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Microsoft spegne i server DRM dei suoi libri digitali, che diventano illeggibili

Microsoft spegne i server DRM dei suoi libri digitali, che diventano illeggibili

Questo articolo è il testo, leggermente ampliato, del mio podcast settimanale La Rete in tre minuti su @RadioInblu, in onda ogni martedì alle 9:03 e alle 17:03. 

I libri cesseranno di funzionare. No, non è il titolo di un film distopico o una previsione di qualche catastrofista: è la sintesi di un annuncio fatto da Microsoft per comunicare ai clienti dei propri libri digitali che da questo mese tutti i libri acquistati dagli utenti nell’apposito negozio online di Microsoft non saranno più leggibili.

Questi libri, infatti, sono protetti da un sistema anticopia, il cosiddetto Digital Rights Management o DRM, per cui per poterli leggere è necessario che Microsoft mantenga attivi i siti che gestiscono questo sistema. Ma l’azienda ha deciso invece di disattivarli e di rimborsare gli utenti per le loro spese.

Per fare un paragone, è come se una libreria chiudesse e il libraio irrompesse in casa vostra, senza il vostro consenso, e vi portasse via tutti i libri che vi ha venduto, lasciandovi i soldi equivalenti sul comodino. Ed è tutto legale.

I libri digitali protetti dai sistemi anticopia, infatti, vengono solo concessi in licenza all’utente, non venduti a tutti gli effetti, anche se i negozi Internet che offrono questi libri solitamente usano il verbo “comprare”. Questa licenza è revocabile, e in questo caso è stata revocata.

Non è il primo episodio del suo genere: anche Amazon e Apple, in passato, hanno revocato licenze e tolto ai clienti le copie delle canzoni, dei libri o dei film lucchettati dal DRM. Ora è il turno di un altro grande nome del mondo digitale, e come in passato ci si scandalizza brevemente e poi tutto torna come prima.

Il risultato di questa indifferenza dei consumatori e dei legislatori è che sono sempre più numerosi non solo i libri e i brani musicali digitali vincolati dal DRM, ma anche i dispositivi soggetti a questa stessa revocabilità. Jibo, per esempio, è un simpatico robottino da 900 dollari che ora è inservibile perché il sito che lo gestisce è stato chiuso dai produttori. Se avete un altoparlante smart Alexa di Amazon o quello di Google, tenete presente che il suo funzionamento dipende dalla disponibilità dei server appositi di queste aziende, senza i quali è praticamente inutile. E se pensate che sia improbabile che nomi grandi come Amazon o Google possano chiudere, o decidere di revocare questi servizi, tenete presente che è lo stesso ragionamento che hanno fatto i clienti dei libri digitali di Microsoft. Che adesso si trovano con una catasta di bit illeggibili.

Certo, esistono dei programmi che tolgono questi lucchetti digitali ai libri, ai film e alle canzoni, ma sono quasi sempre illegali, pochi sanno come usarli, e comunque ricostruire un libro alla volta una biblioteca accuratamente selezionata è impraticabile. Anche se il DRM viene proposto come sistema antipirateria, insomma, ancora una volta si ritorce contro il consumatore onesto, mentre i pirati continuano ad operare indisturbati.

Prima di fare acquisti, insomma, a noi utenti conviene leggere attentamente le avvertenze, o chiedere il consulto di un esperto, per capire se quello che compriamo è veramente nostro oppure è in realtà concesso soltanto in licenza revocabile. Altrimenti rischiamo di lasciare ai nostri figli il nulla digitale.

Fonti aggiuntive: BoingBoing, The Register, Wired.com.

La maledizione dei connettori USB

La maledizione dei connettori USB

Questo articolo è il testo, leggermente ampliato, del mio podcast settimanale La Rete in tre minuti su @RadioInblu, in onda ogni martedì alle 9:03 e alle 17:03. 

Sarà capitato anche a voi. Prendete una chiavetta USB, tentate di inserirla nell’apposita presa di un computer e scoprite che non entra. Così la capovolgete, nella speranza di orientarla correttamente, e scoprite che non entra lo stesso. La capovolgete ancora, rimettendola nella posizione iniziale… ed entra perfettamente.

La maledizione dei connettori USB, che hanno due soli modi possibili di inserimento ma puntualmente entrano soltanto al terzo tentativo, è un tormentone dell’informatica, un’assurdità tecnologica che ha prodotto non solo innumerevoli esasperazioni ma anche numerosissimi memi e parodie. Cose del tipo “Hai inserito una chiavetta USB al primo colpo? Oggi sei invincibile.”

Per capire come mai questa particolarità affligge soltanto questo tipo di connettore ma non tutti gli altri che si usano in informatica bisogna risalire alle sue origini. Se vi siete mai chiesti chi mai può aver progettato un connettore così bizzarro, la risposta è Ajay Bhatt, direttore del gruppo di lavoro presso la Intel che creò lo standard USB nel 1994 e lo pubblicò nel 1996.

Bhatt era consapevole del problema del connettore non invertibile: anzi, fu una scelta ben precisa, fatta per ridurre i costi e facilitare l’adozione di questo standard di collegamento per dispositivi. Oggi i connettori USB sono ovunque, ma al loro esordio non era affatto così: nei computer c’erano connettori di ogni genere, quasi sempre incompatibili tra loro, e l’USB fu concepito proprio per eliminare queste incompatibilità. Invece di avere nei computer una porta per la stampante, una per il mouse, una per lo scanner e una per i dischi esterni, con l’USB sarebbe stato possibile collegare qualunque dispositivo a qualunque porta. La U di USB, infatti, sta per Universal.

Per convincere tutti i fabbricanti di computer ad adottare lo standard USB era quindi importante che fosse semplice e costasse poco. Renderlo invertibile avrebbe aumentato i suoi cablaggi e le saldature necessarie e avrebbe quindi aumentato i suoi costi, e quindi fu scelto il compromesso di avere un senso obbligato di inserimento. Anche la forma rettangolare fu adottata per contenere i costi rispetto a una sagoma circolare o asimmetrica.

Non va dimenticato che rispetto alla giungla di connettori differenti che c’era prima, l’USB era un enorme passo avanti e quindi a quei tempi il disagio sembrava più che accettabile. Se vi ricordate com’erano fatte le porte SCSI, seriali o parallele, con le loro viti o clip di serraggio e i loro ingombri mastodontici, le ragioni della scelta di Ajay Bhatt diventano parecchio più comprensibili.

Apple, con il suo iMac, fu il primo grande fabbricante ad adottare le porte USB come standard nel 1998; gli altri seguirono a ruota, e il resto è storia. Lo standard USB è oggi ovunque e si è evoluto: è diventato più veloce e, con la versione C, è ora finalmente reversibile.

Se volete diventare abilissimi inseritori di chiavette USB al primo colpo, il trucco è semplice: guardate dentro il connettore e la presa prima di collegarli e scoprirete che hanno un verso di inserimento abbastanza evidente. Sarete invincibili.

Perché i ladri digitali preferiscono rubare account di gioco che carte di credito o conti bancari?

Perché i ladri digitali preferiscono rubare account di gioco che carte di credito o conti bancari?

Questo articolo è il testo, leggermente ampliato, del mio podcast settimanale La Rete in tre minuti su @RadioInblu, in onda ogni martedì alle 9:03 e alle 17:03. Questa puntata è ascoltabile qui su RadioInblu.

Immaginate un ladro che vi entra in casa, vede sul tavolo le vostre carte di credito, e le lascia stare perché non gli interessano: va invece dritto verso la console di gioco di vostro figlio. È grosso modo quello che sta succedendo adesso su Internet, secondo i dati di un recente rapporto pubblicato da Akamai.

Il rapporto segnala infatti che la criminalità informatica si sta spostando sempre più verso gli account di videogioco. Dei 55 miliardi di tentativi di abuso di credenziali, ossia di nomi utente e password, rilevati nel corso di un anno e mezzo, ben 12 miliardi hanno riguardato utenti di videogame. Solitamente ai criminali non interessano le coordinate di accesso ai conti bancari o alle carte di credito che di solito sono associate agli account di gioco: vogliono proprio questi account, specialmente quelli di Steam. E i giochi più colpiti sono Fortnite, Minecraft, Clash of Clans e CounterStrike: Global Offensive.

Ci sono varie ragioni per questo interesse così insolito e per questa tendenza crescente. La prima è che gli account di gioco sono meno protetti di quelli bancari e delle carte di credito: pochi giocatori hanno password robuste e uniche e usano sistemi antifurto come l’autenticazione a due fattori. Inoltre le banche e le società che emettono carte di credito hanno sistemi di monitoraggio antifrode molto efficienti, mentre le aziende che gestiscono i videogiochi non sono altrettanto vigili. Rubare un account a un videogiocatore, insomma, è molto più facile che rubare un conto a un correntista.

La seconda ragione è che i ladri di account di gioco rubano e rivendono oggetti virtuali, immateriali, come le armi o gli indumenti rari e speciali per il proprio personaggio. Oggetti di questo genere possono costare centinaia e anche migliaia di euro. Ma alle forze dell’ordine interessa ben poco il furto di un oggetto immateriale. Provate a immaginare di andare in polizia a denunciare che vi hanno rubato un paio di bellissimi guanti digitali, che esistono solo all’interno di un gioco. Capirete che la vostra denuncia probabilmente non andrà in cima alla lista dei casi urgenti da risolvere.

Di conseguenza, i ladri online hanno più convenienza a rubare oggetti virtuali da un account di gioco che carte di credito o conti bancari: per loro è più facile rubarli, è più semplice smerciarli ad altri giocatori, ed è minore il rischio di essere oggetto di indagini.

Un altro motivo di questo boom di furti nei giochi, spiega il rapporto di Akamai, è che gli strumenti informatici per compiere questo tipo di reato costano pochissimo: con venti dollari un criminale può comperare il software che gli permette di tentare di violare centinaia di account in modo praticamente automatico.

Conviene insomma imparare a proteggere anche gli account di gioco usando le difese già disponibili ma spesso trascurate: password lunghe e differenti da quelle usate altrove e, se possibile, autenticazione a due fattori. Perché i soldi usati per comprare questi oggetti virtuali sono molto reali.

Instagram, like e follower a pagamento

Instagram, like e follower a pagamento

Questo articolo è il testo, leggermente ampliato, del mio podcast settimanale La Rete in tre minuti su @RadioInblu, in onda ogni martedì alle 9:03 e alle 17:03. Questa puntata del podcast è ascoltabile qui su Radio Inblu. Ultimo aggiornamento: 2019/06/11 22:20.

Per molte persone, il numero di like e di follower sui social network è ormai diventato il modo principale di valutare gli altri e se stessi. Avere tanti seguaci e tanto gradimento di quello che si pubblica significa piacere a qualcuno ed essere importanti; non averne fa precipitare l’autostima.

Non è affatto un modo di pensare adolescenziale: la stessa fame di approvazione colpisce anche gli adulti. Oltretutto attira soldi: tanti soldi. Essere molto popolari sui social network significa ricevere proposte di sponsorizzazione da aziende che vogliono far vedere il più possibile il proprio marchio o prodotto. Significa, insomma, diventare influencer.

Ma non è tutt’oro quel che luccica. Infatti i follower e i like si possono comprare, e i prezzi sono stracciati. Esistono su Internet aziende specializzate che vendono mille like su Instagram per meno di dieci euro e cento follower per due euro. Quasi sempre si tratta di like e follower generati automaticamente con appositi programmi e non da persone reali. I falsi gradimenti sono una vera e propria industria.

Con questi prezzi, comprarsi seguaci è alla portata di tutti. A una adolescente che vuole far credere agli amici di essere popolare basta spendere qualche decina di euro per procurarsi tanti follower. Certo, sono finti, e lei lo sa, ma i suoi amici non lo sanno, perché vedono solo un numero totale, e soprattutto si innesca un effetto valanga: su questo nucleo fasullo iniziano infatti ad accumularsi anche follower veri, perché chi guarda il suo profilo vede che è una persona molto seguita e quindi comincia a seguirla per emulazione, pensando che se tanti la seguono, ci dev’essere una buona ragione. Questo attira altri follower, e così via.

Ma attenzione: questo meccanismo può funzionare a livello privato, ma non è per nulla efficace a livello commerciale o professionale. Comperare like e follower falsi nella speranza di diventare influencer sponsorizzati, o di far emergere la propria azienda, porta di solito a delusioni cocenti. Gli esperti di marketing digitale, infatti, sanno come riconoscere queste falsificazioni usando appositi strumenti di analisi e non reclutano chi gonfia artificiosamente la propria popolarità online. I giornalisti informatizzati, inoltre, smascherano questi trucchi, per cui barare è un autogol.

Alcuni di questi strumenti di verifica, come SocialBlade.com e Socialbakers.com, sono disponibili gratis a chiunque e permettono di analizzare in dettaglio i profili dei principali social network.

Per esempio, se un account Instagram ha centomila follower ma riceve meno di duecento like quando pubblica una foto, è ragionevole pensare che gran parte di quei follower sia falsa. Viceversa, se i like sono una percentuale elevatissima dei follower, probabilmente sono like pagati.

Acquistare like e follower, inoltre, è una violazione delle condizioni di servizio dei social network e quindi può portare alla sospensione dell’account. Se ci tenete a essere popolari nei social, non ci sono scorciatoie: in questo ambiente digitale un po’ finto e spesso superficiale, vi conviene creare qualcosa che attiri e coinvolga utenti veri.

Musica personalizzata infinita con l’intelligenza artificiale

Musica personalizzata infinita con l’intelligenza artificiale

Credit: Endel.

Questo articolo è il testo, leggermente ampliato, del mio podcast settimanale La Rete in tre minuti su @RadioInblu, in onda ogni martedì alle 9:03 e alle 17:03.

Si parla tanto di intelligenza artificiale, ultimamente, e spesso si immagina che si tratti di qualche supercalcolatore capace di chissà quali prodezze intellettuali sovrumane. Ma in realtà l’intelligenza artificiale di oggi è tutt’altra cosa: non richiede necessariamente supercomputer e spesso si occupa di compiti intellettualmente molto modesti ma indubbiamente utili.

Prendete la musica, per esempio: quella che usiamo come sottofondo per tante nostre attività quotidiane. Di solito si usa un approccio piuttosto meccanico, ossia si lascia che un programma semplice scelga più o meno a caso dei brani musicali pescati da una collezione. All’estremo opposto ci sono i DJ, che mixano brani o li campionano per creare un tappeto sonoro continuo che non è mai uguale. Un po’ come quello che stiamo ascoltando adesso in sottofondo [per chi ascolta il podcast].

Solo che questo brano l’ha creato Mubert, che non è un DJ o un musicista, ma è un’intelligenza artificiale che risiede in un’app omonima installata su un comune smartphone. Mubert crea quella che si chiama musica generativa, per usare un termine coniato dal celebre musicista e compositore Brian Eno: parte da una serie di regole e compone musica in tempo reale, improvvisando continuamente, come se fosse un musicista che fa jazz.

Mubert non è l’unica app del suo genere: ce ne sono altre, come Endel, che attingono a dati personali, come per esempio la localizzazione, l’ora, le condizioni meteo e le vostre pulsazioni, rilevate dal vostro smartwatch, e creano solo per voi una musica che segue esattamente il ritmo del vostro cuore o dei vostri passi.

Non si tratta di pura sperimentazione: queste app hanno applicazioni molto concrete. Viene facile immaginare che possano sostituire la musica per ambienti, perché per ora creano composizioni poco memorabili e si tratta di musica puramente strumentale, concepita per rilassare o per facilitare la concentrazione o il sonno.

È meno intuitiva, ma molto appetibile, un’altra applicazione: quella nei videogiochi. Invece di dover pagare musicisti per creare tutta la musica di accompagnamento di un gioco, da rimescolare a seconda delle situazioni, le intelligenze artificiali di musica generativa possono creare un sottofondo musicale continuo che si adegua costantemente alle situazioni di gioco. Cosa molto importante, lo fanno senza fare capricci e soprattutto senza chiedere diritti d’autore.

Non è un caso, quindi, che Endel sia diventata la prima intelligenza artificiale a firmare un contratto con una delle principali case discografiche, la Warner, a marzo 2019.

È la fine della musica creata da esseri umani? Decisamente no. Ma è un’avvisaglia del futuro prossimo che ci attende, in cui la musica non è necessariamente una registrazione fissa e uguale per tutti ma si adatta a ciascuno di noi. Un futuro che forse non entusiasma tutti in quanto a stile a gusto. Per citare lo scienziato e grande autore di fantascienza Arthur Clarke, ora che i computer hanno imparato a comporre musica elettronica, aspettiamo con fiducia che entro breve alcuni di essi imparino anche ad apprezzarla, risparmiandoci così la fatica di farlo noi.

Fonte aggiuntiva: Wired.com. Citazione originale di Clarke: “The prospect for modern music is a little more favourable; now that electronic computers have been taught to compose it, we may confidently expect that before long some of them will learn to enjoy it, thus saving us the trouble.”

5G, miti da smontare e paure pilotate

5G, miti da smontare e paure pilotate

La propaganda di Russia Today.

Questo articolo è il testo, leggermente ampliato, del mio podcast settimanale La Rete in tre minuti su @RadioInblu, in onda ogni martedì alle 9:03 e alle 17:03. Ultimo aggiornamento: 2019/05/29 12:45.

Siete preoccupati per il 5G, la nuova tecnologia cellulare di cui si parla tanto? Non c’è nessun motivo concreto per esserlo: i dati accumulati nel corso di decenni e gli stessi principi fisici di base che consentono alle radio e alle televisioni di funzionare dicono che il 5G non è diverso dalla tecnologia cellulare attuale in termini di esposizione a campi elettromagnetici. Anzi, in molti casi il 5G riduce questa esposizione perché usa meno energia e (in alcuni casi) adotta frequenze che penetrano molto meno nel corpo rispetto alla telefonia mobile attuale.

Eppure, stando agli allarmi che circolano su Internet ma anche su alcune testate giornalistiche, il 5G sarebbe colpevole di ogni sorta di pericolo: obbligherebbe ad abbattere gli alberi e causerebbe varie malattie, avendo il solo scopo di dare un vantaggio economico a un piccolo gruppo di ultraricchi e di multinazionali. È nata un’industria vera e propria, molto redditizia, di dispositivi e indumenti atti a proteggere dai suoi presunti effetti: si va dai cappellini alle mutande.

Ma soprattutto in questi allarmi viene usata la parola “radiazioni”, che crea un equivoco fondamentale, associando nella mente di molti la telefonia cellulare alla radioattività. Le radiazioni emesse dalle sostanze radioattive, però, non c’entrano nulla con i segnali radio emanati da qualunque apparecchio trasmittente, dal telecomando della TV allo smartphone. Anche la luce solare, per esempio, è una radiazione, ma non per questo è consigliabile bandirla.

C’è chi invoca il principio di prudenza, sostenendo che prima di introdurre una nuova tecnologia si dovrebbe fare una sperimentazione accurata. Ma in realtà il 5G non è una tecnologia nuova: è in sostanza una versione aggiornata e più efficiente di tecnologie che già usiamo da tempo (in particolare usa la matematica dei codici polari per trasmettere dati più efficientemente). Applicare il principio di prudenza in questo caso sarebbe come boicottare il salumiere perché ha cambiato affettatrice e pretendere che dimostri che quella nuova non è nociva per il prosciutto.

Un altro equivoco frequente intorno al 5G è la credenza che siccome è più veloce, allora debba essere più potente e quindi più pericoloso. In realtà il 5G utilizza meglio le risorse: invece di diffondere in tutte le direzioni, concentra attivamente il segnale dove serve in un dato momento, e oltre a una matematica più efficiente usa frequenze di trasmissione più alte, che per loro natura permettono di far passare più dati usando la stessa potenza o, viceversa, di usare meno potenza per far transitare la stessa quantità di dati (più precisamente, la potenza necessaria dipende anche dal rumore, oltre che dalla banda disponibile).

Sembra inoltre che la paura del 5G, lungi dall’essere un fenomeno spontaneo, sia accuratamente alimentata da chi fa disinformazione per mestiere e per tornaconto: il New York Times ha tracciato la campagna anti-5G di RT America (che è il nuovo nome della filiale americana del canale Russia Today, organo di propaganda del governo russo): fuori dalla Russia, diffonde allarmi catastrofici di sedicenti “esperti”; in Russia, invece, le onde millimetriche (usate in alcuni paesi per il 5G) vengono addirittura consigliate come terapia e il 5G viene incoraggiato dall’ambasciatore russo Alexander Yakovenko. Lo scopo della campagna russa sarebbe ostacolare l’introduzione del 5G (e i relativi miglioramenti di efficienza, con nuove opportunità di lavoro e commercio) nei paesi concorrenti, in modo da trarne un vantaggio strategico.

L’attenzione intorno al 5G è comunque utile, perché spinge a informarsi su alcuni aspetti poco noti di queste tecnologie, per esempio consultando app, come ElectroSmart per Android, che permettono di usare lo smartphone come misuratore di campi elettromagnetici.

Si scopre così che la fonte più intensa spesso non è l’antenna di telefonia mobile, ma (oltre al proprio telefonino) il Wi-Fi domestico o il Bluetooth del televisore smart o degli auricolari senza fili che ci mettiamo direttamente dentro le orecchie, vicinissimi al cervello. E si scopre anche che la distanza dalle fonti conta tantissimo: se cambia da un centimetro a un metro, l’intensità scende di diecimila volte. Se dormite con lo smartphone acceso sul comodino, fateci un pensiero.

Fonti aggiuntive: Sciences et avenir, Open, Wired, Ars Technica, Swisscom, The Register.

Tardar Sauce (Grumpy Cat), 2012-2019

Tardar Sauce (Grumpy Cat), 2012-2019

Questo articolo è il testo del mio podcast settimanale La Rete in tre minuti su @RadioInblu, in onda ogni martedì alle 9:03 e alle 17:03.

Grumpy Cat, la gatta imbronciata più famosa di Internet, è morta il 14 maggio scorso all’età di sette anni a causa di un’infezione alle vie urinarie. Anche se non la conoscevate con il suo nome d’arte, Grumpy Cat (che vuol dire “gatta bisbetica”), l’avete sicuramente vista in tanti memi di Internet.

La sua espressione era in apparenza perennemente scontenta, ma era dovuta in realtà a una forma di nanismo felino e a una particolare conformazione della mandibola. In ogni caso, è stata la fortuna della sua padrona, l’americana Tabatha Bundesen.

Dopo che il fratello Bryan aveva pubblicato delle foto della gatta sui social network, nel 2012, la donna ha lasciato il proprio lavoro di cameriera per occuparsi a tempo pieno delle offerte che arrivavano a getto continuo alla sua gatta, grazie anche al lavoro di Ben Lashes, un agente specializzato in celebrità feline online.

Nei suoi primi due anni di attività online, Tardar Sauce (era questo il vero nome di Grumpy Cat) ha generato ricavi per oltre cento milioni di dollari grazie a calendari, tazze, libri, magliette e tanti altri oggetti decorati con la sua immagine. Ha ottenuto sponsorizzazioni da parte di una nota marca di cibo per gatti, quasi tre milioni di follower su Instagram e oltre un milione e mezzo su Twitter, facendo anche un film e diventando una scultura di Madame Tussaud per poi finire persino in prima pagina sull’austero Wall Street Journal.

A modo suo, Grumpy Cat era l’incarnazione del potere di Internet. Dimostrava che era sufficiente avere un’idea originale e un po’ di capacità organizzativa per sfruttare la potenza e la velocità comunicativa dei social network, scavalcando i normali canali di ricerca e selezione di talenti e sfruttando il passaparola degli utenti per farsi conoscere.

Ma forse la scomparsa della popolarissima gatta è anche un simbolo di quanto è cambiata Internet in questi pochi anni. Angela Watercutter, su Wired, ha definito la morte di Grumpy Cat addirittura come un segno della “fine dell’Internet gioiosa”.

L’ambiente è in effetti diventato più cupo: Internet sembra invasa da eserciti di account fasulli che riversano rabbia e odio nei social network pur di ottenere attenzione e risultati di propaganda. Molti dei siti di svago più popolari, come Reddit o YTMND, hanno chiuso i battenti o sono stati drasticamente ridimensionati.

I memi esistono ancora, ma si sono incattiviti. I social network e i servizi di messaggistica come WhatsApp, che promettevano comunicazioni gratuite e libere per tutti, si sono trasformati in pantani pilotati di polemica, persecuzione e molestie e canali di manipolazione delle opinioni e hanno rivelato la loro reale natura di grandi apparati di sorveglianza commerciale di massa. L’avvento dei deepfake, ossia di video falsi di politici e celebrità quasi indistinguibili da quelli veri grazie a tecniche di intelligenza artificiale, sta minando la credibilità dell’informazione visiva, che pochi anni fa sembrava inattaccabile. L’inganno online è diventato un’industria vasta e redditizia.

Il rimedio a tutto questo non è ancora chiaro, ma forse proprio la storia semplice e non aggressiva di Grumpy Cat ce lo può indicare.

Fonti aggiuntive: Wikipedia, Snopes.

Skimming delle carte di credito sui siti legittimi

Skimming delle carte di credito sui siti legittimi

Lo skimming “vecchio stile”.
Fonte: The News Minute/WSDFI.

Questo articolo è il testo del mio podcast settimanale La Rete in tre minuti su @RadioInblu, in onda ogni martedì alle 9:03 e alle 17:03. Questo podcast può essere ascoltato qui su Radio Inblu.

Molte persone hanno paura a usare una carta di credito su Internet per fare acquisti o pagare servizi, e di solito vengono rassicurate invitandole a usare questo pratico strumento di pagamento soltanto su siti di buona reputazione.

Ma non è così semplice: anche siti notissimi possono essere presi di mira da una tecnica di furto di dati denominata skimming, come è successo a fine 2018 alla compagnia aerea British Airways e ad altri grandi nomi commerciali.

Lo skimming funziona così: i ladri attaccano un sito di commercio online e vi inseriscono delle istruzioni, scritte solitamente nel linguaggio informatico JavaScript, che intercettano i dati delle carte di credito quando vengono digitati dagli utenti durante un acquisto online fatto sul sito. Di solito i dati intercettati vengono poi passati al sito legittimo e quindi l’acquisto va a buon fine. Così l’utente vittima non si accorge di nulla, fino al momento in cui scopre che nella propria fattura della carta di credito ci sono addebiti fraudolenti effettuati dai ladri.

In altre parole, se in passato il rischio principale era costituito dai finti siti di commercio, oggi anche un acquisto su un sito autentico può comportare pericoli di furto dei dati della carta di credito. Una recente ricerca di Malwarebytes ha trovato oltre 200 siti infettati da un singolo attacco di skimming.

Eppure si possono comunque fare acquisti online senza troppe preoccupazioni. Infatti molti antivirus e molte applicazioni di sicurezza per telefonini, tablet e computer sono in grado di rilevare se un sito commerciale visitato è stato colpito da un attacco di skimming. A noi utenti conviene quindi installare queste protezioni informatiche come prima linea di difesa preventiva.

Ma i criminali informatici si muovono talmente in fretta che non si può essere del tutto certi che questa prima forma di protezione funzioni sempre. Di conseguenza, come precauzione aggiuntiva è opportuno attivare sulla propria carta di credito una notifica immediata, che avvisi subito il titolare quando viene fatta una spesa e permetta quindi di bloccare subito la carta in caso di uso non autorizzato.

Se si vuole essere ancora più sicuri, si può usare una carta di credito prepagata: in questo modo un eventuale ladro potrà prelevare soltanto l’importo caricato sulla carta in quel momento, ma non potrà prosciugare completamente il credito mensile.

Come al solito, insomma, la protezione informatica si ottiene attraverso una combinazione di vari elementi, compreso il buon senso. E se state pensando che sarebbe più sicuro prelevare contanti al Bancomat per fare acquisti in un negozio tradizionale, tenete presente che il termine skimming deriva da un attacco informatico che colpisce proprio chi usa i Bancomat: i ladri sovrappongono sullo sportello automatico un lettore supplementare, che intercetta i dati della carta, e una finta tastiera, che intercetta il PIN, passando poi questi dati al Bancomat vero, sottostante, per proseguire la transazione legittima come se nulla fosse.

Tornare ai vecchi sistemi significa spesso avere solo un’illusione di maggiore sicurezza: conviene quindi abbracciare quelli nuovi, ma al tempo stesso impararne i limiti.

Fonte aggiuntiva: Ars Technica.

Cina, il Grande Fratello ti osserva e lascia in giro i tuoi dati

Cina, il Grande Fratello ti osserva e lascia in giro i tuoi dati

Questo articolo è il testo del mio podcast settimanale La Rete in tre minuti su @RadioInblu, in onda ogni martedì alle 9:03 e alle 17:03. L’audio del podcast è ascoltabile qui su RadioInblu.

C’è una vecchia battuta in informatica: sbagliare è umano, ma per combinare veri disastri ci vuole il computer.

È un concetto semiserio che viene confermato da una notizia che arriva dalla Cina, paese noto per la sua propensione a creare le cosiddette “smart city”, ossia città altamente informatizzate e sorvegliate da una rete di sensori.

L’idea di fondo delle smart city è allettante ed è condivisa da molti governi: sistemi informatici gestiscono il traffico ed evitano le code, trovano il parcheggio libero, avvisano sulla situazione dei trasporti pubblici e vigilano sulla sicurezza pubblica tramite telecamere che sorvegliano ogni punto della città, scoraggiando il crimine.

Le autorità cinesi hanno abbracciato quest’idea con particolare entusiasmo, soprattutto per la sorveglianza, arrivando a installare sistemi di riconoscimento facciale in alcuni passaggi pedonali per identificare e segnalare chi attraversa con il rosso e adottando un sistema di “punteggio sociale” che premia chi si comporta in modo accettabile per la collettività e punisce chi non rispetta le regole decise dal governo, per esempio togliendo l’accesso ai trasporti pubblici o ai mutui agevolati.

Presentata così, sembra una soluzione vincente per tutti: se ci si comporta bene, non si ha nulla da temere e si ha tutto da guadagnare. Fino al momento in cui la vecchia battuta torna a farsi valere.

Infatti creare una “smart city” significa accentrare un enorme numero di dati personali, e se questi dati non vengono tutelati adeguatamente si prestano ad abusi di ogni sorta e diventano un pericolo.

Lo ha dimostrato molto chiaramente un ricercatore di sicurezza informatica, John Wethington, che di recente ha trovato un archivio di dati riguardanti una porzione di una “smart city” cinese, specificamente un quartiere della capitale Pechino, che stava su Internet, accessibile a chiunque, senza neanche digitare una password, nel cloud di Alibaba.

In questo archivio c’era tutto quanto serviva per uno stalking di massa da parte di qualunque ficcanaso, molestatore, ladro, partner o ex partner geloso, oltre che da parte del governo o delle forze dell’ordine: i dati raccolti, infatti, includevano anche la localizzazione e identificazione delle persone in base al loro volto e anche in base a qualunque dispositivo Wi-Fi avessero addosso, come per esempio uno smartphone. Il sistema tracciava ed etichettava anche le etnie delle persone sulla base dei loro lineamenti, e lo faceva automaticamente, con tutte le conseguenze immaginabili.

Probabilmente questo Grande Fratello orwelliano è tuttora attivo, ma non lo si può più sapere, perché dopo la segnalazione del ricercatore l’archivio pechinese è stato protetto più adeguatamente. In ogni caso, l’incidente ha dimostrato quanto è facile mettere a rischio tante persone con un singolo errore informatico quando i dati sono accentrati e raccolti in enormi quantità indiscriminatamente ma al tempo stesso non si pensa abbastanza a proteggere questi dati.

Cosa più importante, questa scoperta ha mostrato quanto è dettagliata la raccolta di dati di questi sistemi, che sanno per esempio riconoscere chi sorride e chi no. Quindi se siete a favore delle smart city, preparatevi a sorridere tanto.

Come funziona la pubblicità mirata

Come funziona la pubblicità mirata

Credit: Mediacrossing.com.

Questo articolo è il testo del mio podcast settimanale La Rete in tre minuti su @RadioInblu, in onda ogni martedì alle 9:03 e alle 17:03. La puntata è ascoltabile qui su RadioInblu.

Avrete sicuramente notato che quando cercate qualcosa in Google o nei social network, o se fate acquisti in un negozio online o anche semplicemente lo consultate in cerca di un prodotto, subito dopo vi compare dappertutto pubblicità di quello che avete cercato.

Questo è il cosiddetto programmatic advertising, ossia la pubblicità personalizzata di Internet. Tutto comincia quando cliccate su un link e inizia a comparire sul vostro schermo la pagina di informazioni che desiderate. Il sito che state visitando cerca di identificarvi in vari modi, per esempio tramite un cookie: il segnalibro digitale che ha depositato sul vostro dispositivo durante le vostre visite precedenti, se ne avete fatte.

Il sito manda poi le informazioni che ha su di voi al proprio servizio pubblicitario, che cerca se esiste una campagna pubblicitaria interna che corrisponda al vostro profilo personale. Se c’è, visualizza questa campagna; ma se non c’è, avvia un’asta elettronica silenziosa, alla quale partecipano numerose agenzie pubblicitarie esterne, che in maniera completamente automatica fanno offerte in denaro per far comparire a voi la loro pubblicità nel sito che state visitando.

Le offerte di queste agenzie variano in base al tipo di persona che siete, al dispositivo che state usando, a dove vi trovate, alla vostra cronologia di navigazione, al vostro reddito stimato, alla composizione della vostra famiglia, alle regole di spesa decise dagli inserzionisti pubblicitari, e altro ancora.

È per questo che i social network sono una miniera d’oro per le agenzie pubblicitarie: frequentandoli, ci profiliamo da soli, regalando nome, età, indirizzo, situazione sentimentale, interessi e orientamenti. Questa profilazione viene usata per ottimizzare le campagne pubblicitarie. È inutile, infatti, mandare per esempio pubblicità di pannolini a chi non ha figli neonati, mentre è molto vantaggioso poter inviare pubblicità di automobili proprio a chi sta cercando informazioni su un’auto da comperare.

Questa è una personalizzazione che soltanto Internet rende possibile: gli altri mezzi di comunicazione, come radio, TV e giornali, devono per forza proporre la stessa pubblicità a tutti e quindi sono svantaggiati rispetto al programmatic advertising. Di conseguenza, miliardi di euro pubblicitari che prima finivano nelle casse dei media tradizionali oggi vengono raccolti invece dalle agenzie su Internet. È anche per questo che la stampa, in particolare, è in crisi mondiale.

Tornando all’asta silenziosa che avevamo lasciato in sospeso, l’agenzia che la vince offrendo di più si aggiudica il diritto di far comparire il proprio spot pubblicitario nella pagina che state consultando e comunica i dati necessari al sito di partenza, che li usa per caricare e visualizzare la pubblicità selezionata su misura per voi, che finalmente compare sul vostro schermo insieme alla pagina che avevate chiesto inizialmente di visitare.

Tutto questo complesso e invisibile scambio di dati, con relativa asta, si ripete per ognuno degli spazi pubblicitari presenti nella pagina, coinvolgendo centinaia di computer sparsi per il mondo. Eppure tutto il procedimento che vi ho raccontato in tre minuti dura nella realtà circa due decimi di secondo: meno di un battito di palpebra. Tutta questa tecnologia solo per mostrare un spot.

Fonti aggiuntive: Shellypalmer.com, Medium.com.