Il 6 febbraio 2026 è al momento il primo giorno di lancio possibile per Artemis II, la missione che prevede di riportare degli esseri umani intorno alla Luna dopo una pausa di quasi cinquantaquattro anni. Le ultime persone a trovarsi nelle vicinanze della Luna furono Gene Cernan, Harrison Schmitt e Ron Evans con la missione Apollo 17, che lasciò la superficie selenica il 14 dicembre 1972 dopo che Cernan e Schmitt vi avevano trascorso 75 ore.
Se tutto procederà secondo la tabella di marcia, quel giorno un razzo gigante SLS decollerà dalla storica rampa 39B del Kennedy Space Center, in Florida, trasportando la capsula di tipo Orion, denominata Integrity dal suo equipaggio di quattro persone: il comandante Reid Wiseman, il pilota Victor Glover e i due specialisti di missione Christina Koch e Jeremy Hansen. Koch sarà la prima donna nella storia a volare fino alla Luna, Glover sarà la prima persona di colore a farlo, e Hansen sarà il primo non statunitense (è canadese).
In basso, Wiseman; a sinistra, Koch; in alto, Glover; a destra, Hansen.
La loro traiettoria è molto complessa e prevede una serie di orbite progressivamente più ellittiche che li porteranno a passare “dietro” la Luna (dal punto di vista di noi terrestri) a notevole distanza (alcune migliaia di chilometri) per poi tornare indietro verso la Terra, senza entrare in orbita lunare. Durante le prime orbite, nelle vicinanze della Terra, il pilota Glover comanderà il veicolo spaziale per effettuare delle prove di manovra di precisione, volando in formazione stretta con il secondo stadio del lanciatore SLS. Poi, se tutti i test avranno esito positivo, Orion accelererà verso la Luna.
Illustrazione schematica della traiettoria della missione (le distanze non sono in scala). Fonte: NASA, 2023.
Artemis II è considerato un test flight, ossia un volo di collaudo del veicolo Orion, del suo modulo di propulsione (costruito in Europa), e soprattutto dei suoi sistemi di sostentamento e supporto vitale degli astronauti. Una capsula Orion ha già volato fino alla Luna durante la missione Artemis I, ma senza equipaggio a bordo, nel 2022: ora si tratta di vedere se il veicolo è in grado di proteggere quattro persone dalle radiazioni, dalle temperature estreme e dal vuoto dello spazio. Tutti i test indicano che lo è, ma come al solito è la prova sul campo quella che conta.
Gestire un carico umano, con tutte le sue variabilità, non è facile: se per esempio gli astronauti si muovono intensamente, come avviene durante gli esercizi fisici necessari per mantenere il tono muscolare durante i dieci giorni che trascorreranno in assenza di peso, in cabina vengono generati molto calore e molta anidride carbonica in più, mentre quando dormono la loro generazione di calore e CO2 diminuisce fortemente, e i sistemi di bordo devono essere capaci di compensare prontamente tutte queste variazioni.
Va sottolineato che quella del 6 febbraio è la prima opportunità di lancio possibile. Considerata la delicatezza della missione e la complessità di un lancio spaziale, oltretutto lunare (quindi con ulteriori restrizioni dettate dalle posizioni relative della Luna, del punto di lancio e del punto desiderato di ammaraggio), è probabile che ci saranno rinvii.
Questa è la situazione fin qui: se volete sapere tutto su questa missione e sulla nuova gara per tornare sulla Luna, trovate online e in libreria il mio libro Ritorno sulla Luna e potete venire alla Sci-Fi Universe a Peschiera del Garda, dove parlerò in dettaglio di questo argomento domenica 18 gennaio alle 11.30. Qui sotto trovate gli ultimi aggiornamenti a completamento del libro.
Il lanciatore gigante SLS per Artemis II è stato assemblato e accoppiato alla navicella Orion nel corso del 2025 e gli astronauti si addestrano da mesi per tutti gli scenari possibili di questa missione.
Il 19 dicembre l’equipaggio ha svolto un’esercitazione sulle modalità di evacuazione in emergenza presso il Kennedy Space Center e il giorno successivo è stato effettuato un Countdown Demonstration Test: una prova generale di tutte le operazioni previste per il giorno della partenza, alla quale hanno partecipato gli astronauti. Durante questa prova il razzo, completamente assemblato, è rimasto nel gigantesco hangar denominato VAB (Vehicle Assembly Building), lo stesso nel quale furono assemblati i razzi lunari Saturn V oltre cinquant’anni fa.
I quattro membri dell’equipaggio hanno indossato le tute spaziali di sopravvivenza, quelle che useranno per il lancio e il rientro, e sono saliti a bordo della capsula in cima al vettore gigante, simulando l’intero conto alla rovescia, in modo da permettere a loro, al personale di lancio e agli addetti alla preparazione e chiusura della capsula di impratichirsi ulteriormente con tutte le fasi dei preparativi che avverranno il giorno del decollo. Non è stata la loro prima esercitazione in assoluto, ma è stata la prima per la quale è stato usato il veicolo effettivo invece di un simulatore. L’equipaggio è poi tornato a Houston, in Texas, per proseguire l’addestramento sui simulatori.
Da sinistra: Hansen, Koch, Glover e Wiseman indossano le tute di sopravvivenza davanti al Neil A. Armstrong Operations and Checkout Building, presso il Kennedy Space Center in Florida, durante la prova generale del 20 dicembre 2025. Credit: NASA/Glenn Benson.
Se tutto procede secondo i piani, il razzo dovrebbe effettuare il roll-out, la lenta e cauta marcia di trasporto dal VAB fino alla rampa di lancio 39B, entro pochi giorni: la portavoce della NASA, Bethany Stevens, ha detto il 2 gennaio che il roll-out è previsto fra “meno di due settimane” e ha confermato che la finestra di lancio inizia il 6 febbraio. Deve ancora essere installato e collaudato il flight termination system, ossia il sistema di autodistruzione d’emergenza del lanciatore, che si spera di non dover usare ma che è necessario approntare per evitare il peggio se al momento del decollo ci dovesse essere un problema grave con il veicolo, che sarà pieno di quasi tre milioni di litri di idrogeno e ossigeno liquidi ed è dotato di due enormi booster a propellente solido che una volta accesi non si possono spegnere e vanno quindi distrutti con cariche esplosive.
Quando il razzo sarà arrivato alla rampa, verranno effettuate altre prove generali: una insieme all’equipaggio, senza però riempire i serbatoi di propellente, e poi una senza equipaggio, nella quale il razzo verrà rifornito di propellente esattamente come se dovesse partire.
Questa missione volerà intorno alla Luna, senza scendervi. Ma se tutto fila liscio, Artemis III atterrerà al polo sud lunare. La data prevista continua a slittare: l’executive order di Trump del 19 dicembre 2025 parla del 2028, mentre finora la NASA aveva parlato di effettuarla entro il 2027. Considerato che l’addestramento per una missione lunare richiede circa 18 mesi e che l’equipaggio di Artemis III non è nemmeno stato scelto (perlomeno per quel che si sa pubblicamente), e considerato soprattutto che la NASA in questo momento non dispone di un veicolo capace di portare astronauti sulla Luna e non ha nemmeno pronte le tute per l’esplorazione lunare (non sto scherzando, è proprio così), la scadenza del 2028 è puramente ipotetica e dettata probabilmente da motivazioni politiche. La seconda presidenza Trump terminerebbe appunto nel 2028.
14/1. Partecipazione alla tavola rotonda dell’evento “Sicurezza nazionale nell’era digitale“. Hotel De La Paix, Lugano Paradiso, dalle 15.30. Programma: https://it.ntc.swiss/2026-evento-ticino.
17 e 18/1. Partecipazione alla Sci-Fi Universe 2026. Parc Hotel, Peschiera del Garda. News Lab-workshop sui fondamenti di giornalismo digitale e conferenza Il progetto Artemis: la nuova corsa alla Luna. Programma: https://scifiuniverse.it/sci-fi-universe-2026/programma/.
31/1 e 1/2. Partecipazione a Spacecon8. Hotel RMH di Baggiovara (MO). Conferenza: La Luna dal 1969 al 1999: viaggi e basi lunari dall’Apollo ad Alpha, in attesa della missione Artemis. Info: https://www.moonbase99.it/index.html (sito non aggiornato).
Quando ho scritto a fine 2024 che il risultato elettorale americano dimostrava che l’umanità è troppo cretina per meritarsi qualunque attenzione da parte di eventuali civiltà aliene, molti mi hanno detto che esageravo. Cari critici che l’avete detto, a distanza di quasi un anno, la pensate ancora così?
Il problema non è il singolo pazzo, Donald Trump: è la massa di gente che lo ha eletto, lo asseconda, lo incoraggia e lo sostiene. Che non si oppone, ma anzi lo adula, lo compiace, ne cerca i favori per propria convenienza. Che minimizza e scambia i suoi discorsi per boutade o esagerazioni. Che pensa ancora che un presidente degli Stati Uniti che dice di voler impiccare gli oppositori politici sia tollerabile (è quello che ha detto Trump per esempio a proposito dell’astronauta e senatore Mark Kelly, “reo” di aver semplicemente ricordato che la legge prevede che i militari debbano disubbidire a ordini illegali e per questo è ora sotto indagine al Pentagono). Gente che pensa che un miliardario sia “uno di noi” e possa fare gli interessi del cittadino medio, che crede che un presidente che si rivolge a una giornalista, a una professionista che sta lavorando, dicendole “Quiet, piggy” (“zitta, porcellina”), sia accettabile e magari anche spiritoso e simpatico. Per non parlare dei legami strettissimi di Trump con il commerciante di minorenni Jeffrey Epstein, messi magnificamente in luce da The Epstein Network, un’analisi supportata dall’IA (una volta tanto usata in modo intelligente) dei documenti pubblicati dal Dipartimento di Giustizia USA.
Il problema è la massa di gente che applaude entusiasta quel pazzo. È l’orda di funzionari governativi che eseguono i suoi ordini, e anzi rincarano la dose con annunci come questo [copia su Archive.is], sull’account X ufficiale del Dipartimento della sicurezza interna degli Stati Uniti, che dice “l’America dopo 100 milioni di espulsioni” (no, non “deportazioni” [Terminologiaetc.it]) e parla di un Paese che sarebbe “assediato dal terzo mondo”. E intanto illustra questa farneticazione neonazista con un’immagine rubata a un artista giapponese, Hiroshi Nagata.
Cento milioni di persone sono un terzo della popolazione degli Stati Uniti. Rendiamoci conto del livello di delirio al quale è arrivata l’America. E sembra che nessuno riesca a fare qualcosa di legale per fermare queste pazzie collettive.
I miei doveri professionali come collaboratore della Radiotelevisione Svizzera mi impongono dei limiti ben precisi, che intendo rispettare. Ma non posso più stare zitto di fronte a questo scempio continuo dei diritti umani fondamentali e restare nel mio microcosmo informatico.
Anche perché quell’informatica, quell’Internet interoperabile basata su standard aperti che quarant’anni fa sembrava un faro di speranza, un modo per abbattere le barriere della comunicazione e per diffondere conoscenza, è stata presa per la gola da un pugno di stramiliardari, distorta, piegata ai loro scopi di avidità inesauribile, ridotta a “cinque siti Web giganti pieni di screenshot di testo degli altri quattro” [Doctorow] che tengono in ostaggio i propri utenti, e oggi viene usata come strumento di propaganda, di diffusione di notizie e immagini false, di manipolazioni elettorali, di rimbecillimento collettivo, di prosciugamento di risorse essenziali come acqua e energia in nome del dio denaro, e chissene dei cambiamenti climatici che tanto “sono una bufala”. E le istituzioni che dovrebbero impedire tutto questo temporeggiano e tentennano, anche in Europa. Ho atteso per anni che l’UE costringesse Meta a diventare interoperabile, ma alla fine mi sono stancato di aspettare in eterno e ho installato WhatsApp per necessità di lavoro (sia pure dopo aver purgato la mia rubrica telefonica di tutti i numeri sensibili). Se avete il mio numero di telefono in rubrica e mi vedete comparire nel vostro WhatsApp, sì, sono veramente io. Non ne sono fiero.
Mi rendo perfettamente conto di essere parte di questo meccanismo. Mi rendo conto che paradossalmente la mia carriera di cacciatore di bufale, di fustigatore del giornalismo fatto col deretano, ha fatto un favore a questi dittatori e oligarchi, perché alla fine invece di riuscire a spronare editori, direttori e redattori a migliorarsi ho soprattutto contribuito a minare la fiducia dell’opinione pubblica nei mezzi d’informazione. Sì, certo, i social network che hanno tolto ai media tradizionali l’ossigeno della pubblicità e degli abbonamenti abituandoci al “tutto gratis” hanno fatto la loro vastissima parte, ma con tutte le buone intenzioni del mondo ci ho messo parecchio di mio. Mea culpa.
Sono consapevole che questo post verrà sicuramente interpretato come rage bait: qualcosa che si posta per aizzare l’indignazione e attirare l’attenzione su di sé, magari per monetizzarla. Non è questo il mio intento (tanto questo blog è senza pubblicità). Non sto auspicando nulla di illegale o di violento, e anzi temo che “coloro che rendono impossibile la rivoluzione pacifica rendono inevitabile la rivoluzione violenta” [John F. Kennedy, 1962]. Possa Donald Trump campare cent’anni, preferibilmente trasferendosi il più presto possibile in una casa di riposo dove non può più fare danni.
Il mio intento è porre pubblicamente una domanda. Arrivati a questo punto, cosa facciamo? Facciamo finta di niente e ci mangiamo un’altra fetta di panettone ormai stantio intanto che aspettiamo l’invasione americana della Groenlandia? Se pensate che l’idea di Trump di prendersi la Groenlandia perché “ne ha bisogno” sia una sparata, tenete presente che i militari americani stamattina hanno eseguito i suoi ordini e hanno invaso uno Stato e rapito il suo presidente. Che non è certo uno specchio di rettitudine, ma è pur sempre un capo di Stato. Questo è l’ennesimo precedente che prende il diritto internazionale e lo butta disinvoltamente nel cesso. Non che sia la prima volta, come dimostrano l’invasione russa dell’Ucraina e l’orrore di Gaza perpetrato dal governo israeliano. Siamo una specie fatta così.
Abbiamo fatto finta di essere “civili”, ci siamo dati da soli una patente di maturità immeritata e ipocrita, ma la patina si è sciolta inesorabilmente, la crosta è venuta via, e sotto c’è una piaga diffusa che non osiamo nemmeno guardare.
Confesso che sono avvilito, sfiancato, amareggiato da questa pioggia incessante di notizie disperanti, di costanti riprove della stronzaggine di fondo del genere umano, punteggiata da rare eccezioni positive. È anche per questo che ho scritto poco in questi anni post-Covid. Ma sono anche arrabbiato. Non sono ancora pronto a ritirarmi e cercarmi un cantiere da criticare. Ho tanta voglia di fare qualcosa di razionale e concreto, di tangibilmente utile, per contrastare questa pioggia acida, nei limiti delle mie modeste risorse. Però voglio fare qualcosa di efficace.
Torno quindi alla mia domanda di fondo. Adesso che facciamo? Accetto idee.
Sono stato ospite del canale YouTube Il Salotto di Paola e Alan per una chiacchierata-intervista sul mio strano mestiere di cacciatore di bufale. Il mio libro Siamo mai andati sulla Luna? è acquistabile qui su carta o come e-book. Buona visione, e buona fine d’anno!
Mio figlio Simone sta digitalizzando foto e video di famiglia da supporti analogici e sta cercando un videoregistratore VHS con TBC (Time Base Corrector) integrato, uscita S-Video, compatibile con PAL e NTSC, in grado di riprodurre SP/LP/EP. Valuterebbe anche modelli S-VHS, ma finora non ha trovato nulla di interessante in giro. Così mi ha chiesto di chiedere a voi: chi può risolvere la questione meglio di un gruppo di appassionati di tecnologia?
Se avete idee, consigli o suggerimenti o bisogno di chiarimenti, lasciate un commento: Simone li leggerà e risponderà.
Oggi pomeriggio in auto ho incrociato un biciclo: una bicicletta vecchio stile con una ruota anteriore enorme e un ruotino posteriore. La mia dashcam ha registrato l’incontro, avvenuto dalle parti di Melide, in Svizzera.
Non è un incontro che capita facilmente, e quindi da informatico mi sono chiesto subito una cosa: un sistema di guida autonoma basato sull’intelligenza artificiale come si comporterebbe di fronte a un veicolo del genere?
Nel corpus del sistema di guida, ossia nell’immenso insieme di immagini usato per addestrarlo, non ci sarà un gran numero di immagini di bicicli in ogni situazione di luce e visti da varie direzioni. Forse non ce ne sarà neanche una. Un biciclo è insomma un tipico esempio di edge case: un elemento significativo da usare nei processi decisionali che è raro ma non impossibile incontrare.
In un caso come questo, come si comporterà l’IA? Lo considererà uno pedone particolarmente alto? Lo interpreterà come un normale ciclista, nonostante la posizione del conducente non sia compatibile con una bicicletta normale? Non saprà riconoscerlo ma sarà in grado comunque di delimitarlo con un volume di rispetto o riquadro di delimitazione (bounding box)? Oppure lo ignorerà completamente, con il rischio di falciarlo?
Se qualcuno ha esperienza in questo campo, mi piacerebbe saperne di più.
Avrete notato che non ho caricato il video di questo articolo su YouTube o una delle solite piattaforme commerciali. L’ho messo nel Fediverso: specificamente su Peertube.uno. Un piccolo passo verso l’abbandono delle piattaforme dei fantastiliardari impazziti e la ripresa di un po’ di sovranità digitale.
Questo è il testo della puntata del 22 dicembre 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.
Questa è l’ultima di quest’anno; la prossima verrà pubblicata il 12 gennaio 2026. Con l’anno nuovo, questo podcast diventerà un appuntamento mensile: troverete una nuova puntata ogni secondo lunedì del mese.
[CLIP: audio di clacson a San Francisco durante il blackout]
Sabato scorso, 20 dicembre, un blackout parziale ha colpito alcune zone di San Francisco, in California. Cose che càpitano, ogni tanto, con le solite conseguenze: ma stavolta ce n’è stata una in più, inattesa e decisamente sgradita: moltissimi taxi senza conducente di Waymo si sono fermati di colpo in mezzo alle strade e agli incroci, contribuendo enormemente a ingorgare il traffico natalizio già messo a dura prova dallo spegnimento di molti semafori.
Questa è la storia del tallone d’Achille di queste auto supertecnologiche e delle sue implicazioni sull’introduzione della guida robotica sulle strade di tutto il mondo.
Benvenuti alla puntata del 22 dicembre 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Questa è l’ultima puntata dell’anno; la prossima sarà pubblicata il 12 gennaio 2026. Io sono Paolo Attivissimo.
[SIGLA di apertura]
Il 20 dicembre scorso un incendio divampato nel pomeriggio presso una sottostazione elettrica a San Francisco ha causato un blackout che ha colpito circa un terzo della città californiana, che conta circa ottocentomila abitanti. Vari quartieri sono rimasti al buio per diverse ore, e si prevede che il guasto non verrà completamente risolto per alcuni giorni.
L’interruzione dell’erogazione della corrente elettrica ha spento i semafori e forzato la sospensione di molte corse della metropolitana leggera e dei tram. Il traffico, già intenso in condizioni normali, è andato in crisi, ma questa crisi è stata peggiorata da un fattore nuovo e inatteso: la paralisi dei taxi “autonomi” di Waymo.
I social network sono pieni di video che mostrano queste auto senza conducente ferme agli incroci, con le quattro frecce lampeggianti, incapaci di proseguire o almeno di accostare e farsi da parte per lasciar passare il traffico dei veicoli normali.
In un video*, per esempio, si vedono tre Waymo ferme una accanto all’altra, che occupano tutte e tre le corsie di un’arteria cittadina principale. Dietro di loro, una colonna interminabile di altri veicoli. Alcuni conducenti di queste altre auto invadono la corsia opposta, cercando di aggirare le Waymo che fanno barriera, ma pochi metri più in là si trovano davanti una quarta Waymo, ferma in mezzo all’incrocio, che getta ulteriore scompiglio.
* Molti dei video pubblicati sono ripresi di sera, segno che il problema con le Waymo è durato per ore, visto che il blackout è iniziato intorno alle 14 locali [“The SFFD received a call about the fire at 2:16 p.m. on Saturday”, San Francisco Standard].
Scene come questa si sono viste in gran parte della città, sulle cui strade circolano circa 800 [TheLastDriverLicenceHolder.com] di queste automobili formalmente autonome. Waymo ha sospeso temporaneamente il proprio servizio taxi, riprendendolo nella serata di domenica.
Le auto di un’altra azienda che ha puntato moltissimo sulla guida autonoma, cioè Tesla, hanno continuato a funzionare: il loro sistema di assistenza alla guida non ha subìto interruzioni durante il blackout. Ma va chiarito che questo sistema è meno evoluto e richiede per legge la presenza a bordo di un conducente umano pronto a intervenire e legalmente responsabile della condotta del veicolo, e questa regola vale non solo per le Tesla private ma anche nel caso della manciata di cosiddetti “Robotaxi” che l’azienda di Elon Musk sta sperimentando in varie città statunitensi. Waymo, invece, gestisce una flotta di taxi completamente privi di conducente a bordo. Si tratta, insomma, di due situazioni molto differenti.
Ma allora come mai il sistema più sofisticato ha fallito?
La risposta a questo apparente paradosso è che le auto di Waymo, quando incontrano una situazione che non sono in grado di gestire autonomamente, inviano una chiamata di aiuto a un conducente umano, pardon, un fleet response agent nel gergo di Waymo, che riceve dall’auto immagini in diretta di quello che vedono le telecamere esterne del veicolo e una rappresentazione grafica tridimensionale degli oggetti e delle persone che i sensori di bordo stanno rilevando. Questo conducente remoto può dare ordini all’auto su come affrontare la specifica situazione oppure può teleguidarla direttamente nei casi più impegnativi. Questo dettaglio, poco conosciuto ma molto importante, è documentato da Waymo sul proprio sito.
Il problema è che questo invio massiccio di informazioni e questa teleguida dipendono dalla rete cellulare, che durante un blackout può smettere di funzionare, per esempio perché le antenne della rete non sono alimentate autonomamente oppure perché tantissimi cittadini stanno cercando di usare la trasmissione dati via cellulare, visto che il Wi-Fi su rete fissa non va a causa dell’interruzione della corrente elettrica.
In altre parole, il piano B delle Waymo in caso di blackout dipende completamente da una risorsa che proprio durante un’interruzione di corrente rischia di non esserci.
Inoltre le auto di Waymo non sono in grado di adattarsi alle situazioni: se affrontano un incrocio gestito da un semaforo e quel semaforo è fuori uso o spento, non sono capaci di considerarlo come un incrocio non regolato da semafori, nel quale valgono semplicemente le regole della precedenza. Sono infatti in grado di operare solo su strade che sono state mappate e descritte molto dettagliatamente: non riescono a determinare come comportarsi usando solo le regole generali della circolazione stradale e osservando la segnaletica e la situazione locale del momento. Hanno bisogno di un aiuto esterno, e quando questo aiuto esterno viene a mancare fanno giustamente la cosa meno pericolosa: si fermano dovunque si trovino, in attesa che intervenga un conducente remoto.
Ma ovviamente, in caso di blackout è probabile che quasi tutte le auto Waymo della zona colpita perdano contemporaneamente la connessione con il centro di controllo e quindi si fermino tutte per aspettare un operatore umano che le guidi. E siccome l’azienda non ha un operatore per ogni singola auto, si forma una coda di attesa intanto che gli operatori disponibili affrontano e smaltiscono man mano le singole situazioni.
Il sistema di guida semiautonoma adottato da Waymo ha insomma due vulnerabilità fondamentali: dipende da una connessione che può venire a mancare proprio quando serve di più e non è in grado di affrontare una crisi che coinvolga un numero elevato di veicoli simultaneamente.
Queste vulnerabilità, fra l’altro, non spuntano dal nulla a sorpresa. Non solo erano ampiamente prevedibili semplicemente osservando l’architettura del sistema, ma erano già accadute concretamente entrambe pochi mesi fa. Una Waymo, infatti, era rimasta paralizzata di fronte a un semaforo impazzito e un’altra si era fermata in mezzo alla strada a Austin, in Texas, durante un blackout, e la stessa cosa era successa anche in altre occasioni.*
Sembra assurdo che un’azienda valutata 110 miliardi di dollari non abbia saputo prevedere questi ostacoli. E infatti li ha previsti, ma ha semplicemente scaricato il costo dei disagi conseguenti sui cittadini. E intanto lavora in perdita secca.
La tecnologia di Waymo, infatti, è molto costosa. Una Jaguar I-PACE elettrica come quelle usate da Waymo costa circa 150.000 dollari al pezzo, a causa della quantità di sensori e computer che devono essere aggiunti al veicolo di base per renderlo semi-autonomo: tredici telecamere, quattro sensori LIDAR, sei radar, ricevitori audio esterni, telecamere termiche e processori in grado di elaborare l’enorme quantità di dati raccolta ogni secondo da tutti questi dispositivi.
A questi costi, ovviamente, si aggiungono gli stipendi per il personale: quello che guida i veicoli quando il sistema di bordo non è in grado di farlo, quello che si occupa della manutenzione e della pulizia delle auto, quello amministrativo, e così via: 2500 dipendenti. E poi c’è il costo dei depositi nei quali le auto restano parcheggiate quando sono in attesa di clienti.
Con circa duemila veicoli sparsi in varie città, Waymo dichiara di effettuare circa 300.000 corse a settimana, che valgono circa sei milioni di dollari. Gli incassi annui sono insomma di poco superiori ai 300 milioni di dollari: una goccia nell’oceano della dozzina di miliardi spesi dal 2015 a oggi [Forbes 2025]. L’unica speranza di guadagno è aumentare a dismisura il numero di questi veicoli e ridurne i costi. Infatti i piani di Waymo prevedono il passaggio a modelli di auto più economici e a sensori meno cari e una rapida espansione ad almeno quindici città statunitensi e prossimamente anche in altri paesi, per esempio a Londra e a Tokyo.
Waymo può permettersi di lavorare in perdita per anni perché ha le spalle coperte da Alphabet, la holding che possiede anche Google. E così ha chiesto recentemente altri 15 miliardi di dollari per finanziare la propria espansione. Ma non si sa se sarà mai più conveniente un veicolo autonomo superequipaggiato rispetto a un’auto normale dotata di un tassista umano a bordo, che funziona anche in caso di blackout.
Nel frattempo, quelle due vulnerabilità continuano a restare senza soluzione. E questa è una tendenza comune a tanti colossi del settore hi-tech, dove conta soltanto crescere, senza consolidare le fondamenta, ossia le infrastrutture altrui che sfruttano per alimentare questa crescita, col risultato di costruire soluzioni sempre più complesse ma sempre più precarie, scaricando sulla collettività eventuali malfunzionamenti o effetti collaterali.
Il risultato è quello che una celeberrima vignetta di Randall Munroe, noto ai più come xkcd, descrive così bene: l’intera infrastruttura informatica moderna è rappresentata da una sorta di torre di Jenga sorretta in un angolo da “un progetto che un tizio in Nebraska mantiene dal 2003 senza che nessuno lo ringrazi”. Lo abbiamo visto a novembre scorso, quando un automatismo mal pensato di Cloudflare ha messo in ginocchio mezza Internet, e lo avevamo visto a luglio 2024, quando un aggiornamento di CrowdStrike aveva bloccato otto milioni e mezzo di computer di banche, borse, ospedali, aeroporti, sistemi di pagamento, emittenti televisive e tanti altri servizi vitali in tutto il mondo.
Se i piani di Waymo e degli altri giganti della tecnologia proseguono come stanno procedendo adesso, e se le amministrazioni pubbliche continuano a concedere a queste aziende di sfruttare il suolo pubblico come laboratorio sperimentale, uno dei prossimi blackout informatici potrebbe essere rappresentato da un’immagine molto simbolica e memorabile: il robotaxi smarrito, col suo fragile concentrato di supersensori, software e ambizioni che lampeggia immobile in mezzo alla strada, mentre pedoni, automobilisti e tassisti in carne e ossa gli girano rassegnatamente intorno lanciando colorite maledizioni.
Il problema non è la tecnologia: è la gente alla quale incautamente affidiamo il suo sviluppo.
Ho azzardato e ho avuto fortuna: nel mio libro Ritorno sulla Luna, che ho consegnato all’editore Apogeo ai primi di questo mese, ho presentato l’imprenditore miliardario e astronauta privato Jared Isaacman già come “nuovo direttore della NASA”, perché la sua nomina era nell’aria ma non confermata.
La conferma è arrivata ieri: il 17 dicembre il Senato degli Stati Uniti ha votato a favore della nomina di Isaacman come Administrator (direttore) dell’ente spaziale statunitense [Astronomy.com].
Jared Isaacman, 9 aprile 2025. Photo ID: NHQ202504090014. Credit: NASA/Bill Ingalls. Pubic Domain.
La sua nomina è stata caratterizzata da grandi incertezze. Inizialmente Isaacman era stato scelto dal presidente Trump a fine 2024, ma a maggio 2025 lo stesso Trump aveva ritirato la nomina in seguito a una discussione con Elon Musk in relazione all’affiliazione di Isaacman con alcuni politici democratici. Trump aveva poi nominato Isaacman una seconda volta il 4 novembre 2025 [Ars Technica].
Jared Isaacman ha 42 anni ed è già stato nello spazio due volte come astronauta privato a bordo di capsule Dragon di SpaceX: nel 2021 con la missione Inspiration4, la prima missione orbitale con equipaggio interamente costituito da astronauti non professionisti, e nel 2024 con Polaris Dawn, durante la quale è diventato il primo astronauta privato a effettuare una “passeggiata spaziale” (EVA), sia pure in forma limitata: per sette minuti si è affacciato dal portello della capsula all’esterno, nel vuoto, sporgendo fino alla cintola e compiendo alcuni brevi test di mobilità della tuta di SpaceX in versione modificata per consentire le EVA. L’intero abitacolo della capsula era stato depressurizzato e quindi formalmente anche gli altri occupanti della capsula Dragon erano stati esposti al vuoto dello spazio, protetti soltanto dalle proprie tute ermetiche.
Il nuovo direttore della NASA è il più giovane di sempre e ha delle sfide politiche molto impegnative da affrontare. A parte le incoerenze e gli umori tragicomicamente mutevoli del presidente USA, ha a che fare con un predecessore ad interim, Sean Duffy, che ha fatto di tutto per sabotarlo, arrivando a far trapelare una bozza del progetto di riforma della NASA redatto da Isaacman, il cosiddetto “Piano Athena”. Inoltre si trova contro un Congresso estremamente intento a proteggere i propri interessi elettorali (il programma Artemis è una fabbrica di voti, visto che spende soldi a pioggia in numerosi stati USA) contro le idee di efficienza sostenute da Isaacman e orientate all’ottenimento di risultati spaziali invece che di consensi elettorali.
Come se tutto questo non bastasse, i tagli scellerati di Trump e Musk alla NASA hanno portato alla fuga di circa il 20% dei 17.500 dipendenti dell’ente spaziale statunitense. Trump aveva anche tentato di tagliare del 24% il budget della NASA, ma aveva incontrato l’opposizione del Senato e della Camera [Ars Technica].
In queste condizioni, il volo di Artemis II con un equipaggio intorno alla Luna, il primo da oltre cinquant’anni, è perennemente a rischio di slittamenti e rinvii. Attualmente il lancio è previsto per i primi di febbraio del 2026, ma basta un nonnulla per costringere a rimandare tutto. Secondo la NASA, tutto è ancora pronto per “lanciare Artemis II non più tardi di aprile 2026 con delle possibilità di lancio potenzialmente anche a febbraio.”
Reid Wiseman, comandante della missione, ha detto su Instagram a fine novembre che il Countdown Demonstration Test (CDT), un’esercitazione che simula in tutto e per tutto i preparativi di lancio insieme all’equipaggio, è stato rinviato a dicembre (a quanto pare a causa di un problema con il portello della capsula) ma ha aggiunto che questo rinvio non dovrebbe causare ritardi sulla data di partenza.
Questo test verrà svolto tenendo il razzo SLS all’interno dell’hangar del Vehicle Assembly Building (VAB) e prevede le seguenti fasi:
Gli astronauti escono dal Neil Armstrong Operations and Checkout Building indossando le tute arancioni di sopravvivenza che indosseranno il giorno del lancio e vengono trasportati al VAB, dove li attende il razzo insieme alla loro navicella Orion.
Usando l’ascensore della torre di lancio, presente anch’essa nel VAB, raggiungono il livello della capsula, usano la passerella di accesso e salgono a bordo della capsula.
Nel Launch Control Center situato nelle vicinanze, il direttore di volo Charlie Blackwell-Thompson condurrà una simulazione in tempo reale delle ore finali del conto alla rovescia e fermerà il cronometro poco prima del decollo.
A quel punto gli astronauti effettueranno una simulazione di evacuazione d’emergenza della capsula.
Il rollout (trasporto del razzo alla rampa di lancio) di Artemis II non è previsto prima di metà gennaio. Una volta portato alla rampa, serviranno circa 18 giorni di controlli e preparativi che includeranno un Dry Dress Rehearsal (una prova generale senza propellenti a bordo e con l’equipaggio) seguito da una prova di conto alla rovescia senza equipaggio ma con caricamento dei propellenti o Wet Dress Rehearsal [NASASpaceflight, da 23:29; Spaceflight Now].
Facendo un conto spannometrico a ritroso, per lanciare il 5 febbraio come annunciato, il rollout dovrebbe avvenire intorno al 18 gennaio, e le due settimane di preparativi per il rollout dovrebbero iniziare il 4 gennaio. Ma alla NASA nessuno si sbilancia pubblicamente.
Intanto SpaceX procede a ritmi serratissimi la trasformazione della storica rampa 39A del Kennedy Space Center, dalla quale partirono quasi tutti i voli umani verso la Luna del programma Apollo. Questa rampa è ora dotata di una torre di lancio e cattura quasi completata per i vettori giganti Super Heavy/Starship. SpaceX ha inoltre ottenuto i permessi per una seconda rampa di lancio per Super Heavy/Starship sul terreno della quasi altrettanto storica rampa SLC-37.
La Cina, invece, procede con ritmo serrato e continuo la propria strategia per arrivare sulla Luna con un equipaggio “prima del 2030” [English.gov.cn]. Le prove di accensione del vettore pesante Lunga Marcia 10, qualificato per il trasporto di astronauti (human-rated), sono state effettuate con successo ad agosto 2025 [Globaltimes.cn] e il suo debutto è previsto per il 2026 insieme alla capsula Mengzhou [newsletter SpaceNews, 17 dicembre 2025]. Il veicolo di allunaggio Lanyue (“abbraccia la Luna” in cinese mandarino) ha già effettuato i test pratici di atterraggio e decollo vincolati su una superficie lunare simulata sulla Terra [Reuters, agosto 2025; video]
Questo è il testo della puntata del 15 dicembre 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.
Se avete la sensazione che la ricerca in Google non sia più quella di una volta, quella che trovava al primo colpo quello che cercavate, siete in buona compagnia.
Ormai da qualche tempo, se si cerca qualcosa con Google non si ottiene più direttamente il risultato desiderato: oggi si riceve prima di tutto una sintesi generata da un’intelligenza artificiale, che è spesso sbagliata e fuorviante, poi si ottengono dei risultati sponsorizzati, poi arriva l’elenco delle ricerche correlate fatte da altri utenti, poi vengono visualizzati dei prodotti pubblicizzati, e solo a questo punto Google propone finalmente il risultato desiderato. O almeno qualcosa che gli somiglia, perché di solito servono due o tre tentativi.
Questo peggioramento delle prestazioni è reale. Cosa più importante, è intenzionale.
Benvenuti alla puntata del 15 dicembre 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo, e vi racconto perché Google ha scelto consapevolmente di funzionare peggio, e soprattutto come possiamo rimediare.
[SIGLA di apertura]
Uno studio condotto dal gruppo di ricerca tedesco Webis nel 2024 [Is Google Getting Worse? A Longitudinal Investigation of SEO Spam in Search Engines, Advances in Information Retrieval. 46th European Conference on IR Research (ECIR 2024), Lecture Notes in Computer Science, March 2024, Springer; Opensearchfoundation.org; Webis.de (PDF); ACM.org] conferma un’impressione condivisa da molti utenti: le ricerche fatte con Google non sono più efficaci come una volta e stanno peggiorando da qualche anno.
Secondo questo studio, la colpa di questo declino è l’enorme quantità di contenuti di bassa qualità che vengono ottimizzati dagli esperti di marketing per comparire nei risultati di Google più in alto rispetto ai contenuti effettivamente utili. Il fenomeno riguarda anche anche motori di ricerca rivali, come Bing e DuckDuckGo, stando a questi ricercatori.
Ma c’è anche chi punta il dito verso la dirigenza di Google, accusandola di aver deciso cinicamente di seguire la strada del peggioramento allo scopo di massimizzare i profitti. Esperti del settore come Cory Doctorow [Medium.com; CBC Radio] e Edward Zitron [Wheresyoured.at] indicano anche una persona che sarebbe specificamente colpevole di questo stato di cose: l’informatico Prabhakar Raghavan [Wikipedia; Techspot.com], che è oggi Chief Technologist di Google e ha diretto per alcuni anni il settore pubblicità e commercio dell’azienda e poi anche quello della ricerca.
Zitron basa la propria accusa sulle mail interne di Google rese pubbliche dall’inchiesta antitrust del Dipartimento di Giustizia statunitense sul colosso della ricerca online. Nel 2019, spiega Zitron, la crescita del numero di ricerche fatte dagli utenti tramite Google era sostanzialmente stagnante, e il settore pubblicità lanciò un allarme: bisognava trovare un modo per indurre gli utenti a fare più ricerche e più clic sulle inserzioni.
Ogni volta che un utente cerca qualcosa in Google, infatti, gli viene mostrata della pubblicità, per la quale Google incassa denaro dagli inserzionisti; se l’utente non solo vede l’inserzione ma ci clicca anche su, Google incassa di più. Ma Google era già all’epoca di gran lunga il motore di ricerca più usato al mondo, per cui non era possibile aumentare il numero di ricerche fatte reclutando nuovi utenti.
La prima soluzione scelta da Google nel 2019 fu rendere le inserzioni meno differenti dai risultati veri e propri, eliminando il colore verde del testo che contrassegnava le pubblicità e proseguendo una tendenza, in corso da anni, che annacquava sempre di più la differenza visiva fra contenuti visualizzati a pagamento e risultati effettivamente desiderati dall’utente.
Per dirla in altre parole, Google fece man mano in modo che fosse più facile per l’utente cliccare per errore su uno spot invece di cliccare su un risultato genuino, e lo fece nonostante nel 2013 si fosse già presa un richiamo da parte della Commissione Federale per il Commercio statunitense (la Federal Trade Commission).
Un grafico pubblicato da Searchengineland.com mostra eloquentissimamente questo progressivo deterioramento.
Evoluzione dell’aspetto delle pubblicità in Google dal 2007 al 2019. Credit: SearchEngineLand.
Nel 2007, per esempio, le inserzioni su Google comparivano su sfondo colorato e i risultati veri venivano invece mostrati su sfondo bianco. Nel 2013 lo sfondo era scomparso, sostituito da un bordo e da un’iconcina che indicava che si trattava di una pubblicità. Nel 2020 l’unica differenza visiva rimasta era costituita da un’etichettina che in inglese era composta da due sole lettere: “AD”, abbreviazione di “advert”, ossia “pubblicità”. Oggi tutti questi avvertimenti sono svaniti e distinguere un risultato reale da un’inserzione è quasi impossibile.
La seconda soluzione adottata da Google per aumentare gli introiti fu letteralmente peggiorare le proprie prestazioni, seguendo una logica ineccepibile ma spettacolarmente cinica.
La strategia di peggioramento intenzionale scelta dalla dirigenza di Google sembra in apparenza un autogol, ma in realtà ha perfettamente senso, perlomeno dal punto di vista degli azionisti dell’azienda. Se il motore di ricerca funziona bene e fornisce al primo colpo il risultato desiderato dall’utente, quell’utente è contento, però ha visto una sola bordata di pubblicità.
Ma cosa succederebbe se il motore di ricerca funzionasse meno bene e gli fornisse il risultato soltanto al secondo o terzo tentativo? Vedrebbe il doppio o il triplo di inserzioni. E così gli incassi di Google aumenterebbero massicciamente. Questa è l’idea geniale che, secondo Doctorow e Zitron, fu adottata da Prabhakar Raghavan alcuni anni fa e ha portato alla situazione attuale.
Normalmente peggiorare la qualità di un servizio indurrebbe gli utenti a cercare delle alternative, ma nel caso di Google all’atto pratico non ce ne sono. Grazie anche agli accordi commerciali con i produttori di smartphone, Google è il motore di ricerca predefinito su quasi tutti i dispositivi mobili del mondo, compreso l’iPhone. Google paga una ventina di miliardi di dollari ogni anno ad Apple per questo piazzamento di assoluto favore.
Inoltre la stragrande maggioranza degli utenti non sa come cambiare il motore di ricerca predefinito e spesso non sa neanche che esistono alternative, per cui di fatto Google può permettersi di peggiorare il proprio servizio senza subire alcuna conseguenza negativa. Anche perché le autorità antitrust statunitensi che dovrebbero intervenire si limitano da anni a scrivere letterine di fermo rimprovero.
Google, insomma, è come un albergatore che possiede l’unico hotel in una località e quindi può permettersi di aumentare i prezzi quanto gli pare o di fornire un servizio scadente e al risparmio, perché tanto i clienti non hanno scelta. E lo stesso cinico ragionamento vale anche per i suoi fornitori e per il suo personale: può decidere lui quanto e quando pagarli, perché non hanno nessun altro a cui possono vendere i loro prodotti e servizi.
Questa strategia, che l’esperto Cory Doctorow definisce coloritamente enshittification o immerdificazione, funziona benissimo, tanto è vero che viene adottata anche da altri colossi del settore informatico e tecnologico.
Amazon, per esempio, ha iniziato vendendo prodotti sottocosto e con la spedizione gratuita per gli abbonati ad Amazon Prime. Una volta consolidata la clientela, il numero di fornitori che usavano Amazon per vendere i propri prodotti è aumentato vertiginosamente, e a quel punto l’azienda di Jeff Bezos ha iniziato a chiedere commissioni sempre più alte a questi fornitori, tanto che nel 2023 oltre il 45% del prezzo di vendita dei prodotti finiva in tasca ad Amazon.
Audible, che controlla oltre il 90% del mercato degli audiolibri, inizialmente offriva agli autori dal 20% al 40% degli incassi, ma ora usa un complesso e fumoso sistema di redistribuzione degli introiti e di restituzione degli audiolibri, per cui ai pesci piccoli arriva una miseria e solo i grandi nomi ricevono lauti compensi; anzi, ai grandi arriva anche una quota degli incassi delle vendite dei piccoli. Gli utenti non sanno che esiste questo meccanismo e pensano che quello che pagano per un audiolibro vada in buona parte all’autore, ma non è così [Medium.com, 2025; Authorsguild.org, 2022].
Inoltre Audible, che è di proprietà di Amazon, impone sistemi anticopia su tutti gli audiolibri che distribuisce, per cui un utente che dovesse decidere di smettere di usare Audible perderebbe tutti i libri che ha pagato. L’azienda, quindi, tiene in pugno sia gli autori, sia i consumatori.
Ma almeno nel caso di Google noi utenti possiamo fare subito qualcosa di concreto contro questo modo di operare.
Questo qualcosa si chiama SearXNG [pronuncia: surk-sing o searching], ed è facilissimo da usare (a differenza del suo nome, che è complicatissimo da pronunciare): basta installarlo oppure, ancora più semplicemente, visitare uno dei siti che lo offre via Web e immettere lì quello che si vuole cercare.
Si ottengono risultati puliti e precisi, senza deliranti e inaffidabili aiutini forniti da energivore intelligenze artificiali, senza risultati sponsorizzati da scansare, senza inserzioni mascherate, e senza regalare dati personali a mega-aziende o a nessuno. E SearXNG non costa nulla, perché è un servizio gestito dagli utenti per gli utenti, non è in mano a fantastiliardari discutibili ed è basato su software aperto e libero.
SearXNG è un cosiddetto metamotore di ricerca. In sostanza, passa la vostra richiesta a una rosa di motori di ricerca commerciali, che includono Google, Bing, DuckDuckGo e molti altri, e restituisce a voi i risultati. Fa da filtro salvaprivacy e impedisce a questi motori di acquisire informazioni su di voi e di collezionare la cronologia delle vostre ricerche.
Potete scegliere fra tanti siti che lo forniscono: l’elenco completo e aggiornato si trova presso Searx.space, e trovate una guida completa e dettagliata in italiano presso Devol.it. Se usate un sito europeo, i vostri dati personali beneficiano delle protezioni offerte dalla normativa GDPR.
Provarlo non costa nulla, e se vi piace potete poi impostarlo come motore di ricerca predefinito in qualunque browser seguendo le apposite istruzioni. Potete anche configurarlo in modo da selezionare i motori di ricerca che più vi interessano e le categorie che desiderate, come immagini, video, contenuti presenti sui social network, musica e altro ancora.
Può sembrare paranoico ed eccessivo ricorrere a soluzioni come questa per evitare di essere profilati commercialmente, ma è ormai chiaro che il problema non è più puramente di natura commerciale. Il corso attuale della politica statunitense significa infatti che i dati che affidiamo ad aziende di quel Paese possono essere usati contro di noi molto concretamente.
Lo dimostra per esempio un recente avviso, pubblicato ai primi di dicembre sul Federal Register, che è l’equivalente statunitense della gazzetta ufficiale. Questo avviso annuncia [Rsi.ch; BBC] l’intenzione di chiedere a chiunque voglia visitare gli Stati Uniti di fornire la cronologia* delle sue attività sui social network sull’arco degli ultimi cinque anni se proviene da un Paese che è esentato dal visto, come Australia, Regno Unito, Svizzera, Francia, Germania e altri. Verranno chiesti anche i numeri di telefono usati negli ultimi cinque anni e gli indirizzi e-mail degli ultimi dieci, insieme a informazioni sui familiari, come per esempio i loro nomi, numeri di telefono, data e luogo di nascita e indirizzo di residenza.
* Numerosi lettori mi hanno segnalato un articolo de Il Post del direttore, Francesco Costa, che sembra contraddire quello che ho detto e scritto nel podcast e minimizzare l’effettiva pericolosità di questa misura proposta. Ma a pagina 9 l’annuncio del Federal Register riporta testualmente quanto segue (grassetti aggiunti da me): "In order to comply with the January 2025 Executive Order 14161 (Protecting the United States From Foreign Terrorists and Other National Security and Public Safety Threats), CBP is adding social media as a mandatory data element for an ESTA application. The data element will require ESTA applicants to provide their social media from the last 5 years." Cosa si intenda con “their social media from the last 5 years" è da chiarire, ma io lo interpreterei in maniera molto estensiva, perché non è una richiesta di fornire i nomi degli account social, ma di fornire i “media”, ossia i contenuti di quegli account.
Costa dice anche che “Non risulta che in questi anni l’inclusione degli account social fra le moltissime informazioni personali che è sempre stato necessario fornire [...] abbia determinato comportamenti repressivi simili a quelli che l’amministrazione Trump ha attuato contro alcune persone che erano già nel paese, come gli studenti filopalestinesi espulsi per il loro attivismo”.
Ma va notato che i visti di sei persone non statunitensi sono stati revocati in seguito ai loro commenti fatti sui social network a proposito dell’uccisione del commentatore di estrema destra Charlie Kirk [The Guardian, 2025/10/14]. Inoltre è già accaduto che turisti di vari Paesi si siano visti negare l’ingresso negli Stati Uniti di recente “sulla base di contenuti trovati nei dispositivi mobili” [The Times, 2025/12/11]. Che tutto questo, come dice Costa, non sia successo “in questi anni” non fornisce alcuna garanzia per il futuro.
In aggiunta, il Dipartimento di Stato USA ha dato istruzioni al proprio personale di rifiutare le richieste di visti, soprattutto del tipo H-1B (visti di lavoro temporanei), di persone che lavorano nel fact-checking e nella moderazione di contenuti, dichiarando che si tratta di forme di “censura” dell’asserita libertà di parola degli statunitensi [Npr.org, 2025/12/11].
L‘amministrazione Trump sta inoltre cercando di vietare a cinque ricercatori europei l’ingresso o la residenza negli USA, accusandoli di essere “censori stranieri” che vogliono imporre restrizioni nei social network [Scripps News, 2025/12/29].
In questa lista manca per ora la cronologia delle ricerche online, ma viene il dubbio che non sia una dimenticanza perché la storia completa di tutto quello che abbiamo mai cercato in Google ce l’hanno già. Ricorrere a soluzioni come SearXNG è quindi un piccolo ma positivo passo nella direzione giusta, verso la sovranità digitale che la cronaca ha trasformato da fantasia idealista in necessità assolutamente concreta.
Questa è la registrazione della puntata del 15 dicembre 2025 di Niente Panico, il programma che conduco insieme a Rosy Nervi settimanalmente sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera alle 9 del mattino. La trasmissione è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.
Qui sotto trovate approfondimenti e fonti di alcuni dei temi che abbiamo affrontato nella puntata.
Intersezione fra Walt Disney, i suoi animatori rivali, Guerre Stellari e karaoke: le origini del karaoke non sono giapponesi come molti pensano. L’animatore e inventore polacco-americano Max Fleischer (1883-1972) inventò nel 1914 il rotoscope, un macchinario che permetteva agli animatori di tracciare i loro disegni seguendo i contorni di una persona ripresa su pellicola. Questo consentiva animazioni molto più realistiche e fluide rispetto al metodo precedente di disegnare a mano libera i singoli fotogrammi (Biancaneve, nel cartone animato della Disney, danza e si muove così realisticamente grazie a questa tecnica). Una variante del rotoscope permetterà poi per decenni di sovrapporre effetti animati alle riprese su pellicola: verrà usata, fra l’altro, per le spade laser di Guerre Stellari. Fleischer creò anche il personaggio di Betty Boop e i cartoni animati di Braccio di Ferro, negli anni Trenta del secolo scorso, e i suoi cortometraggi animati della serie Ko-ko Song Car-Tunes (1924-1927) sono considerati antenati del karaoke: sono filmati nei quali il testo di una canzone compare sullo schermo, sincronizzata con una versione strumentale del brano, e una pallina animata salta sopra le sillabe del testo per dare il ritmo e indicare quando va cantata ogni singola parola [Max Fleischer, Wikipedia].
Anniversario di Netscape Navigator. La primissima versione di questo storico browser uscì il 15 dicembre 1994 [Wikipedia]. Fra i suoi tanti pregi innovativi, la possibilità di mostrare il testo di una pagina Web prima di aver scaricato le immagini presenti nella pagina stessa: all’epoca, con le connessioni lentissime su linee telefoniche analogiche, questo evitava di restare in attesa per minuti interi davanti a uno schermo vuoto mentre si caricavano le immagini.
Quanti sono i pianeti del Sistema Solare? Dipende. Le scoperte astronomiche hanno permesso di rivelare altri corpi celesti che orbitano intorno al Sole, oltre ai pianeti tradizionalmente conosciuti. Quaoar è uno di questi: sta oltre Nettuno, ha un satellite che si chiama Weywot (e ne ha forse anche un altro ancora da confermare) e ha un sistema di anelli che è risultato inaspettatamente stabile anche se sta al di fuori del limite di Roche [inaf.it]. Quaoar ha un diametro medio di 1100 chilometri, circa la metà di quello di Plutone, ed è uno dei corpi celesti denominati formalmente pianeti nani [Wikipedia]. Arrokoth [Wikipedia], che cito nella diretta, è invece un, planetoide: un corpo celeste più simile a un asteroide che a un pianeta, per via della sua forma molto irregolare a due lobi.
Il brevetto del cono per gelati. Molte fonti indicano Italo Marchioni (o Marchiony) come inventore del cono gelato, grazie al brevetto US746971 [Patents.google.com], depositato il 13 dicembre 1903 [Wikipedia], ma in realtà l’idea di usare una cialda come contenitore per del gelato circolava almeno dal 1825 [Wikipedia]; Marchioni brevettò uno stampo migliorato per queste cialde.