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Come nasce una notizia falsa: il tunnel “troppo stretto” della metropolitana di Napoli

Come nasce una notizia falsa: il tunnel “troppo stretto” della metropolitana di Napoli

Come nasce una fake news? Si parla spesso di disinformazione pianificata a tavolino, ma esistono anche le notizie false che nascono per caso. O meglio, per una tempesta perfetta di fattori.

Prendiamo il caso recentissimo della notizia secondo la quale i treni destinati alla Linea 6 della metropolitana di Napoli non sarebbero utilizzabili perché, dice un titolo di giornale, “il tunnel è troppo stretto e i treni nuovi non passano”.

La notizia è falsa, perché i treni ci passano eccome, ma ormai ha assunto una visibilità enorme. Le ragioni di questa visibilità sono varie: la storia fa leva sui luoghi comuni della burocrazia cieca, incompetente e sprecona, nella quale un ufficio non sa cosa fa l’altro, e gioca probabilmente anche su alcuni pregiudizi regionali. È per questo che si consiglia sempre di fare attenzione alle storie che soddisfano e rinforzano i preconcetti e sfruttano le emozioni. Ma è anche una vicenda accattivante, gustosa da raccontare e da condividere sui social network; per chi la segnala ha poca importanza se sia vera o no. Come si dice nel giornalismo, mai lasciare che i fatti intralcino una buona storia.

Gli ingredienti giusti per ottenere una diffusione a tappeto, insomma, ci sono tutti. Ma non servirebbero a nulla se non ci fosse stato, a monte, un errore giornalistico molto frequente: l’articolo di giornale originale dal quale è scaturita la bufala in realtà è corretto, ma è il titolo che è sbagliato, e i giornalisti che hanno ripreso la notizia si sono fermati al titolo invece di leggere l’articolo [Leggo, Il Fatto Quotidiano, Il Giornale].

L’articolo, infatti, spiega che il problema non riguarda affatto i tunnel della metropolitana di Napoli ma soltanto le dimensioni del pozzo usato per inserire i treni la prima volta nei tunnel. Il pozzo non consente di calare un treno intero di quelli nuovi, più lunghi dei precedenti, ma questa limitazione si risolve calando il treno una cassa per volta.

Il titolo dell’articolo, però, parla erroneamente di tunnel troppo stretto, e per chi si è fermato a quel titolo l’equivoco è stato quindi inevitabile e le successive smentite ufficiali non otterranno mai la stessa diffusione della notizia falsa, perché sono meno interessanti.

Come spesso accade, insomma, la bufala nasce da una catena di errori e di automatismi:

  • il titolista fraintende l’articolo, in sé corretto, scritto dal giornalista;
  • gli altri giornalisti e gli utenti dei social network leggono soltanto il titolo dell’articolo e diffondono l’errore;
  • l’errore attecchisce, prospera e si propaga perché la storia è accattivante e soddisfa i pregiudizi e perché ci si fida della fonte originale, che è tutto sommato una testata giornalistica, alla quale viene spontaneo dare attendibilità.

Sono insomma gli stessi meccanismi che stanno da sempre alla base delle bufale e della propaganda, ma che oggi operano a velocità elevatissime grazie ai mezzi di comunicazione informatici.

Possiamo imparare molto da incidenti come questo:

  • mai fermarsi al titolo, spesso creato da una persona diversa dal giornalista che ha scritto l’articolo;
  • aumentare i controlli quando una storia fa leva sui pregiudizi;
  • e mai fidarsi ciecamente delle fonti apparentemente autorevoli.

Così, forse, raggiungeremo la luce alla fine del tunnel. Sempre che non sia troppo stretto.

Questo articolo è il testo preparato per il mio servizio La Rete in 3 minuti per Radio Inblu dell’11 gennaio 2018. Fonti: Bufale un tanto al chilo, Repubblica.

Foto false nei social network: per propaganda e per spam

Foto false nei social network: per propaganda e per spam

No, non è una foto satellitare dei fuochi
d’artificio di fine anno (info).

Oggi molte notizie false vengono confezionate e diffuse non come testo, ma come immagini: qualcuno prende intenzionalmente una fotografia, la manipola, vi aggiunge una didascalia o uno slogan e la dissemina nei social network per fare propaganda o disinformazione o per fare soldi con lo spam pubblicitario.

Un esempio recente è dato dalle foto e dalle riprese video delle folle presenti a raduni o manifestazioni, come quelle diffuse su Instagram, Facebook e Twitter per illustrare i recenti eventi in Iran o i festeggiamenti di fine anno in Italia e nel resto del mondo: molte di queste immagini si riferiscono in realtà ad altri eventi precedenti e vengono usate per gonfiare il numero dei partecipanti.

Un altro esempio è offerto dagli account che pubblicano quelle che loro chiamano “foto storiche” ma sono quasi sempre dei fotomontaggi o delle immagini ottenute con dei sosia: Lady Diana che fa un gesto scurrile al fotografo, Marilyn Monroe che si confronta con Liz Taylor o che abbraccia di nascosto il presidente Kennedy, John Lennon che suona la chitarra con Che Guevara sono alcuni dei loro falsi di maggiore successo.

Questi account diffondono questo genere di foto per attirare seguaci: quando ne hanno accumulati alcune centinaia di migliaia, grazie anche alle condivisioni delle loro immagini fatte da noi utenti comuni, iniziano a inserire fra una foto e l’altra dei messaggi pubblicitari che portano a prodotti-spazzatura. In altre parole, sono delle fabbriche di spam.

La stessa tecnica, purtroppo, viene usata anche da molti account che propongono immagini commoventi oppure foto di straordinari fenomeni astronomici (in realtà fotomontaggi) o ancora fotografie tenerissime di animali, con l’aggravante che spesso gli animali sono stati maltrattati o uccisi per metterli in posa e guadagnare soldi attraverso lo spam.

Per fortuna Internet offre degli ottimi antidoti contro questo genere di disinformazione emotiva: sono gli account e i siti dei cacciatori di foto false, come PicPedant, HoaxEye, CreditsInPics, HoaxofFame e FakeAstroPix, gente che per passione scova la fonte originale delle immagini e la segnala. Ci sono anche siti come Tineye e Karmadecay, o servizi come la ricerca per immagini in Google, che permettono a chiunque di diventare come loro cacciatore di fake news fotografiche.

Frequentando questi esperti, infatti, ci si accorge ben presto che le foto false che circolano sono sempre più o meno le stesse, seguono sempre gli stessi schemi e usano sempre le stesse tecniche. In questo modo si imparano i trucchi per riconoscere le manipolazioni, si sviluppa un fiuto per i falsi e ci si vaccina contro chi vuole ingannarci.

La prossima volta che vi imbattete nella foto adorabile di un coniglietto o di un orsetto neonato, vi accorgerete se si tratta in realtà di un giocattolo messo in posa, e così potrete decidere se condividere la foto e alimentare gli spammer oppure fermarla segnalando ai vostri amici che qualcuno sta cercando di imbrogliarli.

Non è facile, perché spesso le immagini usate da questi specialisti della propaganda sono fortemente emotive e accattivanti, ma possiamo provarci.

Questo articolo è il testo preparato per il mio servizio La Rete in 3 minuti per Radio Inblu del 4 gennaio 2018. Fonti aggiuntive: Adweek, Petapixel, Adland.

Bufale, orsi e scimmiette: fare fake news con le buone intenzioni

Bufale, orsi e scimmiette: fare fake news con le buone intenzioni

Può sembrare strano, ma si può creare una fake news, nel senso di una notizia volutamente falsa, senza mentire e usando soltanto materiale autentico. In questi giorni circolano nei social network due storie parallele di questo genere, accomunate da un altro elemento condiviso: usano entrambe immagini di animali.

La prima storia si basa sul video, in sé autentico, di un orso polare magrissimo e visibilmente stremato che vaga in una landa brulla e completamente priva di ghiaccio. Il video è stato presentato anche da varie testate giornalistiche di tutto il mondo come una dimostrazione potente e palese dei cambiamenti climatici che stanno avvenendo.

Ma i giornalisti che si sono presi la briga di risalire all’origine del video hanno scoperto che è stato ripreso ad agosto in una zona dell’isola di Baffin, nel Canada nord-orientale, che in estate è regolarmente priva di ghiaccio. Anche i cambiamenti climatici, come il video, sono autentici, ma in questo caso non c’entrano. Insomma, due fatti reali sono stati uniti per creare una notizia falsa, generata da una coppia di attivisti ambientali per promuovere la propria causa.

La seconda storia riguarda un’immagine scioccante di una scimmietta brutalmente immobilizzata in un laboratorio e soggetta a esperimenti cruenti di cui vi risparmio la descrizione: è stata pubblicata su Facebook da un deputato come denuncia esplicita e visiva delle crudeltà atroci di quella che nel post sul social network viene chiamata “la falsa scienza della sperimentazione animale”.

Anche in questa seconda storia, l’immagine della scimmietta è di per sé reale e lo è anche il problema etico della sperimentazione sugli animali, ma manca un dettaglio importante: l’immagine è tratta da una scena simulata, creata per un film usando una scimmietta finta, e non mostra affatto le condizioni reali della sperimentazione animale, come ha scoperto il debunker David Puente.

In entrambe le storie, insomma, immagini non ritoccate ma usate fuori contesto sono state sfruttate per produrre un forte impatto emotivo che crea un inganno e rende difficile qualunque discussione razionale. Chi condivide queste immagini e gli slogan che le accompagnano crederà che siano una descrizione fedele della realtà, ma non lo sono. Cosa peggiore, se viene a sapere che le immagini sono ingannevoli, spesso ribatterà che non ha importanza, perché comunque sono state usate in buona fede, con le migliori intenzioni, per attirare l’attenzione su problemi seri e reali, e che se questi video e queste foto esagerano e drammatizzano un po’ i termini dei problemi non c’è niente di male.

Ma in realtà, a parte l’ovvia questione di correttezza, rimane il fatto che usare informazioni false o esagerate rischia di essere un autogol per le cause, magari perfettamente legittime, che si vogliono promuovere, perché quando poi la falsificazione viene scoperta getta discredito non solo sul singolo messaggio, ma sull’intero argomento, e probabilmente anche sul messaggero che la condivide sui social network, che potreste essere voi. Siate prudenti.

Questo articolo è il testo preparato per il mio servizio La Rete in 3 minuti per Radio Inblu del 28 dicembre 2017.

Il Delirio del Giorno: #BastaBufale e l’assalto dei Kitipaka

Il Delirio del Giorno: #BastaBufale e l’assalto dei Kitipaka

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una anche voi per incoraggiarmi a scrivere ancora. Ultimo aggiornamento: 2017/11/08 8:55.

La mia recente partecipazione all’iniziativa #BastaBufale della Presidenza della Camera, e in particolare la presentazione del decalogo e della miniguida tecnica per non farsi fregare dalle fake news di ogni provenienza, ha scatenato da un paio di giorni su Twitter un’orda di commentatori inferociti, verbalmente offensivi e violenti, che hanno rigurgitato una pioggia di domande dal tono leggermente inquisitorio.

Non sono mancate le accuse di elusione fiscale, di partecipazione a un piano di censura politica, e neanche gli scivoloni sessisti (questi ultimi nei confronti dell’attuale Presidente della Camera, Laura Boldrini). Insomma, uno spettacolo davvero deprimente ma molto educativo: molti utenti, infatti, non hanno idea della cloaca mentale che si incontra sui social network.

Provo a riassumere qui la vicenda, che per il suo svolgimento e soprattutto per il suo (attuale) epilogo merita di essere raccontata nella mia consueta rubrica Il Delirio del Giorno.

Quest’orda sorprendentemente coordinata, invece di dedicarsi al commento e alla critica del decalogo e della guida, ha preferito ignorare completamente il messaggio e concentrarsi sul lanciare accuse al messaggero: io. In particolare, tutti vogliono sapere quanto sono pagato, e anche chi di preciso mi paga, per partecipare a questo torbido progetto di oscurantismo governativo:

C’è anche chi mi accusa di spionaggio:

Ebbene sì: la pubblica amministrazione italiana spende circa 1 milione e 600 mila euro al minuto, ma c’è parecchia gente che si ossessiona sui dettagli del mio eventuale compenso, come qui:

Oppure qui, quando ho risposto che come giornalista informatico libero professionista lavoro per chi mi dà un incarico:

Non ho saputo resistere, e ho risposto con l’aiuto grafico di @AndTheBad:

C’è anche questa perla:

Gente che mi critica ma non sa neanche la differenza fra debugger e debunker.

Ma l’applauso per il lapsus freudiano dell’anno va a questo:

A questa torma insistente di Kitipaka, che ripeteva ossessivamente — anzi, “ricacava” — la stessa domanda (questi sono solo alcuni esempi fra i tanti), ho semplicemente risposto più volte così (in aggiunta a qualche risposta personale ironica ai più aggressivi):

Spiegazione: sono un giornalista libero professionista. Nel mio mestiere, come in tanti altri, qualunque rapporto con il committente è da considerare automaticamente confidenziale salvo che il committente dia il permesso di parlarne. Non è necessariamente il committente a imporre quest’obbligo: lo impone prima di tutto la deontologia professionale.

In parole piccole: non ho niente da nascondere; semplicemente, se non ho il permesso esplicito della Presidenza della Camera di parlare di un qualunque dettaglio del nostro rapporto, non ne parlo. Si chiama riservatezza professionale: la stessa che impone al vostro medico di non andare a raccontare a tutti i vostri problemi di salute e che vi permette di parlargli sinceramente e in confidenza. Tutto qui.

I Kitipaka non l’hanno capita e hanno insistito che volevano sapere tutto, compreso probabilmente il colore delle mie mutande*, appellandosi alla trasparenza degli atti pubblici. Al che ho risposto semplicemente e ripetutamente così:

*sono leopardate.

Questo ha infuriato ancora di più i Kitipaka, che si sono scatenati in due giorni di caccia ossessiva alle informazioni che descrivevano i miei rapporti con la Presidenza della Camera.

Questi sublimi segugi, però, non sono riusciti a trovare neppure questo mio vecchio articolo pubblico che offriva già tutti i dettagli e le risposte alle loro domande assillanti.

Alcuni si sono attaccati anche al suddetto decalogo, che invita a chiedere le prove e le fonti delle affermazioni:

Lasciando da parte quel garbatissimo “quanto vuoi” che pare una domanda rivolta a una puttana, ovviamente è vero che chiedere le fonti è un diritto. A volte, però, ci sono vincoli di riservatezza professionale che non consentono la risposta. Come nel mio caso. A un medico non si può chiedere di pubblicare la cartella clinica del paziente, se non c’è il consenso del paziente. Ma questo, a quanto pare, è un concetto molto difficile.

A questo punto i Kitipaka hanno addirittura scomodato lo spettro di un’interrogazione parlamentare per indurmi a rivelare i miei oscuri e milionari guadagni:

Il parlamentare in questione è Massimiliano Fedriga e il suo tweet è questo. Sarà interessante sapere quanto verrà a costare ai contribuenti questa (eventuale) interrogazione.

Galvanizzati dall’intervento di un politico, i Kitipaka hanno raddoppiato gli sforzi investigativi, arrivando finalmente, dopo due giorni di estenuante investigazione, a una scoperta clamorosa, che però ha avuto l’effetto di una doccia gelata:

Tutto questo can can, insomma, con tanto di interrogazione parlamentare annunciata, per arrivare alla “scoperta” di una prestazione da 350 euro (su questa scoperta vorrei fare un arguto commento, ma mi trattengo, almeno per ora).

I Kitipaka si sono messi da soli nella stessa tragicomica situazione del cane che abbaia rincorrendo le auto e non si è mai chiesto cosa farà il giorno che riuscirà a raggiungerne una.

Credit: @DZAladan.
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Chiudo (per ora) questo Delirio del Giorno con le risposte ad alcune delle altre domande ricorrenti di questi leoni da tastiera, che cito testualmente.

Domanda: lei lavora attualmente in modo indipendente o anche per l’attuale governo “in carica”? Non lavoro per il governo italiano. Sono stato chiamato come consulente dalla Presidenza della Camera.

Domanda: Quindi hanno deciso che la consulenza fosse assegnata a lei senza una procedura di selezione? Qualcuno le avrà detto perché proprio lei? Caro Paolo, ultima domanda (siamo contribuenti italiani) su quale base è stata scelta la sua figura? Criterio di selezione? Non so quale sia stato il processo di decisione. Mi hanno chiamato, ho fatto il lavoro. Tutto qui. Chiedetelo a chi mi ha selezionato.

Domanda: Un incarico di consulenza avrà sicuramente un atto pubblicato che lo certifica. O no? Non lo so e non è compito mio spiegare la burocrazia italiana. Vivo in Svizzera.

Domanda: Com’è che non risulta iscritto né all’ordine dei giornalisti né a quello dei pubblicisti? Millantato credito? Prova a pensare intensamente: sarà mica che non sono iscritto agli ordini italiani perché vivo e lavoro in Svizzera e non in Italia?

Domanda: Quasi la meta’ dei tuoi followers sono fake, il dubbio sorge spontaneo. Ah, può darsi. Ma mica me li scelgo io. Informarsi prima di parlare non si usa più? C’è lo spiegone apposito.

Domanda: La sua residenza è in Svizzera? Se sì, x motivi fiscali? 1. Sì. In Svizzera ci vivo, ci lavoro, ci dormo e ci pago le tasse; le figlie ci vanno a scuola. 2. Beh, “motivi fiscali” nel senso che qui le tasse che pago (non poche) mi danno servizi efficaci ed efficienti, cosa che non accadeva quando vivevo in Italia; ma non ci vivo solo per motivi fiscali. Ci vivo perché è un posto sicuro, sereno, con gente cortese e civile e un’amministrazione efficiente. Non è il Paradiso, ma si sta bene.

L’inquisizione è finita? Posso andare?

Video monetizzabili, motore di fake news

Video monetizzabili, motore di fake news

Ultimo aggiornamento: 2017/12/14 20:55.

In questi giorni hanno iniziato a circolare due notizie apparentemente slegate ma in realtà parallele.

La prima riguarda un video che mostra un uomo che cammina in un grande giardino tenendo in mano un telo trasparente: quando lo dispiega davanti a sé, l’uomo diventa invisibile. Sembra quasi che il mantello dell’invisibilità di Harry Potter sia diventato realtà grazie alla scienza, se si dà retta alla descrizione che accompagna il video e che parla di “materiali quantici.. usabili dai militari”, ma in realtà si tratta di un effetto speciale video ottenuto con la tecnica cinematografica nota come chroma key oppure blue screen o green screen: il telo è di un particolare colore (di solito blu o verde) che viene sostituito digitalmente con un’immagine preregistrata di quello che sta dietro il telo, che così sembra creare l’invisibilità.

La seconda ha a che fare con un ventiduenne inglese, Jay Swingler, che ha deciso volontariamente di mettere la propria testa dentro un forno a microonde riempito di schiuma espandente, allo scopo di riprendersi in un video da pubblicare su Youtube insieme ad altri dello stesso genere demenziale. La schiuma si è solidificata e il ragazzo ha rischiato di morire soffocato, ma è stato salvato dall’intervento di ben cinque vigili del fuoco, come riferiscono la BBC e i pompieri delle West Midlands.

Cos’hanno in comune queste due storie? Lo stesso movente: fabbricare video che diventano popolari e generano soldi. Se un video riceve tante visualizzazioni, i social network e i siti come Youtube pagano i suoi creatori in cambio del diritto di inserirvi pubblicità. Questo meccanismo di monetizzazione dei video ha creato una vera e propria industria amatoriale di video falsi, con contenuti spesso scioccanti o demenziali, costruiti a tavolino per far parlare di sé ed essere condivisi, che non esisterebbero se non ci fosse l’incentivo del guadagno. E ci sono anche sciacalli che rubano i video virali altrui per monetizzarli.

Il video del mantello dell’invisibilità, per esempio, proviene dal social network cinese Weibo, ma è stato visto 32 milioni di volte da quando è stato condiviso su Facebook ed è stato citato da numerose testate giornalistiche (specificando chiaramente che si trattava di una finzione). Il video del gesto d’incoscienza del ragazzo britannico ha accumulato oltre tre milioni di visualizzazioni in pochi giorni. Questo significa che chi li ha pubblicati riceverà qualche migliaio di euro di compenso.

La monetizzazione su Internet di video falsi o fabbricati è una delle ragioni del boom delle notizie false basate su questi video: costano poco e rendono molto, anche per le testate giornalistiche che le ripubblicano senza verificarle. I social network stanno correndo ai ripari togliendo le pubblicità, e quindi l’incentivo economico, ai video che incoraggiano o promuovono comportamenti dannosi o pericolosi, ma questa rimozione avviene soltanto se un video viene segnalato dagli utenti (è successo per il video della testa nel microonde). Spetta quindi a noi utenti, insomma, agire per disincentivare questa forma di fake news.

Fonti aggiuntive: Bufale.net; Gizmodo; Snopes.com. Questo articolo è il testo preparato per il mio servizio La Rete in 3 minuti per Radio Inblu del 14 dicembre 2017.

Antibufala: scoperta la foto di un uomo che si aggira sulla Luna senza tuta? No

Antibufala: scoperta la foto di un uomo che si aggira sulla Luna senza tuta? No

Ultimo aggiornamento: 2017/11/24 11:50.

Pochi giorni fa, il 18 novembre scorso, il tabloid britannico The Mirror ha pubblicato sul proprio sito Web l’annuncio della scoperta di una “foto scioccante che sembra mostrare un uomo che cammina sulla ‘Luna’ senza una tuta spaziale durante la missione statunitense Apollo 17… sono emerse immagini fresche che suggeriscono che anche la sesta e ultima missione… fu falsificata. […] Un’analisi ravvicinata di una presunta immagine della celebre spedizione che è emersa questa settimana suggerisce che l’intera impresa fu filmata su un set di Hollywood.”

La fonte di questa scoperta è, secondo il Mirror, un utente di Youtube che si fa chiamare Streetcap1, che afferma che “sembra un uomo, nei primi anni Settanta, capelli lunghi, che indossa una sorta di panciotto”.

In realtà esaminando la foto originale ad alta risoluzione si scopre che la persona misteriosa indossa eccome la tuta: è semplicemente Harrison Schmitt, l’altro dei due astronauti della missione Apollo 17 che si trovavano sulla Luna.

Non solo: la presunta “scoperta” è vecchia di almeno sette anni ed era già stata sbufalata all’epoca.

Se vi interessano i dettagli della questione, li ho raccolti su Complotti Lunari insieme all‘analisi tecnica approfondita e alle fonti di riferimento.

Il Mirror, insomma, si è basato esclusivamente sulle congetture di un anonimo utente di Youtube (che grazie alla visibilità datagli è arrivato ad avere quasi due milioni di visualizzazioni di questo video in pochi giorni), non ha fatto alcuna verifica, non ha interpellato nessun esperto e soprattutto non si è procurato la versione originale della foto, che è negli archivi pubblici della NASA, consultabili via Internet. Non ha chiesto lumi a Harrison Schmitt, che è ancora vivo e disponibile. E non ha neanche cercato online per vedere se per caso la tesi fosse stata già presentata.

Purtroppo la presunta notizia è stata subito rilanciata da molte altre testate giornalistiche in tutto il mondo (per esempio Newsweek; Fox News (anche su Twitter); Blitz Quotidiano; Corriere Adriatico; Maxim; IB Times; Newsline; Mirage News; Russia Today; Dunyanews Pakistan), molte delle quali, come il Mirror, non hanno svolto il proprio compito giornalistico di verifica, preferendo invece pubblicare una panzana che sicuramente attirerà molti clic che si trasformeranno in introiti pubblicitari. Il lunacomplottismo, insomma, prospera anche per colpa dei giornalisti che non fanno il proprio dovere e campano sul sensazionalismo.

Un ruolo non trascurabile in questa persistenza di tesi già ampiamente smentite dai fatti e dagli esperti è quello dei motori di ricerca come Google, che promuovono ciecamente una storia antiscientifica come questa soltanto perché contiene parole legate alla scienza, senza valutarne il senso. Nel giorno dell’uscita mediatica di questa tesi, infatti, Google l’ha messa nella categoria Science fra le prime tre storie del giorno.

Giornalismo informatico: strumenti tecnici per verificare foto e notizie

Giornalismo informatico: strumenti tecnici per verificare foto e notizie

Si parla molto di fake news ma forse troppo poco degli strumenti informatici che consentono ai giornalisti di controllare se una notizia è autentica o no.

Per esempio, per verificare e datare un’immagine che accompagna una notizia di cronaca ci sono siti come Tineye.com oppure plug-in come RevEye per Google Chrome, che cerca contemporaneamente immagini in Tineye, Google, Bing, Yandex e Baidu.

Questi strumenti gratuiti cercano l’immagine in questione in vari archivi pubblici di Internet: se la trovano con una data che precede quella dell’evento descritto dalla notizia, è ovvio che la foto non si riferisce all’attualità, come avvenne per esempio per i fotogrammi di un video che furono pubblicati da molti giornali dopo l’attentato all’aeroporto di Bruxelles di marzo del 2016, presentandoli come una drammatica ripresa effettuata dalle telecamere di sorveglianza, e che in realtà risalivano a un altro episodio avvenuto altrove nel 2013.

Un altro strumento prezioso è Storyful Multisearch, un plug-in per Google Chrome che cerca parole chiave simultaneamente in Twitter, Youtube, Tumblr, Instagram e Spokeo: funziona particolarmente bene con i nomi delle persone citate in una notizia e consente di trovare i loro profili sui social network, in modo da contattarle per chiedere loro conferme e ulteriori dettagli e per verificare le loro dichiarazioni, per esempio controllando se le loro foto o i loro tweet, che contengono informazioni di geolocalizzazione, confermano che si trovavano dove hanno affermato di trovarsi. C’è anche Mentionmapp, utile per esaminare i tweet di una persona e valutare le sue relazioni social.

Ma anche il fiuto giornalistico tradizionale ha un ruolo importante nel lavoro di verifica del giornalista: se in una foto si vede un’insegna di un negozio o un poster pubblicitario, cercarli in Google spesso offre indizi preziosi. Le targhe delle automobili, le forme delle prese elettriche, la vegetazione, gli stili dei tralicci per la corrente elettrica possono aiutare a identificare il paese, la regione o la località alla quale si riferisce una fotografia. Gli edifici, specialmente quelli molto alti e caratteristici, e i profili delle montagne sullo sfondo di una foto permettono di localizzare la scena usando Google Maps o Street View.

Una delle tecniche informatiche più eleganti contro le fake news è la verifica meteorologica: se per esempio una foto drammatica di una manifestazione mostra che stava piovendo nel luogo dell’evento, si può usare il sito WolframAlpha.com per sapere che tempo c’era in quel luogo nel giorno dell’avvenimento: basta chiederglielo in inglese. Se risulta che non pioveva, l’immagine è probabilmente falsa.

Infine, chi fa giornalismo deve fare attenzione anche ai profili falsi di celebrità creati sui social network dagli spacciatori di false immagini e notizie, usando nomi che somigliano graficamente a quelli veri: è facile non accorgersi della poca differenza visiva che c’è per esempio fra una I maiuscola e una L minuscola e quindi scambiare DonaIdTrump (che è falso) per DonaldTrump.

Un lavoro impegnativo, insomma, ma fattibile grazie a questi strumenti. Provate a usarli anche voi: scoprirete sicuramente qualcosa di interessante.

Fonti: First Draft News (1, 2, 3). Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.

Facebook prova a combattere le fake news promuovendo qualunque commento contenente la parola “fake”

Facebook prova a combattere le fake news promuovendo qualunque commento contenente la parola “fake”

Facebook sta facendo vari esperimenti per contrastare il fenomeno delle fake news. Recentemente ne ha svolto uno che probabilmente si poteva evitare semplicemente accendendo un neurone prima di mettersi a picchiettare codice sulla tastiera: ha iniziato a promuovere e mettere in evidenza qualunque commento che contenesse la parola fake.

Avete già indovinato cos’è successo: anche notizie perfettamente attendibili di testate come la BBC, l’Economist, il New York Times, l’Independent e il Guardian si sono trovate inondate di commenti in primo piano che le definivano fake.

Le proteste degli utenti non si sono fatte attendere: invece di aiutare a distinguere le notizie vere da quelle chiaramente false, l’esperimento stava producendo l’effetto contrario, creando solo confusione.

Facebook si è giustificata dichiarando alla BBC che si è trattato di “un piccolo test che ora si è concluso. Volevamo vedere se dare la priorità ai commenti che indicano scetticismo poteva essere utile.” Arrivarci ragionandoci un attimo, invece di fare esperimenti sulla pelle degli utenti, a quanto pare non si usa più.

Boldrini, bufale e “debunker di stato”: vediamo di capirci

Boldrini, bufale e “debunker di stato”: vediamo di capirci

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una anche voi per incoraggiarmi a scrivere ancora. Pubblicazione iniziale: 2016/12/20 5:41. Ultimo aggiornamento: 2017/01/06 12:30.

Da quando ho moderato un convegno sulle bufale a Montecitorio organizzato dalla Presidenza della Camera e sono stato citato dalla Presidente della Camera, Laura Boldrini, nel suo appello contro le false notizie che intossicano l’informazione, si è scatenata contro di me una notevole orda di, uhm, cordiali interlocutori come quelli mostrati qui sopra, che mi hanno rivolto alcune accuse piuttosto bislacche. Su Twitter sono arrivati personaggi spettacolari.

C’è gente che è andata persino a rivangare le mie preferenze informatiche ai lontani tempi di Windows Vista pur di trovare qualcosa su cui incazzarsi con me; altri che si sono accaniti per ore su una mia battuta sull’economia senza capire che era una battuta e come se litigare con me potesse cambiare le sorti del mondo e i loro tweet fossero l’ultimo baluardo contro i poteri forti. Gente convinta che twittare, e soprattutto twittare contro di me, sia come pigliar pallottole in guerra.

Link all’originale.

In confronto gli sciachimisti sono stati dei galantuomini impeccabili e meritevoli del premio Nobel. È stato molto educativo.

Siccome ripetere le stesse risposte alle stesse accuse è un tantinello noioso, lo faccio qui una volta per tutte, così ce le leviamo di torno e posso dare un link pronto in risposta ai futuri eroi di Twitter.

Sono diventato un debunker di stato, “arruolato” dalla Boldrini?

Link all’originale.

Risposta breve: LOL, no.

Risposta lunga: No. La Presidenza della Camera mi ha semplicemente chiesto di moderare una mattina di dibattito sulle bufale (fatto) e la Presidente Boldrini mi ha citato fra gli esperti che le daranno una mano nella sua iniziativa per contenere i danni causati dalle false notizie arruffapopolo e acchiappaclic. Tutto qui. Insieme a me la Boldrini ha citato Michelangelo Coltelli (Bufale un tanto al chilo), David Puente (Davidpuente.it) e Walter Quattrociocchi (CSSLab dell’IMT di Lucca).

Non sono stato arruolato, assunto, messo sotto contratto, messo a libro paga o iscritto al Nuovo Ordine Mondiale con una stretta di mano segreta e il sacrificio di una capra. La Presidenza mi ha chiesto informalmente se mi interessava collaborare a queste due specifiche iniziative e io altrettanto informalmente ho detto di sì, perché mi sembrano esperienze interessanti e potrebbero essere utili a molti.

Ma a parte queste due iniziative, sto andando avanti a fare il mio lavoro solito di giornalista informatico professionista che collabora da più di dieci anni con la Radiotelevisione Svizzera. Vivo da altrettanto tempo a Lugano dopo essere stato a lungo un contribuente tartassato del Fisco italiano (per questo ho lasciato l’Italia, dove arrivavo a stento a fine mese). Per cui le eventuali lusinghe della politica italiana mi lasciano del tutto indifferente. Finita questa parentesi, tornerò a fare quello che facevo prima.

Del resto, le menti migliori di Internet sanno che io sono da tempo immemorabile al soldo dei Rettiliani e della CIA, per cui prendere ordini da una Presidente della Camera sarebbe un abbassamento di grado, no?

Quanto mi pagano?

Link all’originale.

Zero. Nada. Niente. Non ho chiesto alcun compenso e la Presidenza della Camera non me ne dà. Mi rimborsa le spese di viaggio e basta; sono andato a Roma per questo incarico una sola volta e il resto della collaborazione si fa via Skype, Hangout e simili.

Non voglio che ci siano di mezzo dei soldi, perché altrimenti ci saranno i soliti diversamente furbi che diranno che faccio questo e quello per denaro. Lo dicono lo stesso, ma almeno posso dire loro che sono degli imbecilli che dicono balle.

Faccio debunking da anni non per denaro, ma perché mi piace farlo e spero di poter essere utile. Lo faccio perché mi preoccupa la marea di cazzate socialmente pericolose diffuse dai complottisti e dagli speculatori acchiappaclic, dentro e fuori dai giornali e dalle TV, spesso con la complicità consapevole o inconsapevole dei politici. Cazzate che per esempio fanno crollare le vaccinazioni, creano paure infondate e fanno arricchire i truffatori.

Sì, avete capito bene: non faccio debunking per i soldi. Anche perché ci si guadagna poco. Oltretutto fare debunking non è il mio lavoro principale: mi guadagno da vivere principalmente facendo tutt’altro (il traduttore tecnico brevettuale, se proprio volete saperlo). Questo mi consente di essere indipendente e di dire le cose come stanno anche quando ci sono di mezzo le bufale pubblicate da politici o dai giornali o dai canali TV. Se volete degli esempi, cercate le etichette giornalismo spazzatura o leggi idiote in questo blog.

Ti dai alla politica?

Grazie, no, non ci penso nemmeno. Moderare un convegno e fare una consulenza con la Presidenza della Camera non significa darsi alla politica. Se un chimico fa l’analisi delle acque potabili a Montecitorio, mica entra in politica. Inoltre collaboro con la Presidenza, ossia con l’istituzione, a prescindere da chi ricopre questo ruolo.

Ho accettato l’invito della Presidenza perché consente di far arrivare i concetti del debunking e la conoscenza dei meccanismi ingannevoli delle bufale a un pubblico molto vasto, che normalmente non verrebbe raggiunto via Internet e per questo è più indifeso. Quando David Puente ed io abbiamo smascherato una delle tante fabbriche di false notizie che lavorano per denaro, la notizia è finita su tutti i principali giornali, raggiungendo in un solo giorno alcuni milioni di persone, allertandole all’esistenza di questo fenomeno poco conosciuto. Questo è un risultato che non sarebbe stato possibile ottenere usando canali online tradizionali.

Forse è un gesto politico, in effetti, ma nel senso alto del termine: quello di rendersi utili ai cittadini.

Faccio il censore?

No, manco morto: io segnalo semplicemente i siti che pubblicano bufale (e lo faccio anche quando il sito è quello di Repubblica o del Corriere). Ma non li censuro e non voglio che vengano censurati: preferisco che gli utenti di Internet li possano vedere, riconoscere come bufalari e poi decidere se vogliono evitarli. Se vi raccontano balle, non volete saperlo?

In realtà di solito sono i siti stessi a censurarsi da soli quando si sentono sputtanati, come è successo per esempio per Liberogiornale o Repubblica.

Per darvi un’idea di quanto mi stia in odio la censura, tenete presente che io insegno a eluderla, sia in questo blog, sia nei corsi di giornalismo informatico che tengo per esempio per i colleghi della Radiotelevisione Svizzera.

Sto prestando il fianco a un attacco alle libertà di Internet?

Se vi sembra strano che ci sia di colpo tutto questo interesse per le bufale da parte dei governi e dei media tradizionali, non siete i soli. Non siete i soli a sospettare che si tratti di una manovra per avere consenso popolare per introdurre nuove forme di censura e controllo di Internet, oppure per dare la colpa delle false notizie agli utenti di Internet e distrarre da un fatto fondamentale: i più grandi propagatori di balle sono i media tradizionali, per incompetenza o per calcolo, come ho segnalato tante volte in questo blog.

Programmi di panzane totali come Voyager o Mistero non sono video fatti da acerbi Youtuber: sono produzioni professionali delle reti televisive mainstream. E raggiungono, ad ogni puntata, un numero di persone che fa impallidire qualunque sito Internet. I siti di giornali come il Corriere ospitano pagine come quelle di Flavio Vanetti, per il quale ogni tafano che passa davanti all’obiettivo è un disco volante che arriva dal Pianeta Papalla. Agenzie di stampa come ADNKronos pubblicano idiozie come gli articoli che promuovono il “respirianesimo” (l’idea suicida di vivere senza cibo, “nutrendosi” solo di aria e sole), dando loro autorevolezza e credibilità.

Sono ben consapevole del fatto che la segnalazione dei siti che pubblicano bufale per denaro può essere strumentalizzata come giustificazione per tentativi (stupidi) di censura o schedatura degli utenti. Per questo non perdo occasione, come è successo anche al convegno di Montecitorio, per ricordare che questo non è un problema di Internet: è un problema dei giornalisti avidi di scoop e sensazionalismi, che ci sono anche nella carta stampata, alla radio e alla TV. E lì possono fare assai più danni di quanto si possa fare su Internet.

Perché non debunko questa o quell’altra cosa quando me lo chiedono?

Perché non sono una scimmietta ammaestrata che fa lo spettacolino a comando. Come ho già detto qui sopra, non sono pagato per fare debunking: è una passione, per cui decido io se mi va di farlo e a quale argomento dedicarmi. Non perdete tempo a scrivermi dicendo “Debunkami questo!”. E tenete presente che mi occupo solo di vicende concrete, non di opinioni.

Quindi è inutile (e anche piuttosto stupido) insinuare che non debunko una certa storia perché non voglio dare contro il potente di turno che è coinvolto. Se non lo faccio, è semplicemente perché:

a) non ho tempo: sto lavorando ad altro e il debunking non è il mio lavoro principale
b) il tema non mi interessa
c) è al di fuori del mio campo di competenza
d) non è una faccenda importante.

Fra l’altro, non sono mica l’unico debunker al mondo: ce ne sono molti altri, più bravi di me. Potete benissimo rivolgervi a loro.

Ma chi sono io per fare il debunker? Che titoli ho?

C’è chi s’inviperisce perché non ho una laurea apposita per fare debunking (sono diplomato in lingue, se ci tenete a saperlo; ho iniziato a lavorare come traduttore ancora prima di diplomarmi) dimenticandosi che non esiste una Facoltà di Debunking e che quindi lamentarsi che non ho titoli per fare debunking è una stupidaggine. Io ho oltre vent’anni d’esperienza nel settore, ho lavorato con alcuni fra i più grandi esperti del campo e comunque mi appoggio sempre a esperti degli specifici argomenti di cui mi occupo. Se avete di meglio da offire, fatevi avanti.

Ma il mio account Twitter è pieno di follower falsi perché li ho comprati?

Figuriamoci se ho tempo, voglia o bisogno di comprare follower. I fake sono un problema diffuso di Twitter: si attaccano spontaneamente agli account popolari e non ci sono metodi sicuri per filtrarli automaticamente (se ne conoscete, sono tutt’orecchi).

Comunque secondo il test che cito qui (e che ho commissionato io a Twitteraudit) il 56% dei miei follower è reale. Anche togliendo il 43% di falsi, mi restano 181.000 follower reali. È un problema?

Un criticone, @Frangit2000, ha insinuato pubblicamente questa balla dei fake, così ho chiesto ai miei follower di scrivergli educatamente spiegando che non erano fake. La risposta dei follower è stata epica: sono ormai giorni che @frangit2000 è sommerso di tweet individuali che gli dicono “non sono un fake”. Non so come ringraziarvi.

Ma perché me la prendo solo con le bufale del partito X e trascuro quelle del partito Y?

La cosa buffa è che vengo criticato dai twittatori di destra perché non faccio debunking sulle bufale della sinistra e dai twittatori di sinistra perché non debunko le cazzate di destra. Mai una gioia.

In tutti i miei anni di debunking ho cercato di non sottolineare l’affiliazione politica dei vari esponenti di cui verificavo le affermazioni, per cui faccio un po’ fatica a stilare un elenco di bufalari di destra, di centro e di sinistra: ne trovate un elenco parziale qui sotto. Se mi potete dare una mano sfogliando il Disinformatico e segnalandomi altri esempi, ve ne sarò grato.

– Italo Sandi, deputato dei Democratici di Sinistra, 2003 (scie chimiche)
– Piero Ruzzante, deputato dei Democratici di Sinistra, 2003 (scie chimiche)
– Severino Galante, deputato dei Comunisti Italiani, 2005 (scie chimiche)
– Davoli, Uras e Pisu (consiglieri di Rifondazione Comunista), 2006 (scie chimiche)
– Beppe Grillo, 2006 (cellulari cuociuova)
– Gianni Nieddu, senatore dell’Ulivo, 2006 (scie chimiche)
– Amedeo Ciccanti, senatore dell’UdC, 2007 e 2009 (scie chimiche)
– Katia Bellillo (deputata dei Comunisti Italiani e già ministro agli Affari Regionali e alle Pari Opportunità), 2007 (scie chimiche)
– Beppe Grillo, 2008 (Biowashball)
– Sandro Brandolini, deputato del Partito Democratico, 2008 (scie chimiche)
– Antonio Di Pietro, deputato dell’Italia dei Valori, 2008 (scie chimiche)
– Antonio La Forgia, Alessandro Bratti e Manuela Ghizzoni (Partito Democratico), 2009 (scie chimiche)
– Oskar Peterlini, senatore del Südtiroler Volkspartei, 2009 (scie chimiche)
– Domenico Scilipoti, deputato di Iniziativa Responsabile, 2011 (scie chimiche)
– Giuseppe Vatinno, deputato di Italia dei Valori, 2012 (interrogazione parlamentare sugli UFO)
– Roberto Zaffini (Lega Nord), 2013 (scie chimiche)
– Paolo Bernini, deputato Movimento 5 Stelle, 2013 (chip sottopelle segreti)
– Carlo Sibilia, deputato Movimento 5 Stelle, 2014 (negazione degli sbarchi sulla Luna)
– Bartolomeo Pepe (senatore, gruppo Grandi Autonomie e Libertà), 2016 (antivaccinismo)

L’origine del mito degli Illuminati

L’origine del mito degli Illuminati

Ultimo aggiornamento: 2017/10/06 19:30. 

Gli Illuminati, la presunta società segretissimissima che governerebbe di nascosto i destini del mondo, sono un caposaldo del cospirazionismo su Internet e fuori dalla Rete. Ma mi chiedo quanti di quelli che ci credono (o hanno qualche dubbio) sanno realmente com’è nata questa storia.

Lo spiega la BBC in un bell’articolo che ricostruisce la genesi degli Illuminati così come vengono raccontati oggi dai complottisti: l’omonima società segreta bavarese del Settecento non c’entra nulla. Tutto nacque invece negli anni Sessanta del secolo scorso, quando fu pubblicato in tiratura molto modesta un libro autoprodotto, Principia Discordia, che era stato pensato come una parodia delle religioni e dei culti. Il libro presentava con finta serietà il culto di Eris, dea appunto della discordia, e si proponeva come manifesto di un gruppo di anarchici buontemponi che voleva ispirare forme di disubbidienza civile, scherzi e finte notizie satiriche.

I suoi autori, Greg Hill e Kerry Wendell Thornley, decisero che uno degli strumenti di creazione del caos che faceva parte di questo manifesto sarebbe stata appunto l’invenzione di false notizie sugli Illuminati. Un loro compare, Robert Anton Wilson, lavorava per la rivista Playboy: lui e Thornley iniziarono a inviare alla rivista lettere inventate, attribuendole a lettori inesistenti, che parlavano di questa élite segreta degli Illuminati. Alcune lettere smentivano le altre, con l’intento di creare maggiore scetticismo nei confronti delle notizie pubblicate. Ma le cose andarono ben diversamente: Wilson e Robert Shea scrissero una trilogia dedicata agli Illuminati (The Illuminatus! Trilogy), ai quali attribuirono ogni cospirazione e dramma dell’epoca, come l’assassinio del presidente Kennedy, in un vortice parodistico che somiglia a una versione cartacea di Lercio.it. L’intento era umoristico, ma la trilogia fu presa sul serio dal sottobosco dei cospirazionisti e divenne un successo inatteso, che persiste da decenni.

Oggi anche celebrità come Jay-Z e Beyoncé usano i simboli degli Illuminati creati da Thornley, Hill, Shea e Wilson e durante i concerti alzano le mani per formare il triangolo che sarebbe il segno di riconoscimento della setta inesistente. Chissà quante di queste celebrità, dei loro fan e degli appassionati di teorie di complotto sanno di essere cascati in una burla inventata a tavolino.