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Il successo dei bufalari è anche colpa di Facebook: una proposta per rimediare

Il successo dei bufalari è anche colpa di Facebook: una proposta per rimediare

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una anche voi (Paypal/ricarica Vodafone/wishlist Amazon) per incoraggiarmi a scrivere ancora. Ultimo aggiornamento: 2017/01/16 9:35.

Si fa presto a dare la colpa agli utenti pecoroni e distratti e all’analfabetismo digitale, ma secondo me c’è anche un altro fattore importante da considerare: l’inganno visivo causato da Facebook.

Quando Facebook incorpora una fonte esterna, ne rimuove tutti i segni grafici distintivi e la rende uniforme. Questa scelta grafica toglie al lettore tutti gli indicatori visivi della provenienza e della qualità di una notizia e rende molto più facile l’equivoco. Togliere questo appiattimento grafico potrebbe rendere più facile accorgersi che si sta condividendo una falsa notizia pubblicata da un sito bufalaro.

Faccio un esempio: se visitate il sito bufalaro Il Giornale italiano, che ha pubblicato la bufala (intenzionale) delle foto di Venezia ghiacciata (che ho debunkato qui sulla Bufalopedia), la sua grafica molto sommaria e poco curata salta subito all’occhio, con quella testata enorme, la foto in basso non centrata e i titoli che scorrono maldestramente nelle colonne laterali. Ha chiaramente l’aria di un sito di dilettanti.

La stessa notizia (falsa) viene vista tramite Facebook così:

Confrontatela ora con una notizia presa da un quotidiano (solitamente) non bufalaro, vista sempre tramite Facebook:

Su Facebook, la notizia del sito bufalaro e quella del Corriere della Sera vengono visualizzate nello stesso modo: tutta l’attenzione è sull’immagine, enorme, accompagnata da un titolo e da due righe di testo iniziale dell’articolo. È sparita l’impaginazione originale, non c’è più il logo del giornale in evidenza, non c’è più il font differente che caratterizza un sito rispetto a un altro, è sparito anche l’a capo che chiarisce che Rozza non è un aggettivo riferito a notte: è tutto uguale, indifferenziato, annacquato, omogeneizzato. E la cosa più importante, ossia l’origine della notizia, è relegata in un angolo, in basso, in caratteri piccoli e oltretutto grigi (con grande gioia, immagino, degli ipovedenti).

Faccio quindi una proposta: che Facebook aggiunga all’immagine il logo della testata (non il nome, ma il logo, quindi in forma grafica) in modo da dare al lettore un indicatore chiaro, intuitivo e ben visibile della provenienza di una notizia. Non risolverà il problema delle false notizie, ma almeno aiuterà gli internauti a non farsi ingannare, come invece capita spesso: non per stupidità, ma per semplice distrazione.

Non ditemi che a Facebook mancano le risorse per farlo: il social network di Zuckerberg guadagna circa un miliardo di dollari al mese ed è in grado di identificare al volo il contenuto di tutte le foto che vengono caricate; l’azienda ha abbastanza soldi da costruire flotte di droni giganti interconnessi per portare Facebook alle zone rurali del pianeta. Chiedere un embed automatico di un logo in ogni immagine non sembra un’impresa al di sopra delle sue forze.

2017/01/16 9:35. Per chi obietta nei commenti che i bufalari potrebbero inserire i loghi di testate attendibili nelle proprie immagini oppure usare loghi simili a quelli delle testate di cui imitano il nome, va considerato che l’abuso di un logo o di un marchio registrato è più facile da perseguire (intento confusorio) rispetto al nome di dominio assonante. I bufalari lo sanno: non è un caso che usano quasi tutti dei loghi che non somigliano a quelli delle testate imitate.

Stamattina discutiamo di fake news e malnotizie a Rete Uno (Radiotelevisione Svizzera)

Stamattina discutiamo di fake news e malnotizie a Rete Uno (Radiotelevisione Svizzera)

Oggi alle 11:10 sarò ospite della Rete Uno della Radiotelevisione Svizzera, insieme ad Alessandro Longo, nel programma Millevoci per parlare di false notizie, dei loro danni e di come contrastare un fenomeno che nel 2016 ha avuto conseguenze esplosive.

La trasmissione sarà condotta da Nicola Colotti, è intitolata La… rete delle imposture? Internet tra verità, menzogne e furbizie ed è ascoltabile in streaming in diretta qui.

Il cinico business delle bufale, quarta parte: le proposte di Pitruzzella. Una buona, due pessime

Il cinico business delle bufale, quarta parte: le proposte di Pitruzzella. Una buona, due pessime

Credit: ignoto al momento.

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Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Antitrust italiano, ha rilasciato un’intervista al Financial Times nella quale ha delineato tre proposte di contrasto alla diffusione delle false notizie (o “bufale”). Il FT le riassume dicendo che Pitruzzella propone ai paesi dell’Unione Europea di “costituire enti indipendenti – coordinati da Bruxelles e ispirati al modello delle agenzie antitrust – che potrebbero” fare tre cose:

1. “etichettare rapidamente le notizie false”
2. “toglierle dalla circolazione”
3. “imporre sanzioni se necessario”

Un sunto italiano delle dichiarazioni di Pitruzzella è per esempio sul Sole 24 Ore e su Repubblica (che si concentra soprattutto sul commento polemico di Beppe Grillo). Se vi interessa la mia opinione di debunker di lungo corso, la trovate qui sotto [2017/01/02: quelle dei colleghi debunker David Puente e Maicolengel di Bufale un tanto al chilo sono rispettivamente in La lotta alle fake news è un attacco alla libertà di parola? Citano la censura per far rumore e Il minculpop e il giornalismo stronzo e approfondiscono la questione con esempi concreti tratti dalla realtà mediatica italiana].

1. “etichettare rapidamente le notizie false”: Sì, ma perché farlo solo per Internet? Le bufale mica stanno solo lì

Sono a favore di un sistema che consenta agli utenti di sapere al volo se una notizia che stanno leggendo è considerata attendibile o no. Non è semplice, perché non tutte le notizie si prestano a un debunking netto (“Il politico X ha detto Y” è facile da smentire o confermare, per esempio; “tornare alla lira salverebbe l’Italia” molto meno), ma per molte false notizie è tecnicamente fattibile. Gli strumenti tecnici di verifica esistono già, e ci sono già anche alcune soluzioni informatiche di “etichettatura”, come This Is Fake.

Ma questa etichettatura deve valere per tutta l’informazione digitale, compresa quella delle testate giornalistiche e dei siti web, non solo per quella dei social network, dei blog e dei singoli utenti come sembra proporre Pitruzzella. Perché anche i giornali e i siti web pubblicano false notizie, spesso sapendo di aver omesso il minimo controllo sulle fonti (questo mio blog ne ospita molti esempi) o addirittura sapendo di commettere un falso (il recentissimo caso del Guardian che taglia e rimonta le dichiarazioni di Julian Assange rilasciate a Stefania Maurizi per farlo sembrare un pazzo filo-Putin è emblematico).

Il modello da usare, secondo me, non è quello delle agenzie antitrust,
lente e burocratiche, ma quello snello e veloce degli antivirus, che
segnalano i siti che disseminano malware. Perché per i virus come per le
notizie false, la velocità di reazione è tutto.

Sarei d’accordo, quindi, su una sorta di “bollino” di qualità sulle notizie online: ma che valga per tutti, non solo per alcuni. Altrimenti si difende la casta degli editori e dei malgiornalisti e si incriminano solo i cittadini utenti del Web e dei social network, e questo sarebbe inaccettabile. Le bufale sono un danno sociale, ma i social network non devono essere il capro espiatorio.

2. “toglierle dalla circolazione”: NO. Sarebbe censura

Qui sono completamente in disaccordo con Pitruzzella, per ragioni tecniche ed etiche. Sul piano tecnico, impedire la circolazione in Rete di una notizia (vera o falsa) è semplicemente impraticabile. Non è teoria: abbiamo sotto gli occhi il fallimento pluriennale dei tentativi dell’industria musicale e cinematografica di impedire la circolazione di musica e film. Sappiamo già come va a finire quando si tenta di togliere un’informazione da Internet.

Sul piano etico, qualunque tentativo di “togliere dalla circolazione” va chiamato col suo nome: censura. Dire, come fa Pitruzzella, che si potrebbe “continuare a usare un’Internet libera e aperta” intanto che qualcuno decide di “togliere dalla circolazione” dei contenuti è una contraddizione. Qualunque tentativo di censura richiederebbe forme di sorveglianza di massa assolutamente intollerabili in una società che vuole dichiararsi democratica. Per maggiori dettagli, citofonare Cina.

La censura, inoltre, finirebbe per presentare come martiri i siti che venissero colpiti da provvedimenti per “toglierli dalla circolazione”: essere censurati è il sogno proibito di ogni complottista. È, per lui, la conferma che sta dicendo qualcosa di vero e che fa male ai “poteri forti”.

Al posto della censura, semmai, sarebbe opportuno incoraggiare la pubblicazione di informazioni corrette e verificate. I sostenitori delle “scie chimiche”, per esempio, non si contrastano chiudendo i loro siti: è proprio quello che vogliono per sentirsi eroi dell’aria fritta. È molto meglio pubblicare un buon debunking: i Protocolli dei Savi di Sion e il loro antisemitismo strisciante, per fare un esempio più serio, non si combattono vietandone la circolazione, ma dimostrando che sono dei falsi dilettanteschi.

3. “imporre sanzioni se necessario”: NO. I bufalari di professione e i propagandisti se ne fregherebbero, esattamente come fanno oggi gli editori

A prima vista l’idea di multare i siti che diffondono notizie false sembra pratica: colpirli nel portafogli parrebbe un buon deterrente. Ma in realtà una sanzione favorirebbe soltanto i gruppi editoriali e spezzerebbe le gambe alle testate giornalistiche minori, ai giornalisti indipendenti e agli utenti comuni. Sarebbe uno strumento di repressione delle notizie scomode al pari delle “querele temerarie” che già sono una spada di Damocle per molti giornalisti.

Multare Facebook? Non fatemi ridere: Facebook ha ricavi per sette miliardi di dollari a trimestre. Persino una sanzione come quella proposta spettacolarmente in Germania (500.000 euro per post) sarebbero trascurabili per un colosso del genere: l’equivalente, se ho calcolato bene, di nove minuti dei suoi ricavi.

Le sanzioni sarebbero inefficaci anche contro i gruppi editoriali, che spesso addirittura le mettono in preventivo, sapendo che comunque guadagneranno di più di quello che pagheranno di sanzione. Un esempio per tutti: Chi e Novella 2000 (RCS e Mondadori) sono state condannate a marzo 2016 a risarcire 40.000 euro ciascuna per la pubblicazione di foto private di George Clooney ed Elisabetta Canalis. Quanto pensate che abbiano guadagnato con le copie vendute in più grazie alle foto illegali?

E cosa succederebbe agli organi di propaganda, come Russia Today, finanziati direttamente dai governi? Nulla. Chi mai volete che infligga multe a un governo come quello russo o americano?

Anche l’ipotesi di disporre delle sanzioni proporzionate ai ricavi, emersa nei commenti dopo la pubblicazione iniziale di questo articolo, mi sembra poco praticabile. Quale giudice, o quale commissione di esperti, si sentirebbe di infliggere prontamente multe da vari miliardi di euro che possano seriamente impensierire colossi come Facebook? Questa responsabilità rallenterebbe eccessivamente le attività di qualunque sistema antibufale e quindi lo renderebbe inefficace.

Personalmente applicherei, come dicevo, il modello snello e veloce delle società antimalware: segnalazione rapida, su basi concordate fra vari esperti, avviso su schermo per gli utenti (che possono decidere se usare o no l’app segnalabufale) e basta. Alle sanzioni e a tutto il resto potrà semmai pensare l’apparato giuridico convenzionale.

Il cinico business delle bufale. Prima parte: Liberogiornale.com

Il cinico business delle bufale. Prima parte: Liberogiornale.com

di Paolo Attivissimo con la collaborazione tecnica di David Puente. Pubblicazione iniziale: 2016/12/16 7:00. Ultimo aggiornamento: 2016/12/27 10:10.

“Gentiloni choc: ‘Gli italiani imparino a fare sacrifici e la smettano di lamentarsi”, scrive Liberogiornale.com, e la notizia (completamente falsa) diventa rapidamente la più letta in Italia, con decine di migliaia di condivisioni sui social network, secondo i dati di Repubblica.

Ma Liberogiornale.com non è un semplice sito d’informazione amatoriale che sbaglia o un sito di “satira e finzione” (come asserisce in caratteri piccolissimi in un angolo ben nascosto): è una fabbrica professionale di panzane. Pubblica intenzionalmente balle per fare soldi; e se queste balle disinformano un intero paese, creano panico infondato o danneggiano qualcuno, fa niente, tanto i soldi della pubblicità non puzzano e anzi lavano la coscienza.

Altro che informazione “alternativa” di Internet: Liberogiornale.com è in realtà una struttura schiettamente commerciale, che lucra sulle false notizie e sfrutta gli utenti che abboccano ai suoi strilli acchiappaclic. E fa parte di una rete professionale occulta di siti sparabufale che ha ramificazioni anche fuori dall’Italia. Con l’aiuto di David Puente, collega debunker ed esperto in tracciamento online, oggi cominciamo a diradare la cortina fumogena che ha finora coperto gli affari cinici degli spacciatori di false notizie-shock.

La piovra delle panzane

Liberogiornale.com fa parte di una galassia di siti bufalari che spesso storpiano in modo ingannevole i nomi di testate giornalistiche molto note, come Ilfattoquotidaino.com (non è un refuso: è proprio quotidaino), News24tg.com o Gazzettadellasera.com.

L’intento sembra piuttosto evidente: ingannare i lettori facendo credere che le notizie pubblicate provengano da testate autorevoli e incassare grazie al traffico pubblicitario derivante dalla frenetica condivisione.

I nomi dei titolari di questi siti sono nascosti: se si consulta il registro pubblico dei titolari, per esempio tramite Domaintools, risulta che Liberogiornale.com è intestato alla società Domains by Proxy LLC, che è una delle tante aziende online alle quali ci si rivolge per proteggere la propria identità da spammer e altri scocciatori.

Ma c’è un legame nascosto che unisce questi siti apparentemente distinti e permette di risalire ai loro veri proprietari, ed è proprio la pubblicità. Esaminando attentamente il codice pubblico delle loro pagine, come ha fatto David Puente nell’ambito di un’indagine ben più ampia durata alcuni mesi, emerge infatti che questi siti usano una stessa fonte, e addirittura condividono lo stesso account da publisher, per i propri banner pubblicitari.

La fonte è la società Edinet, con sede a Sofia, in Bulgaria. I suoi dati pubblici sono nel registro del Ministero della Giustizia bulgaro. Il sito della società è Edinet.bg, il cui “Chi siamo” (scritto, stranamente, in italiano) spiega che si tratta di un “Gruppo editoriale” che ha uffici “in Francia, Germania, Slovenia e soprattutto Italia. I componenti e collaboratori di Edinet sono al 90% Italiani ed è proprio in Italia che sono puntate tutte le nostre risorse.” Ma che sorpresa.

Il registro del ministero bulgaro indica anche il nome del titolare di Edinet: Carlo Enrico Matteo Ricci Mingani.

Ulteriori ricerche fanno poi emergere un comunicato stampa, presso Comunicati-stampa.net, nel quale compare il nome di Matteo Ricci come “responsabile delle pubblicazioni” di Edinet Ltd. Il comunicato annuncia che “Edinet Ltd ha rilevato il gruppo KontroKultura”. Guarda caso, L’account publisher condiviso da questi siti si chiama “kontrokultura”. Ricci si vanta di gestire “oltre 30 testate online”.

Quali altri siti ospitano i banner pubblicitari di Edinet con l’account “kontrokultura”? A questo punto non è difficile scoprirlo, usando sempre strumenti pubblici: oltre a Gazzettadellasera.com e Liberogiornale.com spuntano News24europa.com, News24tg.com, Notiziea5stelle.com e altri ancora.

Ci sono molti altri elementi che legano e accomunano questi siti: questo è solo l’inizio e ne parleremo nelle prossime puntate. C’è anche, intorno a questi siti, uno stuolo di promotori, di “pompatori” di queste false notizie sui social network: complici consapevoli e inconsapevoli. Ma se nel frattempo volete sapere chi è che fabbrica queste bufale ad alto impatto sociale e politico, chi crea polemiche finte, chi coordina questo spaccio destabilizzante, ora avete un nome. Un nome che ha fatto molto per nascondere le proprie tracce, ma che alla fine è emerso usando proprio le risorse di quella Rete che i bufalari di professione vorrebbero sfruttare come miniera d’oro personale.

2016/12/17

Questo articolo ha superato le centomila visualizzazioni ed è stato ripreso da molte testate giornalistiche, sia online sia su carta: Il Secolo XIX, Repubblica, Il Post, TGCom24, La Stampa, Il Foglio e altri. È un buon passo verso l’obiettivo di questo ciclo di indagini, che non è la censura, ma la segnalazione al grande pubblico dell’esistenza di un business della bufala, socialmente pericoloso e poco conosciuto. Poi ognuno deciderà se alimentare questo business o no. E personalmente sono contrario alla censura, come chiunque può leggere nei miei articoli sul tema.

Matteo Ricci Mingani ha fatto alcune dichiarazioni a Repubblica, al Corriere, al Secolo XIX e ad Agi.it. Sempre Agi.it, a firma di Matteo Flora e Arcangelo Rociola, ha proseguito l’indagine, partendo dai dati pubblicati qui e fornendo altri dettagli sull’attività e la struttura di Edinet e della galassia di siti promotori di articoli-bufala.

Mingani ha dichiarato di essere estraneo ai contenuti dei siti in questione e di fare semplice hosting: le prossime puntate di questa indagine documenteranno che questa sua asserzione è perlomeno fantasiosa.

Intanto Liberogiornale.com e Ilfattoquotidaino.com hanno sospeso volontariamente le pubblicazioni: al posto delle bufale ora c’è solo un avviso che recita “Servizio sospeso – Edinet Ltd in seguito a quanto appreso dai mezzi di comunicazione sospende l’erogazione del servizio gestito su nostri server in via cautelare. Edinet Ltd è estranea ai contenuti pubblicati da terzi ospitati su nostri server.” Forse involontariamente, l’avviso conferma che Edinet è collegata a Liberogiornale.com e Ilfattoquotidaino.com.

Matteo Ricci Mingani ha eliminato il proprio account Twitter (@nighyfly), che mostrava la sua affiliazione politica molto esplicita: un aspetto che David Puente ed io conoscevamo ma abbiamo volutamente messo da parte per non prestare il fianco a chi, inevitabilmente, avrebbe teorizzato un attacco politicizzato, distraendo dal reale scopo del debunking, che è ridurre i danni causati dalle bufale. Francamente a me non interessa il colore politico degli spacciatori di bufale: di destra o di sinistra, sono comunque pusher della panzana e seminano odio e paure infondate.

Un altro chiarimento importante: molti hanno collegato la pubblicazione di questa indagine al recente appello della Presidente della Camera, Laura Boldrini, contro le bufale del Web, pensando che l’indagine sia stata fatta in risposta a questo appello. Per farla breve: no. Una ricerca sistematica e dettagliata come quella che David Puente mi ha fornito non s’improvvisa in qualche giorno. I dati che ho visto (e che non ho ancora pubblicato) risalgono a mesi fa, quando non era neanche stato immaginato il convegno sulle bufale che ho moderato a Montecitorio.

2016/12/27

La seconda parte di questa serie di articoli è stata pubblicata qui.