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Artemis II, attenzione alle foto false sui social

Stanno circolando molte immagini falsificate che affermano di mostrare danni ingenti al veicolo spaziale dopo l’ammaraggio e altri momenti della missione Artemis II intorno alla Luna. Da cacciatore di bufale, ho alcuni consigli.

Primo: non diffondete per nessun motivo foto che non avete verificato e che non provengono direttamente dagli archivi originali NASA. Non importa chi ve le manda. Lo dico soprattutto ai colleghi giornalisti, che hanno un dovere professionale di controllo delle fonti e invece pescano a caso dai social (come è successo a un noto telegiornale italiano), per cui non posso consigliare di fidarsi ciecamente delle fonti giornalistiche, a meno che includano un link agli archivi originali.

Secondo: se dovete citare una foto falsificata per segnalarla, applicatele un VISTOSO indicatore visivo che mostra che si tratta di un falso.

Terzo: se avete un dubbio su una foto, non mandatela in giro. Semplice.

Quarto: non date la colpa all’IA. I falsi esistono da ben prima dell’IA. La colpa non è della tecnologia, ma delle persone che usano la tecnologia per ingannare gli altri. La colpa è anche di chi diffonde immagini sui social senza verificarle, solo perché sono impressionanti o spettacolari.

Lo scopo di chi diffonde queste immagini è la monetizzazione: chi le pubblica spera di avere milioni di visualizzazioni (come in questo caso) che facciano impennare la popolarità dei suoi account. In questo modo quegli account saranno vendibili a inserzionisti e spammer. Consiglio di bloccare gli account che diffondono immagini falsificate e non dicono che sono false.

Questi sono alcuni esempi di foto false riguardanti la missione Artemis II.

Le foto FALSE dei danni alla capsula al rientro

Quest’immagine è falsa perché:

  • le foto reali della capsula non mostrano danni di questo genere
  • l’esterno della capsula non è fatto così
  • l’immagine è in piena luce diurna, mentre l’ammaraggio è avvenuto poco prima del tramonto
  • l’acqua non forma truciolini e colature come quelle mostrate in questa immagine

Questa immagine, invece, è falsa perché:

  • la capsula reale è molto differente come forma e colore e non ha una bandiera sovrapposta a un finestrino
  • la capsula vera non è appesa orizzontalmente ai paracadute ma è inclinata (come si vede in questa foto reale)
  • la capsula vera non ha quattro bitorzoli scuri sul fondo
  • i paracadute reali della capsula non sono fatti così: hanno delle vistose aperture laterali rettangolari (come si vede in questa foto reale) e quelli in questa immagine sono di gran lunga troppo piccoli rispetto alla capsula
  • di nuovo, l’immagine è in piena luce diurna, mentre l’ammaraggio è avvenuto poco prima del tramonto

La foto FALSA della scia di rientro della capsula vista dalla Stazione Spaziale Internazionale

Questa immagine è falsa perché:

  • Alla quota alla quale si troverebbe la navicella secondo questa foto (grosso modo la stessa dell’osservatore) non ci sarebbe atmosfera sufficiente a generare una scia fiammeggiante come quella mostrata. Se ci fosse, la generebbe anche la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) dalla quale sarebbe stata scattata questa foto (che sembra invece provenire da Reddit), e la Stazione precipiterebbe.
  • La capsula di rientro di Artemis II è stata effettivamente vista dalla ISS, ma da grandissima distanza (nel video reale di una delle telecamere di bordo della Stazione la capsula è un puntino in alto a destra, appena sopra l’orizzonte, per i primi 12 secondi); gli astronauti a bordo della Stazione hanno inoltre fotografato la tenuissima scia di rientro della capsula (foto pubblicate dall’astronauta Chris Williams, che si trova sulla Stazione).
  • Inviando la foto all’analisi di Google Gemini per rilevare la presenza di marcatori non visibili, emerge che la foto contiene un marcatore SynthID che la indica come generata con gli strumenti di intelligenza artificiale di Google. Come regola generale, se si ha un dubbio su una foto, basta inviarla a Gemini e chiedere “Does this photo contain a SynthID marker?” e si ottiene la risposta “The digital watermark SynthID was detected in this image, indicating that part of it was edited or generated using Google AI tools”. Una risposta affermativa che specifichi che è stato rilevato un marcatore SynthID garantisce che la foto sia stata manipolata con gli strumenti di IA di Google, ma attenzione: una risposta negativa non garantisce che una foto sia autentica.

L’uomo che regalò Stonehenge a sua moglie

Questo articolo non c’entra niente con l’informatica: è una mini-indagine antibufala scaturita da un post che mi ha incuriosito [Global Museum su Mastodon, citato da Charlie Stross]. Oggi conosciamo Stonehenge come uno dei monumenti più importanti del Regno Unito, risalente a oltre 3500 anni fa, ma non è sempre stato così. Il 21 settembre 1915 un barrister (avvocato) britannico, Cecil Chubb, lo comprò all’asta per la cifra non trascurabile di 6600 sterline di allora, pari a circa 800.000 euro di oggi. Il proprietario precedente del terreno su cui sorge il complesso megalitico era morto in battaglia durante la Prima Guerra Mondiale. Fino a quel momento, Stonehenge era stato insomma una proprietà privata.

Una leggenda molto diffusa, tornata in auge in questi giorni [Global Museum su Mastodon], vuole che Chubb effettuò questo acquisto per errore oppure per fare un regalo alla moglie, che gli aveva chiesto di partecipare all’asta per acquistare delle sedie di pregio per la loro casa. La signora Chubb non fu particolarmente entusiasta di ricevere invece quello che all’epoca era un trascurato ammasso di grandi pietre, molte delle quali erano cadute (foto del 1885 circa). Secondo altre fonti, invece, il barrister comprò Stonehenge per impedire che finisse nelle mani di qualche miliardario americano, col rischio che venisse smantellato e trasferito negli Stati Uniti. Nel 1918, stufo dei rimproveri della moglie, Chubb donò il sito al Regno Unito e per questo fu insignito del titolo di primo baronetto di Stonehenge.

La leggenda è carina, ma mancano fonti primarie, le fonti secondarie si contraddicono tra loro, e tutta la vicenda è un po’ troppo bella per essere vera. Chubb era facoltoso e fece davvero quell’acquisto all’asta, ma spendere quella cifra imponente per errore pare davvero improbabile. C’è un altro scenario forse più cinico e plausibile: considerate le umili origini di Chubb, l’acquisto di Stonehenge con successiva donazione potrebbe essere stato un espediente per acquisire rapidamente un titolo e il conseguente status sociale.

Sia come sia, grazie anche a Cecil Chubb oggi il sito fa parte del Patrimonio Mondiale UNESCO ed è visitato ogni anno da circa un milione di persone.

Fonti

The man who bought Stonehenge – and then gave it away, BBC, settembre 2015

Gift of Stonehenge to the Nation – letter from Cecil Chubb, Wiltshire Museum

Cecil Chubb’s Deed of Gift of Stonehenge, Sarsen.org

Corriere: Neil Armstrong portò sulla Luna un computer da scrivania da 35 chili

Secondo Daniele Manca e Gianmario Verona sul Corriere della sera, nel 1969 Neil Armstrong portò fino alla Luna una Olivetti Programma 101, che era un computer da scrivania che pesava 35 chili.

Pare strano, considerato che nel Modulo Lunare, il veicolo usato dalle missioni Apollo per scendere sulla Luna, erano stati persino eliminati i sedili per ridurre il peso e la cabina era strettissima. Pare ancora più strano se si considera che la storica, geniale Programma 101 mostrava i risultati dei suoi calcoli esclusivamente su un rotolino di carta, perché non aveva uno schermo, e quindi avrebbe riempito il minuscolo abitacolo di pezzettini di carta.

Ma i due scrivono quanto segue:

“La Olivetti era stata la prima al mondo a offrire un desktop computer nel 1965 grazie a Piergiorgio Perotto. (Sì! Avete capito bene: qui in Italia la Olivetti di Adriano aveva prodotto il primo desktop computer. Pensate: Neil Armstrong portò la Programma 101 con sè nella indimenticabile missione lunare. E la «Perottina», cosi’ venne ribattezzata in quanto ideata dall’informatico Perotto, è esposta al Moma di New York).”

Screenshot tratto dal Corriere. Copia permanente su Archive.org.

Mi piacerebbe sapere qual è la fonte di questa loro affermazione. Qualcuno ha modo di chiederglielo?

Non infierisco sugli errori di ortografia: quel “sè” con l’accento grave e quel “cosi’” con l’apostrofo al posto della lettera accentata, e quel punto prima della parentesi (e anche dopo) sono sciatterie imbarazzanti, ma perlomeno hanno il pregio, per così dire, di suggerire che questa storia del computer Olivetti portato sulla Luna sia stata partorita da esseri umani e non sia stata rigurgitata da un ChatGPT qualsiasi usato senza alcuna rilettura o verifica.

Per chi volesse cogliere l’occasione per conoscere meglio la Perottina e il suo ruolo reale nelle missioni lunari degli anni Sessanta (supporto per i calcoli svolti sulla Terra, non portandosela nello spazio), consiglio questa pagina del Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci, da cui traggo l’immagine qui sotto, così è più chiaro di cosa stiamo parlando.

Una Olivetti Programma 101. Fonte: Museoscienza.org.

La bufala dell’omeopatia: denuncia dei medici britannici, test di James Randi

Ultimo aggiornamento: 2024/08/18 14:40.

Leggo sul Corriere (e vedo anche sul Telegraph) che la British Medical Association ha definito “stregoneria” l’omeopatia e l’ha denunciata come uno spreco di soldi: 4 milioni di sterline l’anno (4,6 milioni di euro, 6,5 milioni di franchi) per prodotti che sono, in sostanza, acqua fresca. L’omeopatia, infatti, si basa sul principio della diluizione estrema del principio attivo. Così estrema che nel “medicinale” omeopatico non c’è neppure una molecola di questo principio. Pseudofarmaci del genere dovrebbero costare praticamente zero, eppure l’industria del settore vale 40 milioni di sterline solo nel Regno Unito. Il Department of Health precisa, però, che la spesa per i medicinali in sé, a carico del contribuente, ammonta a 152.000 sterline l’anno: il resto va in spese di assistenza e per il personale nei quattro ospedali omeopatici di Londra, Glasgow, Bristol e Liverpool.

La mozione della BMA mira ad eliminare l’omeopatia dai trattamenti pagati dal servizio sanitario nazionale ed entrerà a far parte delle regole dell’associazione se verrà approvata dalla sua conferenza plenaria il mese prossimo. Speriamo in bene, così chi vuole curarsi con il nulla sarà libero di farlo, ma a spese proprie.

Per una curiosa coincidenza, questa notizia mi è arrivata proprio mentre mi stavo godendo il video di James Randi (sottotitolato in italiano) che ingoia un’intera confezione di sonniferi omeopatici prima dell’inizio della sua relazione sulle pazzie dei sensitivi che frodano il prossimo al ritmo di 700 dollari per venti minuti al telefono. Ho sbagliato mestiere.

Per chi volesse saperne di più sull’omeopatia e sulle sue assurdità di fondo, consiglio questa serie di articoli su Medbunker: Introduzione all’omeopatia, Omeopatia: la conosciamo?, Omeopatia: l’incredibile caso del dottor Benveniste (più avvincente di un giallo, con tanto di complotto, ma non da parte dei soliti noti), e Omeopatia: funziona o no?

Antibufala: la misteriosa “raccomandata elettronica” da TIM non è una truffa o un malware

Antibufala: la misteriosa “raccomandata elettronica” da TIM non è una truffa o un malware

Ultimo aggiornamento: 2024/05/04 13:05.

Se avete ricevuto una mail contenente un “Avviso di giacenza posta raccomandata” spedito da Tnotice.com etichettata “Per conto di TIM S.p.A.” e avete sospettato che si trattasse di una truffa o di un tentativo di attacco informatico, non siete i soli e non avete tutti i torti.

Già un mittente strano come Tnotice.com fa insospettire, ma il messaggio contiene anche gli errori dilettanteschi sono tipici delle mail dei truffatori:

  • no replay al posto di no reply (nella mail)
  • retire the message come traduzione maccheronica di ritira il messaggio (to retire significa “pensionare”)
  • frequent ask questions al posto di frequently asked questions 
  • informations, che persino uno studente al primo anno d’inglese sa che non ha il plurale (è un uncountable)

A chi ha confezionato e approvato questa roba andrebbe regalata una canna da pesca insieme a un prepensionamento anticipato in modo che non possa più fare altri danni.

Fra l’altro, questa “raccomandata elettronica” può essere ritirata da chiunque abbia la mail ricevuta: basta dare un numero di telefono qualsiasi per ricevere via SMS il codice di accesso.

Se volete sapere cosa contiene questa “raccomandata”, ecco il testo che ho ricevuto io: un paragrafo unico di burocratese stretto che parla di un possibile rimborso per la pratica delle bollette con periodicità di 28 giorni.

Oggetto: TIM Informa

Il Tribunale di Milano, Sezione Undicesima Civile, all’esito dell’azione ordinaria promossa da Associazione Movimento Consumatori, ha inibito a TELECOM ITALIA S.P.A. l’adozione, l’uso e gli effetti nei contratti di telefonia fissa (o di altri servizi offerti in abbinamento alla telefonia fissa) stipulati con i consumatori, di clausole che prevedono rinnovi e pagamenti su base temporale di 28 giorni/8 settimane. L’adozione e l’uso di tale periodicità, a far data dal 01.04.2017, ha leso e lede i diritti e gli interessi collettivi dei consumatori, previsti dall’art. 2 Codice del consumo (1: diritto ad un’adeguata informazione ed ad una corretta pubblicità; 2: diritto a pratiche commerciali improntate a principi di buona fede, correttezza e lealtà; 3: diritto alla correttezza, alla trasparenza ed all’equità nei rapporti contrattuali) con violazione anche dei contenuti informativi minimi e del principio di trasparenza, previsti a favore dei consumatori utenti di servizi telefonici dagli artt. 70 e 71 Codice delle comunicazioni elettroniche. Tale condotta si risolve altresì in una pratica commerciale scorretta ingannevole, vietata dall’art. 20 Codice del consumo, in quanto l’adozione di tale periodicità (28 giorni), diversa da quella d’uso, risulta contraria alla diligenza professionale ed è idonea a falsare in maniera apprezzabile il comportamento economico del consumatore medio, rendendo difficile la valutazione delle offerte ed il confronto tra le medesime, anche ai fini dell’esercizio della facoltà di recesso gratuito, prevista dalla legge in caso di mutamento unilaterale delle condizioni del servizio da parte dell’operatore telefonico. L’illegittimità della condotta sopra descritta comporta il diritto di ciascun consumatore che abbia subito, nell’ambito di un contratto di telefonia fissa (o di altri servizi offerti in abbinamento alla telefonia fissa), l’adozione della periodicità di fatturazione a 28 giorni/8 settimane, alla ripetizione delle somme indebitamente corrisposte.

Puoi effettuare la tua richiesta on line dalla Home Page del sito tim.it nella sezione «TIM Sempre al tuo fianco» compilando il modulo dedicato, indicando il seguente codice unico [omissis].

No, le auto elettriche non vanno in tilt per il freddo

No, le auto elettriche non vanno in tilt per il freddo

Pubblicazione iniziale: 2024/01/18 11:39. Ultimo aggiornamento: 2024/01/20 11:50.

Sta spopolando la “notizia” delle Tesla in panne a Chicago a causa del freddo
intenso di questi giorni, e ovviamente i detrattori della mobilità elettrica non
hanno perso l’occasione di esibire la loro ignoranza e compiacere i loro lettori
invece di informarli correttamente.

Il fenomeno segnalato a Chicago è legato a un malfunzionamento delle
stazioni di ricarica, non alle auto:

lo dicono piuttosto chiaramente
questo servizio di una TV locale e
quest’altro. Lo dice anche ANSA: “In assenza di informazioni da parte di Tesla è logico supporre che si sia trattato delle note conseguenze che il freddo estremo può avere su cavi di ricarica, connettori e altri componenti critici di un Supercharger”. Usare
questa storia per criticare le auto elettriche in generale e dire che non
reggono il freddo è come dire che le auto a carburante sono un fallimento
perché si è gelata la pompa di una stazione di servizio.

Detto questo, è vero che le auto elettriche subiscono un calo di prestazioni
(autonomia e capacità e velocità di carica) quando le temperature sono molto basse,
perché la batteria lavora bene e può essere ricaricata rapidamente solo se viene
mantenuta entro una specifica gamma di temperature. Molti costruttori
incorporano nelle proprie auto sistemi di preriscaldamento della batteria
proprio per gestire questo requisito.

Fa freddo in questi giorni anche al Maniero Digitale, e quindi il sistema di preriscaldamento della mia Tesla interviene automaticamente per portare la batteria a una temperatura ottimale per la ricarica. Le 11 ore di tempo di ricarica sono un valore temporaneo dovuto appunto alla batteria fredda; dopo che la batteria si è scaldata, la carica è durata molto meno di 11 ore.

Ma questo preriscaldamento usa la corrente della batteria stessa, per cui se
l’auto è quasi completamente scarica e arriva il freddo improvviso, può non
esserci carica sufficiente a preriscaldarla e quindi i sistemi di protezione
della batteria impediscono la ricarica rapida, perché se venisse fatta a
freddo danneggerebbe la batteria. 

La soluzione è semplicemente
non lasciare che l’auto si scarichi così tanto. Un po’ come la
soluzione per non restare a secco con un’auto a carburante è andare a fare
rifornimento prima che il serbatoio sia vuoto. Non sembra un concetto
difficile, ma a quanto pare molti faticano a capirlo.

Purtroppo molti utenti usano le stazioni di ricarica rapida come se fossero
dei distributori di carburante, invece di caricare comodamente e lentamente a
casa, senza stressare la batteria, cosa che avrebbe risolto il problema che si sta verificando a Chicago.

Se si può caricare a casa, l’auto elettrica
offre oltretutto l’enorme vantaggio di poter scaldare l’abitacolo e sgelare i
finestrini standosene comodamente al calduccio: non avendo gas di scarico,
l’auto elettrica può essere accesa a distanza, tramite l’app, mentre è in
garage, e può essere preriscaldata e sbrinata. Lo faccio spesso, ed è
meravigliosamente comodo.

Fra l’altro, i dati indicano che un’auto tradizionale ha problemi col freddo
molto più spesso di quanti ne abbia un’elettrica
. A parte la questione delle auto diesel, che con il freddo intenso non partono proprio se non sono state rifornite con carburante adatto alle basse temperature, va notato che in Norvegia, dove quasi un
quarto (il 23%) di tutte le auto è elettrico e in questi giorni fa freddo come
a Chicago, la società di soccorso stradale Viking segnala
che su 34.000 richieste di assistenza pervenute nei primi nove giorni del
2024, l’87% ha riguardato l’avviamento di auto a carburante e solo il 13% ha
riguardato auto elettriche. In sintesi,
le auto a carburante hanno il doppio di problemi di avviamento per il
freddo rispetto a quelle elettriche

(TV2). Va detto che il parco auto elettrico è mediamente più recente di quello
tradizionale, e anche questo probabilmente contribuisce alla situazione.

 

Fonte aggiuntiva:
Electrek.

Antibufala: Sole 24 Ore, “Lo smartphone ci ascolta? Cominciano ad arrivare le prime evidenze”. Ma anche no

Antibufala: Sole 24 Ore, “Lo smartphone ci ascolta? Cominciano ad arrivare le prime evidenze”. Ma anche no

Il 28 dicembre scorso il
Sole 24 Ore ha pubblicato un articolo
intitolato
“Lo smartphone ci ascolta? Cominciano ad arrivare le prime
evidenze”
, a firma di Marco Trabucchi. Il
titolo è fuorviante e l’articolo rischia di creare un allarmismo inutile e
ingiustificato.

In sintesi, il titolo suggerisce che tutti i telefonini siano impostati
automaticamente per ascoltarci. Non è così, neppure secondo la fonte
citata proprio dal Sole, che purtroppo non ha linkato la propria fonte.
Però l’ho trovata io per voi, e la storia che racconta è parecchio diversa da
quella suggerita dal titolo: si tratta di un ascolto reso possibile
solo se si installa una specifica app che lo includa e
solo se si accetta l’attivazione del microfono, che viene
esplicitamente chiesta all’utente dal sistema operativo (Android o iOS). Non è
una funzione incorporata o generalizzata presente in tutti i telefonini.

Quindi no, lo smartphone non ci ascolta: semmai è la singola app che può
tentare di chiederci il permesso di ascoltarci. Se glielo neghiamo, le
salvaguardie presenti nei sistemi operativi non le consentono di accedere al
microfono. Che è esattamente quello che era già successo nel 2019 con l’app
calcistica spagnola.

Niente di nuovo sotto il sole*, insomma, ma la vicenda è un promemoria utile
del fatto che non bisogna installare app a casaccio e soprattutto non bisogna
concedere alle app di avere accesso a fotocamera e microfono senza un fondato
motivo, perché le aziende di marketing ci provano in continuazione: per loro,
noi non siamo persone, siamo consumatori. Siamo polli da spennare. A loro non
interessa se la loro app registra le vostre conversazioni intime con il vostro
medico o le prime esperienze amorose di vostra figlia: ci proveranno, e
continueranno a provarci, per cui è doveroso fare resistenza.

* Gioco di parole non intenzionale, ma lo lascio lo stesso.

Usate le app conosciute, fate attenzione a richieste strane di permessi di
accesso e sarete a posto: ci penseranno gli esperti a leggersi le condizioni
d’uso delle app più famose e rivelare eventuali clausole che prevedano
l’ascolto automatico e indiscriminato delle conversazioni.

E se proprio non vi fidate nemmeno degli esperti indipendenti e siete convinti
che comunque il vostro telefonino vi spii, allora che ci fate ancora
con uno smartphone addosso?

Se volete tutti i dettagli, ho pubblicato una versione estesa di questo
articolo su
Patreon, ad accesso gratuito. Sto facendo un po’ di prove; ditemi cosa ne pensate
nei commenti qui sotto.

Parlo di bufale e di segni (falsi) degli zingari a Raidue

Mercoledì 7 marzo, alle 9:45, dovrei essere su Raidue per una breve intervista a proposito della bufala dei segni degli zingari nell’ambito del programma Un mondo a colori.

Aggiornamento: la trasmissione è stata rinviata a martedì 13 marzo venerdì 9 marzo, sempre alle 9:45. Scusate il disguido. Ho corretto anche il link al sito della trasmissione, che era inizialmente errato.

Due chiacchiere alla radio con Beppe Grillo [UPD 2013/03/06]

Stamattina, grazie a Radio Città del Capo, ho avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere in diretta radiofonica con l’über-blogger italiano, Beppe Grillo, sia pure con l’ingrato compito di dovergli fare le pulci per alcune storie che aveva pubblicato, visto che si parlava di bufale mediatiche e il tema della trasmissione, intitolata Angolo B, era proprio “Vi fidate di Beppe Grillo?”

Abbiamo discusso insieme del cellulare cuociuova (il suo post; la mia indagine) e di 11 settembre (il suo post della lettera di Giulietto Chiesa, che scatenò in Italia tutta la questione del complottismo; le mie indagini e il relativo blog), e di come non soltanto il lettore, ma anche il blogger come pure il giornalista tradizionale, deve avere sempre più attenzione per la verifica delle informazioni e abituarsi a usare gli strumenti disponibili per fare queste verifiche. Può sembrare incredibile, ma spesso basterebbe una banale ricerca in Google per evitare figuracce.

Ho citato anche un paio di perle di testate “tradizionali” come Repubblica, con i suoi 235 milioni di morti ogni anno sulle strade e la falsa foto del grande blackout italiano del 2003, per far notare che non è affatto vero che l’informazione convenzionale è più affidabile di quella online; anzi, spesso è vero il contrario.

Chiaramente un articolo-bufala non invalida tutto il resto del lavoro giornalistico o “bloggeristico”, per cui non vorrei aver dato l’impressione di voler screditare Grillo in blocco; più semplicemente, ho cercato di ribadire la necessità di qualche verifica in più prima di pubblicare una notizia che può suscitare allarme o essere male interpretata. Anche a costo di rinunciare, ogni tanto, a qualche presunto scoop. Se ci riesce un bloggerino come me, a maggior ragione ci devono poter riuscire le corazzate dell’informazione.

Aggiornamento: La redazione mi dice che la registrazione del programma dovrebbe essere presente sul sito entro breve. Io per ora non l’ho trovata, ma sono di corsa: se siete più bravi di me, postate il link nei commenti, grazie!

Aggiornamento: Eccola.

Aggiornamento (2013/03/06): la versione di Radio Città del Capo non è più disponibile, per cui ho caricato la mia copia (MP3, circa 47 megabyte). Il confronto con Grillo, principalmente sulla metodologia d’indagine sull’11 settembre, parte a 10:00 circa.

Antibufala: segni degli zingari a Raidue

Domani 9 marzo, alle 9:45, dovrei essere su Raidue per una breve intervista a proposito della bufala dei segni degli zingari nell’ambito del programma Un mondo a colori. È la stessa intervista annunciata inizialmente per altre date; questa dovrebbe essere la volta buona.