Questa sera alle 20:40 parteciperò in studio in diretta alla puntata del programma Patti Chiari dedicata ai rischi dei social network e in particolare di TikTok: fake news, algoritmi che promuovono contenuti tossici di violenza, razzismo e sessismo, vigilanza insufficiente, esposizione dei minori a contenuti assolutamente inadatti, e soprattutto creazione di dipendenza.
È stata depositata in Svizzera un’iniziativa popolare federale (Foglio Federale 3 marzo 2026) per far assumere ai grandi fornitori del settore informatico le loro responsabilità di tutela contro disinformazione, molestie, abusi, truffe e materiale criminale e obbligarli a proteggere i diritti fondamentali dei cittadini. L’iniziativa, lanciata dalla Fondazione Guido Fluri, ha l’appoggio di tutti i principali partiti politici nazionali e anche quello dell’Alleanza delle organizzazioni dei consumatori (ACSI, Konsumentenschutz, FRC) [Swissinfo]. L’idea di base è molto valida; la vera sfida è come applicarla concretamente. Ne parleremo stasera.
La presentazione e la registrazione della puntata sono qui. Potete rivedere la puntata qui sotto (non so se ci sono georestrizioni). Il sondaggio informale svolto da Patti Chiari indica che il 90% dei partecipanti sarebbe a favore di vietare i social network sotto i 16 anni.
Questo è il testo della puntata dell’8 dicembre 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.
[CLIP: “Australia will become the first country in the world to ban under 16s from having social media accounts.”]
È la voce della ministra australiana per le comunicazioni Anika Wells, che annuncia che il prossimo 10 dicembre entrerà in vigore in Australia il divieto assoluto di avere un account sui principali social network per chiunque abbia meno di sedici anni. Molti Paesi stanno osservando con interesse questo esperimento sociale australiano per vederne i risultati.
Ma ancora prima della scadenza, i giovani del Paese stanno scoprendo come eludere questo divieto, beffando i controlli sull’età in maniere comicamente semplici. Le buone intenzioni dei politici si scontrano con la realtà tecnica e ne escono con le ossa rotte, come ampiamente previsto dagli esperti. Ma da questa sperimentazione stanno anche emergendo idee meno grossolane e più mirate su come arginare gli effetti sociali indiscutibilmente pesantissimi dei trucchi usati dai social network per indurre dipendenza nei loro utenti. Trucchi che uno dei loro inventori definisce senza mezzi termini “cocaina comportamentale”.
Benvenuti alla puntata dell’8 dicembre 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.
[SIGLA di apertura]
Dal 10 dicembre prossimo in Australia sarà vietato ai minori di sedici anni possedere un account su TikTok, Instagram, Facebook, Threads, X, Snapchat, Twitch, Kick, Reddit e YouTube. È il primo effetto di una legge, denominata Social Media Minimum Age Bill, approvata poco più di un anno fa. Ne avevo parlato in questo podcast all’epoca, segnalando i problemi tecnici di questo divieto.
È passato un anno, e come era facile prevedere i problemi tecnici non sono stati risolti: non appena i social network colpiti dal provvedimento hanno iniziato ad avvisare i loro utenti che avrebbero perso i loro account se non avessero dimostrato di avere più di sedici anni, i giovanissimi sotto questa soglia hanno escogitato tecniche per eludere i controlli. È emerso che su Snapchat, per esempio, basta mostrare alla telecamera frontale dello smartphone una foto di una persona adulta, oppure indossare una maschera di carnevale che raffiguri un viso adulto, e l’app risponde “Grazie di aver verificato la tua età”.
Uno degli aspetti più criticati della legge australiana, infatti, è che delega ai social network il compito di scegliere la tecnica usata per verificare l’età. E ovviamente i social network hanno fatto solo il minimo indispensabile per essere conformi alla legge, perché non hanno nessun interesse a perdere utenti. Dare alle volpi le chiavi del pollaio non è mai una buona idea, specialmente se le sanzioni in caso di inadempienza sono trascurabili, come in questo caso. Il loro importo massimo, 50 milioni di dollari [australiani], sembra notevole, ma è l’equivalente di appena un paio d’ore di fatturato delle grandi piattaforme social.
Le volpi in questione hanno scelto vari metodi per la verifica dell’età. Alcune offrono il riconoscimento facciale, che però è facilmente aggirabile e poco preciso, per cui sbaglia spesso, approvando una quattordicenne dall’aspetto maturo e rifiutando chi ha lineamenti molto fini, con un margine di errore di circa due o tre anni per eccesso o per difetto.
L’invio di una foto di un documento d’identità è più affidabile, ma comporta che i social network (o meglio, le società private alle quali hanno dato l’incarico in subappalto) diventano custodi di milioni di documenti personali, e questo chiaramente non piace agli utenti, che non si fidano dei social. Inoltre procurarsi temporaneamente un documento di una persona più che sedicenne non è un problema.
C’è anche il metodo della cosiddetta age inference o stima dell’età basata sul comportamento online, ma è risultato poco attendibile. La legge australiana, però, parla semplicemente di “misure ragionevoli” di verifica, senza fissare metodi specifici o livelli minimi di affidabilità, e questi sono i risultati.
Le tecniche di elusione del divieto sono tante. Si può anche usare una VPN per simulare di non essere in Australia, o si possono usare piattaforme social non colpite dal divieto, e questo significa che paradossalmente la legge australiana rischia di spingere gli adolescenti verso servizi online ancora meno adatti alla loro età oppure ancora meno moderati dai loro gestori, come WhatsApp o Telegram. Le piattaforme escluse dal divieto sono numerose e includono Discord, GitHub, Lego Play, Roblox, Steam, Steam Chat, Google Classroom e YouTube Kids. Anche ChatGPT non fa parte dei servizi online vietati ai minori di sedici anni.
Inoltre gran parte dei contenuti dei social network resta comunque accessibile ai minori: infatti chi ha meno di sedici anni non può avere un account social, ma può benissimo vedere qualunque post, video o foto presente sui social che abbia un link pubblico.
Va detto che i legislatori australiani erano consapevoli del fatto che questo divieto sarebbe stato eludibile da qualunque adolescente sufficientemente motivato. Ma quello che conta, secondo le dichiarazioni della ministra per le comunicazioni Anika Wells, è che la legge permette ai genitori di dire ai figli che non sono loro i cattivi che vietano arbitrariamente l’uso dei social: è lo Stato a vietarlo. Questa legge è anche un messaggio chiaro del fatto che i social network sono considerati ufficialmente un ambiente tossico, e questo è un aiuto non tecnico ma sociale tutt‘altro che trascurabile. Un parafulmine per le ire dei minori ai quali verrà tolto tra pochi giorni un canale di comunicazione dal quale dipendono per i propri rapporti sociali con i coetanei.
Danimarca, Grecia, Romania, Francia, Nuova Zelanda, Malesia e la Commissione Europea hanno manifestato l’intenzione di introdurre un’età minima di accesso ai social network. Anche in Italia, Germania, Paesi Bassi, Regno Unito e Spagna ci sono proposte di legge in questo senso. La consapevolezza che non si può restare senza fare nulla di fronte a dati sempre più allarmanti sull’aumento del disagio giovanile, del bullismo, dei contenuti d’odio, dei predatori online e delle ansie direttamente legate all’uso dei social network è ormai ampiamente diffusa. Il problema è cosa fare, e come farlo.
L’Unicef, per esempio, sostiene che i cambiamenti proposti dalla legge australiana “non risolveranno i problemi che i giovani devono affrontare online. I social media”, dice, “hanno molti aspetti positivi, come l’educazione e il mantenimento dei contatti con gli amici… è più importante rendere più sicure le piattaforme social e ascoltare i giovani per essere sicuri che le modifiche siano davvero utili.” Anche perché non è che appena si compiono sedici anni si diventa di colpo automaticamente capaci di gestire le trappole dei social network.
Una delle proposte tecnicamente più interessanti è quella di rendere opzionali gli algoritmi che propongono contenuti. Oggi praticamente tutti i social network registrano e schedano accuratamente i gusti e le abitudini di ogni loro utente e gli suggeriscono persone o contenuti che potrebbero interessargli. Ma questi algoritmi sono fatti in modo da farci continuare a scorrere e guardare i contenuti dei social, dando la priorità a qualunque cosa che produca forti risposte emotive, come l’indignazione, la rabbia o la misoginia. Togliere l’algoritmo ai social, o renderlo facoltativo, permetterebbe agli utenti di scegliere cosa vogliono vedere invece di trovarsi con un fiume continuo di contenuti preselezionati e predigeriti. Che è quello che già avviene, per esempio, sul social network non commerciale Mastodon.
Gli esperti confermano che gli algoritmi sono uno dei fattori chiave nella tossicità dei social network. Per esempio, non sono in grado di capire se un utente si è soffermato a guardare un video perché gli piace o perché è inorridito, e quindi gli propongono ciecamente altri contenuti dello stesso tipo. Inoltre alimentano stereotipi pericolosi: uno studio del 2024 ha creato degli account di prova su TikTok e su YouTube, e tutti quelli identificati come maschili sono stati bombardati in breve tempo di “contenuti maschilisti, antifemministi ed estremisti di altro tipo”. Ma gli algoritmi sono anche uno dei principali fattori di crescita e di fatturato dei social network, che quindi sono disposti a fare qualunque cosa e usare qualunque trucco pur di continuare a massimizzare i profitti e creare dipendenza nei loro utenti.
Quest’accusa è confermata da un esperto assoluto del settore, Aza Raskin, che ha una caratteristica molto particolare: è stato lui a inventare, nel 2006, il cosiddetto scorrimento infinito (o infinite scrolling): quella funzione delle app e dei siti per cui non si arriva mai in fondo a una pagina, ma vengono continuamente caricati nuovi contenuti. Questa funzione toglie all’utente il bisogno di cliccare per passare a una pagina successiva. Gli toglie la pausa e quindi rende molto più facile continuare a guardare video e post senza mai fermarsi e soprattutto senza dover mai pensare.
In un’intervista alla BBC del 2018, Raskin ha spiegato che ogni dettaglio di un’app social viene studiato per massimizzare la creazione di una dipendenza. Per esempio, si analizza l’esatta sfumatura di colore dell’indicatore delle notifiche, che è sempre rosso perché questo colore stimola il cervello con sensazioni di urgenza più di ogni altro, ma alcuni toni di rosso funzionano meglio di altri. Raskin descrive questa strategia dei social network con un termine particolarmente efficace.
[CLIP da “Smartphones: The Dark Side” (BBC, 2018): “It’s as if they’re taking behavioral cocaine and just sprinkling it all over your interface”]
Quello che fanno i tecnici dei social network, spiega l’esperto, è spargere su tutta l’interfaccia della loro app cocaina comportamentale.
Anche altri esperti confermano che i gestori dei social network creano consapevolmente una dipendenza nei loro utenti. Lea Pearlman, coinventrice del pulsante “Mi piace” di Facebook, conferma che persino lei era diventata dipendente dalla gratificazione offerta da quel “Mi piace”. Sandy Parakilas, tecnico di Facebook fino al 2012, ha spiegato che nell’azienda c’era una chiara consapevolezza del fatto che il prodotto creava assuefazione e dipendenza, con un “modello commerciale progettato per coinvolgerti e fondamentalmente succhiarti via dalla vita tutto il tempo possibile e poi vendere quell’attenzione agli inserzionisti.” L’ex presidente di Facebook Sean Parker ha ammesso che l’azienda stava “sfruttando una vulnerabilità della psicologia umana”, ne era consapevole ma lo faceva lo stesso.
Forse, più di ogni divieto, può essere efficace far sapere ai giovani e anche agli adulti quale sia la vera natura dei social network commerciali. Spazi concepiti per sfruttare l’utente, non per facilitargli la comunicazione. Spazi nei quali i truffatori sono tollerati e a volte persino protetti, perché generano miliardi di incassi, per esempio a Meta con le loro inserzioni fatte per promuovere i loro raggiri, come ho raccontato in una puntata recente di questo podcast. Non sono parchi di divertimento: sono laboratori, nei quali siamo trattati come topolini e siamo altrettanto sacrificabili.
Imporre per legge l’estirpazione dai social network delle funzioni che creano questa dipendenza, come lo scorrimento infinito e gli algoritmi, sembra insomma essere una soluzione tecnicamente molto più efficace, praticabile e verificabile di un semplice limite di età. E in ogni caso quel limite di età può essere applicato senza dare alle piattaforme social tanti dati personali, usando per esempio un’identità digitale garantita dallo Stato, come quella svizzera recentemente adottata o quella in fase di sviluppo nell’Unione Europea, che consente all’utente di certificare a un social network la propria età senza inviargli nessuna informazione personali, nessuna scansione di documenti e nessuna foto del proprio volto.
Nel bene e nel male, l’Australia sta facendo certamente da apripista, e questo significa che gli altri Paesi possono imparare dalle sue esperienze pionieristiche cosa funziona e cosa non funziona. E magari, si spera, non ripetere gli stessi errori.
Il 16 settembre scorso è andata in onda un’inchiesta del programma Falò della Radiotelevisione Svizzera sulla questione dei danni sociali causati dall’uso di smartphone e social network in particolare ai minori. I dati statistici si sono accumulati per anni e sono preoccupanti. Ora, finalmente, ci si interroga su cosa fare per una situazione che gli esperti hanno segnalato da tempo, restando largamente inascoltati.
Io faccio un piccolo intervento intorno a 19:00, mostrando che i controlli sui contenuti di Instagram sono inesistenti ed espongono gli utenti a pornografia e immagini di violenza estrema e che spesso questi contenuti inaccettabili non vengono rimossi nemmeno se li si segnala (probabilmente perché il “controllo” viene effettuato automaticamente, senza coinvolgere un essere umano).
Chiarisco il mio commento sul mettere la volpe a capo del pollaio: mi riferivo alle proposte di obbligare Meta e gli altri gestori di social network a effettuare controlli più severi sull’età degli utenti.
Queste aziende non hanno nessun incentivo economico a limitare gli utenti e nessuna penalità significativa se non lo fanno diligentemente (le sanzioni milionarie spesso citate sono l‘equivalente di qualche ora di fatturato e sono quindi un banale costo operativo, non un pericolo). Far fare questi controlli a loro significa regalare altri dati personali dei nostri figli (scansioni dei volti e dei documenti) ad aziende che vivono della vendita di quei dati.
Ha invece senso, secondo me, che lo Stato fornisca un servizio di identità digitale che comunichi a questi social solo il dato di legittimazione all’uso, ossia “certifico che questo utente – di cui non ti dico nient’altro, niente nome, cognome, indirizzo, documento, genere, volto, età precisa – ha più di X anni”. In pratica, io cittadino mi rivolgo allo Stato, che ha già i miei dati, e lo Stato mi dà un token, un codice usa e getta slegato dalla mia identità, che posso usare per autenticarmi in un social o in un negozio online o in un forum.
Questo è il testo della puntata dell’1/9/2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.
Il possesso di uno smartphone prima dei 13 anni è fortemente correlato a una minore salute mentale in età adulta, soprattutto tra le giovani donne. Questo calo diffuso della salute mentale si manifesta come pensiero suicidario, distacco dalla realtà e scarsa autostima. Sono i risultati piuttosto inesorabili e ineludibili di uno studio basato sul più grande database mondiale di dati sul benessere mentale.
Ma le soluzioni ci sono. Quello che scarseggia, invece, è il coraggio di adottarle.
Benvenuti alla puntata del primo settembre 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.
[SIGLA di apertura]
Uno studio mondiale basato su centinaia di migliaia di persone giovani e pubblicato a luglio 2025 sulla rivista scientifica Journal of Human Development and Capabilities presenta risultati impressionanti sugli effetti negativi di smartphone e social network che daranno da pensare a molti genitori.
Secondo questo studio, che attinge al più grande database mondiale di informazioni sulla salute mentale, il Global Mind Project, i giovani che oggi hanno fra i 18 e i 24 anni e avevano ricevuto il loro primo smartphone a 12 anni o ancora prima manifestano ora maggiore aggressione, pensiero suicidario, distacco dalla realtà, minore capacità di gestire le emozioni e bassa autostima [“aggression, suicidal thoughts, feelings of detachment from reality, and diminished self-worth, emotional control, and resilience”, p. 497]. Il 41% delle persone tra i 18 e i 34 anni lotta contro sintomi o capacità funzionali ridotte che sono un ostacolo concreto nella loro vita quotidiana.
Questi problemi non sono legati esclusivamente al possesso di uno smartphone: sono associati anche all’accesso precoce ai social network, e comportano un maggior rischio di cyberbullismo, disturbi del sonno e difficoltà relazionali in seno alla famiglia in età adulta.
L’arrivo degli smartphone a partire dai primi anni Duemila, dicono gli autori della ricerca, ha trasformato il modo in cui le persone giovani stabiliscono legami, imparano concetti e nozioni e formano le proprie identità. Questi dispositivi, sottolineano, vanno distinti dai telefonini tradizionali perché sono costantemente connessi a Internet e danno accesso continuo e in ogni luogo ai social network.
Il problema, spiegano gli autori dello studio, è che gli algoritmi dei social network, ossia i sistemi che selezionano e propongono contenuti ai singoli utenti, tendono ad amplificare i contenuti dannosi e a incoraggiare una persona a fare confronti con le altre, e hanno anche un impatto importante su altre attività, come le interazioni faccia a faccia e il sonno. Tutte cose che un genitore o un docente sa bene e percepisce quotidianamente da tempo, ma vederle documentate da un’analisi rigorosa e di massa le sposta dalla vaghezza degli aneddoti personali alla concretezza del dato statistico.
Gli esperti che hanno condotto lo studio chiedono interventi urgenti per proteggere la salute mentale delle generazioni che costituiranno gli adulti del futuro. Mettono in guardia sul fatto che i sintomi che si rilevano in età adulta “non sono quelli tradizionali di depressione e ansia, e possono sfuggire agli studi che si basano sui test di valutazione standard”. Lo spiega la neuroscienziata Tara Thiagarajan, laureatasi a Stanford e principale autrice dell’articolo scientifico in questione.
Gli studi svolti finora sugli effetti sulla salute mentale del tempo trascorso davanti agli schermi dei dispositivi, sui social network e sugli smartphone hanno già indicato alcuni effetti negativi, ma spesso in modo contraddittorio o poco chiaro, dando quindi al legislatore, al mondo scolastico e alle famiglie una giustificazione per non fare nulla o minimizzare il problema.
Questa nuova ricerca, invece, ha ottenuto risultati molto netti attingendo a questo grande database, che include profili e informazioni contestuali su oltre due milioni di individui distribuiti in 163 paesi e su 18 lingue, applicando un cosiddetto quoziente di salute mentale [Mental Health Quotient, MHQ], che è uno strumento di autovalutazione che misura il benessere sociale, emozionale, cognitivo e fisico delle persone e genera una sorta di punteggio generale della salute mentale individuale.
I risultati principali del possesso precoce di uno smartphone includono tutti i sintomi che ho già citato e anche le allucinazioni. Il punteggio di salute mentale, inoltre, scende progressivamente man mano che cala l’età di questo primo possesso. Per esempio, chi ha ricevuto il suo primo smartphone a 13 anni ha un punteggio medio di 30, ma il punteggio medio di chi lo ha ricevuto a cinque anni è 1.
Lo studio ha rilevato effetti differenti fra ragazzi e ragazze: il possesso precoce è associato principalmente a una immagine di sé meno positiva, a una minore autostima, a un calo nella fiducia in se stesse e nella resilienza emozionale tra le ragazze, mentre tra i ragazzi prevalgono le riduzioni di stabilità, calma ed empatia. Queste tendenze, fra l’altro, sono universali e si riscontrano in tutte le regioni del mondo, in tutte le culture e in tutte le lingue.
Se vi servivano dei dati oggettivi per avere una giustificazione per fare qualcosa per questo problema, questa ricerca può essere insomma un buon punto di partenza, che include molti altri risultati interessanti oltre a quelli che ho riassunto qui.
Ma che cosa si può fare esattamente?
Agire in modo efficace di fronte a un problema sociale di questa portata non è facile. Un genitore che decida di limitare l’accesso dei figli agli smartphone e ai social network rischia di portare quei figli a un’esclusione sociale, perché tutti gli altri loro coetanei li usano.
Confidare nelle capacità e nel buon senso dei minori stessi è, dicono i ricercatori, “irrealistico ed eticamente insostenibile” perché “i sistemi di intelligenza artificiale che alimentano i social network sono concepiti appositamente per sfruttare le vulnerabilità psicologiche, per manipolare e per scavalcare le difese cognitive, e questo pone una sfida considerevole quando la corteccia prefrontale non è ancora matura,” scrivono i ricercatori. Prendersela con i ragazzi e le ragazze perché non sanno resistere alle lusinghe di un sistema creato dagli adulti appositamente per manipolarli significa insomma scaricare le colpe sulle vittime.
I ricercatori propongono quattro tipi generali di rimedi, che elencano in ordine di fattibilità decrescente.
Il primo rimedio, il più fattibile, è introdurre un’educazione obbligatoria alle competenze digitali e alla salute mentale, che includa l’etica delle relazioni online e offra delle strategie per la gestione dell’influenza degli algoritmi, del cosiddetto catfishing (cioè l’uso di false identità online allo scopo di ingannare), del bullismo digitale e dei predatori sessuali. Questa educazione dovrebbe precedere l’accesso autonomo ai social network, analogamente a quello che si fa con la patente di guida.
Il secondo rimedio proposto è rafforzare i controlli sull’età di accesso ai social network e fare in modo che ci siano conseguenze significative per questi social e per le società del settore tecnologico se questi controlli, gestiti da loro, si rivelano inefficaci. I ricercatori ammettono che questa è una sfida tecnicamente difficile ma notano che “spostare verso i fornitori di tecnologie la responsabilità di mitigare i rischi e proteggere gli utenti riduce gli oneri che gravano sulle famiglie e sugli individui”.
In altre parole, visto che i social network causano questo problema e ci guadagnano cifre enormi, che siano loro a rimediare, e che lo facciano a spese loro. I ricercatori notano che in altri campi, come il consumo di tabacco e di alcolici, un impianto di leggi efficace nel rendere responsabili le aziende è ottenibile se c’è, cito, “volontà politica sufficiente”.
Il terzo rimedio, che secondo i ricercatori ha una fattibilità media, come il precedente, è vietare l’accesso ai social network ai minori di 13 anni su qualunque dispositivo. Questa è una sfida tecnica notevole, che si basa sull’età minima di legge ma richiede meccanismi di applicazione concreta che siano efficaci e affidabili.
Il quarto e ultimo rimedio, quello meno fattibile in assoluto ma anche quello di maggiore impatto potenziale, è introdurre dei divieti all’accesso non solo ai social ma anche agli smartphone, intesi specificamente come dispositivi personali facilmente portatili che abbiano accesso a Internet e includano app supplementari oltre a quelle per telefonare e ricevere messaggi di testo.
Questi divieti andrebbero applicati ai minori di 13 anni, offrendo delle alternative pratiche, come dei telefonini che forniscano solo i servizi di base, ossia chiamate e messaggi, senza social network o contenuti generati dall’intelligenza artificiale. Questi prodotti esistono già, ma attualmente sono presentati dal marketing delle case produttrici come soluzioni riservate agli utenti anziani invece di proporle come dispositivi protettivi per minori. I ricercatori si rendono conto che mettere in atto divieti di questa portata è difficile, perché va contro le norme socioculturali sull’accesso alla tecnologia, si scontra con le libertà di decisione dei genitori ed è concretamente difficile da far rispettare negli spazi privati.
In sintesi, dicono questi ricercatori, un genitore che mette in mano a un minore uno smartphone non lo sta aiutando affatto ad acquisire competenze digitali, come pensano molti, ma gli sta causando un danno che si trascinerà fino alla vita adulta. Servono urgentemente misure protettive e preventive, e cominciano ad accumularsi dati oggettivi che raccomandano di estendere almeno in parte queste misure anche alle persone fra i 14 e i 18 anni.
I precedenti di successo non mancano. Nelle loro conclusioni, i ricercatori fanno l’esempio delle norme sull’accesso e il consumo di alcolici da parte di minori, che rendono responsabili i genitori, gli esercizi commerciali e i fabbricanti. Chi mette alcolici a disposizione di minori può essere sanzionato, può perdere la licenza commerciale o finire in tribunale, e le aziende che producono alcolici sono soggette a restrizioni pubblicitarie molto severe e possono essere punite se si rivolgono a minori o non fanno rispettare i limiti di età. Quindi perché non farlo anche per gli smartphone e i social?
Sarebbe una misura impopolare per molti utenti, ma alcuni governi, come quello australiano, si stanno già muovendo in questa direzione, sia pure con misure non sempre complete, efficaci e persuasive. Il tassello mancante, di solito, è la punibilità delle aziende. Forse a causa del loro immenso potere economico, raramente i politici se la sentono di attribuire le colpe a chi realmente le ha perché ha creato il problema e finge di essere incapace di risolverlo.
Finge, sì, perché è semplicemente inconcepibile che aziende high-tech come X o Meta, che si vantano di avere potentissime intelligenze artificiali capaci di analizzare e digerire trilioni di parole, non siano in grado di accorgersi che sui loro servizi esistono da anni gruppi e forum come quello sessista venuto alla ribalta in questi giorni [LaRegione.ch; Tio.ch; Tio.ch]. Era tutto alla luce del sole, senza crittografia a proteggere le conversazioni, le foto e i commenti, eppure Meta, che ospitava il gruppo Facebook in questione [chiamato “Mia moglie”, 32mila utenti, dove gli uomini pubblicavano scatti di mogli o fidanzate, spesso fatti a loro insaputa, e chiedevano agli altri iscritti di commentarli], non ha fatto nulla. Anzi, anche quando io stesso ho segnalato contenuti assolutamente inaccettabili ed evidentissimamente contrari alle loro stesse regole che si trovavano sui social di Meta, le mie segnalazioni sono state respinte, come quelle di tanti altri utenti che cercano di vigilare dove chi dovrebbe farlo non lo fa.
Il problema è talmente grave che i ricercatori parlano di “imperativo globale” per la sua soluzione e avvisano che “se proseguiranno le attuali tendenze al possesso di smartphone e all’accesso ai social network” in età sempre più giovanile si rischia che questa situazione da sola sia “responsabile per disagi mentali come pensieri suicidari, dissociazione dalla realtà e capacità ridotte di controllo delle emozioni e di resilienza in quasi un terzo della prossima generazione.”
Nel frattempo, nel 2024 Meta ha incassato 164 miliardi di dollari; Apple ne ha incassati 391, Google 348 e Samsung 218. Sarà davvero interessante vedere chi avrà il coraggio di remare seriamente contro questo mare di soldi.
Questo è il testo della puntata dell’11 agosto 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.
[CLIP: audio da “Death Stranding”, tratto da questo video]
Ogni tanto, nella storia di Internet, arriva qualcuno che reclama che si deve fare qualcosa per impedire ai minori di vedere i contenuti non adatti alla loro età che si possono trovare facilmente online. Raccoglie firme, promuove petizioni, trova agevolmente qualche politico che sposa la sua causa perché proteggere i bambini piace molto a qualunque elettore ed elettrice, e la richiesta finisce per diventare una proposta di legge.
A questo punto, di solito, vengono convocati i tecnici, quelli che sanno come funziona realmente Internet, scuotono la testa come hanno già fatto altre volte in passato e avvisano che la proposta è nobile ma non è tecnicamente fattibile e provarci avrebbe delle conseguenze catastrofiche sulla sicurezza, sulla privacy di tutti i cittadini, sui minori stessi e sui servizi di sostegno a quei minori, diventerebbe una censura di massa di qualunque idea politicamente sgradita e comunque soprattutto non funzionerebbe, perché qualunque misura tecnica per identificare e distinguere fra minori e adulti quando accedono a un sito sarebbe facilmente aggirabile.
Il politico di solito rimane perplesso ma accetta il parere esperto dei tecnici e lascia perdere. Il 25 luglio scorso, invece, un intero paese europeo ha deciso di ignorare fieramente gli esperti e di provare lo stesso a proteggere i bambini approvando una legge che è l’equivalente informatico di vietare al vento di soffiare. Quel paese è il Regno Unito, e questa è la storia di un disastro annunciato, da ricordare la prossima volta che qualche altro politico, in qualche altro paese, si farà venire la stessa idea.*
* Tipo la Francia, ma in modi meno draconiani di quello britannico [Twobirds; Techinformed]; Danimarca, Grecia, Italia e Spagna stanno testando un’app di verifica dell’età [Lepoint; Liberation].
Perché tutto il costoso sistema di controllo online dell’età tramite riconoscimento facciale messo in piedi nel Regno Unito, usando le più sofisticate tecnologie, è crollato (come ampiamente previsto) nel giro di pochi giorni grazie a un videogioco, Death Stranding, di cui avete sentito uno spezzone in apertura. I suoi giocatori, infatti, hanno scoperto che per farsi identificare come adulti bastava mostrare alla telecamera uno dei personaggi del gioco, Sam Bridges, che può essere comandato per fargli fare tutti i movimenti e le espressioni richieste dai controlli. E ovviamente le vendite di VPN sono schizzate alle stelle. Ma soprattutto ci si è resi conto che questo sistema strangola le piccole comunità online e lascia invece il campo libero ai soliti grandi nomi stramiliardari dei social network.
Benvenuti alla puntata dell’11 agosto 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica; questa è l’unica puntata di questo mese. La prossima verrà pubblicata il primo settembre. Io sono Paolo Attivissimo.
[SIGLA di apertura]
L’Online Safety Act è una legge del Regno Unito concepita nel 2023 per impedire alle persone che hanno meno di diciotto anni di accedere alla pornografia e ai contenuti legati all’autolesionismo, ai disturbi dell’alimentazione e al suicidio. I suoi controlli online sono entrati in vigore il 25 luglio scorso. In pratica, i gestori dei siti che possono trovarsi a ospitare contenuti di questo tipo* sono obbligati ad attivare delle verifiche dell’età dei loro visitatori, gestite da aziende specializzate.
* Notare il “possono”. Questa legge non riguarda solo i siti pornografici. Ci torno dopo, ma è importante chiarirlo subito.
Queste verifiche possono richiedere per esempio di dare le coordinate di una carta di credito, perché si presume che chi ha accesso a una carta di credito sia maggiorenne. In alternativa, l’utente può dare le coordinate di un proprio documento d’identità insieme a una propria foto scattata sul momento e il software controllerà se corrispondono e se si riferiscono a un maggiorenne oppure no.
Uno dei metodi di controllo alternativi più originali proposti da questa nuova legge britannica è la verifica tramite email. L’utente fornisce il proprio indirizzo di mail a un servizio apposito, che interroga i fornitori di servizi bancari o di utenze domestiche del paese, come luce, telefono, gas o Internet, per sapere se quell’indirizzo è stato usato per fare transazioni o gestire utenze, nel qual caso si presume che l’utente sia maggiorenne. Ovviamente questo significa che i gestori di questi controlli devono ficcare il naso nelle attività personali di questi utenti.
Poi c’è il riconoscimento facciale, o meglio, la stima dell’età tramite analisi del volto. L’utente si fa un selfie o mostra il viso in diretta alla telecamera del computer o del telefonino e un’azienda specializzata usa l’intelligenza artificiale per decidere se ha una faccia da maggiorenne o da minorenne.
L’utente può anche dare il permesso a una società specializzata di verificare se il suo numero di telefonino è intestato a un minorenne o un adulto, oppure può affidarle le sue coordinate bancarie e la società di verifica interrogherà la banca per sapere se l’utente ha più o meno di 18 anni.
Sono tutte misure piuttosto invasive, che hanno tre punti deboli molto importanti.
Il primo è che raccolgono i dati personali di milioni di persone e li mettono in mano ad aziende private, creando quindi potenzialmente un archivio centrale che farà gola ai criminali informatici, come è già successo per esempio con AU10TIX, la società israeliana usata da TikTok, Uber, LinkedIn, PayPal e altri grandi nomi [404 Media].
Il secondo punto debole è che l’utente britannico può eludere tutte queste complicazioni semplicemente installando un’app VPN, in modo da simulare di trovarsi al di fuori del Regno Unito e quindi non essere soggetto a tutti questi controlli. E infatti tre giorni dopo l’entrata in vigore di questa legge le app VPN sono diventate le più scaricate in assoluto nell’App Store di Apple nel paese. L’app svizzera Proton VPN, per esempio, ha avuto un picco del 1800% nelle attivazioni provenienti dal Regno Unito.
Il colmo dell’ironia involontaria in questa situazione arriva dalla BBC, che in un articolo sul proprio sito riferisce che le autorità vietano alle piattaforme online di ospitare contenuti che incoraggino l’uso delle VPN per eludere i controlli sull’età e subito dopo, sulla propria piattaforma, offre una pratica infografica che spiega esattamente come usare una VPN per eludere i controlli sull’età.
L’infografica della BBC.
Come nota il sito Techdirt.com, “quando la tua legge ‘salvabambini’ ha come risultato principale insegnare ai bambini come usare le VPN per aggirarla, forse hai sbagliato leggermente il tuo obiettivo”.
Il terzo punto debole è che la stima dell’età tramite riconoscimento facciale può essere beffata appunto usando il volto di Sam Porter Bridges, il protagonista del popolare videogioco Death Stranding. Questo controllo infatti chiede all’utente di mostrare alcune espressioni facciali, tipo aprire o chiudere la bocca, e in questo gioco è possibile comandare questo personaggio in modo che faccia proprio queste espressioni.
Screenshot
La notizia di questo trucco si è diffusa immediatamente nei social network, nei siti di gaming e in quelli dedicati alle notizie informatiche, spesso accompagnato da un coro di “ve l’avevamo detto”. È una falla imbarazzantissima, che solleva una domanda importante: se le aziende che realizzano questi controlli sono talmente inette che basta un videogioco per beffarle, perché mai dovremmo credere che siano capaci invece di custodire perfettamente i nostri dati sensibili?
Anche se molti utenti eluderanno questi controlli, anche se sarà necessario rinunciare a un po’ di anonimato online, almeno qualche bambino verrà protetto dalle grinfie dei pornografi, giusto? No, perché la strada dell’inferno, come si suol dire, è lastricata di buone intenzioni, anche in informatica.
Infatti una delle conseguenze di questa nuova legge britannica è che le comunità online e le associazioni per la tutela dei minori adesso non sono più facilmente accessibili ai minori che vorrebbero proteggere. Per esempio, una vittima minorenne di abusi sessuali deve ora presentare un documento di un adulto per poter interagire con i servizi che la possono aiutare.
E non è tutto: molti siti e forum gestiti da privati si trovano costretti a chiudere, perché non hanno i fondi necessari per pagare le aziende private deputate a questi controlli obbligatori, che possono costare circa 2700 euro l’anno, e non hanno le risorse umane per mettersi in regola con le nuove disposizioni. Non si tratta solo di siti che parlano di tematiche sensibili riguardanti i minori: queste regole toccano tutti i siti britannici, su qualunque tema.* Persino un’associazione di ciclisti o un forum dedicato al golf o alle birre artigianali o ai criceti.
* Questa legge è stata presentata come “anti-porno”, ma non è affatto così. L’OSA non riguarda solo i siti pornografici. Tocca qualunque sito nel quale gli utenti possano pubblicare contenuti o interagire tra loro. In pratica, qualunque forum e qualunque sito di associazione.
“The Act’s duties apply to search services and services that allow users to post content online or to interact with each other. This includes a range of websites, apps and other services, including social media services, consumer file cloud storage and sharing sites, video-sharing platforms, online forums, dating services, and online instant messaging services.” [Gov.uk]
Inoltre questa legge tocca principalmente i siti britannici, ma si estende anche ai siti esteri in alcuni casi: “The Act applies to services even if the companies providing them are outside the UK should they have links to the UK. This includes if the service has a significant number of UK users, if the UK is a target market, or it is capable of being accessed by UK users and there is a material risk of significant harm to such users. [...] The Act gives Ofcom the powers they need to take appropriate action against all companies in scope, no matter where they are based, where services have relevant links with the UK. This means services with a significant number of UK users or where UK users are a target market, as well as other services which have in-scope content that presents a risk of significant harm to people in the UK.” [Gov.uk]
Persino Wikipedia. L’enciclopedia online, infatti, rischia di essere equiparata ai social network come Facebook o TikTok e ai grandi siti di pornografia che erano nella mente del legislatore quando ha concepito l’Online Safety Act. Gli avvocati della Wikimedia Foundation sono andati in tribunale per contestare la nuova legge, che obbligherebbe Wikipedia a mettere un tetto al numero di britannici che la consultano, perché se dovessero superare i sette milioni l’enciclopedia verrebbe classificata come un cosiddetto “servizio di categoria 1” e sarebbe soggetta quindi alle restrizioni massime previste da questa legge [Wikimedia Foundation]. Dovrebbe per esempio verificare le identità dei circa 260.000 utenti che contribuiscono volontariamente alla sua manutenzione e sottostare a mille altri obblighi che la renderebbero in sostanza ingestibile [The Telegraph; copia su Archive.is].
Insomma, quella che è stata presentata come una legge contro la pornografia sta diventando un bavaglio che tocca moltissimi settori.* Persino Spotify adesso deve chiedere agli utenti di farsi controllare l’età per poter accedere a certi suoi video musicali nel Regno Unito. Numerosi utenti segnalano che le notizie di guerra, soprattutto quelle riguardanti la Palestina, sono bloccate sui social network e per leggerle bisogna presentare un documento d’identità o farsi verificare l’età. Sono soggetti a controlli persino i forum di Reddit dedicati al cinema o ai labubu [Dazed].
* L’ambito intenzionale di questa legge è vastissimo: altro che “anti-porno”. I temi specificamente protetti non sono solo gli abusi sessuali su minori, la violenza sessuale estrema, gli abusi tramite immagini intime, lo sfruttamente sessuale e la pornografia estrema, ma le frodi, i reati contro l’ordine pubblico con aggravanti razziali o religiose, l’istigazione alla violenza, l’immigrazione illegale e il traffico di esseri umani, la promozione o la facilitazione del suicidio, la vendita di sostanze o armi illegali e il terrorismo. [Gov.uk]
I social network e i grandi siti per adulti, invece, prosperano indisturbati. A differenza delle piccole comunità online di volontari, hanno le risorse economiche e tecniche necessarie per implementare questi controlli di fatto inutili. Se si cerca di regolamentare Internet pensando che Internet sia solo Facebook e Google e poco altro, alla fine sopravvivono solo questi colossi, che sono gli unici che ricevono benefici da una legge come questa.
Chi prima gestiva un forum amatoriale indipendente, infatti, si troverà costretto a trasferire la propria comunità di utenti su un social network come Instagram o Discord o Facebook, dove i post dei membri saranno inframmezzati da inserzioni pubblicitarie che faranno diventare ancora più ricchi e potenti questi social e i loro proprietari, e dove quello che scrivono sarà soggetto agli umori e alle censure del momento [The New Statesman], come sa bene chiunque abbia perso di colpo il proprio profilo Instagram perché a quanto pare avrebbe violato qualche “standard della comunità” e non ha modo di reclamare e nemmeno di sapere quale di questi standard non avrebbe rispettato.
I cittadini britannici hanno criticato gli effetti di questa legge, depositando centinaia di migliaia di firme in pochi giorni presso il sito governativo apposito per le petizioni. Peter Kyle, segretario di stato per le tecnologie del governo del paese, ha risposto scrivendo su X/Twitter che chi vuole sopprimere questa legge sta dalla parte dei predatori di minori [X], equiparando insomma i critici ai criminali.
Visto che la tentazione di adottare leggi come quella britannica farà inevitabilmente capolino ancora, riassumo per chiarezza quali sono i veri effetti di qualunque legge che imponga la verifica delle identità o dell’età per accedere a contenuti online:
Per gli adulti diventa più difficile accedere alle informazioni e ai servizi perfettamente legali e utili.
I cittadini vengono obbligati a creare un tracciamento dettagliato delle loro attività online legato alle proprie identità e vengono spinti verso piattaforme meno sicure.
Le piccole comunità online che non possono permettersi gli oneri di conformità alla legge vengono distrutte.
E a un’intera generazione viene insegnato che eludere la sorveglianza governativa è una competenza di base della vita [TechDirt].
I danni che queste leggi affermano di voler eliminare, invece, proseguono indisturbati. I predatori non fanno altro che trasferirsi su altre piattaforme, usano la messaggistica con crittografia oppure ricorrono alle VPN. Si crea, insomma, l’illusione della sicurezza, ma in realtà si aumenta l’insicurezza di tutti. E i social network, i cui algoritmi creano spirali cognitive tossiche e causano tutti questi danni, vengono premiati invece di essere puniti.
Quello che è successo nel Regno Unito dovrebbe essere un monito per qualunque democrazia alle prese con la regolamentazione di Internet. Se i politici preferiscono atteggiarsi a uomini forti e decisionisti, se privilegiano l’apparenza di aver fatto qualcosa, qualunque cosa, alla sostanza di aver capito il problema e di aver agito ascoltando gli esperti, adottando soluzioni sociali a lungo termine e varando norme come l’interoperabilità che tolgano ai social network il loro strapotere di ghetti inghirlandati, il risultato è che nessun bambino viene salvato.
E l’unica cosa buona che viene fuori da questa legge britannica è che adesso quei pericoli per la democrazia che venivano ipotizzati dagli esperti non sono più teoria, ma sono pratica concreta, tangibile e reale, da studiare per capire che cosa non fare.
somiglia molto al “vecchio” Twitter, di cui però non ha i messaggi diretti (o pseudo-privati)*; è tutto pubblico, e tutto sommato è meglio così, visto che ora i messaggi “privati” su Twitter sono tutti in mano a Elon Musk e la sua banda di scellerati.
* Correzione: li ha, ma sono limitati per default. Come impostazione predefinita, posso fare chat “private“ solo con le persone che seguo. Se voglio cambiare quest’impostazione, devo andare nelle Impostazioni, scegliere Messaggi, cliccare sull’icona a sinistra del tasto "Nuova chat" (oppure da web usare il link diretto https://bsky.app/messages/settings) e scegliere se accettare messaggi da tutti, dagli utenti che seguo o da nessuno. Per ora non sono protetti con crittografia end-to-end; i moderatori di Bluesky possono leggerli [Bluesky]. Grazie a DZ per la correzione.
Fa strano che a un anno dal debutto e con 30 milioni di utenti, la sua autenticazione a due fattori sia ancora basata esclusivamente sulla mail.
Ed è irritante che i post, una volta pubblicati, non siano modificabili (salvo usare accrocchi tramite app particolari) come lo sono invece per esempio su Mastodon, nemmeno temporaneamente per correggere qualche refuso.
Va be’, proviamo comunque anche questo. Ho messo un avviso su X, così se qualcuno ancora mi legge là, sa dove trovarmi. Resto comunque fedele a Mastodon (i cui post sono su Bluesky tramite bridge, presso @ildisinformatico.mastodon.uno.ap.brid.gy).
Avete già provato Bluesky? Cosa ne pensate?
2025/02/23. Aggiungo un consiglio arrivato nei commenti (grazie DZ!): per default Bluesky mostra solo i post scritti nelle lingue definite automaticamente nelle impostazioni, e questo può essere un filtro non intenzionale e indesiderato. Se volete vedere tutti i post a prescindere dalla lingua, o selezionare le lingue da rendere visibili, andate in Impostazioni – Lingue – Lingue dei contenuti – e selezionate le lingue da visualizzare. Disattivandole tutte si vede qualunque post in qualunque lingua.
Il Gruppo Giovanile di Lodrone mi ha invitato a tenere un incontro pubblico presso la sala polifunzionale Santa Croce stasera (venerdì 13; sì, lo so, ma non sono superstizioso) alle 20:30 sul tema dell’uso responsabile di Internet, dai social network alla pirateria.
L’ingresso è libero, come lo è lo scaricamento della mia miniguida a Facebook e Twitter (acquistabile su carta tramite Lulu.com, se proprio ci tenete a scucire quasi 8 euro per 71 pagine della mia prosa immortale), che è dedicata appunto all’uso responsabile dei social network più trendy del momento. Porterò con me anche qualche copia cartacea di “Luna?” per chi fosse interessato al mio precedente parto letterario.
Ho da proporvi un altro episodio della serie “No, il tuo telefonino non ti ascolta; sei tu che noti le coincidenze”, seguito ideale di questa storia.
Oggi stavo chiacchierando in casa con la famiglia. A un certo punto, parlando di risposte argute a qualcosa detto da qualcuno che ti vengono in mente sempre troppo tardi, ho citato la bella espressione francese “l’esprit de l’escalier”.
Descrive esattamente quella condizione esasperante in cui la risposta perfetta e brillante ti viene in mente soltanto quando ormai sei in fondo alle scale e lontano dal tuo interlocutore, per cui è troppo tardi per dirla e ti prenderesti a calci per non averla pensata prima.
Beh, indovinate cosa è comparso poco fa nel mio flusso di tweet:
Phrase of the Day: L’ESPRIT DE L’ESCALIER (French) – literally ‘staircase wit’, thinking of a clever comeback when it’s too late to deliver it.
Non è stata una proposta di Twitter estemporanea: seguo abitualmente Quite Interesting perché è, appunto… parecchio interessante. Però quando ho notato il tweet di QI mi è venuta subito in mente la conversazione di poco prima.
Quante probabilità ci sono che quella esatta espressione assolutamente specifica mi capiti a distanza temporale cosi ravvicinata due volte di fila? Non si tratta di un generico “scarpe” o “divani”. Però è successo, e non c’è nessun modo in cui quelli di QI possano aver sentito la nostra conversazione per poi decidere di mandare quel loro tweet.
Morale della storia: dato un numero sufficientemente elevato di eventi, le coincidenze, anche le più strane, a volte accadono. Se nel corso della giornata vedo tanti tweet e dico tante cose, prima o poi l’argomento di quello che ho detto e quello che ho visto coinciderà, e io me ne accorgerò perché siamo animali abili a riconoscere gli schemi.
Quindi prima di accusare i social network, Microsoft, Samsung, Apple o Google di usare i nostri telefonini per ascoltare tutto quello che diciamo, pensiamoci bene. Anche perché non ne hanno bisogno: hanno già tantissimi dati su di noi e sui nostri gusti.
E se alla fine di questa storia ancora non siete convinti e pensate che il telefonino vi spii, allora siate coerenti e buttate via lo smartphone. Oppure state in dignitoso silenzio, così Facebook dovrà leggervi nel pensiero 🙂
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Siete fra quelli che pensano che il loro telefonino ascolti le loro conversazioni e mostri pubblicità di conseguenza, perché vi è capitato di parlare di una cosa insolita e poi quella stessa cosa vi è stata proposta da Google o Facebook o Instagram? Ho una storia per voi. L’ho raccontata di fretta su Twitter qualche giorno fa, ma la riassumo meglio qui.
Molta gente mi scrive appunto dicendo che una volta ha parlato con gli amici di una cosa molto particolare e specifica e poi proprio quella cosa è comparsa subito dopo nelle pubblicità sul suo computer o smartphone, e quindi non può essere un caso.
Io spiego sempre che sono già state fatte tante verifiche tecniche da parte di esperti indipendenti (per esempio il test fatto da Wandera) e non c’è traccia di ascolto generalizzato e sfruttamento di quello che viene detto (a parte il riconoscere parole chiave tipo “Ehi Siri” o “OK Google” o “Alexa”).
Spiego anche che Google e social network non hanno bisogno di ascoltarci per capire i nostri interessi: leggono già la nostra Gmail, i nostri post Facebook, sanno i nostri “mi piace”, analizzano le nostre foto, tracciano i siti che visitiamo.
Aggiungo anche che ascoltarci di nascosto sarebbe illegalissimo in tutto il mondo e sarebbe un rischio enorme, che queste grandi aziende non hanno nessuna convenienza a correre.
Ricordo poi a questi scettici che noi esseri umani abbiamo una tendenza innata a notare le coincidenze e dimenticare le non coincidenze. Si chiama effetto Baader-Meinhof, illusione di frequenza o, in alcuni casi, illusione di recentezza. Compri un’auto azzurro cielo, improvvisamente tutte le auto che noti sono azzurro cielo. Aspetti un bimbo, incontri solo donne incinte.
Ma non c’è niente da fare: questi scettici mi dicono sempre “Ma il mio caso è troppo particolare! Non può essere una semplice analisi delle mail o della localizzazione o di tutto quello che ho scritto sui social! Non ho mai parlato prima di tagliabecchi laser per pulcini!” (Sì, esistono).
Piccola parentesi: se davvero credete che il vostro telefono ascolti tutto quello che dite, compresi i vostri momenti intimi e le vostre conversazioni confidenziali, cosa diavolo ci fate ancora con un telefonino? Siate coerenti e buttatelo via, o almeno spegnetelo.
Vengo dunque alla storia che vi avevo promesso. Per tutti quelli che non credono che possano esistere coincidenze così precise come quelle che ho citato e mi vengono raccontate, questo è quello che mi è successo poco fa.
Il 6 agosto scorso ero in un camerino a provare pantaloni. Ho lasciato il mio marsupio vicino all’ingresso del camerino, chiuso da una tendina, e ho pensato (senza dirlo ad alta voce) “certo che se qualcuno infilasse la mano nel camerino me lo potrebbe rubare e io dovrei rincorrerlo in mutande, forse è meglio spostarlo” (scusatemi se ora questa scena è nella vostra immaginazione).
Il treno dei miei pensieri è andato avanti nella sua corsa, come fa spesso, e così ho pensato “Ma mi metterei davvero a correre in mutande in un centro commerciale per acchiappare un ladro di portafogli? Cosa mi dovrebbero rubare per indurmi a una scena del genere?” Da informatico ho pensato subito al mio laptop.
Non ho condiviso questo pensiero con nessuno, nemmeno con mia moglie. L’ho messo per iscritto per la prima volta in questo tweet, alle 17:07 del giorno dopo (7 agosto), il giorno dopo aver immaginato di rincorrere seminudo in pubblico un ladro che mi avesse rubato con destrezza il laptop.
E l’ho messo per iscritto perché un’oretta prima di quel tweet mi era capitato di vedere, nel flusso delle notizie che sfoglio spesso, che la BBC aveva pubblicato questo: un uomo che rincorre nudo un cinghiale che gli ha rubato la borsa contenente il suo laptop.
L’episodio è successo vicino a Berlino, e la moglie dell’uomo, che è un nudista, ha pubblicato altre foto della vicenda.
Dovrei quindi pensare “Non può essere una coincidenza! Chiaramente la BBC mi legge nel pensiero!”? Secondo i ragionamenti degli scettici/paranoici, sì.
Le corrispondenze sono troppe, no?
L’ho pensato proprio il giorno prima.
Ho pensato proprio a un laptop.
Ho pensato che me lo portassero via con destrezza.
Ho pensato di rincorrere il ladro.
Ho pensato di farlo in condizioni imbarazzanti.
Ma in realtà io mi sono ricordato di quel pensiero fugace soltanto perché ho visto la notizia della BBC. Era uno dei mille pensieri che mi passano per la testa ogni giorno. Ho semplicemente ricordato quello che più o meno corrispondeva alla notizia: ho notato una coincidenza.
Se non ci fosse stata quella notizia a stimolare il ricordo, mi sarei completamente dimenticato di quel pensiero. Quanti pensieri facciamo nel corso di una giornata? Uno fra i tanti ha coinciso con una notizia, tutto qui.
Oltretutto la mia mente ha dovuto forzare un po’ per far combaciare il pensiero e la notizia: il mio ladro non era un cinghiale. Non ero in un prato. E non ero nudo. Ma fa niente, ho avvertito subito un brivido per la corrispondenza sorprendente.
Questi processi mentali sono gli stessi alla base dei presunti sogni premonitori e dei successi dei sensitivi, delle cartomanti e dei paragnosti figli di paragnosti. Ci ricordiamo le cose azzeccate, scartiamo quelle sbagliate.
Quindi prima di dire “il mio telefonino mi ascolta, ho le prove” e accusare Google, Facebook e gli altri social di commettere atti altamente illegali su scala massiccia, pensateci bene e chiedetevi se per caso esiste un’altra spiegazione. Perché le coincidenze càpitano.
Davvero non avete mai scritto/googlato/messo un like a qualcosa legato a quel tema che ora vi viene proposto? La geolocalizzazione rivela il vostro interesse per quella cosa? I vostri amici ne hanno mai parlato online? Avete condiviso la stessa rete Wi-Fi con persone che hanno discusso online di quell’argomento? Non dimenticate che Google e social network sono maestri nel cercare ogni possibile appiglio di correlazione per proporvi pubblicità mirata.
Fine della storia. Se ora non riuscite a levarvi dalla mente un nudista che rincorre un cinghiale o un informatico spilungone in mutande, mi spiace. Ma è sempre meglio che pensare di essere ascoltati 24 ore su 24.
—
Qualche giorno dopo aver scritto la prima stesura di questo articolo mi è capitato un episodio che ne conferma le conclusioni.
È disponibile subito il podcast di oggi (7 ottobre 2022) de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso www.rsi.ch/ildisinformatico (link diretto) e qui sotto.
Buon ascolto, e se vi interessano il testo integrale e i link alle fonti di
questa puntata, sono qui sotto. Una versione precedente in “formato Twitter” (suddivisa in blocchi schematici di non più di 280 caratteri) di questo articolo è disponibile qui.
È il 14 aprile 2022. Elon Musk, la persona più ricca del mondo,
propone formalmente
di acquistare Twitter per circa 43 miliardi di dollari. I dirigenti di Twitter
non sono entusiasti, per dirla educatamente, ma gli investitori sì. Parte così
una
trattativa estenuante
e ricca di colpi di scena e dietrofront che non si è ancora conclusa.
Al centro del vortice di miliardi di dollari di questa trattativa ci sono le
dichiarazioni di Elon Musk su come intende trasformare Twitter se
l’acquisizione va in porto. C’è una sua dichiarazione, in particolare, che ha
suscitato entusiasmi fra molti utenti comuni dei social network ma brividi ed
esasperazione fra gli esperti: Musk intende autenticare tutte le persone che
usano Twitter.
“I also want to make Twitter better than ever by enhancing the product with
new features, making the algorithms open source to increase trust, defeating
the spam bots, and authenticating all humans. Twitter has tremendous potential – I look forward to working with the
company and the community of users to unlock it.”
(dall’annuncio
dell’accordo di acquisto, 25 aprile 2022, evidenziazione mia)
Questa è la storia di un’idea ricorrente, l’autenticazione degli utenti sui
social network e su Internet in generale, e di come quest’idea apparentemente
così ovvia e intuitivamente efficace nel responsabilizzare gli utenti e nel
contrastare truffe e odio online sia invece considerata dagli addetti ai
lavori un pantano tecnico e giuridico disastroso, se non addirittura un
pericolo.
Benvenuti a questa puntata del Disinformatico, il podcast della
Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane
dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.
[SIGLA di apertura]
Da anni circola l’idea di contrastare la violenza verbale, la discriminazione,
il razzismo e l’odio online, oltre che le truffe e i raggiri, con una
soluzione a prima vista molto semplice: obbligare tutti gli utenti ad
autenticarsi tramite un documento d’identità, come si fa quando si apre un
contratto telefonico o un conto corrente. Si argomenta che il fatto di essere
identificabili sarebbe un forte deterrente: indurrebbe gli hater a
comportarsi bene e renderebbe difficile la vita agli imbroglioni.
Secondo questa proposta, gli utenti potrebbero restare pubblicamente anonimi,
usando un nickname o pseudonimo, ma la loro reale identità sarebbe nota
alle autorità e rivelabile all’occorrenza. Facile, no?
Eppure le
ricerche accademiche
nel settore, svolte fin dagli anni Ottanta del secolo scorso non solo dagli
informatici ma anche dagli psicologi e dai sociologi e supportate da
esperimenti e dati concreti, sono sostanzialmente unanimi nel dire che un
obbligo di autenticazione online non è una soluzione efficace e anzi causa
problemi molto seri. Gli addetti ai lavori hanno un nome per quest’idea
ricorrente dell’obbligo di autenticazione come rimedio:
real name fallacy, o “fallacia del nome reale”.
Provo a riassumere qui le loro conclusioni, con l’aiuto di esperti e con
riferimento al
Rapporto del Consiglio Federale svizzero del 2011 sulle reti sociali. E aggiungo una premessa importante: questa è la storia di un
obbligo assoluto di identificarsi tutti online, non dell’opzione
di farlo se lo si desidera.
Prima di tutto, consideriamo gli aspetti sociali. Molti hater non si
nascondono dietro l’anonimato: ci mettono nome e cognome, e su YouTube ci
mettono anche la faccia.
[CLIP di un mio hater, la cui identità è nota e che appare su YouTube con
il volto ben visibile, come nello screenshot qui sotto]
Il fatto che siano perfettamente identificabili e identificati non li ferma
affatto. Spessissimo chi fa bullismo online è ben conosciuto dalla vittima. I
grandi aizzatori d’odio, online e offline, si sentono intoccabili. Un obbligo
di identificazione penalizzerebbe soltanto chi ha bisogno dell’anonimato per
proteggersi, come per esempio le donne maltrattate che vogliono sfuggire ai
loro torturatori online e lo possono fare solo se restano anonime.
Poi c’è la questione giuridica. Un eventuale obbligo nazionale avrebbe
efficacia soltanto sugli utenti nazionali: gli hater esteri non
sarebbero toccati. Qualunque utente di qualunque altro paese sarebbe libero di
continuare come prima a seminare odio. E se anche si estendesse quest’obbligo
a tutta l’Europa, chi non vivesse in Europa non ne sarebbe toccato. Servirebbe
un accordo mondiale.
Ma l’ONU ha già detto e ribadito che un obbligo generalizzato di
identificazione per usare i servizi online è incompatibile con i diritti
fondamentali della persona (2013; 2015). In
Europa lo ha messo in chiaro il Parlamento Europeo (2015); lo ha riconfermato la
Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà
fondamentali
(articoli 8 e 10), adottata da moltissimi paesi ed entrata in vigore in
Svizzera nel 1974; e specificamente per l’Italia c’è il fatto ulteriore che
l’anonimato online è un diritto esplicito, sancito dalla
Dichiarazione dei diritti in Internet
approvata all’unanimità dalla Camera nel 2015, il cui articolo 10 dice:
“Ogni persona può accedere alla Rete e comunicare elettronicamente usando
strumenti anche di natura tecnica che proteggano l’anonimato ed evitino la
raccolta di dati personali, in particolare per esercitare le libertà civili
e politiche senza subire discriminazioni o censure”.
In altre parole, qualunque proposta di obbligo di identificazione cozza contro
una montagna di diritti fondamentali. La questione comincia a non essere più
così semplice come sembrava.
Si potrebbe argomentare che magari le leggi si potrebbero cambiare e che il
disagio di pochi bisognosi di anonimato sarebbe un prezzo accettabile da
pagare per eliminare i truffatori e dissuadere perlomeno i piccoli
hater. Ma a questo punto arriverebbero i problemi pratici.
Immaginiamo che si faccia un improbabilissimo accordo mondiale per
quest’obbligo di identificazione. A quel punto sarebbe necessario creare un
sistema di autenticazione capace di gestire in modo perfettamente sicuro i
documenti d’identità di miliardi di utenti. Ognuno di quei miliardi di utenti
dovrebbe depositare un documento. E qui parte la raffica di domande.
Depositare dove? E come? Chi paga per tutto questo? Chi lo organizza? Chi lo
verifica? Chi custodisce i dati, vista la facilità con la quale vediamo che
vengono rubati? E siamo tranquilli all’idea che i nostri dati personali siano
consultabili per esempio da un governo straniero?
E cosa si fa per gli account esistenti? Vengono sospesi in massa fino a che i
loro titolari non consegnano un documento? Se un utente esistente si rifiuta
di identificarsi, che si fa? Lo si banna, gli si cancellano tutti i
dati? E che cosa si può fare per gli account delle persone che non ci sono
più?
Oltretutto questa procedura andrebbe ripetuta per ogni singolo social network
e per ogni singolo spazio digitale pubblico. Facebook, Twitter, Instagram,
Snapchat, Tinder, Disqus, Ask, Vkontakte, WhatsApp, Telegram, TikTok, Discord,
eccetera, più tutti gli spazi di commento dei giornali e dei blog. A quante
aziende dovremmo dare i nostri documenti? E a che titolo un blogger dovrebbe
gestire i dati personali dei propri commentatori?
Forse si potrebbero attenuare tutti questi problemi dando il documento solo a
un ente governativo, che rilasci una serie di codici di autenticazione da dare
ai vari servizi online, ma resterebbe comunque una trafila estenuante per
l’utente, che dovrebbe gestire tutti questi codici. E significherebbe doversi
fidare di quel governo. Anzi, non solo di quel governo, ma di tutti quelli
successivi, di cui non potremmo sapere nulla.
Ammesso di superare questi incubi logistici e organizzativi, rimarrebbe
comunque un problema tecnico fondamentale: è facilissimo procurarsi scansioni
di documenti d’identità altrui. Ci sono software appositi per crearle ed
esistono i furti in massa di scansioni di documenti reali. Ne ho parlato
spesso in questo podcast. Per gli hater o i truffatori sarebbe banale
dare a qualcun altro la colpa dei loro misfatti o semplicemente autenticarsi
sotto falso nome, vanificando tutto il sistema. Quindi non basterebbe mandare
ai social network o all’ente governativo una scansione: sarebbe necessario
presentare il documento originale di persona.
Anche negli stati che hanno già un sistema nazionale di identità digitale o di
mail certificata, un intruso che dovesse rubarci le credenziali di questi
sistemi potrebbe spacciarsi per noi online, con tanto di “certificazione”
apparente di cui la gente si fiderebbe ciecamente.
Ma c’è un problema finale, che non ha niente a che fare con l’informatica o la
logistica: è inutile introdurre un complicatissimo obbligo di identificazione
online se le forze di polizia e di giustizia sono insufficienti già adesso per
perseguire i casi di bullismo o molestia nei quali nomi e cognomi
sono già perfettamente noti. Avere in archivio i documenti d’identità
non ridurrebbe la coda di pratiche inevase: per questo servirebbe più
personale, non più leggi. Esistono già adesso procedure tecniche e giuridiche
che consentono di identificare gli hater, ma questi odiatori seriali
non vengono quasi mai perseguiti perché non c’è personale inquirente o
giudiziario sufficiente o perché i costi sono altissimi, non perché non si sa
chi sia il colpevole.
Lo spiega bene il collega David Puente, vicedirettore della testata online
Open, che da anni è assalito dagli
hater per il suo lavoro contro la disinformazione in Italia:
Penso a quanti “anonimi conigli” ho denunciato, individuando e provando
la loro identità, per poi trovarmi un pubblico ministero che chiede
l’archiviazione. Non perché mancano le prove per dimostrare l’identità, ma
perché non viene ritenuto un fatto da perseguire.
…
Nel corso della pandemia abbiamo assistito alla diffusione di messaggi
diffamatori e violenti da parte di personaggi che si sono mostrati in
volto su YouTube, ottenendo milioni di visualizzazioni per i loro video.
C’era chi sosteneva e auspicava atti di violenza e omicidi.
Uno di questi ha fatto un video dove mostrava il luogo dove sarei stato
sepolto… ho denunciato la scorsa estate questo individuo e i suoi seguaci
che per due anni …hanno diffuso messaggi del genere contro di me e altre
persone… Ci sarà la richiesta di archiviazione? Cosa succede se uno di questi vive
all’estero? Cafoni e delinquenti si sentono forti e ben difesi, pur mostrando il loro
volto… Per fortuna non tutti la passano liscia, sia chiaro, ma il
problema non è l’identità.
Questa storia, insomma, non ha un lieto fine; anzi, il finale è ancora aperto,
e per certi versi è nelle mani eccentriche di Elon Musk. Molti si lamentano
che gli esperti sanno solo criticare ma non fanno proposte concrete e così non
si può andare avanti. È vero. Purtroppo a volte capita di non avere una
soluzione a un problema, ma di essere in grado di dire soltanto quali azioni
non lo risolvono ma rischiano di peggiorarlo.
Siamo tutti d’accordo nel voler rendere Internet più pulita. Ma proporre di
farlo imponendo l’identificazione obbligatoria di tutti gli utenti è come
cercare di spurgare una fogna usando un colapasta.
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