Vai al contenuto
Puntata del Disinformatico RSI del 2020/03/20; l’ultima per un po’

Puntata del Disinformatico RSI del 2020/03/20; l’ultima per un po’

Ultimo aggiornamento: 2025/08/06. Praticamente tutti i link presenti in questo articolo sono obsoleti e non funzionano più. Li lascio solamente per motivi storici.

È disponibile la puntata di oggi del Disinformatico della Radiotelevisione
Svizzera, condotta da me insieme a
Tiki.

Podcast solo audio:
link diretto alla puntata.

Argomenti trattati:
link diretto.

Podcast audio precedenti:
archivio sul sito RSI,
archivio su iTunes
e
archivio su TuneIn,
archivio su Spotify.

App RSI (iOS/Android):
qui.

Video: lo trovate qui sotto.

Archivio dei video precedenti:
La radio da guardare
sul sito della RSI.

Buona visione e buon ascolto! Questa sarà l’ultima puntata per qualche tempo,
perché le nuove disposizioni anti-coronavirus della RSI sospendono fino a nuovo
ordine le trasmissioni radiofoniche nelle quali c’è in studio più di una persona
per volta.

FAQ: “Paolo, mi hanno rubato l’account Instagram/Facebook, mi aiuti?”

FAQ: “Paolo, mi hanno rubato l’account Instagram/Facebook, mi aiuti?”

Ultimo aggiornamento: 2024/07/12 18:00. Questo articolo è stato riscritto
completamente rispetto alla versione iniziale per farlo diventare una guida
generale per i casi di furto di account social.

Le istruzioni in breve

Prima di tutto, niente panico. So che è difficile stare calmi quando
qualcuno ti ruba una cosa importante come il tuo account social e magari
minaccia anche di pubblicare le tue foto intime se non lo paghi o gli mandi altre
tue foto, ma provaci. Se ti agiti, farai solo un favore al criminale.

Detto questo, queste sono le cose più importanti da fare e sapere:

  • Rassegnati: quasi sicuramente il tuo account è perso per sempre. Puoi
    tentare la procedura di recupero indicata qui sotto, ma è rarissimo che
    abbia successo.
  • Rispondi subito che non hai nessuna intenzione di pagare; fai finta che
    non te ne freghi niente
    . Di solito questi criminali agiscono per fare soldi, per cui se vedono che
    non c’è speranza di incassare denaro lasciano perdere e passano alla vittima
    successiva, senza neanche perdere tempo a pubblicare le tue foto intime.
  • Non pagare. Se lo fai, il ladro capirà che ci tieni al tuo account e
    dopo che avrai pagato ti chiederà altri soldi, senza ridarti il tuo account.
  • Se il ladro minaccia di pubblicare tue le foto intime se non lo paghi, rispondi che hai
    già fatto segnalazione alla Polizia e sai benissimo che verranno bloccate
    immediatamente dai filtri dei social network. Se te la senti, rispondi anche
    che non te ne importa nulla se qualcuno vede le tue foto intime perché tanto
    non te ne vergogni e vivi in un paese e in una situazione in cui condividere
    immagini intime non è un dramma e lo fanno tutti.
  • Se il ladro minaccia di pubblicare le tue foto intime se non gli mandi altre foto dello stesso tipo, resisti e rifiutati. Se gliele mandi, il ladro non farà altro che chiederti altre immagini sempre più estreme e non ti ridarà mai il controllo del tuo account. Se gliele mandi e sei minorenne, rischi di finire tu nei guai perché manderesti foto intime di un minore (tu) a qualcuno, e questo rischierebbe di essere considerato reato di pedopornografia.
  • Dopo che hai dato queste risposte, non comunicare più con il ladro. Cercherà in tutti i modi di ricattarti e convincerti a fare quello
    che vuole. Ignoralo e ti lascerà perdere. Se tutto va bene, non perderà neanche tempo a pubblicare o disseminare le tue immagini.
  • Non ti fidare di persone che ti contattano dicendo che possono aiutarti a
    recuperare l’account.
    Sono quasi sicuramente complici dei criminali.
  • Cambia SUBITO tutte le tue password. Se hai usato per altri servizi
    la password che hai usato per il profilo che ti hanno rubato, il criminale
    potrebbe rubarti anche quei servizi.
  • Avvisa i tuoi amici e contatti social. Il criminale userà il tuo
    profilo per contattarli fingendo di essere te e cercherà di truffare anche
    loro in qualche modo.
  • Fai una segnalazione (non una denuncia) in Polizia. Questo ti
    protegge contro il rischio che il criminale commetta reati usando il tuo
    account e facendo sembrare che li hai commessi tu. Serve anche alle autorità
    per sapere quanto sono diffusi questi furti e quindi assegnare fondi e
    risorse al loro contrasto.
  • Consulta la pagina di aiuto apposita di Instagram
    https://help.instagram.com/368191326593075
    e leggi anche la pagina di segnalazione di furto di account
    https://help.instagram.com/149494825257596?helpref=hc_fnav

  • Per Facebook, leggi le istruzioni per tentare il recupero dell’account

    https://www.facebook.com/help/203305893040179 
    e prova anche questa procedura alternativa
    https://www.facebook.com/hacked

  • Se ti stanno ricattando con immagini intime che ti hanno rubato
    , consulta anche queste pagine apposite di Meta, intitolate “Lotta alla sextortion e all’uso improprio di immagini intime”:
    https://about.meta.com/it_IT/actions/safety/topics/bullying-harassment/ncii/ 

In teoria potresti provare a contattare
chi sta usando adesso il tuo account (mandandogli, da un altro account, un messaggio all’account
che ti ha rubato) e chiedergli se è disposto a ridartelo se gli paghi qualcosa. Metti subito in chiaro che non intendi pagare di più di quello
che hai offerto. Scegli di offrire una cifra che puoi permetterti di
perdere: il ladro potrebbe benissimo incassare i tuoi soldi e poi non ridarti il tuo account. Ovviamente non usare carte di credito ma offri di pagare con
Bitcoin o carte prepagate Apple o simili.

Queste invece sono le cose da fare per evitare che ti succeda di nuovo in
futuro:

  • Proteggi i tuoi account con password complicate e differenti. Non
    usare mai la stessa password dappertutto. Lo so che è comodo. Ma è comodo
    anche per i ladri.
  • Attiva l’autenticazione a due fattori. Questo rende
    molto più difficile rubarti l’account.
  • Non dare mai a nessuno eventuali codici di sicurezza che ti
    arrivano sul telefono.

    Quei codici, di solito numeri di sei cifre, permettono al ladro di prendere
    il controllo del tuo account. Non ti fidare, neanche se te li chiede
    qualcuno che dice di essere la Polizia, il servizio clienti di
    Instagram o un tuo amico.

Questo è grosso modo l’articolo originale che avevo scritto a gennaio del
2017 per rispondere pubblicamente a una richiesta di soccorso.

La posta del Disinformatico: aiuto, mi hanno rubato l’account Instagram

Rispondo pubblicamente a Igor, che mi segnala il furto del suo account Instagram
e chiede aiuto:

“Dopo quasi 1 giorno in cui non controllavo il telefono, sono entrato come di
mio solito nel mio account Instagram, con enorme sopresa mi chiede di
effettuare l’accesso, cosa che non mi è mai stata chiesta. Io ci provo, ma
dice che la password è errata. Ho poi provato a ripristinare, ma niente. Mi
diceva che il mio nome utente e la mia email non erano collegati a nessun
account Instagram, cosa alquanto sospetta. Tra l’altro il mio account
Instagram era collegato a quello Facebook. Ho poi scoperto che il mio account
è scomparso da Instagram. Qualcuno, un hacker probabilmente, me l’ha rubato,
oppure ha cercato di rubarlo e Instagram me l’ha cancellato, chiaramente non
lo so perché non ho notizie dal supporto Instagram. Così per caso sono entrato
nella mia casella di posta elettronica e ho trovato delle mail alquanto
sospette, che appena ho visto, con ritardo di quasi 1 giorno ho subito
cestinato. Ho contattato più e più volte l’assistenza ma nessuna risposta. Mi
potresti aiutare? Ti allego gli screenshots delle mail, che ho subito
cestinato, anche gli orari sono particolari, la prima era delle 20 47 e le
successive più di 2 ore dopo. Grazie e scusa per il disturbo. Saluti”

Ciao Igor,

Il tuo caso è particolarmente significativo, perché stando agli screenshot che
mi hai inviato avevi attivato la verifica in due passaggi
[autenticazione a due fattori], per cui quando l’intruso ha tentato di entrare nel tuo account Instagram ti
ha mandato un codice di sicurezza, che in teoria l’intruso avrebbe dovuto
digitare per prendere il controllo del tuo account.

Ti consiglio di consultare la
pagina di aiuto apposita di Instagram, che porta a una serie di consigli e a una
pagina di segnalazione di furto di account; Chimeraevo
ti ricorda inoltre quali dati serviranno a Instagram per tentare di ridarti il controllo
del tuo account: una foto, l’indirizzo di mail usato per iscriverti, le date
dei cambi di password legittimi (se ce ne sono stati) ed informazioni su
contenuti che hai eliminato in passato.

Comunque vada il tentativo di recuperare l’account Instagram, ti consiglio di
cambiare anche le password degli altri servizi online che usi, specialmente se
hai usato per quei servizi la stessa password che hai usato per Instagram,
altrimenti c’è il rischio che l’intruso ti rubi anche il controllo di questi
altri servizi. Ti consiglio inoltre di dissociare l’account Instagram da
quello Facebook, cioè di non accedere a Instagram usando il tuo profilo
Facebook: tienili separati.

Infine, cerca un modo per informare i tuoi contatti Instagram del fatto che ti
è stato rubato il profilo: telefono, mail, post su un altro social. Questo ti
aiuta a riprendere i rapporti con loro e permette di avvisarli di stare in
guardia, perché il ladro del tuo profilo probabilmente cercherà di ingannare i
tuoi contatti, e rubare anche i loro profili, facendo finta di essere te e
usando il fatto che i tuoi contatti si fidano di te.

Secondo me vale la pena, inoltre, che ripassi i
consigli di
prevenzione di Instagram:

  • usa una password robusta (almeno sei caratteri) e differente dalle altre che
    usi altrove;
  • modifica periodicamente la password;
  • non condividerla mai con nessuno, ma specialmente con sconosciuti;
  • verifica la sicurezza della tua casella di mail;
  • esci da Instagram se usi un computer o telefono altrui;
  • fai attenzione ad autorizzare applicazioni di terzi.
Disinformatico alla radio: falle virali nei documenti Word, la bufala di MSN/Hotmail che chiude e i 10 video più virali

Disinformatico alla radio: falle virali nei documenti Word, la bufala di MSN/Hotmail che chiude e i 10 video più virali

2022/10/30: Questi articoli erano stati pubblicati inizialmente sul
sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non
sono più disponibili. Vengono ripubblicati qui per mantenerli a disposizione
per la consultazione. Ho aggiunto qui accanto uno screenshot di com’era il sito di Rete Tre all’epoca.

La puntata odierna del
Disinformatico alla RSI (Rete Tre,
11.00, ascoltabile anche in streaming) si è
occupata dei temi citati nel titolo: trovate i dettagli qui sotto.

Due gravi falle in Microsoft Word e affini

Basta aprire un documento in formato Word per infettare il proprio computer, e
in uno dei due casi emersi in questi giorni sono a rischio non soltanto gli
utenti Windows, ma anche quelli Mac, a seconda della versione di software che
usano.

Sotto Windows, sono vulnerabili sia Microsoft Word (versioni 2000, 2002, 2003,
XP), sia il Viewer gratuito (versione 2003), sia Works (2004, 2005 e 2006);
sotto Mac, sono a rischio Microsoft Word 2004 per Mac e Microsoft Word 2004 v.
X per Mac, secondo Secunia.
L’avviso ufficiale di zio Bill è
qui.

La seconda falla,
confermata
da Microsoft, riguarda soltanto gli utenti Windows che utilizzano Word 2000,
2002, 2003 e Word Viewer 2003; Word 2007 ne è immune.

In entrambi i casi,
Microsoft consiglia di non aprire o salvare documenti Word ricevuti da
fonti non fidate o ricevuti da fonti fidate ma senza preavviso
. Non è un granché come rimedio, vista l’onnipresenza dei documenti Word e la
diffusissima abitudine di mandarli come allegati di posta.

Una soluzione alternativa potrebbe essere quella di aprire i documenti Word
usando altri programmi, come OpenOffice.org, che sono in grado di leggere e
scrivere nel formato Microsoft, ma finché non vengono divulgati i dettagli
tecnici della falla, non è certo che questa tecnica sia affidabile.

Andy e John avvisano: restano 578 account liberi in MSN

Si presentano con questi nomi i
“direttori di MSN” che ci avvisano
che restano soltanto
“578 posti liberi” nel servizio
MSN/Hotmail di Microsoft, secondo un allarme che sta impazzando in questi
giorni. Ma niente paura, per non perdere il posto ed evitare di pagare il
servizio basta inoltrare l’appello a 18 amici. Sempre che ci crediate.

Ecco il testo dell’appello:

NOI SIAMO ANDY E JOHN I DIRETTORI DI MSN CI SCUSIAMO PER L’INTERRUZIONE
PERO’ MSN NON ESISTERA’ PIU’ PERCHE’ MOLTE PERSONE HANNO TROPPI ACCOUNT MSN
E NOI ABBIAMO SOLTANTO ALTRI 578 POSTI LIBERI. SE VUOI CHE CHIUDIAMO IL TUO
ACCOUNT NON MANDARE QUESTO MESSAGGIO MA SE VUOI CONSERVARLO ALLORA MANDA
QUESTO MESSAGGIO A TUTTI I TUOI CONTATTI.

NON E’ UNO SCHERZO MANDALO, GRAZIE. PER USARE MSN E HOTMAIL, DALL’ESTATE
2006 BISOGNERA’ PAGARE (ANCHE SE LI USI DA TEMPO) MA SE INVII QUESTO
MESSAGGIO A 18 CONTATTI DIVERSI IL TUO OMINO DI MSN DA VERDE DIVENTERA’ BLU
E CIO’ SIGNIFICA CHE PER TE SARA’ GRATIS. SE NON CI CREDI VAI A WWW.MSN.COM
E GUARDA. NON INVIARE LO STESSO MESSAGGIO COPIALO E INCOLLALO IN UNO NUOVO
IN MODO CHE LE PERSONE POSSANO LEGGERLO.

Si tratta di una bufala che, in varie versioni, risale addirittura al 2001
secondo il sito antibufala
Snopes.com. Anche
Sophos segnala la natura bufalina dell’appello, citandone la
versione inglese.
Fra l’altro, l’appello parla di
“estate 2006”, e quindi contiene
direttamente la prova della propria falsità: ma la gente è distratta e inoltra
a tutti senza pensare.

La versione italiana con la questione dei 18 contatti circolava già a fine
luglio 2005, e in quell’occasione la scadenza era agosto 2005: la scadenza è
ovviamente arrivata senza che MSN diventasse un servizio a pagamento.

La Top Ten dei video virali più visti su Internet

Dietro i filmati più visti della Rete ci sono molte sorprese e delle storie a
volte tragiche e a volte comiche: UKTV, una rete televisiva inglese, ha
compilato
le statistiche dei video online più popolari di sempre. Si chiamano
virali non perché contengono virus,
ma perché sono così divertenti o interessanti da indurre gli utenti a
segnalarli agli amici e colleghi, per cui sono contagiosi. Eccone i dettagli,
raccontati durante la diretta radiofonica, con i link a
quasi tutti i filmati (questo è un
blog per famiglie).

10.
The Shining Redux
(50 milioni).

Il capolavoro horror di Stanley Kubrick rimontato e rimusicato per crearne un
provino che lo fa sembrare un film d’evasione sui piccoli drammi e le grandi
gioie della vita di famiglia.

9. Il provino per il Ninja (80 milioni). Un
ragazzo si presenta per un provino come esperto di arti marziali, ma qualcosa
va storto. Molto storto.

8. Il ragazzino disarticolato di Kolla 2001 (200 milioni). Durante
una gara di danza in “stile robot”, arriva un fuoriclasse, David Elsewhere,
che stupisce tutti con il suo momento di gloria online.

6. (ex aequo) I giochi sportivi
“particolari” di Trojan Games (300 milioni).

Una celebre marca statunitense di preservativi inscena delle finte gare di
atletica, con tanto di pubblico e allenatore polemico, ma le “gare” hanno
qualcosa di atipico. Se vi dico che una si intitola
sollevamento pesi pelvico, non devo
dire altro, vero? Niente nudo, ma allusioni inequivocabili. Una campagna
pubblicitaria intenzionale di grande successo.

6. (ex aequo) Come non rubare un pesce a un orso (300 milioni). Effetti speciali e
riprese in stile documentaristico si combinano per una sorpresa che ha reso
popolarissimo lo spot di una marca di salmone.

5. La balena esplosiva (350 milioni). Questa non è una
leggenda metropolitana, anche se per anni si è pensato che lo fosse: il 12
novembre 1970, a Florence (Oregon), si è davvero arenato sulla spiaggia un
capodoglio morto, del peso di otto tonnellate. Per eliminare la carcassa, le
autorità hanno realmente avuto l’idea geniale di usare 500 chili di dinamite.
Fra pezzi puzzolenti di capodoglio che piovono dal cielo sugli spettatori e
auto distrutte dai frammenti più grandi della povera creatura, un giornalista
e il suo cameraman hanno immortalato e autenticato la scena.

4.
Kylie Minogue in lingerie sul toro meccanico (360 milioni).
Concepito come spot per una marca di lingerie, il filmato ha un enorme
successo, dimostrando l’efficacia del cosiddetto
marketing virale: una campagna
pubblicitaria nella quale sono gli utenti a diffondere il video che reclamizza
il prodotto, generando interesse senza la spesa di una campagna di spot
tradizionale.

3.
One Night In Paris (400 milioni).
Un’ereditiera fantastilionaria senza particolari talenti artistici vuole farsi
conoscere e ci riesce, diventando famosa per il fatto di essere famosa (e di
aver pubblicato — o di essersi fatta rubare — un video che mostra le sue
prodezze amorose).
One Night in Paris è decisamente osé,
per cui non lo trovate nei normali circuiti di distribuzione video. Se vi
entusiasma l’idea di un video con Paris Hilton ripresa con l’effetto spettrale
della visione notturna di una telecamera, fatevi consigliare da qualche
smanettone (e magari riflettete sulla vostra triste condizione).

2.
Numa Numa (700 milioni). A dicembre 2004, il
diciannovenne Gary Brolsma si riprende con la webcam mentre mima la canzone
“Dragostea din tei” degli O-zone,
meglio nota come “Numa Numa”.
L’interpretazione folle e scatenata di Gary piace così tanto che il video
viene scaricato e distribuito vertiginosamente, finendo anche sul
New York Times e sulle reti televisive statunitensi. Da lui nasce la
mania degli utenti di pubblicare i propri video di canzoni mimate o (peggio)
ricantate con poco talento ma tanto sentimento (e magari qualche rutto).

1.
Star Wars Kid (900 milioni). A novembre 2002, il
quindicenne canadese Ghyslain Raza si riprende nel laboratorio televisivo
della propria scuola mentre mima le mosse di lotta con le spade laser di
Guerre Stellari usando il manico di un attrezzo da golf. Chiunque
conosca e ami questa saga fantascientifica ha ceduto prima o poi a questa
tentazione, ammettiamolo. La differenza è che il video di Ghyslain finisce in
Rete nell’aprile del 2003 e nel giro di poche settimane viene scaricato
milioni di volte. Il filmato piace così tanto, perché sono buffe le movenze
del ragazzino sovrappeso ma anche perché tocca un tasto molto delicato nella
psiche degli smanettoni della Rete (la malcelata passione per la fantascienza,
spesso oggetto di derisione), che ne vengono preparate e pubblicate numerose
versioni complete di colonna sonora ed effetti speciali. Addirittura viene
promossa una petizione per includere Ghyslain nell’ultimo film della saga di
Guerre Stellari (invano). I fan del video organizzano una colletta e
regalano al ragazzino un iPod e 2600 dollari in buoni spesa. Ma Ghyslain non
la prende bene: fa causa alle famiglie dei compagni di scuola che hanno
diffuso il suo video e chiede 200.000 dollari di risarcimento. La causa si è
poi conclusa con un accordo privato fra le parti.

Fuori classifica, come chicca personale, vorrei segnalare anche
Matrix Ping Pong.

Il podcast della puntata sarà disponibile a breve
qui, dove trovate anche le puntate
precedenti.

Disinformatico radio: Vasco Rossi solo digitale, sistemi anticopia bucati, virus veri e falsi, Joost fa TV via Internet, e altro

Questo articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Va in onda stamattina, come ogni martedì, una nuova puntata del
Disinformatico (Rete Tre della Radio
Svizzera di lingua italiana, dalle 11 alle 12, anche in diretta
streaming e in differita in
podcast. Ecco in anteprima i temi:

  • Musica digitale:
    Vasco Rossi esce con un brano soltanto in formato digitale. Ma occhio alle protezioni anticopia e alle restrizioni d’uso.
  • Musica digitale: le case
    discografiche stanno seriamente valutando l’ipotesi di
    abbandonare i sistemi anticopia
    entro qualche mese. Vincono gli utenti, perdono i discografici che non sono
    al passo coi tempi: troppo bello per essere vero?
  • Virus, attenti alle false notizie via mail:
    circola una serie di virus, sotto forma di allegato all’e-mail, che si
    spaccia per una
    notizia gravissima
    per indurre gli utenti ad aprirlo e infettarsi. Nuovo record di velocità per
    i creatori di virus.
  • Bucati i sistemi anticopia
    di HD-DVD e Blu-Ray
    , i successori ad alta definizione del DVD; già pronti in Rete i film
    rippati, ma occhio al loro peso e
    alle norme di legge.
  • Joost, la televisione via Internet?
    Prime informazioni
    sulla nuova creatura degli inventori di Skype e Kazaa.
  • Antibufala: nuove varianti di
    appelli-bufala contro virus inesistenti
  • ….e se ci sarà tempo, si parlerà della nuova catastrofe-bufala: le “scie
    chimiche”

Aggiornamento: Per l’ascoltatore che chiedeva degli antivirus gratuiti
e/o alternativi a Norton, posso proporre vari nomi: AVG, Antivir, AVP di
Kaspersky, Bitdefender, ClamWin, F-Secure, Nod32, Avast, McAfee. Maggiori
dettagli sono disponibili nel mio libro
L’Acchiappavirus (scaricabile gratis
come PDF).

Purtroppo il tempo è stato tiranno e non c’è stato modo di parlare di scie
chimiche. Ritenterò martedì prossimo, sempre che i Men in Black non mi
stoppino ancora.

Podcast d’annata cercansi; rimborso Windows

Sto cercando di recuperare i podcast del Disinformatico radiofonico che vanno dal 3/7/2007 al 2/10/2007. All’epoca non ho avuto tempo di scaricarmeli, e la Radio Svizzera di lingua italiana non ne conserva online una copia alla quale io possa accedere senza una trafila burocratica piuttosto intricata. Li avete conservati da qualche parte? Se sì, contattatemi via mail, grazie!

A proposito di podcast radiofonici, quello della scorsa puntata del Disinformatico (12 febbraio) è disponibile per qualche settimana; lo è anche il servizio di Nova Radio Firenze sul rimborso di Windows, al quale ho partecipato insieme a una rappresentante dell’ADUC.

Aggiornamento

Fantastico: gli utenti si dimostrano ancora una volta i migliori custodi della memoria di Internet. Quasi tutte le puntate “perse” sono già arrivate e le sto già pubblicando nell’archivio online. Mancano ancora all’appello solo quelle del 17 luglio e del 4 settembre 2007, stranamente assenti da tutte le vostre collezioni (eppure so di averle trasmesse). Grazie a Sheldon Pax, p.delbufalo, ilmagicoalverman, ennionic****, digraziano.****, sergioch, robocgn, alelam****, mg!

Podcast Disinformatico del 2011/09/09 e dibattito TV sull’11/9

È disponibile temporaneamente sul sito della Rete Tre della RSI il
podcast
della scorsa puntata del Disinformatico, dedicata all’allarme su Facebook per “Francesca Capone” (con nuovi settaggi di privacy
di Facebook)
, al
worm di nome “Morto”, ai
13 anni di Google Inc., al
caos di Diginotar
che causa aggiornamenti continui e alla
trappola della falsa messa in regola di Windows piratato.

Per quanto riguarda il complottismo undicisettembrino, segnalo che la
Radiotelevisione Svizzera mi ha
intervistato
nella trasmissione Il Quotidiano; inoltre ho completato il montaggio e
la messa online dei video dell’incontro-dibattito di Lugano, che è disponibile
qui. Buona visione, se non vi siete stancati dell’argomento.

Questi articoli erano stati pubblicati inizialmente sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non sono più disponibili. Vengono ripubblicati qui per mantenerli a disposizione per la consultazione.

Hai piratato Windows? Paga 100 euro e ti metti in
regola… forse

La
fantasia dei malfattori online è inesauribile e spesso gioca sui
sensi di colpa degli utenti. In passato si sono visti attacchi
informatici che si basavano su finte accuse di pirateria di musica o
film; adesso è il turno di Ransom.AN, che colpisce particolarmente
chi ha una copia pirata di Windows. Un disonesto che punisce un
disonesto, insomma.

Secondo la segnalazione di Panda
Security
,
Ransom.AN arriva attraverso vari canali, come lo spam o lo
scaricamento di software pirata, e fa comparire una schermata nera
con il logo Microsoft e un perentorio avviso in tedesco secondo il
quale è stata rilevata sul computer una copia abusiva di Windows.
L’illecito, dice l’avviso, può essere sanato pagando 100 euro
tramite carta di credito; in caso contrario partirà una denuncia
alla polizia e verranno cancellati dal computer i dati dell’utente.

Chi
ha la coscienza sporca (e anche chi non è sicuro dello stato della
propria licenza di Windows) abboccherà facilmente alla trappola e
finirà su un sito che sembra legato a Microsoft, immettendovi i dati
della propria carta di credito. I malfattori li useranno per
prelevare ben più di 100 euro e poi manderanno un codice di sblocco.

Se
non abboccate, potete comunque scavalcare la richiesta di codice in
modo semplice: il codice è stato infatti divulgato
da
Panda Security insieme alle istruzioni per rimuovere l’infezione.

Perché ci sono continui aggiornamenti di Firefox
e altri programmi?

Nei
giorni scorsi molti utenti hanno notato una raffica insolita di
aggiornamenti di Chrome, Firefox e Thunderbird. Per quanto irritanti,
non vanno ignorati, perché c’è di mezzo una violazione della
sicurezza di Internet che è arrivata a compromettere quasi tutta la
Rete, toccando anche la CIA, il Mossad israeliano e l’MI6 britannico.

Che
sta succedendo? Come segnalato
nella scorsa puntata del Disinformatico, l’olandese Diginotar,
una certification authority, ossia una delle società
abilitate al rilascio dei certificati digitali (i codici che
garantiscono l’identità dei siti e la sicurezza delle comunicazioni
cifrate su Internet), è stata violata e usata per generare dei
certificati fasulli che consentono al possessore di spacciarsi per
Gmail e per altri servizi di Google, intercettando per esempio il
traffico di e-mail degli utenti.

I
produttori di browser hanno reagito al problema pubblicando un
aggiornamento dei propri prodotti, ma è emerso che la violazione di
sicurezza è più ampia di quanto dichiarato inizialmente. I
certificati contraffatti sono, stando agli ultimi conteggi, oltre 500
e permettono di impersonare Mozilla, Yahoo, Skype, Facebook, Twitter,
il servizio di anonimizzazione Tor e anche Windows Update.

Anche
i certificati digitali dei siti del governo olandese risultano
compromessi, e lo stesso vale per quelli dei siti pubblici di CIA,
Mossad e MI6. Da qui l’assoluta necessità di aggiornare i programmi
che usano questi certificati, revocando ogni accettazione di
qualunque certificato firmato Diginotar.

Non
sembra trattarsi di un attacco effettuato attingendo alle ingenti
risorse tecniche di un governo ostile, come alcuni avevano
teorizzato, perché la tecnica di violazione della Diginotar è stata
assolutamente banale. La società, infatti, aveva password facili,
non aveva un antivirus e non aveva installato gli aggiornamenti del
software, secondo un rapporto
della società di sicurezza Fox-IT.

Non
è finita: l’intruso responsabile dell’incursione si è fatto
vivo
dicendo di avere ancora accesso ad altre quattro autorità
di certificazione, per cui il rischio di ulteriori intercettazioni
delle comunicazioni cifrate degli internauti è ancora alto.

Il
sistema dei certificati digitali, che garantisce le transazioni via
Internet dagli anni Novanta, sembra ormai avere il fiato corto e si
pensa a una sua drastica sostituzione. Mozilla non è andata per il
sottile e ha intimato
a tutte le autorità di certificazione usate dai suoi prodotti
(principalmente Firefox e Thunderbird) di certificare entro otto
giorni lo stato di sicurezza dei propri sistemi, avvisando di essere
disposta a "qualunque misura necessaria per garantire la
sicurezza"
dei suoi utenti. Prepariamoci, quindi, a
una nuova ondata di aggiornamenti indispensabili e aumentiamo la
vigilanza sulle nostre transazioni online.

Fonti
aggiuntive: ThreatLevel
,
The
Register
.

L’assegno che fece nascere Google

Sono
già passati tredici anni dal debutto di Google, che ha trasformato
il modo in cui usiamo Internet. Molti utenti non hanno mai visto
com’era la Rete prima dell’avvento di questo motore di ricerca. Ma
com’è nato Google? Con un assegno a una ditta che non esisteva.

È
il 1998. Larry Page e Sergey Brin, studenti all’università di
Stanford, lavorano già da due anni a un motore di ricerca
sperimentale che chiamano inizialmente BackRub (letteramente
"massaggio alla schiena") e poi Google, che è un
gioco di parole sul termine matematico googol che indica il
numero corrispondente a 1 seguito da cento zeri (ma nella Guida
Galattica per Autostoppisti
di Douglas Adams c’era già un
personaggio cibernetico di nome Googleplex).
Faticano, però, a trovare finanziatori per il loro servizio.

Google,
anche se è ancora in versione beta, piace molto agli internauti,
tanto da sovraccaricare la connessione Internet dell’università, e
finalmente attira un investitore speciale: uno dei fondatori della
Sun, Andy Bechtolsheim, che decide di staccare un assegno da 100.000
dollari a favore del progetto a fine agosto del 1998. Solo che
l’assegno è intestato a "Google Inc.", una ditta che Page
e Brin non hanno ancora fondato.

Nessun
problema: il 4 settembre i due studenti, spinti dal bisogno di
trovare il modo d’incassare l’assegno, fondano la Google Inc. in
California, aprono un conto corrente a nome della neonata ditta e vi
versano i soldi di Bechtolsheim. La creazione della società e il
nome prestigioso del primo finanziatore attirano altri investitori, e
il resto è storia. Ma senza quell’assegno a nome di una ditta
fantasma, oggi Internet sarebbe un posto assai diverso.

Fonti:
Google.com
,
Wired
.

Weekend con il "Morto"

C’erano
una volta i worm, ossia i virus capaci di diffondersi da
soli. Oggi sono diventati rari, un po’ perché i sistemi operativi
hanno turato parecchie falle che consentivano ai worm di propagarsi
ma soprattutto perché il crimine informatico preferisce altre
tecniche (come per esempio i trojan).

Ogni
tanto, però, fa capolino uno di questi attacchi vecchio stile.
Stavolta è il turno del worm denominato Morto, che colpisce i
sistemi Windows e si è meritato un livello
di allerta "Grave"
da parte di Microsoft. Una volta che
si è insediato in un computer, tenta di raggiungerne altri sulla
sottorete locale per infettarli.

A
differenza dei suoi predecessori, usa un canale di accesso insolito,
il servizio RDP (Remote Desktop Protocol) usato per la connessione
remota di un computer Windows a un altro, e non sfrutta una
vulnerabilità di Windows ma approfitta del fatto che molti utenti
usano password facili e usano il servizio RDP via Internet senza
precauzioni. Morto non fa altro che tentare le password più comuni:
un metodo banale ma efficace, a giudicare dalla propagazione di
quest’attacco.

Morto
è rilevato dai principali antivirus e crea molto traffico sulla
porta TCP 3389. È predisposto per il comando a distanza da parte del
suo creatore e se riesce a entrare in un computer ne disattiva
l’antivirus.

La
miglior difesa, come sempre, è la prevenzione, che comincia dall’uso
di password robuste. L’elenco di password tentate da Morto è
eloquente: se vi trovate la vostra, è decisamente il caso di
cambiarla.

!@#$%

%u%12

*1234

000000

111

1111

111111

123

123123

123321

12345

123456

1234567

12345678

123456789

1234567890

1234qwer

168168

1q2w3e

1qaz2wsx

369

520520

654321

666666

888888

aaa

abc123

abcd1234

admin

admin123

letmein

pass

password

server

test

user

Fonti:
F-Secure,
Eweek
,
Threatpost
.

Allarme su Facebook per "Francesca Capone"

Sono
arrivate numerose segnalazioni di un allarme circolante su Facebook a
proposito di una “Francesca Capone” che sarebbe pericoloso
accettare come contatto. Ecco un esempio del testo in circolazione:

"URGENTISSIMO!!!
NON ACCETTARE IL CONTATTO: "FRANCESCA CAPONE" DETTA ANCHE
"CHECCA SPAM" PERCHE’ NON E UN UTENTE MA UN VIRUS CHE
FORMATTA IL PC E SE LO ACCETTA ANCHE UNO SOLO DEI TUOI CONTATTI LO
PRENDI ANCHE TU, ED INOLTRE SI APPROPRIERA’ DEI VOSTRI DATI PERSONALI
E DI TUTTE LE PASSWORD. FAI COPIA E INCOLLA E INVIALO ANCHE AI NON IN
LINEA FALLO… PREGO INSERIRE NELLE VOSTRE BACHECHE… GRAZIE. P.S.
LA FONTE ARRIVA DAI CARABINIERI."

Niente
panico: il Gruppo
Anti Bufale
su Facebook segnala che si tratta della “solita
bufala che gira dal 2007 cambiando il nome”
.

Un
appello molto più utile da far circolare riguarda invece le nuove
opzioni di privacy di Facebook. F-Secure
segnala
che se andate nelle impostazioni
sulla privacy,
potete scegliere se quello che mettete su Facebook
è automaticamente pubblico (leggibile da chiunque, anche non
iscritto a Facebook) oppure visibile solo ai contatti o addirittura
non visibile a nessuno come impostazione predefinita. Questo è molto
utile per evitare errori e imbarazzi rendendo inavvertitamente
pubblico qualcosa di compromettente.

Nella
stessa schermata di impostazioni sulla privacy vale la pena di
cambiare anche l’opzione Funzionamento dei tag – Controllo del
profilo
e attivare questo controllo. In questo modo, infatti,
quando vi taggano in una foto o in un post, è necessaria la vostra
approvazione prima che questo contenuto compaia nella vostra bacheca.

Le
foto e i post taggati con il vostro nome compaiono comunque nel
profilo del vostro amico che li pubblica e quindi sono visibili agli
amici comuni, ma perlomeno potete evitare che qualche amico
buontempone faccia comparire nel vostro profilo foto sconvenienti.

Disinformatico radio, podcast del 2011/12/16

È disponibile temporaneamente sul sito della Rete Tre della RSI il
podcast
della scorsa puntata del Disinformatico radiofonico. Ecco i temi e i
rispettivi articoli di supporto:

  • L’industria del videogioco conta più di quella del cinema:
    “Call of Duty” batte “Avatar”
    per il minor tempo richiesto per incassare un miliardo di dollari.
  • L”imminente
    debutto della Timeline di Facebook, che rivoluzionerà l’uso di questo social network, nel bene e nel male,
    spingendoci a immettervi non solo il nostro presente ma anche il nostro
    passato; riemergono i vecchi post, con potenziali nuovi imbarazzi.
  • Youhavedownloaded.com permette un facilissimo
    monitoraggio pubblico dei download P2P
    effettuati da chiunque: basta conoscerne l’indirizzo IP. 
  • Con lo stesso monitoraggio si è arrivati alla
    presunta scoperta di download illegali
    effettuati da case cinematografiche, agenzie di riscossione dei diritti
    d’autore e dalla residenza ufficiale del presidente francese Sarkozy.
  • Chicca: la
    prima registrazione sonora, datata 1860, recuperata 140 anni dopo con l’aiuto dell’informatica.

Questi articoli erano stati pubblicati inizialmente sul sito della Rete Tre
della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non sono più disponibili.
Vengono ripubblicati qui per mantenerli a disposizione per la
consultazione.

Record d’incassi: “Call of Duty” batte “Avatar”

Quale prodotto d’intrattenimento detiene il record per aver guadagnato un
miliardo di dollari d’incassi nel minor tempo? Se avete pensato ad
Avatar, il kolossal digitale 3D di James Cameron, avreste avuto ragione
fino a pochi giorni fa. Nel 2009 questo film raggiunse il traguardo del
miliardo in soli 17 giorni.

Il successo davvero notevole della scommessa di Cameron è stato però
migliorato, appunto, pochi giorni fa. Ma non da un altro film: da un
videogioco. Call of Duty: Modern Warfare 3 ha
raggiunto
il miliardo d’incassi in soli sedici giorni, portando alla Activision, la società produttrice del gioco, ben 30 milioni di giocatori.

Call of Duty: Modern Warfare 3 aveva già stabilito un record vendendo
6,5 milioni di copie nelle prime ventiquattro ore,
incassando
400 milioni di dollari. E non è la prima volta: il predecessore di
Modern Warfare, intitolato Black Ops, aveva portato a casa poco
meno (390 milioni di dollari) nel primo giorno di vendite.

Anche altri titoli di società concorrenti, come il nuovo
Battlefield 3 di Electronic Arts, possono vantare vendite da capogiro:
cinque milioni di copie vendute in una settimana. Electronic Arts, inoltre, sta per
lanciare Star Wars: The Old Republic (in uscita il 20 dicembre), che
promette
incassi altrettando invidiabili. A titolo di confronto, il film che detiene il
record d’incassi del 2011 (Harry Potter e i Doni della Morte, parte 2) ha
totalizzato 1,3
miliardi di dollari, ma ci ha messo cinque mesi.

Il mondo dei videogiochi online
stima
incassi globali di 65 miliardi di dollari per il 2011, in aumento rispetto ai
62,7 dell’anno scorso, e da vari anni ha
sorpassato
l’industria del cinema (27 miliardi) e quella musicale (40 miliardi). La
prossima volta che qualcuno parla di un film dicendo che sembra un videogioco,
potrebbe non essere un termine di paragone negativo. Almeno dal punto di vista
dei soldi.

Fra sette giorni Facebook cambia tutto

Facebook sta per cambiare radicalmente aspetto. Dal 23 dicembre prossimo sarà
attivo automaticamente e obbligatoriamente il Diario (Timeline
in originale), vale a dire un’organizzazione molto più cronologicamente
ordinata dei contenuti. I primi a provare il nuovo aspetto sono stati i
neozelandesi, nei giorni scorsi, e i coraggiosi possono già attivarlo subito
andando alla pagina apposita di Facebook (https://www.facebook.com/about/timeline), che contiene una spiegazione delle nuove funzioni, e cliccando sul tasto
verde “Ottieni il diario” in fondo alla pagina.

Si può scegliere fra un’anteprima privata e la pubblicazione immediata del
nuovo aspetto cliccando su Pubblica ora nell’anteprima stessa. La prima
cosa da fare, visto che la nuova impostazione di Facebook è molto orientata
alle immagini, è scegliere una buona foto di copertina, che sarà visibile a
tutti e comparirà come striscione in testa al profilo dell’utente.

Per il resto, la struttura della pagina è una vera e propria linea temporale,
collocata al centro e ordinata in modo da far comparire per primi gli elementi
più recenti, che sono disposti a destra e a sinistra della linea stessa
secondo uno zigzag che può causare un certo disorientamento iniziale.

In alto a destra c’è poi una cronologia più sommaria, suddivisa in mesi e
anni: l’intento di Facebook è trasformare il profilo di ogni utente nel
deposito pubblico di tutta la storia della sua vita e non solo degli eventi
successivi alla nascita di Facebook. Ognuno valuterà se questo sia un bene o
un male. Maggiori dettagli sono disponibili (in italiano) su
Il Post.

Residenza Sarkozy e major antipirateria colte a scaricare film?

Sembra una notizia troppo ghiotta e ironica per essere vera, ma pare proprio
che qualcuno presso Sony, NBC e Fox sia stato colto a piratare musica e film.
Considerato che l’industria del cinema sta spingendo fortemente per un
inasprimento delle pene per chi scarica, chiedendo poteri straordinari
d’interdizione dei siti e degli utenti colpevoli, da giudicare senza processo,
gli indizi, se confermati, sarebbero decisamente imbarazzanti.

Anche in casa Sarkozy c’è chi pirata, nonostante la legge francese HADOPI
punisca severamente il download illegale. Perlomeno questo è quel che risulta
dalle indagini effettuate usando Youhavedownloaded.com (YHD), un sito che
archivia il traffico dei circuiti peer-to-peer e permette di sapere quali file
sono stati scaricati da uno specifico indirizzo IP.

Il sito Nikopic.com, infatti ha provato a immettere in YHD gli indirizzi IP
62.160.71.0-255, che corrispondono al Palais de l’Élysée, residenza ufficiale
di Sarkozy, e ha
scoperto
che a novembre da quegli indirizzi sono stati scaricati vari film americani e
musica dei Beach Boys.

Secondo
Torrentfreak.com, invece, degli indirizzi IP appartenenti a Sony Pictures, NBC Universal e
Fox avrebbero scaricato materiale illegale: l’intera stagione di un telefilm
(Game of Thrones), della musica trance, un DVD di
Cowboy e alieni, e molto altro.

Anche qualcuno presso Google è stato colto a scaricare una copia abusiva di
Windows 7, e un
sito olandese
ha scoperto che un indirizzo IP dell’agenzia locale di riscossione dei diritti
d’autore Buma/Stemra ha scaricato una copia del telefilm Entourage e
del videogioco Battlefield 3.

La Buma/Stemra ha
replicato
dichiarando che i loro indirizzi IP sono stati falsificati. Tesi tecnicamente
fattibile ma abbastanza improbabile, e comunque molto interessante, perché
d’ora in poi anche chi viene accusato di download illegale potrà difendersi
con la stessa giustificazione.

Che cosa avete scaricato? Youhavedownloaded lo sa

Se usate i circuiti peer-to-peer come Bittorrent e simili per scaricare film
da Internet, sappiate che è facilissimo per chiunque sapere esattamente che
cosa avete scaricato. Non solo per le case cinematografiche, ma anche per i
comuni mortali, per cui se per esempio vi sentite a disagio nell’ammettere di
aver scaricato l’ultima puntata della saga dei vampiri sbrilluccicanti, vi
conviene cambiare strategia di download.

È infatti nato da poco il sito
Youhavedownloaded.com, che sta accumulando un enorme archivio del traffico dei circuiti
peer-to-peer, associando i file scaricati agli indirizzi IP dei loro
scaricatori, ma senza includere altri dati personali. Se visitate il sito vi
esponete automaticamente all’elenco di quali file avete scaricato, sulla base
del vostro indirizzo IP. I dati utilizzati per questo servizio sono
pubblicamente accessibili da sempre, ma ora sono consultabili con estrema
facilità anche dai non esperti. Per sapere che cosa ha scaricato uno specifico
utente è sufficiente conoscerne l’indirizzo IP.

Youhavedownloaded.com, nato some sito puramente dimostrativo per allertare gli
utenti sulla visibilità delle loro attività in Rete, ha finora accumulato dati
su oltre 52 milioni di indirizzi IP e permette anche di sapere quante volte è
stato scaricato uno specifico file. Non è un sistema infallibile, perché per
ora raccoglie solo una parte del traffico dei circuiti peer-to-peer: questo
vuol dire che un indirizzo IP può risultargli “pulito” anche quando non lo è.

Il sito offre anche un “widget” per fare scherzi agli amici e
sottolineare quanto siano in realtà pubbliche le loro navigazioni in Rete: se
pubblicate il widget di Youhavedownloaded.com sul vostro sito, ogni persona
che lo vedrà si troverà elencato tutto quello che è stato scaricato dal suo
indirizzo IP.

Decisamente inquietante, ma attenzione: molti utenti hanno indirizzi IP
dinamici (ossia che cambiano nel tempo), per cui è facile incappare in
attribuzioni errate. Buon divertimento.

La prima registrazione audio? Nel 1859

L’invenzione della registrazione sonora è comunemente attribuita a Thomas
Edison, ma in realtà Edison fu soltanto il primo a trovare un modo pratico sia
per registrare suoni, sia per riprodurli. Prima di lui altri inventori avevano
sviluppato vari congegni che permettevano di registrare audio ma non di
riascoltare la registrazione. Lo scopo di queste registrazioni non
riascoltabili era studiare le forme e le ampiezze delle onde sonore,
rappresentandole graficamente.

Così nel 1860, ben 151 anni fa, il francese Édouard-Léon Scott de Martinville
aveva usato il suo fonautografo per catturare suoni su un foglio di
carta coperto di nerofumo (la finissima fuliggine prodotta dalle lampade a
olio), incidendoli sotto forma linee tracciate in questo nerofumo da una
setola di maiale collegata a una membrana di pergamena che raccoglieva il
suono raccolto da un cilindro o da un corno.

Per inquadrare il periodo: in America iniziava la presidenza di Abramo
Lincoln, in Italia Garibaldi iniziava la spedizione dei Mille e in Francia c’era
Napoleone III. Se si fosse compreso prima il potenziale di queste tecnologie di
registrazione, oggi potremmo avere un incredibile catalogo di registrazioni di
personaggi storici di un secolo e mezzo fa. O anche molto prima, visto che i materiali necessari erano disponibili fin dall’antichità.

Ma ci vollero anni per rendersi conto che quelle tracce grafiche generate dai
suoni potevano essere riconvertite in qualcosa di udibile. Verso il 1870 alcuni
sperimentatori riuscirono a registrare e riprodurre suoni usando una versione
aggiornata della tecnica di Scott, ma poi arrivò il fonografo di Edison e
quelle primissime registrazioni furono dimenticate. Per oltre 140 anni si
pensò che fossero irrecuperabili.

Poi, nel 2008, un gruppo di ricercatori denominato First Sounds è riuscito a
procurarsi una scansione di alta qualità dei fonautogrammi di Scott e ad
analizzarla digitalmente. Il risultato è ascoltabile
qui
o, in versione rallentata per tentare di restituire il timbro originale,
presso
First Sounds. Affascinante.

Mi racconto un po’ alla radio: “Perfetti sconosciuti”, condotto da Rosy Nervi, ospiti Francesco Grassi e Maurizio Modica

Mi racconto un po’ alla radio: “Perfetti sconosciuti”, condotto da Rosy Nervi, ospiti Francesco Grassi e Maurizio Modica

Lunedì 2 ottobre scorso sono stato ospite in diretta del programma
“Perfetti sconosciuti”, in cui mi sono raccontato un po’ a Rosy Nervi con l’aiuto degli ospiti
telefonici Francesco Grassi (il mio maestro di cerchi nel grano) e Maurizio
Modica (voce di X Factor, Falò e tanti altri programmi oltre che mio
mentore e collega DJ negli anni Ottanta a Pavia). Il programma include anche uno
spezzone, quasi irriconoscibile, della mia voce da diggei di allora.

Abbiamo parlato anche dell’imminente CICAPFest 2023, che si terrà a Padova dal 13 al 15 ottobre e del quale sarò ospite con vari appuntamenti.

Se volete, l’audio è ascoltabile e scaricabile
qui.

Storie di Scienza 11: Il “Segnale Wow” e i “dischi volanti” di Kenneth Arnold, tormentoni ufologici da smontare

Storie di Scienza: Il “Segnale Wow” e i “dischi volanti” di Kenneth Arnold, tormentoni ufologici da smontare

Ultimo aggiornamento: 2020/08/06 17:35. 

Il cosiddetto “Segnale Wow” è uno dei capisaldi dell’ufologia e della ricerca scientifica di indizi di vita intelligente extraterrestre; ne ho già parlato in altre occasioni qui e qui, ma torno sull’argomento perché c’è un dettaglio importante da aggiungere alla vicenda. Ma cominciamo dall’inizio.

È il 15 agosto del 1977. Star Wars è uscito da poco nelle sale cinematografiche e sta spopolando in tutto il mondo. L’astronomo Jerry Ehman, però, quel giorno è preso da altre cose. Lavora al radiotelescopio Big Ear della Ohio State University: quel giorno guarda i tabulati che escono dalla stampante dello strumenti, prende una biro rossa, cerchia alcuni dati e scrive un grosso “Wow!” sulla stampa. Come George Lucas, non sa ancora di aver dato vita a una leggenda spaziale che durerà decenni.

Il Big Ear. Credit: Bigear.org/NAAPO (via INAF).

La grafica delle stampanti è ancora terribilmente primitiva, per cui le informazioni vengono semplicemente rappresentate come caratteri. La sequenza 6EQUJ5 che Ehman ha cerchiato evidenzia una serie di livelli di intensità, in cui 1 è il minimo e Z è il massimo. Quella lettera U indica un segnale straordinariamente potente. Sarà il segnale più potente mai ricevuto dal Big Ear.

Al centro, Jerry Ehman. Credit: Credit: Bigear.org/NAAPO (via INAF).

Ma la potenza non è l’unica cosa che ha stupito Ehman: il segnale ha un’origine molto ristretta, che suggerisce una fonte puntiforme. Usa una frequenza vicina a 1420.406 MHz, quella ritenuta ottimale per le comunicazioni interstellari (perché attraversa facilmente le grandi nubi di polvere cosmica), e ha una larghezza di banda di meno di 10 kHz, senza il tipico rumore intorno delle emissioni radio naturali.

C’è un altro aspetto che rende insolito questo segnale: il Big Ear non è orientabile e sfrutta la rotazione terrestre per spazzare il cielo man mano che la Terra si sposta, per cui può osservare un punto specifico della volta celeste solo per 72 secondi prima che esca dal suo campo di ricezione. Un segnale che duri di più o di meno è probabilmente un disturbo terrestre (satelliti artificiali compresi). Il Segnale Wow dura esattamente settantadue secondi. Non solo: il suo picco di intensità è proprio a metà della sua durata. È come se la sua fonte si spostasse insieme alle stelle fisse.

Insomma, ci sono tutte le caratteristiche che ci si aspetta da un segnale artificiale proveniente dallo spazio profondo. Con un tocco finale di ironia che ne cementa il mito nella storia della ricerca di vita extraterrestre: questo segnale viene captato una sola volta e mai più.

Negli anni successivi, i migliori radiotelescopi del mondo verranno puntati ripetutamente verso la porzione di cielo (nella costellazione del Sagittario) dalla quale sembra essere arrivato il segnale, ma non verrà mai ricevuto nulla di significativo.

Ancora oggi, il Segnale Wow viene presentato spesso come uno degli episodi più credibili di possibile contatto via radio con civiltà tecnologiche extraterrestri.

È meraviglioso ipotizzare che si sia trattato dell’ultimo, disperato segnale di qualche civiltà lontanissima, arrivato alle nostre orecchie elettroniche quando erano troppo primitive per poterne capire il contenuto. Se solo avessimo avuto i radiotelescopi di oggi e la capacità di registrare quel segnale, chissà.

Ma quando ci sono di mezzo le emozioni e c’è clamore mediatico è indispensabile togliere di mezzo l’inevitabile patina di mitologia che offusca i fatti scientifici, costi quel che costi. Ho passato decenni a fantasticare sul Segnale Wow e su cosa forse ci siamo persi perché eravamo troppo presi a finanziare armi per investire seriamente in ricerca. Fino a che ho conosciuto Jill Tarter.

Per chi non la conoscesse, Jill Tarter è un’astrofisica, che per anni ha diretto il centro SETI, dedicato alla ricerca scientifica di indicatori astronomici di tecnologie non terrestri. Il suo lavoro in questo campo ha ispirato il personaggio di Ellie Arroway nel film Contact di Bob Zemeckis (1997), tratto dall’omonimo romanzo dell’astronomo Carl Sagan. Se non l’avete letto, fatelo: è una lettera d’amore alla scienza e la conferma che si possono raccontare storie emozionanti e meravigliose senza rinunciare al rispetto della realtà scientifica.

Jodie Foster interpreta Ellie Arroway in Contact (1997).

Incontro di persona Jill Tarter per la prima volta al festival della scienza Starmus a Trondheim, nel 2017: cordiale, disponibile, lucida e precisa, scambia due chiacchiere con tutti prima e dopo la sua conferenza sulla difficoltà di distinguere le comunicazioni di civiltà tecnologiche dai segnali naturali dell’Universo e su alcuni “trucchi” per intercettarle. È meraviglioso sentir parlare di queste cose con un tono di assoluta praticità e concretezza, così diverso dai deliri messianici degli ufologi.

Jill Tarter a Starmus 2017, Trondheim. Credit: Max Alexander/Starmus.

Ritrovo Jill Tarter allo Starmus 2019, che si tiene a Zurigo. È lì, durante un panel che la vede ospite insieme all’astronoma Natalie Batalha, all’etologo e biologo evolutivo Richard Dawkins, e agli astrofisici Michel Mayor e Rafael Rebolo (scusate se è poco), che stronca con i fatti il mito del “Segnale Wow”.

Il radiotelescopio Big Ear che lo ricevette, spiega Tarter, era dotato di due ricevitori, e un segnale che fosse realmente arrivato dallo spazio sarebbe stato captato prima da uno dei ricevitori e poi dall’altro. Ma il segnale fu captato solo da uno dei due, e quindi è estremamente improbabile che provenisse realmente dallo spazio. Punto, fine.

Rimango a bocca aperta. A fine conferenza riascolto le sue parole nella mia registrazione del panel:

“That signal did not pass the test that I would have required to consider it extraterrestrial and deliberate. There were two receivers on the telescope, and a signal that was truly coming from a distance from the sky would have shown up in one receiver first, and then in the second receiver. It passed only the first part of that. It did not get verified, so I don’t lose any sleep over the Wow signal. There’s no way of really knowing what it was.”

“Quel segnale non ha superato il test che io avrei preteso per considerarlo extraterrestre e intenzionale. C’erano due ricevitori sul telescopio, e un segnale che fosse provenuto realmente da lontano nel cielo sarebbe comparso prima in uno dei ricevitori e poi nel secondo. Ha superato solo la prima parte di questo [criterio]. Non è stato verificato, per cui non perdo il sonno sul segnale Wow. Non c’è modo di sapere veramente di cosa si trattò.”

Come mai non sapevo nulla di questo dettaglio decisivo dei due punti separati di captazione? Perché viene spesso taciuto o dimenticato nel racconto della storia del “Segnale Wow”. Eppure in realtà è già presente nelle parole scritte dallo stesso Jerry Ehman oltre vent’anni fa, nel 1997, sul sito del radiotelescopio, Bigear.org. Ehman conferma che il segnale misterioso fu ricevuto da uno solo dei due punti, e infatti il famoso tabulato del segnale contiene un solo picco anziché due.

Scrive Ehman:

The Big Ear used a dual-horn feed system […] As the earth’s rotation swung the two beams across the celestial sky, a signal (with positive energy) from a radio source was first seen by the west (negative) horn and generated an inverted bell-curve-like shape on the chart recorder. Within a minute or so after the negative horn response was essentially complete (i.e., showed little energy from the source), the same radio source began to be scanned by the east (positive) horn and a non-inverted (right-side up) bell-curve-like shape on the chart recorder was generated […] However, this was not the case for the Wow! source.

Il Big Ear usava un sistema a due illuminatori a tromba […] Man mano che la rotazione terrestre spostava i due fasci sulla volta celeste, un segnale (con energia positiva) da una fonte radio veniva visto prima dalla tromba ovest (negativa) e generava sul registratore grafico una forma a curva a campana inversa. Nel giro di circa un minuto dopo che era stata sostanzialmente completata la risposta della tromba negativa (ossia mostrava poca energia dalla fonte), la stessa fonte radio cominciava ad essere scansionata dalla tromba est (positiva) e veniva generata sul registratore grafico una forma a curva a campana non invertita (diritta) […] Tuttavia questo non accadde per la fonte Wow!


Il debunking della vicenda, insomma, era lì da leggere da più di vent’anni, eppure la leggenda del possibile contatto radio extraterrestre si è diffusa lo stesso, sommergendo per pura quantità i resoconti originali.

È un fenomeno che si verifica spesso quando c’è di mezzo una storia accattivante: i fatti che la stroncano vengono tralasciati e quelli che la avvalorano vengono amplificati.

Se volete un altro esempio famoso di questo fenomeno, restiamo in campo ufologico. 

Quando fu coniato il termine dischi volanti”, nel 1947, queste due parole non indicavano la forma degli oggetti non identificati, ma il modo in cui si muovevano nel cielo, come piatti fatti rimbalzare sul pelo dell’acqua. 

Il testimone oculare dell‘avvistamento che diede il via all’ufologia moderna, l’aviatore Kenneth Arnold, descrisse a un giornalista della United Press il movimento degli oggetti volanti che aveva visto con queste parole: “like a saucer if you skip it across the water” (come un piattino quando lo fai rimbalzare sull’acqua). Arnold non disse che gli oggetti erano a forma di piattino. Disse che erano “piatti come una teglia per torte e a forma di pipistrello” o “simili a teglie per torte tagliate a metà con una sorta di triangolo convesso sul retro” o che erano “di tipo circolare” (“circular-type”, intendendo forse “curvilineo”) e senza coda, con una larghezza di circa trenta metri. Il fatto stesso che parlò di larghezza implica una differenza di dimensioni in senso longitudinale e laterale, come del resto mostrato da Arnold stesso in foto come questa:

Kenneth Arnold mostra nel 1966 una ricostruzione dell’oggetto volante da lui avvistato (The Atlantic/AP).

Va detto, fra l’altro, che a quell’epoca l’aviazione militare statunitense stava collaudando in gran segreto dei velivoli ispirati dai progetti nazisti e aventi forme molto simili a quella mostrata da Arnold nella ricostruzione grafica, e quindi è possibile che gli oggetti avvistati dal pilota fossero veicoli militari segreti.

Una replica moderna di un Horten Ho 2-29, velivolo sperimentale a getto stealth nazista (Rediff.com/Northrop Grumman).

Arnold non disse che i suoi UFO erano a forma di piattino, eppure il nome flying saucer prese subito piede e da allora l’iconografia ufologica rappresenta quasi sempre oggetti a forma di disco; il significato originale delle parole di Arnold si è perso. È così che si costruiscono i miti.

Una versione molto ridotta di questo articolo è stata pubblicata su Le Scienze nel 2019. Questo articolo fa parte delle Storie di Scienza: una serie libera e gratuita, resa possibile dalle donazioni dei lettori. Se volete saperne di più, leggete qui. Se volete fare una donazione, potete cliccare sul pulsante qui sotto. Grazie!




Antibufala: 75 anni di radiopanico leggendario per la Guerra dei Mondi

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente l’1/11/2013 sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per mantenerlo a disposizione per la consultazione.

Pochi giorni
fa, precisamente il 30 ottobre, è stato celebrato il
settantacinquesimo anniversario della messa in onda di una
trasmissione radiofonica diventata mitica: la versione de
La
Guerra dei Mondi
, il
romanzo fantascientifico di H.G. Wells, realizzata da un celeberrimo
quasi omonimo, Orson Welles, che confezionò una finta diretta
radiofonica dell’invasione del nostro pianeta da parte di spietati
marziani armati di tecnologie distruttive letali.

Leggenda
vuole che questa trasmissione del 1938 fu scambiata dagli ascoltatori
per una diretta autentica dell’arrivo degli extraterrestri in America
e scatenò un panico nazionale, convincendo oltre un milione di
persone che gli Stati Uniti venivano devastati da invasori alieni. A
distanza di tre quarti di secolo, quella puntata del
Mercury
Theater on the Air
della
rete radiofonica CBS è ancora saldamente fissata nella cultura
generale come esempio classico del potere dei mezzi di comunicazione.

Ma andò
davvero così?

Un’indagine
recente, pubblicata in sintesi su Slate.com
da Jefferson Pooley e Michael Socolow, due esperti di media e
comunicazione presso il Muhlenberg College e la University of Maine,
ricostruisce una vicenda ben diversa: nessun panico, nessuna guerra
immaginaria contro i marziani, ma una guerra molto concreta fra due
mondi di un altro genere.

I due mondi
in conflitto sono quello della stampa e quello della radio negli
Stati Uniti della fine degli anni Trenta del secolo scorso. La radio
aveva tolto ai giornali molti degli introiti pubblicitari, per cui la
stampa colse l’occasione della trasmissione di Orson Welles per
screditare il rivale hertziano, presentandolo come fonte
inattendibile per le notizie. Il
New York Times
pubblicò persino un editoriale, intitolato
“Terror
by Radio”
, che biasimava
i funzionari della CBS per aver permesso di intercalare
“finzioni
agghiaccianti”
con
“annunci di notizie, presentate esattamente nello
stesso modo usato per le notizie reali”
,
e altre testate fecero eco. La radio, si diceva, era troppo giovane e
immatura per un compito così importante come veicolare notizie. Una
polemica che ricorda da vicino quella di oggi fra media tradizionali
e Internet.

La vicenda,
insomma, fu gonfiata dai giornali, con titoli come
“Finta
‘guerra’ alla radio scatena il terrore in tutti gli Stati Uniti”

(
Daily News
del 31 ottobre 1938), con tanto di foto e dichiarazioni di “vittime”
traumatizzate dalla trasmissione. Ma sappiamo che il mito fu
fabbricato perché i rilevamenti d’ascolto dell’epoca indicano che il
98% degli ascoltatori era sintonizzato su altri canali all’ora della
messa in onda de
La Guerra dei Mondi.
Varie emittenti della rete CBS, inoltre, non trasmisero affatto il
programma, riducendo il pubblico potenziale. La CBS stessa
commissionò un sondaggio il giorno dopo la trasmissione e i
dirigenti furono sollevati quando scoprirono che non solo gli
ascoltatori erano stati pochi, ma quei pochi avevano capito che si
trattava di una finzione.

Il mito del
panico nazionale crebbe nei decenni successivi sulla base di dati
inattendibili; nessuna delle segnalazioni di panico e nella
popolazione e di suicidi fu mai confermata. Ci fu soltanto una causa,
intentata da un’ascoltatrice, che accusò la CBS di averle causato
uno
“shock nervoso”,
ma l’azione fu respinta. Welles e la CBS non furono mai rimproverati
o sanzionati formalmente dalle autorità, e i giornali smisero di
parlare della vicenda nel giro di pochi giorni. Ma il mito della
notte di panico persiste, alimentato dal messaggio di fondo: abbiamo
paura che il nostro mondo (reale o culturale) venga invaso da forze
sconosciute, e i nuovi media ci spaventano, oggi come allora.