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Il Fatto Quotidiano annuncia la morte segreta del Principe Filippo. Da un anno

Il Fatto Quotidiano annuncia la morte segreta del Principe Filippo. Da un anno

Da un anno, ormai, sul sito del Fatto Quotidiano c’è un articolo a
firma di Januaria Piromallo, che dà per morto il Principe Filippo.
“La mia fonte molto, molto vicino a Buckingham Palace è autorevole”,
scrive Piromallo il 26 marzo 2020: sì, duemilaventi. Poco importa, a
quanto pare, che il principe Filippo sia stato poi visto in giro in buona
salute. Meno male che Piromallo precisa che
“il rischio che potesse essere anche una fake news mi ha portato alla
prudenza e a non pubblicare niente.”

L’articolo non è stato corretto o rettificato. Copia permanente:
https://archive.is/qggy8

Ripeto, questo screenshot è di marzo 2020:

Sul Fatto Quotidiano c‘è anche un altro articolo di un anno fa (25 marzo 2020) che riporta la stessa notizia falsa, stavolta firmata da “F.Q.”. Copia permanente: https://archive.is/Dv8DN.

Come se non bastasse, a luglio 2020 il Fatto Quotidiano ha pubblicato un articolo che dice che “i “cattivoni” della rete insinuavano che il “nostro” fosse passato a miglior vita. Dimenticando che fra i cattivoni c’è anche il Fatto Quotidiano. Copia permanente: https://archive.is/bbqb6.

Però mi raccomando, le fake news sono colpa di Internet.

 

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Il codice a barre di Satana?

Il codice a barre di Satana?

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“bel****.david”.

Un’accusa infamante, anzi diabolica, circola in Rete a carico dei codici a barre
presenti sulle confezioni dei prodotti. Ne ha parlato recentemente anche
Punto Informatico a
proposito dell’iniziativa di un consigliere comunale svizzero che
“sostiene che alcuni formati standard usati per i Codici a barre
distribuiscano il numero della perdizione satanica.”

In realtà tutto nasce da un equivoco di fondo: il “666” si anniderebbe, secondo
i sostenitori di questa teoria, nelle coppie di righe sottili all’estrema
destra, all’estrema sinistra e al centro di ogni codice esistente. Orbene, la
cifra 6 viene indicata da due righe sottili: quindi “6-6-6”. Giusto?

Sbagliato. Queste righe estreme e centrali, infatti, non rappresentano alcuna
cifra all’interno del codice a barre: sono semplicemente le linee di riferimento
che servono al dispositivo di lettura per capire dove inizia e dove finisce il
codice. Visivamente somigliano in effetti a quelle usate per indicare la cifra
6, ma in realtà la loro spaziatura è differente.

I dettagli sulla struttura dei codici a barre sono disponibili nei link
segnalati da
Wikipedia e
nel sito di George J. Laurer, inventore
del codice, che ha un
commento esasperato
da fare a proposito di questa storia. Ne consiglio la consultazione prima di
scorgere Satana annidato da
qualche altra parte.

Fra l’altro, l’attribuzione del numero 666 come simbolo di Satana è tutt’altro
che conclamata ed è in effetti una leggenda metropolitana dentro la leggenda
metropolitana: una credenza tramandata per sentito dire, ma di cui nessuno va a
controllare le origini.

Infatti, come si può leggere per esempio sulla
Wikipedia in inglese, le primissime fonti bibliche usavano invece il numero 616 o 665, e molti
studiosi ritengono che la Bestia non sia Satana, ma l’imperatore Nerone o
Domiziano (il cui nomignolo derisorio era, guarda caso,
“la bestia” fra i romani, i greci, i
cristiani e gli ebrei).

Antibufala Classic: L’immagine delle “crepe” nello Shuttle Columbia (2003)

Antibufala Classic: L’immagine delle “crepe” nello Shuttle Columbia (2003)

I sette del Columbia

I sette del Columbia: da sinistra, Rick D. Husband, William C. McCool, Ilan
Ramon, David M. Brown, Michael P. Anderson, Laurel B. Clark, Kalpana
Chawla.
Per aspera ad astra.

 

Indagine iniziale: 2003/02/02. Ultimo aggiornamento: 2021/01/31 14:55. La
versione originale di quest’indagine è pubblicata
qui su Attivissimo.net. Alcuni link potrebbero essere obsoleti. I tempi verbali sono stati
aggiornati per tenere conto del tempo trascorso.

 

English abstract (il resto è in italiano)

Following the Columbia
Space Shuttle disaster in February 2003, many TV and press reports showed a
photograph which allegedly depicted cracks in the structure of
Columbia, suggesting them as the cause of her disintegration upon reentry, which
killed all seven astronauts on board.

Actually, the photograph doesn’t show cracks; it shows folds of the thermal
insulation inside
Columbia’s payload bay, which has nothing to do with protection from the heat of
reentry. The payload bay is closed during reentry, so the area shown in the
photograph is not exposed to any heat at all.

 

Premessa

Questa non è la solita pagina antibufala semiseria.
Sette persone morirono nell’incidente dello Shuttle Columbia, l’1
febbraio 2003.

Intorno alle loro morti si fece molto pessimo giornalismo e soprattutto nacque
un falso scoop su presunte immagini di “crepe” nella navetta, la cui
smentita non fu pubblicata dai media tradizionali con la stessa
risonanza con la quale fu pubblicata la notizia fasulla iniziale, scaturita da
una vergognosa incompetenza dei giornalisti preposti nel riferire l’accaduto.

 

La foto delle “crepe”

Numerosi giornali, emittenti televisive e siti Web, fra cui Repubblica.it,
Rai.it, Corriere.it e sicuramente tanti altri italiani ed esteri, pubblicarono
con grande evidenza, e senza alcuno spirito critico, una foto che circolava su
giornali e TV in Israele. L’immagine era tratta da un video ripreso durante la
missione del Columbia e avrebbe mostrato delle “crepe” o dei danni alla
superficie della navetta.

La versione del Corriere, per esempio, è
qui
(copia permanente). 

 

Qui sotto presento un paio delle tante versioni in circolazione, che sono
state più o meno ritoccate digitalmente (non da me) per esaltarne i colori e i
dettagli.

immagine delle presunte crepe in colori originali

 

immagine della presunta crepa in colori ritoccati

Le immagini delle presunte “crepe” dello Shuttle.

 

Perché l’immagine è fasulla

Il dettaglio mostrato nell’immagine non mostra l’ala dello Shuttle e
non mostra delle crepe nel rivestimento esterno della navetta.

Infatti qualunque cosa siano i dettagli mostrati,
sono sicuramente sulla parte superiore della navetta, non in
quella inferiore (dove si ritenne inizialmente che fosse avvenuto l’impatto al
decollo e che si fosse scatenato il danno che poi causò il disastro) e nemmeno
sul bordo dell’ala (dove si scoprì in seguito che si era
verificato
il danno principale).

Lo si capisce da due considerazioni molto semplici:

  • la prima è che l’intera parte inferiore della navetta è nera (grigio
    molto scuro, per essere pignoli) e il bordo dell’ala è nero o grigio,
    mentre la zona mostrata nel video è bianca;
  • la seconda è che sullo Shuttle
    non ci sono finestrini che guardano sotto. E per questa missione non
    era presente il famoso braccio robotizzato (il Canadarm) che poteva
    portare una telecamera al di fuori della navetta. 

Potrebbe allora essere un dettaglio della superficie superiore delle
ali?

Molti analisti, compresi numerosi esperti aerospaziali, nella foga del momento
smentirono quest’ipotesi dicendo che

“…da nessun finestrino della navetta è possibile vedere l’ala del veicolo…
questa circostanza è stata appena confermata dagli esperti delle altre sei
agenzie che partecipano alla realizzazione della ISS (la stazione spaziale
internazionale): oltre a Nasa e Esa, le agenzie di Canada, Russia, Giappone,
brasiliana”.

Una dichiarazione analoga fu riportata ad esempio presso
Repubblica.it.

Ma la smentita non era corretta. In realtà
le ali erano almeno parzialmente visibili dai finestrini dello Shuttle
rivolti verso il vano di carico
. Lo dimostra questa foto Nasa, tratta proprio dalla sfortunata missione del
Columbia. L’originale ad alta risoluzione è disponibile presso
Spaceflight.nasa.gov:

Le ali dello Shuttle erano visibili eccome dalla cabina. Questa foto fu ripresa attraverso i finestrini rivolti verso il vano di carico.

 

In teoria, quindi, quell’inquadratura presentata dai media potrebbe
mostrare un dettaglio della superficie superiore delle ali. Ma
le ali non hanno nessun elemento nero sporgente come quello mostrato nella
foto misteriosa.
Questo per ovvi motivi tecnici: non si possono lasciare sporgenze così
esagerate su una superficie di un’ala, perché causerebbero una resistenza
aerodinamica assurda. È un fatto facilmente verificabile nelle innumerevoli
foto dello Shuttle disponibili sul sito della Nasa.

La spiegazione al mistero viene proprio ricercando quell’elemento nero: come
segnalato presso
Strangecosmos.com, si tratta di uno dei perni di accoppiamento sui quali si innestano i
portelloni del vano di carico dello Shuttle.

Sul sito della Nasa, per esempio, c’è un’immagine panoramica
in formato Quicktime VR che inquadra il vano di carico ed è ripresa da una
delle telecamere che erano montate all’interno del vano stesso negli Shuttle.
Se la scaricate e la ruotate verso destra, compare indiscutibilmente una
struttura estremamente simile all’oggetto nero ritratto nella foto misteriosa.

Qui sotto ho raccolto alcuni fotogrammi della panoramica, carrellando da
sinistra verso destra:

fotogramma della panoramica

fotogramma della panoramica

fotogramma della panoramica

fotogramma della panoramica con perno

Eccolo lì: l’oggetto misterioso.

 

Ora che l’oggetto misterioso è identificato, è facile trovarlo in altre foto
della Nasa e soprattutto capire il punto di vista dal quale fu ripresa
l’immagine in discussione:
dall’interno del vano di carico dello Shuttle, guardando verso la paratia
anteriore o posteriore del vano stesso.

Nel vano di carico c’erano appunto delle telecamere, comandabili dall’interno
della navetta, e il bordo superiore delle paratie del vano era
dotato di sedici perni di accoppiamento (otto sulla paratia anteriore, otto
sulla posteriore). Queste informazioni sono facilmente reperibili nel sito
della Nasa usando le parole chiave bulkhead latches e
payload bay e sfogliando l’archivio fotografico della Nasa.

Nel
Press Kit del tragico volo del Columbia c’è, a pagina 12, una foto del vano di
carico, esattamente come fu configurato proprio per questa missione, che
mostra bene la collocazione della telecamera presente sulla paratia anteriore
del vano (freccia verde) e di due dei perni di accoppiamento (frecce gialle):

In questa immagine il muso dello Shuttle Columbia è in alto a
destra e si notano i due rettangoli scuri che sono i finestrini della
cabina dai quali si poteva osservare il vano di carico.

 


Dettaglio dell’immagine precedente.

La freccia indica la collocazione della telecamera sulla paratia anteriore del vano di carico. Immagine tratta dal Press kit della missione finale del Columbia.

 

Nell’immagine Nasa mostrata qui sotto, tratta da un’altra missione, sono
visibili una telecamera (cerchiata in arancione) e alcui perni (due dei quali
sono cerchiati in verde).

vista telecamera e perni

Da questi elementi si capisce che
nella foto misteriosa, la telecamera è stata orientata verso l’esterno,
in modo da inquadrare appunto uno dei perni situati nelle sue vicinanze.

Di conseguenza, la “crepa” che nell’immagine misteriosa compare in
basso al centro (quella che a detta di alcuni sarebbe tenuta insieme dal
nastro adesivo) era con tutta probabilità semplicemente
una delle normali giunzioni irregolari della copertura termica flessibile
che riveste l’interno del vano di carico
, e
l’“ammaccatura” era quindi verosimilmente una semplice piega di questo
rivestimento
.

Il “nastro adesivo” più grande era probabilmente
un riflesso interno della lente della telecamera, mentre il “nastro”
più esterno sembra essere stato
un dettaglio della superficie del vano di carico. Sicuramente
sfogliando l’immenso
archivio della Nasa si trovano
delle conferme: lascio a voi il cimento. 

L’ideale sarebbe recuperare il video integrale dal quale è tratta l’immagine
controversa, in modo da capirne il contesto e il punto di ripresa: non sono
riuscito a trovarlo, ma secondo il
Corriere dell’epoca si tratta di una ripresa fatta
“durante la telefonata fra Sharon e Ramon”, ossia fra l’allora primo
ministro israeliano Ariel Sharon e l’astronauta israeliano Ilan Ramon. Questa
comunicazione, tecnicamente una in-flight conference, avvenne il 21
gennaio 2003, secondo le
foto d’archivio di Getty Images.

Perni e rivestimento sono ben visibili in quest’altra immagine Nasa,
disponibile ad alta risoluzione
qui
e relativa alla missione STS-109:

perni e rivestimento

Uno dei perni di innesto, situato sulla paratia posteriore del vano di
carico (cerchio verde), e un esempio del rivestimento flessibile (cerchio
arancione).

 

perni e rivestimento ingranditi

Ingrandimento di uno dei perni (la zona cerchiata in verde nell’immagine
precedente). Notate anche quanto è irregolare e frastagliato il rivestimento
termico: sembra “ammaccato”.

 

dettaglio giunzioni

Un altro dettaglio delle giunzioni, di forma molto irregolare, del
rivestimento termico all’interno del vano di carico.

 

Una delle telecamere del vano di carico è visibile insieme a un perno in
quest’altra immagine, tratta dalla missione STS-103:

telecamera e perni

Una telecamera (riquadrata in arancione) e uno dei perni di innesto
(riquadrato in verde).

 

telecamera e perni in dettaglio

Una telecamera esterna, in un ingrandimento della zona riquadrata in
arancione nell’immagine precedente.

 

Le varie navette non erano tutte identiche: ognuna era leggermente diversa
dall’altra. Anche le telecamere cambiavano da navetta a navetta, ma il
concetto non cambia: ogni Shuttle aveva una o più telecamere nel vano di
carico.

Per esempio, questa è una vista dall’alto della navetta Endeavour,
presa dalla Stazione Spaziale Internazionale il 7 giugno 2002: mostra molto
chiaramente una telecamera (di modello diverso da quella mostrata qui sopra) e
i perni della paratia anteriore. L’immagine originale ad alta risoluzione è
disponibile
qui.

telecamera dell’Endeavour

Una telecamera (cerchiata in verde) della navetta Endeavour.

 

telecamera e perni dell’Endeavour

Un ingrandimento dell’immagine precedente: si vedono benissimo una
telecamera (cerchiata in verde) e i perni (quelli del lato sinistro sono
cerchiati in arancione).

 

Altre foto, trovate dagli utenti del newsgroup it.scienza.astronomia,
mostrano chiaramente perni e telecamere. Per esempio,
questa
è una foto molto dettagliata della navetta Endeavour.

 

Conclusioni

Mistero risolto, dunque. Sarebbe stato bello che i media “ufficiali” si
fossero  rimangiati la falsa notizia con la stessa enfasi con la quale la
sbatterono maldestramente in prima pagina. Se ero riuscito a risolvere
l’enigma io, con l’aiuto dei lettori, come mai non c’erano riusciti loro, pur
avendo mezzi ben più potenti? Se vi vien voglia di mormorare
“voglia di scoop”, non siete soli.

Un lettore mi segnalò che il 3/2/2003
“…il TG5 aveva già smentito la notizia della crepa sulle ali e ammesso
che invece si trattava del vano di carico.”
Io stesso fui intervistato da Caterpillar, la trasmissione di
Radiodue, il 6/2/2003 per smentire questa foto. Ma tutto questo non impedì a
Corrado Augias di ripresentare con enfasi la foto su Raitre, durante la
trasmissione Enigma, il 7/2/2003. L’intervento di Augias era
preregistrato, ma l’etica professionale avrebbe suggerito di non mandarlo in
onda piuttosto che diffondere notizie sbagliate.

 

Ringraziamenti

Grazie ai tanti lettori che hanno contribuito a quest’indagine, segnalandomi
dichiarazioni, dettagli tecnici e foto, e in particolare a glucrezi,
Marco Fa** e Alex (un lettore di ZeusNews.it). Senza di loro, frugare
negli archivi della Nasa e nella miriade di siti dedicati alla tragedia del
Columbia sarebbe stato impraticabile.

 

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Solstizio d’estate, la bufala di Stonehenge: le pietre sono state riposizionate nel Novecento

Solstizio d’estate, la bufala di Stonehenge: le pietre sono state riposizionate nel Novecento

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili
donazioni
di “chiarab*” e “fabiano” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione
iniziale. Foto di Max Alexander,
tratta da APOD.

Oggi è il solstizio d’estate, e come sempre in quest’occasione si parla di
Stonehenge, il monumento megalitico situato nel sud dell’Inghilterra che è
meta di pellegrinaggi di vario genere.

C’è chi ci va per ammirare l’ingegno dell’uomo di cinquemila anni fa, capace
di muovere macigni di decine di tonnellate per lasciare un segno della propria
esistenza, e c’è chi ci va per seguire varie credenze mistiche, incentrate
solitamente su presunti allineamenti incredibilmente precisi delle pietre che
testimonierebbero interventi soprannaturali o extraterrestri o conoscenze
straordinarie dimenticate.

I fatti, però, smentiscono la precisione magica degli allineamenti che vengono
“scoperti” oggi guardando la disposizione delle pietre, per una ragione molto
semplice: le pietre di Stonehenge non sono più al loro posto originale.
Per esempio, uno dei triliti crollò nel 1797 e fu restaurato soltanto nel
1958. Nel corso dei restauri effettuati nel 1901, la pietra numero 56, che
minacciava di cadere, fu raddrizzata e collocata nel cemento, spostandola di
mezzo metro. 

Altri lavori furono effettuati negli anni Venti del secolo scorso. I restauri
del 1958 risollevarono e fissarono nel moderno cemento tre altre pietre, e
altre quattro furono riposizionate nel 1964 per evitare che cadessero. 

Queste sono alcune foto di Stonehenge dal 1877 in poi.


Foto di Philip Rupert Acott, luglio 1877. Fonte: Wikipedia
 

Sistemazione delle pietre 6 e 7, novembre 1919. 
 

Sistemazione delle pietre 6 e 7, febbraio 1920. 
 

Coricamento di una delle pietre d’architrave, 1920. 
 

Stonehenge vista nel 2008 da un’angolazione pressoché uguale alla foto del
1877. Fonte:
Wikipedia
 

Molti turisti visitano Stonehenge credendo che si tratti di un sito
archeologico ancora intatto dopo millenni, ma non è così. Anche il
sito ufficiale di Stonehenge
dell’English Heritage (copia d’archivio 2010) è molto reticente: ho trovato solo un minuscolo accenno
nelle
FAQ (copia d’archivio 2010).

What happened to the rest of the stones?

Many of the original stones have been taken to build houses and roads.
Also, many stones have been chipped away by visitors and taken away as
souvenirs over the past couple of hundred years.

Why has one of the stones got a smooth base?

One of the stones has experienced a lot of wear and to support it and
prevent it from falling, a concrete core was put in to keep it upright
in 1959.

Prima di trarre conclusioni affrettate e attribuire poteri incredibili a
questo monumento, insomma, è opportuno informarsi bene. Anch’io, quando ho
visitato Stonehenge, non sapevo nulla dei restauri, che non si notano se non
si prenota la visita speciale che permette di entrare nel monumento. L’ho
scoperto grazie a una
segnalazione di
Giuliana Terzetti su Scienza e Paranormale nel 2001.

Saperlo rovina il fascino di Stonehenge? No, perché non cambia il fatto che
quelle pietre furono spostate a mani nude da una cultura che non aveva ancora
sviluppato la scrittura ma sapeva organizzarsi per creare un’opera
stupefacente. Sapere che le pietre sono state poi riposizionate spazza via
solo la patina falsa di pseudoscienze e di credenze new age che offusca
il vero splendore di Stonehenge.

Colgo l’occasione per segnalare la chiusura di Scienza e Paranormale e
il debutto di Query, il nuovo periodico trimestrale del CICAP che
sostituisce la rivista precedente, e di
Queryonline.it, il sito di supporto alla
nuova rivista. Fra un’uscita e l’altra di Query, Queryonline pubblica
le notizie di attualità “misteriosa”, segnala le attività del CICAP (ricordo
la
Cena Magica
a Rho il 3 luglio) e aggrega i blog dei vari membri e collaboratori del
comitato creato oltre vent’anni fa da Piero Angela.

Potete seguire gli aggiornamenti di Queryonline anche via
Twitter. L’approccio del sito
e della rivista è l’indagine scientifica dei misteri: che possono essere veri
o falsi, ma se studiati con rigore e attenzione regalano sempre il fascino
della scoperta e l’amicizia di persone che amano la curiosità. 

 

Fonti:
New Scientist,
Solving Stonehenge: The New Key to an Ancient Enigma
di Anthony Johnson.

Antibufala: l’ex direttore di “Quattroruote” e l’auto elettrica caricata dal “gruppo elettrogeno a benzina”

Antibufala: l’ex direttore di “Quattroruote” e l’auto elettrica caricata dal “gruppo elettrogeno a benzina”

Ultimo aggiornamento: 2019/09/20 17:30.

Oggi (1/9/2019) Carlo Cavicchi, ex direttore di Quattroruote, ha postato su Twitter questa foto, descrivendola con le parole “Il futuro che avanza: un’automobile diesel con al traino un gruppo elettrogeno a benzina per ricaricare una vettura elettrica ferma…” (copia permanente su Archive.org).

Ma lo sfottò è decisamente mal giocato, perché in realtà quello che Cavicchi ha definito “gruppo elettrogeno a benzina” è una batteria. Specificamente, una batteria del tipo che viene usato sia per soccorrere un’auto elettrica rimasta inaspettatamente a corto di carica, sia per fornire un punto di ricarica mobile su prenotazione in posti dove manca una colonnina, come fa per esempio E-Gap a Milano e a Roma.

Sappiamo che si tratta di una batteria da un indizio che forse a Cavicchi è sfuggito: quella scritta “EV” che si nota sul presunto “gruppo elettrogeno a benzina”. Infatti cercando in Rete, come ha fatto egregiamente Lorenzo Marfisi, salta fuori che si tratta di questo “powerbank per auto” presentato in Austria e concepito per dare in 15 minuti una carica sufficiente ad arrivare alla colonnina più vicina.

Più specificamente, AFP segnala che la foto originale proviene dall’account Facebook dell’ÖAMTC, il touring club austriaco, dove è descritta come la prima prova di questo “powerbank mobile”, che in 20 minuti ha caricato una Mercedes elettrica abbastanza da permetterle di raggiungere la stazione di ricarica più vicina. È insomma l’equivalente elettrico della tanichetta di benzina.

Certo, si può ironizzare comunque sul fatto che il soccorso all’auto elettrica è stato prestato da un’auto diesel, ma va detto che nulla avrebbe impedito l’uso di un furgone elettrico o di un’auto elettrica per il traino della batteria di soccorso.

In ogni caso, è un peccato che un ex direttore di una testata specialistica come Quattroruote, che ha ancora il nick @Cavicchi4R che richiama la testata, si sia fatto guidare dalle bufale trovate in Rete (e già sbufalate da tempo) invece di informarsi e informare i suoi lettori.

Ho chiesto pubblicamente a Cavicchi se intende rettificare il suo tweet. Finora nessuna risposta.

2019/09/02 10:30

Il tweet di Cavicchi è stato eliminato. La copia su Archive.org rimane.

2019/09/20 17:30

Ho sentito Cavicchi al telefono, e mi ha chiarito che si è fidato di un amico, esperto del settore automobilistico, che gli aveva girato la foto prendendola da un giornale non italiano: si è trattato insomma di un classico errore senza malizia, dovuto al fenomeno del passaparola apparentemente autorevole ma in realtà distorto delle “catene di Sant’Antonio”. Cavicchi ha chiarito inoltre che ha tweetato a titolo personale, senza alcun intento di coinvolgere la redazione di Quattroruote, e che per maggiore chiarezza ha tolto l’indicazione “QR” dal proprio account.

Questo articolo è stato aggiornato per rettificare che Cavicchi è oggi ex direttore di Quattroruote, non direttore attuale come avevo scritto inizialmente, e vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.

Antibufala Classic: Lo strano caso di Valentin, che muore di freddo in Russia. Ogni anno, dal 1999

Questo articolo era pubblicato qui su Attivissimo.net e viene ripubblicato qui con una data di pubblicazione fittizia (2003/03/12) corrispondente a quella di pubblicazione originale; vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Ultimo aggiornamento: 2021/01/02 16:00.

English abstract (il resto è in italiano)

An e-mail appeal from a Mr. Valentin Mikhaylin or Walentin Mihailin (or other similar-sounding spellings) has been circulating on the Internet at least since November 1999. In the various versions of this appeal, Valentin claims to be a desperately needy teacher (1999 version) or student (post-1999 version) who is dying of cold in Kaluga, Russia. The address given is always “Ryleeva Str. 6-45 Kaluga 248030”. Sometimes the appeal asks to swap music CDs instead of clothing and emergency aid.

According to several hoax- and scam-busting sites and Net abuse monitoring newsgroups, “Valentin” has been sending so many e-mails for so many years with different excuses that he has been classified as a spammer. Moreover, because of the various identities and inconsistent stories he has used, his appeals are presumed to be a scam.

Here are some of the many e-mail addresses that “Valentin” has used. Any e-mail from these addresses should be considered a scam:

— va.q.michailin@mail.ru (2006)

— valent.l.michailin@mail.ru (2006)

— vamik@mailrus.ru (2006)

— vmik@userline.com

— vmik@nxt.ru

— valmik@mail2k.ru

— vmik@nextmail.ru

— vm@ustas.ru

— walen@poste.ru

— vmik@mail333.com

— vmik@students.ru (2003)

— valya@userline.ru (2002)

There are also other reasons for being suspicious about Valentin’s appeals. For example, there are questions as to how an allegedly desperately poor Russian student is able to harvest hundreds of thousands of e-mail addresses and send as many e-mails. Also, the freezing temperatures described in his appeals are not always consistent with the temperatures in Kaluga as published on the Internet by several Websites.

Moreover, information reported by websites in Russia and other countries suggests that Valentin is a rather foolish young man who thought he could make a living for his family and himself by begging over the Internet, but wasn’t smart enough to keep quiet about it with the local authorities, ultimately getting in deep trouble with the law for slandering the local Post Office authorities and for the threats to launch nuclear missiles that originated from his computer and were sent to thousands of West European addresses, causing alarm as they claimed to be sent by a group of disgruntled workers of a Russian nuclear missile base.

According to several sources and personal tests, when Valentin is contacted with offers to send emergency aid, he replies with a standard text giving details of how to send him money via Western Union. His name and address would appear to be genuine, as he uses them to receive these money transfers.

Another reason for being suspicious about Valentin’s appeal is that he is extremely reluctant to give information that might corroborate his story. He has been asked by myself and other Internet users to provide simple evidence of his condition, or just a photograph of himself in exchange for a donation, but he has always refused, giving all sorts of implausible excuses.

Finally, Valentin’s reaction to the Web page you’re reading has been unusually aggressive. In January 2005, Valentin contacted me, accusing this Web page of slander. He then started a series of personal attacks.

First he threatened me with an international lawsuit, which so far has failed to materialize. Then he claimed that he had found classified advertisements of mine in gay Websites, seeking young men for sex, and indeed I subsequently received few offers (which I politely declined); I didn’t post the ads, so I presume someone planted them in an attempt to harass me. Then he contacted Paypal.com and asked them to close my account because, he said, I was a slanderer (Paypal refused). He then tried to block my e-mail account at Pobox.com by again claiming that I was a slanderer (Pobox refused).

There have also been several instances in which my e-mail address was used as apparent source of a spamming campaign. Analysis of the headers of this spam flood shows that the sender was using Moscow time. In a third instance, several blogs and discussion groups were spammed with a poorly written advert about my website, which also gave my personal details and used almost verbatim the text of personal e-mails that Valentin had sent to me.

I cannot establish a bulletproof link between Valentin and these spam-based harassments, but it is a fact that they all coincided with my attempts to contact Valentin asking him what had happened to the lawsuit and politely offering him further opportunity to provide evidence of his condition.

Further details, together with Valentin’s rather amusing messages to me, are provided in the links on this page, which also include an article from a Russian website, detailing his questionable activities and his troubles with the Russian legal system.

Readers in Russia were able to visit Kaluga and acquire further information about Valentin. I am not publishing this information for the time being, as I am waiting for further confirmation.

In view of all these facts, this appeal should be considered a scam unless strong evidence to the contrary is provided.

Il testo dell’appello

L’appello, anzi gli appelli, circolano in varie lingue e in varie versioni. Qui presento la versione più recente:

From: Valentin <valent.l.michailin@mail.ru>

Date: Nov 26, 2006 4:55 PM

Subject: Letter from Russia

To: undisclosed-recipients

Dear Friends,

Please excuse me for this letter.

My name is Valentin. I’m student and I live with my mother in a small town Kaluga, Russia. My mother is invalid. She cannot see and she receive pension very rare which is not enought even for medications.

I work very hard every day to be able to buy necessities for my mother, but my salary is very small, because my studies still not finished.

Due to deep crisis authorities stoped gas in our district and now we cannot heat our home. I don’t know what to do, because the winter is coming and the weather will be very cold. I am very afraid that the temperature inside our home can become very cold and we will not be able to survive.

Therefore I finded several e-mail addresses and thank to the free internet access in our local library I decided to appeal to you with prayer in my heart for small help.

If you have any old sleping bag, warm blanket, electric heater, warm clothes and shoes, electric water-boiler, canned and dried food, vitamins, medicines from cold, any hygiene-products, I will be very grateful to you if you could send it to our postal address which is:

Valentin Michailin,

Rileeva Str, 6-45.

Kaluga. 248030,

Russia.

If you think that it would be better or easier for you to help with some money, please write me back to my e-mail vamik@mailrus.ru and I will write you how to send it safely, if you agree. In this case I will be able to buy a portable stove and heat our home during the winter.

I hope to hear from you very soon and I pray that you can help us. I also hope very much that this hard situation will become better in our region very soon.

From all my heart, I wish you all the best. I wish that all your dreams come true and your life will be full of hapiness.

God Bless You,

Valentin.

Kaluga. Russia.

E-mail: vamik@mailrus.ru

Ne ho raccolte alcune delle varianti più diffuse e ne ho preparato una traduzione italiana in una pagina a parte.

In sintesi, è dal 1999 che un certo Valentin Mikhaylin (o Walentin Mikhailyn o altre grafie analoghe) dice di abitare a Kaluga, in Russia. Talvolta afferma di stare morendo di freddo con sua madre invalida e chiede viveri e aiuti; talaltra sta bene e chiede di inviargli CD di musica nazionale. Nelle versioni più recenti, Valentin si presenta come studente, ma in altri casi si è presentato come professore. In alcuni casi, gli aiuti richiesti sono generi di prima necessità (un sacco a pelo, una coperta calda, una stufa elettrica, indumenti e scarpe calde, un bollitore elettrico, cibo in scatola, medicinali, eccetera) oppure soldi; in altri la richiesta è specifica in termini di taglia degli indumenti e delle scarpe.

In ogni caso, l’indirizzo indicato è sempre “Ryleeva Str. 6-45 Kaluga 248030 RUSSIA.

Ci sono numerose altre versioni di questo appello, scovate dai lettori. In una, per esempio, Valentin si presenta come radioamatore e offre scambi di apparecchiature per questo hobby, come descritto in un’indagine parallela (ora non più presente all’indirizzo linkato ma archiviata su Archive.org). Valentin usa anche altri indirizzi: i frequenti cambi sembrano indicare che viene cacciato spesso dal provider, probabilmente perché viene segnalato come spammer.

Ecco alcuni degli indirizzi utilizzati negli ultimi anni da Valentin. Qualsiasi messaggio proveniente da questi indirizzi è da considerare truffaldino:

— va.q.michailin@mail.ru (2006)
— valent.l.michailin@mail.ru (2006)
— vamik@mailrus.ru (2006)
— vmik@userline.com
— vmik@nxt.ru
— valmik@mail2k.ru
— vmik@nextmail.ru
— vm@ustas.ru
— walen@poste.ru
— vmik@mail333.com
— vmik@students.ru (2003)
— valya@userline.ru (2002)

I “garanti” di Valentin (2005)

Una variante dell’appello che merita di essere evidenziata è quella che ha iniziato a circolare a fine 2005 e nella quale fa “autenticare” i suoi messaggi da altre persone, che però sono inesistenti.

In pratica, al posto del solito appello diretto, lo spam di Valentin arriva sotto forma di un e-mail proveniente (apparentemente) da una terza persona, che consiglia di dare ascolto all’appello del ragazzo russo. Eccone un esempio, il cui mittente sarebbe un certo “Merlin Mccracken” (appleton1@blueyonder.co.uk), ma mi sono stati segnalati messaggi analoghi provenienti da altri mittenti, come “Lyman Montano”, “Angelica Odom”, “Daryl Velez”, “Hubert Cornett”, “Bruno Means”, “Amalia Velazquez”, “Kirk Quinterno” e altri, tutti riferiti a indirizzi del provider inglese Blueyonder:

On December 6, 2005, I received this interesting message from a poor Russian student. He is asking for little help due to the difficult situation. I was in another region and did not check my mailbox until now.

I can’t help because I have a lot of different problems myself, therefore I forward this message to all the emails from my address-book in hope that you can help.

You can contact Valentin directly at: wmik@mailrus.ru

I wish you a Merry Christmas!

Traduco:

Il 6 dicembre 2005 ho ricevuto questo messaggio interessante da un povero studente russo. Chiede un po’ di aiuto a causa della situazione difficile. Mi trovavo in un’altra regione e ho controllato solo ora la mia casella di posta.

Io non posso aiutare, perché ho molti e vari problemi anch’io, per cui inoltro questo messaggio a tutti gli e-mail [sic] della mia rubrica nella speranza che possiate aiutare.

Potete contattare Valentin direttamente presso: wmik@mailrus.ru

Vi auguro buon Natale!

Datazione

Appelli a nome di Valentin per i motivi più disparati circolano almeno da novembre del 1999, secondo Hoaxbuster.com e come facilmente confermabile immettendo il nome Valentin Mikhaylin o Mihailin e/o Kaluga in Google.

Perché è una bufala, anzi una truffa

Si tratta di una truffa per una serie di motivi descritti chiaramente da Hoaxbuster.com al link citato sopra (in francese):

  • Questo appello è stato ricevuto da migliaia di utenti della Rete, tanto da essere segnalato ripetutamente come abusatore di Internet nei newsgroup it.news.net-abuse e news.admin.net-abuse.sightings, specializzati nella segnalazione di questi comportamenti scorretti. Come fa uno studente disperatamente povero ad avere le risorse necessarie per un invio di massa del genere, degno del più agguerrito degli spammer? Di certo non gli bastano la “connessione Internet gratuita” della facoltà e un normale programma di posta elettronica.
  • Come fa uno studente a procurarsi gli indirizzi delle migliaia di utenti che hanno ricevuto il suo appello?
  • L’appello, in numerose varianti, circola dal 1999. Valentin dice quasi sempre che “La morte è vicina anche a noi”, ma mi pare che sappia tenerla a distanza piuttosto benino. Un ottimo campionario dei suoi appelli è raccolto presso un sito tedesco. A novembre 2005, Valentin ha iniziato una nuova ondata di messaggi di richiesta di aiuto. Ha insomma superato sette inverni, durante i quali diceva di essere allo stremo. I casi sono due: o è abilissimo a sopravvivere (e a mantenere una capiente connessione a Internet), oppure la sua situazione non è disperata come dice.
  • Come mai nella versione del 1999 di questo appello Valentin Mikhaylin si presentava come un professore, anziché come uno studente?
  • Come mai c’è un appello in cui un Valentin Mikhaylin, abitante allo stesso indirizzo, precisa che servono solo “vestiti da uomo taglie L e XL” e “scarpe da uomo taglia 44-45”? (“Also we need clothes and shoes. Now the weather here is very cold. Therefore we need warmth men clothes which are sizes L and XL. We need these big sizes as our children and we will be dressing under these clothes our old clothes. It will allow constantly being in heat. The men shoes we need are the sizes 44 – 45″) Tutta gente fatta con lo stampino, a Kaluga? Le donne di Kaluga non patiscono il freddo? I bambini neppure?
  • Come mai i suoi appelli sono classificati fra le “truffe alla nigeriana” dai siti antibufala come Nigeria-connection.de?
  • Inoltre, perché uno studente affamato e infreddolito dovrebbe mettersi a scambiare CD di musica via e-mail? Dove li trova i soldi per i CD di musica russa che offre in cambio, se non ha i soldi per i medicinali per la madre?
  • Come mai le temperature polari di cui parla nei suoi appelli non corrispondono a quelle ben più miti indicate per tutto l’anno dai siti Web meterologici che parlano di Kaluga? Stando ai dati meteorologici disponibili in Rete, a Kaluga non fa così drammaticamente freddo come dice Valentin (che cita temperature di -20°C e anche -30°C). Mediamente, infatti, le temperature variano fra -7 e 17 gradi, anche se c’è effettivamente qualche minima intorno ai -20°C.
  • Come mai, quando lo si contatta offrendo di spedirgli generi di prima necessità, come ho fatto io e hanno fatto molti altri lettori, Valentin chiede di mandargli invece una rimessa di denaro tramite Western Union?
  • Come mai, quando viene contattato offrendogli aiuto, rifiuta con le scuse più improbabili ogni richiesta amichevole di informazioni su di lui, come per esempio una sua foto o una foto di dove abita? Cos’ha da nascondere?
  • Come mai, per esempio nell’ondata di invii di novembre 2005, ha cambiato la grafia del proprio nome e cognome da “Valentin Mikhaylin” a “Walentin Mikhailyn”? E come mai l’ha cambiata ancora nella raffica di messaggi inviata a novembre 2006, nella quale si presentava come “Valentin Michailin“? Forse in questo modo conta di non essere smascherato tramite una ricerca del suo nome e cognome in Google? Le prime due grafie, infatti, portano dritte a pagine antitruffa, la terza (per ora) no.

Già questi dubbi basterebbero a sospettare della veridicità dell’appello di Valentin: è prudente trattare questo appello come truffa fino a prova contraria. E’ comunque una situazione poco chiara e per questo è meglio evitarla. Perché rischiare? Dopotutto, se volete fare del bene agli abitanti di Kaluga, vi basta rivolgervi a organizzazioni più affidabili, come la Croce Rossa, piuttosto che a uno sconosciuto dai comportamenti sospetti.

Certo, potrebbe anche trattarsi di un poveraccio che si è inventato un modo per tirare a campare chiedendo l’elemosina tramite la connessione Internet di un istituto scolastico locale e mente per intenerire gli animi; ma se così fosse, non avrebbe comunque il diritto di fare spam e soprattutto di attaccare chi denuncia il suo comportamento sospetto, come è capitato ripetutamente a me.

I dubbi sulla veridicità di Valentin aumentano quando si considerano i risultati abbastanza sorprendenti di un’indagine approfondita, realizzata con l’impagabile aiuto dei lettori del Servizio Antibufala: Valentin è già stato in galera ed è un piccolo quanto imbranato truffatore, secondo quanto riportato da un articolo di un sito russo, di cui ho preparato una traduzione con l’aiuto dei lettori.

Valentin dice di avere fame e freddo, però mi attacca via Internet

Dopo la pubblicazione della versione iniziale di quest’indagine, Valentin mi ha mandato via e-mail una diffida piuttosto aggressiva e ha iniziato, ai primi del 2005, una serie di attacchi informatici contro di me, che trovate documentati in dettaglio nel mio carteggio con Valentin. Ho preparato inoltre un’analisi di uno di questi attacchi, cogliendo l’occasione per mostrare come si indaga sull’origine di un messaggio sospetto.

  • Inizialmente ha minacciato di farmi causa per diffamazione (che però finora non s’è vista).
  • Poi ha detto che aveva trovato delle mie inserzioni in siti gay nei quali cercavo uomini giovani per fare sesso. Le inserzioni non le ho messe io, ma qualcuno che pensava in questo modo di molestarmi. Ma a parte qualche e-mail d’invito, che ho cortesemente respinto, non ci sono state conseguenze.
  • Poi ha contattato Paypal.com e chiesto loro di chiudere i miei conti perché a suo dire sono un diffamatore (Paypal ha rifiutato).
  • Ha fatto lo stesso con Pobox.com, che mi fornisce l’alias di posta: Pobox.com ha rifiutato.
  • Ci sono stati inoltre vari casi nei quali il mio indirizzo di e-mail è stato usato come falso mittente di una campagna di spam. Gli header (intestazioni) di questi messaggi di spam indicano che il mittente ha usato l’ora di Mosca. L’analisi di questo attacco è interessante anche in termini più generali come esempio di indagine sulla vera origine di un messaggio.
  • In un’altra occasione, vari blog e gruppi di discussione sono stati spammati da una pubblicità molto maccheronica per il mio sito, che includeva alcuni miei dettagli personali e usava pressoché testualmente le frasi usate da Valentin in alcuni suoi e-mail personali a me.
  • Altre volte ancora, ho rilevato tentativi di iscrivermi a centinaia di mailing list e newsletter, come se qualcuno avesse tentato di intasarmi la casella di posta. Per fortuna quasi tutte le newsletter e mailing list inviano un messaggio di richiesta di conferma quando ricevono un e-mail di iscrizione, proprio per evitare che qualcuno mandi richieste a nome di qualcun altro, per cui i tentativi sono stati infruttuosi e l’unico fastidio è che ho trovato due-tremila messaggi d’errore, facilmente purgabili, nella mia casella di posta. Un esempio di questa forma di attacco, avvenuta a dicembre 2005, è documentato in questo mio articolo.

Non sono al momento in grado di dimostrare al di là d’ogni dubbio che ci sia Valentin dietro ciascuno di questi attacchi, ma gli indizi sono forti ed è indubbio che questi eventi sono avvenuti subito dopo che l’ho contattato via e-mail per chiedergli che fine avesse fatto la causa che aveva minacciato e per offrirgli nuovamente l’occasione di dimostrare la veridicità della sua storia, oppure in occasione di miei articoli che parlano del suo caso.

I lettori indagano, sorvegliano e si interpongono

Altri lettori hanno deciso di indagare e di iniziare una sorta di azione di sorveglianza e interposizione per monitorare il comportamento di Valentin e rendergli più difficile fare altre vittime (e ne ha fatte parecchie). In sostanza, lo contattano spacciandosi per persone che credono al suo appello e vogliono mandargli aiuto. Ho raccolto in pagine separate le loro indagini e le loro esperienze di contatto e sorveglianza.

Quest’attività di interposizione consente di aumentare notevolmente il traffico di posta di Valentin, in modo tale che perda molto tempo dietro a false vittime e quindi abbia meno tempo per circuire quelle vere: in pratica, si interpongono fra il truffatore e la vittima, così come ci si interpone fra un aggressore e una persona indifesa.

L’azione, non coordinata da me ma nata spontaneamente dai lettori del Servizio Antibufala dopo la pubblicazione della prima versione di quest’indagine, ha causato una reazione molto vivace da parte di Valentin, che ora risponde a tutti gli e-mail provenienti dall’Italia con un messaggio standard che dissemina i miei dati personali conditi con frasi sarcastiche nei miei confronti.

Valentin, infatti, pensa che io sia il condottiero di chissà quale persecuzione di massa nei suoi confronti (ha dimostrato di essere piuttosto paranoico visitando la pagina di Attivissimo.net dedicata a lui oltre un centinaio di volte in meno di un mese, come risulta dai miei log).

L’interposizione ha comunque avuto un effetto positivo: siccome ora Valentin pensa che chiunque gli scriva da un indirizzo “.it” sia un simulatore, gli è molto difficile fare vittime in Italia.

Ringraziamenti

Grazie a tutti i lettori già citati che hanno collaborato a quest’indagine. Cito in particolare alcuni che non ho avuto modo di citare direttamente nel testo: enric0m, mdt86, antonella.recec****, odo, Stefano Bell****, jodyber, Luciano Lo*** e rudy69.

Complottismo-quiz: tre secondi per creare una tesi di complotto, anni per smontarla. La teoria della montagna di m...

Complottismo-quiz: tre secondi per creare una tesi di complotto, anni per smontarla. La teoria della montagna di m…

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento 2013/04/13.

Il Sacro Unicorno Petomane.
(C) 2009 Liam Attivissimo.

Nello studio dei cospirazionismi esiste da tempo quella che piuttosto coloritamente viene denominata la Teoria della Montagna di M…: spalare il letame mentale prodotto da una qualunque tesi di complotto o credenza pseudoscientifica richiede sempre molta, molta più energia e sofferenza di quanta ne occorre per generare quel letame.

In forma più garbata, per inventare un mistero ci vogliono tre secondi: per smontarlo ci vuole a volte una vita. Faccio un esempio pratico sul quale potete dilettarvi per poi sottoporlo ai vostri amici (ma soprattutto ai nemici).

Guardate questa foto: non è ritoccata, è di fonte seria e affidabile, ma ha qualcosa che non va.

Si tratta chiaramente di una foto d’epoca, proveniente dal Canada. Una foto tutto sommato normale, almeno a prima vista. Ma avete notato l’unico uomo che indossa strani occhiali da sole e che a differenza di tutti gli altri non indossa una giacca e una camicia? Come mai la luce cade sul suo viso in modo così diverso dagli altri? Cosa ci fa in una foto d’epoca un uomo vestito in modo così moderno, e che cos’è quel dispositivo che ha in mano?

C’è una spiegazione semplice per tutte queste anomalie: è un viaggiatore nel tempo. Oggi lo riconosciamo come tale, perché il suo vestiario è così simile al nostro, ma all’epoca sarebbe stato scambiato per un giovanotto dall’abbigliamento strambo. È come un disegno di un fungo atomico in un giornale degli anni Venti: privo di significato per la gente di quell’epoca, che l’avrebbe interpretato come una nube dalla forma curiosa, ma eloquentissimo segno per chiunque viva nell’era post-Hiroshima.

Pensateci. Se i crononauti esistessero, finirebbero per essere immortalati nelle fotografie. Potrebbero sfuggire all’occhio dei presenti, ma la loro immagine resterebbe congelata per poi essere capita, e notata, nei decenni successivi. Forse, da qualche parte, annidati fra i miliardi di immagini che l’umanità ha scattato nei quasi duecento anni dall’invenzione della fotografia, ci sono le loro sembianze. Questo risponderebbe alla domanda classica di questo campo: se si può viaggiare nel tempo e quindi prima o poi verrà inventata una macchina del tempo, dove sono i viaggiatori che vengono dal futuro a visitare il ventunesimo secolo? Dove sono i turisti temporali?

La risposta classica a quest’argomentazione è che siccome non ce ne sono, vuol dire che i viaggi all’indietro nel tempo sono impossibili. Ma forse la soluzione è diversa: i viaggiatori sono fra noi, ma non sappiamo riconoscerli, se non a distanza di anni da quando sono passati a trovarci.

V’intriga questa parentesi giacobbesca? Ci ho messo pochi minuti a scriverla (l’idea non è mia, ma non posso dirvi la fonte ispiratrice: se la conoscete, non scrivetela nei commenti, altrimenti il gioco finisce). Ora provate a smontare la mia tesi. Vediamo quanto tempo ci mettete a trovare una spiegazione documentata e rigorosa delle anomalie che ho evidenziato. O anche soltanto a trovare l’origine della foto. I commenti sono a vostra disposizione. Buon divertimento.

2010/03/30 – Lo spiegone

Dopo oltre 280 commenti ricchi di idee, congetture e soluzioni, direi che la Teoria della Montagna di M… è stata illustrata più che adeguatamente: è proprio facilissimo creare una tesi pseudoscientifica, mentre smontarla richiede tempo a badilate. Complimenti a chi ha scoperto l’origine della fotografia: ha dimostrato talento di segugio della Rete. La soluzione è nei commenti qui.

2010/04/17 – L’indagine di Forgetomori

Il popolare sito d’indagine sull’insolito Forgetomori ha pubblicato un articolo con nuovi dettagli sulla vicenda (in inglese).

Attentati a Parigi, attenzione alle false notizie. Anche quelle diffuse da giornalisti incapaci

Attentati a Parigi, attenzione alle false notizie. Anche quelle diffuse da giornalisti incapaci

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle gentili donazioni dei lettori. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Ultimo aggiornamento: 2020/12/12 23:10.

Lascio ad altri, più saggi e qualificati di me, commentare e ragionare sugli attentati di Parigi di stanotte. In casi come questi il rischio di dare aria ai denti e di dire banalità pur di dire qualcosa è troppo alto e il silenzio commosso è sempre un’opzione tanto nobile quanto trascurata. Mi limito a fare quello che so fare: segnalare le false notizie che circolano.

Per esempio:

– La notizia che la Torre Eiffel sia stata spenta stanotte in segno di lutto, come ha riportato La Stampa, è falsa: in realtà viene spenta ogni notte all’una. Verrà invece davvero spenta questo sabato (14/11) in ricordo delle vittime, secondo Time.

– Il grattacielo Empire State Building, a New York, non è stato illuminato nei colori della bandiera francese stanotte (14/11): le immagini risalgono a gennaio 2015 e si riferiscono all’attacco a Charlie Hebdo. Invece la Freedom Tower (One World Trade Center) stanotte (14/11) ha illuminato la propria antenna in blu, bianco e rosso.

– Il logo con la Torre Eiffel incorporato nel simbolo della pace non è un’opera di Banksy ma è di Jean Jullien.

– Non è vero che fra gli attentati di stanotte e quello a Charlie Hebdo sono passati 11 mesi e 9 giorni e quindi c’è un nesso con la data degli attentati dell’11/9/2001 negli Stati Uniti: in realtà sono passati 10 mesi e sei giorni.

– La foto con le bombe francesi recanti la scritta “From Paris with Love” non mostra bombe francesi ma armi americane (dettagli qui).

Maggiori dettagli su queste e moltissime altre false notizie riguardanti gli attentati e i loro postumi sono qui su Buzzfeed a cura di Adrien Sénécat e qui su Le Monde.

Consiglio di seguire su Twitter Reportedly e il servizio antibufala francese Vérifié, dal quale segnalo queste immagini che circolano erroneamente riferite agli attentati di stanotte.

Questa foto viene presentata come un’immagine scattata al Bataclan poco prima degli attacchi ma risale al 2011:

E questa è invece una foto scattata dopo gli attacchi a Charlie Hebdo: non mostra Parigi stanotte.

2015/11/15


Ieri, 14 novembre, il Giornale ha pubblicato (copia permanente su Archive.org), a firma di Andrea Riva, la foto falsa di un “presunto kamikaze”, dicendo che la notizia proviene da Andrea Casadio del Fatto Quotidiano.

Scrive Andrea Riva:

A riportare la notizia Andrea Casadio per il Fatto Quotidiano. Il giornalista, raggiunto telefonicamente da SkyTg 24, ha raccontato di esser riuscito ad ottenere la foto grazie a suoi contatti, francesi e inglesi, che hanno abbandonato il Vecchio Continente e che ora si trovano nello Stato islamico.

Il presunto kamikake, come riporta il Fatto, “sorride, mentre si fa un selfie con il suo Ipad, riflesso nello specchio. Addosso, in bella vista, ha la cintura imbottita d’esplosivo, da kamikaze. Sembra la stanza da bagno d’una camera d’albergo. Davanti a lui un tubetto di dentifricio ed un bicchiere. Dietro di lui, la vasca da bagno, e appoggiata sull’orlo, una camicia a quadri. Le tapparelle sono abbassate, perché da fuori non possa vedere nessuno”.

La didascalia, in inglese, recita: “Fonti indicano che questo è uno dei fratelli che ha compiuto gli attacchi benedetti di Parigi #ParisAttacks”. Per ora il terrorista non ha un nome.

Soltanto dopo tutta questa descrizione il lettore scopre di essere stato gabbato:

La fotografia pubblicata dal Fatto e da noi ripresa si è dimostrata non corrispondere ai fatti: descritti: il ragazzo ritratto in foto, infatti, non ha nulla a che fare con gli attentati di Parigi.

Dircelo prima, no?

E il titolo continua a essere l’acchiappaclic “Il presunto kamikaze di Parigi”. Il sottotitolo, infine, continua a spacciare la notizia per vera:

Il sito Khilafah News, molto vicino all’Isis, pubblica una foto del presunto terrorista di Parigi: “Fonti indicano che questo è uno dei fratelli che ha compiuto gli attacchi benedetti di Parigi #ParisAttacks”

Non una parola per avvisare il lettore che sta perdendo tempo a leggere una balla. Lo screenshot qui sopra non include la marea di banner pubblicitari che circonda l’articolo-bufala.

La foto è falsa per alcune ragioni piuttosto evidenti:

  • la foto è un fotomontaggio palese (il giubbetto e la cover del tablet sono vistosamente aggiunti);
  • si vede una presa elettrica tipicamente
    nordamericana, che non ha senso per un attentato avvenuto in Francia;
  • la persona ritratta indossa un dastar,
    ossia un copricapo sikh, e i sikh non c’entrano nulla con il terrorismo islamista;
  • sul bordo della vasca, a destra, è stato aggiunto col fotoritocco un dildo, che non credo faccia parte della normale dotazione di un terrorista dell’Isis.

Inoltre la foto originale dalla quale è stato creato il fotomontaggio è quella qui sotto, e la persona ritratta è un giornalista: un uomo che non c’entra assolutamente nulla con gli attentati, come segnala Grasswire Fact Check.

Questo è il testo dell’articolo di Andrea Casadio sul Fatto Quotidiano, mostrato nello screenshot qui sotto (copia permanente):

Attentati Parigi, “ecco uno dei terroristi”. L’Isis pubblica la fotografia di un presunto kamikaze senza nome

Ancora non ha un nome. Sorride, mentre si fa un selfie con il suo ipad, riflesso nello specchio. Addosso, in bella vista, ha la cintura
imbottito [sic] d’esplosivo, da kamikaze. Sembra la stanza da bagno d’una camera d’albergo. Davanti a lui un tubetto di dentifricio ed un
bicchiere. Dietro di lui, la vasca da bagno, e appoggiata sull’orlo, una camicia a quadri. Le tapparelle sono abbassate, perché da fuori non
possa vedere nessuno. La didascalia della foto lascia pochi dubbi: “Fonti indicano che questo è uno dei fratelli che ha compiuto gli
attacchi benedetti di Parigi #ParisAttacks.” Non ha un nome, ma questo sarebbe uno degli [sic] 7 uomini che si sono fatti saltare in aria, a Parigi,
poche ore dopo.

Questa foto è stata postata pochi secondi fa su uno dei social network preferiti dai jihadisti dell’Isis. Come trovarla è stato
riferito da fonti costantemente monitorate nel tempo. E’ una foto attendibile? Di certo è stata postata da Khilafah News,
in pratica una sorta di ufficio stampa dell’Isis. Sullo stesso social network stamattina Khilafah News aveva postato il messaggio in cui
l’Isis rivendicava gli attentati di Parigi.

La notizia del Fatto viene rilanciata anche dal suo direttore Peter Gomez su Twitter (copia permanente). In questa versione il dildo aggiunto si vede molto chiaramente.

Il Fatto ha pubblicato un altro articolo che spiega che la foto è un falso, ma l’articolo originale non è stato rimosso o integrato per rettificarlo.

La voglia di scoop si è insomma abbinata all’ignoranza dei fatti e alla mancata verifica delle fonti.

Complimenti a chi coinvolge gli innocenti semplicemente perché non ha voglia di imparare a usare gli strumenti di Internet per verificare le notizie prima di pubblicarle. Ringrazio Gabriele Persi per la segnalazione.

 

2020/12/12 23:10

A distanza di cinque anni, il tweet di Peter Gomez è ancora pubblicato e l’articolo del Fatto Quotidiano è ancora online.

Antibufala micro: no, la “foto della Luna nel corso di 28 giorni” non è reale

Antibufala micro: no, la “foto della Luna nel corso di 28 giorni” non è reale

Sta circolando moltissimo nei social network questa foto, descritta come “La Luna fotografata nel corso di 28 giorni nello stesso luogo alla stessa ora”. NO. È un fotomontaggio, opera di Giorgia Hofer. La Luna non segue questa traiettoria. E no, gli analemmi sono un’altra cosa e hanno un’altra forma. Se volete saperne di più, c’è un debunking approfondito qui in inglese.

2020/12/09 16:10. Sulla questione è intervenuto anche il debunker PicPedant: “semmai è la Luna fotografata nel corso di un anno con le fasi incollate secondo una curva arbitrariamente artisticheggiante senza alcun nesso con la sua effettiva posizione astronomica nel corso del tempo.” Fine.

Credit: Giorgia Hofer (fotomontaggio).

 

 

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No, niente UFO e niente Apocalisse: le due luci in cielo sono soltanto Giove e Saturno in congiunzione

No, niente UFO e niente Apocalisse: le due luci in cielo sono soltanto Giove e Saturno in congiunzione

Credit: Perth Observatory.

Il 21 dicembre sarà una giornata speciale: ho Saturno e Giove in congiunzione. No, non mi sono convertito all’astrologia. Mi riferisco a un fenomeno astronomico reale, e infatti la congiunzione di cui parlo non riguarda me, ma vale per tutti ed è visibile in quasi tutto il mondo. Se ricevete un avviso via mail o sui social network che vi dice che ci sarà un fenomeno celeste raro, che avviene soltanto ogni 400 anni, stavolta è vero.

Giove e Saturno, i due pianeti più grandi del nostro Sistema Solare, saranno infatti ben visibili in cielo, come sempre, ma con la particolarità di essere visivamente molto vicini tra loro (mantengono le proprie distanze di circa 700 milioni di chilometri l’un dall’altro e il più vicino, ossia Giove, resterà a circa 860 milioni di chilometri da noi, ma visti dalla Terra sembreranno vicini). 

Il fenomeno è denominato grande congiunzione, e normalmente si ripete ogni vent’anni, ma stavolta i due pianeti saranno apparentemente molto
vicini: invece di un grado (l’equivalente di due Lune piene) come consueto, saranno
separati soltanto da un decimo di grado (l’equivalente di un quinto del
diametro di una Luna piena). Questa vicinanza apparente così stretta
avviene raramente: l’ultima volta si è verificata nel 1623. Ma grazie alle complesse bizzarrie della meccanica celeste ci sarà una grande congiunzione di nuovo nel 2080. Resta in ogni caso un evento che capita una sola volta nella vita.

Ricordatevi
di guardare il cielo il 21 dicembre o nei giorni appena precedenti o successivi, nubi permettendo, e di non
preoccuparvi di quelli che sembreranno due fanali d’auto sospesi in
cielo: non sono né alieni né mondi in collisione né presagi di terremoti o apocalissi
assortite. Godetevi lo spettacolo, che è visibile anche a occhio nudo ma migliora parecchio se avete un piccolo telescopio o un buon
binocolo, così vedrete anche le lune di questi pianeti. 

In caso di maltempo rivolgetevi alla diretta streaming
offerta dall’Osservatorio Lowell che ho incorporato qui sotto insieme a una spiegazione del fenomeno. Fra l’altro, il 21 dicembre è previsto anche il picco di meteore delle Ursidi, per cui potrebbe essere una notte astronomicamente davvero memorabile.