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Tesi: gli “avvistamenti UFO” militari recenti sono una foglia di fico per coprire un’umiliazione molto terrestre

Tesi: gli “avvistamenti UFO” militari recenti sono una foglia di fico per coprire un’umiliazione molto terrestre

Ultimo aggiornamento: 2021/06/22 8:20.

La recente serie di video di provenienza militare che mostrano avvistamenti di
oggetti volanti non identificati in prossimità di navi da guerra ha scatenato le
fantasie di molti, che si aspettano straordinari annunci imminenti di contatti
con civiltà extraterrestri o un salto di qualità nelle informazioni sul fenomeno
UFO.

È un copione già visto in tante occasioni: chi segue la storia
dell’ufologia sa che queste presunte grandi rivelazioni vengono sempre descritte
dagli entusiasti come se fossero dietro l’angolo, ma non arrivano mai.

In questa foga ufologica gioca un ruolo molto importante il
cherry-picking: la selezione volontaria o involontaria degli elementi
che favoriscono la propria tesi, tralasciando tutti quelli che la
smentiscono. 

Per esempio, si parla tanto delle dichiarazioni fatte da piloti militari a
proposito di questi avvistamenti misteriosi, ma quanti di voi sanno che fra
queste dichiarazioni ce n’è anche una che parla esplicitamente di un UFO
“grande circa quanto una valigetta”? E un’altra in cui il pilota dice
di aver intercettato
“un piccolo velivolo con un’apertura alare di circa 1,5 metri”? E
un’altra ancora in cui si parla di un incontro con un velivolo
“avente all’incirca le dimensioni e la forma di un drone o di un
missile”
? Trovate i dettagli in
questo mio articolo.

Quante volte avete sentito citare questo dettaglio delle dimensioni dai vari
resoconti giornalistici di questi avvistamenti?

Non solo: quante volte avete sentito precisare che gli avvistamenti in
questione sono
avvenuti all’interno di spazi militari di addestramento navale o al volo e che la Marina degli Stati Uniti se ne preoccupa perché
vuole semplicemente evitare che i suoi piloti abbiano incidenti

Appunto. Eppure l’ho segnalato quasi due anni fa. Questi dettagli sono stati
disinvoltamente “dimenticati”.

In questa situazione di fatto, ben diversa da quella fantasiosamente dipinta
da tanti giornalisti, c’è anche un altro elemento molto importante da
considerare: la disinformazione militare intenzionale.

Chi segue da tempo l‘ufologia sa anche che i militari hanno spesso
approfittato del clamore dei presunti avvistamenti alieni per distrarre
l’opinione pubblica dalle loro attività clandestine. Faccio qualche
esempio.

  • Nel 1947, a Roswell, nel New Mexico, si diffuse la notizia di un disco
    volante precipitato: i militari lasciarono che la notizia galoppasse (con
    grande successo, visto che circola ancora) per coprire il fatto che era
    caduto in realtà un aerostato militare che portava un apparato di
    monitoraggio delle esplosioni nucleari sovietiche che all’epoca era
    top secret.
  • L’anno successivo, il celebre incidente aereo nel quale perse la vita il
    pilota USAF Thomas Mantell, mentre inseguiva quello che descrisse come
    “un oggetto metallico enorme”, fu raccontato (e tuttora viene
    raccontato da molti ufologi) come un’interazione con un veicolo
    extraterrestre, ma in realtà si trattò di una collisione con un aerostato
    militare della serie
    Skyhook, la cui
    esistenza non poteva essere resa nota in quel periodo.
  • In tempi leggermente più vicini a noi, negli anni Cinquanta e Sessanta,
    molte segnalazioni di avvistamenti di UFO da parte di piloti di linea erano
    in realtà avvistamenti di velivoli militari segreti, come gli U-2 e gli A-12
    (The CIA and the U-2 Program, 1954-1974, di Pedlow e Welzenbach, 1998). Il libro
    Area 51 Black Jets di Bill Yenne, pubblicato nel 2014, ne parla estesamente; ho riassunto
    qui
    la vicenda. Dato che si trattava di velivoli che ufficialmente non
    esistevano, ai piloti non poteva essere spiegato che cosa avevano visto
    realmente e ai militari faceva comodo che si diffondesse la teoria che si
    trattasse di veicoli alieni.

Si chiama MILDEC (military deception): depistare, depistare,
depistare per distogliere l’attenzione dalle vere attività. Se volete un
ripasso di quanto sia storicamente diffusa, consolidata ed efficace questa tecnica, potete
partire da
questa voce di Wikipedia.

Mettetevi comodi, perché questo è un articolo lungo.

 

Gli UFO “militari” come depistaggio

Il sito specialistico statunitense The War Zone ha pubblicato un
dettagliatissimo articolo di analisi
che propone la tesi del depistaggio anche per questi avvistamenti recenti:
lasciare che l’opinione pubblica (e anche quella politica) si scateni sulle
fantasie ufologiche, in modo da distrarre dal concetto imbarazzantissimo che

“un avversario molto terrestre sta giocando con noi, nel nostro giardino di
casa, usando tecnologie relativamente semplici — droni e palloni — e
portandosi a casa quello che potrebbe essere il più grande bottino di
intelligence di una generazione.”

L’articolo, firmato da Tyler Rogoway ma frutto di una ricerca di gruppo, premette innanzi tutto un concetto fondamentale: i vari video di
avvistamenti “autenticati” da fonti militari di cui si parla in questi mesi presumibilmente non hanno una spiegazione unica ma sono dovuti a
fenomeni differenti. Cercare di giustificarli con una spiegazione unica,
ufologica o meno, è un errore di metodo fondamentale. Inoltre non c’è nessuna
pretesa di spiegarli tutti. In originale:

…people expect one blanket and grand explanation for the entire UFO mystery
to one day emerge. This is flawed thinking at its core. This issue is clearly
one with multiple explanations due to the wide range of events that have
occurred under a huge number of circumstances.

Poi precisa che il depistaggio sarebbe favorevole sia agli avversari, sia (a
breve termine) ai militari statunitensi:

“Credo inoltre che i problemi culturali prevalenti dell’America e lo stigma
generale che circonda gli UFO sia stato preso di mira e sfruttato con successo
dai nostri avversari, consentendo di proseguire queste attività molto più a
lungo del dovuto. In effetti ritengo che le persone al potere che ridacchiano a
proposito di resoconti credibili di strani oggetti in cielo e ostacolano la
ricerca su di essi, compreso l’accesso ai dati riservati, siano diventate esse
stesse una minaccia alla sicurezza nazionale. La loro carenza di fantasia,
curiosità e creatività sembra aver creato un vuoto quasi perfetto che i nostri
nemici possono sfruttare e probabilmente hanno sfruttato in misura
sconcertante.”

Rogoway prosegue notando che un paio d’anni fa c’è stata una
“improvvisa disponibilità del Pentagono a parlare di UFO e delle loro
potenziali implicazioni”
, sono aumentati gli avvistamenti in particolare fra i piloti di caccia
della Marina e c’è una forte correlazione fra questi avvistamenti e le
grandi esercitazioni navali nelle quali si sviluppano e si integrano i nuovi
sistemi d’arma, di comando e di acquisizione di informazioni.
“In altre parole, sembrava che questi velivoli misteriosi avessero un
interesse molto spiccato per le capacità operative contraeree più grandi e
recenti degli Stati Uniti”
.

Un interesse piuttosto strano se si ipotizzano visitatori extraterrestri, che
per il semplice fatto di essere capaci di attraversare lo spazio
interplanetario o interstellare dovrebbero possedere tecnologie in confronto
alle quali i sistemi d’arma di una Marina militare sarebbero interessanti quanto delle tavolette di cera
per chi usa un laptop. Ma questo interesse diventa invece molto ragionevole se si
ipotizza un altro scenario:

“Abbiamo poi ottenuto
chiarimenti dai piloti testimoni a
proposito delle asserzioni principali riguardanti quello che loro e i loro
compagni di squadriglia avevano
vissuto, prima di esplorare quella che per molti era un’ipotesi scomoda:
quella che almeno alcuni degli oggetti che questi equipaggi e queste navi
incontravano non fossero affatto un fenomeno esotico inspiegato, ma fossero droni
e piattaforme più leggere dell’aria (palloni) avversari concepiti per
stimolare [nel senso di far reagire — Paolo] i sistemi di difesa aerea più avanzati degli Stati Uniti e
raccogliere dati di intelligence elettronica di qualità estremamente
alta su di essi. Dati critici che, fra l’altro, sono difficilissimi da
ottenere affidabilmente in altro modo.”

Tramite questa raccolta di dati diventa possibile

“sviluppare contromisure e tattiche di guerra elettronica per interferire con
questi sistemi o batterli. È inoltre possibile stimare e persino clonare
accuratamente le capacità e si possono registrare e sfruttare le tattiche. Già
da sole, le ‘firme’ di queste forme d’onda possono essere usate per
identificare, classificare e geolocalizzarle […]
Diventare a tutti gli effetti il bersaglio [di questi sistemi] porta la
qualità dell’intelligence raccolta a un livello completamente
differente.”

Non è pura teoria: l’articolo di The War Zone cita un caso in cui
furono proprio gli Stati Uniti a usare questa tecnica per acquisire
informazioni sulle capacità nemiche.

“…abbiamo pubblicato un
intero precedente storico
per operazioni molto simili, che risale allo sviluppo dell’aereo-spia
A12 Oxcart
e all‘avvento della guerra elettronica moderna. In sintesi, durante i primi
anni Sessanta, la CIA lanciò dei riflettori radar montati su palloni al
largo della costa di Cuba tramite un sommergibile della Marina USA e usò un
sistema di guerra elettronica denominato PALLADIUM che avrebbe ingannato i
più recenti sistemi radar sovietici, facendo loro mostrare agli operatori
che degli aerei nemici stavano dirigendosi rapidamente verso le coste cubane
o stavano facendo ogni sorta di manovre pazzesche [evidenziazione mia
— Paolo]. Questo indusse la difesa aerea cubana e i suoi radar ad attivarsi
e provocò comunicazioni rapide fra gli elementi della difesa aerea
sull’isola.

I riflettori radar portati da palloni di dimensioni differenti apparvero
anche sui radar sovietici, e monitorando i bersagli sui quali gli operatori
di questi radar si concentravano e che quindi erano in grado di rilevare fu
possibile determinare quanto fossero realmente sensibili i sistemi radar
sovietici. Questo fornì informazioni critiche sulla capacità di
sopravvivenza dell’A-12, che volava a oltre Mach 3 ed era leggermente
stealth, ma soprattutto stabilì un precedente di come la guerra
elettronica e i bersagli aerei potessero essere usati per sondare le difese
aeree nemiche in modo da poter ottenere intelligence critica sulle
loro capacità — tutto senza mettere a rischio un pilota in volo.”

Fra l’altro, questo test produsse un altro effetto tipicamente ufologico,
raccontato
qui:

Gli intercettori cubani furono lanciati per andare a caccia dell’“intruso”, e
quando uno dei loro piloti disse al suo controllore di intercettazione
comandata da terra (GCI) che aveva acquisito sul proprio radar il “bersaglio”,
il tecnico sul cacciatorpediniere [che gestiva i riflettori radar] commutò un
interruttore e il “caccia americano” scomparve [evidenziazione mia — Paolo]”.

Un pallone, spiega l’articolo, può sembrare un mezzo primitivo, ma funziona,
costa poco, non comporta rischi di vite umane e permette periodi di sorvolo o
di loitering (permanenza in zona) elevatissimi, tanto che l’uso
statunitense dei questi palloni proseguì per decenni, anche dopo l’avvento dei
satelliti spia, tanto che i sovietici svilupparono un aereo apposito (l’M-17) per tentare di intercettarli.

È quindi ragionevole pensare che le altre potenze militari del mondo abbiano
preso nota delle tecniche usate dagli Stati Uniti e le abbiano adottate; la
miniaturizzazione dell’elettronica consentirebbe oggi di montare sistemi di
acquisizione di segnali o di guerra elettronica in un drone o un pallone. È
sicuramente un’ipotesi più concreta e plausibile di uno stuolo di visitatori
extraterrestri, ma giornalisticamente è assai meno seducente.

 

L’UFO cubico-sferico, i radar e i droni

A ulteriore sostegno di questa tesi, Rogoway presenta un esempio molto preciso: la
descrizione dell’UFO fornita dal pilota della Marina USA Ryan Graves (video), che dice di aver incontrato più volte nell’Oceano Atlantico un oggetto che
sembrava stazionario, fluttuante nell’aria, capace di rimanere in volo per
ore. Altri
resoconti
di oggetti di questo tipo, rilevati sui radar e anche a vista da piloti di
varie squadriglie, parlano sistematicamente di un cubo all’interno di una
sfera.

Misterioso e inquietante, vero? Ma fluttuare stazionario per ore è esattamente quello che fa
un pallone. E c’è un brevetto, lo
US2463517, intitolato Airborne Corner Reflector e datato 1949, che mostra un
riflettore radar cubico (una forma classica per questi dispositivi) installato all’interno di un pallone, come nella
figura qui sotto, tratta appunto da questo brevetto.

È possibile che questi avvistamenti siano dovuti a dispositivi analoghi usati
da potenze militari rivali degli Stati Uniti. È solo un’ipotesi, ma la
coincidenza è notevole.

Non ci sono solo i palloni radar-riflettenti: anche i droni hanno delle
applicazioni nella sorveglianza e ricognizione militare, e quelli realizzati
appositamente per questi compiti hanno autonomie e durate di volo
notevolissime (ben superiori a quelle dei giocattolini commerciali, grazie a motori alimentati a carburante al posto delle batterie), e
“le loro configurazioni uniche e le loro caratteristiche prestazionali
possono sembrare strane anche a piloti di caccia esperti o a osservatori a
terra che non sono mai stati realmente addestrati a queste minacce,”
nota Rogoway, mostrando alcuni esempi di droni dalle forme davvero bislacche.

Ci sono già oggi tecnologie, come il programma statunitense
NEMESIS, che usano sciami di droni relativamente semplici ed economici, collegati in
rete tra loro insieme a navi, sommergibili e veicoli subacquei senza
equipaggio, che permettono di convincere il nemico che ha davanti flotte
fantasma e squadriglie di aerei che in realtà non esistono. L’illusione è tale
che
“sensori multipli nemici in luoghi differenti vedono la stessa cosa.”

Non c’è motivo di pensare che altre potenze militari, oltre agli Stati Uniti,
non abbiano sviluppato tecnologie del genere.

Questo scenario spiegherebbe anche le tracce radar misteriose descritte in
vari incidenti ufologici:

“…molte delle strane caratteristiche di alte prestazioni rilevate talvolta
da navi e aerei oltre la portata visiva durante questi incidenti possono
essere, e probabilmente sono, il risultato di attività di guerra elettronica.
Infatti cose come le accelerazioni rapide e gli improvvisi cali di quota sul
radar rappresentano dogmi basilari delle tattiche di guerra elettronica. Nel
caso degli eventi sulla costa orientale [degli USA], per esempio, stando a quanto ci è
stato detto le caratteristiche di alte prestazioni di questi oggetti non sono
mai state osservate visivamente ma sono state viste sui radar. Gli incontri a
vista descrivono oggetti simili a palloni che fanno cose da palloni, senza
muoversi rapidamente, mentre altri oggetti hanno prestazioni più simili a
droni che ad altro.”

E c’è di più: a proposito degli oggetti anomali segnalati da piloti di caccia
al largo della costa orientale degli Stati Uniti, proprio nelle aree in cui si
esercitano con i sistemi più sofisticati, i rapporti pubblicamente
disponibili

“…non descrivono affatto veicoli alieni [evidenziazione mia — Paolo]. Invece descrivono droni propulsi da
motori a getto, simili a missili, e altri aeromobili ad ala fissa senza pilota
che si arrampicano fino alle quote di volo, nonché droni multirotore che
volano a punto fisso a quote molto elevate molto al largo.”

E nell’estate del 2019, al largo della costa californiana

“[s]ciami di droni perseguitarono vari cacciatorpediniere statunitensi che
svolgevano esercitazioni di combattimento a meno di 100 miglia da Los Angeles.
Questo avvenne per più notti […] potete immaginare quanto sarebbe stata buona
la intelligence con i sensori e sistemi di comunicazione delle navi
stimolati [] dallo sciame di origine sconosciuta, apparentemente al sicuro in
acque territoriali americane.”

Veicoli volanti quindi molto, molto terrestri. Come mai di questo dettaglio cruciale non si parla al di
fuori delle pubblicazioni specialistiche e invece si predilige la narrazione
ufologica?

Ci sarebbe da chiedersi anche come mai questi video provengono dalla Marina USA, quando il compito
di proteggere i cieli americani spetta all’USAF, che
evita accuratamente di rilasciare dichiarazioni. Non sarà, banalmente, perché l’aeronautica militare
“non è capace di fornire una difesa contro [la minaccia dei droni] e ha
chiaramente fallito nel farlo fin qui”
?

L’articolo di The War Zone prosegue con moltissime altre considerazioni
tecniche e strategiche ben documentate, con un inquietante parallelo con le
vistose vulnerabilità della difesa aerea statunitense sfruttate per gli
attentati dell’11 settembre 2001 e con dei dettagliati debunking dei
principali video ufologici di provenienza militare resi pubblici di recente. Vi invito a leggerlo
tutto, se potete, ma il suo senso è chiaro:

“Sembra che stiamo assistendo alla storia che si ripete, ma stavolta sono gli
altri a creare lo spettacolo magico. Vale anche la pena di notare che una
campagna del genere ha anche enormi aspetti di guerra informativa e
psicologica. In ultima analisi, se viene rivelata ufficialmente o resa
pubblica in altro modo, fa sembrare terribilmente impotente la nazione presa
di mira, che risulta incapace persino di difendere il proprio spazio aereo o
anche solo di definire una minaccia che la riguarda.”

Di conseguenza, c’è il rischio molto credibile che i militari statunitensi
sappiano benissimo di cosa si tratta e che il can-can ufologico sia per
loro un’ottima cortina fumogena per evitare di doverlo ammettere e quindi
dover riconoscere pubblicamente la propria impotenza. La più potente,
sofisticata e costosa flotta militare del pianeta, umiliata da semplici droni
e palloni.

Ma se volete continuare a fantasticare di visitatori alieni che giocano a
nascondino, fate pure.

 

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Antibufala: UFO degli anni Cinquanta? “Eravamo noi”, dice la CIA

Antibufala: UFO degli anni Cinquanta? “Eravamo noi”, dice la CIA

Ultimo aggiornamento: 2021/06/21 9:25.

Un recente
tweet della
CIA (sì, la CIA ha un account Twitter ufficiale),
rilanciato
anche dalle agenzie di stampa, ha suscitato clamore fra gli appassionati di
ufologia:
“Rapporti di attività insolite nei cieli negli anni Cinquanta? Eravamo
noi”
.

Il tweet è stato frainteso come una dichiarazione di responsabilità di
tutti gli avvistamenti ufologici dell’epoca, ma in realtà il documento
linkato nel tweet, un malloppo desecretato di circa 270 pagine intitolato
The CIA and the U-2 Program, 1954-1974 (Pedlow e Welzenbach, 1998)*
spiega a pagina 72 che la CIA si ritiene responsabile soltanto di
alcuni degli avvistamenti di oggetti volanti non identificati da parte
di piloti di aerei di linea negli Stati Uniti.

* 2021/06/21 9:25. Il testo era scaricabile
qui
all’epoca della stesura iniziale di questo articolo. Al momento è invece
reperibile
qui.

Il documento racconta che in quegli anni era in corso la sperimentazione di un
aereo spia rivoluzionario, l’U-2 (niente a che vedere con l’omonimo gruppo
musicale), che volava a quote altissime (oltre 60.000 piedi, circa 18.000 m,
mentre la maggior parte degli aerei di linea stava a 3000-6000 m). I piloti di
linea, specialmente durante i voli del tardo pomeriggio su rotte da est verso
ovest, a volte vedevano il bagliore intenso del riflesso del sole sulle enormi
ali a specchio dell’U-2 nel cielo scuro del tramonto. All’epoca nessuno
pensava che fosse possibile volare a oltre 18 chilometri di quota, per cui i
piloti interpretavano l’avvistamento come un oggetto fiammeggiante che volava
alla loro stessa quota. A volte il bagliore era così luminoso da essere
visibile anche da terra. Fu anche per questo motivo che la CIA in seguito
iniziò a dipingere i propri aerei spia di nero opaco.

Gli avvistamenti dei piloti furono presi sul serio e, dice la CIA, diedero il
via all’indagine dell’aviazione militare sul fenomeno UFO denominato
Blue Book. Gli investigatori verificavano regolarmente se i rapporti
d’avvistamento dei piloti coincidevano con gli orari dei voli degli U-2 e
questo controllo incrociato permetteva di
“eliminare la maggioranza dei rapporti di UFO” (non tutti). Ma dato che
l’U-2 ufficialmente non esisteva, gli investigatori
“non potevano rivelare a chi scriveva le lettere di segnalazione quale
fosse la vera causa degli avvistamenti di UFO”
.

Sempre secondo la CIA, “I voli degli U-2 e i successivi voli OXCART [il
magnifico ricognitore trisonico A-12]
costituirono più della metà di tutti i rapporti di UFO verso la fine degli
anni Cinquanta e per la maggior parte degli anni Sessanta”
.

In altre parole, non ci sarebbe nessun intento da parte della CIA di prendersi
il merito di tutti gli avvistamenti d’epoca. Oltretutto la dichiarazione non è
una novità: la stessa informazione è contenuta, praticamente parola per
parola, a pagina 47 del bellissimo libro
Area 51 Black Jets di Bill Yenne, pubblicato nel 2014, che per una felice coincidenza mi è
arrivato pochi giorni fa (ringrazio di cuore Vincenzo G. per il pensiero).

Al di là del clamore prodotto dal tweet, la dichiarazione della CIA va presa
con cautela. Alcuni
ricercatori
hanno confrontato i numeri degli avvistamenti UFO prima e dopo l’entrata in
servizio degli aerei-spia ad alta quota e non hanno trovato alcun aumento
significativo che coincida con quanto asserito dalla CIA. La spiegazione
tecnica è in sé plausibile, ma sussistono dubbi ragionevoli sull’asserzione
che i voli
top secret furono responsabili addirittura di
“più della metà” degli avvistamenti.

Antibufala preventiva: mistero astronomico risolto, niente catastrofe

Dopodomani 16/6 alle 17.00 ora italiana uscirà una notizia di astronomia che non piacerà ai fufologi e
ai catastrofisti acchiappaclic. Un mistero menagramo eliminato grazie alla
scienza.

Per ora la notizia è sotto embargo: mi limito a preannunciarla qui in modo che
rimanga traccia del fatto che io e tanti altri colleghi ne eravamo già al
corrente.
Ho già pronto l’articolo che racconta tutti i dettagli.

Abbattere definitivamente stupide teorie allarmiste agisce bene sull’essere
sereni. 

2021/06/16 17:10. Embargo finito, il mio articolo è online qui.

Rapporto governativo USA sugli UFO: nessuna traccia delle “grandi rivelazioni” strombazzate da stampa e ufologi

Rapporto governativo USA sugli UFO: nessuna traccia delle “grandi rivelazioni” strombazzate da stampa e ufologi

Ultimo aggiornamento: 2021/06/04 23:20.

Non dite che non ve l’avevo detto: il tanto annunciato rapporto del governo
statunitense sui fenomeni aerei non identificati, attesissimo dagli ufologi che
promettevano che avrebbe contenuto
grandi rivelazioni e avrebbe segnato l’inizio di una nuova era di ammissioni di
visite extraterrestri, è uscito (nel senso che il suo contenuto è stato comunicato agli addetti governativi di livello superiore) ed è un flop. Non contiene nessuna prova
di avvistamenti di veicoli alieni. Nessuna rivelazione. Niente.

Lo ha
annunciato
poco fa il New York Times, scrivendo che gli addetti all’intelligence
non hanno trovato prove che i recenti avvistamenti da parte di piloti della
Marina statunitense siano veicoli spaziali extraterrestri. Non sono ancora in
grado di spiegare cosa siano gli oggetti ripresi. Tutto qui.

Il NYT ha successivamente cambiato il titolo, rispetto a quello iniziale che vedete qui, in “U.S. Finds No Evidence of Alien Technology in Flying Objects, but Can’t Rule It Out, Either”.

Dal rapporto, che verrà fornito al Congresso degli Stati Uniti il 25 giugno, si evince, secondo il NYT, che la stragrande maggioranza degli oltre 120 episodi
documentati nell’arco degli ultimi due decenni non è legata a tecnologie
avanzate militari o governative statunitensi; potrebbe trattarsi di veicoli di
altre potenze militari terrestri. Il rapporto non contiene nient’altro di
significativo.

Molto rumore per nulla, come previsto. Gli ufologi infervorati continueranno
ad attaccarsi al fatto che il rapporto non esclude esplicitamente e
categoricamente l’ipotesi dei veicoli extraterrestri e continueranno a
fantasticare (il rapporto non esclude esplicitamente e categoricamente neanche
l’ipotesi che si tratti delle renne di Babbo Natale, se è per quello). I
giornalisti acchiappaclic continueranno a scrivere fiumi di fuffa
sull’ennesimo video sgranato, senza fare uno straccio di verifica tecnica. E
il circo continuerà a girare ed esibirsi al pubblico con lo slogan di sempre: più gente entra, più bestie si vedono.

Ne ho parlato anche su Wired.it con Emilio Cozzi.

A tutti gli ufologi scornati che ce l’hanno con me: intendiamoci bene.
La vita extraterrestre mi interessa così tanto, e la ritengo così
plausibile, che ho fatto gratuitamente da interprete per l’astrofisica
Jill Tarter (progetto SETI) pochi giorni fa

C’è gente che fa ricerca seria di civiltà extraterrestri. Usa il metodo
scientifico e investe tempo e denaro per tentare di dare risposta a una
delle più belle e profonde domande dell’umanità.

A questa gente dono volentieri il mio tempo.

A chi invece crede che qualunque video sgranato di cosi che si muovono
sia una prova inconfutabile di visite extraterrestri, senza prima
considerare tutte le altre spiegazioni normali, dico solo una cosa: non
siate così creduloni. C’è gente che specula sulla vostra credulità. Giornalisti in cerca di clic facili e ufologi
ciarlatani che vendono libri paccottiglia e spennano soldi a chi va ai
loro convegni a sentir raccontar frottole spacciate per fatti.

Imparate come funziona una fotocamera, come funziona un radar, come
funziona una telecamera a infrarossi, come si fanno gli effetti speciali (digitali e analogici). Studiate astronomia, fisica, ottica. Capirete da soli quanti video
“ufologici” sono in realtà fenomeni normalissimi. E non vi farete
fregare dai ciarlatani.

Essere scettici sui video ufologici non è negare la vita intelligente
nell’universo: è semplicemente non volere essere fregati dai ciarlatani e
dagli autoinganni di chi vuole credere a tutti i costi.

Studiate. Strada facendo, scoprirete fenomeni straordinari ma veri. Provateci.

 

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Nella Tesla schiantatasi con “nessuno” al volante c’era qualcuno al volante

Nella Tesla schiantatasi con “nessuno” al volante c’era qualcuno al volante

Ricordate la
notizia
clamorosa dello schianto di una Tesla nella quale
“nessuno era al volante”, in Texas? Quello che ha causato la morte dei
due occupanti? Quello di cui hanno parlato tutti i giornali e che ha scatenato
infinite polemiche sui sistemi di guida assistita?

Beh, la telecamera di sorveglianza di casa del proprietario documenta che il
proprietario si è messo al posto di guida.

Lo dice, molto chiaramente, il
rapporto preliminare
dell’NTSB (National Transportation Safety Board):
 

The crash trip originated at the owner’s residence near the end of a
cul-de-sac.
Footage from the owner’s home security camera shows the owner entering
the car’s driver’s seat

and the passenger entering the front passenger seat. The car leaves and
travels about 550 feet before departing the road on a curve, driving over
the curb, and hitting a drainage culvert, a raised manhole, and a tree.

Inoltre i test dell’NTSB dimostrano che l’Autopilot (il sistema di guida
assistita con mantenimento di velocità, distanza e corsia) non poteva essere
attivato su quel tratto di strada: si poteva attivare il
cruise control (mantenimento di velocità e distanza), ma non
l’Autosteer (mantenimento di corsia):
 

NTSB tests of an exemplar car at the crash location showed that Traffic
Aware Cruise Control could be engaged but that Autosteer was not available
on that part of the road.

Tutte le teorie sull’uso improprio della guida assistita vanno insomma a farsi
benedire.

Quanti dei giornali e siti che hanno strombazzato la notizia iniziale
pubblicheranno una rettifica?

 

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Tesla “hackerate da remoto”? Non proprio

Tesla “hackerate da remoto”? Non proprio

Questo articolo vi arriva gratuitamente grazie alle donazioni dei lettori ed è stato aggiornato estesamente dopo la pubblicazione iniziale del 2016/09/20. Se vi piace, potete farne una per incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Ultimo aggiornamento: 2016/09/21 21:55.

In breve

Sono a corto di tempo, per cui scrivo giusto due righe per evitare che si diffondano bufale: sì, gli esperti di Keen Security Lab hanno pubblicato un video nel quale sembrano mostrare un attacco informatico nel quale prendono il controllo da remoto di una Tesla Model S, per esempio aprendone le portiere e il bagagliaio, comandandone gli schermi del cruscotto e riuscendo addirittura a far frenare l’auto di colpo mentre è in movimento.

Spettacolare, certo, ma non è un vero e proprio “hackeraggio da remoto”: serve infatti comunque la collaborazione attiva del conducente, che deve connettere l’auto a una specifica rete Wi-Fi (cosa che non succede mentre si è in giro), per cui non si tratta di una tecnica che consente di prendere facilmente il controllo a distanza di un’auto Tesla qualsiasi.

Molte testate giornalistiche che stanno raccontando la scoperta omettono di precisare questo particolare, forse per incompetenza o forse per pompare la notizia: fra quelle che ho visto fin qui fa felice eccezione The Verge.

Tecnicamente è un risultato notevole, comunque, rispetto agli attacchi precedenti che richiedevano lo smontaggio del cruscotto, e sottolinea il problema di fondo di tutte le auto interconnesse: il rischio che la connessione sia sfruttabile per sabotarle. Questa vulnerabilità è già stata risolta con un aggiornamento software (versione 7.1 release 2.36.31) diffuso automaticamente a tutte le Tesla.

Spero di potervi raccontare tutti i dettagli nelle prossime ore.

In dettaglio

L’articolo originale di Keen Security Lab (che fa parte del colosso cinese Tencent) è decisamente reticente: la cosa più interessante che dice è che l’attacco compromette il CAN bus, il sistema che controlla molti dei componenti essenziali dell’auto.

Altri articoli, per esempio su Ars Technica e il già citato The Verge, spiegano qualche dettaglio in più: l’attacco realizzato da Keen sfrutta un bug nel browser della Tesla. Questo bug richiede che l’auto sia connessa a un hotspot Wi-Fi ostile e che contemporaneamente il conducente effettui la ricerca della stazione di ricarica più vicina tramite il pannello di comando centrale dell’auto.

The Verge pubblica una conferma inviata da Tesla, che dice appunto che “Il problema dimostrato viene innescato soltanto quando viene usato il browser web e inoltre richiede che l’auto sia fisicamente vicina a un hotspot Wi-Fi ostile e sia connessa ad esso” e aggiunge che i ricercatori di Keen, avendo agito responsabilmente (contattando Tesla senza pubblicare i dettagli della vulnerabilità), riceveranno una ricompensa secondo i parametri del programma bug bounty (ricompensa per i bug scovati) introdotto da Tesla per incoraggiare questo tipo di ricerca.

Stefano, di Teslaforum.it, mi spiega che nell’uso normale una Tesla si collega a una rete Wi-Fi soltanto in due situazioni: quando è a casa del proprietario (l’auto ha il GPS e quindi “sa” sempre dove si trova e si collega al Wi-Fi del proprietario) e quando si trova presso un centro di assistenza Tesla (nel qual caso si collega al Wi-Fi del centro di assistenza). A parte queste due occasioni, mi dice Stefano, l’auto di norma resta collegata tramite la connessione cellulare 3/4G integrata (e inclusa nel prezzo) e l’unica operazione che si può fare solo via Wi-Fi è l’aggiornamento delle mappe.

In pratica, quindi, l’attacco descritto da Keen è realizzabile soltanto in condizioni decisamente insolite e richiede la collaborazione coordinata di una persona a bordo dell’auto, per cui non si può definire remoto in senso stretto e non è certo automatico o sfruttabile su vasta scala. Si tratta comunque di una vulnerabilità importante, per cui è bene che sia stata scoperta e risolta.

La parte più interessante (e preoccupante) è la compromissione del controllo dei freni: la tecnica effettivamente usata è tutta da confermare, ma un altro utente di Teslaforum.it, Div@h, sottolinea che tutti gli effetti mostrati nel video sono ottenibili comandando appositamente il pannello comandi (la MCU o Media Control Unit, in pratica l’“iPaddone” centrale), e che esiste una funzione di frenata d’emergenza attivabile tramite questa MCU, per cui non è da escludere che l’attacco non abbia realmente preso il controllo del cuore informatico dell’auto (il CAN bus, appunto) ma abbia raggiunto soltanto (si fa per dire) il pannello comandi, che in realtà è indipendente e fortemente isolato dalle funzioni centrali. Se così fosse, l’attacco sarebbe molto meno grave di quel che sembra a prima vista.

Paradossalmente, la risoluzione rapida del difetto mostra che il punto debole delle auto connesse (la connessione dati, appunto) è anche il punto di forza che consente di rimediare alle falle diffondendo immediatamente a tutte le auto un aggiornamento correttivo.

Fonti aggiuntive: The Hacker News, Electrek.

Antibufala: il ritorno degli amanti incastrati, leggenda sin dal 1372

Antibufala: il ritorno degli amanti incastrati, leggenda sin dal 1372

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo
aggiornamento: 2021/03/29 21:30.

Certe storie non muoiono mai e c’è sempre qualcuno che le racconta, perché sono
divertenti. Ma diventano preoccupanti quando chi le racconta è un giornalista,
che in teoria dovrebbe verificare le notizie prima di pubblicarle: se pubblica
una bufala come questa, quanto saranno credibili le altre notizie che firma?

Questa regola vale per la bufala degli amanti incastrati, che è una storia
sempiterna con varie ambientazioni ma un tema di fondo: una coppia si concede un
amplesso in un luogo o in un contesto che suscita scandalo e i due amanti
restano incastrati fra loro, dovendo chiedere con imbarazzo l’intervento dei
soccorritori.

Il contesto classico è quello della festa di matrimonio: la sposa promessa si
apparta con uno degli invitati, che è il suo amante segreto, e consuma con lui
un rapido rapporto sessuale durante il ricevimento, mettendo le corna al marito
il giorno stesso del matrimonio. Ma la trasgressione viene punita dal fato. I
due restano incastrati e devono essere portati via in ambulanza ancora
avvinghiati, coperti solo simbolicamente da un telo, fra la riprovazione e
l’ilarità degli invitati, condita dall’umiliazione bruciante del marito.

Questa leggenda metropolitana è popolarissima: dovunque abitiate, c’è qualcuno
che giura che è successo in quella località al matrimonio di una persona che un
suo amico conosce. Ne parlano, per esempio,
Leggendemetropolitane.net e il CICAP,
stroncandola. Anche MedBunker, ossia Salvo Di Grazia, medico chirurgo,
specialista in ostetricia, ginecologia e fisiopatologia della riproduzione
umana, non ha dubbi: è una
bufala.
Ma ogni tanto la storia riaffiora lo stesso, come è successo per esempio al
TgCom
nel 2009.

La versione che è esplosa in modo virale pochi giorni fa è differente e fa a
meno del contesto d’infedeltà: a Porto San Giorgio, un uomo e una donna
s’immergono in acqua per fare sesso, ma
“dopo l’amplesso, al momento di uscire, lui rimane incastrato dentro di lei.
Colpa dell’effetto ventosa”
, scrive
Il Mattino, beccandosi oltre quattromila “mi piace” (a conferma che il
giornalismo-trash, nell’era dei giornali online finanziati dai click,
funziona).

Gli amanti incastrati hanno atteso
“l’arrivo di una ragazza che passeggiava in spiaggia per farsi passare gli
asciugamani”

e poi
“hanno raggiunto la spiaggia e hanno chiamato un medico che, li ha
accompagnati al pronto soccorso”
. Lì i due sono stati sbloccati:
“alla donna è stata praticata un’iniezione usata comunemente per dilatare
l’utero alle partorienti”
.

Ovviamente non ci sono nomi: si dice soltanto che lui è
“di Fermo, lei di Porto Sant’Elpidio”. Non c’è un’indicazione
dell’ospedale o il nome del medico o un’altra fonte per la notizia. L’articolo
non è neanche firmato. E soprattutto nessuno si chiede cosa c’entri un farmaco
per dilatare l’utero con un presunto incastro durante un rapporto
sessuale.

La notizia ha fatto il giro dei media italofoni (Huffington Post,
LeggoIl Messaggero,
Il Resto del Carlino,
Corriere del Ticino, per citarne solo alcuni). Il Resto del Carlino, fra l’altro,
regala ulteriori dettagli, raccontando anche i preliminari dell’incontro,
datandolo al 10 ottobre scorso e rivelando le professioni dei due
protagonisti: “lui avvocato di Fermo, lei architetto di Porto Sant’Elpidio”. Ma è principalmente con riferimento al Mattino che la storia ha
fatto il giro del mondo:
Gawker,
The Local,
Metro,
Uproxx,
New York Daily News,
International Business Times
(edizione australiana),
Elite Daily
e mille altri.

Le uniche due fonti che riportano la notizia con formula dubitativa sono l’Independent
e il Toronto Sun, che hanno interpellato un medico, secondo il quale l’idea dell’incastro
post-amplesso è decisamente implausibile. Tutti gli altri, da bravi artisti del
copiaincolla e ignoranti in materia di bufale e di sesso, hanno copiato e
incollato. Tanto i click e i “mi piace” fanno numero lo stesso, agli occhi degli
inserzionisti pubblicitari.

La BBC, invece,
segnala una chicca
notevole accanto alla smentita che due esseri umani possano restare incastrati
per i genitali durante un rapporto sessuale (ai cani capita, invece, ma sono
anatomicamente ben diversi): ci sono molte citazioni storiche di questa bufala,
e la più antica risale addirittura al 1372.

In quell’anno, infatti,
Geoffroi de La Tour Landry
racconta in
The Book of the Knight of La Tour-Landry (disponibile anche su
Google Books), traduzione del libro francese
Livre pour l’enseignement de ses filles du Chevalier de La Tour Landry)
che un uomo di nome Pers Lenard (all’epoca non c’era la legge sulla privacy,
evidentemente; ma leggete l’aggiornamento) fece sesso con una donna su un
altare in chiesa e per questo Dio
“li legò insieme stretti per quella notte”: la coppia fu trovata dai
fedeli l’indomani, ancora incastrata
“stretta come cane e cagna insieme”. Al posto del farmaco dilatatore,
tuttavia, in questa versione fu usata la preghiera e i due furono obbligati a
tornare in chiesa per tre domeniche, spogliarsi e flagellarsi di fronte alla
congregazione.

2014/10/21

Snopes.com classifica la notizia come
probabilmente falsa.

2021/03/29: alle origini degli amanti incastrati

Sono riuscito a recuperare il testo originale francese di Geoffroi de La
Tour Landry, e specificamente il brano in questione (trascrizione e scansione
su Wikisource e
altra scansione
su Gallica, folio 20v, pagina 50 del PDF), e salta fuori che il nome
del peccatore citato dalla BBC non corrisponde a quello riportato
nell’originale:, ma è Perrot Luart.

Questa dovrebbe essere la trascrizione:

De ceulx qui firent fornication en l’esglise

Il avint en celle eglise à une vigilles de Nostre-Dame que un qui avoit nom
Perrot Luart et qui estoit sergent de Cande en la mer, s’i coucha avec une
femme sur un autel. Si advint un miracle qu’ilz s’entreprindrent et
s’entrebessonnèrent comme chiens, tellement qu’ilz furent aussy pris de
toute le jour à journée, si que ceulx de l’esglise et ceulx du païx eurent
assez loisir de lez venir veoir ; car ils ne se povoient departir, et
convint que l’on venist à procession à prier Dieu pour eulx, et au fort sur
le soir ilz se departirent. Dont il convint que l’esglise feust puis dediée,
et convint par penitence qu’il alast par troix dimenches environ l’esglise
et le cymetière, soy batant et recordant son peché. Et pour ce a cy bon
exemple comment l’en se doit tenir nettement en sainte eglise ; et encores
vous diray un autre exemple sur ceste matière, comment il avint ès parties
de Poitou n’a pas trois ans, dont je vous en diray l’exemple.

La versione su Gallica, probabilmente più antica a giudicare dallo stile, è
parecchio differente (e purtroppo per me quasi indecifrabile): vedo che
mantiene il nome Perrot Luart, ma il resto mi sfugge. Se qualcuno riesce a
trascrivere il testo, che parrebbe più lungo dell’altra versione, lo segnali
nei commenti.

Antibufala: il video delle manganellate a chi non porta la mascherina

Ultimo aggiornamento: 2021/03/21 15:30.

Roberto Burioni ha retweetato oggi (20/3) e poi annullato e ripostato il suo retweet di un video che mostra un metodo
particolarmente drastico ma efficace per convincere le persone a indossare la
mascherina per ridurre i contagi. Un’altra copia del video a maggior risoluzione è
qui e la pubblico qui sotto:

Il video è diventato virale, ma lasciando da parte le discussioni più o meno
serie sull’opportunità di approcci così violenti per ottenere il bene
comune… 

… quanto tempo ci avete messo ad accorgervi che
la persona manganellata è sempre la stessa?

Il video è insomma un esempio interessantissimo di cecità selettiva: siamo
talmente presi dal contenuto emotivo della scena da non accorgerci di un
dettaglio fondamentale come l’identità della persona colpita.

Se state pensando a un altro famoso video di attenzione (o cecità) selettiva,
probabilmente avete in mente
questo, nel quale si deve contare con attenzione i passaggi della palla fra i giocatori.

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Il cinico business delle bufale. Terza parte: Repubblica e il nipote finto passante

Il cinico business delle bufale. Terza parte: Repubblica e il nipote finto passante

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ancora. Ultimo aggiornamento: 2016/12/31 15:30.

È troppo facile e semplicistico dare a Internet e ai social network la colpa del
dilagare delle false notizie. Sicuramente la Rete e Facebook contribuiscono al
fenomeno; ma le testate giornalistiche, che si atteggiano a verginelle sante e
senza macchia, hanno la loro dose di colpa. Ne abbiamo visto
un esempio pochi giorni fa con Affaritaliani.it, testata giornalistica online; oggi ne vediamo un altro con Repubblica,
testata “tradizionale” che dal cartaceo si è estesa al digitale, per documentare
come la fabbricazione di notizie sia ben radicata anche nel giornalismo
classico, tanto da non essere neanche vista come un problema o un tradimento
della fiducia dei lettori.

Di conseguenza, qualunque iniziativa (governativa o commerciale) contro
le false notizie che abbia effetto solo su Internet e non tocchi l’intero
sistema della diffusione di notizie è miope, assurda e inammissibile.

Caso mai non fosse chiaro: se qualcuno pensa che io possa sostenere o lasciar
correre un tentativo di censurare Internet o progetti che assegnano alla stampa
“tradizionale” un ruolo di guardiano e arbitro dell’informazione corretta, non
ha capito nulla di me e dei miei vent’anni di debunking fatti senza
risparmiare nessuno. Chi avesse bisogno di chiarirsi le idee può leggere
questo.

Detto questo, vi propongo una piccola storia di ordinaria bufalocrazia.

––––––

Il 27 dicembre è morta la popolarissima attrice e scrittrice Carrie Fisher.
Repubblica ha pubblicato sulla propria pagina Facebook ufficiale un
servizio giornalistico video di Silvia Bizio
[2016/12/31: successivamente rimosso;
URL CDN originale]
, nel quale la giornalista va davanti alla casa di Carrie Fisher, gira un video
di cinque minuti in stile “selfie con telefonino” e nota con commiserazione che
non ci sono nugoli di fan piangenti o altre manifestazioni di lutto. Cosa
piuttosto difficile, visto che
la casa sta su una trafficatissima strada principale senza marciapiedi,
ma lasciamo stare. Lasciamo stare anche la qualità del servizio e i suoi
sorrisetti, le sue frasi smozzicate, le sue risatine e le sue immagini
traballanti. Pura aria fritta, ma pazienza.

La cosa importante è che nel video Silvia Bizio dice che
“c’è soltanto un fan, un ragazzo, un sedicenne… his name is Marco. Marco,
tell us”
. “Marco” è un nome abbastanza insolito da trovare in California, ma
sorvoliamo anche questo (almeno per ora).

Il ragazzo racconta le proprie impressioni in inglese. La Bizio gli chiede
“Why was Carrie Fisher and Guerre Stellari [sic]
so important to you?”. Marco, stranamente, non si ferma a chiedere cosa
mai vogliano dire le parole italiane “Guerre Stellari”, ma risponde
disinvolto, come se sapesse l’italiano. Che strano.

Lei non lo ringrazia né gli rivolge più la parola, ma prosegue in italiano,
sbagliando anche il titolo del film (è Il risveglio della Forza, non
La Forza si risveglia). E finisce ridendo. Sì: Carrie Fisher è morta e
Silvia Bizio se la ride in pubblico, davanti a casa della morta, sulla pagina
Facebook di Repubblica.

Al momento in cui ho fatto lo screenshot qui sopra (le 23:06 italiane del
27/12), il video di Repubblica aveva già avuto 41.000 visualizzazioni,
accompagnate da
commenti non molto lusinghieri. Mentre
scrivo la stesura iniziale di queste righe (mezzogiorno del 29/12) è arrivato a
oltre 432.000 visualizzazioni.

Un brutto servizio, insomma; non certo una pagina di grande giornalismo. Cose
che càpitano e che ho
rimproverato
a Repubblica. La storia sarebbe chiusa, se non fosse per un dettaglio che
trasforma un brutto servizio da quasi mezzo milione di clic in una
falsificazione.

Infatti mi viene segnalato da un lettore che il ragazzo intervistato da Silvia
Bizio, somiglia sorprendentemente a
Marco Bizio, nipote della
giornalista.

“Marco” nel video di Silvia Bizio per Repubblica
(immagine schiarita per ridurre le ombre).

Marco Bizio nel suo profilo Facebook pubblico.

Intervistare un familiare spacciandolo per un passante qualsiasi sarebbe davvero
squallido, per cui prima di sbilanciarmi chiedo pubblicamente chiarimenti a
Repubblica e alla diretta interessata. Ed è qui che la cosa si fa
interessante.

Altri miei tweet restano senza risposta, complice il fuso orario. La Bizio
risponde qualche ora dopo:

class="twitter-tweet tw-align-center" data-cards="hidden" data-conversation="none" data-partner="tweetdeck" >

@disinformatico caro Paolo
qui 9 ore indietro quindi notte quando scrivevi. Marco non e’ mio figlio ma
un piccolo fan che conosco. Pb? $? No

— Silvia Bizio (@silviabizio)
December 28, 2016

Notate che la giornalista dice “non è mio figlio”, ma invece di chiarire
rispondendo “è mio nipote”, svicola dicendo che è
“un piccolo fan”. Un piccolo fan che lei conosce. Insomma, il passante
intervistato per caso (come sembra dal video), l’unica persona davanti alla casa
di Carrie Fisher in quel momento, è in realtà una persona che Silvia Bizio
conosce. Che mirabile coincidenza. Chiedo chiarimenti.

class="twitter-tweet tw-align-center" data-cards="hidden" data-conversation="none" data-partner="tweetdeck" >

@silviabizio Grazie. Lo chiedo
perché somiglia sorprendentemente a suo nipote Marco e si chiama come lui.

— Paolo Attivissimo (@disinformatico)
December 28, 2016

class="twitter-tweet tw-align-center" data-cards="hidden" data-conversation="none" data-partner="tweetdeck" >

@silviabizio Forse non ho
capito: lei va davanti a casa di Carrie Fisher e ci trova proprio un fan che
lei conosce? Per caso?

— Paolo Attivissimo (@disinformatico)
December 28, 2016

class="twitter-tweet tw-align-center" data-cards="hidden" data-conversation="none" data-partner="tweetdeck" >

@disinformatico che
problema caro Paolo? Io non sono esperta di fb ne’ social. Marco e’ venuto a
dare saluto a Carrie. siamo tutti tristi.

— Silvia Bizio (@silviabizio)
December 28, 2016

Notate che la Bizio continua a eludere la questione. Così insisto:

class="twitter-tweet tw-align-center" data-cards="hidden" data-conversation="none" data-partner="tweetdeck" >

@silviabizio Per chiarezza:
Marco è suo nipote? Questo:
https://t.co/e16IwBFsTT

— Paolo Attivissimo (@disinformatico)
December 28, 2016

La risposta è illuminante e dà l’impressione che la Bizio si renda perfettamente
conto di aver violato la deontologia professionale e stia cercando di coprire la
falsificazione:

Di nuovo Silvia Bizio cerca di non ammettere i fatti ricorrendo a giri di
parole:

Notate che Silvia Bizio minimizza: “Tutto qui”. Nascondere a oltre
quattrocentomila spettatori che il “passante” è in realtà suo nipote e che tutta
l’intervista è combinata con un parente per lei è liquidabile con un “tutto qui”. Come se imbrogliare gli spettatori fosse una cosa normale. Deontologia,
questa sconosciuta.

Ed è così che Repubblica – non un blog, non un utente Facebook, ma una
testata giornalistica – fabbrica scientemente una bufala. E dico
Repubblica perché la redazione è ben al corrente di questo episodio.
Gliel’ho segnalato io, prima di pubblicare questo articolo, ma il video è ancora
lì e le sue visualizzazioni acchiappaclic continuano ad aumentare. Se rimane al
suo posto, vuol dire che Repubblica ne avalla il contenuto.

Si potrebbe obiettare che questo è un caso tutto sommato minore, ed è vero: ma è
un caso chiaro e semplice di falsificazione giornalistica, che è emerso solo
perché qualcuno ha avuto il colpo di fortuna di riconoscere il nipote della
giornalista e di segnalarmelo. Se Repubblica accetta disinvoltamente che
i suoi giornalisti mentano su queste cose e falsifichino un servizio pur di
portarsi a casa mezzo milione di clic, come facciamo a fidarci che
Repubblica non lo faccia anche su questioni più importanti? Quante
altre frodi giornalistiche come questa possono esserci state senza che ce ne
siamo accorti?

È questo il danno di incidenti come questo: minano il rapporto di fiducia con i
lettori. E una volta persa, quella fiducia, è difficile riconquistarla.

Mi spiace, Repubblica, ma stavolta è Internet a fare le pulci ai
giornali. E la diffusione di Internet non vi permette di farla franca come un
tempo. Ve la siete cercata. Godetene i frutti.

Fonte:
Mediobanca, 2016.

2016/12/31 00:30 – Repubblica rimuove il servizio

Mi arrivano segnalazioni che il video è stato rimosso oggi (ne ho comunque una
copia) e che Repubblica ha postato
questa dichiarazione
su Facebook:

“Nei giorni scorsi, in un FbLive davanti all’abitazione di Carrie Fisher a Los
Angeles, la collega Silvia Bizio ha intervistato un minorenne, senza
specificare che fosse suo nipote.
Pur comprendendo la buona fede del ragazzo, sicuramente fan di “Star Wars” e
competente sull’argomento, riteniamo che questo servizio giornalistico non
risponda ai nostri canoni di informazione.
Repubblica ha quindi deciso di rimuovere il video dalla pagina Facebook.
Il video non è stato mai pubblicato su Repubblica.it.”

Notate la precisazione
“il video non è mai stato pubblicato su Repubblica.it”. Vero: ma il video
è stato pubblicato sulla pagina Facebook ufficiale di Repubblica. Quella
con il logo di Repubblica e il bollino di autenticità. Esattamente come
l’annuncio di rimozione. Boh.

La “truffa alla nigeriana” è un classico. Un classico del sedicesimo secolo

La “truffa alla nigeriana” è un classico. Un classico del sedicesimo secolo


Ultimo aggiornamento: 2021/02/26 20:15.

Se avete un indirizzo di mail avete ricevuto almeno una volta nella vita un
messaggio contenente la classica “truffa alla nigeriana”: uno sconosciuto si
presenta dicendo di essere un membro di una famiglia nobile vittima di una
persecuzione e aggiungendo di avere un’ingente somma di denaro, alcuni milioni
di dollari, che può recuperare soltanto con il vostro aiuto. 

Il vostro nome gli è stato raccomandato da un amico che avete in comune ma che
non viene nominato per prudenza. In cambio della vostra assistenza è disposto
a darvi una percentuale molto consistente di quei milioni. Per avviare la
procedura di recupero, però, ha bisogno che gli anticipiate una piccola somma.

La truffa è diventata particolarmente popolare in Nigeria, dove operano molti
dei truffatori che la praticano. Da questa diffusione nel paese è nato il
soprannome di
“truffa alla nigeriana”, e dal numero della sezione pertinente del codice penale nigeriano è nato il
nome alternativo di questo raggiro, ossia
419 scam

Tuttavia questa truffa non è affatto nata con Internet, come molti pensano. Girava già su carta negli anni Novanta, chiedendo risposta tramite l’allora modernissimo fax, come segnala Silvano, che mi ha mandato questa copia di una lettera del 1998:

 

Ma Atlas Obscura
segnala che il New York Times del 1898 (sì, milleottocentonovantotto)
parlava già della faccenda dicendo che era una truffa “comune” e “vecchia” che
stava riemergendo. Ovviamente non c’era Internet nel 1898, per cui i
truffatori comunicavano per posta cartacea.

Scrive il NYT:  

“L’autore della lettera è sempre in carcere a causa di qualche reato
politico. Ha sempre una grossa somma di denaro nascosta, ed è
immancabilmente ansioso che venga recuperata e usata affinché qualche uomo
onesto possa prendersi cura della figlia giovane e indifesa. È al corrente
della prudenza e del buon carattere del destinatario della lettera tramite
un amico comune, che non nomina per cautela, e gli chiede aiuto in un
momento di grande difficoltà.”

In cambio, spiega il giornale, il mittente
“è disposto a dare un terzo del tesoro nascosto all’uomo che lo
recupererà”
. Ma prima ha bisogno di ricevere una piccola somma di denaro.

Gli ingredienti di oltre centoventi anni fa, insomma, sono gli stessi di oggi.
Ma si può andare ancora più indietro nel tempo, alla fine del Settecento.
Eugène François Vidocq (1775-1857), uno dei padri della criminologia, racconta
nelle sue
memorie
di quando fu condannato a otto anni di carcere per
“falso in conti pubblici ed autentici”, nel 1797. In prigione a Bicêtre vide che
i carcerati scrivevano le cosiddette “lettere di Gerusalemme”, con la
complicità dei carcerieri, e ne descrisse il contenuto:

Signore,

Indubbiamente lei sarà stupito nel ricevere una lettera da una persona
che non conosce, che sta per chiederle un favore; ma dalla triste
condizione nella quale mi trovo, sono perduto se una persona d’onore non
mi presterà soccorso: questa è la ragione per la quale mi rivolgo a lei,
di cui ho sentito così tante cose che non posso esitare un istante nel
confidare tutti i miei affari alla sua cortesia….

La lettera standard prosegue spiegando che lo scrivente diceva sempre di
essere il cameriere personale di un noto marchese che aveva dovuto abbandonare
il proprio tesoro in un luogo ben occultato per evitare che finisse nelle mani
dei malfattori. Il luogo era nelle vicinanze del destinatario della lettera.
L‘autore della lettera spiegava che in cambio di un piccola somma si sarebbe
potuto liberare dal carcere e avrebbe potuto così condurre il destinatario al
tesoro per dividerselo.

Questa è la spiegazione, tratta da Les Mémoires authentiques de Vidocq a partire da pagina 211 (scansione trovata grazie a vivamega e testo trovato da andpagl):

Trascrizione:

[…] l’impudence des voleurs et l’immoralité des employés [de la prison] étaient portées si loin, qu’on préparait ouvertement dans la prison des tours de passe-passe et des escroqueries dont le dénouement avait lieu à l’extérieur. Je ne citerai qu’une de ces opérations, elle suffira pour donner la mesure de la crédulité des dupes et de l’audace des fripons. Ceux-ci se procuraient l’adresse de personnes riches habitant la province, ce qui était facile au moyen des condamnés qui en arrivaient à chaque instant : on leur écrivait alors des lettres, nommées en argot lettres de Jérusalem, et qui contenaient en substance ce qu’on va lire. Il est inutile de faire observer que les noms de lieux et de personnes changeaient en raison des circonstances.

“Monsieur,

“Vous serez sans doute étonné de recevoir cette lettre d’un inconnu qui vient réclamer de vous un service : mais dans la triste position où je me trouve, je suis perdu si les honnêtes gens ne viennent pas à mon secours, c’est vous dire que que je m’adresse à vous, dont on m’a dit trop de bien pour que j’hésite un instant à vous confier toute mon affaire. Valet de chambre du marquis de…, j’émigrai avec lui. Pour ne pas éveiller les soupçons, nous voyagions à pied et je portais le bagage, y compris une cassette contenant seize mille francs en or et les diamants de feue madame la marquise. Nous étions sur le point de joindre l’armée de …, lorsque nous fûmes signalés et poursuivis par un détachement de volontaires. Monsieur le marquis, voyant qu’on nous serrait de près, me dit de jeter la cassette dans une mare assez profonde, près de laquelle nous nous trouvions, afin que sa présence ne nous trahît pas dans le cas où nous serions arrêtés. Je comptais revenir la chercher la nuit suivante ; mais les paysans, ameutés par le tocsin que le commandant du détachement faisait sonner contre nous, se mirent avec tant d’ardeur à battre le bois où nous étions cachés qu’il ne fallut plus songer qu’à fuir. Arrivés à l’étranger, monsieur le marquis reçut quelques avances du prince de …; mais ces ressources s’épuisèrent bientôt, et il songea à m’envoyer chercher la cassette restée dans la mare. J’étais d’autant plus sûr de la retrouver, que le lendemain du jour où je m’en étais dessaisi, nous avions dressé de mémoire le plan des localités, dans le cas où nous resterions longtemps sans pouvoir y revenir. Je partis, je rentrai en France, et j’arrivai sans accident jusqu’au village de …, voisin du bois où nous avions été poursuivis. Vous devez connaître parfaitement ce village, puisqu’il n’est guère qu’à trois quarts de lieue de votre résidence. Je me disposais à remplir ma mission, quand l’aubergiste chez lequel je logeais, jacobin enragé et acquéreur de biens nationaux, remarquant mon embarras quand il m’avait proposé de boire à la santé de la république, me fit arrêter comme suspect. Comme je n’avais point de papiers, et que j’avais le malheur de ressembler à un individu poursuivi pour arrestation de diligences, on me colporta de prison en prison pour me confronter avec mes prétendus complices. J’arrivai ainsi à Bicêtre, où je suis à l’infirmerie depuis deux mois.

“Dans cette cruelle position, me rappelant avoir entendu parler de vous par une parente de mon maître, qui avait du bien dans votre canton, je viens vous prier de me faire savoir si vous ne pourriez pas me rendre le service de lever la cassette en question, et de me faire passer une partie de l’argent qu’elle contient. Je pourrais ainsi subvenir à mes pressants besoins, et payer mon défenseur, qui me dicte la présente, et m’assure qu’avec quelques cadeaux, je me tirerais d’affaire.

“Recevez, Monsieur, etc.

“Signé N…”

Sur cent lettres de ce genre, vingt étaient toujours répondues. On cessera de s’en étonner si l’on considère qu’elles ne s’adressaient qu’à des hommes connus par leur attachement à l’ancien ordre de choses, et que rien ne raisonne moins que l’esprit de parti. On témoignait d’ailleurs au mandataire présumé cette confiance illimitée qui ne manque jamais son effet sur l’amour-propre ou sur l’intérêt ; le provincial répondait donc en annonçant qu’il consentait à se charger de retirer le dépôt. Nouvelle missive du prétendu valet de chambre, portant que, dénué de tout, il avait engagé à l’infirmier pour une somme assez modique, la malle où se trouvait, dans un double fond, le plan dont il a déjà été question. L’argent arrivait alors, et l’on recevait jusqu’à des sommes de douze et quinze cents francs. Quelques individus, croyant faire preuve d’une grande sagacité, vinrent même du fond de leur province à Bicêtre, où on leur remit le plan destiné à les conduire dans ce bois mystérieux qui, comme les forêts fantastiques des romans de chevalerie, devait fuir éternellement devant eux. Les Parisiens eux-mêmes donnèrent quelquefois dans le panneau ; et l’on peut se rappeler encore l’aventure de ce marchand de drap de la rue des Prouvaires, surpris minant une arche du Pont-Neuf, sous laquelle il croyait trouver les diamants de la duchesse de Bouillon.

On comprend, du reste, que de pareilles manœuvres ne pouvaient s’effectuer que du consentement et avec la participation des employés, puisqu’eux-mêmes recevaient la correspondance des chercheurs de trésors. Mais le concierge pensait qu’indépendamment du bénéfice indirect qu’il en retirait, par l’accroissement de la dépense des prisonniers, en comestibles et en spiritueux, ceux-ci, occupés de cette manière, en songeaient moins à s’évader.

Vidocq spiega tutto: di cento lettere di questo tipo, venti ricevevano sempre
risposta. I carcerati si procuravano gli indirizzi delle persone ricche della
provincia dai nuovi prigionieri. I ricchi abboccavano a questa storia
improbabile, mandando a volte fino a 1500 franchi dell’epoca. E non c’era
verso di far capire alle vittime che erano state raggirate: Vidocq racconta
del
“mercante di stoffe della Rue des Prouvaires, che fu colto a scavare sotto
un arco del Pont Neuf
[a Parigi], dove si aspettava di trovare i diamanti della duchessa di Bouillon”.

Ma secondo France Culture si può andare ancora più indietro nel tempo, fino al sedicesimo secolo, quando prosperava la truffa della “prigioniera spagnola”: la lettera del truffatore parlava di una principessa (inesistente) che era prigioniera dei turchi, che chiedevano un riscatto per liberarla. La principessa, diceva la lettera, aveva inoltre promesso di sposare chiunque l’avesse liberata, e quindi si chiedeva al ricco che riceveva la missiva di contribuire alla liberazione della prigioniera.

I secoli passano, le tecnologie cambiano, ma le debolezze umane sono sempre le
stesse.