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Lo spam ha vinto. Chiudo i commenti diretti, mandatemeli via mail

Stamattina sono stato a un passo dall’approvare due commenti che erano in realtà spam. Costruiti perfettamente, capaci di scansare i filtri antispam, pertinenti al contesto, con tanto di citazioni dei post e scritti in ottimo italiano. Erano questi (ho oscurato i link che contenevano).

Screenshot dei commenti-spam.

Li ho cancellati, insieme agli altri 47 falsi commenti-spam rilevati oggi dal filtro automatico di wpDiscuz, e poi ho disattivato i commenti sui nuovi post e chiuso i commenti su tutti i post già pubblicati.

Queste sono probabilmente le avvisaglie di un’ondata di spam talmente ben fatto da rendere impossibile qualunque filtraggio automatico. Questo vuol dire che dovrei valutare manualmente tutti i commenti, uno per uno, esaminando e aprendo i link di ciascuno per verificare che non portino a siti-spam (come facevano questi). È un carico di lavoro manuale semplicemente insostenibile.

Ho valutato l’idea di aprire i commenti solo ai commentatori autenticati o fidati invece di fare la scelta radicale di chiuderli completamente. Ma ho già visto in passato che gestire l’autenticazione e la fiducia in questa modalità richiede una quantità di tempo e di risorse mentali che non ho. E oltre agli spammer ci sono i troll, gli impostori e quelle caccole umane che si fingono inizialmente concordi e moderati per conquistare la fiducia e poi postano spam o provocazioni per il puro gusto di seminare il caos.

Il problema fondamentale è che finché ci sarà uno spazio per i commenti, ci sarà qualcuno che ne abuserà. Finora l’abuso era filtrabile e richiedeva fatica per superare i filtri automatici: ora, grazie probabilmente all’intelligenza artificiale generativa che permette di leggere i post e confezionare quantità infinite di commenti coerenti e credibili, la fatica di chi riceve i commenti è largamente superiore a quella di chi li genera.

Per cui se volete commentare, mandatemi una mail a paolo.attivissimo@gmail.com. Vi prometto che vi leggerò e che pubblicherò il vostro commento se lo considero importante per gli altri lettori di questo blog. Non vi prometto che vi risponderò personalmente: voi siete tanti (e di questo sono grato) e io sono uno solo.

Se potete, includete nella vostra mail di commento un link al post che volete commentare.

Grazie,

Paolo


I commenti dei lettori (via mail)

Marco: “non basterebbe bannare l’uso dei link? Senza link non ci può essere spam, nel senso di promozione di qualcosa, o no?”. Ci ho pensato, ma bannare totalmente i link comporterebbe il problema che neanche i commentatori onesti potrebbero includere link nei loro commenti.

Sofia: “spostare i commenti sulla mail non ti sposta semplicemente il problema? Oppure è perché chi scrive certa roba la scrive perché la leggano tutti e quindi non pubblicandola non dai loro visibilita?” Non sposta, per fortuna. Quello che cercano troll e spammer è proprio la visibilità.

Podcast RSI – Innocente, ma condannato da un trattino di troppo: la storia di Brandon Klayme

Questo è il testo della puntata del 10 agosto 2026 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP: audio “fus ro dah” da The Elder Scrolls V: Skyrim]

Un uomo innocente è stato condannato e incarcerato per un anno e mezzo con l’accusa terribile di pedofilia online. La sua odissea giudiziaria, lunga sei anni, è nata da un singolo carattere tipografico letto male ed è proseguita per colpa di una catena di errori incredibile ma purtroppo vera.

Questa è la storia di Brandon Klayme, un ventottenne che è finito nelle maglie della giustizia in Canada, ma gli eventi che sto per raccontarvi potrebbero accadere in qualunque parte del mondo. Per questo il suo caso ha avuto una risonanza internazionale ed è un monito che vale a ogni latitudine.

Benvenuti alla puntata del 10 agosto 2026 del Disinformatico, il podcast mensile della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. E questa è davvero una delle storie più strane e kafkiane che mi sia mai capitato di segnalare. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Il celebre film distopico Brazil di Terry Gilliam, uscito nel 1985, racconta la vicenda di un uomo innocente che viene arrestato e processato a causa di un errore assurdo: durante la stampa del mandato di arresto di un terrorista, un insetto si è incastrato nella stampante e le ha fatto stampare una singola lettera sbagliata, alterando il cognome del terrorista e scrivendo invece quello di una persona che non c’entra nulla. E così la burocrazia e le forze di polizia si accaniscono ciecamente e implacabilmente contro quella persona innocente fino a farla morire.

Lo spezzone di Brazil (1985) che mostra la genesi dell’errore giudiziario che sta alla base della trama del film.

Ma Brazil è un film; in un iter giudiziario reale ci sono invece controlli incrociati, riscontri, verifiche, e si procede con grande attenzione e diligenza, visto che c’è di mezzo la sorte di una o più persone incriminate. O almeno così verrebbe da pensare. Dal Canada, però, arriva una storia che va decisamente in senso contrario.

La storia inizia in realtà altrove, nello stato americano del Wisconsin. Da agosto a dicembre del 2018, una dodicenne che vive nella capitale Madison comunica con un uomo attraverso l’app di messaggistica Kik e con lui scambia messaggi e immagini di atti sessuali. A un certo punto la madre della dodicenne scopre sul telefono della figlia una foto dell’uomo, una foto che gli atti definiscono eufemisticamente “inopportuna” [“inappropriate”], e avvisa la polizia locale.

La polizia del Wisconsin effettua una perizia tecnica sul telefono e vi trova 125 messaggi fra la ragazzina e l’adulto, confermando la natura intima e quindi illegale dei loro contenuti. L’uomo usa su Kik il nome “fus__ro_dah”, che è una citazione del videogioco The Elder Scrolls V: Skyrim. È quello strano grido che avete sentito all’inizio di questo podcast.

[CLIP: audio “fus ro dah” da The Elder Scrolls V: Skyrim]

Le tre sillabe sono separate da caratteri di sottolineatura (o underscore).

La polizia statunitense contatta Kik per farsi dare le generalità dell’utente “fus_ro_dah” e Kik fornisce in risposta l’indirizzo di mail di quell’utente. È un indirizzo Gmail, per cui le autorità chiedono a Google di fornire informazioni sul titolare di quell’indirizzo. Google risponde dando alla polizia un indirizzo IP usato per accedere a quella casella di mail: si tratta di un IP canadese, e quindi il caso passa nelle mani delle autorità di quel Paese, e specificamente della polizia regionale di Halifax, nella provincia della Nuova Scozia, che chiede al fornitore Internet locale, Bell Aliant, di rivelare l’indirizzo fisico dell’abbonato che corrisponde a quell’indirizzo IP.

La procedura è insomma quella solita, che si usa universalmente in casi come questi: il nome online della persona da identificare viene usato per risalire al suo indirizzo di mail; l’indirizzo di mail permette di risalire al suo indirizzo IP; e l’indirizzo IP consente di identificare il suo domicilio fisico e quindi di determinare il nome anagrafico della persona ricercata.

In questo caso, la persona si chiama Brandon Klayme.

A metà febbraio 2020 questo ventiduenne viene arrestato e incriminato con tre accuse pesantissime: adescamento di una persona di meno di 14 anni usando dispositivi per telecomunicazioni, invio di materiale sessualmente esplicito a un minore e possesso di immagini pedopornografiche. Il sito Crimestoppers della provincia della Nuova Scozia annuncia l’incriminazione di Klayme per pedopornografia citandone nome e cognome direttamente nel titolo del suo comunicato pubblico e usando l’etichetta Crime of the week: il reato della settimana.

Mio screenshot del sito Crimestoppers, 10 agosto 2026.

La polizia canadese ottiene un mandato di perquisizione dell’abitazione di Klayme, che è a Dartmouth, a pochi chilometri da Halifax e a duemila dal Wisconsin dove sta la ragazzina. Stando agli atti è solo a febbraio 2021, oltre due anni dopo lo scambio di messaggi illegali, che le autorità sequestrano e periziano i telefonini e i laptop di Klayme.

Su questi dispositivi, però, non vengono trovate tracce legate al caso sotto indagine. Nessun messaggio scambiato fra Klayme e la dodicenne. Nessuna immagine intima. Klayme ha sì un account su Kik, aperto anni prima [il 20 gennaio 2012, stando a questo screenshot tratto dagli atti] e a suo dire in disuso da tempo, ma la polizia non riesce nemmeno a dimostrare che l’uomo l’abbia usato in qualunque modo nei mesi in questione, men che meno per scambiare immagini illegali con una dodicenne.

Nonostante tutto questo, al processo, ad aprile 2023, tre anni dopo l’arresto, Klayme viene dichiarato colpevole; la sentenza arriva otto mesi più tardi e lo condanna a un anno e mezzo di carcere e diciotto mesi di libertà vigilata, per dei reati terribili che l’uomo sa di non aver commesso.

[Klayme viene inoltre iscritto nel registro nazionale degli autori di reati sessuali per 20 anni e gli viene imposto un divieto di usare Internet e di avere contatti con bambini per cinque anni]


Brandon Klayme ricorre in appello, e durante le fasi preparatorie di questo ricorso il suo avvocato difensore, diverso da quello del primo processo, nota un dettaglio cruciale che fino a quel punto era sfuggito a tutti: la richiesta iniziale della polizia del Wisconsin a Kik riguardava informazioni sull’utente Kik di nome “fus_ro_dah”, scritto con un singolo carattere di sottolineatura fra le sillabe, che è il nome utente di Klayme; ma l’utente Kik trovato dalla perizia tecnica della polizia statunitense sul telefono della ragazzina, quello che ha scambiato i messaggi illegali con lei, è “fus__ro_dah” con due caratteri di sottolineatura fra la prima e la seconda sillaba [ho rispettato questa differenza anche in questo articolo: ve ne eravate accorti?].

In altre parole, la polizia del Wisconsin ha chiesto a Kik informazioni sull’utente sbagliato, Kik ha diligentemente fornito le informazioni di quell’utente, e la polizia canadese ha usato quelle informazioni per rintracciare e identificare con estrema precisione l’uomo sbagliato. E la giustizia canadese ha condannato al carcere un innocente esclusivamente sulla base di un nome utente, senza alcuna altra prova a supporto, e senza sapere che quel nome utente era stato trascritto male.

In appello, a luglio 2026, sei anni dopo l’incriminazione, la corte scagiona completamente Brandon Klayme e riconosce che se le indagini fossero state svolte correttamente avrebbero portato all’identificazione del vero colpevole, che ha un indirizzo IP californiano e che per quanto ne sappiamo è ancora a piede libero. Ma sul sito Crimestoppers il nome di Klayme è ancora additato oggi come incriminato di reati contro minori, senza alcuna rettifica o nota di aggiornamento.

È importante sottolineare, come fa la stampa locale canadese [Tim Bousquet, Halifax Examiner], che questa vicenda non è scaturita solo da un errore della polizia del Wisconsin nel trascrivere un nome che è indubbiamente facile da equivocare. La polizia canadese non ha trovato prove concrete, eppure ha deciso di incriminare Klayme; il pubblico ministero, nonostante questa assenza di prove, ha deciso di portare il caso in tribunale; l’avvocato difensore del processo iniziale non ha esaminato adeguatamente le presunte prove contro il suo cliente; e il giudice ha accettato la tesi dell’accusa senza metterla in dubbio. Inoltre nessuno ha chiesto alla vittima minorenne se l’accusato somigliasse o meno al suo molestatore.

Qui ha fallito tutta la parte umana della filiera della giustizia, ed è questo che è preoccupante, perché gli errori commessi in questa vicenda possono ripresentarsi in qualunque altro tribunale di qualunque altro paese.

Consideriamo per esempio la questione del nome utente, che alla fine risulta essere stato l’unico elemento concreto sul quale si è basata l’accusa: per chi non è un gamer accanito o non ha familiarità con il lessico e la cultura dei videogiochi, un nome utente come “fus__ro_dah” non ha alcun significato e quindi viene percepito come una sequenza di caratteri scelti a caso. Pertanto è normale pensare che sia assai improbabile che venga selezionata da altri utenti, ma invece è un riferimento culturale ben preciso e diffuso, tanto che ha una voce apposita nell’enciclopedia online dei memi Know Your Meme.

È insomma comprensibile che agli inquirenti non sia venuto in mente che due diversi utenti di Kik potessero aver scelto quella stessa specifica sequenza di caratteri, cambiando soltanto il numero di trattini, e la differenza visiva fra un trattino e due è in effetti difficile da notare, anche perché nei font comunemente usati due di questi caratteri scritti consecutivamente si fondono tra loro, senza spazio che li divida. Ma tutto il resto è molto meno perdonabile.


Ora il governo canadese sta valutando [CBC.ca] un possibile risarcimento per il calvario subìto da Klayme, ma nessun compenso potrà mai restituire all’uomo quei sei anni di vita trascorsi con l’etichetta infamante di molestatore di bambini, con il suo nome esposto alla gogna mediatica e con la reputazione personale distrutta. Nessun risarcimento potrà ridargli quell’anno e mezzo speso in carcere.

Il suo caso ha avuto una risonanza mondiale, per cui oggi chi cerca online il suo nome e cognome trova facilmente anche la notizia del suo completo scagionamento per non aver commesso il fatto e per essere del tutto estraneo alla vicenda. Ma cosa succederà ai prossimi Brandon Klayme, in Canada o altrove, che non avranno altrettanta eco mediatica?

Screenshot di una mia ricerca in Google, agosto 2026. Anche la risposta generata dall’IA è sostanzialmente corretta.

Chiaramente servono procedure di verifica dei fatti tecnici più rigorose. Allo stesso tempo, episodi come questo sono un monito per i tanti che pensano che si possa migliorare la giustizia e renderla meno assurdamente lenta affidando la lettura dei documenti processuali alle intelligenze artificiali. Un errore di questo genere, basato sull’omissione di un singolo carattere in un unico documento, probabilmente verrebbe ignorato dalle IA attuali, che fanno analisi dei testi su base statistica e quindi rischierebbero di considerare uguali i due nomi utente, quello di Brandon Klayme e quello del vero autore dei reati contro minori attribuiti al canadese innocente, senza evidenziare quella piccola ma cruciale discrepanza.

Storie di malagiustizia come questa lasciano spesso un retrogusto amaro, un senso di impotenza, in chi le legge o le ascolta (e anche in chi, come me, le racconta). In effetti c’è poco che noi utenti comuni possiamo fare per ridurre il rischio di essere travolti da un errore giudiziario come questo. Tutto quello che posso consigliare è evitare di aprire account social solo per prova per poi abbandonarli, e chiudere ed eliminare gli account che non si usano più, togliendo anche la relativa app dal telefono.

Se cogliete l’occasione di questo mio racconto per fare un po’ di pulizia digitale, allora almeno qualcosa di buono da questa brutta, assurda storia di Brandon Klayme sarà venuto fuori.

Cronologia della vicenda in sintesi
  • 29 agosto-14 dicembre 2018: scambio di messaggi illeciti su Kik.
  • 12 febbraio 2020: Annuncio su Crimestoppers di arresto, incriminazione e sequestro di dispositivi.
  • 5 febbraio 2021 (secondo atti): mandato di perquisizione e sequestro di telefoni e laptop.
  • 17 aprile 2023: processo di primo grado.
  • 5 gennaio 2024: condanna a 18 mesi di carcere più 18 di libertà vigilata.
  • 23 luglio 2026: decisione della Corte d’Appello.
Fonti

A missing underscore sent innocent man to prison for 18 months, Ars Technica, luglio 2026

R. v. Klayme, 2026 NSCA 59 (PDF), Nova Scotia Courts’ Decision Database, luglio 2026

N.S. attorney general wants answers after innocent man serves 18 months in prison, Global News, agosto 2026

Province to investigate Brandon Klayme’s wrongful conviction, CBC.ca, agosto 2026

‘Should never have been charged’: Innocent man thrown behind bars over an underscore mark, News.com.au, agosto 2026

Here’s one reason for Brandon Klayme’s wrongful conviction. There are more (con screenshot di chat e atti), Halifax Examiner, agosto 2026

Brandon Klayme’s wrongful conviction is the second for Crown prosecutor Melanie Perry, Halifax Examiner, luglio 2026

Un underscore sbagliato manda in carcere un innocente, Zeus News, luglio 2026

Confused username: Innocent person sentenced to 18 months in prison, Heise.de, luglio 2026

How a Typo in Child-Luring Investigation Led Police to Wrong Man, Who Spent 18 Months in Prison, People.com, luglio 2026

NS attorney general looks into wrongful conviction of man who spent 18 months behind bars (la cronista pronuncia “Klay-ME”), Global News, agosto 2026

Appeal Court quashes man’s lur­ing con­vic­tions, The Chronicle Herald (Metro), luglio 2026

Seven of Skyrim’s best Fus Ro Dah videos, Videogamer.com, gennaio 2012 (copia archiviata su Archive.org)

Fus Ro Dah, KnowYourMeme.com, 2025

Promemoria: @attivissimoLIVE su X non sono io

Mi è stato segnalato che circolano online degli screenshot nei quali l’account X @attivissimoLIVE scriverebbe cose deliranti che spaziano dal razzismo alla bestemmia alla transfobia. Già questo, per chiunque mi conosca anche solo vagamente, dovrebbe essere un grossissimo campanello d’allarme antibufala.

Non so se gli screenshot sono falsi o meno e non mi interessa: in ogni caso mostrano cose che non ho scritto io. Non li pubblicherò per non alimentare eventuali polemiche.

I fatti sono questi: ho avuto un account con quel nome quando X era ancora Twitter. A novembre 2024, visto quello che stava combinando Elon Musk, l’ho chiuso. So che qualcuno ha poi riaperto un account X con quello stesso nome, imitando la mia grafica, ma l’ho fatto chiudere segnalando a X che si trattava di un impostore.

Il mio unico account su X è @attivissimo_me.

Artemis 3, i dettagli annunciati dalla NASA

Il 15 luglio scorso la NASA ha pubblicato molti dettagli sullo svolgimento previsto di Artemis 3, la prossima missione con equipaggio del programma Artemis di ritorno umano alla Luna. Si tratta di una missione estremamente complessa, nella quale l’astronauta italiano Luca Parmitano avrà compiti cruciali di pilotaggio.

Questo articolo raduna e riassume quello che è stato reso noto finora.

In sintesi

Artemis 3 è prevista per “non prima dell’estate del 2027”, si svolgerà interamente in orbita intorno alla Terra e durerà circa due settimane. La missione includerà due rendez-vous e attracchi con versioni preliminari di due veicoli di allunaggio commerciali: quello di SpaceX e quello di Blue Origin. Verrà inoltre svolto un test in cabina della nuova tuta spaziale lunare.

Questa sarà l’ultima missione Artemis prima del primo tentativo di allunaggio con equipaggio di questo programma, attualmente previsto per il 2028, 56 anni dopo l’ultimo allunaggio umano del programma Apollo nel 1972.

L‘equipaggio di Artemis 3 sarà composto da tre astronauti statunitensi (Andre Douglas, Randy Bresnik, Frank Rubio) e da un astronauta europeo (Luca Parmitano).

In dettaglio: coreografia di tre grandi lanci

Artemis 3 è classificata dalla NASA come una missione dimostrativa, che consentirà al personale sulla Terra e agli astronauti in orbita di acquisire dimestichezza con le operazioni di rendez-vous (incontro e avvicinamento fra due veicoli) e docking (attracco fra due veicoli) fra la navicella spaziale Orion e due veicoli commerciali di allunaggio (lander). I dati di questa missione, insieme a quelli delle future missioni dimostrative senza equipaggio verso e sulla Luna, serviranno per massimizzare la sicurezza e le probabilità di successo degli allunaggi con equipaggio.

Per Artemis 3, i veicoli commerciali di allunaggio in questione saranno prodotti da SpaceX e da Blue Origin. Saranno versioni di prova, o test article nel gergo spaziale, e saranno portati nello spazio, in orbita bassa intorno alla Terra, da lanciatori commerciali. La navicella Orion, che trasporterà l’equipaggio di Artemis 3, sarà invece lanciata verso la stessa orbita con un vettore SLS (Space Launch System) della NASA.

L’orbita prevista per questa missione è inclinata di -33° ed è circolare. La quota orbitale non è ancora stata precisata, ma è previsto che non sia superiore a 250 miglia nautiche (463 km). La scelta dipende in gran parte dalla presenza di detriti spaziali alle varie quote. Sia Blue Origin, sia Starship sono in grado di raggiungere questi genere di quota con un singolo lancio, senza richiedere rifornimenti in volo.

La sequenza di lancio prevede che parta per primo il veicolo dimostrativo di Blue Origin, seguito dalla navicella Orion e dal veicolo dimostrativo di SpaceX.

Questo significa che NASA, SpaceX e Blue Origin dovranno imparare a coordinarsi tra loro e a gestire ben tre lanci di grandi vettori in rapida successione, seguiti da due rendez-vous con relativi attracchi nel giro di una decina di giorni. Questo coordinamento servirà per le successive missioni verso la Luna, dato che ogni missione lunare che preveda una discesa sulla superficie richiederà che venga dapprima lanciato e messo in orbita intorno alla Terra il veicolo di allunaggio e che poi, entro breve tempo, venga lanciata la navicella Orion che trasporterà l’equipaggio.

Primo lancio: Blue Origin

Blue Origin intende usare un proprio vettore New Glenn per portare nello spazio una versione dimostrativa del veicolo di allunaggio Blue Moon Mark 2 realizzato dalla stessa azienda. Non è chiaro se il vettore sarà quello attuale, denominato 7×2, o la sua versione evoluta (chiamata 9×4). In ogni caso entrambe le versioni sono adatte allo scopo.

C’è però un problema importante: l’esplosione violentissima di un vettore New Glenn durante un test di accensione, il 28 maggio scorso, ha danneggiato gravemente l’unica rampa di lancio adatta per questo veicolo, e si prevede che i lavori di ricostruzione dureranno vari mesi, e altrettanto dureranno ancora quelli per completare la seconda rampa di lancio già in costruzione da tempo. La mancanza di una rampa di lancio usabile per un New Glenn potrebbe imporre uno slittamento dei lanci di questo vettore; in tal caso è esplicitamente previsto che il veicolo di allunaggio di Blue Origin possa essere lanciato da un altro grande lanciatore, come per esempio un Vulcan o un Falcon Heavy.

Questo veicolo dimostrativo includerà tutta l’avionica principale, i sistemi di controllo, il software di volo e una cabina abitabile, e potrà restare operativo nello spazio per un massimo di 30 giorni, consentendo una serie di verifiche tecniche in orbita di parcheggio prima che vengano lanciati gli astronauti a bordo di SLS/Orion.

Questo esemplare non includerà i motori principali BE-7 a propellente criogenico ma solo dei motori di manovra, i cui propellenti non hanno particolari esigenze di conservazione.

Dopo che la navicella Orion si sarà agganciata con successo a questo lander, due astronauti indosseranno le tute di sopravvivenza (quelle arancioni viste in Artemis 2) e apriranno il portello per entrare nella cabina del lander, che sarà appunto dotata di un proprio sistema di controllo ambientale e di supporto vitale. Uno degli scopi di Artemis 3 è proprio collaudare questa cabina; un altro è verificare le modalità di manovra congiunta dei due veicoli.

Illustrazione della versione preliminare dimostrativa del veicolo di allunaggio Blue Moon Mark 2 di Blue Origin. Fonte: NASA.
Illustrazione dell’avvicinamento tra navicella Orion (in basso a sinistra) e veicolo di allunaggio Blue Moon Mark 2. Fonte: NASA.
Confronto dimensionale fra moduli di allunaggio: a sinistra, quello delle missioni Apollo (Lunar Module o LM/LEM); al centro, il Blue Moon Mark 1 di Blue Origin (veicolo cargo); a destra, il Blue Moon Mark 2 di Blue Origin per equipaggi. Fonte: Blue Origin.

Un altro obiettivo di questa fase della missione è collaudare la nuova tuta spaziale lunare, realizzata da Axiom Space. Questa tuta è la prima in assoluto ad avere un circuito di raffreddamento di riserva qualora si guastasse il primario. Il collaudo non avverrà nel vuoto dello spazio, ma all’interno pressurizzato della cabina del veicolo di allunaggio Blue Moon.

A bordo del lander di Blue Origin ci sarà anche un simulatore di massa della tuta spaziale lunare. Questo simulatore sarà molto approssimativo, simile al manichino Moonikin che volò a bordo di Artemis 1, e fornirà informazioni in tempo reale sulle condizioni ambientali all’interno della cabina di Blue Moon.

Secondo lancio: SLS/Orion con equipaggio

Un vettore SLS decollerà dalla rampa di lancio 39B del Kennedy Space Center, in Florida, portando nello spazio la navicella Orion e i quattro membri dell’equipaggio. L’orbita di Orion sarà circolare.

Questo vettore sarà differente dai precedenti usati per Artemis 1 e Artemis 2 perché sarà privo del secondo stadio ICPS, che non è necessario per questo profilo di missione. Al suo posto ci sarà un elemento distanziale di raccordo o spacer, che è attualmente in costruzione e dovrebbe essere pronto entro dicembre. Non sembrano esserci problemi o preoccupazioni per eventuali slittamenti della data di consegna e approntamento del vettore.

Terzo lancio: Starship di SpaceX

SpaceX intende usare la versione più recente di Starship, ossia la 3; non si tratterà di una versione apposita per gli allunaggi, ma semplicemente di un esemplare standard al quale verrà aggiunto un sistema di attracco, situato sulla punta del grande veicolo, che è lungo 52 metri.

Starship verrà portata in orbita dal vettore Super Heavy di SpaceX, che decollerà dalla Terra dopo il completamento delle operazioni di rendez-vous e attracco tra la navicella Orion e il veicolo dimostrativo Blue Moon Mark 2. Non saranno necessari altri lanci per il rifornimento di propellente.

Gli astronauti effettueranno un rendez-vous e un attracco, ma non entreranno a bordo di Starship.

Illustrazioni della navicella Orion attraccata alla Starship. Si notano le grandi dimensioni del veicolo di SpaceX. Fonti: NASA, NASA.

Prove di attracco

Durante le operazioni di attracco e di sgancio, l’equipaggio di Artemis 3 userà i due veicoli dimostrativi di Blue Origin e di SpaceX come obiettivi passivi (target) da raggiungere; il veicolo attivo (chaser) sarà Orion. Questa è la stessa configurazione prevista per le successive missioni di allunaggio con equipaggi.

La NASA verificherà che i due veicoli di allunaggio dimostrativi siano pronti per la missione e sicuri per l‘equipaggio. Sia SpaceX, sia Blue Origin hanno già effettuato test di attracco dei rispettivi veicoli al suolo (nel caso di SpaceX, qualificandosi sin dal 2023).

Una delle differenze più importanti fra i due attracchi previsti è l’ubicazione del punto di attracco. Nel caso del veicolo Blue Moon, si trova su un lato, accanto alla cabina per l‘equipaggio; per Starship si trova sulla punta. Questo comporterà tecniche e approcci di attracco e di sgancio differenti.

Un’altra differenza è che quando Orion attraccherà a Blue Moon, sarà il software di Orion a comandare entrambi i veicoli. Invece quando Orion attraccherà a Starship, sarà quest’ultima a comandare i due veicoli attraccati.

Rientro

Al termine della missione, la capsula conica della navicella Orion rientrerà sulla Terra, ammarando nell’Oceano Pacifico. È presumibile che tutti gli altri componenti verranno fatti rientrare in modo distruttivo.

L’equipaggio

La composizione dell’equipaggio di Artemis 3 è stata resa nota il 9 giugno 2026 con una cerimonia formale. Il comandante sarà Randy Bresnik (NASA), il pilota sarà Luca Parmitano (ESA), e i due specialisti di missione saranno Frank Rubio e Andre Douglas (NASA). Bob Hines (NASA) sarà la riserva di tutti e quattro.

Foto ufficiale dell’equipaggio di Artemis 3: da sinistra, Andre Douglas, Luca Parmitano, Randy Bresnik e Frank Rubio. Fonte: NASA.

Randy Bresnik (Randolph James Bresnik, callsign “Komrade”) è nato nel 1967 (avrà 60 anni nel 2027). È californiano, ex pilota dei Marine, pilota collaudatore ed ex Top Gun. È stato nello spazio quattro volte, con missioni Soyuz e Shuttle. Ha oltre 32 ore di esperienza in attività extraveicolari e ha comandato la Stazione Spaziale Internazionale nel 2017.

Luca Parmitano è catanese, classe 1976 (avrà 51 anni nel 2027), ed è astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea dal 2009. Entrato nell’Aeronautica militare italiana nel 1995, è pilota collaudatore con esperienza su oltre 40 tipi di aeromobili ed è uno specialista nella guerra elettronica. È stato il primo italiano a effettuare una “passeggiata spaziale” (EVA), durante il suo primo volo nello spazio, nel 2013. È tornato in orbita nel 2019, ricoprendo il ruolo di comandante della ISS. Ha totalizzato sei EVA e 366 giorni nello spazio.

Andre Douglas (Andre Maurice Baulding Douglas) è nato in Florida nel 1985 (avrà 42 anni nel 2027) ed è stato selezionato dalla NASA nel 2021. È un ex ufficiale della Guardia Costiera degli Stati Uniti ed è specializzato in architettura navale, robotica, difesa planetaria e sistemi autonomi. Ha svolto il ruolo di astronauta di riserva per la missione Artemis 2. Artemis 3 sarà il suo primo volo nello spazio.

Frank Rubio (Francisco Carlos Rubio) è nato nel 1975 da genitori del Salvador ed è pilota dell’esercito degli Stati Uniti, medico e paracadutista esperto. Nel 2023 ha completato il volo spaziale più lungo di un astronauta statunitense, trascorrendo in orbita 371 giorni consecutivi. Nel 2027 avrà 52 anni.

Bob Hines (Robert Thomas Hines Jr.; callsign “Farmer”) è nato nel 1975 in North Carolina. Nel 2027 avrà 52 anni. Pilota dell’Aeronautica militare statunitense, ha svolto 76 missioni di combattimento e ha totalizzato 3500 ore di volo in 41 tipi di aereo. È stato selezionato dalla NASA come pilota collaudatore e di ricerca e poi, nel 2017, come astronauta. Ha volato nello spazio ad aprile del 2022 come pilota della missione Crew-4 (la stessa alla quale ha partecipato Samantha Cristoforetti).

Molti media, compresa la BBC, hanno scritto che il cognome di questo astronauta è Heintz, ma non è esatto.

Bob Hines nel 2026. Fonte: NASA/Helen Arase Vargas.

Fonti

How NASA’s Artemis III Lander Test Will Pave Way for Moon Landings, NASA (2026)

We managed to glean some interesting details about the Artemis III mission, Ars Technica (2026)

NASA’s Artemis III Announcement, YouTube (2026)

NASA assigns crew for Artemis III, sets aggressive timeline for flying it, Ars Technica (2026)

Nasa names next astronauts for Artemis Moon programme, BBC (2026)

Air Force Test Pilot tapped as ‘ultimate wingman’ for Artemis III, Af.mil (2026)

Podcast RSI – Le IA costano spesso più di chi dovrebbero sostituire. Avvisaglie di bolla in crisi

Questo è il testo della puntata del 13 luglio 2026 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


Uno studio dell’MIT indica che le intelligenze artificiali progettate per svolgere attività paragonabili a quelle di un lavoratore umano costano più di quel lavoratore in tre casi su quattro. Secondo i sondaggi degli esperti di ricerca e consulenza aziendale, tra le aziende che hanno tagliato il personale per sostituirlo con le IA, una su tre sta riassumendo persone per quelle stesse mansioni, e lo sta facendo con stipendi più alti. Un dirigente su due dichiara di rimpiangere di aver scelto di fare quei tagli.

Il vento sta cambiando intorno alle intelligenze artificiali, proprio nel momento in cui una bozza di rapporto redatta dal Dipartimento del Tesoro statunitense mette in guardia contro i rischi legati al mercato delle IA, paragonando l’attuale frenesia di spesa dei grandi nomi del settore alla bolla speculativa delle aziende legate a Internet, il cui scoppio sconvolse l’economia del Paese nei primi anni 2000.

Questa è la storia di quello che molti analisti chiamano l’“AI boomerang”, ossia il rapido e violento contraccolpo di realismo subìto dalle aziende che hanno adottato le IA pensando di risparmiare e ora si trovano a spendere più di prima, ed è anche la storia di come evitarne o almeno contenerne gli effetti.

Benvenuti alla puntata del 13 luglio 2026 del Disinformatico, il podcast mensile della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Se chiedete in giro alle persone comuni, l’ansia principale legata all’intelligenza artificiale è la perdita del posto di lavoro. È un’ansia comprensibile, soprattutto quando si vedono certe dimostrazioni spettacolari orchestrate dalle grandi aziende del settore, che danno l’impressione che queste intelligenze artificiali siano ormai in grado di fare tutto e rimpiazzare chiunque a costi più bassi.

Ma le demo sono una cosa e la realtà è un’altra. Secondo le indagini della rivista economica Fortune, mancano tuttora prove chiare che l’IA aumenti realmente la produttività aziendale generale: ci sono contesti specifici nei quali l’IA indubbiamente funziona, ma è raro che dia risultati se viene fornita a tutti in azienda. Però spessissimo i dirigenti spingono lo stesso per introdurla pervasivamente, non perché hanno accertato che funziona nel loro settore, ma perché hanno paura di essere lasciati indietro e superati dalla concorrenza che magari riesce a farla funzionare. E i dirigenti della concorrenza fanno esattamente lo stesso ragionamento.

Il risultato è una situazione che il noto autore di fantascienza e attivista tecnologico Cory Doctorow riassume con una battuta amara: “L’intelligenza artificiale non è in grado di fare il tuo lavoro, ma un venditore di IA è in grado di convincere il tuo capo a licenziarti e rimpiazzarti con una IA che non è capace di fare il tuo lavoro” [Yahoo; Medium].

Certo, è una tentazione comprensibile. Infatti all’inizio la riduzione del personale sostituito dall’IA fa indubbiamente scendere i costi. Ci sono meno stipendi da pagare, mentre i ricavi per qualche tempo restano stabili per inerzia, e questo produce un bilancio trimestrale invidiabilmente positivo.

Ma poi i nodi arrivano al pettine: per usare l’intelligenza artificiale c’è da pagare una licenza alle aziende che la forniscono, e questi costi di licenza sono saliti mediamente fra il 20 e il 37% nell’ultimo anno [Fortune/Tropic]. In molti casi la spesa per l’IA è largamente superiore a quella per gli stipendi dei licenziati. E a volte eccede anche le previsioni più generose.

Per fare qualche nome, Uber ha esaurito ad aprile scorso l’intero budget annuale dedicato allo sviluppo di software con strumenti di intelligenza artificiale [Fortune]. Microsoft sta cancellando la maggior parte delle proprie licenze dirette di Claude Code [Fortune]. Bryan Catanzaro, vicepresidente del deep learning applicato presso Nvidia, ha dichiarato di recente che per il suo team “il costo della potenza di calcolo supera di gran lunga i costi del personale”.

Questo eccesso di spesa ha tre cause fondamentali. La prima è che nella foga di spingere i dipendenti a usare l’IA, i dirigenti l’hanno fornita a tutti, dimenticandosi di considerare che nella realtà aziendale i power user, ossia quelli che sanno usare efficacemente ed efficientemente un software, sono sempre una manciata.

È lo stesso fenomeno che si osserva da decenni per il software d’ufficio come Word, Excel e PowerPoint: la maggior parte dei dipendenti ne usa solo le funzioni di base, perché non conosce quelle avanzate o non ha motivo di usarle. Per queste persone, una licenza full optional è uno spreco di denaro. Anzi, potrebbero benissimo usare software libero e gratuito come per esempio LibreOffice. Il problema è che nel caso delle IA, i costi di licenza sono altissimi e sono a consumo, per cui più le si usa, più si spende.

La seconda causa è legata a un fenomeno che si manifesta ogni volta che viene introdotta una nuova tecnologia. All’inizio si pensa che verrà usata semplicemente per fare meglio o più efficientemente le attività correnti, ma poi ci si rende conto che la si può usare per fare cose prima impossibili o troppo onerose o semplicemente non indispensabili. Per esempio, la presentazione PowerPoint è più bella e fa più colpo sui colleghi se è abbellita con grafica e immagini generate dall’intelligenza artificiale. E così la spesa aumenta.

La terza causa è la pigrizia inevitabile. Le attività che prima si facevano a mano, mettendoci la testa, vengono delegate alla IA. Per tornare all’esempio del PowerPoint, perché fermarsi alla grafica carina quando puoi dire all’IA di creare l’intera presentazione? O una bella mail prolissa e dettagliata, oppure un intero documento stupendamente impaginato? E così, ancora una volta, la spesa aumenta.


A tutto questo si è aggiunta la scelta di molte grandi aziende del settore informatico di premiare chi usava di più questa IA, creando delle gare interne con tanto di classifiche dei maggiori consumatori, come è successo presso Meta e Amazon [Wired.it]. Ma in queste classifiche non si valutava come veniva usata l’IA, se generava qualcosa di utile oppure no, e quindi i dipendenti si sono messi a usarla per qualunque cosa pur di arrivare alti in classifica e dimostrare ai propri capi di essere ”produttivi”.

È stata una scelta dirigenziale incredibilmente stupida: l’equivalente di misurare la produttività di un lavoratore semplicemente in base a quanti fogli di carta consuma, senza pensare che quel lavoratore, pur di non essere visto come “improduttivo” e rischiare il licenziamento, stamperà qualunque cosa gli capiti a tiro, magari in duplice o triplice copia. O meglio ancora, prenderà le risme di carta e le alimenterà direttamente al distruggidocumenti. Questa la cosiddetta legge di Goodhart [Wikipedia]: quando una misura diventa l’obiettivo di un lavoro, cessa di essere un buon modo di misurare quel lavoro, perché gli individui imparano a manipolarla a proprio vantaggio. Il risultato di questa diffusa scelta aziendale è stato un aumento vertiginoso dei costi aziendali per l’uso dell’intelligenza artificiale.

Questo aumento è ovviamente piaciuto moltissimo alle aziende che producono le intelligenze artificiali commerciali. Ma ora che è arrivata la doccia gelata dell’impatto con la realtà, i clienti di queste aziende stanno riducendo fortemente le spese. E questo è un problema per chi vende IA e sta investendo quantità immense di denaro (si parla di 750 miliardi di dollari [Notus] solo nel corso dell’anno corrente) per costruire i datacenter colossali ed energivori necessari per creare e aggiornare questi software, sperando di cominciare prima o poi a guadagnare qualcosa. Se il mercato frena, la bolla speculativa che attualmente regge gran parte delle aziende legate alle intelligenze artificiali rischia di scoppiare.

Un monito forte in questo senso arriva da una bozza di rapporto del Dipartimento del Tesoro statunitense, che avvisa [Notus] che le aziende del settore IA sono radicate nell’economia del Paese molto più profondamente rispetto ai loro predecessori del settore dot-com e rappresentano un rischio significativo per l’intero sistema qualora le condizioni finanziarie dovessero cambiare, gli obiettivi di produttività non venissero raggiunti o vari colli di bottiglia ostacolassero la crescita. Una flessione nel mercato dell’IA provocherebbe onde d’urto in tutto l’ecosistema economico, hanno scritto gli analisti, notando che gli investitori in questo settore stanno assumendo rischi così significativi che gran parte del sistema finanziario ora dipende dal fatto che l’IA soddisfi le aspettative in termini di aumenti di produttività e redditività.

Anche altri economisti e altre istituzioni di spicco, tra cui la Banca d’Inghilterra e il direttore del Fondo Monetario Internazionale, si sono dichiarati preoccupati per la sopravvalutazione delle aziende di IA e per i rischi che questo comporta per il sistema economico in generale [Notus].

Bloomberg ha illustrato bene l’enormità e la fragilità di questa bolla economica in un recente articolo [Bloomberg; Medium] che ne mostra la cosiddetta circolarità: aziende come OpenAI, Nvidia, Microsoft, Intel, Oracle, Anthropic e Google investono centinaia di miliardi di dollari l’una nell’altra, tenendosi in piedi a vicenda. Per esempio, a fine 2025 Nvidia ha annunciato un investimento di circa 100 miliardi di dollari in OpenAI per finanziare dei nuovi datacenter. Allo stesso tempo, OpenAI si è impegnata a comprare milioni di processori Nvidia per quei datacenter. In sintesi, Nvidia dà a OpenaAI i soldi per comperare i prodotti di Nvidia. Cosa mai potrebbe andare storto?

Confronto fra spese e ricavi dei principali nomi del settore. Fonte: Isaiprofitable.com.

È importante chiarire che qui non è sotto accusa l’intelligenza artificiale, ma il modello economico speculativo che la sostiene attualmente. Esistono IA specializzate che consumano pochissima energia, sono efficaci nei loro compiti molto selettivi, rispettano la riservatezza dei dati e la sovranità digitale e non creano dipendenze da aziende Big Tech che possono fare il bello e il cattivo tempo; ne ho parlato in altre puntate di questo podcast. Non sono quelle che vengono promosse fragorosamente dai colossi del settore.

Grazie a queste avvisaglie e a queste esperienze fatte da altri, ci si può organizzare meglio portando a casa alcune lezioni fondamentali.

Per esempio, è chiaro che l’IA attuale è uno strumento adatto solo per alcuni compiti aziendali di basso livello. Un chatbot può gestire l’assistenza clienti nei casi più semplici, ma non ha la capacità di capire le sfumature delle situazioni più complesse: per quelle ci vuole ancora un essere umano, e la clientela esige di poter parlare con una persona in carne e ossa che la capisca.

Per esempio, uno studio del MIT del 2024 [Beyond AI Exposure: Which Tasks are Cost-Effective to Automate with Computer Vision?] ha analizzato i requisiti tecnici dei modelli di IA necessari per svolgere mansioni a livello umano, scoprendo che l’automazione tramite intelligenza artificiale è economicamente sostenibile solo nel 23% dei ruoli in cui la visione è una parte fondamentale del lavoro. Nel restante 77% dei casi, è più economico che gli esseri umani continuino a svolgere il proprio lavoro.

Questo concetto è stato dimostrato molto vistosamente da Klarna, un gigante svedese del settore fintech, che nel 2024 fece scalpore annunciando che avrebbe rimpiazzato 700 addetti all’assistenza clienti con una singola IA che, a detta del CEO, lavorava bene tanto quanto un essere umano. Sembrava il segnale della maturità delle IA e dell’inizio della sostituzione dei lavoratori, ma ai primi del 2026 l’azienda ha fatto discretamente dietrofront [DigitalApplied], di fronte al crollo della soddisfazione della clientela, perché l’IA era incapace di gestire i casi marginali o insoliti o che richiedevano soluzioni articolate in varie fasi successive.

Funziona invece molto bene, stando ai dati, il cosiddetto modello ibrido: una IA che gestisce i casi semplici e passa a un umano esperto quelli più complessi, che richiedono sensibilità nei rapporti interpersonali o conoscenza approfondita del mondo reale o delle procedure aziendali.

Un’altra lezione utile è che l’IA non va data a tutti indiscriminatamente e non va assolutamente imposta. Conviene affidarla a un gruppo ristretto di utenti esperti, che sappiano usarla in modo approfondito ed efficiente, giustificando il costo del suo utilizzo.

Un’ulteriore lezione è trovare un criterio realistico di misura dei risultati di quell’utilizzo: qualcosa di tangibile, non un semplice conteggio dei token di IA utilizzati.

Se le aziende rivalutano l’IA non come un chiaro sostituto del lavoro umano, finalizzato al risparmio sui costi, ma come uno strumento complementare, allora quell’ansia di perdere il lavoro può essere messa da parte. E magari sostituita da una riqualificazione e, perché no, da un sommesso e soddisfatto “ve l’avevamo detto.”

Fonti

Klarna Reverses AI Layoffs: Why Replacing 700 Failed, DigitalApplied (2026)

Thousands of CEOs admit AI had no impact on employment or productivity—and it has economists resurrecting a paradox from 40 years ago, Fortune (2026)

A Guide to the Circular Deals Underpinning the AI Boom, Bloomberg (2026)

Treasury Has an Internal Report Warning About the Dangers of an AI Bubble, Notus.org (2026)

KPMG Allegedly Published AI Report Filled With Hallucinations, Pcmag.com (2026)

KPMG pulls report on AI usage due to apparent hallucinations, TechCrunch (2026)

KPMG report contained AI hallucinations on benefits of . . . AI, Swissinfo (2026)

KPMG report contained AI hallucinations on benefits of . . . AI, Fortune (2026)

E se gli agenti AI costassero più del personale umano?, Wired.it (2026)

‘The cost of compute is far beyond the costs of the employee’: Nvidia executive says right now AI is more expensive than paying human workers, Fortune (2026)

The Great AI Boomerang: Google, Meta, Klarna & More Are Quietly Rehiring the Workers They Fired, Emeraldbook.org (2026)

Parlo di Artemis e Luna a Cybersecitalia

Ho fatto una chiacchierata con Luigi Garofalo di Cybersecitalia.it a proposito delle missioni lunari umane passate, presenti e future. La trovate sul sito di Cybersecitalia e su YouTube (embed qui sotto).

Se vi state chiedendo quale sia il nesso fra cybersecurity e spazio, la risposta arriva da Luigi nei primissimi minuti: il 2 dicembre prossimo ci sarà un evento spaziale decisamente interessante, la conferenza Space & Underwater, organizzata da Cybersecitalia insieme all’Agenzia Spaziale Italiana. I dettagli sono qui.

Svizzera, quanto carburante consuma una singola linea di autobus

“Un esempio significativo è la recente collaborazione [di AIL, un’azienda elettrica ticinese] con TPL per l’elettrificazione della Linea 5, uno degli assi principali del trasporto pubblico luganese, inaugurata nel 2025. Attraverso questo progetto, di cui AIL è energy partner, ogni anno si evitano circa 845 tonnellate di CO2, si risparmiano oltre 340’000 litri di carburante e si riduce del 70% il rumore lungo il percorso, con un`importante diminuzione anche delle polveri sottili.”

Fonte: Elettricità 1/26 (rivista pubblicata dalle aziende elettriche della Svizzera italiana), giugno 2026.

Non avevo idea che una singola linea d’autobus di una città tutto sommato piccola come Lugano consumasse in un anno l’equivalente di 17 autocisterne da 20.000 litri. Elettrificare significa anche togliere dalla strada quelle 17 autocisterne, con l’inquinamento e l’intasamento del traffico che comportano.

Svizzera, dati sul consumo energetico dei centri di calcolo

“Nel 2024 il consumo di energia elettrica dei centri di calcolo in Svizzera ha rappresentato circa il 3,6% del consumo totale di energia elettrica, ovvero 2,1 TWh. Entro il 2030 si prevede un aumento del consumo di energia elettrica compreso tra 2,5 e 3,2 TWh. È quanto emerge da un nuovo studio commissionato da SvizzeraEnergia, un programma dell’Ufficio federale dell’energia. Dall’ultimo studio del 2019 il consumo dei centri di calcolo è aumentato di circa il 20%. Mentre i grandi centri di calcolo commerciali (44% del consumo) hanno registrato una crescita significativa, il consumo di molti centri di calcolo interni alle imprese (56% del consumo) è stagnante o in calo a seguito dell’aumento dell’efficienza e dell’esternalizzazione informatica verso il cloud o verso fornitori specializzati. È ciò che consente un aumento moderato.

Attualmente l’intelligenza artificiale svolge un ruolo minore nel consumo di elettricità in Svizzera. Solo i politecnici federali gestiscono un supercomputer di IA (il CSCS di Lugano) mentre le aziende e la popolazione utilizzano applicazioni di lA già addestrate e la Svizzera non ospita ancora centri dati dedicati all’addestramento dei cosiddetti large language model (modelli linguistici di grandi dimensioni), che ricorrono a infrastrutture di raffreddamento a liquido e richiedono una potenza di diverse centinaia di megawatt. I grandi data center costruiti in Svizzera sono stati finora destinati principalmente alle applicazioni cloud.”

Fonte: Elettricità 1/26 (rivista pubblicata dalle aziende elettriche della Svizzera italiana), giugno 2026.

Perché Google sbaglia a tradurre un termine banale come “mal di testa”?

Stamattina mi serviva per lavoro una traduzione alternativa di “mal di testa” (“headache”, la traduzione standard, era già assegnato per tradurre “cefalea”) e ho provato a googlare. Ci ho messo un po’ a rendermi conto che Google sbaglia a tradurre questo termine teoricamente banale. E sbaglia anche a pronunciarlo in inglese se si clicca sull’icona dell’altoparlante.

Screenshot fatto da me oggi alle 8:20 CEST.

Non ho idea del motivo di questo errore. Però non posso fare a meno di notare che quel “ch” sbagliato somiglia parecchio, come forma, alla “d” corretta.