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Violato l’account Twitter del Ministero della transizione ecologica italiano per promuovere una truffa di criptovaluta

Violato l’account Twitter del Ministero della transizione ecologica italiano per promuovere una truffa di criptovaluta

Pubblicazione iniziale: 2022/09/15 9:41. Ultimo aggiornamento: 2022/09/15
11:45.

9:41. Il profilo ufficiale del Ministero della transizione ecologica
italiano (https://twitter.com/MiTE_IT/) al momento in cui scrivo ha questo aspetto:

Promuove una truffa basata sulle criptovalute: lo schema è quello classico del
“fidati di me che sono famoso, dammi la tua criptovaluta e te la
restituisco moltiplicata”.

Infatti l’account Twitter rubato ora si fa chiamare Vitalik.eth, come
quello autentico di Vitalik Buterin, fondatore della criptovaluta Ethereum, e mostra la sua foto; inoltre il
sito reclamizzato nei tweet, ethmerges[.]blogspot.com, dice proprio
“To participate you just need to send from 0.5+ ETH to 500+ ETH to the
contribution address and we will immediately send you back from 1+ ETH to
1000+ ETH (x2) to the address you sent it from.”

Inutile dire che la criptovaluta data a questi truffatori non verrà mai
restituita.

Fate attenzione a truffe come questa, nelle quali il truffatore prende il
controllo di un account molto conosciuto e addirittura autenticato con il
bollino blu, per poi offrire i propri “servizi” ai numerosi follower
dell’account. E fate attenzione anche agli sciacalli, che dicono di essere in
grado di aiutarvi a recuperare il maltolto o consigliano qualcuno che lo è:
vorranno essere pagati per il tentativo di recupero, che ovviamente fallirà e
resterete doppiamente fregati. Uno di questi sciacalli è già
comparso
nei commenti alla mia segnalazione su Twitter.

L’account del Ministero è così almeno dalle 8.37 italiane di stamattina, ora
del primo tweet del truffatore.

11.05. Sembra che il controllo dell’account del Ministero sia stato
ripreso: alcuni tweet promozionali del truffatore sono stati rimossi e il
profilo sta riprendendo il suo aspetto normale.

11.45. Intanto Repubblica (copia permanente), Rainews (copia permanente) e Fatto Quotidiano (copia permanente) scrivono fandonie sulla vicenda spacciandole per notizie, addirittura
accusando pubblicamente Buterin di un reato informatico che non ha commesso (e fra l’altro Buterin è russo di origini ma naturalizzato canadese).
Il tweet di Angelo Bonelli è
archiviato qui

Il tweet di Repubblica.
Il titolo del Fatto Quotidiano.
Repubblica cita il tweet di Bonelli.
Rainews dice che Vitalik Buterin è “un pirata informatico”.

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La bufala della richiesta di vietare “porco cane” perché offenderebbe l’animale

Ultimo aggiornamento: 2022/01/02 15:50.

Cominciamo subito bene l’anno con una fandonia pubblicata da alcuni giornalisti, che anche nel 2022 sembrano non avere alcuna voglia di fare verifiche prima di pubblicare sciocchezze, specialmente quando si tratta di storie che possono attirare polemiche e quindi clic pubblicitari.

Il Fatto Quotidiano, per esempio, ha pubblicato la “notizia” di un’iniziativa per togliere le parole porco e cane dalle parolacce, titolando “L’espressione ‘porco cane’ è volgare e insulta l’animale”: l’Associazione Difesa Animali e Ambiente chiede di “modificare queste espressioni” (copia permanente).

 

La Rai ha riportato la “notizia” della richiesta, citando la sigla dell’associazione che l’ha fatta: Animali: Aidaa, eliminiamo parola cane da bestemmie e parolacce (copia permanente). 

 

Il Giornale, a firma di Giannino della Frattina, parla della “meritoria Associazione italiana difesa animali e ambiente”, lamentandosi del “disorientamento di questa disgraziatissima società del politicamente corretto a tutti i costi (anche a costo del ridicolo) nella quale non si chiede di togliere la parola «Dio» dalle bestemmie, ma la parola «cane»” (copia permanente). Ma il disorientato è lui, insieme alle redazioni della Rai e del Fatto Quotidiano.

Infatti la sedicente Associazione Difesa Animali e Ambiente (AIDAA) è una vecchia conoscenza di chiunque faccia debunking: è costituita da una sola persona, Lorenzo Croce, nota per la sua abitudine di diffondere comunicati stampa pieni di “notizie” sballate o completamente inventate. Bufale un tanto al chilo ha accumulato un corposo e pluriennale dossier sul caso AIDAA e sulle redazioni che abboccano sistematicamente alle bufale diffuse da questa “associazione”. 

Pubblicare notizie come questa, senza mettere bene in chiaro che si tratta della fantasia di un singolo che non rappresenta affatto un sentire comune o un’esigenza di molti, inevitabilmente alimenta polemiche inutili e rinforza le posizioni di chi se la prende con gli animalisti asserendo che bloccano tutto e sono fuori dalla realtà. Gli strali di Giannino della Frattina sul Giornale sono un esempio perfetto di questo aiuto, che finisce per penalizzare chi invece difende l’ambiente e gli animali impegnandosi seriamente e usando il buon senso.

Purtroppo si conferma una vecchia regola delle fake news: il giornalista medio è pigro e non controlla, per cui se gli offri un comunicato stampa ben confezionato e pronto per un rapido copiaincolla, e se il comunicato propone una storia accattivante e perfetta per suscitare discussioni, clamori e polemiche, verrà pubblicata ciecamente. Come appunto avviene da anni e continua ad avvenire.

In una redazione moderna dovrebbe esserci sulla scrivania di ogni giornalista un elenco delle fonti da ritenere inattendibili a prescindere e da non pubblicare in nessun caso. Ma sembra che non ci sia alcun interesse a prendere nemmeno queste minime misure di buon senso e di rispetto verso il lettore, che non costerebbero nulla. O forse costerebbero troppo in termini di clic pubblicitari perduti o di linee editoriali da alimentare. 

 

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Il Fatto Quotidiano, ANSA e Il Sole 24 Ore pubblicano tutti la stessa notizia falsa

Qualcuno ha una spiegazione plausibile per quest’improvvisa tripletta di fake news su Sole 24 Ore, Ansa e Fatto Quotidiano a proposito dell’atterraggio di Perseverance “oggi” (in realtà avvenuto a febbraio scorso)? 

A parte il rincitrullimento collettivo, intendo?

In realtà la sonda Perseverance è atterrata il 18 febbraio 2021. Qui non c’è ma e non c’è se, non è questione di opinioni: la notizia è falsa. Questo dimostra che i controlli sulle notizie pubblicate sono inesistenti. Ma ricordiamoci che le fake news sono colpa di Internet, mi raccomando 🙂

Ho chiesto lumi alle rispettive redazioni: Sole 24 Ore, ANSA, Fatto Quotidiano.

Copia permanente della tripla perla: ANSA, Fatto Quotidiano, Sole24 Ore.

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Titoli assurdi e irresponsabili per il rientro di uno stadio di un razzo cinese: i fatti

Titoli assurdi e irresponsabili per il rientro di uno stadio di un razzo cinese: i fatti

Pubblicazione iniziale: 2021/05/05 11:52. Ultimo aggiornamento: 2021/05/09 10:15.

Come al solito, una parte della stampa, quella che spesso si vanta di
difenderci contro le fake news, non riesce a resistere alla tentazione di disseminare notizie false quando c’è di mezzo la tecnologia e
in particolare lo spazio.

Stavolta quella parte di stampa parla di un “razzo incontrollato” che “rischia di abbattersi sull’Italia” e cita addirittura “scienziati” che preannuncerebbero “ingenti danni e pioggia di detriti”

Non c’è nessun pericolo significativo: la storia è una patetica montatura
costruita da ciarlatani, acchiappaclic e incompetenti.

I fatti sono questi: uno stadio di un vettore cinese Lunga Marcia 5B, quello che pochi giorni
fa ha portato nello spazio il primo componente della stazione spaziale di
questo paese, rientrerà nell’atmosfera nei prossimi giorni.

Per ora nessuno sa né quando né dove ricadrà. Chiunque dica che rischia di
cadere in un luogo preciso sta dicendo una stupidaggine. La Terra è
enormemente vasta, per cui le probabilità che questo oggetto rientri in
uno specifico punto sono le stesse che avete di sentirvi suonare il citofono e
scoprire che c’è Beyoncé sotto casa vostra che vuole farvi una serenata; le probabilità che frammenti significativi colpiscano qualcuno sono microscopiche; quelle che colpisca proprio voi ancora più infinitesimali.

Mettetevi il cuore in pace e pensate ai rischi ben più concreti che correte
ogni giorno. Tipo quello di leggere fesserie sul giornale. Fesserie come
questa:

 

Se volete conoscere i dati tecnici, li trovate su
Aerospace.org, che pubblica (anche su Twitter) il ground track, ossia la traccia delle zone man mano
sorvolate dallo stadio, che cambiano in continuazione per via della rotazione
terrestre. Lo stesso fa, su Twitter, lo EU Space Surveillance and Tracking (@EU_SST). 

Questa traccia stabilisce dei limiti massimi e minimi di
latitudine: al di fuori di questi limiti il vettore non può ricadere, punto e
basta. Per cui se state a Parigi o a Milano è fisicamente impossibile che
ricada dalle vostre parti.

L’astronomo Phil Plait segnala che il vettore sorvola la terraferma soltanto per un quarto del tempo complessivo, mostrando questo grafico (molto utile in generale) che indica la percentuale di terraferma sorvolata al variare dell’inclinazione del piano dell’orbita:

Le agenzie spaziali civili e militari di tutto il mondo stanno monitorando
l’evoluzione dello stadio in ricaduta, che ha ampi margini di incertezza
dovuti alla densità variabile dell’atmosfera che lo sta man mano frenando e ad
altri fattori. Questi margini si ridurranno nei prossimi giorni. Se ci saranno notizie, saranno loro a darle, senza
catastrofismi.

L’unica particolarità della situazione è che normalmente i vettori usati per
mettere in orbita un satellite o un componente di una stazione spaziale non
entrano in orbita anch’essi ma raggiungono velocità inferiori (suborbitali) e
quindi ricadono subito in modo pianificato e controllato, senza pericoli.
Questo, intenzionalmente, non è avvenuto per il vettore cinese: il piano di
volo prevedeva infatti il suo inserimento in orbita con rientro non
controllato nei giorni successivi. Non è un approccio responsabile, ma in ogni
caso il rischio rimane modestissimo.

Se volete saperne ancora di più,
Space-track.org pubblica i
dati tecnici
costantemente aggiornati (anche su
Twitter), N2YO pubblica la posizione stimata in tempo reale e c’è un articolo di approfondimento su Ars Technica che inoltre cita il caso precedente di un altro Lunga Marcia 5B che ha effettuato lo stesso tipo di rientro a maggio 2020 e i cui frammenti avrebbero potuto colpire New York se fossero rientrati quindici minuti prima: finirono invece nell’Atlantico senza fare danni e si parla di un possibile ritrovamento di rottami in Costa d’Avorio.

La Protezione Civile italiana ha pubblicato un comunicato che spiega la situazione e traccia i ground track che riguardano l’Italia l’8 e 9 maggio. Purtroppo alcuni comunicati, come quello della Regione Siciliana, hanno seminato panico inutile con frasi come questa: “Fino a domani mattina alle ore 8.30, la popolazione è invitata a evitare
luoghi all´aperto e restare dentro gli edifici, possibilmente lontano
da finestre e nei piani non sottostanti il tetto.”
Capisco lo zelo burocratico di pararsi il deretano, ma qui siamo al limite del procurato allarme.

La situazione attuale in sintesi: per ora
si
stima
che lo stadio ricadrà intorno all’8 maggio o poco dopo. Probabilmente finirà
nel Pacifico, semplicemente perché il Pacifico è immenso e copre gran parte
della Terra. Gran parte delle 22 tonnellate di materiale che lo compongono
si frammenterà nel calore del rientro. Tutto qui.

Questi sono i dati più recenti:

2021/05/09 10:15. Lo stadio del vettore cinese Lunga Marcia 5B è rientrato in atmosfera sull’Oceano Indiano nella zona delle Maldive, come segnalato dall’Agenzia Spaziale Italiana. Non risultano notizie di danni a cose o persone.

Il Fatto Quotidiano annuncia la morte segreta del Principe Filippo. Da un anno

Il Fatto Quotidiano annuncia la morte segreta del Principe Filippo. Da un anno

Da un anno, ormai, sul sito del Fatto Quotidiano c’è un articolo a
firma di Januaria Piromallo, che dà per morto il Principe Filippo.
“La mia fonte molto, molto vicino a Buckingham Palace è autorevole”,
scrive Piromallo il 26 marzo 2020: sì, duemilaventi. Poco importa, a
quanto pare, che il principe Filippo sia stato poi visto in giro in buona
salute. Meno male che Piromallo precisa che
“il rischio che potesse essere anche una fake news mi ha portato alla
prudenza e a non pubblicare niente.”

L’articolo non è stato corretto o rettificato. Copia permanente:
https://archive.is/qggy8

Ripeto, questo screenshot è di marzo 2020:

Sul Fatto Quotidiano c‘è anche un altro articolo di un anno fa (25 marzo 2020) che riporta la stessa notizia falsa, stavolta firmata da “F.Q.”. Copia permanente: https://archive.is/Dv8DN.

Come se non bastasse, a luglio 2020 il Fatto Quotidiano ha pubblicato un articolo che dice che “i “cattivoni” della rete insinuavano che il “nostro” fosse passato a miglior vita. Dimenticando che fra i cattivoni c’è anche il Fatto Quotidiano. Copia permanente: https://archive.is/bbqb6.

Però mi raccomando, le fake news sono colpa di Internet.

 

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Fukushima, “un suicidio ogni dieci minuti” secondo il Fatto Quotidiano

Fukushima, “un suicidio ogni dieci minuti” secondo il Fatto Quotidiano

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “rush777” e “aldo.da*” e alla segnalazione di @fabioghibli ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Regola numero uno del giornalismo: se sbagli, ammettilo.

Regola numero uno del giornalismismo: se sbagli, prova a far sparire ogni traccia dello sbaglio e fa’ finta di niente, tanto su Internet si può e non ti sgama nessuno.

Indovinate qual è stata la scelta del Fatto Quotidiano: ieri ha pubblicato un articolo, a firma di Pio d’Emilia, intitolato “Fukushima, la città del disastro nucleare con un suicidio ogni dieci minuti”. Mio screenshot:

Nell’articolo c’era questo calcolo che giustificava il dato davvero impressionante sui suicidi: “Dall’aprile 2011, nella prefettura di Fukushima, si sono registrati 1500 suicidi: più di 5 l’ora, uno ogni 10 minuti”. Sì, avete letto bene. Mio screenshot per gli increduli:

Il numero dei suicidi è drammatico, ma sarà vero? Se Pio d’Emilia riesce a massacrare l’aritmetica di base in questo modo, come faccio a fidarmi di qualunque cifra che mi propone? E in subordine, come è stato possibile commettere un errore così colossale e oltretutto pubblicarlo?

Il Fatto Quotidiano a questo punto aveva un problema: l’aritmeticretinata si poteva anche togliere dall’articolo facendo finta di nulla, ma l’URL dell’articolo era basato sul titolo e quindi avrebbe conservato “un-suicidio-ogni-dieci-minuti” come chiara prova del misfatto. L’URL, infatti, era questo: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/07/28/fukushima-la-citta-del-disastro-nucleare-con-un-suicidio-ogni-dieci-minuti/1071175/.

Soluzione: ammettere l’umana fallibilità e chiedere scusa? Assolutamente no. Quell’URL ora porta infatti a quest’altro URL immacolato: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/07/28/fukushima-nella-citta-del-disastro-nucleare-1500-suicidi-da-aprile-2011/1071175/, dove c’è un articolo riscritto e corretto. Errore? Quale errore? Non c’è mai stato nessun errore. Screenshot attuali:

Ecco fatto! Problema risolto! Figuraccia evitata! Non siamo mai stati asini in aritmetica! Nessuno si accorgerà mai che abbiamo scritto una scempiaggine che squalifica tutto l’articolo e chi l’ha scritto.


…Come hai detto? La copia cache di Google? E cos’è?

Sveglia, Fatto Quotidiano. I tempi in cui le cazzate giornalistiche si coprivano cacciandole nel dimenticatoio della carta stampata, che oggi è giornale e domani è carta igienica, sono finiti da un pezzo. Oggi, se si vuole essere presi sul serio, bisogna essere trasparenti. Perché i lettori non sono scemi, non vogliono essere presi per scemi e oggi hanno a disposizione gli strumenti per farvi le pulci.

Attentati a Parigi, attenzione alle false notizie. Anche quelle diffuse da giornalisti incapaci

Attentati a Parigi, attenzione alle false notizie. Anche quelle diffuse da giornalisti incapaci

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Lascio ad altri, più saggi e qualificati di me, commentare e ragionare sugli attentati di Parigi di stanotte. In casi come questi il rischio di dare aria ai denti e di dire banalità pur di dire qualcosa è troppo alto e il silenzio commosso è sempre un’opzione tanto nobile quanto trascurata. Mi limito a fare quello che so fare: segnalare le false notizie che circolano.

Per esempio:

– La notizia che la Torre Eiffel sia stata spenta stanotte in segno di lutto, come ha riportato La Stampa, è falsa: in realtà viene spenta ogni notte all’una. Verrà invece davvero spenta questo sabato (14/11) in ricordo delle vittime, secondo Time.

– Il grattacielo Empire State Building, a New York, non è stato illuminato nei colori della bandiera francese stanotte (14/11): le immagini risalgono a gennaio 2015 e si riferiscono all’attacco a Charlie Hebdo. Invece la Freedom Tower (One World Trade Center) stanotte (14/11) ha illuminato la propria antenna in blu, bianco e rosso.

– Il logo con la Torre Eiffel incorporato nel simbolo della pace non è un’opera di Banksy ma è di Jean Jullien.

– Non è vero che fra gli attentati di stanotte e quello a Charlie Hebdo sono passati 11 mesi e 9 giorni e quindi c’è un nesso con la data degli attentati dell’11/9/2001 negli Stati Uniti: in realtà sono passati 10 mesi e sei giorni.

– La foto con le bombe francesi recanti la scritta “From Paris with Love” non mostra bombe francesi ma armi americane (dettagli qui).

Maggiori dettagli su queste e moltissime altre false notizie riguardanti gli attentati e i loro postumi sono qui su Buzzfeed a cura di Adrien Sénécat e qui su Le Monde.

Consiglio di seguire su Twitter Reportedly e il servizio antibufala francese Vérifié, dal quale segnalo queste immagini che circolano erroneamente riferite agli attentati di stanotte.

Questa foto viene presentata come un’immagine scattata al Bataclan poco prima degli attacchi ma risale al 2011:

E questa è invece una foto scattata dopo gli attacchi a Charlie Hebdo: non mostra Parigi stanotte.

2015/11/15


Ieri, 14 novembre, il Giornale ha pubblicato (copia permanente su Archive.org), a firma di Andrea Riva, la foto falsa di un “presunto kamikaze”, dicendo che la notizia proviene da Andrea Casadio del Fatto Quotidiano.

Scrive Andrea Riva:

A riportare la notizia Andrea Casadio per il Fatto Quotidiano. Il giornalista, raggiunto telefonicamente da SkyTg 24, ha raccontato di esser riuscito ad ottenere la foto grazie a suoi contatti, francesi e inglesi, che hanno abbandonato il Vecchio Continente e che ora si trovano nello Stato islamico.

Il presunto kamikake, come riporta il Fatto, “sorride, mentre si fa un selfie con il suo Ipad, riflesso nello specchio. Addosso, in bella vista, ha la cintura imbottita d’esplosivo, da kamikaze. Sembra la stanza da bagno d’una camera d’albergo. Davanti a lui un tubetto di dentifricio ed un bicchiere. Dietro di lui, la vasca da bagno, e appoggiata sull’orlo, una camicia a quadri. Le tapparelle sono abbassate, perché da fuori non possa vedere nessuno”.

La didascalia, in inglese, recita: “Fonti indicano che questo è uno dei fratelli che ha compiuto gli attacchi benedetti di Parigi #ParisAttacks”. Per ora il terrorista non ha un nome.

Soltanto dopo tutta questa descrizione il lettore scopre di essere stato gabbato:

La fotografia pubblicata dal Fatto e da noi ripresa si è dimostrata non corrispondere ai fatti: descritti: il ragazzo ritratto in foto, infatti, non ha nulla a che fare con gli attentati di Parigi.

Dircelo prima, no?

E il titolo continua a essere l’acchiappaclic “Il presunto kamikaze di Parigi”. Il sottotitolo, infine, continua a spacciare la notizia per vera:

Il sito Khilafah News, molto vicino all’Isis, pubblica una foto del presunto terrorista di Parigi: “Fonti indicano che questo è uno dei fratelli che ha compiuto gli attacchi benedetti di Parigi #ParisAttacks”

Non una parola per avvisare il lettore che sta perdendo tempo a leggere una balla. Lo screenshot qui sopra non include la marea di banner pubblicitari che circonda l’articolo-bufala.

La foto è falsa per alcune ragioni piuttosto evidenti:

  • la foto è un fotomontaggio palese (il giubbetto e la cover del tablet sono vistosamente aggiunti);
  • si vede una presa elettrica tipicamente
    nordamericana, che non ha senso per un attentato avvenuto in Francia;
  • la persona ritratta indossa un dastar,
    ossia un copricapo sikh, e i sikh non c’entrano nulla con il terrorismo islamista;
  • sul bordo della vasca, a destra, è stato aggiunto col fotoritocco un dildo, che non credo faccia parte della normale dotazione di un terrorista dell’Isis.

Inoltre la foto originale dalla quale è stato creato il fotomontaggio è quella qui sotto, e la persona ritratta è un giornalista: un uomo che non c’entra assolutamente nulla con gli attentati, come segnala Grasswire Fact Check.

Questo è il testo dell’articolo di Andrea Casadio sul Fatto Quotidiano, mostrato nello screenshot qui sotto (copia permanente):

Attentati Parigi, “ecco uno dei terroristi”. L’Isis pubblica la fotografia di un presunto kamikaze senza nome

Ancora non ha un nome. Sorride, mentre si fa un selfie con il suo ipad, riflesso nello specchio. Addosso, in bella vista, ha la cintura
imbottito [sic] d’esplosivo, da kamikaze. Sembra la stanza da bagno d’una camera d’albergo. Davanti a lui un tubetto di dentifricio ed un
bicchiere. Dietro di lui, la vasca da bagno, e appoggiata sull’orlo, una camicia a quadri. Le tapparelle sono abbassate, perché da fuori non
possa vedere nessuno. La didascalia della foto lascia pochi dubbi: “Fonti indicano che questo è uno dei fratelli che ha compiuto gli
attacchi benedetti di Parigi #ParisAttacks.” Non ha un nome, ma questo sarebbe uno degli [sic] 7 uomini che si sono fatti saltare in aria, a Parigi,
poche ore dopo.

Questa foto è stata postata pochi secondi fa su uno dei social network preferiti dai jihadisti dell’Isis. Come trovarla è stato
riferito da fonti costantemente monitorate nel tempo. E’ una foto attendibile? Di certo è stata postata da Khilafah News,
in pratica una sorta di ufficio stampa dell’Isis. Sullo stesso social network stamattina Khilafah News aveva postato il messaggio in cui
l’Isis rivendicava gli attentati di Parigi.

La notizia del Fatto viene rilanciata anche dal suo direttore Peter Gomez su Twitter (copia permanente). In questa versione il dildo aggiunto si vede molto chiaramente.

Il Fatto ha pubblicato un altro articolo che spiega che la foto è un falso, ma l’articolo originale non è stato rimosso o integrato per rettificarlo.

La voglia di scoop si è insomma abbinata all’ignoranza dei fatti e alla mancata verifica delle fonti.

Complimenti a chi coinvolge gli innocenti semplicemente perché non ha voglia di imparare a usare gli strumenti di Internet per verificare le notizie prima di pubblicarle. Ringrazio Gabriele Persi per la segnalazione.

 

2020/12/12 23:10

A distanza di cinque anni, il tweet di Peter Gomez è ancora pubblicato e l’articolo del Fatto Quotidiano è ancora online.

Il Fatto Quotidiano e le fandonie di Ivo Mej sugli allunaggi

Il Fatto Quotidiano e le fandonie di Ivo Mej sugli allunaggi

Ultimo aggiornamento: 2019/07/09 18:20.

Grazie a tutti quelli che mi stanno segnalando l’articolo di Ivo Mej che sostiene le tesi complottiste intorno agli allunaggi sul Fatto Quotidiano: ne ho archiviato qui su Archive.org una copia permanente che potete consultare senza regalare clic, visibilità e incassi alle testate che diffondono baggianate irresponsabilmente.

Tralasciando i toni infantili usati da Mej, le castronerie tecniche che cita nel suo articolo sono troppe per elencarle e smontarle una per una: ne prendo una sola, tanto per darvi l’idea di quanto Mej si è documentato prima di accusare la NASA (quella che addestra i nostri astronauti, come Luca Parmitano) di inventarsi “miriadi di supercazzole”.

Secondo Mej,

Un altro indizio sulla stretta connessione tra Kubrick e la Nasa è la costruzione da parte dell’Ente spaziale americano di un obiettivo fatto appositamente per il film di Kubrick Barry Lyndon. Perché la Nasa avrebbe speso ingenti fondi per studiare e realizzare un obiettivo tanto speciale per il regista? Perché non glielo fece neanche pagare?

Faccio a mia volta una domanda: perché Ivo Mej non si è documentato, prima di inventarsi una “supercazzola” di quelle che è così bravo ad attribuire agli altri?

Basta infatti un briciolo di ricerca per scoprire che l’obiettivo in questione era un bellissimo Zeiss Planar f/0.7, costruito dalla NASA non per fare un favore a Kubrick, ma per effettuare riprese della Luna con le proprie sonde spaziali.

E basta un niente per appurare che la NASA non glielo regalò affatto: Kubrick se lo pagò eccome, e di tasca propria lo fece anche modificare per adattarlo alle cineprese che voleva usare per Barry Lyndon. Tutta la vicenda è spiegata, con dovizia di dettagli tecnici, e non supercazzole, su Neiloseman.com.

Per tutte le altre falsità tecniche e fattuali scritte da Ivo Mej nell’articolo, rimando al mio libro gratuito Luna? Sì, ci siamo andati.

Esempio: Mej scrive che gli astronauti si rifiutarono di giurare sulla Bibbia (“un altro regista, l’americano Bart Sibrel, tentò di fare giurare sulla Bibbia Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins di essere davvero stati sulla Luna. Nessuno di loro volle farlo”). Vero: non volevano prestarsi alle ridicolaggini di Sibrel, che non è “un regista” qualsiasi, ma un complottista che nega gli allunaggi e accusa gli astronauti di essere codardi e bugiardi. Mej, stranamente, si è dimenticato però di citare questi altri astronauti lunari, che invece hanno giurato eccome sulla Bibbia e poi hanno cacciato dalle loro case il complottista, come descrivo qui.

Ed Mitchell (Apollo 14)

Alan Bean (Apollo 12)

Gene Cernan (Apollo 17)

2019/07/09 12:55

Peter Gomez, direttore responsabile del Fatto Quotidiano, ha risposto così su Twitter:  

No è un blog ospitato. Non condivido l’opinione, ma è innocua. Se negasse l’AIDS o l’Olocausto non sarebbe stata ospitata. Ma se uno dice io non credo all’allunaggio è libero di farlo. Altrimenti chi è ateo dovrebbe pretendere rettifiche da a chi parla di Dio o di miracoli

E ha aggiunto:

Se dice che le donne devono stare ai fornelli è sessista e non esce. Se scrive che la terra è piatta non avrà un blog. Ma se un autore televisivo scrive che un docu lo convince e condivide per 1 volta una tesi strampalata, ma innocua lo fa. E chi lo vuole confutare lo fa

Un direttore di testata a cui sta bene che i blog pubblicati con il logo della sua testata pubblichino tesi strampalate. Quindi non sapremo mai se quello che leggiamo sul Fatto è vero o una “tesi strampalata”. E qualcuno lo chiama ancora giornalismo.

Gomez ha anche fatto questa proposta:

Paolo il problema è che è sfuggita la critica nei tuoi confronti e non doveva accadere. Domani se credi ti intervisteremo volentieri. In blog che dice di avere un’opinione controcorrente non c’è verifica perché la premessa è chiara: il blogger dice è una mia opinione contraria.

Mossa astuta: con un’intervista (non, si noti, un articolo retribuito) avrebbe gratis il fact-checking che un giornale dovrebbe invece fare pagando qualcuno per farlo, e avrebbe un altro articolo sul quale raccattare clic pubblicitari. Ho risposto così:

Mi stai proponendo seriamente di regalarti clic pubblicitari con il mio lavoro? Geniale, a modo suo, ma anche piuttosto triste.

Grazie, ma non mi interessa essere intervistato. Non sono io l’oggetto del contendere e non mi interessa apparire. Pubblica semmai i fatti, che puoi chiedere a qualunque esperto, e rettifica le fandonie. E capiamoci: quelle non sono “opinioni”. Sono accuse.

Ho aggiunto questo per chiarezza:

“Mi piace il pistacchio”: opinione. “miriadi di supercazzole inventate dalla Nasa in 50 anni per compiacere i presidenti di turno”: no, non è un’opinione, è un’accusa.

Nel frattempo mi è arrivata in copia questa mail inviata alla redazione del Fatto e all’Ordine dei Giornalisti da Fabrizio Bocchino, direttore INAF-Osservatorio Astronomico di Palermo. La pubblico con il suo permesso:

ALL’ATTENZIONE DEL DOTT. PETER GOMEZ

Egr. Direttore

ho letto con grande sconcerto l’articolo pubblicato sulla home page del Fatto Quotidiano dal titolo “Insomma, sulla Luna ci siamo stati o no?” a firma di Ivo Mej (qui il link https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/07/08/insomma-sulla-luna-ci-siamo-stati-o-no/5308567/, mentre in allegato lo screenshot della home page del FQ di oggi con l’articolo di Mej in bella mostra), ed ho letto altresì la risposta che Lei stesso [h]a dato a Paolo Attivissimo (che ne denunciava le assurdità) su twitter che cito qui testualmente

“No è un blog ospitato. Non condivido l’opinione, ma è innocua. Se negasse l’AIDS o l’Olocausto non sarebbe stata ospitata. Ma se uno dice io non credo all’allunaggio è libero di farlo. Altrimenti chi è ateo dovrebbe pretendere rettifiche da a chi parla di Dio o di miracoli.” (link al tweet https://twitter.com/petergomezblog/status/1148328457635553281)

La gravità delle Sue affermazioni è di gran lunga superiore alle farneticazioni del giornalista Mej, il cui blog contenente l’articolo in questione è ospitato fra le pagine del Suo quotidiano, sulle quali non mi dilungo non valendone la pena.

Ma vengo invece alla Sua dichiarazione. Innanzitutto Lei, che è il direttore responsabile di un’importante testata italiana a larga diffusione, liquida come “opinione” la più grande conquista aerospaziale dell’umanità, ottenuta a prezzo di grandi sacrifici anche umani, un evento che rimarrà, a differenza delle farneticazioni del giornalista da Lei ospitato e della Sua affermazione, nei libri di storia nei secoli a venire.

Ma Lei si spinge oltre, e definisce quella di Mej un’opinione “innocua”, come se fosse innocuo spargere a man bassa fake news, trascurando gli innumerevoli effetti perversi che questo può avere, ed esempio sulle giovanissime generazioni che magari non hanno ancora gli strumenti per districarsi fra la matassa di informazioni che ogni giorno ricevono. Lei evidentemente non sente la responsabilità che invece detiene, e compie un grossolano errore di valutazione, che non è degno di un qualsiasi giornalista professionista, figuriamoci di un Direttore Responsabile come Lei.

Non contento di quanto dichiarato, Lei conclude paragonando l’allunaggio ad un atto di fede, al quale ognuno di noi è libero di credere o non credere, così facendo delegittimando con un tratto di penna anni e anni di studi di ingegneria, di astronomia, di meccanica portati avanti con dedizione da scienziati di tantissime discipline prima, durante e dopo il programma Apollo.

E Lei fa tutto questo pubblicamente, in un tweet visibile a migliaia e migliaia di persone.

Per questa ragione, io credo che ci siano gli estremi per deferirLa all’Ordine dei Giornalisti, alla quale io invio questa mia email come segnalazione da semplice cittadino, che spero voglia prendere le opportune misure affinchè la stampa italiana comprendente tantissimi giornalisti seri e professionali sia per sempre liberata da simili spettacoli di disdicevole disinformazione, che per quanto residuali, le arrecano dei danni incalcolabili, oltre che arrecarli al paese intero.

Distinti saluti

2019/07/09 18:20

Peter Gomez è intervenuto con un articolo di spiegazione “per chi non capisce (o finge di non farlo)” (secondo lui; copia su Archive.org), nel quale mi attribuisce cose ben diverse da quelle che ho scritto.

Stasera dovrei essere a Radio Capital intorno alle 19:30 per parlare della vicenda (Mej è stato ospite ieri, se ho ben capito). In proposito è intervenuto anche Wired.it.

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Il Fatto Quotidiano e la notizia copiaincolla: giornalismo 2.0

Il Fatto Quotidiano e la notizia copiaincolla: giornalismo 2.0

Questo articolo vi arriva gratuitamente grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una per incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Ultimo aggiornamento: 2016/09/15 1:40.

Un lettore, Simone, mi ha segnalato una perla di giornalismo 2.0: Il Fatto Quotidiano ha pubblicato a fine 2014 un articolo (copia su Archive.is), firmato da Elisa D’Ospina, sul casting milanese per il collettivo femminile “Ragazze del porno”. Lasciate perdere un attimo l’argomento e guardate l’ultimo paragrafo dell’articolo:

Notate la frase “Potrebbe interessarti: www.today.it. Seguici su Facebook.” Che c’entra con il resto del testo? Assolutamente nulla. Come mai questa frase linka Today.it (specificamente un articolo di Today.it sullo stesso argomento) e il “seguici” porta alla pagina Facebook di Today.it?

Un commentatore del Fatto Quotidiano aveva già una sua teoria in merito un annetto fa: “non siete nemmeno in grado di copiare un articolo da un altro quotidiano on line.. TOGLIETE TODAY.IT razza di capre che non siete altro..”.

Francamente faccio fatica a trovare altre spiegazioni, ma sono aperto a suggerimenti. Come nota UfoOfInterest, se si copiaincolla da questo articolo di Today.it (o da questo) la frase “Potrebbe interessarti…” viene inserita automaticamente.

Noto inoltre che la redazione del Fatto Quotidiano a quanto pare non legge granché attentamente i commenti dei lettori, visto che a distanza di quasi due anni quella strana frase è ancora al suo posto nell’articolo di Elisa D’Ospina e il commento è rimasto inevaso.

Il copiaincolla è una bellissima invenzione, ma bisogna anche saperlo usare.

Nota: A maggio 2015 Elisa D’Ospina è stata anche l’autrice di un articolo, sempre per il Fatto Quotidiano, sulla donna della provincia di Napoli che ieri (13 settembre) si è suicidata in seguito al “clamore mediatico sollevato dai video hard che la ritraevano e che erano finiti in rete a sua insaputa” (ANSA). L’articolo è stato rimosso poche ore fa (ma persiste ancora su Archive.org e Archive.is, perché la Rete non dimentica) e Peter Gomez, direttore del Fatto, ha pubblicato un articolo di scuse. È davvero triste che serva un suicidio per far capire che scrivere un articolo di gossip intitolato “[nome e cognome], gira un video hard con l’amante e diventa il nuovo idolo del web”, citando ripetutamente il nome e il cognome della donna, descrivendo in dettaglio il video, indicandone il titolo e mostrando la foto della donna, vuol dire strafregarsene della privacy delle persone, fare pettegolezzo sensazionalista attiraclic, e soprattutto scrivere senza pensare che il clamore mediatico uccide.

Come nasce una notizia falsa: il tunnel “troppo stretto” della metropolitana di Napoli

Come nasce una notizia falsa: il tunnel “troppo stretto” della metropolitana di Napoli

Come nasce una fake news? Si parla spesso di disinformazione pianificata a tavolino, ma esistono anche le notizie false che nascono per caso. O meglio, per una tempesta perfetta di fattori.

Prendiamo il caso recentissimo della notizia secondo la quale i treni destinati alla Linea 6 della metropolitana di Napoli non sarebbero utilizzabili perché, dice un titolo di giornale, “il tunnel è troppo stretto e i treni nuovi non passano”.

La notizia è falsa, perché i treni ci passano eccome, ma ormai ha assunto una visibilità enorme. Le ragioni di questa visibilità sono varie: la storia fa leva sui luoghi comuni della burocrazia cieca, incompetente e sprecona, nella quale un ufficio non sa cosa fa l’altro, e gioca probabilmente anche su alcuni pregiudizi regionali. È per questo che si consiglia sempre di fare attenzione alle storie che soddisfano e rinforzano i preconcetti e sfruttano le emozioni. Ma è anche una vicenda accattivante, gustosa da raccontare e da condividere sui social network; per chi la segnala ha poca importanza se sia vera o no. Come si dice nel giornalismo, mai lasciare che i fatti intralcino una buona storia.

Gli ingredienti giusti per ottenere una diffusione a tappeto, insomma, ci sono tutti. Ma non servirebbero a nulla se non ci fosse stato, a monte, un errore giornalistico molto frequente: l’articolo di giornale originale dal quale è scaturita la bufala in realtà è corretto, ma è il titolo che è sbagliato, e i giornalisti che hanno ripreso la notizia si sono fermati al titolo invece di leggere l’articolo [Leggo, Il Fatto Quotidiano, Il Giornale].

L’articolo, infatti, spiega che il problema non riguarda affatto i tunnel della metropolitana di Napoli ma soltanto le dimensioni del pozzo usato per inserire i treni la prima volta nei tunnel. Il pozzo non consente di calare un treno intero di quelli nuovi, più lunghi dei precedenti, ma questa limitazione si risolve calando il treno una cassa per volta.

Il titolo dell’articolo, però, parla erroneamente di tunnel troppo stretto, e per chi si è fermato a quel titolo l’equivoco è stato quindi inevitabile e le successive smentite ufficiali non otterranno mai la stessa diffusione della notizia falsa, perché sono meno interessanti.

Come spesso accade, insomma, la bufala nasce da una catena di errori e di automatismi:

  • il titolista fraintende l’articolo, in sé corretto, scritto dal giornalista;
  • gli altri giornalisti e gli utenti dei social network leggono soltanto il titolo dell’articolo e diffondono l’errore;
  • l’errore attecchisce, prospera e si propaga perché la storia è accattivante e soddisfa i pregiudizi e perché ci si fida della fonte originale, che è tutto sommato una testata giornalistica, alla quale viene spontaneo dare attendibilità.

Sono insomma gli stessi meccanismi che stanno da sempre alla base delle bufale e della propaganda, ma che oggi operano a velocità elevatissime grazie ai mezzi di comunicazione informatici.

Possiamo imparare molto da incidenti come questo:

  • mai fermarsi al titolo, spesso creato da una persona diversa dal giornalista che ha scritto l’articolo;
  • aumentare i controlli quando una storia fa leva sui pregiudizi;
  • e mai fidarsi ciecamente delle fonti apparentemente autorevoli.

Così, forse, raggiungeremo la luce alla fine del tunnel. Sempre che non sia troppo stretto.

Questo articolo è il testo preparato per il mio servizio La Rete in 3 minuti per Radio Inblu dell’11 gennaio 2018. Fonti: Bufale un tanto al chilo, Repubblica.