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Indiana Jones and the Dial of Destiny: il primo trailer

Indiana Jones and the Dial of Destiny: il primo trailer

Era meglio intitolarlo “Indiana Jones and the Digital Deaging” :-). Uscirà il 30 giugno 2023.

Nell’attesa, guardate come le reti neurali automatizzano il procedimento di alterazione dell‘età di un attore in modo impressionante e senza richiedere protesi, motion capture e un esercito di animatori digitali. Non sto dicendo che sia questa la tecnica usata per ringiovanire Harrison Ford; è solo un esempio del progresso straordinario di queste tecnologie.

I dettagli sono su Ars Technica.

Le voci deepfake in Star Wars: The Book of Boba Fett

Questo articolo è disponibile anche in versione podcast.

Allerta spoiler: questo articolo rivela alcuni avvenimenti importanti delle
serie TV The Mandalorian e di The Book of Boba Fett. 

Se state seguendo le serie TV The Mandalorian e
The Book of Boba Fett, conoscerete già una delle loro sorprese più
emozionanti: torna un personaggio amatissimo da tutti i fan di Star Wars,
e torna ringiovanito, grazie alla tecnologia digitale, con risultati
incredibilmente realistici. Non vi preoccupate: non dirò di chi si tratta. Non
subito, perlomeno [non è Yoda come l’immagine qui accanto potrebbe far pensare].

Ma a differenza di altri attori e attrici del passato, che sono stati ricreati
o ringiovaniti creando un modello digitale tridimensionale dei loro volti e
poi allineando faticosamente questo modello alle fattezze attuali dell’attore o di una sua
controfigura, con risultati spesso discutibili e innaturali, sembra (ma non è
ancora confermato ufficialmente) che in questo caso sia stata usata la tecnica
del
deepfake.

In pratica, nei deepfake si attinge alle foto e alle riprese video e
cinematografiche che mostrano quella persona quando era giovane, si estraggono
le singole immagini del suo volto da tutto questo materiale e poi si dà questo
repertorio di immagini in pasto a un software di intelligenza artificiale, che
le mette a confronto con le riprese nuove dell’attore o della controfigura e
sovrappone al volto attuale l’immagine di repertorio, correggendo ombre e
illuminazione secondo necessità. Sto semplificando, perché il procedimento in
realtà è molto complesso e sofisticato, e servono tecnici esperti per
applicarlo bene, ma il principio di fondo è questo.

Sia come sia, il risultato in The Book of Boba Fett, in una puntata
uscita pochi giorni fa, lascia a bocca aperta: le fattezze del volto ricreato
sono perfette, le espressioni pure, e il personaggio rimane sullo schermo per
molto tempo, in piena luce, interagendo in maniera naturale con gli altri
attori, mentre in passato era apparso in versione ringiovanita solo per pochi
secondi e in penombra, in disparte. 

Mentre la prima apparizione di questo
personaggio digitale in The Mandalorian nel 2021 aveva suscitato
parecchie critiche per la sua qualità mediocre, nella puntata di
Boba Fett uscita di recente l’illusione è talmente credibile che fa
passare in secondo piano un dettaglio importante:
anche la voce del personaggio è sintetica.

Può sembrare strano, visto che la persona che lo interpreta è ancora in vita e
recita tuttora (non vi dico chi è, ma l’avete probabilmente già indovinato). Invece di chiamarla a dire le battute e poi elaborare
digitalmente la sua voce per darle caratteristiche giovanili, i tecnici degli
effetti speciali hanno preferito creare un deepfake sonoro.

Lo ammette candidamente Matthew Wood, responsabile del montaggio audio di
The Mandalorian, in una puntata di Disney Gallery dedicata al
dietro le quinte di questa serie: delle registrazioni giovanili dell’attore
sono state date in pasto a una rete neurale, che le ha scomposte e ha
“imparato” a recitare con la voce che aveva l’attore quando era giovane. 

La rete neurale in questione è offerta dall’azienda Respeecher,
che offre servizi di ringiovanimento digitale per il mondo del cinema,
permettendo per esempio a un attore adulto di dare la propria voce a un bambino oppure
di ricreare la voce di un attore scomparso o non disponibile.

La demo di Respeecher in cui la voce di una persona normale viene convertita
in tempo reale in quella molto caratteristica di Barack Obama è
impressionante:

In The Book of Boba Fett, il tono è corretto, le inflessioni della voce
sintetica sono azzeccate, ma la cadenza è ancora leggermente piatta e
innaturale.

Ci vuole ancora un po’ di lavoro per perfezionare questa tecnologia, ma già
ora il risultato della voce sintetica è sufficiente a ingannare molti
spettatori e a impensierire molti attori in carne e ossa, che guadagnano dando
la propria voce a personaggi di cartoni animati o recitando audiolibri.

Ovviamente per chi ha seguito la versione doppiata della serie tutto questo
lavoro di deepfake acustico è stato rimpiazzato dalla voce
assolutamente reale del
doppiatore italiano
(Dimitri Winter), ma a questo punto si profila all’orizzonte la possibilità che il
deepfake della voce possa consentire a un attore di “parlare” anche
lingue straniere e quindi permetta di fare a meno del doppiaggio. Con il
vantaggio, oltretutto, che siccome il volto dell’attore è generato digitalmente, il labiale
potrebbe sincronizzarsi perfettamente con le battute in italiano, per esempio.

C’è il rischio che queste voci manipolabili a piacimento consentano di
creare video falsi di politici o governanti che sembrano dire frasi che in
realtà non hanno detto, come ha fatto proprio Respeecher nel 2019 in un caso molto
particolare: ha creato un video, ambientato nel 1969, in cui l’allora
presidente degli Stati Uniti Richard Nixon annuncia in televisione la tragica morte sulla
Luna degli astronauti Neil Armstrong e Buzz Aldrin (mai avvenuta), mettendo in bocca al
presidente parole ispirate al discorso che era stato scritto nell’eventualità
che la loro missione Apollo 11 fallisse.

Respeecher non è l’unica azienda del settore. Google, per esempio, offre il servizio Custom Voice, che permette di replicare la voce di una persona qualsiasi mandandole un buon numero di campioni audio di alta qualità. Funziona molto bene: infatti non vi siete accorti che da qualche tempo a questa parte i miei podcast sono realizzati usando la mia voce sintetica, data in pasto a un file di testo apposito.

Tranquilli: sto scherzando. Per ora.

I robot di Boston Dynamics ballano in gruppo. Siamo spacciati

I robot di Boston Dynamics ballano in gruppo. Siamo spacciati

Ultimo aggiornamento: 2021/06/30 8:25.

La Boston Dynamics è stata acquisita dalla Hyundai. Questo è il nuovo video che mostra il meglio delle capacità di Spot, il robot quadrupede.

Se vi interessa sapere come è stato realizzato questo video, trovate la spiegazione qui in inglese: non ci sono trucchi digitali convenzionali, ma viene usata un’altra tecnica di cui ci dimentichiamo spesso: il montaggio selettivo.

Un lettore, CornerSoul, ha notato nei commenti che a 1:07 uno dei robot non ha la testa (e, aggiungo io, la testa manca a due robot a 0:40 e in altre scene): segno che il video è un montaggio di spezzoni realizzati in momenti differenti. Splendido e impressionante comunque.

Ringrazio @Rainmaker1973 per la segnalazione.

Video: spada laser con lama realmente retrattile. Non è un effetto digitale

Video: spada laser con lama realmente retrattile. Non è un effetto digitale

Non è un effetto aggiunto in post-produzione. Questa spada laser è così dal vivo. Se volete saperne di più, dopo che vi siete ripresi, spiego qui come funziona (o perlomeno le congetture documentate su come potrebbe funzionare).

Finalmente una spada laser con lama luminosa realmente retrattile

Finalmente una spada laser con lama luminosa realmente retrattile

Ultimo aggiornamento: 2021/05/05 8:45.

La spada laser di Star Wars, con la sua lama di luce solida, è un’arma
assolutamente iconica, che rimane impressa sin dalla sua prima apparizione.
Averne una è il sogno di ogni nerd. Ma realizzarla
concretamente, anche solo come oggetto di scena, non è stato possibile.

Certo, si possono acquistare ottime spade laser dotate di lama rigida luminosa
e di sensori che generano il suo classico ronzio usando degli accelerometri e
un piccolo altoparlante, e l’effetto è notevole…

… ma la magia finisce quando viene il momento di spegnere o accendere la
spada. Infatti queste repliche hanno una “lama” luminosa fissa, e quindi non
possono in alcun modo emulare l’effetto di accensione e spegnimento che si
vede nei film di Star Wars, che fa “estendere” e “ritrarre” la lama nel
manico. 

Chi ha una di queste repliche è costretto ad andare in giro con la “lama”
sempre sporgente, anche quando è spenta, rovinando l’effetto e impedendo la
portabilità che è una caratteristica essenziale delle spade laser: piccole e
compatte quando non sono in uso, si possono appendere alla cintura e portare
in giro comodamente.

Ma la Disney ha presentato di recente una
spada laser con lama luminosa retrattile.

Lo ha fatto, durante una conferenza stampa virtuale, il presidente del reparto
parchi a tema della Disney, Josh D’Amaro. Le riprese video erano vietate, per
cui abbiamo soltanto le descrizioni di chi c’era, e tutte indicano che questa
spada laser si comporta esattamente come quelle nei film. Eccetto, ovviamente,
per la capacità di tranciare qualunque cosa come se fosse burro.

Come sarebbe possibile un effetto del genere? I segugi di Internet hanno
scoperto questo brevetto del 2018, lo
US10065127B1,
“Sword device with retractable, internally illuminated blade”. Oltre
alla descrizione tecnica, in puro brevettese, il documento include delle
figure abbastanza comprensibili, come questa:

L’illusione di scena sarebbe tutto sommato semplice, almeno in termini
concettuali: la “lama” è formata da due lamine semitrasparenti avvolgibili,
che sono arrotolate all’interno dell’impugnatura e che vengono incurvate a U
longitudinalmente quando un motorino le fa uscire dall’impugnatura. Le due
curvature sono contrapposte e formano così una struttura tubolare. Se riuscite
a immaginare due metri a nastro avvolgibili messi l’uno contro l’altro
probabilmente diventa tutto più comprensibile.

La punta della lama è un tappo semitrasparente che si trascina dietro, durante l’estrazione, una striscia avvolgibile di LED.

Una soluzione semplice ed elegante, per tempi più civilizzati, come direbbe Obi-Wan Kenobi. La voglio. Nel frattempo mi accontento di un’app.

2021/05/05 8:45

Disney Parks ha pubblicato ieri due brevissimi video che mostrano finalmente in azione questa spada laser. Ê… “notevole, veramente notevole”.

 

Se posso osare qualche critica a questo gioiello per nerd, noto due cose: la prima è che la ripresa è fatta in condizioni di luce ambiente fioca, per cui la luminosità reale della spada potrebbe essere modesta (ma sufficiente per un effetto “wow” nelle scene nelle quali verrà usata nell’attrazione Star Wars: Galactic Starcruiser presso il Walt Disney World Resort a Lake Buena Vista, in Florida, quando debutterà nel 2022). La seconda è che la persona che la impugna è di statura piuttosto piccola (a giudicare dalle proporzioni testa-corpo), per cui la “lama” potrebbe essere più corta di quello che sembra a prima vista.

Giusto per chiarezza: questa spada non è in vendita. Per ora.

Incontro con Douglas Trumbull, maestro dei sogni di “2001: Odissea nello Spazio”

Incontro con Douglas Trumbull, maestro dei sogni di “2001: Odissea nello Spazio”

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo
aggiornamento: 2021/03/29 15:45.

Ieri al
Festival del Film di Locarno c’era
Douglas Trumbull, creatore o co-creatore degli effetti visivi di
2001: Odissea nello Spazio,
Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, Star Trek: il Film, Silent Running
(2002: la seconda odissea
) e Blade Runner, tanto per citare qualche titolo.

La sua masterclass è stata un’ora e mezza di puro nerd porn,
stracolma di spiegazioni e informazioni tecniche sulle tecnologie
dell’immersività cinematografica d’annata fino a quelle future: dal Cinerama
agli schermi toroidali dieci volte più luminosi di quelli normali, sui quali
Trumbull proietta immagini da 4K, a 120 fotogrammi al secondo, in 3D, allo
scopo di ottenere l’immersività totale. È un inventore che continua a
inventare, e gli si legge negli occhi che per lui questo non è lavoro, ma è
divertimento per il quale viene pagato (anche se le dispute economiche e i
momenti difficili, grazie a certi personaggi miopi di Hollywood, non gli sono
mancati).

Finita la conferenza, tutti fuori con lui al bar a chiacchierare.
Meraviglioso. Qui sotto, la mia copia autografata di 2001: un ricordo
speciale della conversazione a ruota libera, dalle leggende che lo vogliono
autore delle riprese per falsificare lo sbarco sulla Luna fino all’ufologia
(della quale è sostenitore anche col portafogli, visto che ha un
kit di ripresa ufologica da paura).

Io e un altro partecipante alla chiacchierata post-conferenza abbiamo colto
l’occasione per chiedergli un parere su quest’accusa di aver girato con
Kubrick le riprese dell’allunaggio. Questa è la sua risposta:

“Io so che [quelle immagini] sono reali. Non che io fossi lì, ma nella mia
mente non c’è alcun dubbio che siano vere.”

Gli chiedo quale sarebbe stata la sequenza dello sbarco sulla Luna più
difficile da falsificare, avendo a disposizione gli effetti speciali degli
anni Sessanta:

“Avevano cineprese 16mm sul veicolo di allunaggio e in altri punti del
razzo Saturn, e vedi una ripresa molto complicata, con emissioni gassose che
si muovono e la superficie che si avvicina e allontana, e tutte queste cose
si spostano l’una rispetto all’altra. A quell’epoca non avevamo alcun modo
per realizzare un
motion control
che sovrapponesse elementi multipli. Credo che sarebbe stato impossibile
farlo sembrare veramente reale”

(risposta integrale:
“I don’t know the answer to that. I really don’t know. I mean, there’s
something about photography at that… Part of the answer would be this:
they had 16-mm cameras on the lunar lander and on other parts of the Saturn
rocket and everything, and you’re seeing a very complicated shot of vapors
going and the surface coming or going, and… and all these things are
moving relative to each other. At that time we had no way of doing motion
control that would superimpose multiple elements. I think it would have been
impossible to make it look really real”
).

Gli suggerisco come ripresa particolarmente difficile il moto parabolico della
polvere lunare sollevata dall’auto elettrica usata dagli astronauti (nel vuoto
la polvere non forma volute ma ricade di colpo):

“Non sarebbe impossibile da fare, lo faresti con qualche sistema di
simulazione di particelle in grafica computerizzata
. Potresti farlo oggi, ma non potevi farlo all’epoca”

(“It wouldn’t be impossible to do, you would do that with some computer
graphics particle system. You could do that today. But you couldn’t do it
then”).

Domani nuova masterclass, dedicata tutta al suo gioiellino di fantascienza
ecologica Silent Running, massacrato nella versione italiana da un
titolo e un rimontaggio che lo associavano falsamente al capolavoro di
Kubrick. Ci vado e poi vi racconto.

Quando un deepfake “amatoriale” batte gli effetti speciali di Hollywood: The Mandalorian (SPOILER)

Quando un deepfake “amatoriale” batte gli effetti speciali di Hollywood: The Mandalorian (SPOILER)

ALLERTA SPOILER: se non avete ancora visto il finale della seconda stagione
di The Mandalorian, non leggete oltre per evitare rivelazioni che
potrebbero guastarne la visione.

La puntata finale della seconda stagione di The Mandalorian include una
scena in cui compare un attore ringiovanito digitalmente. Non ne cito subito
il nome per non rovinarvi la sorpresa, ma è una
gran bella sorpresa. 

Il guaio è che il ringiovanimento digitale in questo caso è, come dire, venuto
un po’ “piatto” e innaturale, forse anche per colpa dell’estrema segretezza
che ha necessariamente circondato tutto il lavoro. Le movenze della testa e le
espressioni sono forzate, robotiche, e la luce che illumina il viso sembra
sbagliata rispetto all’illuminazione del resto della scena.

Il risultato
finale è buono, ma cade proprio nel bel mezzo della famosa
Uncanny Valley, ossia quella zona intermedia fra la stilizzazione estrema e il realismo
perfetto, che crea emozioni negative, spesso di disagio, nello spettatore.

In sintesi: la Uncanny Valley esprime il concetto che riusciamo a
empatizzare facilmente con personaggi creati digitalmente quando sono
molto differenti dalla realtà;
invece i volti ricreati digitalmente in modo
quasi fotorealistico, con le normali proporzioni e fattezze ma senza azzeccarne perfettamente tutte le sfumature e i dettagli, non
generano altrettanta empatia e spesso generano ribrezzo. Ci sta simpatico Woody di Toy Story, per esempio, ma è dura empatizzare con i
personaggi digitali del film Polar Express o con Shepard di Mass Effect (qui
sotto).

Nel ringiovanimento digitale tradizionale, si prende un attore, gli si fa
recitare la scena mettendogli una miriade di puntini di riferimento sul volto, e poi un esercito di animatori traccia punto per punto ogni
movimento muscolare, ogni ruga della pelle, ogni contrazione, ogni spostamento
degli occhi, delle sopracciglia, della bocca o del naso, ventiquattro volte per
ogni secondo di ripresa, e applica gli stessi movimenti a un modello digitale
del viso ringiovanito o comunque alterato, ottenuto spesso partendo da una
scansione tridimensionale del volto del personaggio da replicare.

Le riuscitissime scimmie del remake de Il Pianeta delle scimmie,
Gollum del Signore degli anelli, Moff Tarkin e Leia in
Star Wars Rogue One o gli alieni di Avatar sono stati creati con
questa tecnica, ormai diffusissima, denominata motion capture (o spesso
emotion capture, dato che serve per “catturare” le emozioni
dell’attore). 

È costosa, ma funziona benissimo per i volti non umani, ma non per quelli
umani, che hanno comunque qualcosa di artificiale, magari difficile da
identificare ma comunque rilevabile incosciamente anche da una persona non esperta: non sappiamo dire cosa ci sia di sbagliato, ma sappiamo che c’è qualcosa che non va. Abbiamo
milioni di anni di evoluzione nel riconoscimento facciale e dei movimenti nei
nostri cervelli, e la lettura delle espressioni è una funzione essenziale per
la socializzazione e la sopravvivenza, per cui è difficile fregarci,
nonostante i tediosissimi e costosissimi sforzi di Hollywood. 

L’unico umano digitale perfettamente indistinguibile che ho visto finora è
Rachel in Blade Runner 2049. Questo video fa intuire la fatica
spaventosa necessaria per quei pochi, struggenti secondi che dilaniano
Deckard.

 

Tutto questo lavoro è assistito dal computer, ma richiede comunque un talento
umano e una lunghissima lavorazione sia fisica sia in post-produzione per
correggere gli errori del motion capture. Ma oggi c’è un altro
approccio: quello dell’intelligenza artificiale, usata per creare un
deepfake.

In sintesi: si danno in pasto a un computer moltissime immagini del volto da
creare, visto da tutte le angolazioni e con tutte le espressioni possibili,
insieme alla ripresa di un attore che recita la scena in cui va inserito quel
volto, e poi lo si lascia macinare. Il computer sceglie l’immagine di
repertorio più calzante e poi ne corregge luci e tonalità per adattarle a
quelle della scena. Il risultato, se tutto va bene, è un’imitazione
estremamente fluida e naturale delle espressioni dell’attore originale, il cui
volto viene sostituito da quello digitale. 

Fare un deepfake ben riuscito è soprattutto questione di potenza di
calcolo e di tempo di elaborazione, oltre che di un buon repertorio di
immagini di riferimento; si riduce moltissimo l’apporto umano degli animatori
digitali.

I giovani esperti di effetti digitali di Corridor Crew hanno tentato di
correggere la scena imperfetta di The Mandalorian usando appunto un
deepfake. A questo punto credo di potervi rivelare che si tratta del
giovane Luke Skywalker, generato partendo dalle immagini del suo volto all’epoca de Il Ritorno dello Jedi.

Qui sotto trovate il video del risultato, che è
davvero notevole se si considera il tempo-macchina impiegato e le limitatissime risorse
economiche in gioco. Un gruppo di ragazzi di talento batte la Disney: questa è
una rivoluzione negli effetti speciali. Se volete andare al sodo, andate a
17:20. Buona visione.

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Nel prossimo Star Wars “Jedi” è plurale; gli effetti speciali di Rogue One

Nel prossimo Star Wars “Jedi” è plurale; gli effetti speciali di Rogue One

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Noticina domenicale per iniziare la giornata con qualcosa di leggero: quando è stato annunciato che il titolo del prossimo film della saga di Star Wars sarebbe stato The Last Jedi è nato subito un dubbio: singolare o plurale? In inglese, con questa costruzione della frase, non è possibile capirlo. Il vecchio Luke Skywalker era forse davvero l’ultimo Jedi?

Quest’ambiguità, sulla quale molti fan si sono sicuramente arrovellati ossessivamente, è stata risolta con l’annuncio delle traduzioni in altre lingue. In francese si intitolerà Star Wars: Les Derniers Jedi, in tedesco Star Wars: Die Letzten Jedi e in spagnolo Star Wars: Los Últimos Jedi. Questo è un tweet ufficiale:

Intanto godetevi questi spezzoni della realizzazione degli effetti speciali di Rogue One, che per me è stato uno dei più bei film della saga, al pari della trilogia originale, sia come storia, sia come impatto visivo. Questi video non rendono bene quanta fatica ci sia dietro la costruzione minuziosa dei mondi digitali, ma perlomeno chiariscono quanto siamo ormai costantemente ingannati in modo perfetto dagli effetti speciali, tanto da non accorgerci che anche gli oggetti normali (e a volte gli attori stessi, in Rogue One) sono in realtà sintetici.

I miei momenti “wow” in questi spezzoni sono il gigaschermo reale costruito intorno agli abitacoli per creare gli effetti di luce riflessa corrispondenti alla scena e la “cinepresa virtuale” in mano al regista Gareth Edwards, che gli consente di scegliere interattivamente le inquadrature in un set inesistente. Tecnologie lanciate da Gravity e Oblivion e rispettivamente da Avatar e ora maturate abbastanza da rendere la battaglia di Scarif in Rogue One una delle più credibili ed eleganti in assoluto. Buona visione.

Intelligenza artificiale sostituisce volti nei video, inganno quasi perfetto

La GIF animata un po’ troppo rivelatrice dell’attrice di Star Wars Daisy Ridley che vedete qui sopra è un falso: il volto della Ridley è stato applicato al corpo di un’altra persona e segue tutti i movimenti dell’originale. Niente di nuovo in sé, ma la differenza è che questo effetto non è stato prodotto da una squadra di artisti digitali in uno studio cinematografico specializzato: è stato prodotto amatorialmente da FakeApp, un programma di intelligenza artificiale su un computer domestico di media potenza.

Tutto quello che serve, oltre al video originale in cui sostituire il volto, è un numero molto elevato di immagini del volto da inserire, una scheda grafica Nvidia, e un po’ di pazienza: l’elaborazione richiede molte ore e spesso produce risultati disastrosi, per cui va ripetuta effettuando correzioni e regolazioni manuali. Ma i successi sono impressionanti.

Ovviamente esistono usi innocui (tipo inserire il proprio volto al posto di quello di un attore in un film celebre), ma c’è soprattutto la possibilità di creare video falsi imbarazzanti a scopo di ricatto, molestia o di produzione di notizie false estremamente credibili (immaginate il video di un discorso di un politico), o di creare video pornografici raffiguranti celebrità o qualunque altra persona di qualunque età.

È già nata su Reddit una sezione (attenzione: contiene materiale non adatto agli animi sensibili) di, come dire, appassionati, dedicata principalmente alla creazione di filmati di questo genere, spesso con risultati praticamente perfetti.

Un esempio della potenza di questa tecnologia alla portata di tutti è dato da questo rifacimento di una celebre scena di Rogue One, nella quale il volto della giovane Carrie Fisher è stato ricreato digitalmente con mezzi iperprofessionali ma con risultati discutibili. La versione generata dall’intelligenza artificiale su un computer domestico (sotto) è a bassa risoluzione, ma è a mio avviso meno innaturale e più fedele di quella generata dai megacomputer di Hollywood (sopra).

Aggiornamento: Il confronto di cui parlo qui sopra è stato rimosso.

Chi non ha un occhio particolarmente allenato a riconoscere le piccole imperfezioni caratteristiche di questi video e non sa che esiste questa tecnologia potrebbe credere che siano reali, con tutte le conseguenze del caso. Prepariamoci a un futuro nel quale letteralmente non potremo credere ai nostri occhi.

Fonti: BoingBoing, Motherboard, The Register.

Arrivano le patch anche per i film: il disastro di “Cats”

Arrivano le patch anche per i film: il disastro di “Cats”

Cats, il film basato sul celeberrimo musical a sua volta basato sul libro di poesie di T.S. Eliot, è un disastro tecnico di proporzioni epiche. Chi è andato al cinema a vederlo ha notato che gli effetti speciali digitali che dovrebbero trasformare gli attori in umanoidi felini sono sbagliati, assenti o incompleti.

Spicca, per esempio, la mano umanissima di Judi Dench, con tanto di anello al dito. C’è anche la mano umana di Rebel Wilson, addirittura in uno dei trailer ufficiali.

Chi ha visto il film nella sua versione iniziale ha detto di aver notato anche “un uomo che se ne sta semplicemente in piedi in mezzo a una scena di un raduno di gatti” e “una donna che dovrebbe essere un gatto ma è stata soltanto colorata e si sono dimenticati di aggiungerle il pelo” e altro ancora. I corpi e i volti degli attori (nomi fra l’altro di altissimo livello) sono spesso fuori sincronismo: “si vede chiaramente la separazione fra i volti degli attori e il ‘pelo’ digitale [… e si vedono] le linee delle scarpette da danza sotto quelli che dovrebbero essere piedi o zampe nude” (Screenrant).

Gli attori hanno infatti girato le scene indossando tute per motion capture e poi gli artisti digitali hanno usato i dati posizionali acquisiti dalle tute per aggiungere il pelo digitale e fondere le forme umane con quelle feline, a volte con risultati esteticamente sconcertanti, come si può vedere nel trailer qui sotto.

Il regista, Tom Hooper, aveva detto di aver finito il film appena prima della sua anteprima mondiale, ma chiaramente si è perso per strada qualcosa. Ormai il film, costato oltre 100 milioni di dollari, è in circolazione in migliaia di sale.

Nell’era della pellicola questo sarebbe stato un disastro irreparabile, con migliaia di costose copie da buttare e rifare e un incubo logistico senza pari, ma dato che ormai quasi tutti i film sono distribuiti su supporto digitale o addirittura tramite download, la Universal, che distribuisce Cats, ha preso una decisione senza precedenti: sostituire tutte le copie digitali fallate con una versione aggiornata e corretta, che è in distribuzione da un paio di giorni. Siamo arrivati alle patch per i film.

In passato è già capitato che un film sia stato modificato o corretto dopo l’anteprima, ma questo solitamente è avvenuto prima della duplicazione in massa per la distribuzione. L’unico incidente vagamente analogo che mi viene in mente è il ritiro, nel 1999, di 3,4 milioni di copie su videocassetta di Le avventure di Bianca e Bernie, un cartone animato della Disney datato 1977: in una scena della pellicola originale qualcuno aveva infatti inserito abusivamente, per due fotogrammi, una piccola foto di una donna a seno nudo che si affacciava a una finestra dello sfondo disegnato.

Fonti aggiuntive: Hollywood Reporter, Screenrant.

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