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Metodi d’indagine online: miniguida di Computer Assisted Reporting

Questa mattina sono stato ospite del corso di giornalismo della Svizzera italiana per parlare delle indagini giornalistiche effettuate con il supporto del computer e/o di Internet e illustrare strumenti, tecniche e princìpi che uso quando faccio il detective antibufala.

La presentazione è a vostra disposizione qui sotto ed è scaricabile da Slideshare per chi si registra gratuitamente presso il sito. Per ragioni di riservatezza (ho mostrato dettagli di un’indagine ancora in corso) alcune immagini sono state rimosse.

Nel preparare questa presentazione, fra l’altro, ho avuto occasione di verificare con piacere l’efficacia crescente di Tineye.com, il motore di ricerca per immagini. Ricordate le foto osé false di Sarah Palin? Tineye ha scovato la fonte di quella in camicetta e minigonna. Ho quindi aggiornato con le nuove immagini l’articolo scritto a suo tempo.

Un po’ di appuntamenti

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2012/11/15.

In questo periodo sono un po’ girovago. Domani parlerò dei rischi e delle opportunità di Internet alle 11 all’Istituto Magistrale Bellini di Novara, in un incontro riservato agli studenti, e alle 15 al Castello di Galliate nell’ambito di Avventure di Carta, manifestazione aperta a tutti.

Giovedì 15 novembre alle 18 parteciperò a Scientifica 2012 a Torino.

Venerdì alle 14:30 sarò a Bellinzona come moderatore sui temi del diritto d’autore e delle libertà digitali alla Sessione dei Giovani.

Sabato 17 novembre alle 12 sarò invece in compagnia di Massimo Mantellini (Manteblog), Antonio Franzi (RSI) e Maria Carla Cebrelli (Varesenews) a Varese, alla Sala Campiotti della Camera di Commercio, in piazza Monte Grappa 5, per un incontro-dibattito intitolato “Senza frontiere: tra Svizzera e Italia con portali, radio, TV e servizi diversi”, nell’ambito dei tre giorni di Glocalnews, il festival del giornalismo online organizzato da Varesenews. Tutti i dettagli sono sul sito dell’evento, Glocal12.it.

Il video della sessione sul complottismo al Festival del Giornalismo

Il video della sessione sul complottismo al Festival del Giornalismo

Se vi può interessare, ecco il video (purtroppo non integrale) della sessione “Le teorie del complotto: come e perché si formano e come smontarle” con Andrea Boda, Gaia Giorgio Fedi e il sottoscritto al Festival del Giornalismo di Perugia. C’è uno spazio per la discussione anche qui sul sito di Andrea. Buona visione.

Piccola correzione: la nave-spia che cito si chiamava Glomar Explorer, non Glomar Challenger come ho detto (andavo a memoria e mi sono sbagliato). La storia avvincente di questo complotto reale, che coinvolge anche una figura enigmatica come Howard Hughes, è delineata su Wikipedia in inglese. Grazie ad Alex per aver snidato il mio errore.

Il mio corso online di giornalismo digitale a prezzo ribassato fino al 23 febbraio

Per San Valentino, Suisse Vague/Lezionidalfuturo.com, l’editore del mio corso online di giornalismo digitale, offre una riduzione di costo: da oggi e fino al 23 febbraio il corso costa 149 franchi svizzeri (circa 133 euro).

Nel corso, che dura in tutto 85 minuti ed è composto da sei lezioni, spiego tutte le tecniche che uso quotidianamente come giornalista e come debunker.

Il video qui sotto è l’introduzione: il link al corso vero e proprio è questo.

Parte del costo arriva a me, per cui partecipare è anche un modo per contribuire al mio sostentamento e consentirmi di continuare a offrire informazioni gratuite e senza pubblicità come quelle di questo blog. Visto che questo corso sta andando bene e l’editore è soddisfatto, ne sto preparando uno sulle cosiddette fake news. Buona visione!

Il mio corso online di giornalismo digitale a prezzo ribassato fino al 2 giugno

Ricordate il corso online di giornalismo digitale che ho realizzato con Suisse Vague/Lezionidalfuturo.com? Fino al 2 giugno costa meno: 149 franchi svizzeri (circa 133 euro).

Il corso spiega tutte le tecniche che uso quotidianamente come giornalista e come debunker ed è composto da sei lezioni, per un totale di circa 85 minuti.

Il video seguente è l’introduzione al corso: il link al corso vero e proprio è qui.

Non è gratuito, perché creare un corso e fare un video, ahimè, costa e richiede tempo. Parte del costo arriva a me, per cui partecipare è anche un modo per contribuire al mio sostentamento e consentirmi di continuare a offrire informazioni gratuite e senza pubblicità come quelle di questo blog.

Combattere le fake news con il Tramezzino di Verità

Combattere le fake news con il Tramezzino di Verità

George Lakoff. Fonte: Wikipedia.

Ultimo aggiornamento: 2019/06/21 21:10.

Si dice spesso che smentire pubblicamente una notizia falsa non fa che ripetere ulteriormente quella notizia e quindi paradossalmente tende a rinforzarla e farla rimanere nei ricordi delle persone. Molti personaggi pubblici, compresi i politici, conoscono questa regola e la sfruttano per usare i media a proprio vantaggio, praticamente obbligando i giornalisti a ripetere le loro dichiarazioni perché fanno notizia.

Per esempio, se dico “Non è vero che il nonno di Gianni Morandi era un clandestino a bordo del Titanic”, il concetto che probabilmente vi resterà in mente non è la smentita, ma l’idea che il nonno di Morandi fosse davvero un clandestino. È un’immagine accattivante, per quanto falsa e assurda, ed è decisamente più memorabile di un arido “non è vero che”, e quindi la smentita diventa un autogol che contribuisce alla memorizzazione e diffusione della notizia falsa.

Oggi che scriviamo tutti in pubblico attraverso i social network, questo problema di come articolare una smentita in modo da evitare che diventi un rinforzo della notizia falsa non riguarda più soltanto chi fa comunicazione tradizionale, ma può interessare chiunque.

Per fortuna esiste una tecnica comunicativa che aiuta a risolvere il problema, perlomeno secondo lo studioso di scienze cognitive George Lakoff della University of California, Berkeley. Ha un nome piuttosto curioso: “truth sandwich”, ossia “tramezzino di verità”.

Si chiama così perché consiste nel costruire la smentita presentando per primissima cosa il quadro generale dei fatti, poi citando brevemente la notizia falsa e infine spiegando in dettaglio perché è falsa. La notizia falsa è, per così dire, inserita come farcitura fra due strati di verità.

Pignoleria: se state pensando che in realtà si dovrebbe chiamare “tramezzino di bugie” perché i tramezzini si descrivono in base alla farcitura, avete perfettamente ragione, ma Lakoff ha scelto così, e del resto “tramezzino di bugie” indubbiamente sarebbe stato un brutto nome.

Per esempio, considerate il caso delle recenti immagini e dei file audio agghiaccianti che arrivano dagli Stati Uniti e mostrano i bambini dei migranti ammassati e rinchiusi in gabbie, separati dai propri genitori nei centri di detenzione governativi.

Fonte: US Border Patrol/Avvenire.

Il modo tradizionale di smentire le dichiarazioni false del presidente Trump, che dice testualmente “siamo costretti a spezzare le famiglie […] quella legge ce l’hanno data i democratici e non vogliono farci niente” (“We have to break up families. The Democrats gave us that law. It’s a horrible thing. We have to break up families. The Democrats gave us that law and they don’t want to do anything about it.”), sarebbe quello di dire “Trump incolpa i Democratici, ma non è vero che è colpa loro. Ecco perché.” Ma così facendo resta in mente principalmente il concetto che sono stati incolpati i democratici.

Secondo il principio del “truth sandwich”, invece, la smentita andrebbe data dicendo per esempio innanzi tutto:

“La politica che ha portato ai bambini in gabbia è stata voluta dall’amministrazione Trump.” 

Questo è il primo strato di verità di questo tramezzino immaginario, che prosegue per così dire con la farcitura:

“Trump dice erroneamente che è colpa delle leggi volute dai democratici”.

E poi arriva lo strato finale:

Qui su Factcheck.org viene ricostruita in dettaglio la scelta dell’amministrazione Trump di cambiare le regole di gestione degli immigrati.”

Nel caso specifico, in sintesi, questo cambiamento consiste nel fatto che l’amministrazione Trump ha deciso di procedere penalmente contro gli immigrati genitori invece di usare la procedura civile usata solitamente in precedenza. Questo obbliga alla detenzione, e la detenzione per legge è separata per adulti e minori, e questo porta alle famiglie spezzate. La separazione è particolarmente traumatica perché le autorità di immigrazione statunitensi non prendono alcuna misura significativa per tracciare i minori e i loro genitori e quindi consentirne il futuro ricongiungimento (molti bambini di tenerissima età non sanno dare generalità dettagliate: per loro la mamma è la mamma e basta). Il risultato finale è che i bambini strappati ai loro genitori rischiano di non poter mai più ritrovarli e di diventare orfani di Stato.

Poche ore fa Trump ha firmato un executive order che almeno a prima vista è mirato a interrompere queste detenzioni separate. Un evento notevole, considerato che fino a pochi giorni fa l’amministrazione Trump diceva di avere le mani legate e che comunque la politica di separazione non esisteva, ma questa è un’altra storia. Circa duemila bambini restano tuttora in gabbie.

Prima che parta il coro dei “Ma anche Obama…”, metto subito in chiaro tre cose:

  • primo, la politica di Bush Jr e di Obama portava alle separazioni solo in casi molti particolari, mentre con Trump è diventata la norma;
  • secondo, uno sconcio inaccettabile precedente non cambia il fatto che quello che sta avvenendo adesso è e resta uno sconcio inaccettabile;
  • terzo, parlare del passato non risolve il problema del presente ed è solo una foglia di fico per non affrontarlo e distrarre dalla realtà drammatica di oggi e buttarla in caciara politica inutile e idiota. Non attacca, quindi non provateci, cari troll.

Ha ragione lo studioso? Il “tramezzino di verità” è più efficace ed evita che i politici usino i giornalisti come amplificatori delle proprie menzogne? Provate anche voi a costruire le vostre comunicazioni sui social network usando questa tecnica, soprattutto nei dibattiti più accesi. Vale la pena di tentare: la posta in gioco è alta. Fatemi sapere.

2019/06/21

Un bell’esempio di uso del truth sandwich arriva dal Washington Post di oggi:

Il titolo dell’articolo dice “La Casa Bianca non ha imposto nuove sanzioni all’Iran giovedì, nonostante l’asserzione di Trump”. In altre parole, per prima cosa mette i fatti e poi segnala la fonte che ha diffuso la fandonia.

Il corpo dell’articolo segue lo stesso schema: fatti in sintesi, fonte della fandonia, ripetizione estesa dei fatti.

Fonti aggiuntive: Washington Post, BBC, Avvenire.

Tengo un corso online di giornalismo digitale

Ultimo aggiornamento: 2019/02/24 18:30.

Visto che alcuni di voi mi hanno chiesto di provare a fare dei tutorial in video e di poter partecipare alle mie lezioni di giornalismo digitale ma non si trovano in luoghi che posso raggiungere, con Suisse Vague/Lezionidalfuturo.com ho registrato un corso online apposito, rivolto non solo a giornalisti ed esperti di comunicazione ma anche a tutti coloro che vogliono verificare o cercare le notizie online.

Il corso spiega tutte le tecniche che uso quotidianamente come giornalista e come debunker ed è composto da sei lezioni, per un totale di circa 85 minuti. Non è gratuito, perché creare un corso e fare un video, ahimè, costa e richiede tempo. Parte del costo arriva a me, per cui partecipare è anche un modo per contribuire al mio sostentamento e consentirmi di continuare a offrire informazioni gratuite e senza pubblicità come quelle di questo blog.

Qui sotto trovate l’introduzione al corso: il link al corso vero e proprio è qui.

Come fare una copia verificabile di una pagina Web: Archive.is

Come fare una copia verificabile di una pagina Web: Archive.is

Link alla copia: https://archive.is/3Ou3c

Capita spesso di segnalare agli amici o ai colleghi una pagina Web, di doverla citare come fonte o di volerne tenere una copia perché si teme che possa sparire, specialmente se contiene strafalcioni o cose imbarazzanti o controverse. Come si fa a dimostrare che una certa pagina di Internet conteneva qualcosa a una certa data?

Una semplice cattura della schermata non basta: c’è sempre qualcuno che insinua che potrebbe essere falsa o manipolata. Serve quindi una fonte indipendente. A breve termine c’è la cache di Google, che conserva una copia delle pagine visitate: basta anteporre al link della pagina in questione questa dicitura in una ricerca in Google:

http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:

In alternativa si può ricorrere a servizi come Cachedpages.com. Ma queste cache sono temporanee e vengono presto riscritte. Per conservare a lungo termine una copia di una pagina Web si può allora usare Archive.is, raggiungibile anche tramite l’indirizzo Archive.today: si immette il link della pagina da conservare e si ottiene in risposta un link che contiene una copia della pagina, ospitata presso Archive.is e quindi datata e “certificata” indipendentemente, insieme a una copia scaricabile in formato ZIP, a un’immagine grafica della pagina e a un link abbreviato.

Quando si immette un link, Archive.is elenca anche eventuali altre copie precedenti della stessa pagina fatte da altri utenti. Le copie, infatti, sono pubblicamente consultabili.

Un trucco aggiuntivo offerto da Archive.is è la consultazione sicura: quando ci imbattiamo in una pagina Web che ci viene segnalata come pericolosa ma vogliamo sapere cosa contiene, possiamo immetterne il link in Archive.is e sfogliarla da lì, perché Archive.is rimuove dalle pagine archiviate gli script e i contenuti attivi, che sono le parti che solitamente veicolano i pericoli.

In cerca della principessa Leia: ricerca per immagini (anche nei video)

In cerca della principessa Leia: ricerca per immagini (anche nei video)


La signora accucciata con il proprio cane nella foto qui accanto non è una signora qualsiasi: è Carrie Fisher, nota a generazioni di appassionati come la Principessa Leia di Star Wars, in viaggio in Italia in incognito. L’altroieri era a Orvieto. Come faccio a saperlo? Nella foto che ha tweetato non ci sono informazioni di geolocalizzazione, ma l’edificio sullo sfondo è facilmente riconoscibile e localizzabile: è il Duomo di Orvieto. Per verificarlo basta immettere la foto in Google Immagini. Ovviamente per non mandarle un’orda di fan non ho scritto per esteso il nome della località nel mio tweet pubblico di saluto.

È un piccolo esempio di come è possibile usare le informazioni visive in una fotografia o in una ripresa video postata su un social network per fare un’indagine. Il sito Exposing the Invisible ospita un ottimo articolo (in inglese) sulle tecniche giornalistiche utilizzate per indagare sull’autenticità e provenienza di foto e video in casi ben più drammatici, come le presunte riprese di atrocità commesse in Ucraina e ripubblicate senza verifica dal Daily Mail.

Oltre all’osservazione attenta dei dettagli visivi, però, sono utili alcuni strumenti. La ricerca per immagini di Google è ben conosciuta, ma l’articolo segnala anche altri siti analoghi meno famosi ma altrettanto efficaci, come TinEye, e l’estensione per Google Chrome RevEye, che consente di effettuare ricerche per immagini con un semplice clic in Google, Yandex, Bing, TinEye e Baidu.

La ricerca per immagini è una questione talmente importante che persino Amnesty International offre uno strumento apposito, che è preziosissimo perché lavora sui video, che gli altri sistemi di ricerca non possono gestire. Lo Youtube Data Viewer di Amnesty (www.amnestyusa.org/citizenevidence) consente di conoscere la data di caricamento di un video su Youtube (dato utile per sapere quale versione è l’originale o se il video risale a prima della data dichiarata degli eventi mostrati) ed estrae automaticamente alcuni fotogrammi, che possono essere dati in pasto con un clic a Google Immagini oppure ad altri motori di ricerca.

Giornalismo informatico: strumenti tecnici per verificare foto e notizie

Giornalismo informatico: strumenti tecnici per verificare foto e notizie

Si parla molto di fake news ma forse troppo poco degli strumenti informatici che consentono ai giornalisti di controllare se una notizia è autentica o no.

Per esempio, per verificare e datare un’immagine che accompagna una notizia di cronaca ci sono siti come Tineye.com oppure plug-in come RevEye per Google Chrome, che cerca contemporaneamente immagini in Tineye, Google, Bing, Yandex e Baidu.

Questi strumenti gratuiti cercano l’immagine in questione in vari archivi pubblici di Internet: se la trovano con una data che precede quella dell’evento descritto dalla notizia, è ovvio che la foto non si riferisce all’attualità, come avvenne per esempio per i fotogrammi di un video che furono pubblicati da molti giornali dopo l’attentato all’aeroporto di Bruxelles di marzo del 2016, presentandoli come una drammatica ripresa effettuata dalle telecamere di sorveglianza, e che in realtà risalivano a un altro episodio avvenuto altrove nel 2013.

Un altro strumento prezioso è Storyful Multisearch, un plug-in per Google Chrome che cerca parole chiave simultaneamente in Twitter, Youtube, Tumblr, Instagram e Spokeo: funziona particolarmente bene con i nomi delle persone citate in una notizia e consente di trovare i loro profili sui social network, in modo da contattarle per chiedere loro conferme e ulteriori dettagli e per verificare le loro dichiarazioni, per esempio controllando se le loro foto o i loro tweet, che contengono informazioni di geolocalizzazione, confermano che si trovavano dove hanno affermato di trovarsi. C’è anche Mentionmapp, utile per esaminare i tweet di una persona e valutare le sue relazioni social.

Ma anche il fiuto giornalistico tradizionale ha un ruolo importante nel lavoro di verifica del giornalista: se in una foto si vede un’insegna di un negozio o un poster pubblicitario, cercarli in Google spesso offre indizi preziosi. Le targhe delle automobili, le forme delle prese elettriche, la vegetazione, gli stili dei tralicci per la corrente elettrica possono aiutare a identificare il paese, la regione o la località alla quale si riferisce una fotografia. Gli edifici, specialmente quelli molto alti e caratteristici, e i profili delle montagne sullo sfondo di una foto permettono di localizzare la scena usando Google Maps o Street View.

Una delle tecniche informatiche più eleganti contro le fake news è la verifica meteorologica: se per esempio una foto drammatica di una manifestazione mostra che stava piovendo nel luogo dell’evento, si può usare il sito WolframAlpha.com per sapere che tempo c’era in quel luogo nel giorno dell’avvenimento: basta chiederglielo in inglese. Se risulta che non pioveva, l’immagine è probabilmente falsa.

Infine, chi fa giornalismo deve fare attenzione anche ai profili falsi di celebrità creati sui social network dagli spacciatori di false immagini e notizie, usando nomi che somigliano graficamente a quelli veri: è facile non accorgersi della poca differenza visiva che c’è per esempio fra una I maiuscola e una L minuscola e quindi scambiare DonaIdTrump (che è falso) per DonaldTrump.

Un lavoro impegnativo, insomma, ma fattibile grazie a questi strumenti. Provate a usarli anche voi: scoprirete sicuramente qualcosa di interessante.

Fonti: First Draft News (1, 2, 3). Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.