SpaceX ha pubblicato un video spettacolare della partenza della missione
COSMO-Skymed, che mostra, in una ripresa fatta da terra al rallentatore (circa
2x), delle fasi del lancio che è rarissimo vedere.
Grazie alla nitidezza dell’atmosfera, all’illuminazione perfetta (sole appena tramontato al suolo ma ancora in grado di illuminare gli oggetti in quota) e alla
stabilizzazione eccezionale delle riprese, possiamo vedere lo spegnimento del
primo stadio (0:18) a 67 km di quota, la separazione del primo stadio e la manovra di
“inversione a U” per tornare al punto di lancio (0:34) a 70 km, l’accensione del
motore del secondo stadio (0:45) a80 km e l’arrampicata verso lo spazio fino alla
rarissima visione da terra della separazione delle carenature (a 4:05) a 158 km. Le carenature
planano per poi aprire un paracadute ed essere recuperate e riutilizzate.
Le quote alle quali avvengono i vari eventi si possono dedurre confrontando questo video con quello della diretta del lancio (il decollo è a 15.20):
Vedere così nitidamente da terra un veicolo che si trova nello spazio, a oltre 150 km di quota (e a distanza ancora maggiore per via della traiettoria inclinata), è già un risultato eccezionale e di rara bellezza. E questo è quello che si può fare con i sistemi di ripresa e inseguimento stabilizzato civili. Chissà cosa si vede con quelli militari.
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In questa storia c’è davvero un po’ di tutto: dalla musica rock
all’informatica ai viaggi nel tempo, e anche un pizzico di pseudoscienza.
Sulla pagina Web ufficiale di Stonehenge
è comparsa di recente la richiesta al pubblico di cercare foto di famiglia
scattate presso il celebre monumento megalitico, allo scopo di trovare la più
antica e di creare una cronologia del monumento e delle vite dei suoi
visitatori.
Il Daily Grail racconta che a questo appello ha risposto nientemeno che Brian May, noto ai più come
chitarrista leggendario dei Queen, che è anche astrofisico ma soprattutto è
collezionista, sin da bambino, di fotografie stereoscopiche (quelle che oggi
chiamiamo 3D), tanto da essere diventato il proprietario di una delle più
vaste collezioni al mondo di questo genere di foto (ne ha oltre centomila).
Frugando nella sua collezione, appunto, May ha trovato questa foto:
Risale al 1860 circa, ed è appunto tridimensionale. Pochi, oggi, sanno che le
foto 3D furono inventate agli albori della fotografia chimica e divennero
popolarissime: si guardavano con appositi visori simili a quelli che i più
attempati ricorderanno come View-Master.
La foto in questione fu scattata dal fotografo Henry Brooks, di Salisbury.
Ritrae sua moglie, Caroline, che sorride, accanto alla figlia Caroline Jane,
che guarda il fotografo, e il figlio Frank, di spalle, troppo preso a guardare
il monumento per mettersi in posa per la foto.
Fra l’altro, la foto documenta un altro fenomeno poco conosciuto: oggi le
pietre gigantesche di Stonehenge non sono affatto nelle loro posizioni
originali. La foto d’epoca ritrovata da Brian May mostra infatti la posizione
in cui si trovava, intorno al 1860, la Pietra 56, nota come la Leaning Stone perché era appunto inclinata. Fu raddrizzata nel 1901,
come spiega il sito dell’English Heritage, e non è l’unica pietra grossolanamente riposizionata,
come documenta questa foto 3D piuttosto recente scattata proprio da Brian May dallo stesso punto di vista della foto ottocentesca.
Per cui qualunque considerazione su presunti allineamenti cosmici
incredibilmente precisi di Stonehenge realizzati dai suoi costruttori originali
andrebbe presa con abbondanti manciate di cautela.
No, non è un errore di battitura. Visto che i media continuano a pubblicare
foto presentandole come prove di avvistamenti ufologici che si rivelano in
realtà trucchi o inganni ottici di scarsa qualità, ho pensato che possa essere
utile creare una nuova scienza: la nufologia, ossia l’arte di accorgersi
quando quello che viene presentato come un UFO in realtà non lo è. Così si
perde meno tempo con i falsi avvistamenti e si va a colpo più sicuro se ne
arriva uno vero.
Infatti l’ufologia è purtroppo un campo controverso, in cui operano non solo
persone in buona fede, ma anche tanti burloni, ciarlatani, falsari e persone
comuni in cerca di notorietà spiccia. Per districarsi occorre conoscere i
trucchi e le insidie del mestiere.
Per esempio, il Telegraph britannico
ha pubblicato
la fotografia che vedete qui sotto, scrivendo che è stata scattata col
telefonino dal quarantenne Derek Burdon a Londra, a suo dire dal tetto del
grattacielo Orion House a
Covent Garden.
Secondo il signor Burdon, gli UFO erano invisibili a occhio nudo. Stava
facendo alcune foto del panorama di Londra e non s’è accorto di nulla; è stato
soltanto sfogliandole che ha notato gli UFO.
Il Corriere
l’ha riportata acriticamente nell’edizione online di oggi (immagine qui
sotto), con tanto di errore freudiano sul nome del luogo: Convent Garden al posto di Covent Garden. Si sarà chiesto
l’articolista che ci faceva un operaio nel giardino di un convento?
Dalla Cina arriva invece la fotografia mostrata qui sotto, che secondo l’articolo
(traduzione automatica in inglese qui) è stata scattata il 24 febbraio da un giornalista in volo verso Nanjing per
lavoro. Il giornalista riferisce di aver visto un corpo luminoso sfrecciare in
direzione nord-ovest. Le due foto, dice l’articolo, sono state scattate a un
minuto di differenza l’una dall’altra.
Se volete giocare con il Disinformatico, provate a dare una
spiegazione a queste fotografie. Alla fine della trasmissione di stamattina
darò le due soluzioni. Per ora dico soltanto che non si tratta assolutamente
di fotomontaggi o di ritocchi digitali.
La soluzione
Nella prima foto, checché ne dica l’autore (che come parte in causa non può
essere considerato automaticamente affidabile), il modo più semplice per
ottenere l’effetto è fotografare attraverso una finestra il riflesso delle
luci a soffitto del locale in cui ci si trova. E’ un trucco che può anche
avvenire involontariamente, perché il nostro cervello esclude automaticamente
i riflessi sui vetri: questo spiegherebbe il dettaglio degli UFO invisibili a
occhio nudo ma registrati dal telefonino.
So che questo genere di autoinganno o illusione ottica avviene facilmente per
esperienza personale, perché ho vissuto un caso analogo al Maniero Digitale
qualche tempo fa: una foto fatta attraverso una finestra ha “rivelato” sulla
sinistra il riflesso delle luci misteriose che io dal vivo non avevo notato
assolutamente.
Notate, inoltre, quanto è facile fare una foto attraverso una finestra senza
inquadrarne i montanti, togliendo a chi guarda l’informazione visiva che gli
serve per rendersi conto della presenza del vetro. Ed ecco qui sotto la fonte
dei miei “UFO”, o meglio (a questo punto) “NUFO”: le lampade del mio ufficio.
Sembra quindi molto plausibile l’ipotesi che si tratti di un autoinganno
involontario da parte del signor Burdon. Però l’autore della foto londinese ha
detto di essere stato sul tetto dell’edificio quando ha fatto la foto, e di
norma sui tetti non ci sono finestre o vetrate.
Tuttavia andando a cercare immagini della Orion House si scopre che l’edificio
ha delle grandi vetrate all’ultimo piano (indicate dalla freccia nella foto
qui accanto, tratta da Robertcrais.com).
Forse il fotografo improvvisato non sta mentendo sulle condizioni di ripresa
della foto: può aver detto di essere andato all’ultimo piano e qualcuno ha
frainteso che intendesse dire che era andato sul tetto. In tal caso, quella
che sembra essere una ringhiera nella foto ufologica sarebbe semplicemente il
bordo del telaio di una delle lastre di vetro che compongono le vetrate.
La foto cinese, invece, è semplicemente una contrail (o scia di condensazione)
prodotta da un altro aereo e vista quasi lungo il suo asse.
E’ un’angolazione atipica che, se combinata con la luce del sole basso
sull’orizzonte, crea un aspetto poco familiare ai non addetti ai lavori ma ben
conosciuto dai piloti e dai fotografi appassionati d’aviazione, come vedete in questa foto
tratta da Airliners.net:
Questi sono soltanto due dei tanti modi in cui si può creare, intenzionalmente
o per errore, un’immagine che sembra mostrare un oggetto volante non
identificato. Grazie a tutti per aver giocato con il Disinformatico, e complimenti a chi
ha indovinato!
Quarant’anni fa, nel 1980, usciva al cinema L’Impero Colpisce Ancora. Per celebrare la ricorrenza, sono stati pubblicati sei minuti e spiccioli di riprese inedite, ciak sbagliati e altre chicche dietro le quinte. Adesso è Natale.
Non so se vi ho mai raccontato di quanto ero ossessivamente travolto da Guerre Stellari e in particolare da questo secondo film della saga quando ero ragazzo. Non c’erano videocassette o altro e certi film in televisione proprio non passavano, per cui o andavi al cinema o ti attaccavi al tram. Quando uscì L’Impero Colpisce Ancora, fui così stregato da tutto il film che lo vidi quattro volte in due giorni (all’epoca lasciavano stare in sala fra una proiezione e la successiva).
Portai di nascosto al cinema la fotocamera (naturalmente a pellicola) per fotografare le immagini più belle, perché non c’era altro. Comprai il doppio album su vinile della colonna sonora, e cercai di memorizzare le scene e le battute il più possibile.
Una sera d’estate del 1981 o ‘82, a Pavia, il Comune organizzava il cinema all’aperto, alla Cupola Arnaboldi, e scoprii che avrebbero proiettato proprio L’Impero Colpisce Ancora. Sospetto che queste proiezioni fossero in realtà organizzate dai rivenditori di spray antizanzare, perché le proiezioni all’aperto a Pavia in prima serata erano un’orgia sanguinaria di nugoli di zanzare inferocite. Nel caldissimo pomeriggio di quel giorno il proiezionista, tutto solo, stava installando il massiccio proiettore per pellicola per la proiezione serale e aveva ancora da disporre tutte le seggioline di legno per il pubblico. Era chiaramente un po’ stufo.
Io notai che il proiettore aveva un’uscita audio DIN (ovviamente analogica, a quei tempi), elaborai un piano e mi armai di quel coraggio che soltanto la passione poteva risvegliare in un nerd: andai dal proiezionista e gli proposi un baratto. Gli avrei portato e piazzato io tutte le seggioline di tutta la sala se quella sera mi avesse lasciato registrare l’audio del film.
Il proiezionista accettò, dicendo pigramente “Sì, ma non tutto quanto, solo dei pezzi” e confidando nel fatto che non c’era modo di registrare su cassetta due ore e dieci filate di sonoro, e io mi piegai al compromesso.
Andai di corsa a casa, presi il mio radioregistratore a batterie, una cassetta C120 e… feci hacking: modificai la velocità di scorrimento del nastro in modo da farci stare 127 minuti di audio su una singola cassetta. Non potevo usarne due per non perdere pezzi e per non far capire al proiezionista che stavo registrando tutto, e decisamente non avevo un registratore a bobine, men che meno uno trasportabile.
Tornai dal proiezionista e con l’aiuto degli amici appassionati di Star Wars ai quali avevo sparso la voce disponemmo le seggioline.
Quella sera il proiezionista, commosso da così tanta devozione, mi lasciò attaccare il cavetto DIN del radioregistratore al proiettore, facendo finta di non vedere. Mi disse di nascondere il radioregistratore: per fortuna il cavo di collegamento al proiettore era lungo e sottile. Il film partì e io registrai tutta la traccia audio, dall’inizio alla fine, nel magnifico doppiaggio italiano. Finsi di spegnere qualche volta quando il proiezionista mi guardava storto. Ora posso raccontarlo, il reato è prescritto e il proiezionista è probabilmente buonanima.
Anni più tardi ho riversato in digitale quella registrazione, rigorosamente mono, che avevo quasi consumato a furia di riascoltarla a occhi chiusi. Poi, naturalmente, ho comprato la videocassetta, e poi il DVD, e poi il Blu-Ray e il file digitale. Ma quella pastosa, compressa, distorta registrazione monofonica ha ancora un valore speciale per me.
Non solo per il film, e per la nostalgia di un’impresa di “pirateria” oggi impensabile. Ma perché fra gli appassionati che mi aiutarono a disporre quelle sedie c’era Elena: colei che poi, anni dopo, sarebbe diventata la Dama del Maniero.
Mai avrei immaginato che sarebbe diventata la mia Principessa Leia (va bene, va bene, Leila per i nostalgici). E mai avrei immaginato che un giorno avrei incontrato i protagonisti di quel film e avrei tradotto per loro, sempre con la Dama al mio fianco.
Mai avrei immaginato che un giorno quel doppio album di Guerre Stellari avrebbe ricevuto le loro firme con dedica. Anthony Daniels (C3PO), David Prowse (Darth Vader), Kenny Baker (R2D2). Ce l’ho qui ora, eccovelo: è enorme come solo un doppio LP poteva esserlo.
Bonus: il mio doppio LP de L’Impero Colpisce Ancora. Con le foto giganti e le note di copertina che oggi non si fanno più. Un po‘ consunto dal tempo, ma sempre memorabile. Grazie di aver letto fin qui, e che la Forza sia con voi.
Sta circolando moltissimo nei social network questa foto, descritta come “La Luna fotografata nel corso di 28 giorni nello stesso luogo alla stessa ora”. NO. È un fotomontaggio, opera di Giorgia Hofer. La Luna non segue questa traiettoria. E no, gli analemmi sono un’altra cosa e hanno un’altra forma. Se volete saperne di più, c’è un debunking approfondito qui in inglese.
2020/12/09 16:10. Sulla questione è intervenuto anche il debunker PicPedant: “semmai è la Luna fotografata nel corso di un anno con le fasi incollate secondo una curva arbitrariamente artisticheggiante senza alcun nesso con la sua effettiva posizione astronomica nel corso del tempo.” Fine.
Credit: Giorgia Hofer (fotomontaggio).
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Abbiamo tutti da qualche parte delle vecchie fotografie stampate, sgualcite, graffiate e strappate, danneggiate così gravemente da rendere impossibile il restauro con Photoshop o prodotti analoghi. Gli strappi, in particolare, sono uno dei limiti maggiori del recupero tradizionale. Ma l’intelligenza artificiale sta cominciando a dare una mano anche in questo senso.
Microsoft ha pubblicato un articolo tecnico, Bringing Old Photos Back To Life, che presenta le nuove funzioni di restauro e riparazione dei graffi e degli strappi. Non funziona sempre, ma quando funziona è davvero notevole: ricostruisce l’immagine persino quando lo strappo interessa una parte molto significativa dell’immagine, come per esempio un volto.
C’è un “trucco”: il software attinge a un enorme repertorio di immagini e “deduce” cosa è probabile che ci sia nella parte mancante. Questo vuol dire che se per esempio lo strappo copre l’occhio di una persona, il software lo ricostruisce mettendoci un occhio che più o meno gli somiglia. Ma non è detto che corrisponda all’originale. In altre parole, si crea una sorta di falso, con l’aggravante che la falsificazione non è facile da notare per l’osservatore inesperto; ma allo stesso tempo si ottiene un recupero altrimenti impossibile, magari di una fotografia che ha un grande valore sentimentale.
Fra l’altro, il software può essere provato senza installarlo, andando presso Colab.research.google.com e seguendo le istruzioni fornite nel tutorial qui sotto.
Andy Saunders, un esperto di elaborazione digitale di immagini, è riuscito a elaborare le fotografie e le pellicole cinematografiche in formato 16 mm usate a bordo del veicolo spaziale Apollo 13 esattamente cinquant’anni fa, estraendone nuove immagini composite di una nitidezza straordinaria.
A sinistra, il comandante Jim Lovell; al centro, Jack Swigert. Credit: Andy Saunders.
Una delle tecniche usate da Saunders è il cosiddetto stacking, usatissimo in astronomia: si prende una serie di immagini dello stesso soggetto e le si elabora in modo da filtrare la grana e le imperfezioni dei singoli fotogrammi. Il principio di base dello stacking è che se lo stesso punto di due o più immagini contiene le stesse informazioni, allora quelle informazioni sono da conservare, mentre le informazioni presenti in una sola immagine vengono scartate perché sono considerare “rumore” (polvere, graffi, grana della pellicola o disturbi elettronici del sensore nel caso delle fotocamere digitali).
Dato che si tratta di riprese fatte con una cinepresa che si spostava cambiando inquadratura, è stato necessario comporre vari fotogrammi per ottenere una ripresa panoramica completa.
Saunders ha inoltre corretto digitalmente la distorsione prodotta dall’obiettivo ultragrandangolare usato dalla cinepresa di bordo.
Il risultato è meraviglioso e offre una nuova visione dei giorni drammatici trascorsi dagli astronauti Jim Lovell, Jack Swigert e Fred Haise nello stretto abitacolo del loro veicolo spaziale fortemente danneggiato.
Il comandante Lovell sceglie della musica su un mangiacassette; sulla destra si scorge Swigert che cerca di riposare. Credit: Andy Saunders.
Lovell (a sinistra), Swigert (al centro) e Haise (a destra) nel Modulo Lunare durante i preparativi per il rientro nell’atmosfera terrestre. Credit: Andy Saunders.
Esempio di restauro: Fred Haise cerca di dormire nel Modulo Lunare. A sinistra la ripresa originale; a destra la versione restaurata. Credit: Andy Saunders.
Panoramica composta da 1000 campioni tratti da fotogrammi 16mm. La mano all’estrema sinistra è di Lovell; a sinistra si scorge Swigert; al centro c’è Haise. Credit: Andy Saunders.
Il Modulo di Comando, completamente spento per conservare la poca energia delle batterie. Credit: Andy Saunders.
Swigert (a sinistra) e Lovell (a destra) nel Modulo Lunare. Credit: Andy Saunders.
Lovell (a sinistra) e Swigert (a destra) lavorano ai tubi per il convogliamento dell’acqua. Il contenitore cubico grigio è il filtro per la CO2 improvvisato grazie alle istruzioni ricevute dal Controllo Missione. Questa immagine è una composizione di due foto Hasselblad. Credit: Andy Saunders.
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Questo è uno screenshot a bassa risoluzione.
La scansione effettiva è molto più nitida.
Ultimo aggiornamento: 2019/09/07 18:10.
Mi sono finalmente deciso a digitalizzare per bene tutto l’archivio fotografico di famiglia prima che il naturale deterioramento delle pellicole (negativi e diapositive) sbiadisca per sempre i ricordi, e così ho comprato uno scanner Plustek 8200 SE (320 CHF qui in Svizzera), dotato di sensore a infrarossi per il rilevamento della polvere e dello sporco e fornito con SilverFast 8.8 (MacOS/Windows), software in grado di usare questo sensore per riconoscere questi difetti e correggerli insieme ai graffi e incluso nel prezzo dello scanner.
L’ho collegato a un Mac che lavora intanto che io faccio altro: ci mette una decina di minuti a foto (sto facendo passate multiple alla massima risoluzione, più post-elaborazione in automatico), ma il risultato è notevole: non va sempre così bene automaticamente come vedete qui sotto e a volte serve una correzione manuale, ma quando va bene al primo colpo è una gioia.
Questa, per esempio, è una ripulitura della polvere ormai incrostata e non rimovibile senza un lavoro paziente che è impossibile fare per migliaia di diapositive come queste.
Ripesco questa che testimonia, per gli increduli, che una volta ero bello e biondo:
Lo scanner invece fa fatica con le diapositive sottoesposte o scure: non è possibile regolare l’esposizione per schiarirle. In questi casi serve una soluzione alternativa: per esempio una fotocamera digitale macro che fotografi la pellicola.
Se non avete ancora pensato di digitalizzare i ricordi, fatelo. Il tempo passa inesorabile per tutti i supporti analogici.
2019/09/06
Per chi mi ha chiesto le impostazioni che uso per la scansione delle diapositive (l’unica che ho fatto finora con questo scanner), eccole:
Non uso Workflow Pilot (l’automatismo totale).
Mi assicuro che tutti i tool siano disabilitati, così abilito solo quelli che mi servono.
Scelgo Transparency, Positive, 48–24 bit.
Faccio la pre-scansione con Prescan.
Scelgo le dimensioni e il formato: TIFF, A5, Typesetter 600 ppi. Questo porta la risoluzione a 7200 ppi e produce immagini da circa 5000×3400 pixel a 600×600 di risoluzione). Sono file da circa 100 megabyte; per me non è un problema, ho dischi rigidi in abbondanza.
Clicco su Frame – Find frames – Slide 35 mm, per fargli identificare automaticamente i bordi della diapositiva.
Stringo leggermente il frame per non includere gli angoli stondati, che falsano la riparazione dei graffi e produrrebbero artefatti (vengono “corretti” mettendoci dei pixel, come dire, ispirati da quelli adiacenti, ma il risultato è pessimo).
Attivo AutoCCR (correzione automatica delle dominanti cromatiche; di solito funziona bene e non serve farla a mano).
Provo Picture settings – Midtone per vedere se cambiando il valore ottengo qualche miglioramento.
Se le dominanti cromatiche non sono sparite del tutto, attivo Global CC e provo a cambiarne il valore.
Per le dia a colori non Kodachrome, attivo iSRD (la rimozione di graffi, polvere e peluzzi tramite scansione a infrarossi; non funziona sulle Kodachrome e sulle pellicole in bianco e nero a causa del supporto non permeabile agli infrarossi), impostandolo su Correct con Detection medio-alta (10 di solito è sufficiente, ma salgo a 17-20 nei casi gravi, facendo attenzione agli artefatti). In alternativa, uso SRD (rimozione senza scansione a infrarossi), con Detection a 20 e Tile Size 4.
Non uso AACO (correzione contrasto): mi dà risultati scadenti.
Attivo GANE (riduzione grana e rumore) in modalità Light.
Attivo Multiple Exposure (passate multiple con “diaframma” differente per scansionare bene sia le zone più chiare, sia quelle più scure).
Pulisco bene la pellicola con un soffietto. Solo nei casi disperati uso un pennellino o, in quelli ancora più disperati, un panno da occhiali leggermente inumidito.
Faccio la scansione e controllo il risultato; se accettabile, passo alla scansione successiva tornando al punto 6.
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La foto, scattata da Ted Hesser in Cile, non è un trucco digitale: è stata realizzata calcolando in anticipo la posizione precisa e perfetta dalla quale riprendere l’eclissi in modo che il Sole facesse da sfondo agli attori di un film di fantascienza, Nomad. I dettagli, insieme a un video che mostra la realizzazione delle riprese, sono su Gizmodo.
Questo film di Stanley Kubrick è da sempre una delle mie passioni e non finisce mai di rivelare nuove sorprese, anche a distanza di quasi quarant’anni dalla sua uscita (1968). Le immagini incredibili e psichedeliche del viaggio interstellare di David Bowman alla fine del film sono entrate nella storia del cinema (insieme alla sequenza del Danubio blu e alle facce perplesse degli spettatori che non capivano il finale).
Quello che non molti sanno è che il “corridoio di luce” di quella sequenza finale fu ottenuto con una tecnica meccanica particolarissima, denominata slit-scan, che usa una serie di fotografie riprese attraverso una fessura che scorre davanti all’obiettivo della cinepresa.
Questa tecnica produce una deformazione molto vistosa dell’immagine, che la rende irriconoscibile ma permette di creare un “effetto tunnel” molto elegante. La stessa tecnica fu usata anche per la memorabile sigla televisiva di Doctor Who negli anni Settanta. Niente computer: tutto fatto a manina, con tempi e costi proibitivi.
La chicca è che qualcuno s’è preso la briga di fare reverse engineering delle immagini slit-scan utilizzate da Douglas Trumbull, il supervisore degli effetti speciali, in 2001: Odissea nello spazio, prendendo i fotogrammi del film e ricostruendo l’aspetto originale delle immagini che formano il “tunnel”. I risultati sono davvero notevoli e intriganti, considerato il materiale di partenza. Buona visione (o visioni?).
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