Sono stato ospite del canale YouTube Il Salotto di Paola e Alan per una chiacchierata-intervista sul mio strano mestiere di cacciatore di bufale. Il mio libro Siamo mai andati sulla Luna? è acquistabile qui su carta o come e-book. Buona visione, e buona fine d’anno!
Durante la puntata del 30 ottobre scorso di The Kardashians, Kim Kardashian ha citato e sostenuto le tesi di complotto che negano gli allunaggi umani avvenuti tra il 1969 e il 1972. Ha citato delle frasi attribuite all’astronauta Buzz Aldrin, che insieme a Neil Armstrong scese sulla Luna a luglio del 1969.
La Kardashian ha citato un video che è un montaggio di vari spezzoni di interviste a Aldrin. In uno di questi spezzoni viene chiesto all’astronauta quale sia stato il momento di massima paura e lui risponde che non c’è stato perché non è successo. Lei interpreta il “non è successo” come se fosse riferito alla missione, senza chiedersi che senso avrebbe mai che Aldrin dicesse di non essere andato sulla Luna dopo cinquant’anni di gloria per esserci andato. In realtà, guardando il video integrale si capisce subito che Aldrin sta rispondendo con precisione e letteralmente alla domanda e dice che non è mai accaduto un singolo momento di massima paura, perché l’intera missione era piena di rischi.
In un altro spezzone, sembra che Aldrin dica che “non ci siamo andati”, ma sta rispondendo a una bambina che gli ha chiesto come mai non ci siamo tornati, e la sua risposta è che secondo lui non ci siamo andati di nuovo per questione di costi. Tutto qui.
Come al solito, i complottisti rimontano intenzionalmente le dichiarazioni delle persone per adattarle alle loro tesi idiote e le persone ingenue abboccano agli inganni dei complottisti. Quando la persona ingenua è celebre, finisce per diffondere scemenze, aiutata dai produttori di reality che fiutano una polemica che faccia parlare della loro vacua paccottiglia. La polemica sul nulla viene poi amplificata dalla grancassa del giornalismo cialtrone e dei social network che promuovono qualunque contenuto generi traffico e quindi profitto, fregandosene delle conseguenze.
E i fatti si accucciano in un angolo, ignorati da tutti.
In dettaglio
Nella puntata numero 2 della settima stagione del programma The Kardashians (distribuito su Hulu), andata in onda pochi giorni fa, Kim Kardashian ha manifestato la propria credenza nella tesi complottista secondo la quale gli allunaggi umani del programma Apollo, avvenuti fra luglio 1969 e dicembre 1972, sarebbero stati una messinscena.
A 40:47 dall’inizio, Kim Kardashian si rivolge alla collega Sarah Paulson e le parla di video che riguardano Buzz Aldrin, l’astronauta che insieme a Neil Armstrong camminò sulla Luna durante il primo allunaggio umano a luglio del 1969. Kardashian dice a Paulson: “This girl says, ‘What was the scariest moment?’ And he goes, there was no scary moment because it didn’t happen. It could have been scary, but it wasn’t because it didn’t happen.”(“Questa ragazza dice ‘Qual è stato il momento che ti ha fatto più paura?’ e lui dice che non c’è stato un momento di paura perché non è accaduto. Avrebbe potuto essere spaventevole, ma non lo è stato perché non è accaduto.”).
Kardashian poi aggiunge: “So I think it didn’t happen” (“Quindi io penso che non sia accaduto”).
Ha ribadito questa sua tesi anche in seguito nella puntata, a 41:50 [video su Today.com]. Uno dei produttori le chiede “You think that we didn’t walk on the Moon?” (“Credi che non abbiamo camminato sulla Luna?”) e lei risponde: “I don’t think we did. I think it was fake. I’ve seen a few videos on Buzz Aldrin talking about it didn’t happen. He says it all the time now in interviews. Maybe we should find Buzz Aldrin. Oh my God, Khloe should get him on her podcast. […] Why does Buzz Aldrin say it didn’t happen?” (“Non credo che l’abbiamo fatto. Credo che fu una messinscena. Ho visto alcuni video a proposito di Buzz Aldrin che dice che non è successo. Adesso lo dice in continuazione nelle interviste. Forse dovremmo trovare Buzz Aldrin. O mio Dio, Khloe dovrebbe ospitarlo nel suo podcast. […] Perché Buzz Aldrin dice che non è successo?”).
Subito dopo, Kim Kardashian afferma inoltre che “sulla Luna non c’è gravità” (“There’s no gravity on the Moon”) [Entertainment Weekly]: un’asserzione indiscutibilmente falsa che rivela eloquentemente il livello reale della sua conoscenza dell’argomento sul quale ritiene di poter sentenziare così pesantemente, accusando gli altri di essere bugiardi. E poi chiede: “Why is the flag blowing? The shoes that they have in the museum, that they wore on the Moon, is a different print in the photos. Why are there no stars?” (“Perché la bandiera sta sventolando? Le scarpe che hanno nel museo, che hanno indossato sulla Luna, l’impronta è diversa nelle foto. Perché non ci sono stelle?”). Insomma, i capisaldi del lunacomplottismo, ai quali è già stata data risposta infinite volte: la bandiera sventola perché gli astronauti la stanno muovendo per posizionarla, gli astronauti indossavano delle soprascarpe termicamente isolanti, le stelle sono troppo fioche per vedersi in luce diurna.
Queste sue dichiarazioni sono diventate virali e così hanno ricevuto una breve risposta su X da Sean Duffy, direttore pro tempore della NASA, che ha ribadito che sì, siamo andati sulla Luna, ci siamo andati sei volte, e ci stiamo tornando con le missioni del programma Artemis.
Inevitabilmente, vista la notorietà di Kim Kardashian, le sue parole di complottismo dichiarato hanno attirato le attenzioni moleste e gli entusiasmi dei vari invasati e ottusangoli che ancora non si sono rassegnati al fatto che gli allunaggi sono una realtà documentata e accettata da chiunque ne sappia mezza sulla storia dell’astronautica e persino dai rivali sovietici. Perché queste persone non vogliano accettare questo semplice fatto sarebbe da capire, ma lasciamo stare e vediamo i fatti che riguardano le parole attribuite da Kardashian a Aldrin.
Il video al quale si riferisce Kim Kardashian è uno spezzone tratto da un incontro pubblico con Aldrin avvenuto alla Oxford Union Society nel 2015, secondo le ricerche di Today.com [video, a 1:49] e Unilad.com. La versione originale del video è disponibile qui sul canale YouTube della Oxford Union e nell’embed qui sotto.
Nel video, a 30:11, una persona del pubblico chiede all’astronauta quanto segue: “What was the scariest moment of the journey?” (“Quale fu il momento di massima paura del viaggio?”) e Aldrin, che a questo punto ha parlato già per mezz’ora di tutti i dettagli di come è andato sulla Luna, risponde: “Scariest? It didn’t happen. It could have been scary.” (“Quello di massima paura? Non accadde. Avrebbe potuto essere”).
Dal contesto dovrebbe essere lampante che quando Aldrin dice “non accadde” non si sta riferendo alla missione, della quale ha appunto parlato fino a questo punto in toni di assoluta realtà, ma si sta riferendo al momento di maggiore paura. Sta dicendo che non accadde un momento di massima paura, perché la missione era tutta pericolosa, come ha appena finito di dire. Tutto qui.
Dal pubblico, poi, gli arriva un suggerimento, e Aldrin si lancia in una lunga spiegazione delle attività sulla Luna, al rientro nella cabina del veicolo di allunaggio (ancora una volta, con il tono di chi sta raccontando un fatto reale), e rievoca il fatto di aver trovato sul pavimento della cabina un interruttore-disgiuntore (circuit breaker). Era quello di attivazione del motore che avrebbe dovuto riportare lui e il suo compagno Armstrong in orbita intorno alla Luna per incontrare il terzo membro dell’equipaggio, Michael Collins, che li stava aspettando nel veicolo spaziale principale. Insomma, trovare che questo comando fondamentale per il ritorno sulla Terra era rotto sarebbe stato forse il momento di massima paura.
Ma tutto questo, nello spezzone tagliato furbescamente dai complottisti, non lo trovate. Chiedetevi perché.
Colgo l’occasione per aggiungere un altro debunking che riguarda un video tagliato ad arte che riporta in modo ingannevole delle dichiarazioni di Buzz Aldrin. Secondo i lunacomplottisti, l’astronauta avrebbe detto a una bambina che l’allunaggio non è mai successo.
Lo scambio è visibile per esempio qui su YouTube o nell’embed qui sotto. Secondo Snopes e i dati pubblicati su YouTube, il video originale fu registrato a Washington, DC, il 5 settembre 2015, al National Book Festival.
Cominciamo dai dati di base, cioè dalla trascrizione fedele dello scambio tra la bambina e Aldrin, perlomeno come viene presentato nel video proposto dai complottisti, che è uno spezzone isolato di una conversazione che dura ben 17 minuti e nella quale Aldrin parla ripetutamente della realtà dei viaggi lunari, suoi e altrui.
Bambina: Why has nobody been to the moon in such a long time?
Aldrin:That’s not an eight-year-old’s question… That’s MY question. I want to know. But I think I know, ’cause we didn’t go there and… and that’s the way it happened and… and if it didn’t happen, it’s nice to know why it didn’t happen, so in the future, if we want to keep doing something, we need to know why something stopped in the past that we wanted to keep it going [segue rimontaggio delle parole di Aldrin].
Prima di tutto, la bambina chiede come mai non siamo tornati sulla Luna per così tanto tempo, e Aldrin risponde a questadomanda. Quindi l’assunto iniziale di entrambi è che ci siamo andati e la questione è capire come mai non ci siamo andati più.
La risposta di Aldrin è “Questa non è una domanda da bambina di otto anni [nel senso di “un adulto ti ha imbeccato questa domanda”, e in effetti nel video non tagliato si sente una voce maschile adulta che suggerisce alla bambina le parole chiave di ciascuna domanda]… è la MIA domanda. Lo voglio sapere”. Cioè Aldrin vorrebbe sapere come mai non siamo tornati sulla Luna per oltre cinquant’anni. E prosegue dicendo “Credo di saperlo, perché non ci siamo andati [sottinteso “di nuovo”] e… ed è andata così e…. e se non è successo [cioè se non ci siamo tornati], è utile sapere perché non è mai successo, così in futuro, se vogliamo continuare a fare qualcosa, abbiamo bisogno di sapere come mai in passato una cosa che volevamo far continuare si è interrotta.”
Aldrin non si esprime in maniera molto chiara (è sempre stato così nel parlare), ma il senso di quello che dice è comprensibile: siamo andati sulla Luna, abbiamo smesso di andarci, ed è utile interrogarsi sui motivi per cui abbiamo smesso di andarci, perché capire il passato può aiutarci a evitare che succeda di nuovo in futuro.
Il senso delle parole di Aldrin diventa molto più evidente se si ascolta anche la parte della risposta di Aldrin alla domanda della bambina che manca nella versione proposta dai complottisti e spiega i motivi del mancato ritorno sulla Luna secondo lui (da 8:00 nel video non tagliato):
Aldrin: Money. It’s a good thing. If you want to buy new things, new rockets, instead of keep doing the same thing over and over, then it’s going to cost more money. And other things need more money too. So having achieved what the President wanted us to do … and then what thousands, millions of people in America, and millions of people around the world …
“Soldi”, spiega l’astronauta. Abbiamo smesso di andare sulla Luna per carenza di fondi. “[il denaro] è una buona cosa. Se si vogliono comperare cose nuove, razzi nuovi, invece di continuare a fare la stessa cosa tante volte, allora costerà altri soldi. E ci sono anche altre cose che hanno bisogno di più soldi. Quindi, avendo ottenuto quello che il Presidente voleva che facessimo [andare sulla Luna, quindi Aldrin sta dicendo chiaramente che le missioni lunari sono avvenute]… e poi quello che migliaia di persone in America e milioni di persone nel mondo…”.
A questo punto Aldrin si ferma e cambia discorso.
Aldrin:You know, when we toured around the world after we came back [from the moon], the most fascinating observation was signs that said “WE did it.” Not just us, not just America, but we, the world! Different countries! They felt like they were part of what we were able to do. And that made us feel very good.
Traduco: “Sai, quando abbiamo fatto un tour mondiale dopo che siamo tornati [dalla Luna, ribadendo di nuovo che le missioni lunari sono state effettuate e aggiungendo che lui vi ha partecipato], la cosa più affascinante che abbiamo notato erano i cartelli che dicevano ‘NOI l’abbiamo fatto’. Non solo noi, non solo l’America, ma noi, il mondo! Paesi diversi! Sentivano di essere parte di quello che eravamo riusciti a fare. E questo ci ha fatto sentire molto bene.”
Questa seconda parte della risposta mette assolutamente in chiaro che non c’è nessuna presunta confessione di Aldrin, ma anzi una conferma di quello che ha sempre dichiarato e che è avvalorato da una vastissima documentazione storica. Se poi qualcuno crede di informarsi guardando venti secondi di video su TikTok o YouTube e che quei venti secondi tagliuzzati tendenziosamente siano più credibili di montagne di documenti tecnici accettati da tutto il mondo scientifico, il problema è suo.
Potete ascoltare l’intervista completa ad Aldrin qui su YouTube o nell’embed qui sotto.
A proposito dell’articolo de La Stampa del 12 luglio scorso pieno di
falsità sulle missioni lunari a firma di Luigi Grassia (ne ho scritto qui), poco fa ho inviato questa mail al direttore
(andrea.malaguti@lastampa.it) e a lettere@lastampa.it.
Oggetto: Richiesta di rettifica vostro articolo a firma Luigi Grassia
Buongiorno,
sono un giornalista specializzato in storia delle missioni spaziali. Le
segnalo che l’articolo a firma Luigi Grassia intitolato “Polemica: sulla Luna siamo andati o no? Il film “Fly me to the Moon”
rilancia i dubbi” contiene numerosi gravi errori fattuali e varie affermazioni
offensive nei confronti di chi lavora nell’industria aerospaziale odierna,
di cui l’Italia è protagonista.
Grassia dice che “alcune delle foto che la Nasa ha diffuso al tempo delle missioni Apollo
sono state riconosciute come false dalla stessa Nasa, che ha dovuto
ritirarle”. Non è vero.
Grassia afferma anche che “la Nasa diffuse a suo tempo, fra migliaia di altre, una doppia versione
di una foto dell’Apollo 15 sulla Luna.”
Anche questo non è vero.
Possiedo i cataloghi originali NASA delle foto di quella missione. Non c’è
nessuna “doppia versione”.
Per cui le insinuazioni di Grassia sulla NASA e sulle sue presunte “ammissioni sporadiche di falso” sono un parto della fantasia o
dell’incompetenza di qualcuno a cui Grassia ha prestato troppa fiducia.
Oltretutto tutte queste asserzioni di Grassia vengono fatte senza dare un
riferimento documentale. Quando sarebbero state fatte queste “ammissioni”? Da chi? Ogni foto della NASA ha un numero di serie che
la identifica: perché non indicare quale sarebbe il numero della foto “doppia”?
Trovo davvero spiacevole che si dia spazio, a cinquantacinque anni
dall’impresa lunare, a tesi strampalate già smentite abbondantemente da
tutti gli storici e dagli addetti ai lavori.
Trovo deprimente che dalle pagine de La Stampa si getti fango sulla comunità
aerospaziale di oggi, asserendo che “purtroppo la tecnologia con cui mezzo secolo fa siamo andati sulla Luna
è andata perduta e non si riesce a replicarla”. È falso.
La tecnologia spaziale degli anni sessanta non è “andata perduta”, ma
è diligentemente archiviata e viene tuttora consultata da chi costruisce
veicoli spaziali in tutto il mondo. Ed è falso che “non si riesce a replicarla”, che vuol dire dare degli incapaci agli
ingegneri aerospaziali di oggi. Si riesce eccome, ma si vogliono evitare i
rischi pazzeschi che furono accettati mezzo secolo fa, e ci sono molti meno
soldi, per cui si procede con grande prudenza.
Proprio a Torino, presso Thales Alenia, si progettano e costruiscono i
moduli della stazione orbitale lunare per il ritorno di equipaggi sulla
Luna.
Che dalle pagine di un quotidiano torinese si offenda chi studia per anni e
lavora sodo per ottenere un risultato che pone Torino e l’Italia
all’avanguardia nel mondo è davvero sconfortante.
Chiedo che l’articolo venga rettificato, come previsto dalla deontologia
dell’Ordine dei Giornalisti e dalla dignità di una testata storica.
Se le servono fonti tecniche e documentali, sono a sua disposizione. Sono
stato consulente dell’Apollo Lunar Surface Journal della NASA, di SuperQuark
per la puntata dedicata al primo allunaggio, ho scritto un libro dedicato
allo sbufalamento delle tesi di complotto (“Luna? Sì, ci siamo andati!”), sono traduttore personale degli astronauti Apollo e sono stato alla NASA
due volte a prendere un campione di roccia lunare da portare in Italia per
mostre ed eventi pubblici. In altre parole, conosco abbastanza bene la
materia sulla quale Grassia pubblica con preoccupante disinvoltura falsità
offensive.
Mi avete segnalato in tanti l’articolo a firma di Luigi Grassia su La Stampa, intitolato Polemica: sulla Luna siamo andati o no? Il film “Fly me to the Moon”
rilancia i dubbi.
Grassia lancia una serie di insinuazioni venendo meno a uno degli obblighi
fondamentali di qualunque giornalista: documentare le proprie fonti.
Per esempio, afferma che “alcune delle foto che la Nasa ha diffuso al tempo delle missioni Apollo
sono state riconosciute come false dalla stessa Nasa, che ha dovuto
ritirarle”. In che occasione, quando e dove lo avrebbe riconosciuto? C’è un comunicato
stampa, un documento, una dichiarazione di un portavoce? Boh. Non viene detto.
Grassia scrive che “la Nasa diffuse a suo tempo, fra migliaia di altre, una doppia versione di
una foto dell’Apollo 15 sulla Luna.”
Ma pagando la differenza, per l’amor del cielo, si potrebbe sapere quale sarebbe questa foto? Ogni foto degli allunaggi
(ce ne sono circa ventimila) ha un numero di serie: è così difficile
citarlo, così magari il lettore può andare a vedersi questa fantomatica
“doppia versione”? Macché. Ci dobbiamo fidare ciecamente di quello che afferma
Grassia.
L’unico indizio che l’autore dell’articolo ci concede è questa prolissa
descrizione (che inficia qualunque scusa del tipo “eh ma il numero di serie della foto non ci stava nell’articolo per
esigenze di spazio”):
“Nell’una e nell’altra si vede il comandante nella stessa posizione, vicino
al modulo lunare e a una bandiera americana piantata al suolo. L’angolazione
dell’inquadratura è la stessa e la posizione relativa dei tre soggetti
astronauta-modulo-bandiera è identica. Per essere precisi, in una delle due
il comandante Dave Scott ha le gambe appena un po’ più divaricate e
nell’altra appena un po’ meno, quindi si tratta di due scatti differenti, ma
presi in rapida successione esattamente dallo stesso punto. Infatti le due
immagini del modulo lunare e della bandiera sono esattamente sovrapponibili.
Eppure, sorpresa, il profilo della collina che fa da sfondo a queste due
foto ufficiali è completamente diverso: in una copre tutto l’orizzonte e
nell’altra circa la metà.”
La “doppia versione” della foto di Apollo 15
Quali potrebbero essere queste foto misteriose? Ho fatto una ricerca nei miei
archivi: ho i cataloghi originali completi delle missioni Apollo,
distribuiti su carta dalla NASA all’epoca, che fanno testo più di qualunque
fonte online. Secondo questi cataloghi ufficiali, le foto della missione
Apollo 15 nelle quali si vede il comandante Scott accanto al modulo lunare e
alla bandiera sono cinque in tutto.
Gli astronauti lunari di quella missione, Dave Scott e Jim Irwin (il terzo, Al
Worden, rimase in orbita intorno alla Luna nel veicolo principale), scattarono
sulla superficie lunare ben 1151 fotografie su pellicola 70mm, in bianco e nero o a colori, usando i caricatori (magazine)
etichettati SS
(b/n, 171 foto); MM
(b/n, 115 foto); LL
(b/n, 177 foto); NN
(colore, 165 foto); KK
(colore, 131 foto); TT
(colore, 94); WW
(b/n, 164); PP
(b/n, 88); OO
(b/n, 46).
Facendole passare pazientemente una per una (cosa che Grassia avrebbe potuto
evitarmi di fare se solo avesse citato il numero delle foto in questione)
risulta che le immagini corrispondenti alla descrizione (astronauta con
bandiera e modulo lunare) sono la AS15-88-11863, 11864, 11865, 11866
(caricatore TT) e la AS15-92-12444, 12445, 12446, 12447, 12448, 12449, 12450,
12451 (caricatore OO).
Ma Grassia parla di una foto di Scott, il comandante, e la tuta del comandante
è riconoscibile grazie alla banda rossa sul casco, per cui possiamo escludere
le foto 11864, 11865, 11866, 12444, 12445, 12446, 12447 (che mostrano Irwin,
senza banda rossa sul casco). Restano quindi cinque foto candidate: 11863,
12448, 12449, 12450, 12451.
Eccole qui: vedete per caso in qualcuna di queste foto quel “profilo della collina che fa da sfondo a queste due foto ufficiali”
che sarebbe “completamente diverso: in una copre tutto l’orizzonte e nell’altra circa
la metà”? O semplicemente Grassia ha scritto una minchiata?
11863.
12448.
12449.
12450.
12451.
Prosegue Grassia: “La Nasa ha riconosciuto che questo è impossibile (e ci mancherebbe altro)
pur avendolo fatto senza enfasi, non nell’ambito di un’autocritica
generale”. Ma davvero? Dove lo avrebbe fatto? Quando? Si può avere uno straccio di
fonte di questa asserita “autocritica”, o dobbiamo ancora una volta
fidarci della parola di Grassia, che a quanto risulta non è particolarmente
affidabile, vista la fandonia della “doppia versione” che ha appena
regalato ai lettori (paganti) de La Stampa?
Le “ammissioni sporadiche”
“Ma non si è trattato di un caso isolato” scrive poi Grassia. A suo dire “ci sono state alcune altre ammissioni sporadiche di falso. Ad esempio,
riguardo a un’immagine in cui una serie di riflettori si specchia
inopportunamente sulla visiera di un astronauta, oppure un’altra in cui un
incongruo cono di luce, tipo faretto, piove dall’alto (partendo da una
misteriosa chiazza bianca) a illuminare una presunta superficie lunare.”
Si va di male in peggio: se nel caso precedente Grassia aveva perlomeno
indicato la missione alla quale si riferiva, qui non indica neanche questo
dato. Per cui per sapere a quali foto si riferisce dovrei farmi passare seimilacinquecento immagini. Ma anche no. Sospetto di sapere a quali
foto si riferisce il giornalista, ma mi piacerebbe sapere da lui quali sono di
preciso.
E ancora una volta manca completamente qualunque indicazione di
dove, come o quando sarebbero state fatte queste “ammissioni”.
L’“autenticazione” della NASA
Grassia insiste: “La Nasa per ragioni sue ha autenticato alcune di queste foto, per sua
ammissione successiva false, provenienti da studi fotografici allestiti
sulla Terra, salvo fare marcia indietro alcuni anni dopo.”
Quali avrebbe autenticato? Dove? E dove sarebbe stata pubblicata questa “ammissione successiva”? In che anno, in che modo, da parte di chi
sarebbe avvenuta questa ipotetica “marcia indietro”?
La NASA “confusa”
“Tra le foto fasulle scattate in questi studi (o ritoccate) e quelle vere
fatte sulla Luna era difficile o impossibile scegliere: apparivano
indistinguibili, quanto a verosimiglianza, agli occhi della stessa Nasa, che
infatti si è confusa.”
Anche qui, nessuna indicazione di dove si sarebbe “confusa”. E affermare che
le foto “fasulle” (che non abbiamo ancora capito quali siano) sarebbero “indistinguibili” è una fesseria tecnica assoluta.
Primo, le condizioni di illuminazione della superficie lunare sono
estremamente particolari e difficilissime da replicare sulla Terra: assenza
totale di offuscamento atmosferico, per cui tutto è nitidissimo fino
all’orizzonte; una singola fonte primaria di luce (il Sole), in un cielo che
per il resto è nero (a parte il bagliore della Terra e quello trascurabile
delle stelle). Per cui distinguere una foto fatta sulla superficie lunare
reale da una foto fatta in studio è piuttosto facile per una persona
competente.
Secondo, sappiamo benissimo quali sono le foto reali. Le pellicole
originali sono ancora conservate e consultabili. Subito dopo le missioni,
furono fatte copie per contatto dei rullini integrali (si trovano in vendita a
prezzi da collezionisti). Da anni i rullini integrali sono stati scansionati e
messi online. Basta guardarli per sapere se una foto è autentica oppure no.
Ma si badi bene, dice Grassia, che le sue asserzioni “sono punti fermi, non illazioni.”
No, signor Grassia, sono minchiate. Mi scusi la schiettezza, ma non c’è
altro termine che le definisca adeguatamente. Lei dice che la NASA si è “confusa”, ma a me viene il dubbio che la confusione stia altrove, non a
Houston.
Ancora la tuta troppo luminosa e i riflessi nella visiera, che noia
Le sciocchezze complottiste presentate da Grassia proseguono con due
classici intramontabili:
il presunto mistero di come mai la tuta di un
astronauta (Aldrin, Apollo 11) sarebbe troppo illuminata e sarebbe stata “ritoccata per schiarire l’immagine dell’uomo e farla risaltare in modo
che il tutto non risultasse buio”
(falso, la tuta era altamente riflettente ed era illuminata dalla tuta
altrettanto riflettente del fotografo, Neil Armstrong, che infatti
rischiara tutto il lato in ombra del modulo lunare, come ho spiegato nel
mio libro gratuito online Luna? Sì, ci siamo andati!);
e l’altrettanto presunto mistero del punto di inquadratura
asseritamente troppo elevato in una foto della missione Apollo 12 che
mostra gli astronauti riflessi nelle rispettive visiere riflettenti: chi
se la sente di spiegare a Grassia come funziona uno specchio curvo?
Scusate se non mi dilungo a spiegare di nuovo tutti questi “misteri”; l’ho già fatto troppe volte e mi fa davvero tristezza vedere così tanta ignoranza dei concetti di base della fisica e di come funziona il mondo che ci circonda. Di questo passo, dovrei mettermi a spiegare che la Terra non è piatta e che le mucche lontane sembrano piccole perché sono lontane, non perché sono mucche nane (Father Ted).
La minchiata finale è un insulto a tutta l’industria aerospaziale, anche
italiana
Va be’, magari pensate che io me la prenda troppo. Chissenefrega se sulla Luna ci siamo andati o no 55 anni fa, ci sono problemi più attuali e importanti, direte voi. La gente sulla quale i complottisti e i disinformati come Grassia tirano disinvoltamente fango, dall’alto della loro incompetenza arrogante, è quasi tutta morta. Dei dodici uomini che hanno camminato sulla Luna ne restano in vita solo quattro (Scott, Duke, Schmitt, Aldrin). Tanti dei protagonisti di quell’epoca ci hanno lasciato. Per cui non avete tutti i torti.
Ma quello che mi rode è soprattutto lo schiaffo, l’insulto a tutti coloro che oggi lavorano nell’industria aerospaziale, comprese le tante aziende italiane, come Thales Alenia, che stanno lavorando adesso alla costruzione di una stazione orbitale lunare e a veicoli per tornare sulla Luna con equipaggi. Gente che secondo Grassia è invece inetta e incapace, a giudicare da questa sua frase: “purtroppo la tecnologia con cui mezzo secolo fa siamo andati sulla Luna è
andata perduta e non si riesce a replicarla”.
No, caro collega. Prima di tutto, la tecnologia spaziale degli anni sessanta non è “andata perduta”, ma è diligentemente archiviata e viene tuttora consultata da chi costruisce veicoli spaziali in tutto il mondo. Ed è falso che “non si riesce a replicarla”, che vuol dire dare dei coglioni incapaci agli ingegneri aerospaziali di oggi. Si riesce eccome, ma si vogliono evitare i rischi pazzeschi che furono accettati mezzo secolo fa, e ci sono molti meno soldi, per cui si procede con grande prudenza. La capsula Orion che riporterà gli equipaggi umani verso la Luna ha già volato. Il progetto Artemis procede; solennemente, ma procede. Elon Musk lancia razzi supergiganti destinati alla Luna. Ma mi sa che Grassia non se n’è accorto, preso com’era a guardare i profili delle colline.
Andrea Ferrero su Mastodon segnala la scomparsa di uno dei protagonisti italiani del
cospirazionismo spaziale: “È morto il tecnico elettronico Giovanni Battista Judica Cordiglia. Oggi
molti giornali diranno che insieme al fratello Achille aveva intercettato le
voci di cosmonauti morti nello spazio prima di Gagarin. Non è vero”.
Scarlett Johansson e Channing Tatum sono i protagonisti di “Fly Me to the Moon”, un film in uscita a luglio che racconta gli
allunaggi umani degli anni Sessanta ipotizzando che venga commissionata una
messinscena da usare qualora il programma spaziale reale si rivelasse un
fiasco e non riuscisse a compiere l’impresa.
Sicuramente gli ottusangoli diranno che è il modo che usa Hollywood per
comunicare le verità impresentabili e forse qualcuno temerà che un film del
genere possa risvegliare i lunacomplottisti, ma in realtà il trailer sembra
suggerire quanto sarebbe stato difficile, se non impossibile,
realizzare una finzione del genere.
Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “risposte” e “vitali50”.
Il 15 novembre, intorno alle 14, il programma Jalla! Jalla! di Radio Popolare
(ascoltabile anche in streaming) parlerà di complottismo lunare: non nel senso di “svitato”, ma in quello di “non siamo mai andati sulla Luna, è stato fatto tutto in studio e ne abbiamo
le prove”. Sarò ospite della trasmissione, per cui ho preparato qui un po’ delle
immagini di cui parleremo ma che non posso farvi vedere via radio.
Ecco un po’ di foto pessime scattate dagli astronauti lunari, per chi contesta
che sia strano che tutte le foto sono perfette, dimenticando che le foto che
sono state pubblicate nei media sono come quelle dei matrimoni: sono una
selezione delle migliori. Quelle venute male, quelle col dito davanti
all’obiettivo, mica si pubblicano. Ma la Nasa ha archiviato tutto, anche quelle
da imbarazzo galattico, come queste (la sigla sotto ogni foto è il riferimento
d’archivio; cliccate sull’immagine per vederla ingrandita in qualità
migliore).
E come rispondere a chi nota che in alcune foto, come quella qui sotto, mancano
le impronte delle ruote del Rover, l’automobile usata nelle missioni lunari più
sofisticate? E’ stata calata in posizione dalla troupe usata per le riprese?
No; molto più banalmente, essendo un’automobilina leggera e per di più situata
sulla Luna, dove tutto pesa un sesto di quello che pesa sulla Terra, gli
astronauti spesso trovavano più comodo sollevare un lato dell’auto e girarla,
invece di fare inversione a U.
Chi fosse interessato al lunacomplottismo può divertirsi con questa pagina antibufala, che contiene le risposte alle domande più frequenti (che sono legittime, per
carità, se non si conosce l’astronautica) e un elenco di siti che
approfondiscono la questione. C’è anche questa mia critica a una patetica trasmissione di La storia siamo noi, sfacciatamente pro-messinscena. Ma se volete veramente divertirvi, date
un’occhiata a cosa s’inventano i lunacomplottisti di Luogocomune.net: sì, il
famoso (o famigerato) sito che sostiene le cospirazioni dell’11 settembre
sostiene anche i lunacomplotti. Trovate qui la discussione delle “prove”
e qui i forum, nei quali ho fatto più di una capatina con sommo divertimento.
Ho registrato una breve intervista per Radio Montecarlo sui complotti, specialmente quelli lunari, che dovrebbe andare in onda oggi alle 15.35 circa. Può darsi che ne derivi una serie di appuntamenti radiofonici. RMC è ricevibile anche in streaming, ma se non potete ascoltare la diretta, pubblicherò qui la registrazione appena possibile.
Ieri Radiouno mi ha intervistato telefonicamente a proposito delle bufale mediatiche. Se vi interessa, l’audio è scaricabile come MP3. Visto che non ho trovato ancora un sito che permetta di postare file audio con la possibilità di fare embedding in un blog (una sorta di Youtube per l’audio, insomma; sono graditi suggerimenti), ho risolto il problema trasformando l’intervista audio in video.
Ho colto così l’occasione per fare un piccolo esperimento di valutazione di Screenium, un programma di cattura di schermate per Mac splendido, semplice e potentissimo (comprato al volo), sincronizzando l’audio dell’intervista con immagini di accompagnamento acquisite sfogliando Internet.
Con Quicktime Pro (anche quello a pagamento, ahimè) è bastato aprire il file video generato da Screenium, aprire il file audio dell’intervista, e fare copiaincolla.
Non c’è che dire: con gli strumenti opportuni, realizzare video sta diventando incredibilmente facile ma soprattutto veloce. Viviamo in tempi affascinanti.
Trucchetto. Per settare l’alta qualità come default nei video embedded di Youtube, provate ad aggiungere “&ap=%2526fmt%3D18” per i video in formato 4:3 oppure “&ap=%2526fmt%3D22” per i video in formato 16:9, dopo “fs=1” nel codice. L’aggiunta va fatta in entrambi i punti in cui compare “fs=1”. Per esempio (ho riformattato il codice per leggibilità):
Aggiornamento del trucchetto. Con l’avvento dell’alta definizione su Youtube i codici forniti non funzionano più. Per visualizzare il video direttamente in HD basta, quando si copia il codice del video da incorporare, cliccare sull’icona a forma di rotella a fianco (Personalizza) e poi selezionare Riproduci in HD. Oppure aggiungere manualmente all’url del video, invece dei codici visti prima, il codice “&hd=1”.
Sabato e domenica scorsi sono stato a Padova per il mio contributo al settimo corso annuale del CICAP di indagini sul presunto paranormale e altre credenze: nella sessione di due giorni dedicata ai cospirazionismi, Massimo Polidoro ha illustrato le teorie e i fatti sull’assassinio del presidente Kennedy e sulla presunta morte di Paul McCartney, Simone Angioni ha presentato una versione ampliata e ulteriormente arricchita della sua indagine sulla teoria delle “scie chimiche”, e io mi sono occupato di teorie di complotto intorno agli sbarchi sulla Luna e all’11 settembre.
Con l’aiuto di plastici e modelli abbiamo anche svolto alcuni esperimenti spicci ma efficaci di ricreazione delle presunte anomalie nelle foto lunari. Sabato sera, inoltre, ho proposto aneddoti veri delle missioni Apollo e parodie del lunacomplottismo in una sessione intitolata “Miti lunari: donne nude sulla Luna”.
Pubblicherò progressivamente tutto il materiale (video compresi): intanto eccovi la presentazione sulle tecniche d’indagine sui complotti lunari. E’ un po’ criptica per chi non ha seguito il corso, ma la pubblico qui principalmente per i corsisti e per dare un assaggio di quello che ci sarà nel video.
Purtroppo il tempo è stato tiranno (l’indomani dovevo essere a Milano per una registrazione TV); avrei voluto soffermarmi più a lungo a chiacchierare al di fuori delle sessioni formali con i singoli partecipanti al corso, che ringrazio per la pazienza con i contrattempi tecnici, per l’ospitalità e per gli spunti sempre preziosi. Ci saranno altre occasioni, e restiamo in contatto tramite l’apposita mailing list.
Giusto per darvi un’idea del tipo di esperimenti che abbiamo svolto, ecco una foto del modello in scala del modulo lunare e dell’area di allunaggio dell’Apollo 11, basato sulla cartografia reale e sull’effettiva posizione del sole. Il modello è stato fotografato all’aperto e di notte per evitare riverberi e luci riflesse, e illuminato con una singola fonte di luce a simulare il Sole. Secondo i lunacomplottisti, l’astronauta che scende dalla scaletta dovrebbe essere invisibile perché in ombra, ma nelle foto Apollo si vede eccome: quindi, dicono loro, le foto della missione (come quella più sotto) sarebbero false.
Donne nude sulla Luna
Ecco la mini-presentazione di aneddoti lunari accennata sopra, tratta in parte da Misbegotten Moon. Visto l’argomento, alcune immagini potrebbero non essere adatte a luoghi di lavoro particolarmente bigotti. Buona visione.