Vai al contenuto

Podcast RSI – Story: Di chi sono i tuoi dati quando muori?

logo del Disinformatico

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della
Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo
trovate presso
www.rsi.ch/ildisinformatico
(link diretto) e qui sotto.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite
feed RSS,
iTunes,
Google Podcasts
e
Spotify.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo integrale e i link alle fonti di
questa puntata, sono qui sotto.

Prologo

NOTA: questo podcast contiene informazioni di natura legale, ottenute da
una consulenza con uno specialista della materia, ma non sostituisce una
consulenza legale personale.

[CLIP: Rumore di traffico cittadino]

Siamo a Lugano, in una caldissima giornata d’estate. La persona davanti a me
mi sta chiedendo una consulenza tecnica molto particolare: vuole sbloccare il
telefonino di un familiare morto in circostanze tragiche. Su quello smartphone
ci sono informazioni che permetterebbero alla famiglia di capire meglio quelle
circostanze e forse trovare pace, o recuperare dati essenziali per gestire le
conseguenze pratiche del lutto improvviso. Ma c’è un problema: la persona è
morta senza lasciare alla famiglia il codice di sblocco del dispositivo.

I dati sono quindi inaccessibili, a meno che si riesca a trovare la maniera di
scoprire quel codice oppure scavalcarlo, e gli informatici spesso questi
metodi li conoscono. Ma a questo punto c’è un altro problema: il diritto della
famiglia di accedere ai dati della persona che non c’è più. Dati che
potrebbero contenere segreti o confidenze che la persona non voleva
assolutamente condividere con i propri familiari. Cosa si fa in questi casi?

Questa è la storia, non facile da raccontare, delle nostre eredità digitali, e
di come oggi sia necessario pensarci per tempo, perché nei nostri dispositivi
elettronici chiudiamo a chiave parti sempre più consistenti della nostra vita
e dei nostri rapporti personali e professionali, custodiamo segreti, codici di
accesso e foto intime. E se da una parte la tecnologia rende sempre più
difficile scavalcare le protezioni di questi dispositivi, dall’altra c’è un
fatto legale sorprendente, che probabilmente toglierà il sonno a molti: i
morti non hanno privacy.

Benvenuti a questa puntata del Disinformatico, il podcast della
Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane
dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Lo so, è un argomento che molti considerano macabro o addirittura tabù, ma
prima o poi capita praticamente a tutti che un familiare ci lasci per sempre,
e oggi a tutti gli altri problemi che questa dipartita comporta si aggiunge
quello della gestione dei dati digitali di chi non c’è più.

Anche nelle circostanze meno drammatiche, la scomparsa di una persona cara
comporta che chi le sopravvive debba mettere ordine nelle cose del defunto. E
quelle cose, oggigiorno, sono spesso in formato digitale, custodite
esclusivamente nello smartphone e nei servizi cloud associati a quello
smartphone. Dalle bollette agli abbonamenti, dai contratti alle iscrizioni, è
tutto sempre meno su carta. Chiudere questi rapporti, o anche solo scoprirne
l’esistenza, diventa sempre più difficile, perché in giro per casa non ci sono
lettere o bollette cartacee nelle quali imbattersi.

C’è poi la questione degli account sui social network: se non si hanno le loro
password, non è possibile accedervi, nemmeno per comunicare il lutto o per
chiuderli. E se si hanno le password ma non si ha il PIN di sblocco dello
smartphone, non si possono ricevere neanche i codici di verifica di questi
account.

È importante fermare subito le
ipotesi
un po’ morbose sul prendere le impronte dalle dita della salma o usare il
riconoscimento facciale: lasciamole ai
telefilm, perché sono state
tentate
ma funzionano solo nell’universo degli sceneggiatori. Molti sensori d’impronta
moderni, per esempio,
rilevano
la conduttività elettrica dei polpastrelli, che cambia dopo la morte, mentre
il riconoscimento facciale richiede che gli occhi siano aperti e il viso non
abbia subìto i mutamenti fisiologici inevitabili del decesso.

Dal punto di vista tecnico, a volte è possibile aggirare tutte queste
protezioni. Gli smartphone meno recenti hanno delle falle di protezione dei
dati per cui è possibile scavalcare il PIN o reimpostarlo con opportuni
comandi o con software abbastanza facilmente reperibile. Gli specialisti delle
forze di polizia sono dotati di apparati appositi, come quelli fabbricati
dalla Cellebrite, che sbloccano
praticamente ogni smartphone esistente, ma vengono usati solo in circostanze
molto particolari, per esempio se ci sono aspetti non chiari nel decesso o se
c’è un procedimento legale in corso, e normalmente non sono disponibili al
pubblico.

Capita spesso, insomma, che un informatico riceva la richiesta degli eredi di
sbloccare uno smartphone di una persona deceduta. È capitato anche a me,
appunto, in varie occasioni, che naturalmente non posso raccontare in
dettaglio per rispetto delle persone coinvolte. A volte la motivazione è
puramente pratica, perché servono le password per chiudere dei contratti o
degli account o recuperare somme magari ingenti in bitcoin, e altre volte è
profondamente emotiva, per esempio perché una famiglia vuole recuperare le
ultime foto scattate insieme a una persona cara che non c’è più oppure vuole
cercare di capire le ragioni di un gesto estremo. Ma in ogni caso è una
richiesta sempre più frequente.

In situazioni come queste, però, oltre all’aspetto tecnico c’è anche quello
legale. Ammesso di riuscire a scoprire o scavalcare il PIN di uno smartphone,
è lecito dare ai familiari o agli eredi pieno accesso alle informazioni di una
persona deceduta? Magari aveva dei segreti che non voleva condividere con
queste persone: una malattia che teneva per sé, per non angosciare i cari, o
una storia sentimentale che voleva tenere privata per proteggere qualcuno, per
esempio. Molte persone tengono sul proprio smartphone pensieri personali e
immagini intime che probabilmente non desiderano condividere con i propri
figli o genitori.

La risposta a questo dubbio è piuttosto sorprendente: una volta decedute, le
persone non sono più persone, dal punto di vista legale, e quindi con poche
eccezioni non hanno più diritti personali, compreso quello alla riservatezza.
I dati dei defunti non sono più privati.

Si tratta di un principio diffuso in molti ordinamenti giuridici, compreso
quello svizzero, e solleva la
questione
della cosiddetta
postmortem privacy (pronunciato privasi, se preferite la pronuncia britannica). Ma questo
non vuol dire che eredi e familiari possano rivolgersi disinvoltamente a
informatici per scardinare le protezioni di computer, tablet e smartphone e
accedere a tutti i dati presenti o addirittura renderli pubblici. Ereditare
materialmente un dispositivo digitale, infatti, non significa automaticamente
ereditare pieno accesso ai dati contenuti nel dispositivo.

La ragione è semplice. È quasi inevitabile che quei dati riguardino anche le
persone viventi con le quali il deceduto ha intrattenuto comunicazioni: i loro
indirizzi e numeri di telefono, delle fotografie e dei video che li
ritraggono, i loro messaggi confidenziali, i segreti professionali e altro
ancora. Queste comunicazioni vengono considerate corrispondenza, e quindi in
Svizzera, per esempio, sono
tutelate
dall’articolo 13 della Costituzione Federale e dalla Legge Federale sulla
Protezione dei Dati. Tutele
analoghe
sono previste in tutti i paesi dell’Unione Europea e anche in molti paesi di
diritto anglosassone.

Non è l’unico ostacolo legale da superare. Un codice di blocco su uno
smartphone o una password su un computer o un account social vengono
normalmente considerati dalla legge come “provvedimenti tecnici” atti a
proteggere i dati personali contro un trattamento non autorizzato. Normalmente
vengono usati per proteggersi dai ladri digitali, ma possono anche indicare
un’intenzione di proteggere quei dati da chiunque, compresi eredi e
familiari.

Allo stesso tempo, però, va considerato che molti telefonini e computer si
bloccano automaticamente se non vengono usati e che non è materialmente
possibile aprire account per mail e social network senza impostare una
password, e quindi è difficile capire se i familiari siano stati esclusi
dall’accesso intenzionalmente o se la persona deceduta semplicemente non abbia
pensato a questo scenario.

Situazioni ambigue come queste possono essere risolte rivolgendosi a un
consulente legale e poi chiedendo a un giudice di valutare gli interessi in
gioco e decidere quali siano preponderanti, tenendo conto anche del fatto che
fotografie e testi del defunto possono essere considerate proprietà
intellettuale e quindi devono seguire le norme di successione riguardanti il
diritto d’autore. Ma in ogni caso si tratta di un procedimento oneroso, anche
dal punto di vista emotivo. E manca, a tutt’oggi, una rete di assistenza
legale e psicologica chiara per chi si trova in queste situazioni,
specialmente in seguito a un lutto improvviso.

Ma perlomeno per la parte pratica esiste una via più semplice.

Tutte queste complicazioni, infatti, si possono prevenire agendo in anticipo.
Molti social network prevedono un’opzione che consente di designare degli
eredi: Facebook, per esempio, ha il cosiddetto
“contatto erede”, come spiegato nel Centro assistenza online del social network. Lo stesso fa
Google, offrendo un
piano per l’eredità digitale. In alcuni casi si può invece scegliere di far
cancellare
automaticamente i propri account in caso di decesso.

Si può anche scegliere di affidare i propri PIN e le proprie password a una o
più persone di fiducia, sigillando queste informazioni in una busta da aprire
solo in caso di morte, escludendo le credenziali dei servizi che non si
desidera condividere e lasciando istruzioni su cosa fare dei vari account, per
esempio eliminarli o renderli
commemorativi, come previsto da Instagram e Facebook.

Per gli eredi, invece, ci sono due raccomandazioni tecniche di base: la prima
è tenere aperto per qualche tempo il contratto telefonico cellulare della
persona deceduta, perché potrebbe essere necessario per ricevere gli SMS
dell’autenticazione a due fattori o i link personalizzati per il recupero
degli account. La seconda è di non buttare via i dispositivi digitali del
defunto, anche se sono tecnicamente inaccessibili: c’è sempre la possibilità
che qualcuno, in futuro, scopra una tecnica inedita che consente di eludere o
sbloccare le loro protezioni.

Tutto questo può sembrare così lugubre e complicato da far passare la voglia
di affrontare il problema, ma la questione esiste e negarla non la risolverà:
l’aldilà digitale è una delle incombenze inaspettate della vita del
ventunesimo secolo.

Fonti aggiuntive

  • Un mio articolo molto più breve su questo stesso tema è uscito sul numero
    2/22 della rivista La Borsa della Spesa dell’ACSI
    (Associazione consumatrici e consumatori della Svizzera italiana).
  • Come
    inviare
    una richiesta relativa all’account Google di un utente deceduto.
Martedì 6 aprile alle 21 parleremo di conservazione dei dati digitali

Martedì 6 aprile alle 21 parleremo di conservazione dei dati digitali

Ultimo aggiornamento: 2021/04/07 8:30.

Martedì prossimo, 6 aprile, sarò ospite di CICAP Live per una chiacchierata-conferenza intitolata Memorie digitali. Dove finiranno le nostre testimonianze? insieme all’informatico Francesco Sblendorio, socio attivo del CICAP dal 2009, coordinatore del gruppo Lombardia dal 2011 al 2012, e webmaster del sito del CICAP Lombardia.

2021/04/07 8:30. La registrazione della chiacchierata è qui sotto. Buona visione, e fate bene i vostri backup.

Antibufala: “Rambo III” e l’Effetto Mandela

Antibufala: “Rambo III” e l’Effetto Mandela

Ecco una domanda che non avrei mai immaginato di trovarmi a fare nel 2020: avete per caso una videocassetta di Rambo III?

Lo chiedo perché mi sono imbattuto in uno strano caso di Effetto Mandela, ossia di falso ricordo collettivo. Questo effetto prende il nome dal ricordo, errato ma molto diffuso, che Nelson Mandela sia morto in carcere negli anni Ottanta del secolo scorso: in realtà fu liberato dopo una lunghissima prigionia nel 1990, divenne presidente del nuovo Sudafrica nel 1994 e morì nel 2013. La cosa particolarmente curiosa di questi falsi ricordi è che chi li ha è convintissimo di ricordare correttamente.

Il caso in questione riguarda appunto una presunta gaffe presente nel film Rambo III, che è diventata una vera e propria leggenda metropolitana ed è interessante perché non solo è un perfetto Effetto Mandela, ma dimostra anche quanto è culturalmente rischiosa l’attuale tendenza a usare lo streaming e i servizi centralizzati digitali invece di avere una propria copia personale delle opere: chiunque abbia il controllo di quei servizi può manipolare facilmente il passato e cancellarne ogni traccia.

La leggendaria gaffe di Rambo III, segnalata e illustrata nel tweet seguente, è che il film, uscito nel 1988, sarebbe stato dedicato inizialmente “ai coraggiosi combattenti mujaheddin” (“This film is dedicated to the brave Mujahideen fighters of Afghanistan”), ma che dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 questa dedica sarebbe stata cambiata di soppiatto perché era diventata assolutamente impresentabile.

Infatti nel film il protagonista del film (John Rambo, appunto, interpretato da Sylvester Stallone) combatte contro gli invasori sovietici che occupavano l’Afghanistan negli anni Ottanta, alleandosi con i mujaheddin afgani, presentati come partigiani che lottano per la libertà. Ma negli anni successivi alcune fazioni di quei mujaheddin diedero assistenza a Osama bin Laden, mandante degli attentati dell’11/9.

E così al posto della dedica imbarazzante sarebbe stato messo un più generico “al valoroso popolo afgano” (“This film is dedicated to the gallant people of Afghanistan”).

Quando ho segnalato questa storia su Twitter, molti commentatori si sono ricordati con certezza di questo cambiamento:

Ma quasi tutte le fonti storiche indicano che la scritta non è mai stata cambiata: la dedica è sempre stata al popolo, non ai mujaheddin.

La recensione del New York Times della prima del film, nel 1988, cita esplicitamente la dicitura:

“”Rambo III” is dedicated ”to the gallant people of Afghanistan,” and it clearly intends that its politics be taken seriously.”

Lo stesso fa quella del Washington Post:

Because the movie’s “dedicated to the gallant people of Afghanistan,” his mission also includes getting to Love-Dee-Peeple.

Anche l’autorevole Mereghetti del 2000, consultato da un lettore, riporta la versione “valoroso popolo afghano”:

Anche fonti più recenti, come IMDB, citano solo la versione che parla di “popolo”:

At the end of the battle Rambo and Trautman say goodbye to their Mujahideen friends and leave Afghanistan to go home. The movie ends with two quotes: “This film is dedicated to the gallant people of Afghanistan.” and “I am like a bullet, filled with lead and made to kill”

Wikipedia cita esplicitamente questa presunta modifica, smentendola:

Some have claimed that the dedication at the end of the film has been altered at various points in response to the September 11 attacks. Specifically it is claimed that the dedication was (at one point) “to the brave Mujahideen fighters” and then later changed to “to the gallant people of Afghanistan”.[21][22] Reviews of the film upon its release and later publications show that the film was always dedicated “to the gallant people of Afghanistan”.

Anche Screenrant cita e smentisce il cambio di dicitura:

Rambo III ends with a dedication, “to the gallant people of Afghanistan.” An urban legend falsely stated that the dedication was originally to the mujahideen specifically, but this is untrue, and would have been antithetical to Rambo’s character. He is someone who fights to protect people, not to win wars.

Eppure ci sono libri che la confermano, come Docu-Fictions of War: U. S. Interventionism in Film and Literature, di Tatiana Prorokova (2019; U of Nebraska Press. p. 227. ISBN 978-1-4962-1444-7):

[T]he ending quote of Rambo III glorifies the Afghan nation: “This film is dedicated to the gallant people of Afghanistan.” This dedication appeared in the film only after 9/11. Prior to that, the film concluded with the phrase “This film is dedicated to the brave Mujahideen fighters of Afghanistan,” which proves that the U.S. was on the side of the mujahideen, supporting them in the war against the Soviet Army.

Lo stesso fa Shadow Wars: The Secret Struggle for the Middle East, di Christopher Davidson (2016, Simon and Schuster, ISBN 978-1-78607-002-9):

The credits of the original release included the line ‘Dedicated to the brave mujahideen fighters’, but after 9/11 this was quietly changed to ‘Dedicated to the gallant people of Afghanistan’.

Fandom.com conferma la modifica:

The original VHS release had in the end credits: “Dedicated to the brave Mujahideen fighters”, although this was later changed to “Dedicated to the gallant people of Afghanistan.”

Il dubbio, comprensibile, è che potrebbe trattarsi di un fotomontaggio creato da qualcuno. Ma in questo caso, che senso avrebbe crearlo? Quale sarebbe il tornaconto? E quanto sarebbe difficile alterare l’immagine cancellando la scritta originale per rimpiazzarla con quella modificata?

Skeptics Stack Exchange ha una risposta parziale: esaminando bene le due versioni si nota che non si tratta dello stesso fotogramma. Quello con la dicitura che parla di mujaheddin è tratto da un momento appena precedente la comparsa della dicitura che parla di popolo. Il falsificatore, insomma, avrebbe usato un fotogramma che era già privo di scritta nell’originale, e questo gli avrebbe facilitato il lavoro.

Se qualcuno ha una videocassetta originale uscita prima del 2001, possiamo risolvere questo strano caso una volta per tutte.

2020/08/28 10:20

Da Andrea G. mi arriva la segnalazione di un riversamento della versione italiana di Rambo III presente su YouTube e identificato come “doppiaggio del 1992”: a 8:22 compare la dicitura “Questo film è dedicato al valoroso popolo afgano”. L’edizione italiana, insomma, sembra proprio aver avuto questa dedica sin da prima del 2001.

I Formati Morti e la Maledizione delle MotionWavelet

I Formati Morti e la Maledizione delle MotionWavelet

Credit: BetaNews.

Maledetti siano i formati proprietari e le aziende che li usano. Ieri sera ho scoperto che alcuni video in formato AVI dell’album foto/video digitale di famiglia sono illeggibili. Io registro sempre foto e video in formati standard aperti, ma questi video mi erano arrivati da un conoscente nel 2002. Un’eternità fa, in informatica.

All’epoca erano leggibili, ne sono certo. Ma ora persino VLC, veneratissimo grimaldello tuttofare per i video, si arrende sconsolato, blaterando qualcosa di un “formato MWV1” che non è in grado di decodificare. Ho disseppellito il laptop Windows e provato con il player video Microsoft di Windows 10. Niente da fare. Ho recuperato un vecchio Windows Media Player. Peggio che andar di notte.

Una ricerca in Google mi ha permesso di scoprire che MWV1 è la sigla del codec Aware MotionWavelet, usato dalla Aware Inc, la cui pagina di supporto (secondo l’enciclopedia dei codec AVI di Jim McGowan) è defunta e recuperabile solo tramite Archive.org. I codec non sono più distribuiti dalla Aware, per quel che ho visto.

Mi tocca andare su un sito russo a scaricarne una copia, ehm, presa in prestito. Scaricare e installare software da siti del genere non è mai salutare, ma tanto il laptop è sacrificabile e ben isolato dal resto della rete del Maniero. Così l’ho scaricato e installato. I video ora funzionano, ma non con VLC, non con il player di Windows 10: solo con il vecchio Windows Media Player.

Stavolta è andata bene, ma per quanti anni ancora sarà possibile fare questo accrocchio per poter vedere quei video? Sarà il caso di convertirli a un formato meno obsoleto. Il problema è trovare un programma di conversione che funzioni.

Alla fine ho trovato un workaround che potrebbe essere utile ad altri che si trovano nelle mie stesse condizioni e che quindi segnalo qui: Xbox. No, non sto scherzando. In Windows 10 c’è l’app Xbox Game Bar, che è uno screen recorder che consente di registrare il contenuto di una finestra insieme all’audio corrispondente. È pensato per registrare le sessioni di gioco, ma funziona egregiamente con qualunque altra applicazione, compreso Windows Media Player. Si invoca digitando il tasto Windows insieme alla G; si può anche avviare direttamente la registrazione usando Windows-Alt-R. Salva in formato MP4.

Ho quindi convertito i video senza problemi (a parte la perdita di tempo di cercare la soluzione, valutare e scartare app di conversione e riprodurre tutti i file). La qualità di una cattura dallo schermo non sarà sublime, ma nel mio caso si tratta comunque di video a bassissima risoluzione, ai quali tengo per motivi sentimentali e non tecnologici. Ora sto andando a caccia di altri video obsolescenti negli archivi del Maniero.

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.

Restaurare pellicole con SilverFast 8 e scanner Plustek 8200 SE

Restaurare pellicole con SilverFast 8 e scanner Plustek 8200 SE

Questo è uno screenshot a bassa risoluzione.
La scansione effettiva è molto più nitida.

Ultimo aggiornamento: 2019/09/07 18:10.

Mi sono finalmente deciso a digitalizzare per bene tutto l’archivio fotografico di famiglia prima che il naturale deterioramento delle pellicole (negativi e diapositive) sbiadisca per sempre i ricordi, e così ho comprato uno scanner Plustek 8200 SE (320 CHF qui in Svizzera), dotato di sensore a infrarossi per il rilevamento della polvere e dello sporco e fornito con SilverFast 8.8 (MacOS/Windows), software in grado di usare questo sensore per riconoscere questi difetti e correggerli insieme ai graffi e incluso nel prezzo dello scanner.

L’ho collegato a un Mac che lavora intanto che io faccio altro: ci mette una decina di minuti a foto (sto facendo passate multiple alla massima risoluzione, più post-elaborazione in automatico), ma il risultato è notevole: non va sempre così bene automaticamente come vedete qui sotto e a volte serve una correzione manuale, ma quando va bene al primo colpo è una gioia.

Questa, per esempio, è una ripulitura della polvere ormai incrostata e non rimovibile senza un lavoro paziente che è impossibile fare per migliaia di diapositive come queste.

Ripesco questa che testimonia, per gli increduli, che una volta ero bello e biondo:

Lo scanner invece fa fatica con le diapositive sottoesposte o scure: non è possibile regolare l’esposizione per schiarirle. In questi casi serve una soluzione alternativa: per esempio una fotocamera digitale macro che fotografi la pellicola.

Se non avete ancora pensato di digitalizzare i ricordi, fatelo. Il tempo passa inesorabile per tutti i supporti analogici.

2019/09/06

Per chi mi ha chiesto le impostazioni che uso per la scansione delle diapositive (l’unica che ho fatto finora con questo scanner), eccole:

  1. Non uso Workflow Pilot (l’automatismo totale).
  2. Mi assicuro che tutti i tool siano disabilitati, così abilito solo quelli che mi servono.
  3. Scelgo Transparency, Positive, 48–24 bit.
  4. Faccio la pre-scansione con Prescan.
  5. Scelgo le dimensioni e il formato: TIFF, A5, Typesetter 600 ppi. Questo porta la risoluzione a 7200 ppi e produce immagini da circa 5000×3400 pixel a 600×600 di risoluzione). Sono file da circa 100 megabyte; per me non è un problema, ho dischi rigidi in abbondanza.
  6. Clicco su Frame – Find frames – Slide 35 mm, per fargli identificare automaticamente i bordi della diapositiva.
  7. Stringo leggermente il frame per non includere gli angoli stondati, che falsano la riparazione dei graffi e produrrebbero artefatti (vengono “corretti” mettendoci dei pixel, come dire, ispirati da quelli adiacenti, ma il risultato è pessimo).
  8. Attivo AutoCCR (correzione automatica delle dominanti cromatiche; di solito funziona bene e non serve farla a mano).
  9. Provo Picture settings – Midtone per vedere se cambiando il valore ottengo qualche miglioramento.
  10. Se le dominanti cromatiche non sono sparite del tutto, attivo Global CC e provo a cambiarne il valore.
  11. Per le dia a colori non Kodachrome, attivo iSRD (la rimozione di graffi, polvere e peluzzi tramite scansione a infrarossi; non funziona sulle Kodachrome e sulle pellicole in bianco e nero a causa del supporto non permeabile agli infrarossi), impostandolo su Correct con Detection medio-alta (10 di solito è sufficiente, ma salgo a 17-20 nei casi gravi, facendo attenzione agli artefatti). In alternativa, uso SRD (rimozione senza scansione a infrarossi), con Detection a 20 e Tile Size 4.
  12. Non uso AACO (correzione contrasto): mi dà risultati scadenti.
  13. Attivo GANE (riduzione grana e rumore) in modalità Light.
  14. Attivo Multiple Exposure (passate multiple con “diaframma” differente per scansionare bene sia le zone più chiare, sia quelle più scure).
  15. Pulisco bene la pellicola con un soffietto. Solo nei casi disperati uso un pennellino o, in quelli ancora più disperati, un panno da occhiali leggermente inumidito.
  16. Faccio la scansione e controllo il risultato; se accettabile, passo alla scansione successiva tornando al punto 6.

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.

Recuperato il diario di bordo originale di Samantha Cristoforetti

Recuperato il diario di bordo originale di Samantha Cristoforetti

L’astronauta Samantha Cristoforetti ha raccontato la propria avventura spaziale nel libro Diario di un’apprendista astronauta (edito da La Nave di Teseo), che consiglio caldamente a chiunque voglia sapere cosa si fa realmente per andare nello spazio e cosa si prova quando ci si arriva e ci si abita.

Ma prima e durante la propria missione spaziale, Sam ha anche tenuto un diario di missione in inglese, pubblicandolo online man mano su Google+. Il guaio è che Google+ non esiste più, per cui questo documento, interessante non solo a livello personale ma anche per la storia dell’astronautica italiana, era andato perduto.

La traduzione italiana del diario di missione, a cura di Paolo Amoroso, era rimasta reperibile su Astronautinews.it, ma l’originale inglese era svanito.

Fortunatamente Sam aveva fatto una copia di backup dei suoi post su Google+ e l’ha trasmessa a Carlo Gandolfi, che l’ha convertita in un e-book scaricabile gratuitamente in formato ePub, Mobi e PDF qui su Astronautinews.it. La versione tradotta in italiano è invece disponibile gratuitamente qui negli stessi formati. Entrambi i testi sono sotto licenza Creative Commons.

E anche se non siete astronauti, fate un backup di quello che postate: i social network possono sembrare eterni, ma spesso si estinguono portandosi via tutti i contenuti, in particolare le vostre foto e i vostri video, che rischiate altrimenti di perdere per sempre.

Obsolescenza dei supporti fra copyright e DRM

Obsolescenza dei supporti fra copyright e DRM

Il 4 aprile ho tenuto una lezione all’Università di Milano-Bicocca sulla pericolosa obsolescenza dei dati digitali, dovuta ai supporti che invecchiano molto più precocemente di quanto si possa pensare, alle tecnologie DRM e al copyright, rendendo difficile, e a volte impossibile, la conservazione dei dati. Dati che molto spesso sono cultura: libri, poesie, film, foto, musica, persino blog. Come possiamo garantire che lasceremo ai nostri figli qualcosa di noi che potranno leggere o vedere?

Nella presentazione ho citato anche un problema di conservazione dei dati decisamente insolito e al tempo stesso vitale: esiste la necessità, già oggi, di garantire la conservazione di alcune informazioni per diecimila anni. Sì, diecimila: ci sono tecnici che stanno cercando un modo sicuro per tramandare ai nostri discendenti, per tutto questo tempo, un’informazione di cui avranno estremo bisogno se vogliono sopravvivere alle nostre porcherie inquinanti.

Si tratta infatti del messaggio molto semplice “chi scava qui muore”, con il quale contrassegnare la discarica nucleare WIPP, nel New Mexico, già in funzione. Quando sarà piena, dovrà essere sigillata e poi occorrerà segnare la sua ubicazione in modo che nessuno possa andare a scavarvi, neanche per sbaglio, e disseppellirne inconsapevolmente le tonnellate di materiale radioattivo.

Ma in diecimila anni (il tempo necessario prima che le scorie diventino relativemente innocue) può succedere di tutto. Come superare la barriera dell’evoluzione della lingua, dei costumi sociali e della tecnologia? Come garantire che il messaggio arrivi intatto dopo un periodo lungo il doppio della vita delle piramidi egizie e non venga disastrosamente frainteso, per esempio pensando che la colossale discarica sia un monumento funebre da depredare, come appunto è accaduto per le piramidi?

Le soluzioni proposte non sono affatto ad alta tecnologia: usano metodi non digitali ed estremamente semplici. Enormi pietre scolpite, pittogrammi con volti umani che esprimono sofferenza, riferimenti astronomici per indicare la datazione, e le principali lingue del mondo (con spazio per aggiungere quelle future) per i dettagli. È un problema tanto reale quanto affascinante per la sua vastità temporale e le sue implicazioni sui bei regali che lasciamo in eredità ai nostri pronipoti.

Se volete saperne di più, ecco i link ai materiali che ho presentato:

Se vi interessano invece i dati UNESCO sulla conservazione dei supporti digitali e sulle tecniche per evitare la perdita dei nostri archivi di cultura, date un’occhiata a questo rapporto, ricco di link a molti altri studi sull’argomento. I dati non lasciano speranze: la durata media di un supporto digitale è di soli cinque anni. Per questo fare il backup dei propri DVD deve essere permesso. Come la prendereste, se scopriste che tutta la vostra collezione di libri marcirà entro cinque anni e che la legge, in molti paesi, vi vieta di crearne una copia di scorta?

Bandersnatch: interattività significa (anche) antipirateria

Bandersnatch: interattività significa (anche) antipirateria

Questo è il testo del mio podcast La Rete in tre minuti per Radio Inblu di questa settimana, che potete ascoltare qui.

Avete sentito parlare di Bandersnatch? È la nuova puntata della serie televisiva di fantascienza distopica Black Mirror, prodotta da Netflix, di cui si discute moltissimo su Internet. Anche se non vi interessa la fantascienza, Bandersnatch è importante per una ragione decisamente insolita: perché è talmente impossibile da piratare informaticamente che persino siti dedicati alla pirateria audiovisiva raccomandano di acquistare l’originale, abbonandosi a Netflix, invece di cercarne online copie piratate.

È un risultato davvero notevole, dopo anni di pirateria audiovisiva galoppante, ottenuto con un espediente tecnico e narrativo altrettanto insolito: la puntata è infatti interattiva. Nel corso del suo svolgimento, lo spettatore può scegliere fra varie azioni possibili del protagonista e ottenere quindi una trama e un finale differenti. A volte anche scelte banali possono portare a conseguenze profondamente differenti, e questo è uno dei temi ricorrenti di tutta la serie Black Mirror.

Ma questa interattività ha come effetto collaterale quello di rendere fondamentalmente inutile scaricare abusivamente Bandersnatch, perché le copie pirata sono incomplete. Non consentono di effettuare scelte e quindi mostrano soltanto una parte della storia complessiva. Ricreare l’interattività richiederebbe un lavoro enorme di scrittura di software apposito che nessun pirata audiovisivo si sente di fare. E questo lavoro andrebbe fatto più volte: una per ogni tipo di dispositivo usato per guardare video, dai computer ai tablet agli smartphone. I film e telefilm normali, invece, una volta digitalizzati, sono fruibili su qualunque dispositivo senza ulteriori adattamenti.

La fruizione abusiva di film e telefilm via Internet è un problema ben conosciuto da tempo, che secondo le case cinematografiche e le reti televisive causa mancati guadagni molto ingenti. Riuscire di colpo a bloccarla così efficacemente, e per un prodotto estremamente popolare come Black Mirror, è sicuramente un successo che attirerà l’attenzione di chiunque produca contenuti audiovisivi commerciali. Specialmente dopo il fallimento sostanziale delle varie tecnologie anticopia usate finora, che hanno penalizzato soltanto gli utenti onesti che si sono trovati a dover per esempio cambiare lettore Blu-ray o altri dispositivi di lettura pur di poter fruire di un film regolarmente acquistato.

È presto per dire se ci troveremo di fronte a un’ondata di produzioni interattive ispirate dal successo di Bandersnatch: non tutti gli spettatori, infatti, sono entusiasti di dover fare delle scelte e molti preferiscono rilassarsi e lasciare che la storia si dipani da sola. Ma già adesso si pone un’altra questione ancora più interessante: la conservazione della cultura digitale.

Infatti se è impossibile creare una copia di un’opera, e se quell’opera è fruibile soltanto finché esiste il servizio online commerciale che la gestisce, è anche impossibile conservarla per i posteri se quel servizio chiude o decide semplicemente di non offrirla più. E se vi sembra eccessivo pensare che un prodotto commerciale sia un’opera degna di essere tramandata, parlatene con i cultori di Tex o di qualunque telefilm ormai diventato classico. O, più semplicemente, provate a immaginare come sarebbe la cultura italiana se Dante Alighieri avesse scritto la Divina Commedia interattiva in esclusiva per Netflix e Netflix avesse chiuso.

2019/01/09

Dai commenti riporto questa splendida chicca di Epsilon Eridani:

L’interattiva Commedia

Nel mezzo del cammin di nostra vita
Mi ritrovai per una selva oscura
Che la diritta via era smarrita
Poiché qui giunto, deh, il piè ormai si stanca
Sii mio Virgilio: volto a destra o giro a manca?

Ci vediamo a Modena stasera alle 18 per parlare di conservazione dei dati digitali?

Ci vediamo a Modena stasera alle 18 per parlare di conservazione dei dati digitali?

Come preannunciato, questa sera alle 18 sarò ospite della Biblioteca Civica Antonio Delfini (Corso Canalgrande, 103) per parlare del problema della conservazione dei dati digitali: foto, audio, video, documenti, programmi che serviranno ai posteri per tentare di comprendere la nostra epoca. Racconterò esempi clamorosi e proporrò consigli pratici per evitare che la nostra cultura diventi un’illeggibile catasta di bit.

L’iniziativa è inserita nel progetto Capsule del tempo. Da Mutina al futuro, realizzato in collaborazione con i Musei Civici nell’ambito della mostra Mutina Splendidissima. L’ingresso è libero.

Aggiornamento

Il video della conferenza è disponibile qui.

I supporti digitali non sono eterni: come tramandarli?

I supporti digitali non sono eterni: come tramandarli?

A novembre scorso sono stato ospite della Biblioteca Delfini di Modena per una conferenza sulla conservazione dei dati digitali. Il video della conferenza è disponibile online:

Buona visione.

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.