È bello vedere che in tempi di fake news imperante e di disinformazione che appesta i social network, il giornalismo tradizionale raccoglie fieramente la sfida e si propone, giustamente, come garante della corretta informazione, del rigore professionale, della deontologia sopra ogni altro criterio.
Sto scherzando, ovviamente.
Adnkronos ha pubblicato una recensione del mio libro Ritorno sulla Lunatotalmente falsa e inventata, che ha tutti i sintomi classici di un testo generato da un’intelligenza artificiale, usata oltretutto maldestramente.
La recensione è qui (copia su Archive.org). Vi consiglio di leggerla per intero, per apprezzarne lo stile così dannatamente ChatGPT-esco. È costellata di banalità e frasi trite e senza senso, che puzzano di ChatGPT lontano un miglio. “Il grandissimo interesse per il nostro enigmatico satellite ha natali millenari”: ma chi è che scrive così? E che dire della “rilevanza documentale strategica”? Cosa c’è di “strategico” in un libro che parla di missioni lunari? Sono aggettivi e sostantivi inanellati a casaccio, senza un senso logico, proprio come fa un’IA.
E poi: “il testo analizza sistematicamente migliaia di testimonianze originali”. Addirittura migliaia? E come avrei fatto? Soprattutto, dove sono nel libro?
La cosa più grave di questa “recensione” è che non è vero che “il cuore del volume è dedicato alla decostruzione delle teorie del complotto”. Non è vero che rispondo “punto per punto ai dubbi più comuni, come l’assenza di stelle nelle immagini o lo sventolio della bandiera in assenza di atmosfera”. Queste cose le ho fatte in un altro libro.
In altre parole: tutto mi fa pensare che qualcuno a Adnkronos abbia pensato bene di usare ChatGPT o simile per fabbricare in tre secondi una recensione, invece di fare il proprio lavoro e leggere il libro. Non avendolo letto, non si è accorto che la sua “intelligenza artificiale” aveva avuto un’allucinazione e aveva riassunto invece un altro mio libro, il cui contenuto, guarda caso, è interamente disponibile online e quindi accessibile a un’IA, mentre il testo di Ritorno sulla Luna non lo è.
Se qualcuno compra Ritorno sulla Luna e s’incazza perché non ci trova niente di quello che Adnkronos dice che contiene, non se la prenda con me, ma con chi pensa di fregare il proprio datore di lavoro usando un ChatGPT invece di scrivere, frega i lettori di Adnkronos rifilando loro notizie inventate, e magari crede pure di essere stato furbo. Complimenti.
16 maggio – TORINO (Salone del Libro) – Centro congressi Lingotto, Sala Madrid dalle 13.45 alle 14.45 circa: presentazione della nuova collana CICAP “Think Deep“. Saranno presenti: Roberto Paura, Giuseppe Stilo e Sofia Lincos, Paolo Attivissimo e Lorenzo Montali (in rappresentanza del Cicap). Modera Elisa Palazzi. Seguirà firmacopie.
31 maggio (spostato dal 10 maggio) – COMO – Yacht Club (viale Puecher 8) dalle 9 alle 13: Convegno “Fake News e Social“. Relatori: Lorenzo Montali, Paolo Attivissimo, Federico Pennestrì, Marco Valle, Mario Guidotti. Ingresso libero, posti limitati. Per iscrizioni: info@premiocittadicomo.it
Oggi alle 19 sarò in diretta streaming su YouTube con Tesla Owners Italia per parlare di auto elettriche, viste le ultime notizie di cronaca sugli incendi di questi veicoli, sul “richiamo” di due milioni di Tesla, sulla produzione delle batterie che emette più CO2 di un’auto termica e sull’aumento dei consumi di carbone che sarebbe legato alle auto elettriche. Parleremo insomma della malinformazione e le fake news in circolazione sul tema, e ci sarà spazio per parlare delle conclusioni della COP28 con chi ha vissuto dal vivo a Dubai le fasi finali della conferenza: Domenico Vito di Climate Reality Project. Si parlerà anche del Cybertruck e del mercato delle auto elettriche con Carlo Bellati di Automoto.it, e parteciperanno anche Daniele Invernizzi e Pierpaolo Zampini. La diretta sarà coordinata da Luca De Bo.
Il 4 marzo scorso ho partecipato alla puntata di Fake – La fabbrica delle notizie (su Nove), stando in collegamento dalla Svizzera per mantenere l’isolamento volontario rispetto all’Italia raccomandato dalle autorità federali e cantonali svizzere e dalla Radio TV Svizzera.
Gli altri ospiti della puntata sono il direttore responsabile di Libero, Pietro Senaldi e, anche lui in collegamento, il divulgatore scientifico e conduttore Mario Tozzi.
Se vi interessa, potete vederla qui (non so per quanto tempo, per cui affrettatevi).
Anche questa settimana sono stato ospite virtuale di una puntata un po’ insolita e surreale di “Fake – La Fabbrica delle Notizie”, condotta da casa da Valentina Petrini a causa delle forti restrizioni alla circolazione imposte dalla pandemia di coronavirus.
In studio c’erano Matteo Flora ed Enrico Bertolino; in collegamento, con qualche difficoltà, Luca Sofri, Paolo Veronesi, Valentina Mazzocato e Salvo Di Grazia.
Se vi interessa, potete rivederla (non so per quanto tempo) qui.
Un paio di settimane fa sono stato invitato da Ivan Grieco e Umberto Bertonelli a una chat su YouTube decisamente
a ruota libera su una varietà di argomenti, dall’energia nucleare
all’intelligenza artificiale a 2001 Odissea nello spazio. Se vi
interessa, è incorporata qui sotto.
È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate qui sul sito della RSI (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui.
Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.
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[CLIP: Audio di uno degli attacchi di Hamas]
Il recente attacco di Hamas in Israele ha scatenato una nuova ondata di disinformazione sui social network, tanto che l’Unione Europea ha inviato una lettera di monito a X, il social nework un tempo noto come Twitter, avvisando che la sua mancata rimozione delle fake news su questo terribile tema rischia di essere in violazione delle leggi europee. Ma tutti i social network sono da sempre bacino fertile per le informazioni false e pubblicare le smentite sembra essere inutile.
Due università britanniche, però, propongono un’altra soluzione: la cosiddetta teoria dell’inoculazione. Una sorta di “vaccinazione” contro le fake news, un’azione preventiva che permetterebbe alle persone di diventare più resistenti alla disinformazione in generale e di respingerla, come avviene con le malattie. Il procedimento che descrivono è semplice e indolore, e si può eseguire in tanti modi, anche attraverso giochi online e persino tramite un podcast come questo.
Benvenuti alla puntata del 13 ottobre 2023 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.
[SIGLA di apertura]
X e i social non fanno abbastanza contro le fake news
Pochi giorni fa Thierry Breton, Commissario per il mercato interno dell’Unione Europea, ha inviato una lettera aperta a Elon Musk, avvisandolo che il suo social network, noto per anni come Twitter e ora chiamato X, viene usato per diffondere disinformazione e contenuti illegali, violenti e terroristici dopo l’attacco di Hamas a Israele e che nonostante le segnalazioni fatte anche dalle autorità X non ha rimosso prontamente questi contenuti, come è invece richiesto dalle leggi europee e in particolare dal Digital Services Act, entrato in vigore a novembre scorso. Una inadempienza continuata potrebbe portare a sanzioni economiche considerevoli contro X e anche alla sospensione del servizio in Europa (BBC).
[Bretton ha inviato analoga intimazione a Meta (RSI; Reuters); dopo la chiusura del podcast ha inviato a X anche richiesta formale in base al DSA]
Questo monito fa il paio con un recente rapporto dell’Unione Europea che indica che la disinformazione è più prevalente su X che sugli altri social network (Ars Technica).
Questa piaga, insomma, continua a diffondersi e le azioni prese fin qui non sembrano essere state efficaci nel contrastarla. Le notizie false viaggiano velocissime, ma le loro smentite non riescono a fare altrettanto: il cosiddetto debunking, ossia la spiegazione pubblica e documentata delle bugie diffuse dalle fake news, pare poco efficace.
Per citare Jonathan Swift, le falsità volano, mentre la verità le rincorre zoppicando (“Falsehood flies, and the Truth comes limping after it”, in The Examiner, 1710). Se vi ricordavate questa citazione in una forma differente, qualcosa del tipo “una bugia fa mezzo giro del mondo nel tempo che ci mette la verità a infilarsi le scarpe”, e ve la ricordate attribuita a Mark Twain, confermate involontariamente questo fenomeno, perché Twain non ha mai detto nulla del genere, come hanno scoperto gli esperti di Quote Investigator, ma la falsa attribuzione continua a girare nonostante la smentita sia pubblicamente disponibile da tempo.
Un recente lavoro delle università britanniche di Cambridge e Bristol propone invece un approccio preventivo, che consiste nel dare alle persone gli strumenti per riconoscere facilmente i sintomi tipici dei tentativi di disinformazione e quindi, in un certo senso, dare loro gli “anticorpi” digitali necessari per contrastare la malattia della disinformazione. I ricercatori etichettano questo approccio con un nome molto formale, ossia teoria dell’inoculazione, attingendo proprio al lessico medico delle vaccinazioni, ma a volte usano anche un termine più conciso, ossia prebunking: in pratica, un debunking preventivo.
La teoria dell’inoculazione psicologica, per citarla con il suo nome completo, non è una novità: viene già studiata da una sessantina d’anni e si basa su due componenti fondamentali. Il primo è un preavviso emotivo, che dice che sta per arrivare un attacco a un’idea alla quale crediamo e ci mette in guardia; il secondo è una microdose indebolita di disinformazione, che contiene già una smentita preventiva.
Per esempio, si può diffondere un preavviso emotivo che segnali che ci sono persone che cercheranno di convincerci che la Terra è piatta e poi si possono spiegare le prove della rotondità della Terra e indicare quali sono gli errori di ragionamento dei terrapiattisti.
Il limite di questo approccio è che la smentita è specifica, un po’ come i vaccini biologici. Questo tipo di inoculazione rende quindi più resistenti a una singola tesi alternativa. Ma ogni giorno nascono e si diffondono nuove tesi di complotto, e servirebbe un numero infinito di inoculazioni psicologiche mirate.
Così, i ricercatori propongono oggi una nuova versione di questo metodo: invece di tentare di smontare preventivamente ogni singola teoria di complotto o diceria falsa, suggeriscono di concentrarsi sul riconoscimento delle tecniche di manipolazione e sulle strategie retoriche usate abitualmente dalla disinformazione di ogni genere. Questo permette di usare una singola “vaccinazione” generalista che vale per tutte le situazioni, offrendo una resistenza ad ampio spettro alle notizie false.
Per mettere alla prova questo approccio, i ricercatori hanno creato dei brevi video che presentano cinque tecniche di manipolazione che si incontrano spesso nella disinformazione.
La prima tecnica è il linguaggio emotivo. Le ricerche mostrano che l’uso di parole emotivamente cariche aumenta il potenziale di diffusione di un messaggio, specialmente se queste parole evocano sentimenti negativi come la paura, il disprezzo o l’indignazione. Per esempio, il titolo “Aumenta la disoccupazione giovanile” è una descrizione neutra di un fatto e lascia relativamente indifferenti. Ma “Giovani sempre più angosciati e senza lavoro” ha un impatto emotivo molto più forte.
La seconda tecnica è l’incoerenza, cioè l’uso di due o più argomentazioni che non possono essere tutte vere e si contraddicono. Per esempio, i terrapiattisti sostengono che gli scienziati nascondono la verità sulla forma della Terra, ma poi citano quegli stessi scienziati quando dicono qualcosa che sembra sostenere la teoria della Terra piatta. La maggior parte della gente non nota queste incoerenze se non viene abituata a cercarle.
La terza tecnica di manipolazione usata dalla disinformazione e descritta dai ricercatori è la falsa dicotomia o falso dilemma, che consiste nel presentare due alternative come se fossero le uniche possibili e nascondere il fatto che in realtà quelle alternative non si escludono a vicenda e che ci sono anche altre soluzioni. In uno dei loro video, i ricercatori citano come esempio Star Wars e in particolare Anakin Skywalker e il suo celebre “Se non sei con me, sei il mio nemico!”, rivolto al suo mentore e maestro Obi-Wan Kenobi [CLIP: Anakin vs Obi-Wan, da La vendetta dei Sith]. È una falsa dicotomia, perché non essere d’accordo non vuol dire per forza essere nemici; si può anche criticare una persona alla quale si vuole bene. E infatti Obi-Wan risponde perfettamente: “Soltanto un Sith vive di assoluti”.
Al quarto posto delle tecniche adoperate dai seminatori di fake news c’è l’indicazione del capro espiatorio: dare la colpa di un problema comune a qualcuno, o a un gruppo di persone, che non c’entra nulla. I ricercatori citano South Park – Il Film, in cui i genitori indignati decidono che i comportamenti antisociali dei loro figli sono colpa del Canada [CLIP: brano della canzone Blame Canada tratta dal film], ma la storia e la cronaca sono piene, purtroppo, di esempi tragici di questo genere.
Quinta, ma non ultima, è la tecnica dell’attacco ad hominem, ossia prendere di mira la persona che propone un’argomentazione invece di discutere la validità o meno di quello che dice. È un metodo classico, che serve per sviare l’attenzione dal vero tema e dirigerla contro un individuo. È vero che la credibilità di chi propone un messaggio a volte può essere pertinente, come nell’esempio, proposto dai ricercatori, di un fabbricante di sigarette che dovesse presentare uno studio che sostiene che il fumo non fa male, ma di solito gli attacchi ad hominem si concentrano su qualche caratteristica della persona che non c’entra nulla con l’argomento, magari un attributo fisico o la sua nazionalità.
Oltre ai video, i ricercatori hanno anche realizzato dei giochi online che simulano le attività sui social network e insegnano ai giocatori a riconoscere queste tecniche di manipolazione. L’obiettivo, insomma, è allenare le persone a notare i sintomi tipici dei tentativi di influenzarle. La speranza è che se questi sintomi vengono notati, verranno neutralizzati.
Sembra un’idea interessante, ma funziona davvero?
Risultati del prebunking
I ricercatori hanno messo alla prova la propria teoria in due modi: hanno presentato a gruppi di soggetti questi video di inoculazione, che mettevano in guardia contro queste tecniche di manipolazione, oppure dei video neutri, e poi hanno proposto a questi soggetti degli esempi di post nello stile di Twitter/X e Facebook. Alcuni di questi post usavano le tecniche segnalate; altri no. Un esperimento analogo è stato realizzato anche su YouTube, con una campagna pubblicitaria ad ampio raggio che ha raggiunto oltre cinque milioni di persone.
I dati di entrambi i test indicano che chi è stato inoculato contro le tecniche di disinformazione migliora la propria capacità di riconoscere le situazioni che usano queste tecniche, diventa più abile nel distinguere i contenuti affidabili da quelli inattendibili e tende a condividere meno contenuti ingannevoli rispetto a chi non ha ricevuto questa inoculazione.
Nell’esperimento fatto su YouTube, quindi in condizioni meno da laboratorio e più vicine alla realtà dei social network, il riconoscimento delle tecniche è aumentato in media del 5%; non è tantissimo, ma i ricercatori notano che il costo di una campagna di inoculazione contro le fake news fatta in questo modo è modestissimo (circa 5 centesimi per ogni visualizzazione del video), per cui sembra che valga la pena di fare l’investimento, soprattutto se si riesce a convincere i social network a sostenere almeno in parte i costi di una campagna socialmente utile.
Il prebunking fatto sui sintomi generici della disinformazione, invece di affrontare le singole teorie, ha anche un altro vantaggio importante oltre al suo ampio spettro di efficacia: evita di prendere di petto una visione del mondo emotivamente radicata e di creare una situazione di rifiuto e chiusura.
Soprattutto nelle tesi complottiste, infatti, la credenza non si basa solo sulle informazioni false, ma si fonda anche sulle emozioni legate a quelle informazioni e al senso di appartenenza a un gruppo che condivide quella credenza e quelle emozioni. Chiunque abbia un amico o un familiare rapito dalle tesi di cospirazione si riconosce esattamente in questa descrizione. Cercare di smontare una situazione del genere correggendo solo le informazioni sbagliate non funziona, perché la correzione diretta viene vista come un attacco frontale al proprio sistema di valori e quindi viene respinta in blocco. Un prebunking indiretto, nel quale ci si limita a far notare certe incongruenze di contorno, ha più possibilità di fare lentamente breccia.
Dato che è molto difficile sradicare credenze basate sulla disinformazione, la ricerca si sta insomma orientando verso metodi che aiutino le persone a resistere alla disinformazione in partenza, preventivamente, e questo approccio di inoculazione, ispirato dalla medicina e mirato a far crescere nelle persone gli “anticorpi mentali” generalisti che permettano di riconoscere e neutralizzare i tentativi di manipolazione emotiva più diffusi, sembra una strada promettente contro le teorie complottiste e le forme di disinformazione presenti e future.
Resta ancora da capire quali siano i canali e i messaggeri più efficaci per la comunicazione di questi anticorpi, quanto duri l’effetto dell’inoculazione e se ci sia un effetto anche su chi è già stato colpito dal virus della disinformazione. Ma questo approccio sicuramente costa poco, la prima dose l’avete già ricevuta tramite questo podcast, e l’unico effetto collaterale è un’opinione pubblica che si fa manipolare meno facilmente. Tutto sommato, sembra un rischio accettabile.
Il Corriere della Sera, in un articolo firmato da Maurizio Bertera, titola “Nave in fiamme con 3 mila auto a bordo: un morto. L’incendio forse è partito da un’elettrica”, con il sottotitolo “La Guardia Costiera olandese ritiene probabile che l’enorme rogo sia partito da una delle 25 vetture elettriche a bordo” (link intenzionalmente alterato; copia permanente). È falso.
Nel corpo dell’articolo, Bertera scrive che “Un portavoce della Guardia Costiera ha rivelato all’agenzia di stampa Reuters che l’origine del fuoco può essere ricondotta a un’auto elettrica a bordo della nave”. È falso anche questo.
Non c’è nessuna conferma che l’incendio sia partito da un’auto elettrica e la Guardia Costiera olandese non ha affatto rilasciato la dichiarazione riportata dal Corriere. Il liveblog della Guardia Costiera olandese dice esplicitamente che “la causa dell’incendio non è ancora nota” (“De oorzaak van de brand is nog onbekend”). Inoltre il sito Electrek ha chiamato la Guardia Costiera olandese, che ha dichiarato di non aver affatto attribuito l’incendio a un’auto elettrica.
Reuters, citata dal Corriere, conferma che la causa dell’incendio è ancora ignota e aggiunge che “un portavoce della Guardia Costiera aveva detto a Reuters che l’incendio era iniziato vicino a un’auto elettrica” (“The coastguard said on its website the cause of the fire was unknown, but a coastguard spokesperson had earlier told Reuters it began near an electric car”).
Da nessuna parte viene detto quello che scrive il Corriere, ossia che l’origine del fuoco possa essere ricondotta a un’auto elettrica.
La nave in questione, la Fremantle Highway, ha preso fuoco nel Mare del Nord. Trasporta 2832 auto a carburante e 25 auto elettriche dalla Germania all’Egitto. Una persona dell’equipaggio è morta.
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2023/08/02 17:40. Un articolo di NOS news, segnalato nei commenti qui sotto da CheshireCat, precisa che le auto elettriche o ibride a bordo sono 498, non 25, su un totale di 3783 veicoli, non 2832 come annunciato inizialmente.
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2023/08/18: 16:20.CleanTechnica segnala che le auto elettriche sono tutte intatte e l’incendio è partito da un altro punto della nave. Il direttore delle operazioni di recupero, Peter Berdowski, ha dichiarato alla stampa olandese che le 498 auto elettriche a bordo sono tutte intatte e che l’incendio è probabilmente iniziato sull’ottavo ponte dei dodici. Le auto elettriche erano situate molto più in basso.
Sono curioso di vedere quanti dei giornali, dei siti e degli hater che hanno diffuso con entusiasmo la notizia della presunta colpa delle auto elettriche pubblicheranno con altrettanta evidenza la smentita della balla che hanno disseminato.
È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della
Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso
www.rsi.ch/ildisinformatico
(link diretto) e qui sotto.
Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.
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[CLIP: Rumore di rotativa]
È il 31 ottobre 1938. Negli Stati Uniti, il New York Times denuncia in
prima pagina un caso clamoroso di quella che oggi chiameremmo fake news, perpetrato attraverso un nuovo mezzo di telecomunicazione la cui
immediatezza consente la diffusione rapidissima della disinformazione.
“Radioascoltatori nel panico, scambiando un dramma bellico per la realtà”, titola il New York Times.
Il giorno precedente, un ventitreenne ha creato quella che il
Times definisce una “ondata di isteria di massa” che ha
coinvolto migliaia di persone, le cui telefonate hanno
“sovraccaricato la polizia”. Il caos mediatico fa il giro del mondo e
viene addirittura
citato
con disprezzo come
“prova dello stato di decadenza e corruzione nel quale versa la
democrazia”
da un certo Adolf Hitler*.
* Discorso a Monaco, 8 novembre 1938.
Il mezzo di telecomunicazione in questione non è Internet, ovviamente, perché
siamo appunto nel 1938: è la radio, che sta muovendo i suoi primi passi
nella diffusione di notizie. E il ventitreenne al centro della denuncia è un
attore, autore e regista emergente della rete radiofonica statunitense CBS. Si
chiama Orson Welles.
[CLIP: Annuncio del programma di Welles: “The War of the Worlds, by H.G.
Wells, starring Orson Welles and the Mercury Theater On the Air.”]
Questa è la storia della celeberrima diretta radiofonica de
La Guerra dei Mondi, che Welles realizzò ottantacinque anni fa come se
fosse una radiocronaca dell’invasione del nostro pianeta da parte di spietati
marziani, armati di tecnologie distruttive letali. Quella diretta viene
comunemente
citata
ancora oggi come esempio classico del potere dei mezzi di comunicazione. Ma le
cose non stanno esattamente così.
La notizia del “panico” è in prima pagina al centro sul New York Times.
Pagina del San Francisco Chronicle del 31 ottobre 1938 (fonte: Loc.gov).
Benvenuti alla puntata del 26 maggio 2023 del Disinformatico, il
podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie
strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.
[SIGLA di apertura]
Sono le otto di sera della vigilia di Halloween del 1938. Negli Stati Uniti,
la rete radiofonica Columbia Broadcasting Systems, o CBS come la
chiamiamo noi nel ventunesimo secolo, trasmette un adattamento del libro di
Herbert George Wells La Guerra dei Mondi. Questi adattamenti
radiofonici sono ormai un appuntamento fisso della CBS.
[CLIP: Audio dal radiodramma “La Guerra dei Mondi” di Orson Welles.
Annunciatore: “The Columbia Broadcasting System and its affiliated stations present Orson
Welles and the Mercury Theater On the Air in ‘The War of the Worlds’ by H.G.
Wells”]
Ma questo radiodramma è diverso dagli altri: ha quello che oggi chiameremmo
un format molto particolare, scritto, diretto e interpretato dal
giovane Orson Welles (che non è imparentato con H.G. Wells, l’autore del
libro). Dopo la presentazione da parte dell’annunciatore, il radiodramma
inizia come se fosse un programma musicale e poi sembra interrompersi per un
notiziario urgente.
[CLIP in sottofondo: Annunciatore: “Ladies and gentlemen, we interrupt
our program of dance music to bring you a special bulletin from the
Intercontinental Radio News. At 20 minutes before eight Central Time,
Professor Farrow of the Mount Jennings Observatory, Chicago, Illinois, reports
observing several explosions of incandescent gas occurring at regular
intervals on the planet Mars.”]
La voce dell’annunciatore parla dell’osservazione, da parte del professor
Farrow dell’osservatorio di Mount Jennings, a Chicago, di numerose esplosioni
di gas incandescente che si stanno verificando a intervalli regolari sul
pianeta Marte. In un mondo che si trova sull’orlo della Seconda Guerra
Mondiale, una notizia del genere non ha alcun motivo di essere trasmessa con
così tanta urgenza, ma lasciamo stare.
Il programma torna alla musica, che viene però interrotta dalla notizia della
caduta di un meteorite nel New Jersey e poi dall’annuncio di una lieve scossa
di terremoto a Princeton. A questo punto la musica si ferma del tutto e si
sente la voce di un radiocronista molto agitato:
[CLIP in sottofondo: Radiocronista: “There’s a jet of flames springing
from that mirror and it leaps right at the advancing men. It strikes them head
on. Lord! They’re turning into flames! It’s in the field over by the woods.
The gas tanks of the automobiles… it’s spreading everywhere! They’re coming
this way! Almost here now. About 20 yards to my righ…”]
L’uomo sembra parlare dal luogo della caduta del meteorite e racconta di un
getto di fiamme che proviene da un macchinario situato dentro il cratere e
incenerisce gli uomini che si stanno avvicinando. Fa in tempo a descrivere che
l’incendio si sta propagando ai serbatoi di carburante dei veicoli nelle
vicinanze e poi viene bruscamente interrotto.
È a questo punto che, secondo un mito diffusissimo, milioni di ascoltatori si
riversano nelle strade degli Stati Uniti in preda al panico, intasando i
centralini telefonici, convinti che sia in corso una vera invasione di
marziani perché hanno scambiato il format del radiodramma per un
notiziario reale, che prosegue per un’ora, con effetti sonori realistici e
annunci sempre più drammatici che descrivono le fasi dell’attacco da Marte a
tutto il pianeta.
Questa diretta de La Guerra dei Mondi e l’isteria di massa che avrebbe
provocato diventeranno famosissime e verranno
raccontate
dalla serie antologica televisiva statunitense
Studio One
nel 1957* e
di nuovo nel 1975 dal film drammatico
La notte in cui l’America ebbe paura,** che contribuirà moltissimo a rinforzare il mito di un panico di massa
scatenato per colpa di Orson Welles.
* Con i giovanissimi Warren Beatty, ventenne, e Ed Asner, ventottenne.
Il telefilm del 1957 The Night America Trembled su
YouTube.
Vignetta del Radio Digest di febbraio 1939 che cita la trasmissione di Welles. Il personaggio maschile dapprima ride dei tedeschi ingenui che credono alla propaganda nazista, ma poi è lui a credere che l’attacco da Marte sia reale (fonte: Wikipedia).
Ma oggi, anche grazie a Internet, sappiamo che non andò così. Eppure un
conflitto fra due mondi, in un certo senso, ci fu lo stesso.
Mondi in collisione
Nei decenni ormai trascorsi da quella fatidica vigilia di Halloween del 1938,
le ricerche degli storici hanno fatto emergere una storia molto diversa da
quella “ondata di isteria di massa”descritta
dal New York Times e dal
“terrore in tutti gli Stati Uniti” annunciato l’indomani dal
Daily News
con tanto di foto e dichiarazioni di “vittime” traumatizzate dalla
trasmissione.
Oggi possiamo contare per esempio su un’indagine del 2013, pubblicata in
sintesi su
Slate.com
da due esperti di media e comunicazione presso il Muhlenberg College e la
University of Maine;* possiamo basarci sui
dati
raccolti da W. Joseph Campbell, professore di comunicazioni alla American
University e presentati in un
podcast
del 2022 pubblicato dal museo dell’aviazione e dello spazio Smithsonian; e
possiamo contare su un libro dedicato alla vicenda,
Broadcast Hysteria, scritto da Brad Schwartz.** Numerosi esperti, insomma, hanno raccolto i dati e i documenti dell’epoca,
scoprendo che gettano una luce molto diversa sull’accaduto.
Per esempio, i rilevamenti d’ascolto fatti a scopo pubblicitario all’epoca
durante la trasmissione indicarono che il 98% degli ascoltatori era
sintonizzato su altri canali all’ora della messa in onda de
La Guerra dei Mondi, e che nessuno del 2% degli intervistati che
stavano ascoltando il programma disse di averlo scambiato per un notiziario.
Insomma, non solo gli ascoltatori erano stati pochi, ma quei pochi avevano
capito che si trattava di una finzione.
Poi c’è il fatto che gli avvenimenti descritti dal radiodramma avvengono tutti
un po’ troppo in fretta. Nel giro di una quarantina di minuti si passa dalle
prime timide avvisaglie di qualcosa di misterioso alla conquista marziana
degli interi Stati Uniti: un po’ poco plausibile. E sarebbe bastato provare a
cambiare canale per notare che le altre emittenti non stavano affatto
diffondendo bollettini catastrofici.*
* La storia si ripete: dopo la chiusura di questo podcast, un falso account “verificato” su Twitter, di nome BloombergFeed, ha pubblicato la notizia falsa di un’esplosione al Pentagono, accompagnata da una fotografia altrettanto falsa, e questo tweet è stato ripreso su Twitter dalla testata RT (affiliata alla Russia), creando un panico momentaneo in Borsa; per evitarlo sarebbe bastato notare che nessun’altra testata giornalistica stava dando la notizia.
Infatti la documentazione dell’epoca
segnala che alcune persone telefonarono alle stazioni radio, alla polizia e ai
vigili del fuoco per assicurarsi di aver capito bene che stavano ascoltando un
radiodramma presentato in un format da radiogiornale un po’ spiazzante.
Oltretutto il programma di Orson Welles inizia con un lungo prologo, letto da
Welles stesso, che ambienta la vicenda nel 1939, cioè nel futuro per gli
ascoltatori, ed è interrotto all’incirca a metà da un annunciatore che ricorda
molto chiaramente agli ascoltatori che si tratta di un radiodramma.
[CLIP: Annunciatore: “You are listening to a CBS presentation of
Orson Welles and the Mercury Theatre on the Air in an original dramatization
of The War of the Worlds by H. G. Wells. The performance will continue
after a brief intermission.”(a circa 40 minuti dall’inizio in
questa registrazione)]
E di nuovo, alla fine del programma, Orson Welles in persona annuncia che la
sua Guerra dei Mondi non è stata altro che
“la versione radiofonica di indossare un lenzuolo, sbucare da un cespuglio
e gridare ‘bu!’”. In fin dei conti è la vigilia di Halloween.
[CLIP in sottofondo: Orson Welles: “This is Orson Welles, ladies and
gentlemen, out of character to assure you that The War of The Worlds has no
further significance than as the holiday offering it was intended to be. The
Mercury Theatre’s own radio version of dressing up in a sheet and jumping out
of a bush and saying Boo!”]
Non solo: i rapporti della polizia e degli ospedali di quella notte non
segnalano nulla di insolito. Nessuna folla per strada.* Orson Welles e la CBS non verranno mai rimproverati o sanzionati
formalmente dalle autorità,** e i giornali smetteranno di parlare della vicenda nel giro di pochi giorni.
* Ben Gross, del New York Daily News, scriverà nella sua autobiografia che le strade erano deserte mentre si
dirigeva agli studi della CBS in tempo per il finale del radiodramma.
** Ci sarà solo un
accordo
informale con la Federal Communications Commission di non usare più finti
notiziari flash.
Lettera di protesta alla FCC del sindaco della località citata nel radiodramma come epicentro della vicenda: Trenton, in New Jersey. La lettera, datata 31 ottobre 1938, parla di centralini telefonici di polizia bloccati per circa tre ore, con 2000 chiamate in due ore (fonte: Wikipedia).
Due anni più tardi uscirà uno
studio accademico
a firma di Hadley Cantril, dell’Università di Princeton, che cercherà di
dimostrare la realtà del panico di massa, ma verrà smentito dalle ricerche
successive.
Insomma, l’unica guerra dei mondi reale, in questa storia, è quella fra il
mondo della stampa e quello della radio negli Stati Uniti della fine degli
anni Trenta del secolo scorso. La radio aveva tolto ai giornali molti introiti
pubblicitari, perché offriva una rapidità e un’immediatezza impossibile per le
rotative, per cui la stampa colse l’occasione della trasmissione di Orson
Welles per screditare il mezzo di comunicazione rivale, presentandolo come
fonte inattendibile per le notizie.
Il New York Times pubblicò persino un editoriale, intitolato
“Terror by Radio”, che biasimava i funzionari della CBS per aver
permesso di intercalare “finzioni agghiaccianti” con
“annunci di notizie, presentate esattamente nello stesso modo usato per le
notizie reali”, e altre testate fecero eco. La radio, si diceva, era troppo giovane e
immatura per un compito così importante come veicolare notizie. Una polemica
che ricorda da vicino quella di oggi fra media tradizionali e Internet.
Da parte sua, Orson Welles non farà nulla per tentare di ridimensionare le
notizie presentate dai giornali: la copertura mediatica lo sta facendo
diventare famosissimo in tutto il mondo nonostante gli ascolti del suo
radiodramma siano stati bassissimi, e la CBS sarà ben contenta di cavalcare
l’ondata di articoli di giornale che dimostrano il potere della radio, cosa
molto utile per incoraggiare gli inserzionisti pubblicitari a investire in
spot radiofonici.
Orson Welles in conferenza stampa il giorno dopo la diretta de
La Guerra dei Mondi, da
YouTube. Notate che Welles non perde l’occasione di fare promozione alle proprie attività teatrali.
Era insomma nell’interesse di tutti che quella notizia falsa fosse creduta
reale, e così divenne reale.
Lezione moderna
Una ventina d’anni dopo, Welles, ormai diventato famosissimo anche come
regista cinematografico, racconterà la vicenda de La Guerra dei Mondi in un’intervista alla BBC con parole che sembrano scritte ieri:
“Eravamo stufi del modo in cui tutto quello che passava da questa nuova
scatola magica, la radio, veniva dato per buono. La gente è diffidente verso
quello che legge sui giornali e quello che sente in giro, ma all’arrivo
della radio, e oggi immagino della televisione, tutto quello che passava da
quella nuova macchina veniva creduto. Per cui in un certo senso la nostra
diretta fu un attacco alla credibilità di quella macchina. Volevamo che la
gente capisse che non doveva accettare nessuna opinione predigerita e che
non doveva dare per buono tutto quello che arrivava da quel canale”,
disse Welles.
[In originale: “We were fed up with the way in which everything that came over this new
magic box, the radio, was being swallowed. People, you know, do suspect what
they read in the newspapers and what people tell them, but when the radio
came, and I suppose now television, anything that came through that new
machine was believed. So in a way our broadcast was an assault on the
credibility of that machine; we wanted to people to understand that they
shouldn’t take any opinion pre-digested, and they shouldn’t swallow everything
that came through the tap, whether it was radio or not, but as I say, it was
only a partial experiment, we had no idea the extent of the thing, and I
certainly personally had no idea what it would mean to me.”]
Sostituite
radio
con Internet, e avete esattamente la situazione di oggi. I media
tradizionali sono preoccupati per l’emorragia di denaro degli inserzionisti
verso i social network e Google, che offrono alle aziende servizi di
profilazione della clientela e di pubblicità mirata e personalizzata che sono
impossibili per un’emittente radio o TV o per un giornale, e quindi questi
media tradizionali spesso hanno una certa convenienza a presentare Internet
come un luogo inattendibile, infestato da truffatori, maniaci e
disinformatori. Non che queste cose manchino, ovviamente; ma non sono certo le
uniche cose che si possono trovare online.
Giusto per fare un esempio pertinente, questo mito su Orson Welles diffuso a
suo tempo dalla stampa oggi è smontabile e smentibile grazie al fatto che su
Internet è possibile attingere agli archivi storici,
riascoltare il programma originale, leggerne il
copione per capire
come era strutturato realmente, consultare le ricerche accademiche sul tema e
anche sfogliare i
giornali
di allora. Senza Internet, questo livello di ricerca sarebbe impossibile non
solo per il cittadino comune, ma anche per molti giornalisti.
La registrazione integrale della diretta del 1938.
La storia di quella diretta di ottantacinque anni fa, insomma, può essere
vista sia come un esempio di come i media possono seminare e alimentare
il panico, sia come una dimostrazione del modo in cui i media possono
riscrivere la storia e inventarsi un panico che non ci fu. E in ogni caso, è
una storia senza tempo, troppo ghiotta per essere dimenticata.
In molti mi state segnalando questo articolo di Simonluca Pini sul Sole 24 Ore, il cui titolo dice che per fare “Milano-Napoli in auto elettrica” servono “due ore in più e 110 euro, contro i 76 del gasolio”.
Non lo linko per non fare favori alla crescente tendenza a scrivere articoli
acchiappaclic privi di qualunque contenuto utile, e non lo cito neanche
tramite Archive.is perché il testo completo è riservato agli abbonati.
Non mi sembra corretto commentarlo in dettaglio senza averlo letto
integralmente, cosa che non posso fare perché non sono abbonato al Sole e non ho tempo per scavalcare le “protezioni” del giornale. Ne
trovate delle sintesi su Vaielettrico
e Everyeye
(grazie ai lettori che me le hanno segnalate nei commenti).
Ma azzardo un paio di previsioni:
lo “sperimentatore” ha usato le prime colonnine che ha trovato in giro,
invece di scegliere quelle più a buon mercato o premunirsi con tessere che
danno sconti fortissimi, e quindi ha pagato le tariffe massime;
per la stima delle durate ha immaginato un viaggio a gasolio di 768 km senza
soste, nemmeno per un tramezzino e una pipì. Non posso che complimentarmi
per la sua inappetente brama di mortificarsi e per la resistenza della sua
vescica simulata.
Bisognerebbe poi capire perché Simonluca Pini senta il bisogno di fare un
viaggio di quasi 800 km da centro città a centro città in auto, quando
esistono treni ad alta velocità che fanno lo stesso tragitto e in meno tempo.
E non sono treni a gasolio. Invece di fantasticare di tenersi la pipì e
guidare come un ossesso per sette ore di fila trangugiando un Camogli, Pini
avrebbe potuto immaginare di sedersi in Frecciarossa e rilassarsi leggendo un
buon libro. Ma non l’ha fatto, perlomeno nella parte pubblicamente leggibile
dell’articolo.
A cosa servono articoli del genere? Il loro contenuto informativo è nullo.
L’unica utilità di questa fuffa è attirare clic e fomentare discussioni
inutili fra tifosi e hater e confortare gli umarell che hanno paura di
qualunque cambiamento.
Intanto, da chi usa l’auto elettrica concretamente e intensamente per lavoro
arrivano dati come questi:
La persona fa il tassista su lunghi tragitti, in Italia, e usa una Tesla Model
X che ha un consumo piuttosto elevato (circa 250 Wh/km). Quei quasi 50.000 kWh
consumati in un anno equivalgono quindi a circa 200.000 km di percorrenza e
sono costati 1.758 euro (la persona ha la carica gratuita alle colonnine Tesla
e paga mediamente 0,30 eurocent/kWh alle colonnine non Tesla e a casa).
Con il gasolio a 1,836 euro di prezzo medio (dati MISE) e ipotizzando ottimisticamente 19 km/litro come ha fatto Pini*, 200.000 km
sarebbero 10.500 litri di carburante, quindi circa 19.000 euro di spesa.
Togliendo i 1.758 euro di spesa di corrente, restano circa 17.000 euro di risparmio in un anno con l’auto elettrica** . Per non parlare dei risparmi su cambi olio, filtri
antiparticolato, AdBlue e tagliandi su quei 200.000 km. Chilometri che,
ripeto, sono stati fatti per lavoro e in un singolo anno, con buona pace di
chi pensa che l’auto elettrica sia un giocattolo che non si può usare per
grandi percorrenze.
E tutto questo, non dimentichiamolo, senza aver obbligato nessuno a respirare gas di scarico inquinanti e tossici.
* 76 euro di gasolio al prezzo medio di 1,836 euro/litro sono 41,39
litri di gasolio per percorrere 786 km: Simonluca Pini stima quindi un
consumo di 18,99 km/litro. Per equità uso questo suo dato per il mio
raffronto.
* Senza le
ricariche gratuite, alla sua tariffa domestica di 0,30 eurocent/kWh, il risparmio sarebbe stato
intorno ai 4.000 euro/anno. La persona è stata lungimirante e ha acquistato un veicolo il cui prezzo include ricariche gratuite a vita. Tariffe inferiori, e quindi risparmi maggiori, si possono avere usando pannelli solari o abbonamenti forfetari.
C’è chi ha capito che l’elettrico fa risparmiare, e che più lo usi e più
risparmi, e chi si fida degli articoli acchiappaclic dei giornali.
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