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Nicolaporro.it e il giornalismo copiaincolla

Il sito di Nicola Porro,
vicedirettore de Il Giornale, ultimamente se l’è presa con i debunker, scrivendo che è un’“arte che indegnamente guardiamo da lontano con qualche dose di
disprezzo”

e tirandomi in ballo esplicitamente insieme ai colleghi e amici:
“Dove sono i Paolo Attivissimo, i Butac de noantri, i David Puente di
turno?”

(copia permanente) perché a quanto pare
non indaghiamo gratis sulle cose che interessano alla redazione. Redazione
che, ricordo, è composta da giornalisti che ricevono uno stipendio per fare
indagini giornalistiche.

Ma a quanto pare alla redazione di Nicolaporro.it non sembra avere problemi di
“disprezzo” quando si tratta di rubare intere frasi da un articolo di
un debunker.

Questo è un brano di
questo mio articolo
del 4 gennaio 2022:

E questo è un brano dell’articolo uscito ieri, 9 gennaio 2022, su
Nicolaporro.it e firmato da “Redazione” e da Paolo Becchi e Giovanni Zibordi
(copia permanente):

Versione in formato testuale per agevolare il confronto:

(il mio articolo) Dagli Stati Uniti arriva un esempio tragico di questa
regola: secondo quanto riferito da The Center Square, il direttore della
compagnia assicurativa OneAmerica, Scott Davidson, ha detto che i tassi di
mortalità attuali sono “i più alti mai visti nella storia di questo settore, e
non solo alla OneAmerica” e sono saliti del 40% rispetto ai livelli
pre-pandemia fra le persone in età lavorativa. Visto che OneAmerica gestisce
polizze vita, questo dato è cruciale per la sua attività. Davidson ha aggiunto
che non sono gli anziani a morire ma “principalmente le persone in età
lavorativa, fra i 18 e i 64 anni.” “Tanto per darvi un’idea di quanto questo
sia grave” ha dichiarato “una catastrofe da tre sigma, ossia una di quelle che
avvengono una volta ogni 200 anni, comporterebbe un aumento del 10% rispetto
al valore pre-pandemia, per cui il 40% è inaudito.” In altre parole, negli
Stati Uniti in questo periodo c’è una sovramortalità eccezionale: qualcosa la
sta causando.

(quello di Nicolaporro.it) Dagli Stati Uniti arriva infatti la notizia che il
Ceo compagnia assicurativa OneAmerica, Scott Davidson, ha detto che i tassi di
mortalità attuali sono “i più alti mai visti nella storia di questo settore, e
non solo alla OneAmerica”: sono saliti ora del 40% rispetto ai livelli
pre-pandemia fra le persone in età lavorativa. Visto che OneAmerica gestisce
polizze vita, questo dato è cruciale per la sua attività e gli attuari e gli
statistici impiegati dalle assicurazioni sono molto motivati a stimare in modo
corretto la mortalità perché è il loro business. Davidson ha aggiunto che non
sono gli anziani a morire ma “principalmente le persone in età lavorativa, fra
i 18 e i 64 anni.” “Tanto per darvi un’idea di quanto questo sia grave – ha
dichiarato – una catastrofe da tre sigma, ossia una di quelle che avvengono
una volta ogni 200 anni, comporterebbe un aumento del 10% rispetto al valore
pre-pandemia, per cui il 40% è un valore inaudito.” In altre parole, negli
Stati Uniti in questo periodo c’è una mortalità eccezionale: qualcosa la sta
causando e il Ceo Davidson non avanza ipotesi.

Persino il link della definizione di “tre sigma” è identico. Ma guarda
che strana coincidenza.

Per gli immancabili cretini assortiti che insinueranno che potrei aver copiato io retrodatando il mio articolo: copia del mio articolo salvata su Archive.org il 4 gennaio 2022.

Non ho altro da aggiungere.

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La bufala della richiesta di vietare “porco cane” perché offenderebbe l’animale

Ultimo aggiornamento: 2022/01/02 15:50.

Cominciamo subito bene l’anno con una fandonia pubblicata da alcuni giornalisti, che anche nel 2022 sembrano non avere alcuna voglia di fare verifiche prima di pubblicare sciocchezze, specialmente quando si tratta di storie che possono attirare polemiche e quindi clic pubblicitari.

Il Fatto Quotidiano, per esempio, ha pubblicato la “notizia” di un’iniziativa per togliere le parole porco e cane dalle parolacce, titolando “L’espressione ‘porco cane’ è volgare e insulta l’animale”: l’Associazione Difesa Animali e Ambiente chiede di “modificare queste espressioni” (copia permanente).

 

La Rai ha riportato la “notizia” della richiesta, citando la sigla dell’associazione che l’ha fatta: Animali: Aidaa, eliminiamo parola cane da bestemmie e parolacce (copia permanente). 

 

Il Giornale, a firma di Giannino della Frattina, parla della “meritoria Associazione italiana difesa animali e ambiente”, lamentandosi del “disorientamento di questa disgraziatissima società del politicamente corretto a tutti i costi (anche a costo del ridicolo) nella quale non si chiede di togliere la parola «Dio» dalle bestemmie, ma la parola «cane»” (copia permanente). Ma il disorientato è lui, insieme alle redazioni della Rai e del Fatto Quotidiano.

Infatti la sedicente Associazione Difesa Animali e Ambiente (AIDAA) è una vecchia conoscenza di chiunque faccia debunking: è costituita da una sola persona, Lorenzo Croce, nota per la sua abitudine di diffondere comunicati stampa pieni di “notizie” sballate o completamente inventate. Bufale un tanto al chilo ha accumulato un corposo e pluriennale dossier sul caso AIDAA e sulle redazioni che abboccano sistematicamente alle bufale diffuse da questa “associazione”. 

Pubblicare notizie come questa, senza mettere bene in chiaro che si tratta della fantasia di un singolo che non rappresenta affatto un sentire comune o un’esigenza di molti, inevitabilmente alimenta polemiche inutili e rinforza le posizioni di chi se la prende con gli animalisti asserendo che bloccano tutto e sono fuori dalla realtà. Gli strali di Giannino della Frattina sul Giornale sono un esempio perfetto di questo aiuto, che finisce per penalizzare chi invece difende l’ambiente e gli animali impegnandosi seriamente e usando il buon senso.

Purtroppo si conferma una vecchia regola delle fake news: il giornalista medio è pigro e non controlla, per cui se gli offri un comunicato stampa ben confezionato e pronto per un rapido copiaincolla, e se il comunicato propone una storia accattivante e perfetta per suscitare discussioni, clamori e polemiche, verrà pubblicata ciecamente. Come appunto avviene da anni e continua ad avvenire.

In una redazione moderna dovrebbe esserci sulla scrivania di ogni giornalista un elenco delle fonti da ritenere inattendibili a prescindere e da non pubblicare in nessun caso. Ma sembra che non ci sia alcun interesse a prendere nemmeno queste minime misure di buon senso e di rispetto verso il lettore, che non costerebbero nulla. O forse costerebbero troppo in termini di clic pubblicitari perduti o di linee editoriali da alimentare. 

 

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L’ennesima figuraccia del giornalismo: la foto falsa della bandiera su Kabul spacciata per vera

L’ennesima figuraccia del giornalismo: la foto falsa della bandiera su Kabul spacciata per vera

Ultimo aggiornamento: 2021/08/16 18:45.

Ho perso la pazienza. La gente disperata muore a Kabul, e coloro che dovrebbero informarci su questa tragedia fanno ancora una volta i cialtroni totali.

O un giornalista.

Gli anni passano e i giornalisti non imparano nulla. Nemmeno un concetto
semplicissimo come controllare le fonti. E il suo corollario:
non pubblicare la prima foto che trovi in giro. Le basi,
insomma.

Dieci anni fa,
i giornali italiani abboccarono in massa
ai palesi fotomontaggi che ritraevano il cadavere di Osama bin Laden e li
pubblicarono senza il benché minimo controllo. Poteva essere una buona
occasione per imparare la lezione, scusarsi pubblicamente e fare in modo che
non accadesse mai più, istituendo una semplice regolina:
non si pubblicano foto di cui non è garantita la fonte. E magari
aggiungendole un corollario:
prima di pubblicare una foto, di qualunque fonte, chiediti se è almeno
vagamente plausibile; nel dubbio, non pubblicarla.

E invece no. Tantissimi giornali e telegiornali italiani stanno
pubblicando in queste ore un palese fotomontaggio che mostra una bandiera
attribuita ai Talebani che hanno riconquistato Kabul.

A parte la natura dilettantesca del fotomontaggio, che dovrebbe rivelare immediatamente a chiunque che la foto è un falso, basterebbe considerare che quella bandiera dovrebbe
avere dimensioni enormi e che per sventolare così dritta dovrebbe essere investita
da un vento da uragano. Macché, al Vero Giornalista queste semplici
osservazioni non interessano.

Questo è Gianni Riotta (copia permanente):

Screenshot e segnalazione di Paolo Mellere.
Screenshot del Corriere della Sera pubblicato da evaristegal0is.
Screenshot de Il Giornale pubblicato da evaristegal0is.
Screenshot de La Stampa pubblicato da evaristegal0is.

Arrivano segnalazioni di pubblicazione o messa in onda da parte di
TGLa7, TG2,
SkyTG24,
ItaliaOggi,
Il Giornale, La Stampa, Corriere della Sera
, TG5. Altri casi vengono segnalati da Pagella Politica, che insieme a Open ricostruisce la fonte della foto originale e l’itinerario virale del fotomontaggio.

Questo non è giornalismo, questo è dilettantismo puro. O è la furberia di chi non gliene frega niente del proprio dovere di informare il lettore. Questi sono i giornalisti ai quali affidiamo il compito di raccontarci la tragedia afghana e che si dimostrano incapaci persino di riconoscere un fotomontaggio da due soldi.

E non mi si venga a dire “eh, ma l’abbiamo tolta”. No: una porcheria simile non andava pubblicata in partenza. Non avrebbe dovuto superare i controlli redazionali e quelli di chiunque avesse due neuroni da sfregare l’uno contro l’altro.

Matteo Salvini (tweet; copia permanente):

 

 

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Attentati a Parigi, attenzione alle false notizie. Anche quelle diffuse da giornalisti incapaci

Attentati a Parigi, attenzione alle false notizie. Anche quelle diffuse da giornalisti incapaci

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle gentili donazioni dei lettori. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Ultimo aggiornamento: 2020/12/12 23:10.

Lascio ad altri, più saggi e qualificati di me, commentare e ragionare sugli attentati di Parigi di stanotte. In casi come questi il rischio di dare aria ai denti e di dire banalità pur di dire qualcosa è troppo alto e il silenzio commosso è sempre un’opzione tanto nobile quanto trascurata. Mi limito a fare quello che so fare: segnalare le false notizie che circolano.

Per esempio:

– La notizia che la Torre Eiffel sia stata spenta stanotte in segno di lutto, come ha riportato La Stampa, è falsa: in realtà viene spenta ogni notte all’una. Verrà invece davvero spenta questo sabato (14/11) in ricordo delle vittime, secondo Time.

– Il grattacielo Empire State Building, a New York, non è stato illuminato nei colori della bandiera francese stanotte (14/11): le immagini risalgono a gennaio 2015 e si riferiscono all’attacco a Charlie Hebdo. Invece la Freedom Tower (One World Trade Center) stanotte (14/11) ha illuminato la propria antenna in blu, bianco e rosso.

– Il logo con la Torre Eiffel incorporato nel simbolo della pace non è un’opera di Banksy ma è di Jean Jullien.

– Non è vero che fra gli attentati di stanotte e quello a Charlie Hebdo sono passati 11 mesi e 9 giorni e quindi c’è un nesso con la data degli attentati dell’11/9/2001 negli Stati Uniti: in realtà sono passati 10 mesi e sei giorni.

– La foto con le bombe francesi recanti la scritta “From Paris with Love” non mostra bombe francesi ma armi americane (dettagli qui).

Maggiori dettagli su queste e moltissime altre false notizie riguardanti gli attentati e i loro postumi sono qui su Buzzfeed a cura di Adrien Sénécat e qui su Le Monde.

Consiglio di seguire su Twitter Reportedly e il servizio antibufala francese Vérifié, dal quale segnalo queste immagini che circolano erroneamente riferite agli attentati di stanotte.

Questa foto viene presentata come un’immagine scattata al Bataclan poco prima degli attacchi ma risale al 2011:

E questa è invece una foto scattata dopo gli attacchi a Charlie Hebdo: non mostra Parigi stanotte.

2015/11/15


Ieri, 14 novembre, il Giornale ha pubblicato (copia permanente su Archive.org), a firma di Andrea Riva, la foto falsa di un “presunto kamikaze”, dicendo che la notizia proviene da Andrea Casadio del Fatto Quotidiano.

Scrive Andrea Riva:

A riportare la notizia Andrea Casadio per il Fatto Quotidiano. Il giornalista, raggiunto telefonicamente da SkyTg 24, ha raccontato di esser riuscito ad ottenere la foto grazie a suoi contatti, francesi e inglesi, che hanno abbandonato il Vecchio Continente e che ora si trovano nello Stato islamico.

Il presunto kamikake, come riporta il Fatto, “sorride, mentre si fa un selfie con il suo Ipad, riflesso nello specchio. Addosso, in bella vista, ha la cintura imbottita d’esplosivo, da kamikaze. Sembra la stanza da bagno d’una camera d’albergo. Davanti a lui un tubetto di dentifricio ed un bicchiere. Dietro di lui, la vasca da bagno, e appoggiata sull’orlo, una camicia a quadri. Le tapparelle sono abbassate, perché da fuori non possa vedere nessuno”.

La didascalia, in inglese, recita: “Fonti indicano che questo è uno dei fratelli che ha compiuto gli attacchi benedetti di Parigi #ParisAttacks”. Per ora il terrorista non ha un nome.

Soltanto dopo tutta questa descrizione il lettore scopre di essere stato gabbato:

La fotografia pubblicata dal Fatto e da noi ripresa si è dimostrata non corrispondere ai fatti: descritti: il ragazzo ritratto in foto, infatti, non ha nulla a che fare con gli attentati di Parigi.

Dircelo prima, no?

E il titolo continua a essere l’acchiappaclic “Il presunto kamikaze di Parigi”. Il sottotitolo, infine, continua a spacciare la notizia per vera:

Il sito Khilafah News, molto vicino all’Isis, pubblica una foto del presunto terrorista di Parigi: “Fonti indicano che questo è uno dei fratelli che ha compiuto gli attacchi benedetti di Parigi #ParisAttacks”

Non una parola per avvisare il lettore che sta perdendo tempo a leggere una balla. Lo screenshot qui sopra non include la marea di banner pubblicitari che circonda l’articolo-bufala.

La foto è falsa per alcune ragioni piuttosto evidenti:

  • la foto è un fotomontaggio palese (il giubbetto e la cover del tablet sono vistosamente aggiunti);
  • si vede una presa elettrica tipicamente
    nordamericana, che non ha senso per un attentato avvenuto in Francia;
  • la persona ritratta indossa un dastar,
    ossia un copricapo sikh, e i sikh non c’entrano nulla con il terrorismo islamista;
  • sul bordo della vasca, a destra, è stato aggiunto col fotoritocco un dildo, che non credo faccia parte della normale dotazione di un terrorista dell’Isis.

Inoltre la foto originale dalla quale è stato creato il fotomontaggio è quella qui sotto, e la persona ritratta è un giornalista: un uomo che non c’entra assolutamente nulla con gli attentati, come segnala Grasswire Fact Check.

Questo è il testo dell’articolo di Andrea Casadio sul Fatto Quotidiano, mostrato nello screenshot qui sotto (copia permanente):

Attentati Parigi, “ecco uno dei terroristi”. L’Isis pubblica la fotografia di un presunto kamikaze senza nome

Ancora non ha un nome. Sorride, mentre si fa un selfie con il suo ipad, riflesso nello specchio. Addosso, in bella vista, ha la cintura
imbottito [sic] d’esplosivo, da kamikaze. Sembra la stanza da bagno d’una camera d’albergo. Davanti a lui un tubetto di dentifricio ed un
bicchiere. Dietro di lui, la vasca da bagno, e appoggiata sull’orlo, una camicia a quadri. Le tapparelle sono abbassate, perché da fuori non
possa vedere nessuno. La didascalia della foto lascia pochi dubbi: “Fonti indicano che questo è uno dei fratelli che ha compiuto gli
attacchi benedetti di Parigi #ParisAttacks.” Non ha un nome, ma questo sarebbe uno degli [sic] 7 uomini che si sono fatti saltare in aria, a Parigi,
poche ore dopo.

Questa foto è stata postata pochi secondi fa su uno dei social network preferiti dai jihadisti dell’Isis. Come trovarla è stato
riferito da fonti costantemente monitorate nel tempo. E’ una foto attendibile? Di certo è stata postata da Khilafah News,
in pratica una sorta di ufficio stampa dell’Isis. Sullo stesso social network stamattina Khilafah News aveva postato il messaggio in cui
l’Isis rivendicava gli attentati di Parigi.

La notizia del Fatto viene rilanciata anche dal suo direttore Peter Gomez su Twitter (copia permanente). In questa versione il dildo aggiunto si vede molto chiaramente.

Il Fatto ha pubblicato un altro articolo che spiega che la foto è un falso, ma l’articolo originale non è stato rimosso o integrato per rettificarlo.

La voglia di scoop si è insomma abbinata all’ignoranza dei fatti e alla mancata verifica delle fonti.

Complimenti a chi coinvolge gli innocenti semplicemente perché non ha voglia di imparare a usare gli strumenti di Internet per verificare le notizie prima di pubblicarle. Ringrazio Gabriele Persi per la segnalazione.

 

2020/12/12 23:10

A distanza di cinque anni, il tweet di Peter Gomez è ancora pubblicato e l’articolo del Fatto Quotidiano è ancora online.

Maradona è morto di “parata cardiorespiratoria”: lo scrivono ANSA, RAI e altre testate. E il Corriere lo fa risorgere

Maradona è morto di “parata cardiorespiratoria”: lo scrivono ANSA, RAI e altre testate. E il Corriere lo fa risorgere

Davvero nessuno in redazione che si sia fermato un nanosecondo a chiedersi che cosa potesse mai voler dire “parata cardiorespiratoria”

Poi la gente dice che me la prendo troppo quando parlo di giornalismo a neuroni spenti. Manco la morte di Maradona sanno scrivere giusta. Qui non stiamo parlando di paleontologia comparata o di fisica quantistica. C’è solo da
dare la notizia della morte di un calciatore popolarissimo. E per la foga di essere primi, per il malvezzo di copiaincollare, per l’abitudine a lavorare a neuroni spenti, senza controllare niente e senza avere nessuno che li controlli, sbagliano persino questo.

Google

ANSA

Questa disastrosa cialtroneria collettiva deriva probabilmente dal fatto che in spagnolo l’arresto cardiaco si chiama “paro cardiorrespiratório” o “parada cardiorrespiratória”. La fretta, la pigrizia e l’abitudine a strafottersene della qualità e restare impuniti hanno fatto il resto.

 

21:30. Pensavo che la farsa tragica sarebbe finita qui, e invece no. Il Corriere ha appena annunciato questo, pubblicato alle 21.15 (copia permanente):

Se non erro, è la ripubblicazione di un articolo del 3 novembre scorso. Il Corriere l’ha rimosso poco dopo.

Non ho altro da aggiungere a questa fiera degli inetti. Spero. Beh, ci sarebbe Orlando Sacchelli, o il suo titolista neurodeficitario, che su Il Giornale scrive che “pibe de oro” vuol dire “piede d’oro”, ma del resto è Il Giornale.

 

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La fiera della fantascemenza: idiozie lunacomplottiste su “Il Giornale”

La fiera della fantascemenza: idiozie lunacomplottiste su “Il Giornale”

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento ore 18:15.

Segnalo brevemente un articolo del Giornale di Luigi Mascheroni che spalma nuovo letame sulle missioni lunari sparando le solite scemenze senza dare spazio alle smentite.

“Prove? Più che altro dubbi, a partire dal fatto che risulta davvero difficile credere che la tecnologia dell’epoca – senza computer o quasi, e con tute da astronauti che sembrano uscite da un B-movie degli anni ’50 – potesse depositarci delicatamente sulla superficie lunare (e riportarci a casa indenni, soprattutto)” scrive il buon Mascheroni. Che forse non si rende conto che la tecnologia dell’epoca ci diede il Concorde, un aereo di linea supersonico. Sarà stato fatto in studio anche quello?

“Domande di rito: perché nelle foto e nei filmati della missione Apollo 11 non si vedono le stelle che, in mancanza di atmosfera, dovrebbero essere luminosissime?” Perché è così che dev’essere. La Luna è illuminata a giorno dal Sole. Se regolo la fotocamera per esporre correttamente la superficie della Luna, le stelle sono troppo fioche. Tant’è vero che le stelle mancano anche nello foto fatte nello spazio dal nostro Umberto Guidoni. False anche quelle, oppure sarebbe il caso di studiare le basi della fotografia prima di ripetere a pappagallo certe fregnacce?

“Perché non ci sono crateri sotto il Lem nonostante il getto del motore a propulsione?” Perché il LM si è posato su una distesa di roccia. Dura quasi quanto la zucca dei lunacomplottisti.

“Perché in molte immagini gli astronauti proiettano ombre e sono illuminati in un modo inspiegabile rispetto alla sola fonte di luce possibile sulla luna, cioè il sole?” Perché sulla Luna c’è un’altra fonte di luce: la Luna stessa, che riflette la luce del Sole, illumina gli astronauti e schiarisce le ombre. C’è un corso CEPU di fotografia da regalare a chi scrive certe idiozie?

“Perché Armstrong è fotografato da Aldrin che si vede riflesso nel suo casco senza però avere in mano la macchina fotografica?” Non diciamo scemenze, per favore. Innanzi tutto, la foto non ritrae Armstrong, ma Aldrin. C’è pure scritto il nome sulla tuta, caro Mascheroni. E il suo compagno ha eccome in mano la macchina fotografica. Basta guardare gli originali ad alta risoluzione invece delle cacchine sbiadite pubblicate dai lunacomplottisti.

“A conferma dei dubbi dei cospiratori, la Nasa due anni fa ha dichiarato di aver perso i filmati originali dello sbarco. Che forse però salteranno fuori per questo anniversario.” Per l’ennesima volta, no. La NASA non ha perso i “filmati originali”. Ha perso una copia di alta qualità della diretta TV, ma ha quella in qualità normale. E le riprese filmate su pellicola 16mm a colori dello sbarco sono pubblicamente disponibili. Ne ho una copia persino io, grazie anche alla colletta dei lettori, e l’ho mostrata qui.

“Alla fine, tanti dubbi e una sola certezza. Che la celebre frase «un piccolo passo per me, un grande balzo per l’umanità» – al netto di qualsiasi prova scientifica così come di qualsiasi teoria complottista – non può che essere uscita dalla penna di un mediocre sceneggiatore. Hollywoodiano.” Alla fine, pochi dubbi e una sola certezza. Che un articolo del genere non può che essere uscito dalla penna di un… va be’, la frase la lascio completare a voi.

Aggiornamento ore 18:15

L’autore dell’articolo ha pubblicato una parziale rettifica. Resta ancora da pubblicare lo spiegone che sbufali quelle affermazioni lunatiche. Sarebbe interessante anche sapere qual è la fonte di quel dato del 20%: l’ultimo sondaggio sull’argomento che ho visto risale agli anni Novanta e dava il 6%.

Quando le fake news le fanno i giornalisti: il “malore” di Miley Cyrus

Quando le fake news le fanno i giornalisti: il “malore” di Miley Cyrus

“Miley Cyrus, selfie a letto con cannula al naso: improvviso malore”. Questa notizia falsa è sul sito del TGcom24 da ieri (copia su Archive.org). Non solo è falsa: nessuno l’ha rettificata. Questo significa fregarsene del proprio lavoro, della deontologia e dei lettori.

Lo stesso, anzi peggio, fa Il Giornale. In un articolo a firma di Novella Toloni, pubblicato due giorni fa e non ancora rettificato, la Toloni “informa” i lettori del Giornale che “La cantante e attrice americana ha, infatti, avuto una violenta reazione allergica dopo aver mangiato pietanze a base di molluschi. Inconsapevole della sua intolleranza Miley Cyrus ha mangiato il pesce che le ha procurato una forte reazione, con rigonfiamento della gola e conseguente insufficienza respiratoria.” (copia su Archive.org).

“Miley Cyrus, si mostra ai fan con la cannula dell’ossigeno dopo un malore”

Ma non è vero niente. Miley Cyrus ha partecipato a un episodio della serie di fantascienza distopica Black Mirror di Netflix, per la quale ha fatto un post promozionale su Instagram e su Twitter usando il nome del proprio personaggio nella puntata, Ashley O. Nei suoi post, per chiarezza, c’è l’hashtag #BlackMirror e viene menzionato l’account @netflix.

Ashley O is unable to perform due to a detrimental shellfish allergy. She is still capable of SHELFIES! #AshleyO #BlackMirror @netflix

Senza fare troppi spoiler, nella puntata di Black Mirror il personaggio interpretato da Miley Cyrus è in ospedale, come spiega Davide Sica su Everyeye.it. Ed è solo per questo che la cantante ha fatto questi post, cambiando identità e mettendo questi hashtag e queste menzioni. Nella realtà non ha avuto nessun malore e nessuna reazione allergica a molluschi. Per saperlo basterebbe informarsi prima di scrivere.

Paradossalmente, Novella Toloni cita proprio la puntata di Black Mirror, dicendo che “Miley Cyrus parla di lei come Ashley O il suo personaggio nella7 serie Netflix “Black mirror” per scherzare sulla vicenda, che però è tutt’altro che leggera.”  E lo stesso fa l’anonimo estensore di TGcom24: “Ora la cantante e attrice di “Black Mirror” (Miley è la protagonista di
un episodio della stagione 5 della nota serie tv nei panni della pop
idol Ashley O, ndr)…”
. Ma a nessuno dei due si accende la lampadina.

Per carità, posso capire che in una redazione di stressati sottopagati possa capitare l’equivoco o l’errore. Ma quello che trovo imperdonabile è che l’errore non venga corretto.

E poi ci sono i giornalisti che dicono ancora che le fake news stanno su Internet.

2019/06/10: La notizia falsa su TGCom24 è ancora lì, intatta e senza vergogna. La notizia falsa sul Giornale è stata invece riscritta senza alcuna rettifica, con buona pace della deontologia.

Ringrazio Claudio Michelizza di Bufale.net per la segnalazione iniziale.

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Antibufala: suoni segreti captati dagli astronauti lunari!

Antibufala: suoni segreti captati dagli astronauti lunari!

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori e con il contributo tecnico di @RiccardoDeias, @pd_76 e @Solincos. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Pubblicazione iniziale: 2016/02/22 22:04. Ultimo aggiornamento: 2019/03/23 23:30.

Oggi (22 febbraio) ricorre il ventennale del volo spaziale di due italiani insieme: il 22 febbraio 1996 partivano per lo spazio Maurizio Cheli e Umberto Guidoni sullo Shuttle. Sarebbe magari carino parlare dell’eredità delle loro esperienze in occasione dell’anniversario. Macché: i giornalisti di Repubblica, Il Giornale, La Stampa si buttano a pesce invece su un’altra storia spaziale e rifilano ai loro lettori una panzana datata 1969, copiandola dai media fuffaroli americani senza la minima verifica.

La balla pubblicata da queste testate racconta che quando la missione Apollo 10 era dietro la Luna gli astronauti captarono un suono “simile a una musica” che “non fu divulgato per quarant’anni. La Nasa, incapace di spiegare il fenomeno, secretò e archiviò tutto quello che la radio dell’astronave aveva registrato in quel lasso di tempo e rese pubbliche le trascrizioni delle conversazioni avvenute solo nel 2008” (Repubblica). 

La Stampa, nella sezione Tuttoscienze, pubblica un articolo a firma di Fulvio Cerutti che dice che l’episodio è “rimasto top secret sino al 2008” ed è un “fenomeno a cui non è mai stata trovata una spiegazione” (l’articolo è stato parzialmente corretto dopo la mia segnalazione).

Il Giornale, a firma di Franco Iacch, scrive che “l’episodio top secret… è stato declassificato in parte solo nel 2008 (con pesanti censure)” e che gli astronauti nelle loro cuffie udirono “urla”. Iacch conclude scrivendo che “Le registrazioni integrali captate dall’Apollo 10 rimangono top secret”.

Il Corriere pubblica sull’argomento un video con didascalia che dice che il “suono, registrato e trascritto dalla Nasa, è rimasto top secret fino al 2008”. Il link è stato successivamente cambiato.

Ne parla anche Panorama con un articolo di Sabrina Pieragostini, scrivendo che “per decenni l’ente spaziale ha preferito mantenere nascosta la notizia”.

Come mai tutto questo improvviso e simultaneo interesse del giornalismo italiano per un’oscura vicenda di quasi cinquant’anni fa? Semplice: hanno tutti fatto copiaincolla dai media americani, in particolare dalle pagine di notizie bislacche dell’Huffington Post (traduzione italiana qui), che stanno pompando la storia per promuovere una nuova serie televisiva del Science Channel, intitolata NASA’s Unexplained Files. Se guardate i suoi video promozionali (uno e due) vedrete che il ritmo del montaggio rivela chiaramente che si tratta di un programma di spazzatura sensazionalista alla stregua di Alieni Nuove Rivelazioni. E se ascoltate bene l’inglese, noterete che le dichiarazioni degli intervistati, fra i quali c’è anche l’astronauta lunare Al Worden, sono state palesemente rimontate ad arte per farle sembrare a sostegno del mistero.

Solo che non c’è nessun mistero. A parte quello di come facciano, certi giornalisti nostrani ed esteri, a guardarsi allo specchio la mattina senza vergognarsi, a furia di ingannare i propri lettori pubblicando fandonie senza uno straccio di controllo dei fatti.

Infatti è una balla che l’episodio sia rimasto segreto fino al 2008, nonostante lo scriva anche ANSA: come confermato dalla mia esperienza personale nella raccolta di documentazione spaziale storica e come ribadito dalla NASA su Tumblr (e anche qui), l’audio e le trascrizioni della missione Apollo 10 sono pubblicamente disponibili sin dal 1973 a chiunque ne facesse richiesta presso i National Archives statunitensi. Nel 2012 audio e trascrizioni sono stati inoltre pubblicati online per lo scaricamento libero. Lo spezzone audio in questione è questo (a 2:51 e 7:43); le trascrizioni delle registrazioni a bordo di Apollo 10 sono disponibili qui come scansioni degli originali (uno dei brani in questione è a pagina 241) e qui come trascrizioni digitali.

Ecco quello che dissero gli astronauti durante il quinto giorno di volo, il 23 maggio 1969:

102:13:02 Cernan: Quella musica suona persino spaziale, vero? Lo senti? Quel fischio?

102:13:06 Stafford: Sì.

102:13:07 Cernan: Whooooooooooo.

102:13:12 Young: Anche tu hai sentito quel fischio?

102:13:14 Cernan: Sì. Sembra, sai, musica spaziale.

102:13:18 Young: Chissà cos’è.

[…]

102:17:58 Cernan: Accidenti, quella è davvero musica strana.

102:18:01 Young: Dovremo scoprire cos’è. Non ci crederà nessuno.

102:18:07 Cernan: No. È un fischio, sai, come una cosa spaziale.

102:18:10 Young: Probabilmente è colpa del rilevamento di distanza VHF, immagino.

In originale:

102:13:02 Cernan: That music even sounds outer-spacey, doesn’t it? You hear that? That whistling sound?

102:13:06 Stafford: Yes.

102:13:07 Cernan: Whooooooooooo.

102:13:12 Young: Did you hear that whistling sound, too?

102:13:14 Cernan: Yeah. Sounds like – you know, outer-space-type music.

102:13:18 Young: I wonder what it is.

[…]

102:17:58 Cernan: Boy, that sure is weird music.

102:18:01 Young: We’re going to have to find out about that. Nobody will believe us.

102:18:07 Cernan: No. It’s a whistling, you know, like an outer space-type thing.

102:18:10 Young: Probably due to the VHF ranging, I’d guess.

Fra l’altro, la vicenda è talmente “top secret” che ne parlò apertamente nel 1974 l’astronauta di Apollo 11 Mike Collins nel suo libro Carrying the Fire, dicendo (nel capitolo 13) che gliel’avevano raccontata, prima che partisse per la Luna, proprio gli astronauti di Apollo 10. Per chi è troppo pigro per consultare un libro, inoltre, tutta la faccenda era già stata sbufalata pubblicamente sette anni fa su Internet da ApolloHoax, come segnalato da Metabunk. Quelli di NASA’s Unexplained Files evidentemente hanno preferito far finta di niente e i giornalisti italiani ed esteri si sono accodati.

È falso anche che “non è mai stata trovata una spiegazione”: fu trovata già nel 1969, spiega Collins nel suo libro. I suoni erano il risultato di normali interferenze fra le radio VHF del modulo lunare e del modulo di comando (le due parti indipendenti nelle quali si divideva il veicolo spaziale per effettuare l’allunaggio).

Se i giornalisti di Repubblica, Corriere, Il Giornale e La Stampa avessero dato un’occhiata alle trascrizioni e ascoltato l’audio originale, invece di fare un pigrissimo copiaincolla dagli articoli di fuffa altrui, si sarebbero accorti che i suoni sono banalissimi (niente “urla”) e che oltretutto gli astronauti li considerano talmente poco misteriosi che subito dopo averli notati si mettono a parlare d’altro. Anzi, uno di loro, John Young, già propone una spiegazione al momento: “Probably due to the VHF ranging, I guess” (“Probabilmente è colpa del rilevamento di distanza VHF, immagino”) e poi cambia discorso. Uno di loro, Gene Cernan, contattato oggi dalla NASA, ha detto chiaro e tondo: “Non mi ricordo che quell’episodio mi abbia emozionato abbastanza da prenderlo sul serio. Probabilmente era soltanto interferenza radio. Se avessimo pensato che fosse qualcosa di diverso, lo avremmo riferito a tutti nei briefing dopo il volo. Non ci abbiamo più pensato per niente.” Lo ha ribadito anche a Fox News.

Se i suddetti giornalisti si fossero soltanto presi la briga di fare una telefonatina a un esperto, si sarebbero accorti di essere stati fregati da una campagna promozionale per un programma-fuffa e avrebbero evitato di propinare ai loro lettori una nuova fregnaccia spaziale. Sarebbe bastato, per esempio, consultare la discussione sull’argomento di Collectspace, noto forum di esperti del settore, oppure mandare un tweet a Luigi Pizzimenti, storico delle missioni Apollo (suo il libro Progetto Apollo: Il sogno più grande dell’uomo), curatore del Padiglione Spazio presso il Museo del Volo Volandia e presidente dell’Associazione per la Divulgazione Astronomica e Astronautica, per entrare in contatto tramite lui con Al Worden, l’astronauta intervistato dal programma del Science Channel, e avere subito una smentita secca della pseudonotizia: “I don’t think there is any mystery to the event” (“Non credo che ci sia alcunché di misterioso nell’evento”), ha scritto Worden a Pizzimenti. Worden ha detto molto altro su questa faccenda: ne trovate un resoconto completo qui nel blog di Pizzimenti.

Luigi, fra l’altro, riassume bene il disappunto che prova chi fa vera ricerca storica dell’esplorazione spaziale quando legge queste scempiaggini. Mi scrive in una mail (che cito qui col suo permesso):

“È mai possibile che si pubblichino bufale senza nessun riscontro scientifico? Sono stufo di rispondere in prima persona a domande generate da lettori, che perplessi, mi scrivono se ciò che hanno letto è vero. Per favore: rivolgetevi direttamente a chi scrive cose non vere e non confermate. Esiste una miriade di missioni spaziali in corso e tante in preparazione, lasciate perdere il Programma Apollo e parlate di attualità, magari andando sul posto, verificando le notizie di persona. Perché cercare sempre qualcosa che non esiste per parlare a sproposito del Programma Apollo? Perché ci sono giornalisti che scrivono di cose che non conoscono? Perché parlano di persone che non hanno mai conosciuto? Perché una volta tanto non prendono la valigia e vanno di persona a chiedere come sono andate le cose? Ve lo dico io: perché costa fatica, denaro e tanto lavoro e poi ci vuole passione, tanta passione, e solitamente chi scrive queste bufale tempo e passione non ne ha, ma deve semplicemente riempire uno spazio vuoto.”

Seguite quindi il consiglio di Luigi: scrivete alle redazioni di questi giornali e chiedete loro di giustificare, o almeno rettificare, le balle che vi hanno propinato. E chiedetevi se è questo il modo di fare giornalismo.

Chi ha paura di Momo? Come il giornalismo crea le psicosi

Chi ha paura di Momo? Come il giornalismo crea le psicosi

Ultimo aggiornamento: 2018/08/05 9:10.

Niente paura: quella nella foto è solo una scultura moderna. Non ha poteri magici: è una bufala. Se la ricevete sullo smartphone, cestinatela pure.

C’è una catena di Sant’Antonio che circola principalmente su WhatsApp e che sta scatenando paura in molti utenti, soprattutto giovanissimi: si basa sulla foto che vedete qui accanto e dice di chiamarsi Momo.

Secondo quello che afferma la catena, chi la riceve deve rispondere mandando immagini horror, altrimenti continuerà a essere bersagliato da quest’immagine impressionante.

Ma niente panico! Non ci sono virus o molestatori dietro questa storia. Momo è semplicemente il nomignolo dato a una scultura creata da una società giapponese di effetti speciali, la Link Factory.

L’origine della catena, spiega Know Your Meme, è un utente Instagram, nanaakooo, che il 25 agosto 2016 aveva postato una versione più ampia della foto: è esplosa quando il 10 luglio scorso è stata pubblicata su Reddit (/r/creepy) una versione tagliata della foto della scultura, che ha ricevuto moltissimi voti positivi e commenti, e da lì è partita inarrestabile grazie agli utenti che credono a qualunque cosa vedano.

Questa è la scultura completa:

Altre info sulle origini della scultura sono su Delucats (in cinese).

2018/08/05 9:10 – Momo rischia di diventare il nuovo Blue Whale grazie ai giornalisti affamati di clic

Il giornalismo irresponsabile che vive pensando soltanto a quanti clic farà un articolo e se ne strafrega di concetti come “verità”, “verifica” o “fatti” sta gonfiando il meme di Momo per cercare di farlo diventare il successore della psicosi per il Blue Whale Challenge. Non aiutatelo: non diffondete Momo e le stupidaggini che lo circondano. Cestinatelo e basta.

Dagospia offre un perfetto esempio di questo giornalismo spazzatura: “LA PAURA CORRE SU WHATSAPP – UNA NUOVA PREOCCUPANTE SFIDA IN STILE “BLUE WHALE” DILAGA TRA I GIOVANI”, dice nel tweet, scritto tutto in maiuscolo così è più drammatico. Ma nell’articolo (link intenzionalmente alterato) salta fuori che il “dilagare” è in realtà un singolo caso non confermato: “si ipotizza che possa essere collegata al suicidio di una ragazzina in Argentina che si sarebbe tolta la vita”.

Anche l’emittente TV statunitense CBS47 ne parla, citando un articolo basato sul vuoto pneumatico.

Ne parla anche Il Giornale (link intenzionalmente alterato, grazie a @martacagnola per la segnalazione), basandosi esclusivamente sull’“articolo” di Dagospia.

Stessa fame disperata di psicosi su Il Messaggero (link intenzionalmente alterato), basata sempre sulla stessa singola storia non confermata.

Tranquilli: Momo è e resta una bufala. Ditelo agli amici e ai figli e liquidate questi tentativi giornalistici di creare psicosi. Rideteci sopra insieme per neutralizzare Momo e i suoi sciacalli.

Fake news tramite comunicato stampa: ci cascano in tanti

Fake news tramite comunicato stampa: ci cascano in tanti

Il gatto è bellissimo,
ma la notizia è falsa.

Nota: alcuni link sono intenzionalmente alterati aggiungendo “togliquesto-” all’indirizzo per non regalare clic a notizie errate e false.

Avete sentito la notizia del gattino Pilù, che avrebbe ereditato un milione e mezzo di euro? Ne hanno parlato molti giornali nazionali e locali (per esempio Repubblica).

E quella dell’eredità trovata in una cassetta di sicurezza a Lugano, in Svizzera, composta da quasi tre miliardi di lire italiane in banconote che però per la Banca d’Italia sono carta straccia? Questa ha avuto grande risonanza non solo in Italia (Il Giornale) ma anche, comprensibilmente, sulla stampa svizzera (per esempio Tio.ch e Rsi.ch).

C’è anche la notizia di un risarcimento di oltre 800 mila euro che il Ministero della Salute dovrà versare agli eredi di un uomo che contrasse l’epatite C in seguito a una trasfusione, diffusa da una nota agenzia di stampa (AGI) e pubblicata per esempio da La Stampa e Torino Oggi.

A prima vista queste notizie non hanno nulla in comune a parte un’ampia diffusione nei media, ma scavando un po’, come ha fatto il collega debunker David Puente qui, si scopre che tutte coinvolgono la stessa organizzazione, la Fondazione Italiana Risparmiatori, e sono soltanto alcune delle storie diffuse tramite comunicati stampa da questa fondazione. Storie che sono tutte inventate.

La Fondazione è una fabbrica di fake news che sfrutta la catena di fiducia che c’è nel giornalismo: se un giornalista riceve una notizia da un’agenzia di stampa, presume che sia corretta e verificata e quindi non la ricontrolla. A sua volta, l’agenzia di stampa presume che i comunicati stampa che riceve siano veritieri e raramente li verifica. E così i comunicati stampa falsi e inventati, come quelli di questa fantomatica Fondazione, arrivano sui giornali senza essere stati controllati.

In questo caso c’è anche una furberia aggiuntiva: queste notizie inventate non sono di importanza vitale, e quindi non attirano sospetti, e sono al tempo stesso curiose e interessanti, per cui sono altamente pubblicabili. Sono materiale ideale da offrire ai lettori: innocuo ma intrigante, ideale per fantasticarci sopra o per un commento al bar o sui social network. Ma restano comunque delle fake news.

Poco male, potreste pensare: se il gattino Pilù non esiste, non cambia la vita di nessuno. Ma in realtà i comunicati della sedicente Fondazione, che non risulta avere uno statuto, una partita IVA o un codice fiscale e dichiara sul proprio sito una sede milanese presso la quale però non c’è nessuna fondazione, rischiano di essere pubblicità gratuita per un’organizzazione che promette a chi si rivolge ai suoi servizi di poter ottenere improbabilissimi risarcimenti.

In cambio, si presume, di una parcella, come è già accaduto per un altro nome ricorrente nelle fake news propagate tramite comunicato stampa: quello di Giacinto Canzona, ex avvocato che si fece conoscere in questo modo e riuscì a farsi dare cento euro di anticipo da circa novecento vittime, attratte dal miraggio di poter recuperare le lire dai libretti di risparmio dormienti. Fate voi i conti di quanto gli ha fruttato questa promessa impossibile da mantenere.

Per i giornalisti è insomma il caso di segnarsi nomi come quello della Fondazione Italiana Risparmiatori, di Giacinto Canzona, e anche dell’agenzia Agitalia e di Alessandro Proto, altre conclamate fabbriche di notizie false: se compaiono in un comunicato stampa, è quasi sicuro che si tratta di fake news da cestinare per proteggere i lettori. Peccato per il gattino.

Fonti aggiuntive: Corriere della Sera.