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Antibufala Classic: attenti ai segni degli zingari sui citofoni e sulle porte!

Antibufala Classic: attenti ai segni degli zingari sui citofoni e sulle porte!

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente il 16 aprile 2005 qui su Attivissimo.net. Lo ripubblico e trasferisco qui per riunire meglio le mie indagini antibufala e perché se n’è parlato oggi a Raiuno. L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale e vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alla gentile donazione di “anna_cine*”. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora.

English Abstract

An e-mail circulating on the Internet claims to provide a list of “code markings” used by gypsies to mark houses that are easy targets for burglaries or should be left alone.

The list is probably a fake because it’s inconsistent (there’s no point in having a code system where the same symbol means different things, as in the case of “AM”, which is said to mean “morning” or “afternoon” depending on the source) and because it would be rather dumb to use a secret code that everybody, including the supposed victims, knows well.

Perhaps more importantly, it seems stupid to have a code sign meaning “this is a good target”; why help other thieves? If it’s such a good target, why tell your “colleagues” instead of raiding it yourself?

Moreover, there is no definite link between gypsies and findings of these or similar markings. Anybody could have made them, perhaps just as doodles.

This appeal preys on our innate fear and distrust of people who are different from us. In any case, it should not be interpreted as a security guideline. Finding the “dangerous house, don’t visit” symbol next to your door or doorbell doesn’t mean that you can disregard the security precautions you should take anyway (what if a thief who doesn’t know or notice the code comes along?).

So essentially, the list is pointless. But if you prefer to believe it’s authentic or would rather be safe than sorry (as well as somewhat paranoid), just etch the “dangerous house, don’t visit” symbol next to your property. That will surely confuse would-be burglars!

Con le solite varianti tipiche delle catene di sant’Antonio, circola da molto tempo, con periodici picchi di diffusione, un messaggio d’allarme che contiene un elenco di segni in codice che sarebbero usati dagli zingari per contrassegnare le case facili da derubare e quelle da evitare.

Talvolta l’elenco è accompagnato da avvertimenti di questo genere:

QUESTI SONO I SEGNI CHE GLI ZINGARI TRACCIANO SULLE PULSANTIERE DELLE ABITAZIONI – FATE MOLTA ATTENZIONE PERCHé SONO POCO VISIBILI DATO CHE SONO INCISI CON UNA PUNTA SOTTILE – SEGNALATE SUBITO LA SITUAZIONE AI CARABINIERI. (TEL. 112) E SE POSSIBILE MODIFICATELI…

Ci sono inoltre moltissimi siti che riportano quest’elenco e sue varianti, come si nota cercando in Google parole-chiave come “segni, simboli” e “zingari, rom”. Ne trovate alcuni esempi qui e qui.

Datazione e origini: 1997 e probabilmente anche prima

Le prime segnalazioni di questo caso sono giunte al Servizio Antibufala ad aprile 2005, ma appelli analoghi sono in circolazione da ben prima che arrivasse Internet. Per esempio, c’è questo articolo di “Umanità Nova” del 27 luglio 1997 (immagine qui accanto, cliccabile per ingrandirla; l’indicazione “1977” nell’intestazione dell’articolo è un refuso) che parlava già all’epoca del cosiddetto “codice degli zingari” descrivendolo come una bufala apparsa su molti quotidiani e telegiornali regionali. Paolo Toselli, coordinatore del Centro Raccolta Voci e Leggende Contemporanee, autorevole sito dedicato a questo tipo di appelli, mi scrive che “in Italia il caso esplode negli anni ’90, ma si riscontrano segnalazioni sin dagli anni ’60”.

Secondo il Corriere di Chieri, a giugno 1997 il cosiddetto “codice degli zingari ladri” è finito anche “sul tavolo del ministro degli Interni, Giorgio Napolitano, poiché il senatore della Lega Nord Luigi Peruzzotti chiedeva di diffonderlo per garantire maggiore sicurezza ai cittadini”.

Perché è quasi sicuramente una bufala

L’elenco dei segni esiste in varie versioni ed è spesso contraddittorio e privo di senso: per esempio, “AM” viene spiegato a volte come “pomeriggio”, a volte come “mattina”. Inoltre non si capisce che senso abbia un’indicazione del tipo “evitare questo comune”: per essere utile, andrebbe scritta sul cartello stradale d’ingresso al comune, o su tutte le porte di tutte le abitazioni.

È inoltre estremamente improbabile che un’organizzazione criminale continui a utilizzare per anni simboli in codice il cui significato è (almeno così pare) noto alle vittime: sarebbe come un esercito che usa un codice cifrato conosciuto dal nemico.

Inoltre ci sono alcune incongruenze che il buon senso magari non coglie subito perché distratto dalla classica leva psicologica della paura per l'”altro”, il “diverso”. L’articolo di “Umanità Nova” già citato le descrive benissimo (le evidenziazioni sono mie):

Si potrebbe pensare per questo a un’origine francese; autorizza a pensarlo, tra l’altro, la sigla AM per indicare il pomeriggio (après-midi?). Il “codice” avrebbe varcato le Alpi per essere adottato, paradossalmente, in un territorio dove gli zingari non parlano francese. Il problema è che non parlano tra di loro neppure l’italiano (molti anzi, e proprio in questa zona, lo conoscono pochissimo) e nessuna delle parole che sarebbero richiamate dalle lettere sopra ricordate, hanno, nei loro vari dialetti presenti in questa zona, quelle iniziali. Perché dovrebbero darsi indicazioni che si deve supporre molto importanti, in una lingua che non è conosciuta da molti di loro e comunque è la loro seconda, quella che serve per comunicare con i non zingari?

…Da una parte bisogna ricordare che la cultura degli “zingari” è “orale”; la loro scarsa scolarizzazione non dipende solo e tanto dal “nomadismo” (spesso si fermano per lunghi anni, proprio per mandare i figli a scuola, anche se poi non imparano quasi niente, neppure a leggere correttamente), ma proprio dalla strutturazione della loro mentalità orale che guarda con diffidenza la scuola e non sente il bisogno della scrittura e del fissare una memoria esterna, passato e realtà presente. Ben difficile credere che ricorrano ad una forma, sia pure primitiva, che richiede elementi di alfabetizzazione, di scrittura.

…A che fine dovrebbero gli zingari indicare ad altri che una casa è stata svaligiata da poco?E a che fine anche segnalarla come appetibile, col rischio che il colpo lo faccia qualcun altro?

Un ladro qualsiasi, sedentario o no, che voglia svaligiare o far svaligiare una casa, non la indicherà certo con un sistema di segni così farraginoso e pericoloso. Grottesco immaginare uno “zingaro” che sbircia le case di un quartiere alla ricerca di questi “segni”; gli risulterebbe tutt’altro che facile passare inosservato, specie se dovessimo immaginarlo di notte, magari con un accendino acceso, nell’impresa impossibile di individuare questi “segni” poco “appariscenti”. Non sarebbe molto più semplice e produttivo che gli eventuali complici gli indicassero il numero civico o gli descrivessero il luogo, l’edificio, ecc., o, magari, ce lo portassero prima del “colpo”?

Spulciando i newsgroup ho trovato alcuni messaggi che sembrano dare poco credito a questi elenchi di simboli. Uno, in particolare, cita la risposta dei Carabinieri di Roma a una domanda sull’argomento:

“…premesso che non esiste un “catalogo” di simboli che aiutino a comprendere le intenzioni di persone che si apprestano a compiere furti in appartamenti o altre azioni criminali è tuttavia plausibile che malintenzionati vari utilizzino segni in codice (solo a loro noti) per passarsi informazioni a loro utili per compiere azioni criminose. Le consigliamo di attuare le normali misure precauzionali e segnalare alla locale Stazione Carabinieri eventuali “movimenti” anomali che dovesse notare nei pressi della sua abitazione.”

Tuttavia segni di questo tipo sono stati effettivamente rilevati da vari testimoni (la cui affidabilità, fra l’altro, è per me indubbia, per cui non può trattarsi di segni fatti da loro) sin dagli anni Ottanta. Potrebbero essere graffiti fatti da chissà chi e per qualsiasi ragione (anche per semplice microvandalismo). Infatti non mi risulta alcuna prova di legame fra gli zingari e questi segni.

Oltretutto segni come “buon obiettivo” (una X), “casa ricca” (una C squadrata) o “notte” (una N) sono, guarda caso, molto facili da incidere e sono tipici dei graffiti fatti in vari luoghi, compresi quelli nei gabinetti pubblici (che mi sembra poco logico contrassegnare come “buon obiettivo”, a meno che si tratti di rubare la carta igienica). Di conseguenza, la loro presenza da sola non autentica la versione secondo la quale si tratterebbe di un codice, e specificamente di un codice “aiuta-furti” adottato dagli zingari.

Riassumo inoltre qui sotto le interessantissime note mandatemi dal già citato Paolo Toselli sull’argomento:

…Si tratterebbe di messaggi in codice: due pallini, casa facile; due linee in croce, donna sola e anziana; tre linee ondulate, girare al largo… e così via. Ad avvalorare le storie, un volantino, di norma anonimo – che elenca i simboli e il loro significato e avverte i cittadini di stare allerta all’apparire del “codice segreto”.
I commenti degli organi di polizia a tal proposito sono perlomeno ambigui: molte volte hanno smentito la veridicità della storia e quindi il contenuto del volantino, altre volte lo hanno avvalorato.
Il CeRaVoLC nel corso degli anni ha raccolto molte notizie di stampa sui simboli che da noi si dice utilizzati dagli zingari, oltre a diverse copie dei volantini che ne interpretano il significato, recentemente apparsi anche su alcuni siti Internet.
Secondo quanto riferitomi da Peter Burger [studioso olandese di leggende metropolitane], a inizio dello scorso mese di marzo [2005] anche i Paesi Bassi sono stati colpiti da insistenti voci a proposito della comparsa di strani segni apparsi sui muri delle case. Questi sarebbero stati fatti da non meglio identificati ladri per indicare obiettivi più o meno facili. Pare che anche la polizia abbia preso sul serio l’allarme, che da loro non si era mai manifestato prima. Casi simili erano già accaduti in Portogallo e Spagna.
Al volantino coi “segni di riconoscimento utilizzati da zingari e ladri d’appartamento” ed alla sua diffusione oltralpe faceva già cenno Jean-Noel Kapferer nel suo libro “Le voci che corrono” (Longanesi, 1988, p. 18) pubblicato originariamente in Francia nel 1987.
Per comprendere l’essenza del “codice segreto” e la sua origine è significativo l’articolo pubblicato nel 1994 dal sociologo francese Jean-Bruno Renard e intitolato “Le tract sur les signes de reconnaisance utilisés par les cambrioleurs: rumeur et réalité”. (in “Le Réenchantement du monde. La métamorphose contemporaine des systèmes symboliques”, a cura di Patrick Tacussel, L’Harmattan, Parigi 1994, pp. 215-241)
La grande diffusione delle voci collegate ai contenuti del volantino è dovuta al fatto che le stesse fanno appello ad un tema su cui si focalizzano anche molte leggende metropolitane, ovvero l’insicurezza, e ad un elemento parimenti frequente quale la rivelazione di un messaggio nascosto.
Ma ancor più interessante è la dimostrazione operata da Renard che pressoché tutti i simboli presenti nell’attuale versione del volantino erano già noti da decenni, la maggioranza sin dagli anni ’20-30. Alcuni sono rimasti identici nella forma e nel significato (la metà), altri hanno subito modifiche nella forma e altri ancora nel significato. All’origine questi segni erano attribuiti ai viandanti e ai vagabondi che li avrebbero utilizzati per comunicare ad altri loro simili se sarebbero stati accolti favorevolmente o meno dai proprietari delle case a cui avevano bussato.
Pertanto se il volantino si ispira a segni veramente utilizzati tempi addietro è probabile che questo “linguaggio” sia stato abbandonato negli anni ’50 con la scomparsa dei viandanti e l’avvento della delinquenza urbana individualista e priva di tradizioni.
Quanto all’uso corrente di questi simboli da parte degli zingari non vi sono prove. Ma anche supponendo che i simboli a cui fa riferimento il volantino siano utilizzati dai ladri di appartamenti, il solo fatto di averli resi pubblici (più volte anche sui quotidiani) in breve tempo annullerebbe la loro validità: sia per il fatto che i malfattori avrebbero cambiato simbologia, sia perché la gente comune li avrebbe utilizzati a sua volta come contromisura per tener lontani gli stessi malintenzionati.
Insomma, come tutte le voci e le leggende metropolitane, il volantino riduce l’incertezza legata ad avvenimenti imprevedibili. La sua circolazione crea una comunicazione, una coesione sociale attorno ad un sentimento di insicurezza. La figura arcaica del viandante e del vagabondo che chiede l’elemosina è stata sostituita dal ladro di appartamenti, o dallo zingaro, il quale incarna paure ancestrali. Come sottolinea infine Renard, il volantino e il suo codice segreto esprimono indirettamente la nostalgia dei tempi passati in cui esisteva una forte coesione nella comunità e dove la minaccia poteva venire solo dall’esterno: i nomadi e i vagabondi.

Nel dubbio, che fare?

Queste sono le informazioni che sono riuscito a raccogliere fin qui. Se siete perplessi e preferite comunque ritenere che esista davvero questo codice di simboli, c’è un modo molto semplice per neutralizzarlo: marcare col segno “già svaligiato” la vostra abitazione. È un consiglio semiserio, ovviamente, perché deturpereste probabilmente invano la vostra casa, ma è sempre meglio che lasciarsi andare alla paranoia e al razzismo scorgendo il pericolo degli zingari in ogni segnetto che trovate in giro.

Più seriamente, anche supponendo che il codice sia autentico, non va preso come scusa per dimenticare le normali regole di prudenza: il fatto che la vostra casa non sia segnata dal simbolo “qui si ruba facilmente” o “stare alla larga” non significa certo che potete lasciare le porte spalancate e mettere l’argenteria sul davanzale. E se passa un ladro che non sa leggere il codice e quindi lo ignora?

In ultima analisi, quindi, questo appello è inutile e può avere la conseguenza di alimentare il razzismo e l’ansia. Diffonderlo è dunque sconsigliabile.

Podcast RSI – Story: Perché le Tesla vedono i fantasmi?

logo del Disinformatico

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della
Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso
www.rsi.ch/ildisinformatico
(link diretto) e qui sotto.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite
feed RSS,
iTunes,
Google Podcasts
e
Spotify.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

[CLIP: Gente che grida perché crede di aver visto fantasmi – da
YouTube]

Su
TikTok
e YouTube ci sono
molti
video
che mostrano persone che percorrono lentamente una strada interna di un
cimitero a bordo di una Tesla e si spaventano perché l’auto segnala sul
proprio schermo che vicino al veicolo c’è qualcuno che loro non vedono. Di
solito questi video sono accompagnati da musica inquietante e da reazioni
esagerate, che non si sa se siano sincere o recitate. Ma il tema è sempre lo
stesso: le Tesla vedono i fantasmi. Perlomeno secondo chi pubblica questi
video.

[CLIP: Persone che gridano perché credono di aver visto fantasmi]

Questa è la storia di come un TikTok Challenge in salsa paranormale ha creato
un mito, spaventa gli animi sensibili ed è un’occasione per capire meglio come
funziona realmente il riconoscimento delle immagini tramite intelligenza
artificiale, perché sbaglia e vede “fantasmi”, e soprattutto perché è
importante essere consapevoli che questi suoi sbagli possono diventare
realmente pericolosi.

Benvenuti alla puntata del 19 maggio 2023 del Disinformatico, il
podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie
strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Prima di tutto, è importante chiarire che i video di “fantasmi” avvistati
dalle auto Tesla mostrano un fenomeno reale, nel senso che è davvero
possibile che sullo schermo principale di queste automobili, quello che mostra
l’ambiente intorno al veicolo, compaiano sagome di persone che non esistono.
Ma non c’è nulla di ultraterreno o paranormale: si tratta di un effetto
frequente delle tecnologie usate da questo tipo di auto.

Le auto di Tesla e di molte altre marche sono dotate di telecamere perimetrali
che guardano in tutte le direzioni. Le immagini di queste telecamere vengono
inviate al computer di bordo, che le analizza e, nel caso di Tesla, mostra
sullo schermo in cabina un’animazione tridimensionale schematica degli oggetti
che sono stati identificati da questa analisi: le strisce di delimitazione
della corsia, i cartelli stradali, i semafori, i veicoli e i pedoni.

Questa animazione è basata sul riconoscimento automatico delle immagini. Il
software di bordo è stato addestrato a riconoscere gli oggetti mostrandogli
moltissime fotografie di vari oggetti e indicandogli il tipo di oggetto
mostrato, esattamente come si fa con un bambino per insegnargli a riconoscere
le cose che gli stanno intorno. Ma le somiglianze finiscono qui, perché il
software usa un sistema molto differente da quello umano per identificare gli
oggetti.

La differenza fondamentale, semplificando molto, è che il software si basa
esclusivamente sulle immagini, cioè sulle forme e i colori, mentre una persona
usa anche il contesto, ossia informazioni come la distanza, il tipo di
ambiente in cui si trova, le regole fondamentali della realtà: per esempio un
camion non può fluttuare a mezz’aria, gli oggetti non appaiono e scompaiono di
colpo e una persona non può camminare a cento chilometri l’ora.

È questa mancanza di contesto a causare l’apparizione dei fantasmi sullo
schermo delle Tesla: il software sbaglia a interpretare l’immagine che gli è
stata inviata dalle telecamere, non ha modo di “rendersi conto” del proprio
errore valutando la plausibilità della sua interpretazione, e così mostra
sullo schermo il risultato del suo sbaglio. L’automobile non sta rivelando
cose che i nostri occhi umani non possono vedere; le sue telecamere non stanno
ricevendo emanazioni dall’aldilà. I presunti “fantasmi” sono semplicemente
errori momentanei di interpretazione automatica delle immagini.

[CLIP da Ghostbusters]

Anche le persone che credono alla natura ultraterrena di questi avvistamenti
commettono a loro volta un errore di interpretazione, a un livello molto
differente, perché non sanno come funzionano questi software. Ovviamente, se
il contesto è un cimitero, magari di notte, la fantasia galoppa e l’unica
giustificazione che viene in mente a chi non conosce queste tecnologie è la
presenza di un fantasma.

Però tutto questo non spiega come faccia un computer a sbagliare così
clamorosamente, per esempio riconoscendo una sagoma umana in un’immagine in
cui non c’è nessuno ma si vedono solo prati, fiori e qualche lapide. Scambiare
una statua per una persona avrebbe senso, per esempio, ma nei video dei
presunti fantasmi si vede chiaramente che intorno all’auto non ci sono oggetti
di forma umana. Come fa un computer a sbagliare così tanto?

Confondere sedie a dondolo e occhiali

Alexander Turner, assistente universitario presso la facoltà di scienze informatiche
all’Università di Nottingham, nel Regno Unito, spiega in un
video della serie
Computerphile su YouTube che il riconoscimento delle immagini fatto
oggi dai computer in sostanza assegna a ciascuna immagine un valore di
probabilità di identificazione.

[CLIP: dal video di Turner per Computerphile]

Per esempio, se si mostra a uno di questi software una foto di un paio di
occhiali, il software risponde che rientra nella categoria “occhiali” con una
probabilità del 93%, ma non esclude che si tratti di una sedia a dondolo o di
un corrimano di una scala, con probabilità però molto più basse. 

Fotogramma tratto dal video di Computerphile.

Questo è il meglio che riesce a fare: bisogna ricordare che il software non
“sa” cosa siano gli occhiali o le sedie a dondolo, ma si sta basando
esclusivamente sulle forme e sui colori presenti nell’immagine e li sta
confrontando con i milioni di campioni di immagini di occhiali, sedie a
dondolo e corrimano sui quali è stato addestrato, misurando quanto l’immagine
proposta si avvicini a una delle categorie che conosce e poi scegliendo la
categoria che ha la maggiore probabilità di corrispondenza, cioè di
somiglianza. Tutto qui.

Questo approccio probabilistico, così lontano dalla certezza umana, porta a
una vulnerabilità inaspettata di questi sistemi di riconoscimento delle
immagini. Come spiega Alexander Turner, di solito il software assegna una
probabilità molto alta a una singola categoria e alcune probabilità molto
basse ad altre categorie, ma è possibile influenzare fortemente queste
assegnazioni con un trucco: basta cambiare qualche pixel a caso dell’immagine
e vedere se la probabilità di identificazione corretta aumenta o diminuisce di
qualche decimale. Se diminuisce, si mantiene quel pixel cambiato e si prova a
cambiarne anche un altro, e così via, ripetutamente, tenendo i pixel alterati
che fanno scendere la probabilità di identificazione esatta e fanno salire
quella di identificazione errata.

La cosa sorprendente di questa tecnica è che i pixel cambiati che alterano il
riconoscimento non hanno niente a che vedere con l’oggetto nell’immagine ma
sono una nuvola di punti colorati apparentemente casuali. Per esempio, si può
prendere una foto di una giraffa, che il software identifica correttamente
come giraffa al 61%, cambiare alcuni pixel qua e là, magari anche solo sullo
sfondo, e ottenere che il software identifichi l’immagine come cane al 63%. Ai
nostri occhi la foto mostra ancora molto chiaramente una giraffa, ma agli
occhi virtuali del software quella giraffa è ora altrettanto chiaramente un
cane. 

Fotogramma tratto dal video di Computerphile.
Fotogramma tratto dal video di Computerphile.

Turner prosegue la sua dimostrazione con una foto di un telecomando per
televisori su uno sfondo bianco, che viene riconosciuta correttamente dal
software: ma spargendo opportunamente dei pixel colorati sull’immagine, il
software dichiara che si tratta di una tazza, e assegna a questa
identificazione addirittura il 99% di probabilità. Il ricercatore ripete
l’esperimento con altri pixel sparsi e il software dice con la stessa certezza
che si tratta di una tastiera, di una busta, di una pallina da golf o di una
fotocopiatrice. Eppure noi, guardando le immagini alterate, continuiamo a
vedere chiaramente che si tratta sempre di un telecomando.

Fotogramma tratto dal video di Computerphile.

La conclusione di questo esperimento è che non solo i computer riconoscono gli
oggetti in maniera molto differente da noi, ma esistono delle immagini che li
confondono completamente anche se ai nostri occhi non sono ambigue e sembrano
semplicemente foto di un oggetto sporcate da qualche puntino disposto a caso.
Noi prendiamo lucciole per lanterne, loro scambiano telecomandi per palline da
golf.

[CLIP da video di presunti fantasmi visti dalle Tesla]

Nel caso dei presunti fantasmi avvistati dalle Tesla, è probabile che una
specifica inquadratura di un particolare punto del prato di un cimitero
contenga momentaneamente un insieme di pixel sparsi qua e là, come quelli
usati nell’esperimento di Turner, che al nostro sguardo non spiccano affatto
ma che per il software spostano la probabilità di identificazione verso la
categoria “persona”.

Bisogna ricordare, infatti, che non è necessario che l’immagine sia
riconosciuta con il 100% di certezza: è sufficiente che il software assegni
alla categoria “persona” una probabilità anche solo leggermente più alta
rispetto a tutte le altre categorie. E così sullo schermo comparirà
improvvisamente e per un istante la sagoma di un essere umano.

Mistero risolto, insomma. Ma un fantasma, comunque, in questa storia c’è lo
stesso.

Il fantasma in autostrada

Gli avvistamenti di presunti fantasmi nei cimiteri a causa di errori del
software di riconoscimento delle immagini ovviamente fanno parecchia
impressione e generano video molto virali, ma c’è un altro tipo di
avvistamento fantasma da parte delle automobili dotate di telecamere che è
reale ed è importante conoscerlo perché ha conseguenze molto concrete.

Le telecamere di questi veicoli vengono usate per l’assistenza alla guida, per
esempio per il mantenimento di corsia, per la lettura dei limiti di velocità e
per l’identificazione degli ostacoli. L’auto adatta la propria velocità in
base alla segnaletica e alla presenza di barriere, veicoli o altri oggetti
lungo la strada. Ma se il software di riconoscimento delle immagini sbaglia ad
assegnare categorie agli oggetti che vede, le conseguenze possono essere
pericolose.

Questi sbagli possono essere spesso comprensibili e anticipabili da parte del
conducente, come in un
video
molto popolare che circola su Twitter e mostra una Tesla che sbaglia a
identificare una carrozza che le sta davanti e la mostra come camion, come
furgone, poi di nuovo come autoarticolato ma rivolto in senso contrario alla
direzione di marcia, e infine aggiunge un inesistente essere umano che cammina
in mezzo alla strada. Fortunatamente tutta la scena avviene a bassissima
velocità e in modalità di guida manuale; ma se fosse stata attiva la guida
assistita, come avrebbe reagito l’auto a quel pedone fantasma?

In altre circostanze, invece, lo sbaglio del software può essere completamente
incomprensibile e imprevedibile. Se il riconoscimento delle immagini del
sistema di assistenza alla guida identifica erroneamente che c’è un ostacolo
che in realtà non esiste, e lo fa perché in quell’istante l’immagine inviata
dalle telecamere contiene per caso dei pixel che spostano la probabilità di
identificazione verso la categoria “ostacolo”, l’auto potrebbe frenare di
colpo senza motivo apparente. È quello che gli utenti di questi veicoli
chiamano
phantom braking, ossia “frenata fantasma”, e se avviene nel traffico può aumentare la
probabilità di tamponamenti, perché il conducente del veicolo che sta dietro
non si aspetta che l’auto che ha davanti freni improvvisamente e senza motivo
quando la strada è libera. Le versioni più recenti dei software di guida
assistita hanno ridotto questo fenomeno, ma non è ancora scomparso del tutto.

Si può anche immaginare uno scenario in cui vengono create
intenzionalmente situazioni che sembrano innocue ai nostri occhi ma
producono errori nei sistemi di riconoscimento delle immagini. Per esempio,
per le auto a guida assistita è facile pensare a immagini speciali, applicate
al retro di furgoni o camion o cartelli stradali, oppure sul manto stradale,
che hanno un aspetto normale ma contengono uno schema di pixel apparentemente
casuali che forza i veicoli a frenare, accelerare o cambiare corsia, con
intenti ostili oppure protettivi.

Uscendo dal settore automobilistico, sono già in vendita
indumenti
che hanno colorazioni e forme che all’osservatore umano sembrano prive di
significato ma che mettono in crisi i sistemi di riconoscimento facciale delle
telecamere di sorveglianza. In campo medico, l’uso crescente di sistemi di
riconoscimento automatico delle immagini per la diagnosi può portare a sviste
devastanti se il software non ha un approccio prudente, ossia genera falsi
positivi invece di falsi negativi, e se il medico non conosce e non considera
queste debolezze del software.

Insomma, non vi angosciate: le anime dei defunti non hanno deciso di rendersi
visibili solo a chi ha un’automobile di una specifica marca. Almeno per ora.

[CLIP: Risata di Vincent Price da Thriller di Michael Jackson]

 

Fonti aggiuntive:
Makeuseof.com, Ricoh,
Carscoops.com,
Science Times,
IFLScience.

Antibufala Classic: la foto del turista in cima al World Trade Center

Antibufala Classic: la foto del turista in cima al World Trade Center

Ripubblico qui un’indagine antibufala ormai storica, risalente al 7 giugno 2003, perché oggi mi è arrivata la segnalazione che ancor oggi, a distanza di sette anni dai tragici eventi dell’11 settembre 2001, questa storia continua a far inquietare gli utenti di Internet con nuove mutazioni (descritte in fondo all’articolo, nell’aggiornamento).

Il testo dell’appello

In realtà più che di un testo si tratta di una fotografia che ritrae un giovane in cima al World Trade Center. La foto è datata 11 settembre 2001, e sullo sfondo si vede un jet che si avvicina….

La foto ha fatto naturalmente il giro del mondo, ed è stata smentita da tutti i siti antibufala più famosi, ma c’è ancora qualcuno che ci casca, per cui vale la pena di riassumere qui i motivi per i quali l’immagine è soltanto uno scherzo di dubbio gusto.

Perché è una bufala

E’ un fotomontaggio, dichiarato come tale dal suo autore.

Anche senza sapere della smentita del suo autore, gli indizi della bufala sono numerosi:

  • La data è vistosamente aggiunta digitalmente: non ha la sfocatura tipica di tutte le fotocamere con datario incorporato.
  • L’aereo è anch’esso vistosamente aggiunto digitalmente: prima di tutto perché le direzioni delle ombre sull’aereo non coincidono con quelle nel resto della foto, e poi perché un aereo che si avvicina a centinaia di chilometri l’ora, ripreso a distanza così ravvicinata, dovrebbe risultare mosso.

Se per caso questi indizi interni non vi bastassero, Snopes.com ne ha altri, che riassumo qui:

  • L’11 settembre 2001 era una giornata calda e soleggiata: l’abbigliamento molto pesante del turista è quindi completamente stonato.
  • L’aereo è raffigurato come se arrivasse da nord e quindi dovrebbe essere quello che colpì la torre nord del World Trade Center, il cui tetto però non era accessibile al pubblico. Soltanto l’altra torre aveva il tetto visitabile (lo so, ci sono stato).
  • A settembre 2001, gli orari di apertura ai visitatori del tetto erano dalle 9.30 alle 21.30. Il primo aereo colpì il WTC alle 8:46, ossia prima che ci potessero essere visitatori sul tetto.
  • L’aereo mostrato nella foto è un Boeing 757 della American Airlines, ma l’unico aereo della American Airlines ad aver colpito il WTC fu un Boeing 767, modello ben diverso e riconoscibile dalla fusoliera assai più larga.

Questi sono gli indizi interni ottenibili confrontando la foto con i fatti facilmente reperibili su Internet. Ma c’è di più.

Un articolo della rivista Wired di novembre 2001 ha rivelato in parte l’identità della persona ritratta nella foto, che ha ammesso che si tratta di un fotomontaggio creato per scherzo e diffusosi involontariamente oltre la cerchia degli amici ai quali era destinato.

L’autore della foto, un ungherese di nome Peter (ha chiesto l’anonimato per il cognome), ha inviato alla redazione di Wired l’originale della foto e altre sue immagini riprese al World Trade Center, dalle quali si nota il fatto accennato prima che solo una delle due torri era visitabile fin sul tetto e si vede chiaramente la differenza fra il datario vero di una fotocamera e quello simulato nella foto-bufala.

Come segnalato da un lettore del Servizio Antibufala (paolo.sqf), il fotomontaggio è diventato abbastanza famoso da dar vita a tutta una serie di imitazioni, in cui il malcapitato turista viene inserito nelle situazioni storiche più improbabili. Sono addirittura nati dei siti che collezionano questi fotomontaggi: uno dei più celebri è Touristofdeath.com.

Aggiornamenti

La foto dalla quale è tratta l’immagine del Boeing 757 è questa presso Airliners.net:

A febbraio 2009, a distanza di sette anni, la leggenda circola ancora sotto forma di presentazione Powerpoint di nome fotoincreible.pps, che recita:

FOTO INCREIBLE – ¿RECUERDAS LA TORRES GEMELAS? – LA QUE VERAS A CONTINUACION ES UNA FOTO INCREIBLE – FOTO INCREIBLE: Leer el texto antes de ver la foto. Prestar atencion en la fecha (esquina inferior derecha). Esta foto fue encontrada en un rollo de una cámara fotográfica entra los destrozos del World Trade Center y fue recogida por el FBI para la investigación. Fue puesta recientemente a disposición del público en Internet, aún se desconoce su nombre y obviamente está dado como desaparecido por su familia.

Antibufala: UFO degli anni Cinquanta? “Eravamo noi”, dice la CIA

Antibufala: UFO degli anni Cinquanta? “Eravamo noi”, dice la CIA

Ultimo aggiornamento: 2021/06/21 9:25.

Un recente
tweet della
CIA (sì, la CIA ha un account Twitter ufficiale),
rilanciato
anche dalle agenzie di stampa, ha suscitato clamore fra gli appassionati di
ufologia:
“Rapporti di attività insolite nei cieli negli anni Cinquanta? Eravamo
noi”
.

Il tweet è stato frainteso come una dichiarazione di responsabilità di
tutti gli avvistamenti ufologici dell’epoca, ma in realtà il documento
linkato nel tweet, un malloppo desecretato di circa 270 pagine intitolato
The CIA and the U-2 Program, 1954-1974 (Pedlow e Welzenbach, 1998)*
spiega a pagina 72 che la CIA si ritiene responsabile soltanto di
alcuni degli avvistamenti di oggetti volanti non identificati da parte
di piloti di aerei di linea negli Stati Uniti.

* 2021/06/21 9:25. Il testo era scaricabile
qui
all’epoca della stesura iniziale di questo articolo. Al momento è invece
reperibile
qui.

Il documento racconta che in quegli anni era in corso la sperimentazione di un
aereo spia rivoluzionario, l’U-2 (niente a che vedere con l’omonimo gruppo
musicale), che volava a quote altissime (oltre 60.000 piedi, circa 18.000 m,
mentre la maggior parte degli aerei di linea stava a 3000-6000 m). I piloti di
linea, specialmente durante i voli del tardo pomeriggio su rotte da est verso
ovest, a volte vedevano il bagliore intenso del riflesso del sole sulle enormi
ali a specchio dell’U-2 nel cielo scuro del tramonto. All’epoca nessuno
pensava che fosse possibile volare a oltre 18 chilometri di quota, per cui i
piloti interpretavano l’avvistamento come un oggetto fiammeggiante che volava
alla loro stessa quota. A volte il bagliore era così luminoso da essere
visibile anche da terra. Fu anche per questo motivo che la CIA in seguito
iniziò a dipingere i propri aerei spia di nero opaco.

Gli avvistamenti dei piloti furono presi sul serio e, dice la CIA, diedero il
via all’indagine dell’aviazione militare sul fenomeno UFO denominato
Blue Book. Gli investigatori verificavano regolarmente se i rapporti
d’avvistamento dei piloti coincidevano con gli orari dei voli degli U-2 e
questo controllo incrociato permetteva di
“eliminare la maggioranza dei rapporti di UFO” (non tutti). Ma dato che
l’U-2 ufficialmente non esisteva, gli investigatori
“non potevano rivelare a chi scriveva le lettere di segnalazione quale
fosse la vera causa degli avvistamenti di UFO”
.

Sempre secondo la CIA, “I voli degli U-2 e i successivi voli OXCART [il
magnifico ricognitore trisonico A-12]
costituirono più della metà di tutti i rapporti di UFO verso la fine degli
anni Cinquanta e per la maggior parte degli anni Sessanta”
.

In altre parole, non ci sarebbe nessun intento da parte della CIA di prendersi
il merito di tutti gli avvistamenti d’epoca. Oltretutto la dichiarazione non è
una novità: la stessa informazione è contenuta, praticamente parola per
parola, a pagina 47 del bellissimo libro
Area 51 Black Jets di Bill Yenne, pubblicato nel 2014, che per una felice coincidenza mi è
arrivato pochi giorni fa (ringrazio di cuore Vincenzo G. per il pensiero).

Al di là del clamore prodotto dal tweet, la dichiarazione della CIA va presa
con cautela. Alcuni
ricercatori
hanno confrontato i numeri degli avvistamenti UFO prima e dopo l’entrata in
servizio degli aerei-spia ad alta quota e non hanno trovato alcun aumento
significativo che coincida con quanto asserito dalla CIA. La spiegazione
tecnica è in sé plausibile, ma sussistono dubbi ragionevoli sull’asserzione
che i voli
top secret furono responsabili addirittura di
“più della metà” degli avvistamenti.

Betelgeuse sta per esplodere? No

Betelgeuse sta per esplodere? No

Prima che questa storia della stella gigante Betelgeuse che sarebbe in procinto di esplodere come supernova approdi nei media generalisti e scateni l’ennesima ondata di paura insensata e di marketing catastrofista, ecco un po’ di fatti.

In sintesi: non c’è alcun motivo scientifico per dire che l’esplosione di questa stella è imminente. Se anche lo fosse, sarebbe comunque innocua.

Betelgeuse è una stella nella costellazione di Orione: è la “spalla” sinistra (per chi guarda) della figura umana molto schematica che la costellazione rappresenta (è indicata dalla freccia nell’immagine su Wikipedia). È un colosso: rispetto al nostro Sole, ha una massa venti volte maggiore e un diametro circa mille volte più grande. Se si trovasse al posto del Sole, la Terra e Marte sarebbero al suo interno. Ed è centomila volte più luminosa del Sole: nonostante si trovi a circa 640 anni luce di distanza, è nona nella top ten delle stelle più luminose nel cielo terrestre.

Si sa che Betelgeuse avrà vita breve per via delle sue dimensioni e della sua natura, ma quando gli astrofisici usano l’aggettivo breve intendono milioni di anni anziché miliardi. Se Astronomia.com scrive che “sta ormai per esplodere in una supernova”, non intende che avverrà domani o dopodomani. Quindi ci sono pochissime probabilità che questa stella muoia proprio nei prossimi mesi come si vocifera.

La notizia della sua fine imminente, prevista entro “settimane/mesi”, arriva invece da una fonte anonima in un blog di catastrofisti, Doomers.us, che riferisce l’avviso arrivatole da un’altra fonte anonima: il figlio che “lavora sul Mauna Kea”. Il massimo dell’affidabilità, insomma. Caso mai non bastasse, leggete questa perla contenuta nella notizia:

Quando collasserà, sarà luminosa almeno quanto la luna piena e forse luminosa quanto il sole. Per sei settimane. Quindi la gente davvero fortunata (per la quale Betelgeuse è visibile solo di notte) avrà giorni di 24 ore, tutti gli altri avranno almeno un po’ di tempo con due soli nel cielo. L’ora di luce in più dovuta all’ora legale non brucia i raccolti, ma questo potrebbe farlo.

Sì, avete letto bene: in originale dice “The extra hour of light from daylight savings time won’t burn the crops, but this might.” In altre parole, il genio che ha diffuso la notizia è convinto che l’ora legale fornisca un’ora di luce in più. Non credo serva aggiungere altro.

Ma divertiamoci un po’: e se succedesse davvero? Secondo Phil Plait, di Bad Astronomy, Betelgeuse è vicina alla fine del proprio ciclo vitale, che in quanto supergigante rossa termina con una deflagrazione colossale: una supernova. Ma quando avverrà (sempre che non sia avvenuta, visto che la sua luce ci arriva con circa 640 anni di ritardo), la distanza che la separa da noi è talmente vasta che non ne subiremo alcun effetto deleterio. Una supernova, per fare danni, deve trovarsi a non più di 25 anni luce: Betelgeuse è a 640 anni luce. Le stime indicano che quando diventerà supernova, sarà luminosa quasi quanto la luna piena: non certo come il sole, come dice la notizia-bufala.

Sarà un grande spettacolo, visibile a occhio nudo, come già avvenuto in passato per altre stelle (nell’anno 185, nel 1006, nel 1054, nel 1572 e nel 1604), ma senza conseguenze nefaste per nessuno. A parte Ford Prefect.

Antibufala: il ritorno degli amanti incastrati, leggenda sin dal 1372

Antibufala: il ritorno degli amanti incastrati, leggenda sin dal 1372

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo
aggiornamento: 2021/03/29 21:30.

Certe storie non muoiono mai e c’è sempre qualcuno che le racconta, perché sono
divertenti. Ma diventano preoccupanti quando chi le racconta è un giornalista,
che in teoria dovrebbe verificare le notizie prima di pubblicarle: se pubblica
una bufala come questa, quanto saranno credibili le altre notizie che firma?

Questa regola vale per la bufala degli amanti incastrati, che è una storia
sempiterna con varie ambientazioni ma un tema di fondo: una coppia si concede un
amplesso in un luogo o in un contesto che suscita scandalo e i due amanti
restano incastrati fra loro, dovendo chiedere con imbarazzo l’intervento dei
soccorritori.

Il contesto classico è quello della festa di matrimonio: la sposa promessa si
apparta con uno degli invitati, che è il suo amante segreto, e consuma con lui
un rapido rapporto sessuale durante il ricevimento, mettendo le corna al marito
il giorno stesso del matrimonio. Ma la trasgressione viene punita dal fato. I
due restano incastrati e devono essere portati via in ambulanza ancora
avvinghiati, coperti solo simbolicamente da un telo, fra la riprovazione e
l’ilarità degli invitati, condita dall’umiliazione bruciante del marito.

Questa leggenda metropolitana è popolarissima: dovunque abitiate, c’è qualcuno
che giura che è successo in quella località al matrimonio di una persona che un
suo amico conosce. Ne parlano, per esempio,
Leggendemetropolitane.net e il CICAP,
stroncandola. Anche MedBunker, ossia Salvo Di Grazia, medico chirurgo,
specialista in ostetricia, ginecologia e fisiopatologia della riproduzione
umana, non ha dubbi: è una
bufala.
Ma ogni tanto la storia riaffiora lo stesso, come è successo per esempio al
TgCom
nel 2009.

La versione che è esplosa in modo virale pochi giorni fa è differente e fa a
meno del contesto d’infedeltà: a Porto San Giorgio, un uomo e una donna
s’immergono in acqua per fare sesso, ma
“dopo l’amplesso, al momento di uscire, lui rimane incastrato dentro di lei.
Colpa dell’effetto ventosa”
, scrive
Il Mattino, beccandosi oltre quattromila “mi piace” (a conferma che il
giornalismo-trash, nell’era dei giornali online finanziati dai click,
funziona).

Gli amanti incastrati hanno atteso
“l’arrivo di una ragazza che passeggiava in spiaggia per farsi passare gli
asciugamani”

e poi
“hanno raggiunto la spiaggia e hanno chiamato un medico che, li ha
accompagnati al pronto soccorso”
. Lì i due sono stati sbloccati:
“alla donna è stata praticata un’iniezione usata comunemente per dilatare
l’utero alle partorienti”
.

Ovviamente non ci sono nomi: si dice soltanto che lui è
“di Fermo, lei di Porto Sant’Elpidio”. Non c’è un’indicazione
dell’ospedale o il nome del medico o un’altra fonte per la notizia. L’articolo
non è neanche firmato. E soprattutto nessuno si chiede cosa c’entri un farmaco
per dilatare l’utero con un presunto incastro durante un rapporto
sessuale.

La notizia ha fatto il giro dei media italofoni (Huffington Post,
LeggoIl Messaggero,
Il Resto del Carlino,
Corriere del Ticino, per citarne solo alcuni). Il Resto del Carlino, fra l’altro,
regala ulteriori dettagli, raccontando anche i preliminari dell’incontro,
datandolo al 10 ottobre scorso e rivelando le professioni dei due
protagonisti: “lui avvocato di Fermo, lei architetto di Porto Sant’Elpidio”. Ma è principalmente con riferimento al Mattino che la storia ha
fatto il giro del mondo:
Gawker,
The Local,
Metro,
Uproxx,
New York Daily News,
International Business Times
(edizione australiana),
Elite Daily
e mille altri.

Le uniche due fonti che riportano la notizia con formula dubitativa sono l’Independent
e il Toronto Sun, che hanno interpellato un medico, secondo il quale l’idea dell’incastro
post-amplesso è decisamente implausibile. Tutti gli altri, da bravi artisti del
copiaincolla e ignoranti in materia di bufale e di sesso, hanno copiato e
incollato. Tanto i click e i “mi piace” fanno numero lo stesso, agli occhi degli
inserzionisti pubblicitari.

La BBC, invece,
segnala una chicca
notevole accanto alla smentita che due esseri umani possano restare incastrati
per i genitali durante un rapporto sessuale (ai cani capita, invece, ma sono
anatomicamente ben diversi): ci sono molte citazioni storiche di questa bufala,
e la più antica risale addirittura al 1372.

In quell’anno, infatti,
Geoffroi de La Tour Landry
racconta in
The Book of the Knight of La Tour-Landry (disponibile anche su
Google Books), traduzione del libro francese
Livre pour l’enseignement de ses filles du Chevalier de La Tour Landry)
che un uomo di nome Pers Lenard (all’epoca non c’era la legge sulla privacy,
evidentemente; ma leggete l’aggiornamento) fece sesso con una donna su un
altare in chiesa e per questo Dio
“li legò insieme stretti per quella notte”: la coppia fu trovata dai
fedeli l’indomani, ancora incastrata
“stretta come cane e cagna insieme”. Al posto del farmaco dilatatore,
tuttavia, in questa versione fu usata la preghiera e i due furono obbligati a
tornare in chiesa per tre domeniche, spogliarsi e flagellarsi di fronte alla
congregazione.

2014/10/21

Snopes.com classifica la notizia come
probabilmente falsa.

2021/03/29: alle origini degli amanti incastrati

Sono riuscito a recuperare il testo originale francese di Geoffroi de La
Tour Landry, e specificamente il brano in questione (trascrizione e scansione
su Wikisource e
altra scansione
su Gallica, folio 20v, pagina 50 del PDF), e salta fuori che il nome
del peccatore citato dalla BBC non corrisponde a quello riportato
nell’originale:, ma è Perrot Luart.

Questa dovrebbe essere la trascrizione:

De ceulx qui firent fornication en l’esglise

Il avint en celle eglise à une vigilles de Nostre-Dame que un qui avoit nom
Perrot Luart et qui estoit sergent de Cande en la mer, s’i coucha avec une
femme sur un autel. Si advint un miracle qu’ilz s’entreprindrent et
s’entrebessonnèrent comme chiens, tellement qu’ilz furent aussy pris de
toute le jour à journée, si que ceulx de l’esglise et ceulx du païx eurent
assez loisir de lez venir veoir ; car ils ne se povoient departir, et
convint que l’on venist à procession à prier Dieu pour eulx, et au fort sur
le soir ilz se departirent. Dont il convint que l’esglise feust puis dediée,
et convint par penitence qu’il alast par troix dimenches environ l’esglise
et le cymetière, soy batant et recordant son peché. Et pour ce a cy bon
exemple comment l’en se doit tenir nettement en sainte eglise ; et encores
vous diray un autre exemple sur ceste matière, comment il avint ès parties
de Poitou n’a pas trois ans, dont je vous en diray l’exemple.

La versione su Gallica, probabilmente più antica a giudicare dallo stile, è
parecchio differente (e purtroppo per me quasi indecifrabile): vedo che
mantiene il nome Perrot Luart, ma il resto mi sfugge. Se qualcuno riesce a
trascrivere il testo, che parrebbe più lungo dell’altra versione, lo segnali
nei commenti.

Antibufala: no, non è vero che il 38% degli americani non comprerebbe birra Corona per paura del coronavirus

Antibufala: no, non è vero che il 38% degli americani non comprerebbe birra Corona per paura del coronavirus

La notizia secondo la quale il 38% degli americani non comprerà più la birra Corona perché la associa al coronavirus è una bufala. Specificamente, è una fandonia costruita da un’agenzia di sondaggi in cerca di visibilità.

Lo spiega molto dettagliatamente Bufale un tanto al chilo: tutto parte da un sondaggio della 5W Public Relations (comunicato stampa qui), condotto telefonicamente su un campione di 737 bevitori di birra statunitensi, che annuncia che “il 38% dei bevitori di birra americani adesso non comprerebbe Corona in nessuna circostanza” (“38% of beer-drinking Americans would not buy Corona under any circumstances now”).

Ma il comunicato omette la cosa più importante, ossia la domanda che è stata fatta per ottenere questa risposta. L’ha trovata l’Huffington Post, ed è un generico “Comprerebbe Corona in qualunque circostanza adesso?”, senza citare affatto il coronavirus. Quindi chi ha risposto “No” può averlo fatto per molte ragioni, compresa semplicemente quella che non gli piace la Corona e quindi non la comprerebbe a prescindere dal coronavirus e non l’avrebbe comprata neanche in passato.

Il comunicato stampa, insomma, è stato costruito furbescamente per fare in modo che l’associazione fra Corona e coronavirus si formi nella mente del lettore.

Come controprova, si può notare che il sondaggio contiene anche un’altra domanda, che però non ha attirato altrettanta attenzione da parte dei media: “Alla luce del coronavirus, intende smettere di bere Corona?”. Solo il 4% ha risposto di sì.

Questo, semmai, sarebbe stato il dato da pubblicare, ma non sarebbe stato spettacolare e non avrebbe permesso di far leva sul luogo comune che gli americani sono stupidi. Purtroppo anche molti giornalisti hanno abboccato all’esca troppo ghiotta.

PR Week riferisce che Maggie Bowman, senior director of communications della Constellation Brands che è proprietaria della Corona, ha detto che “nonostante la disinformazione circolante, il consumer sentiment e le vendite restano robusti. I consumatori capiscono che non c’è legame fra il virus e la nostra impresa.” 

C’è stato un calo generale delle vendite di birra in Cina a causa del coronavirus. Anheuser-Busch InBev, che produce Budweiser, Corona, Stella Artois e altri marchi, prevede un 10% di calo dei profitti nel primo trimestre.

Negli Stati Uniti, invece, la Corona non ha subìto cali significativi, anzi: Bufale un tanto al chilo nota, citando CNN, che “Le vendite della Corona erano salite del 5% negli Stati Uniti nelle 4 settimane fino al 16 febbraio. Questo è circa il doppio di quello che era il trend delle ultime 52 settimane.”

Fonte aggiuntiva: The Atlantic.

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Antibufala: la Cina invia centomila anatre contro le locuste in Pakistan. Lo dice(va) Associated Press

Antibufala: la Cina invia centomila anatre contro le locuste in Pakistan. Lo dice(va) Associated Press

Di solito quando la Associated Press pubblica una notizia, ci si fida ciecamente, ma stavolta la fiducia è stata un po’ tirata per i capelli.

La AP ha infatti pubblicato la notizia che le autorità cinesi avrebbero trasportato centomila anatre per portarle in Pakistan allo scopo di aiutare nella lotta agli sciami immensi di locuste che stanno devastando il paese.

Molti altri canali d’informazione (Bloomberg, New York Times, ABC News) hanno ripreso la notizia senza farsi la domanda fondamentale: ma che senso ha mandare le anatre a combattere le locuste?

L’agenzia di stampa ha poi ritirato la notizia, che proveniva dal Ningo Evening News e citava Lu Lizhi, ricercatore all’Accademia di Scienze Agricole di Zhejiang. Nel ritirare la notizia, AP ha detto che erano stati “sollevati alcuni dubbi” sull’annuncio. Alcuni dubbi? Ma non mi dire.

Il problema delle locuste in Pakistan è in realtà serissimo, tanto che il paese ha dichiarato un’emergenza nazionale. Secondo la FAO, uno sciame grande come Parigi è in grado di divorare l’equivalente di metà del cibo consumato in tutta la Francia in un solo giorno. E anche centomila anatre sarebbero incapaci di contenere questa piaga: sempre secondo le stime FAO, riuscirebbero a mangiare 20 milioni di locuste al giorno, pari a mezzo chilometro quadrato di sciame. Ma alcuni sciami, anche in Africa, si estendono per centinaia di chilometri quadrati. Stavolta AP ha preso, è il caso di dire, non un granchio, ma una papera.

Fonte: Gizmodo.

Repubblica, il giornalismo “professionale” saccheggia Internet e rimedia figuracce

Repubblica, il giornalismo “professionale” saccheggia Internet e rimedia figuracce

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori e grazie alla segnalazione di Claudio Mira*****. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Ultimo aggiornamento: 2016/08/23 23:40.

Repubblica ha pubblicato quelle che dice essere “sensazionali immagini di un’onda imponente che si ghiaccia ancora prima di infrangersi”.

L’autrice della didascalia, Giuditta Mosca, scrive che “Questo fenomeno naturale è stato raramente documentato dall’uomo e avviene grazie alla bassa temperatura dell’acqua che a contatto con l’aria ancora più fredda resta bloccata per pochi secondi, il tempo sufficiente affinché la temperatura proibitiva la solidifichi in blocchi di ghiaccio”.

Onde che si ghiacciano a mezz’aria? Si vede che qualcuno ha scambiato The Day After Tomorrow per un trattato di climatologia. E dormiva durante le lezioni di chimica e fisica del liceo.

Come se non bastasse, il fenomeno viene descritto come se fosse una prova dell’abbassamento delle temperature mondiali: le immagini, dice Repubblica, “vengono dal lago di Huron di Mackinaw City, nel Michigan, Stato USA ai confini con il Canada” e sono un “avvenimento naturale di grande fascino fino ad oggi comune solo alle zone polari”.

In realtà le immagini non vengono dal Michigan, ma da Internet: Repubblica le ha saccheggiate senza il benché minimo controllo e naturalmente senza riconoscerne la paternità o il diritto d’autore. Infatti Snopes.com spiega che si tratta di una bufala risalente a marzo del 2008. Le immagini sono autentiche, ma si riferiscono a un fenomeno che avviene in Antartide, non nel Michigan, ed è prodotto dalla fusione del ghiaccio antartico profondo.

Questo ghiaccio, infatti, riaffiora a causa degli spostamenti della calotta antartica e viene sagomato dall’esposizione alle intemperie. La fusione produce le striature verticali che sembrano la cresta di un’onda e la magnifica trasparenza del ghiaccio è dovuta alla sua formazione a grande profondità.

Le fotografie in questione provengono specificamente dalla base antartica di Dumont D’Urville e sono state scattate da Tony Travouillon nel 2002. Ne trovate altre qui.

Complimenti, come sempre, a Repubblica per aver dimostrato ancora una volta che i giornalisti veri, quelli stipendiati dalle redazioni, lavorano meglio di quei cialtroni di blogger.

2010/01/25

Ieri sera e stamattina sono stato contattato via mail dall’autrice della didascalia. La cortesia m’impone di non divulgare i dettagli dello scambio di vedute senza il suo permesso. Dico solo che per ora non c’è stato alcun chiarimento sulla fonte dalla quale è stata presa la notizia-bufala.

13:00. I lettori segnalano che la galleria fotografica e la didascalia non sono più presenti alle coordinate indicate a inizio articolo. Al momento il testo è ancora presente nella cache di Google.

2016/08/23

Riordinando i miei archivi di posta mi sono imbattuto nella discussione fra me e Giuditta Mosca. Il 24 gennaio 2010 aveva minacciato di rivolgersi a un giudice e aveva promesso che mi avrebbe fatto pervenire le prove che lei aveva ragione e le fonti autorevoli dalle quali aveva preso la notizia. Non sono mai arrivate.

Inoltre a gennaio 2016 Massimo Mantellini ha segnalato pubblicamente che molti indizi specifici fanno presumere che la giornalista abbia fatto uso della norma UE sul diritto all’oblio per far rimuovere dai risultati di Google almeno un articolo di Mantellini che riguardava questa vicenda.

Antibufala: per ANSA, “Una Tesla Model 3 emette più CO2 di una Mercedes turbodiesel”

Antibufala: per ANSA, “Una Tesla Model 3 emette più CO2 di una Mercedes turbodiesel”

L’agenzia di stampa ANSA ha pubblicato la notizia (copia su Archive.org) secondo la quale “Una Tesla Model 3 emette più CO2 di una Mercedes turbodiesel”. È falso: o meglio, è vero solo se si scelgono apposta i dati che fanno comodo.

L’asserzione nel titolo della notizia ANSA è molto categorica, ma in realtà descrive solo un caso particolare descritto dalla rivista francese AutoPlus, che ha ripreso una ricerca pubblicata mesi fa dall’ifo Institute (sì, si scrive minuscolo) e già sbufalata da molte fonti all’epoca, compreso il Ministero dell’Ambiente tedesco, come descritto in questa mia analisi.

Inoltre la ricerca considera soltanto le emissioni di CO2, mentre le emissioni delle auto a carburante includono anche varie sostanze inquinanti, come il particolato (polveri sottili) e gli NOx. Non tiene conto del fatto che ogni volta che andiamo a fare benzina rilasciamo e inaliamo vapori di benzene, che è documentatamente cancerogeno. Non forse cancerogeno: lo è con certezza (Gruppo 1 IARC).

Detto questo, la notizia appartiene alla categoria “tortura abbastanza a lungo i dati e ti diranno qualunque cosa tu voglia”, utilissima per acchiappare clic e per alimentare irresponsabilmente polemiche inutili fra chi ha capito che non si può andare avanti ad avvelenare la gente con le auto a carburante e chi cerca ogni appiglio e scusa per non dover affrontare questa realtà.

Basta infatti osservare come sono stati scelti i dati per “dimostrare” che il ciclo di vita completo di una Tesla Model 3 produrrebbe “fra 156 e 181 g/km di CO2, contro i 141 g/km di una Mercedes C220d”: è stato preso il caso tedesco, “assumendo per la produzione tedesca di energia elettrica un fattore di emissione di CO2, medio di 0,55 kg/kWh, da cui risulta che [il] fabbisogno energetico di 15 kWh per 100 km della Tesla Model 3 comporta alla fonte 83 g/km di CO2, nel mix attuale tedesco.” A questo valore, spiega ANSA, si aggiungono fra 73 e 98 g/km derivanti dalla produzione e dallo smaltimento delle batterie.

Ma la stessa ricerca nota che “secondo i dati l’Agenzia Europea dell’Ambiente (2019), l’intensità delle emissioni di CO2, per la produzione elettrica in Francia è inferiore a 0,100 kg/kWh”. Ossia cinque volte minore di quella in Germania (0,55 kg/kWh).

E se si prende questo valore, al posto di 83 g/km vanno messi 16,6 g/km. Sommando il caso peggiore di produzione e smaltimento delle batterie (98 g/km), la Tesla Model 3 arriva a 114,6 g/km, mentre la Mercedes sta a 141 g/km.

In altre parole, si conferma il principio che se l’auto elettrica viene prodotta e alimentata con energie pulite genera decisamente meno inquinamento e meno CO2 della concorrenza diesel. E il nucleare francese, piaccia o no, formalmente è pulito in termini di CO2. Non solo: le reti elettriche mondiali stanno diventando progressivamente più pulite. Il gasolio non può fare altrettanto.

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