e Mitchell stanno ultimando gli ultimi controlli prima dell’accensione del razzo frenante del modulo di discesa di “Antares”, inizia improvvisamente a lampeggiare la spia rossa che segnala l’”Abort Command”, rischiando su comando del computer di fare annullare la discesa e rilanciare automaticamente in orbita lunare il Lem.
Dopo due interminabili ore di discussioni e di analisi, la NASA e la squadra di progettisti del software del Massachusetts Institute of Technology, capitanati da Donald Eyles, che hanno preparato i programmi per il calcolatore, trovano la soluzione: riprogrammare il sofware facendo credere al computer di bordo che l’interruzione della discesa sia già avvenuta, ignorando così altri segnali di allarme eventualmente in arrivo.
Poiché tutto è tornato in ordine, finalmente giunge il momento per l’accensione del razzo frenante di discesa di ”Antares”. Ma ecco un secondo inconveniente: durante la discesa il radar di atterraggio del Lem non riesce ad agganciare automaticamente la superficie lunare, privando il computer di navigazione delle importanti informazioni riguardanti l’altitudine e la velocità di discesa. C’è un nuovo rischio di “abort” della missione.
Solo azionando manualmente l’interruttore si riesce a convincere il radar a riprendere a funzionare regolarmente. Ora, con tutti gli strumenti operativi, Alan Shepard può assumere manualmente la guida del Lem mentre il pilota del modulo lunare Mitchell controlla e trasmette al comandante di Apollo 14 i dati relativi alla quota e alla velocità di discesa.
Nella raffigurazione artistica il modulo lunare “Antares” proco prima di toccare il suolo lunare.
5 febbraio 1971, venerdì. Ore 10:18 ora italiana. A 108 ore, quindici minuti, nove secondi dall’inizio della sesta avventura umana verso la Luna, il modulo lunare “Antares” si posa con le sue quattro zampe sulla polverosa superficie nella zona di Fra Mauro, con un minuto e dodici secondi di ritardo sul piano di volo ma con il maggior avvicinamento al luogo previsto dello sbarco rispetto alle precedenti missioni di Apollo 11 e 12.
A Houston è piena notte, le lancette dell’orologio segnano le 03:18, ma l’emozione al Centro di Controllo a terra e in tutti gli Stati Uniti è comunque enorme. Il fallimento di “Apollo 13”, nell’aprile dell’anno precedente, ha fatto convergere su questa missione l’attenzione di tutto il mondo, creando un clima di suspense e anche di polemiche.
Con il felice allunaggio di Shepard e Mitchell tutte le incertezze, tutti i dubbi di fronte a questo successo sono scomparsi. A bordo del modulo lunare, dopo essersi complimentati a vicenda, per i due astronauti non c’è tempo per festeggiare: subito dopo l’allunaggio procedono ad un controllo di tutte le apparecchiature di “Antares” e a preparare il loro veicolo in caso di partenza anticipata.
Poi, in collegamento radio con la Terra, ha inizio una prima descrizione del panorama nella zona dell’atterraggio, visto attraverso i finestrini del Lem. “Il cratere Cone è impressionante, ma non mi sembra difficile da scalare. Qui intorno vi sono meno massi di quanto mi aspettavo”, dice Shepard. Poi è la volta di Mitchell: “La doppietta di crateri davanti a me e che vedremo con la seconda attività extraveicolare è molto pronunciata, crea il limite dell’orizzonte lunare con il cielo nero”.
Le prime foto della zona di Fra Mauro dove è atterrato il modulo lunare “Antares”.
5 febbraio 1971, venerdì. Ore 14: italiane. I due astronauti, dopo aver esaminato minuziosamente il modulo lunare e trovato tutto in perfetto ordine, indossano gli speciali indumenti per l’attività extraveicolare e scoprono d’improvviso che la trasmittente di Shepard non riesce a comunicare con Houston.
Il problema non è grave, perché i due astronauti possono ugualmente comunicare tra di loro con un’altra radio, e Mitchell potrebbe tenere i collegamenti con il Centro di Controllo a terra grazie al suo apparecchio. Ma il direttore del programma Apollo, Rocco Petrone, cognome di chiare origini italiane, non intende correre nessun rischio. Per trenta minuti i due astronauti trafficano intorno allo scafandro di Shepard, finché non riescono a risolvere con successo il problema.
Finalmente, alle 15:42 italiane, con cinquanta minuti di ritardo sull’orario previsto, si apre il portello del modulo lunare. Alle 15:53, Alan Shepard scende lungo la scaletta del LEM e accende la telecamera posizionata in uno scomparto dello stadio di discesa di “Antares”: ha inizio la diretta TV della prima escursione sul suolo di Fra Mauro. Tutti i Paesi collegati possono assistere in diretta al “ritorno” dell’esplorazione umana del Satellite naturale della Terra da 400.000 km di distanza.
Un minuto dopo, alle 15:54, il comandante di Apollo 14 tocca con i suoi voluminosi scarponi il suolo selenico, quinto uomo e quinto cittadino degli Stati Uniti ad esplorare un corpo celeste al di fuori del nostro pianeta. Sono trascorse 113 ore e cinquantuno minuti dall’inizio della missione. Le prime parole di Shepard una volta disceso i nove pioli della scaletta sono queste: “Al (Alan) è arrivato. La strada è stata lunga, ma siamo arrivati”.
Il quinto pedone lunare della storia ha appena disceso la scaletta di “Antares” nell’immagine trasmessa in diretta televisiva da 400.000 km di distanza.
Quattro minuti dopo Shepard anche Edgar Mitchell è sulla Luna. A questo punto i due astronauti danno inizio alla prima attività extra-veicolare, che li terrà impegnati per quasi cinque ore.
I due esploratori raccolgono i primi campioni lunari cosiddetti di “emergenza”, nel caso vi sia una partenza anticipata, dispiegano la grande antenna a forma di ombrello per le comunicazioni e la bandiera degli Stati Uniti (la terza a garrire, grazie a delle aste metalliche, sulla superficie lunare) oltre a un foglio di alluminio per la cattura di particelle del vento solare.
Shepard e Mitchell dedicano gran parte della loro prima attività all’installazione della seconda stazione ALSEP (Apollo Lunar Surface Experiments Package), una serie di strumenti scientifici utili a trasmettere a terra dati sull’ambiente interno ed esterno del Satellite naturale della Terra. La prima era stata collocata da Apollo 12 nel novembre 1969. Montano anche il MET (Modular Equipment Transporter), un piccolo veicolo a due ruote studiato per essere trainato da loro sulla Luna e permettere di caricare con sé strumenti, attrezzature e campioni, senza la necessità di portarli personalmente.
5 febbraio 1971, venerdì. Ore 20:20 italiane. La prima intensa attività di Shepard e Mitchell nella regione di Fra Mauro termina quando in Italia sono le 20:22, dopo quattro ore e 48 minuti dall’uscita dal Lem.
I primi passi di Shepard sulla Luna fotografati da Mitchell ancora a bordo di “Antares”.
Il saluto alla bandiera degli Stati Uniti da parte del comandante di Apollo 14 Shepard.
Il Lem “Antares” atterrato con precisione nella zona di Fra Mauro con una pendenza di otto gradi.
La prima pagina de “Il Corriere della Sera” di sabato 6 febbraio 1971 sulla prima attività sulla Luna di Shepard e Mitchell.
La prima pagina del quotidiano “La Stampa” di sabato 6 febbraio 1971.
1 febbraio 1971, lunedì. Ore 9:03 italiane. Dopo la “suspense” delle ore precedenti, dovuto al mancato aggancio per ben cinque volte tra “Kitty Hawk” e “Antares”, alla NASA c’è di nuovo fiducia nel proseguimento della missione Apollo 14.
Continua però a rimanere tra i tecnici a terra una certa preoccupazione per il funzionamento della sonda di aggancio nel prosieguo del volo verso il Satellite naturale della Terra. Cosa succederebbe se il problema da poco superato si dovesse ripresentare anche in orbita lunare, al momento del ricongiungimento tra il modulo di comando e la parte superiore del modulo lunare, al termine delle due esplorazioni in programma sulla superficie selenica?
Una possibile soluzione pensata a Houston è far rientrare Shepard e Mitchell nel modulo di comando, con tutto il materiale raccolto nelle colline di Fra Mauro, tramite un’attività extraveicolare, uscendo dal Lem “Antares” ed entrando attraverso il portellone laterale del modulo di comando.
Alle 9:03 ora italiana, a undici ore esatte dal momento in cui Shepard, Roosa e Mitchell hanno lasciato il pianeta Terra, viene di nuovo accesa la telecamera a colori a bordo del modulo di comando: il comandante di Apollo 14, Shepard, ha l’occasione di mostrare ai telespettatori, collegati attraverso le varie televisioni di tutto il mondo, e ai tecnici di controllo a terra le condizioni della sonda di aggancio, che per la prima volta nella storia del programma lunare Apollo ha dato seri problemi in una delle fasi più delicate all’interno di una missione.
Nel corso del collegamento, che dura un’ora e quindici minuti, Shepard mostra in dettaglio la sonda, ma non trova alcuna anomalia nei dodici agganci principali. Questo avvalora sempre di più l’ipotesi, formulata a terra, che i mancati agganci ripetuti tra “Kitty Hawk” e “Antares” siano stati causati da acqua caduta con la pioggia e poi ghiacciatasi durante l’ascesa nell’atmosfera, al momento del lancio, all’interno del meccanismo.
A parte questo fastidioso problema nel congegno di attracco, a bordo dell’Apollo tutto funziona regolarmente: la prima correzione di rotta prevista dal piano di volo viene annullata perché non ritenuta necessaria. Alle 13:50 ora italiana, quando l’astronave si trova a circa 136.000 chilometri dalla Terra e dopo una lunga giornata piena di emozioni e dopo aver consumato un breve pasto, Shepard, Mitchell e Roosa possono finalmente usufruire del turno di riposo, che prevede dieci ore di sonno.
Nella foto su pellicola, la sonda d’attracco, rimossa dalla sua posizione originale.
In questo disegno, tratto da “Il Corriere della Sera”, il meccanismo di aggancio tra il modulo di comando e il modulo lunare.
2 febbraio 1971, martedì.Ore 00:00 italiane. In Texas sono le cinque del pomeriggio di lunedì 1; dal Centro di Controllo di Houston viene data la sveglia ai tre astronauti. Dopo essersi sbarbati e lavati i denti, Alan Shepard, Edgar Mitchell e Stuart Roosa sono in ottima forma e pronti a proseguire in questa sesta fantastica trasvolata umana della storia verso il Satellite naturale della Terra, questa volta con obiettivo finale la zona di Fra Mauro.
Alle 4:39 ora italiana, le 21:39 a Houston, viene acceso per undici secondi il motore principale del modulo di servizio, l’SPS, per la prima correzione di rotta. Aumentando la velocità di 79 chilometri orari e indirizzando il complesso spaziale nella giusta traiettoria verso la Luna, viene recuperato il ritardo di quaranta minuti, accumulato a causa della ritardata partenza da Cape Kennedy.
Il programma della seconda giornata nel cosmo per i tre uomini di Apollo 14 prevede un nuovo accurato esame del meccanismo di aggancio, che ha dato tanto da fare nella manovra di “docking”, ed un controllo completo di tutti gli strumenti del modulo di comando, a cui seguirà uno studio delle stelle grazie al telescopio e al sestante presenti a bordo della navicella.
La prima pagina de “Il Corriere della Sera” del 2 febbraio 1971.
Anche sulla prima pagina de “Il Resto del Carlino” del 2 febbraio 1971 spicca in prima pagina il “GO” per il proseguimento della missione verso la Luna di Shepard, Mitchell e Roosa.
La prima pagina del quotidiano con uscita pomeridiana “La Notte”.
3 febbraio 1971, mercoledì. Ore 09:53 italiane. Sono trascorse cinquanta ore e 53 minuti da quando Shepard, Mitchell e Roosa hanno dato l’arrivederci al loro pianeta natale. Apollo 14 si trova a circa 298.000 chilometri dalla Terra.
Dopo essersi svegliati e aver consumato la colazione, i tre astronauti sono pronti ad affrontare la loro terza giornata nello spazio, dedicata principalmente alla prima ispezione del Modulo Lunare “Antares”. Alle 09:53 italiane, le 02:53 di Houston, ha inizio la pressurizzazione del Lem.
Alle 10:08, sempre ora italiana, viene accesa la telecamera a colori a bordo dell’Apollo: è la seconda trasmissione televisiva trasmessa in diretta dall’astronave. Dopo aver inquadrato l’interno della cabina e la Luna che si presenta illuminata al primo quarto, Shepard e Mitchell aprono il portello che separa le due astronavi ed entrano all’interno del modulo Lunare “Antares”: è importante analizzare lo stato del veicolo che sarà per loro come una casa nei due giorni che trascorreranno sulla superficie lunare.
“Lo scopodi questa prima escursione nel Lem”, spiega il comandante Shepard ai telespettatori americani davanti ai teleschermi e ai tecnici della base di Houston, “è controllare tutti gli strumenti di bordo e fare un po’ di pulizia, in modo che quando entreremo su “Antares” prima della discesa, ci saranno meno cose da fare”.
Alle 10:45 italiane il collegamento televisivo termina. Shepard e Mitchell restano comunque all’interno del Lem per un’altra ora e mezza, poi alle 12:23 rientrano a bordo di “Kitty Hawk”. Quando in Italia le lancette dell’orologio segnano le 16:42 e l’equipaggio ha da poco iniziato il previsto periodo di riposo, il Centro di controllo di Houston comunica che “Apollo 14 è entrato nella zona d’influenza della sfera lunare a 66 ore, 49 minuti e quattro secondi dal momento del lancio. I nostri display ora qui, al Controllo missione, non segnalano più la lontananza dalla Terra, ma la distanza che li separa ora dalla Luna. Apollo 14 è ora a 61.490 chilometri di distanza dalla Luna e viaggia alla velocità di 1.008 metri al secondo. Prosegue la modalità di controllo termico passivo. Il complesso spaziale ruota su se stesso alla velocità di tre rivoluzioni ogni ora: una rivoluzione ogni venti minuti. Continuiamo a monitorare anche il percorso del terzo stadio del Saturn, S-IVB, che impatterà sulla Luna con un ritardo di quaranta minuti rispetto ai piano di volo nelle prime ore di domani ora di Houston”.
Tutto sta andando per il meglio da quando Shepard, Mitchell e Roosa hanno superato i problemi iniziati dopo il distacco dall’orbita terrestre con il mancato aggancio, per ben cinque volte, tra “Kitty Hawk” e “Antares”. Ma poco dopo le otto della sera ora italiana, mentre i tre stanno riposando, un improvviso allarme mette di nuovo in tensione i tecnici del Centro di controllo: una delle batterie del modulo lunare, la numero 5, presenta una perdita di tensione. A Houston, su richiesta del direttore del volo, si decide di non svegliare l’equipaggio. Solamente al termine del loro turno di riposo verrà chiesto a Shepard e a Mitchell di tornare all’interno di “Antares” per controllare l’efficienza della batteria, indispensabile per il ritorno in orbita lunare al termine delle due esplorazioni nella zona di Fra Mauro.
4 febbraio 1971, giovedì. Ore 01:09 italiane. In Texas, al Centro di Controllo di Houston, è ancora la sera di mercoledì 3. Shepard, Roosa e Mitchell vengono svegliati dopo aver effettuato il loro ultimo turno di riposo prima dell’ingresso in orbita lunare.
Dopo aver consumato una rapida colazione ed effettuato una leggera correzione di rotta con una breve accensione del potente motore del modulo di servizio (SPS), il comandante e il pilota del modulo lunare, su consiglio dei tecnici di Houston, riaprono il portello che li separa dal Lem e vi entrano all’interno per controllare l’efficienza delle batterie di “Antares”, in particolare la numero 5, che nelle scorse ore presentava una anomalia di tensione. Dopo aver effettuato i più accurati controlli, Mitchell rassicura i tecnici del Centro di controllo: “Houston, la batteria tiene perfettamente, non c’è nulla che possa impensierirci”.
Alle 07:36 ora italiana, da terra arriva agli astronauti l’autorizzazione ad iniziare le manovre necessarie per l’inserimento in un’orbita ellittica intorno alla Luna. A 81 ore, 46 minuti e 40 secondi dal distacco dalla rampa di lancio 39-A, il complesso spaziale scompare dietro il satellite naturale della Terra. In Italia sono le 07:49, a Houston mancano undici minuti all’una di notte.
Alle 07:59 viene acceso per sei minuti l’SPS per porre l’Apollo, con il suo prezioso carico umano, nella giusta orbita intorno a Selene. Per circa trenta minuti i collegamenti radio con la base sono interrotti. E’ il momento più emozionante in questa prima fase della missione che vede come protagonisti un veterano (Shepard) e i due “novellini” (Mitchell e Roosa).
“Diavolo ragazzi, è davvero un posto selvaggio! Un vero spettacolo! Tutto è chiaro, qui non c’è nessuna atmosfera”. La voce del comandante della quarta spedizione lunare della storia risuona nitida alle 08:20 ora italiana al Centro di controllo di Houston, dopo 32 minuti di interruzione nelle comunicazioni tra l’astronave e la Terra. La manovra è dunque perfettamente riuscita.
Subito dopo l’avvenuta conferma dell’ingresso in orbita, i tre astronauti descrivono il paesaggio che scorre sotto i loro occhi. Mitchell dice: “Non ci crederete ragazzi, ma guardiamo in giù e sembra di guardare una mappa geografica. Non ho mai visto un luogo più spoglio!”. Roosa aggiunge: “Abbiamo scelto il giorno più adatto per arrivare quassù, non c’è foschia. Sono sorpreso per i particolari che riesco a scorgere. Si vedono molti piccoli crateri nella zona del cratere Cartesio. Possiamo vedere limpido fino all’orizzonte”.
Conclude Shepard: “I colori predominanti sono il grigio e il marrone, è davvero qualcosa da vedere ragazzi”. C’è grande entusiasmo tra i tre astronauti a bordo del Modulo di Comando “Kitty Hawk” e negli uomini che stanno seguendo il grande viaggio a 384.000 chilometri di distanza.
Alle 08:40 ora italiana giunge anche la notizia dell’arrivo sul suolo lunare del terzo stadio del Saturn V. L’S-IVB si è schiantato a 200 chilometri circa a sud-ovest nell’Oceano delle Tempeste, scavando un cratere, secondo i dati ricevuti a terra grazie al sismometro installato durante la missione di Apollo 12, di circa una decina di metri.
L’indomani, venerdì 5 febbraio 1971, Shepard e Mitchell entreranno a bordo del Modulo Lunare e dopo essersi distaccati dal modulo di comando, dove rimarrà il solo Roosa, cercheranno un punto nella zona prestabilita di Fra Mauro dove poter allunare ed iniziare la doppia esplorazione, pianificata in due giorni, di una regione definita dai selenologi tra le più interessanti per scoprire l’origine della Luna e forse dell’intero Sistema Solare.
Il piano di volo prevede l’arrivo di “Antares” sulla superficie lunare per le 10:14 ora italiana; la discesa di Shepard dalla scaletta, come quinto uomo nella storia a camminare sulle desolate lande lunari, è prevista per le 14:53.
Il giorno del “ritorno sulla Luna” con Apollo 14 nella prima pagina del quotidiano “L’Avvenire” in edicola il mattino del 5 febbraio 1971.
Una ricerca pubblicata nel 2011 sul Journal of Pain (Richard Stephens e Claudia Umland, Swearing as a response to pain – Effect of daily swearing frequency.The Journal of Pain. Bish 12.12 (2011): 1274–1281) ha dimostrato che l’uso di parolacce può davvero produrre un efficace sollievo dal dolore a breve termine e che l’effetto è molto maggiore per le persone che non utilizzano parolacce regolarmente nella vita quotidiana.
Uno studio successivo pubblicato nel 2020 su Frontiers in Psychology (Richard Stephens e Olly Robertson, Swearing as a Response to Pain: Assessing Hypoalgesic Effects of Novel “Swear” Words. Front. Psychol., 30 April 2020 – Sec. Health Psychology – Volume 11 – 2020 indica inoltre che l’uso di parolacce convenzionali può aumentare la tolleranza al dolore del 33% rispetto all’uso di un linguaggio alternativo di parolacce inventate.
Stephens, docente senior di psicologia, e il ricercatore di dottorato Olly Robertson hanno condotto dei test per verificare se ripetere le parolacce fittizie twizpipe e fouch potesse essere efficace quanto pronunciare parolacce tradizionali nell’aiutare a tollerare il dolore.
La ricerca, finanziata da Nurofen, ha comportato la misurazione della soglia del dolore di 92 partecipanti che hanno tenuto le mani in un bagno di ghiaccio. La soglia del dolore è stata misurata cronometrando il tempo necessario per iniziare a sentire dolore, mentre la tolleranza al dolore è stata determinata dal tempo per il quale i partecipanti sono stati in grado di tenere le mani nell’acqua gelida.
Ogni partecipante ha affrontato la sfida quattro volte, ripetendo una delle parole di prova durante ogni tentativo. L’ordine delle parole era casuale, per evitare qualsiasi possibilità di distorsione dei risultati.
Lo studio ha scoperto che, sebbene pronunciare twizpipe e fouch provocasse reazioni emotive e umoristiche, queste parole avevano un impatto minimo nell’aiutare a sopportare il dolore, rispetto all’uso delle tradizionali parolacce che inducono analgesia da stress e aumentano la tolleranza al dolore del 33%.
Una foto d’epoca mostra il socio di Baird, Oliver Hutchinson, come lo presentava il “televisore”. È la prima foto mai scattata a un’immagine televisiva.
Quasi esattamente un secolo fa, il 28 gennaio 1926, il Times di Londra annunciava a pagina 9 la presentazione del cosiddetto “televisore” (televisor in originale) alla comunità scientifica.
“Alcuni membri della Royal Institution e altre persone che hanno visitato un laboratorio situato in una stanza ai piani alti di Frith Street, a Soho, hanno assistito a una dimostrazione dell’apparecchio inventato dal signor J.L. Baird, il quale sostiene di aver risolto il problema della televisione. È stata loro mostrata una macchina trasmittente, costituita da un grande disco rotante in legno contenente delle lenti, dietro il quale si trovavano un otturatore rotante e una cellula fotosensibile. È stato spiegato che grazie all’otturatore e al disco con le lenti era possibile far passare ad alta velocità davanti alla cellula fotosensibile l’immagine di oggetti o persone poste davanti alla macchina. La corrente nella cellula varia in proporzione alla luce che la colpisce e questa corrente variabile viene trasmessa a un ricevitore, dove comanda una luce situata dietro un dispositivo ottico simile a quello posto all’estremità trasmittente. In questo modo, un punto luminoso percorre uno schermo di vetro smerigliato. La luce è fioca nelle ombre e brillante nelle zone luminose e percorre lo schermo così rapidamente che l’immagine intera appare simultaneamente all’occhio.”
“Ai fini della dimostrazione, la testa di un pupazzo da ventriloquo è stata manipolata come immagine da trasmettere, sebbene sia stato riprodotto anche il volto umano. Prima su un ricevitore nella stessa stanza del trasmettitore e poi su un ricevitore portatile in un’altra stanza, ai visitatori è stata mostrata una ricezione riconoscibile dei movimenti della testa del pupazzo e di una persona che parlava. L’immagine trasmessa era fioca e spesso sfocata, ma ha confermato l’affermazione secondo la quale attraverso il “Televisor”, come il signor Baird ha chiamato il suo apparecchio, è possibile trasmettere e riprodurre istantaneamente i dettagli del movimento e aspetti quali l’espressività del volto.”
“Resta da vedere fino a che punto gli ulteriori sviluppi porteranno il sistema del signor Baird verso un uso pratico. Egli ha a quanto pare superato i precedenti insuccessi nella costruzione di celle fotosensibili in grado di funzionare alla grande velocità richiesta, e ora che ha ottenuto il sostegno finanziario per il suo lavoro sarà in grado di migliorare e perfezionare il suo apparecchio. È stata presentata una richiesta al Ministro delle Poste per ottenere una licenza di trasmissione sperimentale e a breve potrebbero essere effettuate delle prove con il sistema da un edificio in St. Martin’s Lane.”
Nel 1980 il programma britannico Tomorrow’s World ricostruì una versione funzionante del televisore di Baird, un capolavoro di tecnologia steampunk.
Trascrivo il testo del servizio (più avanti trovate la mia traduzione):
About 50 years ago, a new gadget came on the market, the repercussions of which have affected almost everybody. Happily though, those of us who now work in the industry it helped to found no longer have to go through all this rigmarole every time we go to work. That gadget was a television set, and half a century ago it demanded that those who appeared on it got properly made up. And that meant blue lips and lots of white face powder.
One of the pioneers of television was a Scotsman, John Logie Baird, and back in the 20s, using rather crude apparatus, he succeeded in transmitting pictures over short distances. By 1930, “televisors”, as they were called, were on sale to the general public for about £26.
The picture was actually viewed down here, through a magnifying glass; and behind it, a screen about the size of a matchbox.
Next week, London Science Museum will open an exhibition covering 50 years of television and broadcasting. And we thought it appropriate for Tomorrow’s World to remember the Scotsman who made it all possible, by trying to transmit for the first time in 45 years a Baird-type television picture. And we’re going to do it on a lovingly recreated Baird system.
Now, his picture quality wasn’t very good by today’s standards, which is why I’m wearing all this makeup. Baird’s picture was made up of 30 lines scanned vertically. And he did this with a beam of light and a rotating drum of mirrors, 30 mirrors in all. The performer sits in front of the mirrors, with the light beam scanning him. Two photocells then pick up the reflected light from his face and the signals are fed down a series of cables to a transmitter and on to the receiver, which contains a neon bulb.
Just in front is a metal disc, a spinning disc, and in it are thirty tiny holes, too small to see as it goes round. But as it spins, it should be possible to see the image of the performer looking through these holes, just level with a neon tube.
Incidentally, early television pictures were not black and white at all. They were pink, because of the color of the neon light. And what’s more, they’re so dim that our studio cameras are just not sensitive enough to do the job for us.
So, by way of contrast, perhaps, we’re using a piece of tomorrow’s world to look at the Baird image. It’s a new surveillance camera so sensitive that it can almost see in the dark.
So, that’s the setup. Let’s now try and make a television picture in the way they did it in the late 20s and early 30s. And I must say, first of all, it is the most peculiar experience sitting here with a light scanning your face 30 times a second. I suspect anybody suffering from epilepsy wouldn’t be able to tolerate this for very long.
Now, we have to do this in almost total darkness because the cells are extremely sensitive. So, let’s put all the studio lights out, switch on the Baird system, and up it comes. I center myself in the screen. Perhaps for the first time in 45 years, over the air, a picture of a television performer, yes, it’s me, on the Baird system.
And if you would like to know what it felt like to be a television star of the early 30s, well, you can try this for yourself if you visit the science museum in South Kensington when the exhibition opens. But I think you’ll have to bring your own dicky bow if you want to do the job properly. So, there it is. A little bit of history recreated on Tomorrow’s World. And until next week, from all of us in the studio, good night.
Traduzione:
Circa 50 anni fa fu introdotto sul mercato un nuovo dispositivo, le cui ripercussioni hanno influenzato quasi tutti. Fortunatamente, quelli di noi che ora lavorano nel settore che ha contribuito a fondare non devono più affrontare tutte queste complicazioni ogni volta che si recano al lavoro. Quel dispositivo era un televisore, e mezzo secolo fa richiedeva che coloro che apparivano sullo schermo fossero adeguatamente truccati. Questo voleva dire labbra blu e una notevole quantità di cipria bianca.
Uno dei pionieri della televisione fu uno scozzese, John Logie Baird, che negli anni 20 del Novecento, utilizzando apparecchiature piuttosto rudimentali, riuscì a trasmettere immagini su brevi distanze. Già nel 1930 i “televisori”, come venivano chiamati, erano in vendita al pubblico a circa 26 sterline.
L’immagine veniva in realtà visualizzata qui sotto, attraverso una lente d’ingrandimento, e dietro di essa c’era uno schermo delle dimensioni di una scatola di fiammiferi.
La prossima settimana, il Museo della Scienza di Londra inaugurerà una mostra che ripercorre 50 anni di televisione e trasmissioni televisive. Abbiamo ritenuto opportuno che Tomorrow’s World ricordasse lo scozzese che rese possibile tutto questo cercando di trasmettere per la prima volta in 45 anni un’immagine televisiva di tipo Baird. Lo faremo utilizzando un sistema Baird ricreato con cura.
La qualità dell’immagine non era molto buona per gli standard odierni, ed è per questo indosso tutto questo trucco. L’immagine di Baird era composta da 30 linee scansionate verticalmente. Lo faceva utilizzando un raggio di luce e un tamburo rotante dotato di specchi, 30 specchi in tutto. L’artista si siede davanti agli specchi, con il raggio di luce che lo scansiona. Due fotocellule captano la luce riflessa dal suo viso e i segnali vengono trasmessi attraverso una serie di cavi a un trasmettitore e poi al ricevitore, che contiene una lampada al neon.
Proprio davanti c’è un disco di metallo, un disco rotante, e al suo interno ci sono trenta piccoli fori, troppo piccoli per essere visti mentre gira. Tuttavia, mentre gira, dovrebbe essere possibile vedere l’immagine dell’artista guardando attraverso questi fori, proprio all’altezza di un tubo al neon.
Fra l’altro, le prime immagini televisive non erano affatto in bianco e nero. Erano rosa, a causa del colore della lampada al neon. Inoltre sono così fioche che le nostre telecamere da studio non sono abbastanza sensibili per svolgere il loro compito.
Quindi, per contrasto forse, stiamo utilizzando un pezzo del mondo di domani per guardare l’immagine di Baird. Si tratta di una nuova telecamera di sorveglianza così sensibile da poter quasi vedere al buio.
Quindi questa è la configurazione. Proviamo ora a realizzare un’immagine televisiva come si faceva alla fine degli anni ’20 e all’inizio degli anni ’30. Devo dire, prima di tutto, che è un’esperienza molto particolare stare seduti qui con una luce che ti illumina il viso 30 volte al secondo. Immagino che chi soffre di epilessia non riuscirebbe a tollerarlo a lungo.
Dobbiamo farlo quasi nel buio totale perché le fotocellule sono estremamente sensibili. Quindi, spegniamo tutte le luci dello studio, accendiamo il sistema Baird ed ecco che appare. Mi metto al centro dello schermo. Forse per la prima volta in 45 anni, in onda, l’immagine di un personaggio televisivo, sì, sono io, sul sistema Baird.
E se volete sapere come ci si sentiva ad essere una star televisiva dei primi anni ’30, beh, potete provarlo voi stessi visitando il museo della scienza a South Kensington quando aprirà la mostra. Tuttavia, credo che dovrete portarvi un vostro papillon se volete fare le cose per bene. Ecco qua. Un po’ di storia ricreata a Tomorrow’s World. E fino alla prossima settimana, da tutti noi in studio, buona sera.
Questa è la registrazione della puntata del 9 febbraio 2026 di Niente Panico, il programma che conduco in diretta insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La puntata è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.
In questa puntata abbiamo avuto come ospite telefonico l’egittologo Mattia Mancini, autore del blog di divulgazione egittologica Djed Medu, che ha spiegato molti dei presunti misteri che riguardano l’antico Egitto e in particolare la teoria secondo la quale le piramidi di Giza sarebbero allineate con le stelle della cintura di Orione. Ha anche chiarito come mai il piazzamento degli obelischi egizi in vari paesi europei e negli Stati Uniti in tempi tecnologicamente meglio attrezzati, alla fine dell’Ottocento, richiese più tempo di quello impiegato dagli egizi nonostante la disponibilità di gru e di potenza motrice: fu principalmente colpa della necessità di trasportare in nave e della burocrazia.
Febbraio 1923 – La prima benzina al piombo
A febbraio del 1923, 103 anni fa, una stazione di rifornimento a Dayton, in Ohio, vendette il primo gallone di benzina al piombo. Thomas Midgley Jr., dei laboratori di ricerca della General Motors, aveva scoperto che aggiungere alla benzina del piombo tetraetile migliorava le prestazioni dei motori a scoppio. Midgley non presenziò all’evento perché si stava riprendendo da un grave avvelenamento da piombo.
Lui e il suo superiore, Charles Kettering (che aveva brevettato il motorino d’avviamento elettrico nel 1911), avevano volutamente ignorato i pericoli per la salute derivanti dal piombo. Sapevano anche che gli stessi miglioramenti delle prestazioni dei motori si potevano ottenere con l’etanolo, molto meno pericoloso. Ma l’etanolo non era brevettabile e quindi non poteva generare gli stessi profitti del piombo tetraetile.
Esporsi al piombo ha effetti sul sistema nervoso, su quello cardiovascolare e su quello immunitario, e produce anche problemi comportamentali e di apprendimento nei bambini. Si stima che l’abbandono della benzina al piombo abbia evitato 1,2 milioni di morti l’anno. Un’azienda britannica e statunitense, la Innospec, continuò a vendere piombo tetraetile come additivo per la benzina fino al 2010, decenni dopo che i danni del piombo tetraetile erano stati assodati oltre ogni dubbio. In quell’anno l’azienda ammise in tribunale di aver corrotto funzionari indonesiani e iracheni per poter continuare a vendere questo veleno [Car and Driver; CNN; Unep; The Conversation].
Febbraio 1996 – Prima vittoria di un computer contro un campione mondiale di scacchi
Il 10 febbraio 1996, a Philadelphia, dopo tre ore di gioco, il campione del mondo di scacchi Garry Kasparov, considerato uno dei più grandi giocatori della storia, perde la prima partita di un torneo di sei contro Deep Blue, un computer di IBM.
Kasparov vince il torneo, ottenendo tre vittorie e due patte, ma quella sua sconfitta iniziale è la prima di un campione mondiale da parte di un computer avvenuta durante un torneo regolamentare, nel quale ogni giocatore ha due ore di tempo per fare 40 mosse, due altre per effettuare le 20 successive, e un’altra ora per concludere la partita. È una tappa fondamentale nell’evoluzione dell’intelligenza artificiale e smonta il mito della supremazia della mente umana nel gestire la complessità e sofisticazione di questo gioco.
Una rivincita nel 1997 contro un Deep Blue migliorato si conclude con la sconfitta del campione umano: Kasparov vince la prima partita, Deep Blue la seconda, e le tre successive finiscono in patta. La sesta partita viene vinta dal computer [History.com].
Questo è il testo della puntata del 9 febbraio 2026 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.
[CLIP: audio di bordo di un aereo di linea, con annuncio in inglese]
Immaginate di essere in aereo, in volo per qualche destinazione lontana. Vorreste chattare con i vostri compagni di viaggio e mandare loro alcune foto e informazioni per pianificare il vostro itinerario, ma loro sono seduti alcune file davanti a voi e l’aereo è strapieno. A bordo non c’è Internet, e se anche ci fosse, tramite Wi-Fi, i suoi costi sarebbero proibitivi.
Ma siete stati previdenti, e così potete comunicare quanto vi pare con i vostri amici, senza Internet, senza Wi-Fi e senza rete cellulare. Ciliegina sulla torta, le vostre comunicazioni sono cifrate e non vengono lette da nessun gestore di social network per profilarvi o per nutrire qualche intelligenza artificiale avida di testi scritti da esseri umani.
[CLIP: audio di bordo di un aereo di linea, con annuncio in inglese]
E se atterrate in qualche Paese che sorveglia le comunicazioni sui social network o sulle reti cellulari, potete comunque comunicare fra di voi a distanza senza poter essere intercettati.
L’app che fa tutte queste cose in apparenza impossibili esiste, e si chiama Bitchat. Potete scaricarla e installarla anche subito sul vostro smartphone Android o iOS.
Benvenuti alla puntata del 9 febbraio 2026 del Disinformatico, il podcast mensile della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Oggi vediamo come è possibile mandare messaggi senza Internet, senza rete cellulare, e senza filtri o padroni. Io sono Paolo Attivissimo.
[SIGLA di apertura]
Questa storia inizia ai primi di luglio del 2025. Jack Dorsey, cofondatore del social network che una volta si chiamava Twitter, annuncia e pubblica su Internet la prima versione di Bitchat, un’app che permette di mandare messaggi testuali e vocali oppure foto senza Wi-Fi, senza Internet, senza server centrali, senza chiedere numeri di telefono o mail, e in forma anonima e cifrata. Non c’è neanche bisogno di creare un account.
Bitchat riesce a fare queste cose per esempio in caso di blackout o calamità che mettono fuori uso la rete di telefonia mobile e in zone nelle quali non c’è copertura cellulare oppure è pericoloso, vietato o troppo costoso usare Internet o il Wi-Fi. Ci riesce perché a differenza delle app di messaggistica tradizionali come WhatsApp, Telegram, Signal o Threema, Bitchat usa una cosiddetta peer-to-peer wireless mesh network, ossia una rete paritaria magliata senza fili.
Traducendo dal gergo tecnico, la rete che interconnette i telefonini fra loro con Bitchat è composta esclusivamente dagli smartphone stessi, che si parlano via Bluetooth, senza aver bisogno di un server centrale, di connessioni a Internet o altro.
Ogni cellulare che usa Bitchat riceve i segnali Bluetooth e i messaggi Bitchat degli altri telefonini che hanno installato quest’app e sono nelle vicinanze. Questi messaggi vengono trasmessi, ricevuti e inoltrati tramite queste connessioni Bluetooth dirette e possono saltare da un telefono all’altro, protetti dalla crittografia, in una sorta di catena di Sant’Antonio, fino a raggiungere l’utente desiderato.
Usare Bitchat è di una semplicità disarmante: si scarica l’app dal Play Store o dall’App Store, la si installa e poi le si dà il permesso di usare e tenere attivo il Bluetooth, cosa che già fa chiunque abbia degli auricolari senza filo.
Fatto questo, ci si trova già collegati alla rete locale di tutti gli utenti Bitchat nelle vicinanze. Non viene chiesto nulla: nessuna mail, nessun numero telefonico, e l’app è gratuita e oltretutto open source. Il suo codice sorgente è liberamente ispezionabile e altrettanto liberamente modificabile.
Esteticamente, Bitchat è un’app spartana fino in fondo: la sua schermata principale è praticamente vuota e persino il suo font è volutamente semplice e a spaziatura fissa, come quello delle macchine per scrivere o dei vecchi computer. In alto c’è l’indicazione del nome dell’utente su Bitchat, che è di solito anon seguito da quattro cifre. Volendo è personalizzabile con un semplice tocco. Poi è indicato il canale al quale si è collegati, che per la rete locale è #mesh, seguito dal numero di utenti presenti su quel canale. Toccando questo numero compare l’elenco degli utenti e si può scegliere quello con il quale si desidera chattare o scambiare messaggi vocali o foto.
Non compare nessuna informazione personale degli utenti e non c’è nessuna foto del profilo, e tutto questo è intenzionale. Bitchat è pensato per proteggere la riservatezza e la sicurezza delle persone e per consentire lo scambio anonimo di messaggi effimeri, come spiega il documento programmatico pubblicato da Jack Dorsey. I messaggi, in forma cifrata, vengono custoditi solo sui singoli telefonini, scompaiono dopo l’invio o la consegna e non toccano mai un’infrastruttura centralizzata. In caso di emergenza, toccando tre volte in sequenza l’icona dell’app vengono cancellati tutti i dati.
È tutto molto bello, ma non è il caso di mollare WhatsApp e simili, almeno per il momento.
Bitchat funziona, ma il suo limite principale sta proprio nella sua caratteristica centrale: l’uso del Bluetooth come canale di comunicazione primario. Questa tecnologia, nella sua diffusissima versione a basso consumo energetico o Bluetooth Low Energy, presente in quasi tutti gli smartphone, ha una portata teorica massima all’aperto di una settantina di metri.
Questo vuol dire che se non avete altri utenti Bitchat entro questa distanza, non potete usare Bitchat per scambiare messaggi senza usare Internet. E c’è anche un limite al numero di salti da un cellulare all’altro che può fare un messaggio nel tentativo di propagarsi fino alla propria destinazione senza appoggiarsi a Internet. Questo limite è sette, e questo significa che una rete locale di Bitchat, anche nelle migliori condizioni, ha una portata massima di circa mezzo chilometro. In condizioni reali la portata effettiva può aggirarsi sui duecento metri.
Tuttavia se alcuni dei telefoni che fanno parte della rete locale si spostano, per esempio facendo la spola fra vari luoghi, diventano dei “postini” digitali, che possono recapitare anche su grandi distanze i messaggi che custodiscono, anche se in questo caso la consegna ovviamente non è istantanea.
Per compensare questa limitazione, Bitchat si è evoluto rispetto al suo debutto di sei mesi fa e ora include anche la possibilità di comunicare con utenti lontanissimi, anche in altri continenti. In questo caso si appoggia a Internet in maniera classica [tramite Wi-Fi o rete dati cellulare] e comunica mediante il protocollo aperto Nostr.
In altre parole, Bitchat funziona benissimo per comunicare privatamente da una stanza all’altra in una casa, in una cabina d’aereo, su un autobus, in treno, in alta montagna o allo stadio [o in nave], ma su grandi distanze torna a dover dipendere da Internet e da una connessione dati di telefonia mobile. Può essere un complemento prezioso alle app di messaggistica tradizionali, ma non un loro sostituto, almeno per ora.
C’è però anche un’altra situazione nella quale Bitchat funziona particolarmente bene e può addirittura salvare vite: le manifestazioni e le adunate di protesta, nelle quali un numero molto elevato di utenti si trova in uno spazio limitato e quindi ci sono moltissimi smartphone nelle vicinanze che possono passarsi i messaggi di Bitchat. Spesso le autorità di alcuni Paesi tentano di impedire il coordinamento dei manifestanti disattivando localmente la rete cellulare o l’accesso a Internet. Ma Bitchat non ha bisogno di questi servizi e quindi continua a funzionare anche in caso di oscuramenti della rete.
Non è un caso che ci siano state decine di migliaia di scaricamenti di Bitchat in relazione alle proteste in Madagascar e in Nepal a settembre 2025 e in Uganda e Iran a gennaio 2026. In questi Paesi le autorità spesso impongono il blocco di Internet nel tentativo di sabotare le comunicazioni fra cittadini. E Bitchat non è la prima app di questo genere: una dozzina d’anni fa numerosi cittadini in Iraq e a Hong Kong usarono un software chiamato FireChat che si basava appunto sul Bluetooth e sulla creazione di reti locali temporanee costituite da smartphone per comunicare tra loro nonostante gli interventi di censura e i blackout delle telecomunicazioni tradizionali imposti dalle autorità.
Le prossime versioni di Bitchat potrebbero includere l’opzione di creare interconnessioni tra telefonini usando il Wi-Fi, nella sua forma denominata Wi-Fi Direct. Questo aumenterebbe moltissimo la portata di Bitchat, consentendo distanze considerevolmente maggiori fra i telefoni che formano una rete locale, anche se ci sono alcune questioni di sicurezza intrinseche in questa tecnologia che andranno risolte se Bitchat vuole tenere fede alle proprie ambizioni di software a prova di intrusioni e censure.
In un momento storico nel quale si parla sempre più seriamente della necessità strategica di una sovranità digitale europea e nel quale la dipendenza da software e social network gestiti da miliardari statunitensi fortemente politicizzati fa sentire il proprio peso politico ed economico, è particolarmente allettante e letteralmente rivoluzionaria l’idea di un sistema di comunicazione senza padroni, senza pubblicità, gratuito, senza licenze capestro, senza schedatura degli utenti, liberamente ispezionabile e modificabile, e orientato a proteggere gli utenti dalle ingerenze e violenze governative, come quelle che stanno avvenendo per esempio in Iran e a Minneapolis.
La cronaca amara di questi giorni purtroppo rende inevitabile questo accostamento di luoghi che un tempo sarebbe sembrato assurdo e surreale, e l’informatica fa parte di questa cronaca, perché Apple ha scelto di rimuovere dal suo App Store le app che permettevano di segnalare legalmente la presenza degli agenti dell’ICE, l’agenzia statunitense dell’immigrazione, quelli che hanno ucciso per strada, senza alcuna giustificazione, cittadini innocenti come Renée Good e Alex Pretti. Questa rimozione la dice lunga sulle scelte di campo dei giganti del settore informatico e sull’urgenza crescente di svincolarsi dal loro controllo sui nostri dispositivi digitali.
Resta però il problema che anche l’app più salvaprivacy del mondo non serve a nulla se non la usa nessuno e tutti restano ancorati ai social network commerciali per pigrizia o per convenienza. Bitchat è stata scaricata alcuni milioni di volte, ed è vero che siamo a pochi mesi dal suo debutto, ma di fatto la mappa mondiale dei suoi utenti pubblici resta desolantemente vuota, e quei pochi che ci sono si aggirano chiedendo soprattutto “C’è nessuno?” in varie lingue.
Può sembrare strano che un’app così orientata alla riservatezza abbia una mappa mondiale degli utenti, ma è così. Bisogna infatti chiarire che Bitchat perde in parte le proprie protezioni quando la si usa per chat su grande distanza via Internet. Gli utenti restano anonimi, le loro comunicazioni vengono instradate, in modo molto protetto e poco tracciabile, tramite il sistema Tor e i messaggi diretti a un singolo utente restano cifrati. Però i messaggi Bitchat destinati a canali lontani sono pubblici per impostazione predefinita e per necessità, visto che devono essere leggibili da chiunque partecipi a un canale.
Per capire bene questa differenza importante fra uso locale e uso via Internet di Bitchat si può andare a consultare una delle mappe pubbliche degli utenti, come quella disponibile in forma aggiornata in tempo reale presso Bitchatexplorer.com. Lì si possono vedere gli utenti che stanno utilizzando Bitchat per comunicazioni a lunga distanza e si possono leggere le loro conversazioni pubbliche.
[Un’altra mappa interattiva aggiornata è disponibile presso Bitmap.lat]
Schermata di BitchatExplorer.com.
Per scegliere un canale di Bitchat basta digitarne il nome nella casella apposita di Bitchatexplorer.com: non occorre aprire account o altro. Il flusso dei messaggi pubblici in quel canale compare sullo schermo. Si tratta di messaggi rivolti a chiunque frequenti lo specifico canale, non di messaggi privati.
I canali sono geolocalizzati, nel senso che sono associati a una località o a una regione più o meno ampia. Per esempio, ogni utente di Bitchat ha dei canali predefiniti, chiamati isolato, quartiere, città, provincia, regione, che coprono un raggio variabile da 200 metri nel caso dell’isolato a 1250 chilometri nel caso della regione, e il mondo è mappato con estrema precisione tramite nomi di canali chiamati geohash. Più è lungo il nome del canale, più è precisa la sua localizzazione, e bastano otto caratteri per indicare un singolo edificio in qualunque parte del pianeta, come spiegato interattivamente presso geohash.softeng.co.
Tutto questo può sembrare complicato, ma in sintesi basta ricordare due cose: la prima è che solo gli utenti che vediamo quando scegliamo il canale #mesh sono raggiungibili senza usare Internet e tutti gli altri richiedono una connessione a Internet come le app normali. La seconda è che i messaggi rivolti ai canali sono pubblici ma anonimi, mentre quelli diretti, rivolti a un singolo utente, sono privati oltre che anonimi.
Prenderà piede Bitchat? Dipende da noi utenti. L’esperienza insegna che di solito la convenienza temporanea prevale sulla sicurezza a lungo termine, ma il fatto che in alcuni Paesi particolarmente travagliati questa app sia stata scaricata prima del prevedibile oscuramento governativo di Internet permette di sperare in bene. Tenere Bitchat a disposizione accanto alle app di messaggistica tradizionali non costa nulla e in emergenza o in casi particolari può tornare molto utile. Ma soprattutto il semplice fatto che esista un’app di questo tipo dimostra che un’altra Internet, libera e al servizio dei cittadini, è ancora possibile.
31 gennaio 1971, domenica. È il giorno del lancio: il grande giorno per Shepard, Mitchell e Roosa. Dopo mesi e mesi di addestramento, sono pronti per il viaggio verso la Luna. Il “countdown” a Cape Kennedy per il “liftoff” è iniziato lunedì 25 gennaio e, a detta dei tecnici del Centro spaziale, “è il mglior conto alla rovescia effettuato finora”. il distacco dal pianeta Terra dei tre di Apollo 14 è programmato per le 15:23 ora della Florida, le 21:23 ora italiana. Se tutto finora è andato liscio, preoccupano solo le previsioni meteorologiche, in quanto si annuncia l’arrivo, nel primo pomeriggio, di temporali provenienti dal Golfo del Messico.
Gli Stati Uniti che si apprestano ad inviare sulla Luna i tre uomini di Apollo 14 non sono più quella nazione che vide con entusiasmo le prime grandi storiche imprese verso il Satellite naturale della Terra con Apollo 8, la prima trasvolata umana verso la Luna, Apollo 11 e Apollo 12, le prime bandiere a stelle e strisce piantate nelle sabbie seleniche. Sono un Paese fortemente travagliato, come anche il presente ci insegna, da lotte interne, dal razzismo mai sopito e dalla guerra in Vietnam, che occupa le prime pagine dei giornali molto più dell’impresa che si accingono a compiere Shepard, Roosa e Mitchell.
In questo clima si inserisce il terzo sbarco lunare umano, che prevede l’arrivo ai bordi del cratere Fra Mauro, due attività extraveicolari di Mitchell e Shepard (mentre Roosa attenderà i suoi due compagni in orbita lunare), l’installazione del secondo complesso di strumenti scientifici ALSEP e di un mortaio con quattro granate che verranno lanciate tramite radiocomando dopo il decollo dei due astronauti dalla Luna.
La prima pagina de “La Stampa” di cinquantacinque anni fa, 31 gennaio 1971.
Ore 14:55 italiane. Sono le 08:55 in Florida. Viene data la sveglia ai tre astronauti: il comandante di Apollo 14 e veterano dello spazio Alan Bartlett Shepard, il pilota del Modulo di Comando “Kitty Hawk” Stuart Allen Roosa e il pilota del Modulo Lunare “Antares” Edgar Dean Mitchell. Dopo essersi fatti una veloce doccia, la barba e qualche minuto di ginnastica, gli uomini a cui spetta il ritorno di un equipaggio americano sulla Luna consumano la classica colazione prima del lancio: bistecca, uova, pane tostato, succo d’arancia e caffè.
Shepard, Roosa e Mitchell, ritratti mentre consumano l’ultima colazione “terrestre” prima del lancio, insieme all’equipaggio di riserva, composto da Eugene Cernan (non inquadrato nella foto), Ronald Evans e Joe Engle. Con loro Donald Slayton e Thomas Stafford.
Consumata l’abbondante colazione e dopo l’ultima visita medica, con esito positivo, effettuata dal medico della NASA Charles Berry, l’equipaggio di Apollo 14 si trasferisce nella grande sala all’interno dello Spacecraft Operation Building, dove avviene la lunga e complessa vestizione delle tute di volo.
Completata l’operazione e usciti dalla sala della vestizione, i tre astronauti, immortalati dalle cineprese e dai fotografi provenienti da tutto il mondo, salgono sullo storico pulmino che li trasporta verso la rampa di lancio 39-A, dove si staglia imponente il maestoso Saturn V, pronto a spiccare un nuovo balzo verso la Luna.
Alan Shepard, all’uscita dal pulmino, scruta il cielo sopra la zona di Cape Kennedy. All’ora prevista per il “liftoff” è infatti annunciato l’arrivo di una perturbazione che potrebbe far ritardare il lancio di qualche ora o addirittura posticiparlo di qualche giorno.
Ore 19:01 italiane. Raggiunta l’altezza alla quale si trova il modulo di comando, a circa novanta metri dal suolo, i tre astronauti entrano a turno nella navicella Apollo in quest’ordine: prima il comandante Alan Shepard, poi Edgar Mitchell, e infine Stuart Roosa. Alle 13:01, ora della costa orientale degli Stati Uniti, il portello viene chiuso. I protagonisti del ritorno umano sulla Luna sono ora soli a bordo di quella che sarà la loro “casa” per i nove giorni previsti della missione.
Mentre le ore, i minuti e i secondi che li separano dal lancio scorrono regolarmente, gli esperti meteorologi della NASA continuano a monitorare il cielo sopra Cape Kennedy, vista la possibilità di un acquazzone che potrebbe colpire la zona al momento del “liftoff”. Come ogni missione lunare, anche Apollo 14 ha una cosiddetta “finestra di lancio”, il cui inizio è alle 15:23 locali (le 21:23 italiane del 31 gennaio), ora prevista del lancio, con chiusura alle 19:12 locali (01:12 italiane dell’1 febbraio).
La posizione dei tre astronauti a bordo del Modulo di Comando “Kitty Hawk”. 1) Alan Shepard, comandante. 2) Stuart Roosa, pilota del Modulo di Comando. 3) Edgar Mitchell, pilota del Modulo Lunare.
Ore 21:15 italiane. I tre astronauti sono ormai chiusi a quasi cento metri d’altezza dal suolo da più di due ore a bordo del loro straordinario veicolo spaziale che li condurrà verso il satellite naturale della Terra. La presenza di numerose nubi temporalesche, che di lì a poco potrebbero colpire la zona di lancio con strascichi di pioggia, consiglia ai tecnici di interrompere il “countdown”. Sono le 15:15 ora della Florida, le 21:15 ora italiana. Il grande orologio luminoso del Centro Spaziale segna in questo momento meno otto minuti e due secondi alla partenza. È la prima volta nella storia delle missioni Apollo che un conto alla rovescia viene bloccato con gli astronauti già a bordo dell’astronave.
Alle 15:35, puntuale, un violento temporale con pioggia e vento si scatena nella zona di Cape Kennedy. Seppure il volo di Shepard e compagni non abbia trovato fino a questo momento grande spazio nelle pagine dei quotidiani, non solo italiani ma anche in quelli americani e nel resto del mondo, così negli stessi notiziari televisivi, l’improvviso stop al conto alla rovescia risveglia l’interesse del pubblico collegato in diretta TV.
Una foto del Saturn V, il più potente razzo costruito da mani umane, in attesa del lancio sulla rampa di lancio.
Ore 22:03 italiane. Cessato il temporale che ha colpito l’area del Centro spaziale americano, i tecnici della NASA danno finalmente il “go” per il lancio. Alle 21:55 italiane, 15:55 ora della Florida, viene ripreso il conto alla rovescia da meno otto minuti, tanti quanti ne mancavano al momento dello stop.
Alle 16:03 locali, con quaranta minuti di ritardo sull’orario previsto, il gigantesco Saturn V accende i cinque potenti motori F-1 del suo primo stadio, staccandosi dapprima lentamente, poi sempre più sicuro,dalla rampa 39-A, lanciando nello spazio il suo prezioso carico umano di tre nuovi esploratori della Luna.
L’ascesa del più potente razzo mai costruito da mani d’uomo verso l’orbita terrestre è regolare. A due minuti e 44 secondi dal “liftoff” e a una quota di 61 km di altezza avviene il distacco del primo stadio, l’S-IC; poi l’accensione per sei minuti dei cinque motori del secondo stadio S-II porta il complesso spaziale ad una quota di 185 chilometri. A questo punto, esaurito il suo compito, anche il secondo stadio viene rilasciato e subentra l’unico motore del terzo stadio S-IVB, che inserisce regolarmente Apolo 14 in orbita intorno alla Terra ad una quota di 190 km. Sono trascorsi undici minuti e cinquanta secondi dal momento del distacco dalla rampa di lancio di Cape Kennedy. Le lancette dell’orologio segnano in Italia le 22:14, le 16:14 della Florida.
1 febbraio 1971, lunedì, ore 00:37 italiane. A Houston è ancora domenica 31 gennaio, sono le 17:37. Dopo l’entrata in orbita e dopo aver girato una volta e mezzo intorno al nostro pianeta, Shepard, Roosa e Mitchell ricevono dai tecnici di Houston l’ordine che attendono con impazienza: è il “Go for TLI!” (Trans Lunar Injection): possono inserirsi nella giusta traiettoria per il volo verso la Luna!
Per cinque minuti e 54 secondi il terzo ed ultimo stadio del Saturn V viene riacceso, imprimendo al complesso spaziale la giusta velocità per sfuggire alla gravitazione terrestre: si passa da una velocità di circa 28.000 chilometri orari ad una velocità di fuga di oltre 39.000 chilometri l’ora.
Alle 1:08 italiane, tre ore e cinque minuti dopo il “liftoff”, quando Apollo 14 si trova a circa 11.600 chilometri dalla Terra, viene accesa la telecamera a bordo di “Kitty Hawk”: è la prima diretta televisiva della missione. L’equipaggio inizia la cosiddetta manovra di trasposizione: il Modulo di Comando si distacca dal terzo stadio e compie una capriola di 180 gradi su se stesso, andando ad unirsi al Modulo Lunare “Antares”. Tutto sembra procedere bene quando al Centro di Controllo di Houston arriva la voce concitata di Edgar Mitchell: “Non siamo riusciti ad agganciare Antares!”. Da terra rispondono risponde: “Fate un nuovo tentativo”. Ma anche il secondo tentativo di aggancio fallisce. In Italia è piena notte, sono le ore 1.30. Il momento è vissuto in diretta anche da milioni di americani attraverso le immagini televisive a colori in diretta dallo spazio. I tre astronauti all’interno del Modulo di Comando hanno solo sei ore per riuscire nel docking tra le due navicelle; poi, esauritesi le batterie, sarebbero costretti a rinunciare allo sbarco lunare. Le conseguenze sarebbero facilmente prevedibili: annullamento delle prossime missioni lunari e la probabile chiusura anticipata del programma Apollo.
Al Centro di Controllo di Houston, intanto, i tecnici lavorano febbrilmente, insieme all’equipaggio di riserva composto da Eugene Cernan, Joe Engle e Ronald Evans, esaminando due modelli delle sonde di aggancio usate durante le simulazioni, cercando la soluzione più giusta da trasmettere a Shepard e ai suoi due compagni. Alla fine viene trovato uno stratagemma. Houston: “Provate ad eseguire un aggancio escludendo i tre ganci principali e tentando solo con i 12 secondari”.
Ore 02:59 italiane. Dopo un’ora e mezza e ben cinque tentativi andati a vuoto, finalmente a terra giunge il grido liberatorio di Roosa: “Aggancio riuscito, Houston!”. “E’ stato un aggancio duro, ma ce l’abbiamo fatta!”. Sono trascorse un’ora e tre quarti dal primo sfortunato tentativo. A bordo della navicella Apollo e al Centro Spaziale di Houston si tira un sospiro di sollievo. Alle 03:03 italiane viene spenta anche la piccola telecamera a bordo di “Kitty Hawk”. Dopo l’estrazione del LM dall’involucro che lo conteneva all’interno del terzo stadio, Shepard rimuove la sonda per esaminarla, non trovando però alcun difetto nel meccanismo di aggancio. L’unica ipotesi plausibile, dialogando con la base a terra, è che durante il temporale che ha colpito sulla rampa di lancio il Saturn V dell’acqua si sia infiltrata nella sonda, ghiacciandosi e creando così un ostacolo all’unione tra i due veicoli.
Passata la paura, i tecnici dell’ente spaziale americano, pur rimanendo cauti sul malfunzionamento della sonda, autorizzano i tre astronauti a proseguire con il piano di volo, che prevede l’arrivo sulla superficie selenica, nella zona di Fra Mauro, poco dopo le dieci del mattino ora italiana di venerdì 5 febbraio 1971.
La cronaca dell’inizio del viaggio verso la Luna di Apollo 14 nella prima pagina de “Il Corriere della Sera” del 1 febbraio 1971.
La prima pagina del quotidiano “Stampa Sera” di lunedì 1 febbraio 1971.
La prima pagina de “Il Resto del Carlino” di lunedì 1 febbraio 1971, dedicata quasi interamente alla partenza di Shepard, Mitchell e Roosa verso la Luna.
Questa è la registrazione della puntata del 2 febbraio 2026 di Niente Panico, il programma che conduco insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La puntata è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.
Fra i temi di questa puntata segnalo una mia micro-intervista a Carolyn Seymour, la protagonista di Survivors (I Sopravvissuti), storico telefilm britannico degli anni Settanta che immaginava una pandemia devastante e i suoi effetti su un piccolo gruppo di sopravvissuti.
Inesperti diventano diagnosti abilissimi di tumori in due settimane
Hannah Fry, matematica e divulgatrice scientifica britannica, racconta un esperimento molto particolare effettuato nel 2015. Un team di scienziati ha selezionato un gruppo di 16 principianti assoluti e ha deciso di provare a insegnare loro come diagnosticare il cancro al seno sulla base di vetrini di patologia. L’obiettivo era semplice e ben delimitato: fare in modo che al termine del periodo di formazione questi inesperti fossero in grado di esaminare questi vetrini e stabilire rapidamente se mostrassero tumori maligni o benigni.
Normalmente ci vogliono anni per diventare un patologo a tutti gli effetti, ma questi dilettanti, che non avevano mai diagnosticato alcun tipo di cancro prima di allora, hanno ottenuto risultati sorprendentemente buoni. Dopo solo due settimane di formazione sono riusciti a identificare correttamente circa l’85% dei vetrini.
Già questo è sorprendente, ma quello che colpisce ancora di più di questo studio è l’identità di questi valutatori di vetrini: non si trattava di studenti di medicina o di persone prese dalla strada, ma di piccioni.
La ricerca scientifica è Pigeons (Columba Livia) as Trainable Observers of Pathology and Radiology Breast Cancer Images. I piccioni avevano un piccolo schermo sul quale appariva l’immagine di un vetrino di patologia e beccavano da un lato se pensavano che mostrasse un tumore maligno e dall’altro lato se pensavano che fosse benigno, ricevendo una piccola ricompensa se avevano indovinato.
Ovviamente questi uccelli non avevano cognizione del concetto di tumore: si basavano semplicemente sul riconoscimento degli schemi. A furia di ricevere premi, notavano gli schemi (strutture, colori, forme) che portavano a una ricompensa e li distinguevano da quelli che invece non erano seguiti da un premio.
È emerso che non tutti i piccioni sono ugualmente intelligenti in questo senso: l’articolo parla infatti di un esemplare che non capiva bene cosa stesse succedendo e anche alla fine del test continuava a beccare lo schermo in modo casuale.
Ma la cosa più interessante di tutte è un’altra: se si esclude quell’uccello, si scopre che singolarmente i piccioni ottenevano l’85% di successi, ma se si combinavano i voti di tutti gli uccelli insieme l’accuratezza delle loro valutazioni saliva al 99%, paragonabile al tasso di successo di un patologo esperto.
Invece di costruire immensi datacenter avidi di corrente elettrica e acqua, non potremmo semplicemente dar da mangiare a qualche piccione?
In questo 2026 da poco iniziato l’umanità ritorna (finalmente!) verso la Luna con il prossimo lancio della missione Artemis II, che porterà nelle vicinanze del satellite naturale della Terra, a più di cinquanta anni dall’ultima esplorazione umana, un equipaggio di quattro astronauti, tre uomini e una donna. Nel 2026 ricorrono anche i cinquantacinque anni dalla missione Apollo 14, che tra gennaio e febbraio 1971 riportò due americani ad esplorare di nuovo il suolo lunare, dopo una pausa di quattordici mesi dovuta al drammatico incidente di Apollo 13 occorso nel mese di aprile dell’anno precedente.
Questa è la cronologia di quel volo, che segnò il terzo storico sbarco di esseri umani sulla Luna.
La patch ufficiale della missione Apollo 14.
Siamo a gennaio 1971. Il volo di Apollo 14, inizialmente programmato dalla NASA per la seconda parte del 1970, è stato posticipato di nove mesi a causa delle lunghe indagini conseguenti all’incidente occorso con l’esplosione del serbatoio di ossigeno di Apollo 13 durante il volo verso la Luna e a causa della necessità di apportare numerose modifiche al modulo di servizio del veicolo spaziale Apollo nel quale si era verificata l’importante avaria.
I tre astronauti scelti dall’ente spaziale americano per il “ritorno sulla Luna” sono il veterano e comandante della missione Alan Shepard, 47 anni, primo cittadino statunitense a volare nello spazio, seppur in un volo suborbitale (senza compiere un giro completo intorno alla Terra), il 5 maggio 1961 a bordo della capsula MercuryFreedom 7; Edgar Mitchell, 40 anni, pilota del modulo lunare Antares, e Stuart Roosa, 38 anni, designato come pilota del modulo di comando KittyHawk. Mitchell e Roosa sono dei cosidetti rookie, cioè al loro primo volo nello spazio.
I tre uomini di Apollo 14. Da sinistra: Edgar Mitchell, al centro il comandante Alan Shepard, a destra il pilota del modulo di comando Stuart Roosa.
La zona scelta per lo sbarco di Shepard e Mitchell sulla Luna è la stessa che avrebbero dovuto esplorare James Lovell e Fred Haise nella precedente missione Apollo 13: il cratere Fra Mauro, una regione ritenuta molto interessante dai selenologi. In questa zona vi sono formazioni, strutture e materiali di diversa provenienza e quindi di diverse età. Il quinto e il sesto americano nella storia ad esplorare Selene dovranno raccogliere quanto più materiale possibile per dare una risposta sulle origine della Luna e forse dell’intero Sistema Solare. Lo faranno grazie anche ad un piccolo veicolo a due ruote, il Modular Equipment Transporter (MET). Una curiosità: il cratere Fra Mauro è intitolato ad un monaco italiano, uno dei più importanti cartografi del XV secolo.
il comandante della missione, Alan Shepard, durante una esercitazione al Kennedy Space Center. Si può notare il veicolo che sarà trainato a mano dai due astronauti durante le due escursioni lunari.
La spettacolare visione del Saturn V sulla rampa di lancio 39-A.
Il gigantesco vettore Saturn V, uscito dalla grande struttura di assemblaggio denominata VAB (Vehicle Assembly Building), attende dal 9 novembre dell’anno precedente sulla rampa di lancio 39-A i tre nuovi protagonisti della più grande avventura umana al di fuori del pianeta Terra. Il lift-off per l’inizio del sesto viaggio umano verso la Luna è previsto per il 31 gennaio, quando in Italia saranno le 21:23, le 15:23 ora della Florida.
La presentazione del volo di Apollo 14 sulla pagina dedicata alla scienza e alla tecnologia di cinquantacinque anni fa del quotidiano La Stampa.