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Facebook sperimenta le info su schermo contro le fake news

Facebook sperimenta le info su schermo contro le fake news

I social network hanno un ruolo fondamentale nella diffusione delle notizie false fabbricate intenzionalmente, le cosiddette fake news, dandoci il potere di disseminarle con estrema facilità (forse troppa). Bloccare le notizie false senza scivolare nella censura non è facile, ma adesso Facebook ha annunciato di aver avviato la sperimentazione di un nuovo servizio che potrebbe aiutarci a capire se una notizia è attendibile o no.

Il metodo è semplice: quando vediamo nel nostro News Feed di Facebook un link a un articolo, troveremo sul nostro schermo un piccolo pulsante che contiene una I minuscola per indicarci che toccandolo potremo avere informazioni su chi ha pubblicato l’articolo e quindi capire se è credibile. Queste informazioni verranno tratte da Wikipedia e accompagnate da un grafico che dice dove e come viene condiviso su Facebook quell’articolo. Se Facebook non ha informazioni su chi ha pubblicato l’articolo, ce lo dirà, mettendoci una pulce nell’orecchio sulla credibilità della fonte dell’articolo.

Questo dovrebbe rendere più facile distinguere fra siti attendibili e siti inventati da burloni e clickbaiter per fare soldi sui nostri clic. Naturalmente spetta a noi spendere qualche secondo in più per controllare la fonte prima di condividere una notizia, ma perlomeno questo compito sarà più facile rispetto al passato.

Stasera alla TV svizzera parliamo di social network, fake news e come difendersi

Stasera alla TV svizzera parliamo di social network, fake news e come difendersi

Ultimo aggiornamento: 2017/09/27 11:10.

Questa sera alle 21.05, su RSI La2, andrà in onda in diretta il programma-dibattito 60 minuti, condotto da Reto Ceschi e intitolato Prigionieri nella Rete – Il tritatutto digitale cambia le nostre vite. Siamo pronti a farci educare per non diventare burattini?

Gli ospiti in studio saranno Cristina Giotto (Associazione Ticinese Elaborazione Dati), Ilario Lodi (direttore pro Juventute Svizzera italiana), Alessandro Trivilini (docente e ricercatore Supsi), Graziano Martignoni (psichiatra) e il sottoscritto. Da Roma, in collegamento, ci sarà Marco Pratellesi (condirettore AGI).

Parleremo di effetti positivi e negativi della rivoluzione digitale, di usi e abusi della Rete e di educazione al cambiamento e alla difesa del giornalismo dall’assalto delle fake news spesso generate o disseminate da sistemi automatici.

2017/09/27 11:10

La puntata è visibile sul sito della RSI oppure qui sotto.

Psicologia delle bufale a Superquark

Ieri sera Superquark ha presentato una nuova rubrica dedicata alle fake news, condotta insieme da Piero Angela e Massimo Polidoro. La potete rivedere in streaming qui da 00:53:25 in poi per circa sette minuti.

Video: come contrastare le “fake news”

Video: come contrastare le “fake news”

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Per un convegno tenutosi a Torino il 19 maggio scorso e dedicato al problema della disinformazione in Rete ho registrato questo intervento in video, visto che non potevo essere presente in carne e ossa. Sotto il video trovate il testo dell’intervento. Buona visione.

Buongiorno a tutti. Quando ho cominciato a occuparmi di bufale su Internet, tanti anni fa, si trattava di un problema tutto sommato semplice: le bufale erano quasi sempre disseminate da persone comuni, che si trovavano improvvisamente ad avere a disposizione un nuovo potere di comunicare e non si rendevano conto della responsabilità comportata da questo potere. Diffondevano le notizie false in buona fede, credendo che fossero autentiche, senza fermarsi a fare verifiche perché si fidavano dell’amico che gliele aveva mandate e perché queste notizie confermavano i loro pregiudizi. Gli utenti agivano in modo caotico, disorganizzato, individuale. Era l’epoca dei gattini bonsai, delle donazioni di sangue da fare per un bambino malato, della tassa sul modem, della cucciolata di golden retriever da adottare per non farli sopprimere. Ogni tanto c’erano le bufale di allarme sociale, come i coloranti cancerogeni nelle merendine o i negozi degli extracomunitari che avevano botole nei camerini per rapire le ragazze più attraenti e rivenderle come schiave nei paesi arabi, e c’erano anche bufale riguardanti i politici e i governanti. Ma i disseminatori di queste false notizie erano goffi e caotici, senza un piano, un leader o una guida che li coordinasse.

Per una vasta fetta delle persone comuni, per i non addetti ai lavori, la bufala o la fake news è ancora fatta così, basata su errori ed equivoci in buona fede, propagata dilettantescamente. In altre parole, non viene vista come un problema grave. Il termine stesso, “bufala”, suona frivolo e sminuisce il tema.

E questa è, a mio avviso, la prima sfida che dobbiamo porci: come possiamo informare il pubblico che la bufala non è più soltanto una bufala, ma è diventata una disinformazione studiata, pianificata, politicizzata ma anche commercializzata, che sposta opinioni, elezioni, scelte sanitarie e produce profitti enormi? Credo che servano urgentemente strumenti e canali di comunicazione di massa che smascherino e rivelino al grande pubblico il business della falsa notizia, del clickbaiting, dell’allarme pilotato per vendere paccottiglia.

Serve un modo per mettere in chiaro a tutti che la propaganda politica è solo una parte del problema, una parte per la quale peraltro abbiamo già da tempo sviluppato un po’ di anticorpi della diffidenza, e che invece siamo indifesi verso questi nuovi meccanismi delle false notizie generate per puro tornaconto economico, con cinica indifferenza per le conseguenze e senza nessun intento ideologico che possa eventualmente giustificarle in quanto opinioni.

Meccanismi difficili da immaginare per un profano di Internet, come quelli dei giovani macedoni che hanno incassato cifre notevoli in inserzioni pubblicitarie di Google e Facebook pubblicando false notizie sulle recenti elezioni americane o quelli di un imprenditore italiano, documentati dal mio collega David Puente, che usavano siti con nomi simili a quelli di testate giornalistiche (il Fatto Quotidaino, Liberogiornale, News24tg, Notizie a 5 Stelle), finendo per ingannare anche politici e giornalisti e incassando sui clic pubblicitari generati dai loro titoli-shock.

La maggior parte delle persone, secondo la mia esperienza, non ha la minima idea dell’esistenza di queste fabbriche di fandonie e di questo modello di business e non sa che ogni volta che condivide una fake news sui social network genera incassi per i bufalari.

Se avete un modo per diffondere questa consapevolezza, uno concreto, per vaccinare la collettività contro questo nuovo veleno sociale, tiratelo fuori, e fatelo in fretta, vi prego. Perché secondo me questo fenomeno non si può contrastare soltanto con algoritmi o con leggi di tutela del diritto all’informazione corretta calate dall’alto, che anche nel migliore dei casi rischiano sempre di essere scambiate per censure: serve soprattutto la prevenzione di massa, come per le malattie, e la prevenzione si fa informando.

Chi fra voi lavora nei social network ha una responsabilità enorme in questo campo. Più che responsabilità, però, dovrei parlare più schiettamente di colpa. Per tanto tempo, e fino a pochi mesi fa (novembre 2016), Mark Zuckerberg minimizzava il problema, diceva che l’idea che le fake news su Facebook avessero influenzato le elezioni statunitensi attraverso la creazione di echo chamber, di casse di risonanza che esasperavano le polarizzazioni e le scelte politiche, era un’idea “folle”; adesso invece ha lanciato il Facebook Journalism Project, ha avviato alleanze con le organizzazioni di fact-checking e di debunking per contrassegnare e segnalare le notizie false, e ha pubblicato un decalogo antibufala (un po’ misero, a dire il vero). Pochi giorni fa un rapporto di Facebook intitolato Information Operations and Facebook ha ipotizzato addirittura che il social network venga silenziosamente manipolato da alcuni stati o nazioni a scopo di sovversione politica. Ma meglio tardi che mai.

Ma restano ancora delle colpe gravi, a mio avviso. Faccio solo un esempio elementare: quando Facebook incorpora una fonte esterna, ne rimuove tutti i segni grafici distintivi e la rende uniforme a tutte le altre. Questa scelta grafica toglie al lettore tutti gli indicatori visivi della provenienza e della qualità di una notizia e rende molto più facile l’equivoco. Su Facebook, la notizia del sito bufalaro e quella del Corriere della Sera vengono visualizzate nello stesso modo: tutta l’attenzione è sull’immagine, enorme, accompagnata da un titolo e da due righe di testo iniziale dell’articolo. È sparita l’impaginazione originale, non c’è più il logo del giornale in evidenza, non c’è più il font differente che caratterizza un sito rispetto a un altro: è tutto uguale, indifferenziato, annacquato, omogeneizzato. E la cosa più importante, ossia l’origine della notizia, è relegata in un angolo, in basso, in caratteri piccoli e oltretutto grigi (con grande gioia, immagino, degli ipovedenti).

Faccio quindi una proposta: che Facebook aggiunga all’immagine il logo della testata (non il nome, ma il logo, quindi in forma grafica) in modo da dare al lettore un indicatore chiaro, intuitivo e ben visibile della provenienza di una notizia. Non risolverà il problema delle false notizie, ma almeno aiuterà gli internauti a non farsi ingannare, come invece capita spesso: non per stupidità, ma per semplice distrazione.

Ma c’è anche un altro problema importante dei social network in generale e di tutti i servizi online che fanno profilazione spinta dei lettori: proprio questa profilazione consente all’inserzionista di fare pubblicità mirata e differenziata per ciascun utente. Che cosa succede se l’inserzionista è il gestore di una campagna politica e usa questo potere di personalizzazione per campagne politiche?

Secondo Will Moy, direttore dell’organizzazione britannica di fact-checking Full Fact, c’è il rischio che una campagna politica possa inviare a persone diverse messaggi talmente personalizzati e differenziati da rendere impossibile qualunque monitoraggio esterno della loro correttezza. Uno spot elettorale in TV è uguale per tutti e verificabile: un annuncio elettorale su Facebook o Google può essere diverso per ogni singolo utente e visibile (e quindi verificabile) soltanto se il fact-checker fa parte del gruppo mirato giusto. Moy li chiama “dark ads”, “messaggi pubblicitari oscuri”, perché sfuggono a ogni controllo esterno e alle norme sulla correttezza pubblicitaria, e nota che la campagna Vote Leave della Brexit ha investito in impression pubblicitarie un miliardo di sterline: una cifra, dice Moy, che si spende solo se si crede che abbia la capacità di influenzare.

Sempre per i rappresentanti dei social network ho un altro spunto cruciale: come affrontare meglio la gestione dei messaggi d’odio, che sono spesso associati alle fake news o ne vengono alimentati. Gli Standard della Comunità di Facebook sono molto americani e mettono il diritto all’espressione sopra ogni cosa. Il risultato è che chi su Facebook offende, diffama o addirittura istiga pubblicamente ad atti di violenza contro qualcuno può continuare a farlo impunemente, perché se la vittima segnala questi messaggi a Facebook si sente rispondere che rispettano gli Standard della Comunità e quindi non vanno rimossi. Lo so perché li ho ricevuti anch’io, come tanti, e ho ottenuto proprio questa risposta. Questo è semplicemente inaccettabile: significa offrire un terreno favorevole all’odio.

In queste mie riflessioni sulle responsabilità legate alle fake news hanno un ruolo fondamentale anche i giornalisti, perché il successo delle notizie false è dovuto in parte anche ai media tradizionali. È troppo facile dare tutta la colpa a Internet e agli internauti ingenui. In realtà tanti giornalisti – non tutti, ma tanti – pescano a piene mani dalla Rete, senza verificare le fonti, e pubblicano bufale socialmente disastrose, come nei recenti casi di Stamina o di Report sulle vaccinazioni, rendendole autorevoli.

Di recente ho avuto l’onore di moderare uno dei tavoli di lavoro organizzati a Montecitorio su iniziativa della Presidente della Camera, specificamente quello dedicato ai rappresentanti dei media: direttori e vicedirettori di testate e agenzie ed editori sono stati praticamente unanimi nell’affermare che le notizie false sono un problema grave e allo stesso tempo che il crollo del mercato pubblicitario (o meglio, il trasferimento ingentissimo di risorse economiche dai media tradizionali alle piattaforme social e ai motori di ricerca) riduce la possibilità di investire in qualità. Questo innesca un circolo vizioso che ha fatto precipitare la credibilità dei media tradizionali e quindi spinge gli utenti a chiedersi perché pagare un giornale se contiene le stesse notizie che trovano online e soprattutto non offre qualità superiore.

Non voglio fare di tutt’erba un fascio, e sottolineo che ci sono eccellenze nel giornalismo italiano che meritano di essere riconosciute, ma nel mio lavoro di “cacciatore di bufale” vedo troppo, troppo spesso colleghi giornalisti incappare in notizie false che avrebbero potuto evitare con pochi clic del mouse. Esistono metodi di verifica rapidi e per nulla costosi che permettono di risalire alla vera fonte di una notizia, di escludere i siti notoriamente inattendibili, di verificare la datazione e l’autenticità di una fotografia (come per esempio Tineye.com), ma non vengono usati a sufficienza. Pochissime redazioni hanno una procedura standard per la gestione degli errori e delle correzioni: anzi, di solito la “correzione” consiste nel rimuovere l’articolo senza una parola di spiegazione. Il public editor, come intermediario per la qualità, è una figura rarissima. E vedo che prospera la cultura del copiaincolla acritico, senza chiedersi se la notizia è plausibile, senza cercare fonti o riscontri. Certo, le verifiche richiedono tempo e il tempo comporta un costo, ma anche la perdita di credibilità e autorevolezza ha un costo a lungo termine.

Ma la critica più forte che devo fare ai media tradizionali riguarda la diffusa riluttanza, anzi il vero e proprio fastidio, nei confronti di chi, lettore, spettatore o collega, segnala una bufala o un errore oppure chiede una rettifica. Ci si fa belli dicendo di avere adottato il fact-checking, ma alla prova dei fatti restano forti le vecchie cattive abitudini. Non si corregge una notizia falsa, perché l’ha scritta un amico, o non la si rimuove online perché sta portando tanti clic. I lettori esperti in una materia, che portano prove documentali rigorose a supporto delle proprie segnalazioni d’errore, sono una risorsa gratuita e preziosa per una testata: trattarli a pesci in faccia, o semplicemente ignorarli come vedo accadere spesso, è una perdita per tutti.

Cambiare questi comportamenti e questi atteggiamenti non richiede investimenti ingenti: richiede fondamentalmente volontà. Il mondo del giornalismo si trova di fronte a dei concorrenti senza precedenti, organizzati e con un portafogli ben fornito, che rischiano di travolgerlo lasciando dietro di sé il nulla. Spero che la percezione di questo pericolo spinga a migliorarsi concretamente invece che ad abbandonarsi a proposte di assimilazione o adagiarsi in nostalgici tentativi di recuperare per legge una credibilità che invece va conquistata sul campo e mantenuta giorno dopo giorno. Grazie e buon lavoro a tutti.

Le Iene raccontano le fabbriche delle bufale

Le Iene raccontano le fabbriche delle bufale

Ieri sera Le Iene ha trasmesso un servizio dedicato alle fabbriche di bufale a scopo di lucro, come Liberogiornale e la galassia di siti ingannevoli gestiti da Edinet di cui David Puente ed io abbiamo parlato in questo articolo a dicembre 2016.

Consiglio di guardare il servizio (link al video), perché il business della bufala è spiegato molto bene anche graficamente e in particolare la parte dedicata all’intervista a Matteo Ricci Mingani, gestore di Edinet, è decisamente rivelatrice. Buona visione.

#BastaBufale: è online l’appello della Presidenza della Camera italiana contro le false notizie

#BastaBufale: è online l’appello della Presidenza della Camera italiana contro le false notizie

Ultimo aggiornamento: 2017/02/14 23:30.

Presso BastaBufale.it trovate da oggi il testo dell’appello lanciato dalla Presidenza della Camera italiana, firmato dalla Presidente Laura Boldrini, della cui stesura sono stato consulente tecnico insieme a David Puente, Michelangelo Coltelli e Walter Quattrociocchi.

I perditempo che nei giorni scorsi preannunciavano sicuri un ordine generale di censura resteranno delusi. Gli altri, che hanno voglia di rimboccarsi le maniche invece di strillare al complotto, troveranno che nell’appello c’è lavoro per tutti per contrastare le bufale e le false notizie che causano danni gravi: sono invitati a partecipare scuole, giornalisti, personaggi dello spettacolo, gestori dei social network.

È inoltre chiaro, a chi si prende la briga di leggere l’appello invece di stroncarlo a priori, che questo contrasto non si fa mettendo bavagli: si fa promuovendo i fatti e diffondendoli, in modo che coprano il rumore dei bufalari di ogni categoria, dai siti acchiappaclic ai politici che promuovono panzane come le scie chimiche e l’antivaccinismo.

Un primo passo che tutti possono fare è aderire online all’appello e diffondere l’hashtag #bastabufale.

Se volete saperne di più, c’è il lancio ANSA e c’è un’intervista a Laura Boldrini su Buzzfeed (in inglese). Dell’appello parla anche AGI, sottolineando che al termine della sottoscrizione le firme dei cittadini verranno “consegnate ai rappresentanti del mondo della scuola e dell’università, dell’informazione, delle aziende e dei social network”.

Questo appello è solo il punto di partenza di una serie di iniziative informative, per fornire a tutti strumenti per evitare di essere fregati dalle bufale: ne parlerò prossimamente qui.

2017/02/11 00:30

In questi primi giorni sono arrivati vari commenti che segnalano dubbi e problemi sul funzionamento e sulle modalità dell’adesione. Vorrei chiarire che la gestione di Bastabufale.it non dipende da me: io (come gli altri primi firmatari) sono soltanto stato chiamato come consulente durante la preparazione del testo dell’appello. Concordo quindi con il testo, ma non ho voce in capitolo sulla gestione del sito.

2017/02/11 11:30

Su La Verità è stato pubblicato oggi un articolo, a firma di Antonio Amorosi, che solleva questioni sulla titolarità del sito BastaBufale.it e sul suo trattamento dei dati degli aderenti. Ribadisco che io sono stato consulente soltanto per il testo dell’appello e non per la sua parte tecnica e legale, ma ho comunque segnalato la questione alla Presidenza della Camera. Dalle risposte che ho ricevuto presumo che eventuali carenze di trasparenza verranno corrette prontamente.

2017/02/14 23:30

La Presidente Boldrini ha pubblicato sul proprio sito personale una lettera aperta a Facebook, nella quale dice di aver fatto due “proposte… di natura tecnica” a Facebook. Non so dirvi esattamente quali siano queste proposte: per ora posso dire solo che io e i colleghi, nell’ambito della consulenza che ci è stata chiesta, abbiamo inviato alla Boldrini numerosi suggerimenti tecnici, che potrebbero essere o meno la base di queste proposte. Giusto per scrupolo, sottolineo che fra le nostre proposte non c’era nessun progetto di censura o di liste di proscrizione, ma al contrario c’erano solo proposte di maggiore trasparenza. Aspettiamo e vediamo.

Vodafone: niente inserzioni sui siti di false notizie, compreso il “Corriere d’Italia”

Vodafone: niente inserzioni sui siti di false notizie, compreso il “Corriere d’Italia”

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Una delle tecniche per ridurre i danni causati dai siti che diffondono notizie false a scopo di lucro è toccarli dove sono sensibili: non nel buon cuore o nel buon senso, ma nel portafogli. A differenza dei siti di propaganda o di quelli complottisti, quelli dei bufalari di professione sono motivati solo dal guadagno: pubblicano bufale su qualunque argomento, purché attiri clic.

Uno di questi siti bufalari è Corriere d’Italia (ilcorriereditalia.it), il cui nome scimmotta ingannevolmente quello di giornali molto conosciuti (ed è identico a quello di una testata vera dei primi del Novecento). Il Corriere d’Italia ha pubblicato bufale come quella di Donald Trump che dona 20 milioni di euro per i terremotati italiani.

Pochi giorni fa Vodafone ha annunciato di aver individuato “oltre 100.000 siti su cui non pianificare inserzioni pubblicitarie”, fra i quali c’è ora anche il sito del Corriere d’Italia. Un’iniziativa lodevole che mi piacerebbe vedere più spesso anche da parte di altri inserzionisti: senza pubblicità i bufalari per lucro non hanno motivo di esistere e quindi chiudono. Non sembra un caso, infatti, che ora Corriereditalia.it risulta deserto e vuoto.

Sarei anche molto curioso di conoscere l’elenco dei centomila siti individuati da Vodafone.

Questo è il comunicato Vodafone integrale:

Vodafone non pianifica pubblicità su siti fake
di Redazione VodafoneNews | 26/01/2017 20:03

Vodafone da anni ha in essere un sistema di verifica della correttezza dei canali che ospitano la propria comunicazione di marca.

Questo processo ha consentito all’azienda di individuare oltre 100.000 siti su cui non pianificare inserzioni pubblicitarie.

Tale lista, che è in continuo aggiornamento, da oggi include anche il sito del Corriere d’Italia.

Rimane fermo l’impegno dell’azienda a continuare a non finanziare con i propri investimenti pubblicitari i cosiddetti siti “fake”.

Soccorsi in Abruzzo: Ministro della Difesa, ANSA e giornalisti li illustrano con una foto del 2014

Soccorsi in Abruzzo: Ministro della Difesa, ANSA e giornalisti li illustrano con una foto del 2014

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una anche voi per incoraggiarmi a scrivere ancora. Ultimo aggiornamento: 2017/01/20 00:50.

“Personale e mezzi specializzati dell’@Esercito già operativi nelle province di Teramo e Chieti per #emergenzabruzzo. #AlserviziodelPaese” ha twittato (Archive.is) il Ministro della Difesa italiano Roberta Pinotti (PD). Ma la foto principale che accompagna il tweet è falsa: circola in Rete almeno dal 2014. Ed è lì da un giorno intero senza che nessuno la rimuova, nonostante il fiume di segnalazioni [2017/01/20 00:50: ci sono aggiornamenti in proposito più avanti in questo articolo].

Non solo: anche varie testate giornalistiche, compresa l’ANSA, l’hanno pubblicata spacciandola per una foto dei soccorsi attuali.

Non voglio assolutamente sminuire il lavoro encomiabile che sta svolgendo l’Esercito in queste ore in Abruzzo, e so perfettamente che in un momento d’emergenza conta che i soccorsi ci siano e non che siano fotografati in lungo e in largo; ma pubblicare una foto falsa, e soprattutto ignorare completamente il fiume di commenti dei cittadini che se ne sono sono accorti, è un pessimo segnale in termini di credibilità, lanciato proprio in un momento in cui si parla tanto di fake news.

Stavolta non si può dare la colpa del falso al popolo di Internet: questo è un falso pubblicato da un ministro, dall’ANSA e da altri giornalisti. Prima di tuonare altezzosamente contro le false notizie diffuse dal popolo della Rete, sarebbe dignitoso se le cariche dello Stato e chi fa giornalismo per lavoro si dessero un minimo da fare per non pubblicarne.

Verificare che la foto del soldato spalatore non si riferisce ai soccorsi odierni è semplice: basta scaricarla e darla in pasto a Google Immagini. Si ottiene questo:

Il secondo risultato porta alla stessa foto pubblicata il 5 febbraio 2014 su Youreporter.it in un articolo sull’impegno dell’Esercito “nelle zone del Veneto, dell’Emilia e del Lazio colpite dall’eccezionale ondata di maltempo”. Già questo semplice controllo, che richiede dieci secondi, sarebbe bastato a scartare questa foto per un annuncio che vuole sottolineare l’immediatezza dei soccorsi (“già operativi”).

La stessa foto dello spalatore è sul sito CongedatiFolgore.com in un articolo datato anch’esso 5 febbraio 2014 e in un articolo di RaiNews (assurdamente privo di una data visibile) che parla sempre dell’intervento in Veneto, Emilia e Lazio.

Molti critici del Ministro della Difesa si sono fermati qui, criticando soltanto Roberta Pinotti, ma la medesima foto è stata usata anche da altre fonti che dovrebbero vigilare sull’autenticità di quello che pubblicano: di nuovo, non utenti anonimi, ma giornalisti, e su testate giornalistiche.

La stessa ricerca per immagini in Google, infatti, alla seconda pagina porta a questo articolo dell’ANSA datato 17 gennaio 2017 (Archive.is): la foto non ha alcuna indicazione del tipo “repertorio” o altro che ne riveli la vera natura vintage.

La stessa foto è stata usata anche da altri siti di notizie, come Geos News qui, che cita la fonte L’Eco dell’Alto Molise – Vastese (testata registrata che l’ha pubblicata qui); la si trova anche qui su Sansalvo.net, che indica come fonte l’ANSA. Geos News, stando ai commenti ricevuti dopo la pubblicazione iniziale di questo articolo, è un aggregatore automatico. Però ha la correttezza di citare la fonte, cosa che molti “aggregatori umani” (i giornalisti copiaincolla) non fanno.

Lo scenario più probabile, insomma, è che il Ministro della Difesa si sia fidato dell’ANSA (cosa che in teoria si dovrebbe poter fare) e abbia pubblicato la foto avendola trovata sul sito dell’agenzia di stampa. La colpa sarebbe quindi dell’ANSA che avrebbe spacciato per attuale una foto del 2014. Resta il fatto, molto criticabile, che il Ministro della Difesa, pur allertata, non ha rettificato.

Lo so che viene facile prendersela con un politico, ma non bisogna mai fermarsi al primo risultato di ricerca che soddisfa il livore. Con buona pace delle proposte barocche di Beppe Grillo, questa è la differenza fra giornalismo e giuria popolare nel fare debunking.

2017/01/19 12:50

Ho ricevuto poco fa questo tweet dal Ministro della Difesa:

2017/01/20 00:50

Il Ministro della Difesa ha pubblicato alle 19:45 del 2017/01/19 questo tweet di ulteriore chiarimento, che conferma la mia ipotesi sulla dinamica dell’accaduto: il ministro si è fidato dell’immagine perché l’ha trovata sulla stampa (presumibilmente sull’ANSA).

Fonti aggiuntive: Il Giornale.

Mini-lezione di debunking in pochi tweet: Corriere della Sera

Mini-lezione di debunking in pochi tweet: Corriere della Sera

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Ieri il Corriere della Sera ha pubblicato questa foto, dicendo che si tratta di un’immagine che ritrae “Capracotta, il paese sepolto dalla neve” in Molise. Un lettore via Twitter, @loubeyond, me la segnala.

Con due clic verifico su Tineye.com che la foto non è affatto di attualità:

Così avviso via Twitter il Corriere:

Risultato: foto rimossa, nessuna parola di rettifica o di scuse. Complimenti. Il caso in sé è banale, ma dimostra che non controllare l’autenticità delle foto è una prassi abituale, come ho segnalato pochi giorni fa per Repubblica.

Mini-lezione di debunking in nove tweet: Repubblica

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Ci sarebbe anche da parlare della totale mancanza di rispetto per il diritto d’autore sulla foto, ma lasciamo perdere.

2017/01/12 20:50

Il sindaco avrà magari postato un fake, ma Repubblica l’ha preso per buono senza controllarlo e senza farsi domande su come potesse gelare così tanto una barca.