Vai al contenuto
Ci risiamo: testate giornalistiche pubblicano come vera la foto (falsa) degli attentati a Kabul

Ci risiamo: testate giornalistiche pubblicano come vera la foto (falsa) degli attentati a Kabul

Ultimo aggiornamento: 2021/08/27 17:30.

Niente, è tutto inutile. Faccio un’antibufala preventiva, segnalando i colleghi di AFP Factuel, che avvisano che la foto spacciata come immagine dell’attentato a Kabul di ieri non c’entra nulla e risale al 2015:

Ma il malcostume giornalistico di pubblicare immagini prese da chissà dove, senza fare alcun controllo elementare sulla loro provenienza o preesistenza, continua indifferente e refrattario a ogni preavviso. Questo è Alberto Berlini su Today.it (pseudolink; copia permanente):

Questa è Famiglia Cristiana (pseudolink; copia permanente):

 

Mi arrivano segnalazioni riguardanti anche altre testate:

Dopo la pubblicazione iniziale di questo mio articolo mi è arrivata la segnalazione che si è aggiunto anche TGCom24:

Finché le notizie false verranno pubblicate proprio da coloro che dovrebbero difenderci dalle notizie false, e finché il metodo di lavoro delle redazioni sarà “pubblica qualunque cosa trovata in rete, chissenefrega da dove viene e se è vera o no”, sarà difficile liberarsi delle fake news.

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico) o altri metodi.

L’ennesima figuraccia del giornalismo: la foto falsa della bandiera su Kabul spacciata per vera

L’ennesima figuraccia del giornalismo: la foto falsa della bandiera su Kabul spacciata per vera

Ultimo aggiornamento: 2021/08/16 18:45.

Ho perso la pazienza. La gente disperata muore a Kabul, e coloro che dovrebbero informarci su questa tragedia fanno ancora una volta i cialtroni totali.

O un giornalista.

Gli anni passano e i giornalisti non imparano nulla. Nemmeno un concetto
semplicissimo come controllare le fonti. E il suo corollario:
non pubblicare la prima foto che trovi in giro. Le basi,
insomma.

Dieci anni fa,
i giornali italiani abboccarono in massa
ai palesi fotomontaggi che ritraevano il cadavere di Osama bin Laden e li
pubblicarono senza il benché minimo controllo. Poteva essere una buona
occasione per imparare la lezione, scusarsi pubblicamente e fare in modo che
non accadesse mai più, istituendo una semplice regolina:
non si pubblicano foto di cui non è garantita la fonte. E magari
aggiungendole un corollario:
prima di pubblicare una foto, di qualunque fonte, chiediti se è almeno
vagamente plausibile; nel dubbio, non pubblicarla.

E invece no. Tantissimi giornali e telegiornali italiani stanno
pubblicando in queste ore un palese fotomontaggio che mostra una bandiera
attribuita ai Talebani che hanno riconquistato Kabul.

A parte la natura dilettantesca del fotomontaggio, che dovrebbe rivelare immediatamente a chiunque che la foto è un falso, basterebbe considerare che quella bandiera dovrebbe
avere dimensioni enormi e che per sventolare così dritta dovrebbe essere investita
da un vento da uragano. Macché, al Vero Giornalista queste semplici
osservazioni non interessano.

Questo è Gianni Riotta (copia permanente):

Screenshot e segnalazione di Paolo Mellere.
Screenshot del Corriere della Sera pubblicato da evaristegal0is.
Screenshot de Il Giornale pubblicato da evaristegal0is.
Screenshot de La Stampa pubblicato da evaristegal0is.

Arrivano segnalazioni di pubblicazione o messa in onda da parte di
TGLa7, TG2,
SkyTG24,
ItaliaOggi,
Il Giornale, La Stampa, Corriere della Sera
, TG5. Altri casi vengono segnalati da Pagella Politica, che insieme a Open ricostruisce la fonte della foto originale e l’itinerario virale del fotomontaggio.

Questo non è giornalismo, questo è dilettantismo puro. O è la furberia di chi non gliene frega niente del proprio dovere di informare il lettore. Questi sono i giornalisti ai quali affidiamo il compito di raccontarci la tragedia afghana e che si dimostrano incapaci persino di riconoscere un fotomontaggio da due soldi.

E non mi si venga a dire “eh, ma l’abbiamo tolta”. No: una porcheria simile non andava pubblicata in partenza. Non avrebbe dovuto superare i controlli redazionali e quelli di chiunque avesse due neuroni da sfregare l’uno contro l’altro.

Matteo Salvini (tweet; copia permanente):

 

 

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle
donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere
ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico) o
altri metodi.

Un’altra piovra delle panzane smascherata in Italia: Direttanews.it, iNews24.it e una rete di pagine Facebook

Un’altra piovra delle panzane smascherata in Italia: Direttanews.it, iNews24.it e una rete di pagine Facebook

Ultimo aggiornamento: 2017/11/29 18:50.

Buzzfeed ha pubblicato un’indagine che rivela una vasta rete di siti e pagine Facebook di disinformazione in italiano, controllata da una singola azienda, Web365, a sua volta gestita dall’imprenditore romano Giancarlo Colono usando soltanto sei dipendenti e alcuni giornalisti professionisti.

Questa rete, che include siti molto popolari come Direttanews.it e iNews24.it e varie pagine Facebook (chiuse ieri per intervento del social network dopo la pubblicazione dell’indagine), diffonde “retorica nazionalista, contenuti contro gli immigrati e disinformazione”, secondo Alberto Nardelli e Craig Silverman di Buzzfeed, che ne mostrano numerosi esempi nel proprio articolo.

Il fenomeno delle piovre di panzane, le reti di siti apparentemente slegati ma in realtà gestiti da uno stesso centro di coordinamento, non è nuovo: ne avevo scritto circa un anno fa insieme a David Puente a proposito della galassia di siti gestiti da Edinet con vari nomi che richiamavano quelli di testate giornalistiche molto conosciute. Ma la rete di fake news di Web365 è ben più potente: prima della sua chiusura, la pagina Facebook di DirettaNews.it (dotata, paradossalmente, di bollino di autenticazione del social network) aveva quasi tre milioni di like, ossia più di quelli delle principali testate giornalistiche italiane: più del Corriere della Sera e della Gazzetta dello Sport.

Non solo: la rete di Web365 ha conquistato questa visibilità pur avendo un personale ridottissimo, a dimostrazione del potere straordinario dei social network di amplificare contenuti spazzatura e notizie false generate facendo leva su sensazionalismi, morbosità, luoghi comuni e paure.

Per carità, il giornalismo sensazionalista o di pettegolezzo e la propaganda politica esistono da sempre: ma la differenza enorme, rispetto al passato, è che oggi questa spazzatura è monetizzabile sfruttando gli utenti in modo automatico. È come se Novella 2000 incassasse soldi per il solo fatto che avete dato uno sguardo alla sua copertina in edicola.

Credit: BuzzFeed.

La linea editoriale di questa fabbrica di fake news era molto chiara e ben lontana da qualunque pretesa di obiettività giornalistica: per esempio, iNews24.it (quasi 1,5 milioni di follower su Facebook) presentava l’hashtag #noiussoli direttamente nella propria icona su Facebook e pubblicava una pioggia di contenuti razzisti e ideologicamente schierati, come mostrano le schermate raccolte da Buzzfeed.

L’inchiesta ha portato alla luce anche gli strani compagni di letto di questa rete: “legami stretti tra i membri della famiglia Colono e un’associazione cattolica denominata La Luce di Maria” (1,5 milioni di fan su Facebook), che accanto a considerazioni religiose propone presunte prove che Pokémon Go è stato inventato da Satana (copia su Archive.is) e articoli condivisi con DirettaNews.it. C’è anche la promozione, da parte di Direttanews.it e de La Luce di Maria, dei nazionalismi di Matteo Salvini. Giancarlo Colono e il fratello Davide hanno dichiarato di aver semplicemente contribuito a far partire le attività online de La Luce di Maria e di essere semplicemente seguaci affezionati.

Come già avvenuto in passato, ci sono conferme tecniche dei legami fra queste entità apparentemente slegate: per esempio, “Direttanews.it condivide un ID di Google Analytics con La Luce di Maria… il che significa che gli introiti pubblicitari vanno sullo stesso account”. I fratelli Colono hanno detto che la condivisione è dovuta a “circostanze precedenti”.

La vicenda ha avuto ampia risonanza sui giornali italiani, per esempio su La Stampa, Il Post e Repubblica, che citano vari esempi di fake news arruffapopolo pubblicate da Direttanews.it e dagli altri siti della rete per promuovere specifici partiti e movimenti politici.

Chi è rimasto alla romantica illusione che Internet sia un luogo libero da influenze e condizionamenti economici e politici farebbe bene a darsi finalmente una bella svegliata. Cito, per esempio, queste parole della senatrice Monica Casaletto: “uso la rete che è controllata da me e non da altri organi” (Facebook, 30 aprile 2017). Parole, fra l’altro, pubblicate subito dopo aver condiviso una notizia falsa.

2017/11/29 18:50. La stesura iniziale di questo articolo parlava erroneamente di circa 170 siti gestiti da Web365; in realtà, come dice correttamente l’articolo di Buzzfeed, non si tratta di siti ma di nomi di dominio. Ho corretto l’articolo per tenerne conto.

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete farne una anche voi per incoraggiarmi a scrivere ancora.

Quel coronavirus di 5 anni fa “creato in Cina”? La ricerca non è affatto cinese

Quel coronavirus di 5 anni fa “creato in Cina”? La ricerca non è affatto cinese

Ultimo aggiornamento: 2020/03/27 00:20.

A proposito della ricerca cinese di cinque anni fa sui coronavirus citata da TGR Leonardo che sta facendo delirare tutti e di cui ho già scritto ieri, avrei una domandina per tutti gli iracondi, politici compresi, che si sono scatenati ad accusare la Cina e a rigurgitare teorie di complotto sui cinesi cattivissimissimi: che figura ci farete, adesso, quando risulta che la ricerca non è affatto cinese?

In Italia i politici Matteo Salvini e Giorgia Meloni hanno “chiesto chiarezza”, come descrive con molto garbo e distacco Tvsvizzera.it. in realtà la Meloni, per esempio, ha tweetato La Cina ci ha mentito? VOGLIAMO LA VERITÀ!. Mi sono permesso di segnalarle i fatti e dai suoi seguaci mi è arrivato addosso di tutto.

Piaccia o meno ai politici e agli iracondi, la Cina non c’entra. Infatti ho ricevuto da una persona che si occupa di bioinformatica in Italia per lavoro queste osservazioni, che ho semplicemente reimpaginato e annotato per maggiore leggibilità. In grassetto trovate i concetti salienti; le note fra parentesi quadre sono mie precisazioni. Ringrazio pubblicamente questa persona ma non ne pubblico l’identità per tutelarla dai suddetti rabbiosi e molestatori.

Questo lavoro del 2015 [l’articolo scientifico citato da TGR Leonardo] viene ripetutamente identificato come il lavoro “realizzato in Cina”, “dei cinesi” e via dicendo. Se però si guardano i nomi e le affiliazioni degli autori, si nota questa cosa:

Elenco degli autori:

Vineet D Menachery (1), Boyd L Yount Jr (1), Kari Debbink (1,2), Sudhakar Agnihothram (3), Lisa E Gralinski (1), Jessica A Plante (1), Rachel L Graham (1), Trevor Scobey (1), Xing-Yi Ge (4), Eric F Donaldson (1), Scott H Randell (5,6), Antonio Lanzavecchia (7), Wayne A Marasco (8,9), Zhengli-Li Shi (4) & Ralph S Baric (1,2)

Elenco delle affiliazioni di ogni autore [riportate in fondo all’articolo di Nature (anche in PDF)]

  1. Department of Epidemiology, University of North Carolina at Chapel Hill, Chapel Hill, North Carolina, USA.
  2. Department of Microbiology and Immunology, University of North Carolina at Chapel Hill, Chapel Hill, North Carolina, USA. 
  3. National Center for Toxicological Research, Food and Drug Administration, Jefferson, Arkansas, USA. 
  4. Key Laboratory of Special Pathogens and Biosafety, Wuhan Institute of Virology, Chinese Academy of Sciences, Wuhan, China. 
  5. Department of Cell Biology and Physiology, University of North Carolina at Chapel Hill, Chapel Hill, North Carolina, USA. 
  6. Cystic Fibrosis Center, Marsico Lung Institute, University of North Carolina at Chapel Hill, Chapel Hill, North Carolina, USA. 
  7. Institute for Research in Biomedicine, Bellinzona Institute of Microbiology, Zurich, Switzerland. 
  8. Department of Cancer Immunology and AIDS, Dana-Farber Cancer Institute, Harvard Medical School, Boston, Massachusetts, USA. 
  9. Department of Medicine, Harvard Medical School, Boston, Massachusetts, USA.

I ricercatori cinesi (che effettivamente sono affiliati all’istituto di virologia di Wuhan) sono solo 2 su 15. La stragrande maggioranza degli altri autori sono ricercatori che lavorano in North Carolina, USA. Per giunta, i ricercatori “responsabili” del lavoro (vale a dire, in ambito biomedico, il primo, l’ultimo e i corresponding authors) sono tutti affiliati alla University of North Carolina:

“Correspondence should be addressed to R.S.B. (rbaric@email.unc.edu) or V.D.M. (vineet@email.unc.edu).”

Non solo: in penultima pagina, Nature Medicine riporta anche il contributo che ogni singolo autore ha dato alla ricerca:

Author contributions. V.D.M. designed, coordinated and performed experiments, completed analysis and wrote the manuscript. B.L.Y. designed the infectious clone and recovered chimeric viruses; S.A. completed neutralization assays; L.E.G. helped perform mouse experiments; T.S. and J.A.P. completed mouse experiments and plaque assays; X.-Y.G. performed pseudotyping experiments; K.D. generated structural figures and predictions; E.F.D. generated phylogenetic analysis; R.L.G. completed RNA analysis; S.H.R. provided primary HAE cultures; A.L. and W.A.M. provided critical monoclonal antibody reagents; and Z.-L.S. provided SHC014 spike sequences and plasmids. R.S.B. designed experiments and wrote manuscript.

Il contributo dei due cinesi appare piuttosto limitato (come è plausibile dalla loro posizione nell’elenco dei nomi). Zhengli-Li Shi ha semplicemente messo a disposizione le sequenze della proteina spike studiata, e i plasmidi (vettori) per introdurla nel virus. Xing-Yi Ge ha fatto esperimenti di “pseudotyping”. Come riporta (in grande sintesi, ma sostanzialmente in modo corretto) Wikipedia: “La pseudotipizzazione è un processo che consiste nella produzione di vettori virali in combinazione con differenti proteine d’envelope. Il risultato è una particella virale pseudotipizzata. Con questo metodo, l’uso di proteine d’envelope di diversa origine permette di modificare il tropismo del vettore o aumentarne/diminuirne la stabilità. Le particelle virali pseudotipizzate non contengono le informazioni genetiche per costruire le stesse proteine di rivestimento con cui hanno fatto budding quindi la mutazione fenotipica non può essere trasmessa alla progenie della stessa particella”.

Quindi, leggendo l’articolo, direi che Xing-Yi Ge ha creato un vettore virale a partire da un lentivirus (quindi non da un coronavirus) in cui ha inserito la proteina da studiare, per capire se questa era la proteina che determinava un aumento di infettività del virus nei confronti dell’essere umano, e ha fatto esperimenti da cui si evince che la proteina spike SHC014, messa da sola sul vettore lentivirale, NON è in grado di infettare le cellule su cui era stata messa a contatto.

Infatti i ricercatori dicono: “In WIV1, three of these residues vary from the epidemic SARS-CoV Urbani strain, but they were not expected to alter binding to ACE2 (Supplementary Fig. 1a,b and Supplementary Table 1). This fact is confirmed by both pseudotyping experiments that meas­ured the ability of lentiviruses encoding WIV1 spike proteins to enter cells expressing human ACE2 (Supplementary Fig. 1) and by in vitro replication assays of WIV1-CoV (ref. 1). In contrast, 7 of 14 ACE2-interaction residues in SHC014 are different from those in SARS-CoV, including all five residues critical for host range (Supplementary Fig. 1c and Supplementary Table 1). These changes, coupled with the failure of pseudotyped lentiviruses expressing the SHC014 spike to enter cells (Supplementary Fig. 1d), suggested that the SHC014 spike is unable to bind human ACE2. However, similar changes in related SARS-CoV strains had been reported to allow ACE2 bind­ing7,8, suggesting that additional functional testing was required for verification.”

Quindi, gli esperimenti fatti dai due cinesi nel lavoro sono sostanzialmente serviti a dire che la proteina da sola non basta per entrare nelle cellule. Di fatto, questi due ricercatori NON hanno creato il virus infettante: hanno creato un costrutto genico che NON è in grado di entrare da solo nelle cellule.

A quanto pare, il virus infettante è stato creato invece da chi ha inserito la proteina SHC014 non in un vettore lentivirale come hanno fatto i cinesi, ma in un coronavirus derivato dal topo. Infatti il lavoro procede dicendo “Therefore, we have synthesized the SHC014 spike in the con­text of the replication-competent, mouse-adapted SARS-CoV back­bone (we hereafter refer to the chimeric CoV as SHC014-MA15). Despite predictions from both struc­ture-based modeling and pseudotyping experiments, SHC014-MA15 was viable and replicated to high titers in Vero cells”.

In parole povere, quello che era fallito con l’esperimento dei cinesi nel lentivirus ha avuto successo inserendo la proteina in un coronavirus di topo. Chi è stato a farlo? Dall’elenco degli autori compare “B.L.Y. designed the infectious clone and recovered chimeric viruses”, quindi l’autore del virus infettivo da laboratorio è stato Boyd L Yount Jr, la cui affiliazione però non è Wuhan, ma la University of Carolina, Stati Uniti.

Da questo io evinco che la “colpa” (se di colpa si può parlare) dell’aver creato il virus artificiale non è di uno scienziato cinese, e probabilmente [questa creazione] non è stata fatta in Cina, ma a UNC, dove è stato concepito, generato e progettato tutto questo lavoro.

Non so quindi perché si continui a parlare di ricerca di cinesi: in questo lavoro a me pare che di cinese ci sia ben poco!

Per giunta, nel servizio di Tg Leonardo ad un certo punto si dice che l’amministrazione americana aveva tagliato i fondi per ricerche che potevano creare virus pericolosi, ma che questo non aveva fermato “il lavoro dei cinesi sulla SARS che era in fase avanzata e ritenuto non così pericoloso”.

Ragioniamo un attimo: con quali strumenti legislativi il governo USA avrebbe potuto tagliare i fondi a uno studio fatto in Cina da cinesi? E’ evidente che si tratta di una inesattezza: il governo USA taglia i fondi agli studi USA, e questo studio era riuscito a “sfuggire” alla moratoria perché era ormai quasi finito, ma è uno studio secondo me prevalentemente fatto negli USA, e il “supervirus” infettante è stato fatto dagli americani, e non dai cinesi.

La persona aggiunge che l’equivoco probabilmente è nato per la seguente ragione:

Nel commentary che è stato pubblicato su Nature News (e che probabilmente è la fonte di TGR Leonardo) si dice:

“In an article published in Nature Medicine on 9 November, scientists investigated a virus called SHC014, which is found in horseshoe bats in China. The researchers created a chimaeric virus, made up of a surface protein of SHC014 and the backbone of a SARS virus that had been adapted to grow in mice and to mimic human disease.”

La lettura frettolosa di questa frase ha fatto diventare cinese non l’origine del pipistrello a ferro di cavallo, ma la ricerca intera! Infatti, più oltre, si riporta anche la questione della moratoria USA e si dice:

“The latest study (vale a dire quello di Menachery et al) was already under way before the US moratorium began, and the US National Institutes of Health (NIH) allowed it to proceed while it was under review by the agency, says Ralph Baric, an infectious-disease researcher at the University of North Carolina at Chapel Hill, a co-author of the study. The NIH eventually concluded that the work was not so risky as to fall under the moratorium, he says.”

Ralph Baric è l’ultimo nome di questo studio, il responsabile, colui che “designed experiments and wrote manuscript” assieme al primo autore, vale a dire Menachery (sempre UNC come affiliazione). Quindi, Ralph Baric, di UNC, giustifica il fatto che malgrado il governo USA avesse messo a ottobre 2014 una moratoria, il lavoro era già stato spedito all’NIH, che ne ha dato l’autorizzazione pensando che non fosse così pericoloso.

Mi sembra che ora tutto quadri. Un “in China” mal interpretato è diventato a 5 anni di distanza il putiferio in cui viviamo ora. Altro che battito di ali di farfalla!

Il riferimento finale al battito delle ali di farfalla è questo.

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.

Antibufala: Salvini sul Corriere, in Svizzera danno 500.000 euro compilando un foglio. È una balla

Antibufala: Salvini sul Corriere, in Svizzera danno 500.000 euro compilando un foglio. È una balla

Ultimo aggiornamento: 2020/03/30 16:20.

Un lettore mi manda questa foto di un articolo del Corriere della Sera nel quale Matteo Salvini dice che “La Svizzera, compilando un foglio, ti mette a disposizione fino a 500mila euro”. È falso.

Io abito e lavoro in Canton Ticino, il cantone svizzero più colpito dal coronavirus, e conosco direttamente la situazione. Sul sito del Dipartimento delle Finanze e dell’Economia del Cantone si trovano tutte le informazioni in proposito, con un approfondimento qui.

Anche TVSvizzera.it ha pubblicato un articolo di chiarimento sull’argomento con un titolo molto chiaro: “No, in Svizzera i soldi non piovono dal cielo”.

Primo: non “mi” mette a disposizione. Li mette a disposizione delle aziende, non dei singoli cittadini o residenti. Accostando il provvedimento svizzero a quello britannico e statunitense, sembra che si tratti di una cifra destinata a ogni singolo abitante. No.

E non è una mia interpretazione personale: Salvini stesso ha detto, al TG2, che secondo lui si applicherebbe a “cittadini e imprese”.


Non solo: come ha notato Bufale un tanto al Chilo, il team mediatico di Salvini ha addirittura messo a confronto il modulo di autodichiarazione per gli spostamenti in Italia con il “foglio” per il credito alle aziende svizzero. Non è un paragone fra mele e pere, ma fra burro e ferrovia:

Secondo: si tratta di un credito ponte, non di una elargizione a fondo perduto, cosa ben diversa dalle misure britanniche e USA.

Terzo: il “fino a” va capito bene, altrimenti sembra che siano soldi a pioggia per tutti. In realtà si tratta di “crediti transitori corrispondenti al massimo al 10% della […] cifra d’affari annua”. In altre parole, viene coperto circa un mese di fatturato, non di più. Il che significa che per avere diritto a 500.000 franchi bisognerebbe avere un fatturato di cinque milioni di CHF.

Quarto: non è vero che si ottiene “compilando un foglio”. La procedura esatta è questa:

La richiesta di credito si effettua in 7 passaggi

  1. Registrazione dei dati relativi all’impresa.
    Registri i dati dell’impresa richiedente, eventualmente effettuando una ricerca nel registro IDI.
  2. Dichiarazione circa i requisiti minimi
  3. Calcolare l’importo del credito
    Indichi l’importo auspicato del credito. Per il calcolo occorre indicare la cifra d’affari.
  4. Organizzazione di fideiussione competente
    EasyGov assegna l’organizzazione di fideiussione competente in funzione della sede dell’impresa. Le imprese a forte partecipazione femminile possono scegliere l’organizzazione di fideiussione SAFFA.
  5. Registri i dati di contatto della banca creditrice.
  6. Panoramica
    Controlli tutti i dati inseriti prima dell’invio.
  7. Conclusione
    Sulla base dei dati registrati, EasyGov genera una richiesta di credito.

Inoltre le imprese devono soddisfare determinati requisiti e devono autocertificare di “subire perdite di fatturato sostanziali in seguito
alla pandemia di coronavirus”
, spiega sempre Tvsvizzera.it. E ci sono controlli: “Se in un secondo momento, dopo un
controllo effettuato a posteriori, le informazioni dovessero rivelarsi
false, vengono inflitte multe (fino a 100’000 franchi)”, precisa il
Dipartimento federale delle finanze (DFF) nella lista di domande e risposte.”

E ovviamente non sono 500.000 euro, ma franchi svizzeri.

Certo, rispetto alle procedure iperburocratiche e labirintiche di altri paesi (come l’Italia), questa è una passeggiata, ma non è così spettacolarmente generosa e abbondante come l’ha descritta ripetutamente Salvini.

Sul ”noi no perché abbiamo l’euro” taccio per compassione. Mi sono permesso di segnalare i fatti a Salvini via Twitter. 

Nota: ogni commento politico verrà cestinato direttamente.

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.

Antibufala Classic: La bimba di George Arlington sta morendo, salvatela con un e-mail!

Indagine iniziale: febbraio 2002. Ultimo aggiornamento: 14/11/2010.

English Abstract

An e-mail appeals for help on behalf of a child named Rachel or Rachele, who is said to be dying of leukemia. Her father, George Arlington, claims that AOL and ZDNet have teamed up to save her: they will track the forwarding of this appeal and will donate 32 cents for every time it is forwarded to at least three people. This is a hoax. There is no Rachele and most certainly AOL and ZDNet have no such e-mail tracking system. ZDNet Italy has denied its involvement in any “if you get enough sympathy we’ll let you live, else drop dead” kind of scheme. Links with further information (mostly in Italian) are provided below.

Il testo dell’appello

Con le solite varianti tipiche delle catene di sant’Antonio, il testo è grosso modo questo (ho evidenziato i concetti salienti in grassetto):

Versione italiana

Oggetto: Leucemia – Per favore leggete di seguito

Se la cestinerete davvero non avete cuore.

Salve, sono un padre di 29 anni. Io e mia moglie abbiamo avuto una vita meravigliosa. Dio ci ha voluto benedire con una bellissima bambina. Il nome di nostra figlia è Rachele. Ed ha 10 anni.

Poco tempo fa i dottori hanno rilevato un cancro al cervello e nel suo piccolo corpo. C’è una sola via per salvarla è operare. Purtroppo, noi non abbiamo denaro sufficiente per far fronte al costo. AOL e ZDNET hanno acconsentito per aiutarci.

L’uinico modo con il quale loro possono aiutarci è questo: Io invio questa email a voi e voi inviatela ad altre persone. AOL rileverà la traccia di questa e-mail e calcolerà quante persone la riceveranno.

Ogni persona che aprirà questa e-mail e la invierà ad altre 3 persone ci donerà 32 centesimi .

Per favore aiutateci

Versione inglese

Subject: Leukaemia – Please read then forward

If you delete this … you seriously don’t have a heart.

Hi, I am a 29-year-old father. My wife and me have had a wonderful life together. God blessed us with a child too. Our daughter’s name is Rachel, and she is 10 years old.

Not long ago the doctors detected brain cancer and in her little body.

There is only one way to save her…an operation. Sadly, we don’t have enough money to pay the price.

AOL and ZDNET have agreed to help us. The only way they can help us is this way, I send this email to you and you send it to other people. AOL will track this email and count how many people get it.

Every person who opens this email and sends it to at least 3 people will give us 32 cents. Please help us.

Sincerely
George Arlington

Versione tedesca

Betreff: WG: Sehr wichtig!!!!!!!!!!!!!!! Bitte mitmachen!!!!!!!!! Nichtloeschen!!!!!!!!!!!!!!!

Wenn Sie diese Mail loeschen, haben Sie ernsthaft kein Gefuehl, kein Herz.

Hallo, ich bin ein 29jaehriger Vater. Ich und meine Frau haben zusammen ein wundervolles Leben gehabt. Gott segnete uns auch mit einem Kind. Der Name unserer Tochter ist Rachel, und sie ist 10 Monate alt.

Nicht vor langer Zeit ermittelten die Doktoren Gehirnkrebs in ihrem kleinen Koerper. Es gibt nur Einen Weg, sie zu sichern… eine Operation. Traurig, dass wir nicht genuegend Geld zum zahlen fuer die Operation haben.

AOL und ZDNET sind damit einverstanden, uns zu helfen. Die einzige Art und Weise, auf die sie uns helfen konnen, ist auf diese Weise, indem ich Ihnen diese Email schicke. Bitte schicken Sie dieses Mail an moeglichst viele Leute weiter. AOL sammelt diese Mails auf und zaehlt, wieviele Leute es erhalten.

Jede Person, die dieses Mail offnet und es mindestens 3 Leuten schickt, gibt uns 32 Cents. Helfen Sie uns bitte.

Sie konnen mit Ihrem versenden Leben retten.

Danke vielmals!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

George Arlington

Varianti e garanti

Spesso il messaggio viaggia sotto forma di allegato contenente un’immagine di una neonata e con l’intestazione “FALLA GIRARE PER AIUTARE UNA BAMBINA!”. Altre volte, il messaggio di Rachel è preceduto da una straziante quanto melensa storiella che inizia con “Sono andata ad una festa, mamma, e mi sono ricordata di quello che mi avevi detto. Mi avevi detto di non bere, mamma, e io non ho bevuto. Non ho bevuto prima di guidare, mamma, anche se gli altri mi hanno incitata…”. Vi lascio indovinare come va a finire. Talvolta i genitori di Rachel cambiano nome, diventando “Kevine e Melanie”.

Questo appello circola anche con la “conferma” di un’infinità di “garanti”. C’è la Rizzotti Lorena che dice “Conosco personalmente il medico che sta facendo girare il messaggio”; c’è una dipendente dell’Istituto Superiore di Sanità; la direttrice dell’Istituto di Endocrinologia dell’Università di Milano; c’è chi dice “mio figlio è un medico e conosce la vera situazione di chi scrive” (come farà, visto che Rachel non esiste?), e ci sono anche un ricercatore del CNR e un maresciallo della Guardia di Finanza. Tutte “conferme” assolutamente false.

Datazione e origini

Le prime tracce di questo appello risalgono ad agosto 2000.

Perché è una bufala

  • Primo indizio: pensateci un attimo. Credete davvero che aziende come AOL (America Online) e ZDNet siano così crudeli da organizzare questa sottospecie di lotteria? “Caro George, mi spiace, ma non ci hanno risposto in numero sufficiente, per cui non ti paghiamo l’operazione e lasciamo morire tua figlia…” Suvvia, siamo seri.
  • Secondo: Se AOL e ZDNet sono davvero lanciate in quest’impresa, ne parleranno sicuramente nei loro siti: è una ghiotta occasione per mostrare la propria generosità e guadagnarci in fatto di immagine. Ma nei loro siti non c’è traccia di questo appello. Il 16 febbraio 2002, Alberto d’Ottavi, di ZDNet Italia, ha partecipato alla trasmissione Beha a colori di Radiouno e ha smentito categoricamente che ZDNet faccia una cosa di questo genere. D’altronde, pensate seriamente che un’azienda faccia queste cose segretamente, rinunciando a pubblicizzare quant’è brava e bella?
  • Terzo: non esistono programmi di tracciamento della posta che possano seguire un messaggio ritrasmesso più volte come quello di questa catena.
  • Quarto: basta immettere “AOL” e “George Arlington” in Google per trovare questa pagina antibufala di Snopes.com che spiega per filo e per segno perché questa è una bufala e la fa risalire ad agosto 2000.

La “conferma” dell’Istituto Superiore di Sanità

Intorno ai primi di aprile 2002 questa bufala ha preso a circolare con una variante. In fondo al messaggio c’era il seguente indirizzo, che sembrava dare un tono di ufficialità all’appello:

[nome del mittente]
Laboratorio di [omesso]
Istituto Superiore di Sanità
V.le Regina Elena 299
00161 Roma, Italy
Tel 39-06-4990 [omesso]
Fax 39-06-4938 [omesso]

Alcuni dettagli sono stati omessi su esplicita richiesta della persona interessata.

Questa e tutte le altre “firme” in calce all’appello non sono in alcun modo una conferma di autenticità dell’appello. Semplicemente è un fenomeno già visto in molte altre catene di sant’Antonio: una persona ha ricevuto l’appello sul posto di lavoro e l’ha rispedito. Il suo programma di posta ha aggiunto automaticamente in fondo al messaggio la sua signature (la coda standard nella quale molti utenti mettono il proprio nome e cognome e magari una frase spiritosa), generando l’equivoco. Tutto qui.

Poiché in questo caso la signature conteneva il nome dell’Istituto Superiore di Sanità e l’appello riguardava un caso medico, gli utenti che non hanno familiarità con il funzionamento di Internet hanno avuto l’impressione che l’appello fosse una dichiarazione ufficiale dell’Istituto stesso, quasi come se fosse scritto sulla sua carta intestata. Invece era una semplice iniziativa personale di un suo dipendente.

Le conseguenze di quest’iniziativa sono state tutt’altro che piacevoli. Infatti nel 2002 ho contattato la persona in questione presso l’Istituto, e l’ho trovata in pieno dramma: l’Istituto Superiore di Sanità era subissato di chiamate a proposito di questo appello (appena ho detto al centralinista chi cercavo, mi ha detto “è per l”e-mail?” col tono esasperato di chi ripete la stessa frase per la centomillesima volta). La persona ha dovuto cambiare numero di telefono in ufficio: quello citato nell’appello è stato disattivato perché squillava in continuazione, rendendo impossibile il lavoro anche ai suoi colleghi.

Ho potuto parlarle telefonicamente, e mi ha confermato che assolutamente non intendeva confermare l’appello a nome dell’Istituto Superiore di Sanità. Ha semplicemente ricevuto l’appello e l’ha rispedito dal computer in ufficio. La direzione dell’Istituto, però, non aveva gradito affatto che il nome dell’ISS fosse associato a questa bufala: “io mi trovo in un bel guaio”, mi ha detto, “non ce la faccio più…”. Una situazione imbarazzante, soprattutto considerato che si trattava di una persona neoassunta. Una gaffe iniziale come questa può compromettere a lungo la serenità dei rapporti con i colleghi.

La persona ha tentato in tutti i modi di fermare la catena di sant’Antonio che circolava con la sua “firma”, ma come già visto in altri casi simili, c’è poco da fare, a parte pubblicare il più diffusamente possibile smentite come questa, sperando che chi riceve la catena si prenda la briga di fare una rapida verifica prima di rispedirla. Da parte sua, la persona rispondeva a chi la contattava con questa smentita:

Da: [omesso]@libero.it

Sono B****** V*****, mando questa e-mail per avvertire che nella rete gira una versione della catena che ha come subject “FALLA GIRARE PER AIUTARE UNA BAMBINA” e come firmatario originale George Arlington, che, per errore, riporta alla fine del messaggio originale la mia firma completa e l’indirizzo completo del mio posto di lavoro.

Questo può portare (ed ha portato) erroneamente a pensare che in qualche modo l’Istituto Superiore di Sanità sia coinvolto in questo messaggio, ma non è assolutamente così.

L’e-mail originale, in realtà non è stata scritta da me. Anch’io come voi, l’ho ricevuta da un altro mittente e, per scrupolo personale, ho pensato di continuare la catena. Purtroppo, non ho considerato che il mio programma di posta elettronica appone automaticamente il mio indirizzo lavorativo. Ribadisco che il contenuto e la forma di questo messaggio non possono e non devono essere attribuiti a me e soprattutto ancor meno si deve pensare che scrivo a nome dell’Istituto Superiore di Sanità essendo soltanto una contrattista che lavora in questo istituto.

Mi scuso per l’accaduto, e prego tutti quelli che ricevono la catena con la mia firma, di interromperla, o se ritengono opportuno continuarla, di cancellare la mia firma e indirizzo. Vi prego anche di inoltrare questo messaggio a coloro dai quali eventualmente ricevete la catena con la mia firma.

La morale di questa storia è una sola. Se proprio dovete diffondere le catene di sant’Antonio, perlomeno non fatelo dal posto di lavoro. Qui sotto trovate altri “falsi garanti” che sono incappati in questa bufala e ne hanno patito le conseguenze.

Mostruose mutazioni

Nel 2003 e nel 2004, L’appello per la povera Rachel ha subito una serie di terrificanti mutazioni e ha ripreso a circolare soprattutto nella Rete italiana.

Il motivo della rinnovata diffusione è che le mutazioni sembrano ancora una volta garantirne l’autenticità: per esempio, ora l’appello è accompagnato da varie precisazioni:

  • “Prego far girare, è una cosa seria e non la solita cazzata. Grazie. Fabio Bottiglioni”
  • “Conosco personalmente il medico che sta facendo girare il messaggio. Grazie.[Rizzotti Lorena (UPA)]”
  • “mio figlio è un medico e conosce la vera situazione di chi scrive”, con in in calce, oltre al riferimento a una persona dell’Istituto Superiore di Sanità, l’indicazione “Dr Fabrizio Bianchi – 1° Ricercatore CNR – Sezione Epidemiologia – Istituto di Fisiologia Clinica – Consiglio Nazionale delle Ricerche – Area di Ricerca di San Cataldo – Via Moruzzi,1 – 56127 PISA (Italy)”.

Ripeto, ribadisco e riconfermo, con il supporto di ZDNet e dell’Istituto Superiore di Sanità: l’appello è una bufala. Non esiste alcuna Rachel, né esiste una lotteria della vita in cui AOL e ZDNet lascerebbero schiattare la povera Rachel se per caso non si raggiunge la cifra sufficiente per l’operazione, né esiste alcun programma in grado di seguire il percorso di un e-mail inoltrato da una persona all’altra infinite volte. I nomi in calce all’appello, come sempre in questi casi, non ne garantiscono in alcun modo l’autenticità: sono semplicemente le “firme” automatiche (signature) che molti programmi appongono automaticamente in calce ai messaggi spediti.

Se volete un’idea del danno che causa l’inoltro sconsiderato di questi messaggi, a febbraio 2004 ho ricevuto un e-mail da una collega di una delle persone sopra citate, in cui racconta che sul posto di lavoro non ne possono più di questa storia perché a distanza di tre anni e mezzo “continuano a telefonarci per chiedere conferma, qualcuno addirittura vorrebbe spedirci soldi, uno lo ha fatto veramente (e glieli abbiamo restituiti)”. Quel gesto imprudente sta insomma intralciando il lavoro dei colleghi, costituendo una scocciatura perenne di cui è impossibile liberarsi.

Altre mostruose mutazioni: Kevine e Melanie

In un’ottima dimostrazione di come le catene di sant’Antonio soffrono di “deriva digitale” e si evolvono man mano che passano di persona in persona, intorno a marzo 2003 l’appello ha preso a circolare anche in una variante arricchita (si fa per dire) da un prologo straziante, che fra l’altro non c’entra assolutamente nulla con l’appello per la malattia di Rachel.

“Sono andata ad una festa, mamma, e mi sono ricordata di quello che mi avevi detto. Mi avevi detto di non bere, mamma, e io non ho bevuto. Non ho bevuto prima di guidare, mamma, anche se gli altri mi hanno incitata. So che ho fatto la cosa giusta, mamma. So che hai sempre ragione. Ora, la festa è quasi terminata e tutti vanno via. Quando sono entrata nella mia macchina, mamma, sapevo che sarei rientrata a casa grazie a come tu mi hai allevata.”

“Ho cominciato a guidare, mamma, e come sono uscita per prendere la strada l’altra auto non mi ha vista, mamma, e mi ha investita. Ho sentito il poliziotto dire che l’altro ragazzo era solo, mamma, e ora, io sono quella che paga! Sono sdraiata qui, sto morendo mamma, spero che arriverai presto. Perchè questo doveva capitare a me, mamma? La mia vita sta volando via come un palloncino. Mi sto bagnando nel mio sangue, mamma.”

“Ho sentito gli infermieri parlare, mamma, e in poco tempo morirò. Volevo semplicemente dirti, mamma: ti giuro che non ho bevuto! Erano gli altri, mamma… Gli altri non hanno riflettuto. Quel ragazzo probabilmente era alla mia stessa
festa. La sola differenza è che lui ha bevuto e sono io che sto morendo… Sento molto dolore ora. Il ragazzo che mi ha investita cammina e io non credo che sia giusto. Sono stesa qui morendo e lui mi guarda fissandomi… Dì a mio fratello di non piangere, mamma.” Dì a papà di essere bravo e quando sarò in paradiso, mamma, tu scriverai ‘La figlia al papà’ sulla mia pietra tombale.”

“Qualcuno avrebbe dovuto dirglielo, mamma, di non guidare se aveva bevuto. Se solamente qualcuno gliel’avesse detto io sarei ancora viva. Il mio respiro se ne va sempre di più mamma, e io ho paura. Per favore, non piangere, mamma. Quando avevo bisogno di te tu eri sempre lì. Ho una sola ultima domanda prima di dirti addio: io non ho bevuto prima di guidare, allora perchè sono io quella che muore?”

Seguiva il solito appello:

“sono un giovane papà di 29 anni….Dio ci ha benedetto con una splendida bambina di nome Rachel”

Eccetera eccetera. L’unica differenza importante è che i nomi dei genitori erano improvvisamente cambiati: ora sono “Kevine & Melanie”. Non importa: l’appello continua a essere una bufala e non va diffuso.

Altri garanti assortiti: la Guardia di Finanza

A fine febbraio 2005, l’appello per Rachel Arlington ha iniziato a circolare con un nuovo “garante”: un maresciallo della GdF. L’intestazione dell’appello infatti era questa (ho omesso il nome, il numero di telefono e l’indirizzo di e-mail per rispetto della privacy e per non causare ulteriori guai al maresciallo, già assillato da richieste di informazioni):

Mar. A. M***** B*****
Comando Generale della Guardia di Finanza
IV Reparto – Ufficio Infrastrutture
Viale XXI Aprile, 51 = 00162 ROMA =
Telefono: 06/4422****

e-mail: B****.M****@gdf.it

Ho contattato la GdF in proposito: la loro risposta è descritta in un mio articolo su Zeus News. L’indirizzo di e-mail citato nell’appello è stato disattivato: è dunque inutile telefonare o mandare e-mail al maresciallo chiedendo conferme.

Aggiornamento (2007/11/27): ulteriori garanti apparenti

Ecco l’ultima infornata di “garanti”, che pubblico per facilitarne il reperimento a chi ha il buon senso di cercare informazioni su Internet prima di inoltrare gli appelli che riceve:

  • Massimiliano Giangaré cell. 328 9583457
  • Prof. Ettore Cardarelli Università degli studi di Roma ‘La Sapienza’ Via Eudossiana 18 00184 Roma

A volte l’appello ha in coda tutti i garanti precedenti oltre a queste due new entry, ed è una dimostrazione molto chiara del fatto che gli appelli-bufala mietono vittime a prescindere dalla competenza e qualifica dell’utente e che il funzionamento di Internet è per molti ancora un vero mistero.

Inoltre l’appello ora gira con la precisazione “FATE GIRARE PER AIUTARE IL COLLEGA: E’ UN PICCOLO GESTO CHE POTREBBE RISOLVERE UN GROSSO PROBLEMA”. Collega di chi, di preciso, non si sa. Ma fa niente: inoltrare non costa nulla e fa sentir bene. E allora si va avanti a intasare le caselle di posta. Da ormai sette anni.

2010/11/14

A marzo 2010 è comparsa una nuova variante, accompagnata da fotografie scioccanti di una neonata e da un referto medico: l’analisi è qui.

A novembre 2010 l’appello è ricomparso con le sole foto e con un testo ulteriormente modificato e pubblicato in varie lingue: l’indagine è qui su Wired.it.

Due parole sull’attacco informatico “terroristico” alla Regione Lazio

Due parole sull’attacco informatico “terroristico” alla Regione Lazio

Ultimo aggiornamento: 2021/08/06 16:00.

Ho aspettato un po’ a scrivere di questa vicenda per lasciare che si depositasse il polverone delle dichiarazioni politiche e cominciassero a emergere i fatti tecnici. I fatti sono ancora pochi, comunque, ed è piuttosto evidente a questo punto che non c’è alcuna intenzione delle autorità di fare piena chiarezza sulla vicenda. Prendete quindi queste poche righe con beneficio d’inventario.

Quello che si sa per certo, finora, è che i servizi informatici della Regione Lazio sono offline da domenica 1 agosto. Secondo la ricostruzione de Il Post (anche qui), un ransomware ha colpito il centro elaborazione dati (CED) che gestisce tutta la struttura informatica regionale e i tecnici hanno pertanto disattivato il CED.

Questo ha portato quasi alla paralisi tutti i servizi regionali che dipendono dal CED, fra i quali spicca il servizio di vaccinazione contro il Covid (che sta procedendo lentamente usando un sistema cartaceo ma ha le prenotazioni bloccate).

Il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, ha parlato di difesa contro “attacchi criminali o di stampo terroristico” (sottolineo “o”), ma ANSA ha inventato un virgolettato che gli ha messo in bocca una certezza sullo stampo terroristico che di fatto Zingaretti non ha espresso (perlomeno nello spezzone video riportato nel tweet di ANSA): 

I giornali generalisti italiani si sono lanciati in narrazioni che per pietà mi limito a definire fantasiose, per cui non è opportuno considerare affidabile qualunque affermazione informatica scritta da queste testate e conviene rivolgersi solo a fonti tecniche qualificate. 

Per quello che è dato sapere fin qui, non c’è nessuna evidenza di un attacco di stampo terroristico: sembra invece trattarsi di un classico attacco criminale, effettuato a scopo di estorsione. Un tipico ransomware, insomma, di quelli che colpiscono tutti i giorni tante aziende: i dati vengono cifrati dai criminali, che poi chiedono il pagamento di un riscatto per avere la chiave di decifrazione. Stavolta il bersaglio è un po’ più grosso e il danno è molto più visibile.

L’ipotesi del terrorismo informatico è altamente improbabile perché un attacco a fini terroristici avrebbe semplicemente cancellato i dati invece di cifrarli, come ha giustamente fatto notare Stefano Zanero, professore associato di Computer Security al Politecnico di Milano.

Ieri è stato diffuso uno screenshot, parzialmente oscurato, che mostrerebbe l’avviso del ransomware, con un link a una pagina del dark web da usare per la trattativa con gli esecutori dell’attacco:

Secondo BleepingComputer, il link alla pagina è collegato a un gruppo di criminali informatici noto come RansomEXX, che ha già preso di mira grandi aziende in vari paesi del mondo, e la tecnica di attacco del gruppo consiste nel violare le difese di una rete aziendale usando delle vulnerabilità o delle credenziali rubate, per poi scorrazzare nella rete rubando o cifrando file e prendere il controllo del domain controller Windows per diffondere il software di cifratura su tutta la rete.

Gli attacchi di ransomware di solito agiscono su due fronti fondamentali di monetizzazione: la minaccia di bloccare l’attività della vittima e la minaccia di disseminare i dati custoditi dalla vittima
(con conseguenti disagi e danni). Zingaretti ha dichiarato che “nessun dato sanitario è stato rubato e i dati finanziari e del bilancio non sono stati toccati” (Il Post), ma è decisamente troppo presto per essere così categorici.

Per ora, quindi, le domande superano ampiamente le risposte.

Come è stato possibile un attacco del genere? Secondo le informazioni pubblicate da Open, l’attacco sarebbe iniziato prendendo di mira un PC di un dipendente di Lazio Crea, “società controllata dalla Regione, in smartworking a Frosinone. Per
entrare nel sistema, come hanno spiegato fonti della polizia postale a Repubblica,
i pirati hanno bucato Engineering SPA
[sic], la società specializzata in
servizi informatici che lavora con molte amministrazioni pubbliche
[…] Da lì hanno ottenuto le credenziali dell’impiegato di Lazio Crea, che
aveva i privilegi di amministratore. Hanno inserito il ransomware nel
sistema informatico ed è partita la copia dei file.”
Uno schema assolutamente classico, insomma. Engineering SPA (in realtà Engineering Ingegneria Informatica S.p.A.) ha però preso posizione su questa ricostruzione degli eventi.

[…] With regard to alleged theories in circulation insinuating a possible
correlation between the blocked attack attempt and the hacker attack
suffered by the Lazio Region between the night of 
31st July and 1st August, please note that the
analysis and detailed investigation swiftly carried out exclude any
links between the two events (the Region has confirmed the attack
started with the hacking of a smart-working employee).

Please
also note the Engineering Group does not manage any of the Region’s
infrastructures subject to cyber-attacks, whose dynamics are yet to be
fully clarified by the competent authorities. […]

Non si possono ripristinare i dati da un backup? Non è così semplice. Come regola generale, prima di tutto bisogna assicurarsi che la rete informatica sulla quale si va a ripristinarli sia pulita e non contenga ancora il ransomware, altrimenti è tempo sprecato. Occorre quindi ripulire la rete oppure crearne una nuova vergine (cosa non facile per sistemi informatici grandi e complessi come un CED regionale). Poi bisogna avere un backup, e questo backup deve essere recente e pulito. Ma a quanto risulta dalle dichiarazioni di un assessore della Regione Lazio, almeno parte dei backup era tenuta in linea e quindi sarebbe anch’essa cifrata. Un altro errore classico. Tenere offline un backup integrale di grandi database non è semplice, certo, ma non farlo è una negligenza imperdonabile.

Come si possono evitare disastri del genere? Anche questo non è facile, ma i passi da compiere per ridurre la possibilità che accadano sono ben conosciuti:

  • ridurre la superficie di attacco, per esempio togliendo gli accessi privilegiati a chi non ne ha strettamente bisogno (in smart working o meno) e dandoli soltanto a chi ha macchine molto protette e non usate in modo promiscuo (no, il PC del dirigente sul quale guarda il sitarello porno o i film piratati non deve avere accesso privilegiato alla rete aziendale);
  • predisporre una procedura di backup (che va collaudata e testata) che offra il massimo isolamento fisico possibile;
  • predisporre un piano di disaster management per sapere cosa fare se (anzi quando) un attacco va a segno e in base a quanto va a segno;
  • avere un piano di comunicazione chiaro e trasparente.

Fra queste soluzioni, noterete, è vistosamente assente qualunque accenno a grandiosi piani di “cloud nazionale”. Perché “cloud nazionale” in politichese si traduce “pioggia di soldi per gli amici”, ma in informatica si traduce “single point of failure”. E se qualcuno ha bisogno che gli si traducano queste parole inglesi, tenetelo lontano da qualunque decisione informatica.

2021/08/06 16:00. Continuano le comunicazioni contraddittorie, ma sembra esserci una buona notizia. Corrado Giustozzi, che finora ha sempre parlato su autorizzazione della Regione Lazio, ha scritto:

Confermo con gioia che la Regione Lazio ha recuperato i dati senza
pagamento di riscatto. Non decifrando i dati ma recuperando i backup che
non erano stati cifrati ma solo cancellati. Ma lavorando a basso
livello i tecnici di LazioCrea hanno recuperato tutto.

E anche:

Al momento non si può dire se c’è stata anche esfiltrazione di dati o
no. Sembrerebbe di no, ma servono analisi più complete per accertarlo.

Giustozzi spiega che i dati sono stati recuperati da un VTL (Virtual Tape Library), “una Virtual Tape Library, ossia un’entità autonoma che emula un sistema
robotizzato di backup su nastro. Ancora più disaccoppiata dell’hardware”
.

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico) o altri metodi.

Antibufala Classic: la foto del turista in cima al World Trade Center

Antibufala Classic: la foto del turista in cima al World Trade Center

Ripubblico qui un’indagine antibufala ormai storica, risalente al 7 giugno 2003, perché oggi mi è arrivata la segnalazione che ancor oggi, a distanza di sette anni dai tragici eventi dell’11 settembre 2001, questa storia continua a far inquietare gli utenti di Internet con nuove mutazioni (descritte in fondo all’articolo, nell’aggiornamento).

Il testo dell’appello

In realtà più che di un testo si tratta di una fotografia che ritrae un giovane in cima al World Trade Center. La foto è datata 11 settembre 2001, e sullo sfondo si vede un jet che si avvicina….

La foto ha fatto naturalmente il giro del mondo, ed è stata smentita da tutti i siti antibufala più famosi, ma c’è ancora qualcuno che ci casca, per cui vale la pena di riassumere qui i motivi per i quali l’immagine è soltanto uno scherzo di dubbio gusto.

Perché è una bufala

E’ un fotomontaggio, dichiarato come tale dal suo autore.

Anche senza sapere della smentita del suo autore, gli indizi della bufala sono numerosi:

  • La data è vistosamente aggiunta digitalmente: non ha la sfocatura tipica di tutte le fotocamere con datario incorporato.
  • L’aereo è anch’esso vistosamente aggiunto digitalmente: prima di tutto perché le direzioni delle ombre sull’aereo non coincidono con quelle nel resto della foto, e poi perché un aereo che si avvicina a centinaia di chilometri l’ora, ripreso a distanza così ravvicinata, dovrebbe risultare mosso.

Se per caso questi indizi interni non vi bastassero, Snopes.com ne ha altri, che riassumo qui:

  • L’11 settembre 2001 era una giornata calda e soleggiata: l’abbigliamento molto pesante del turista è quindi completamente stonato.
  • L’aereo è raffigurato come se arrivasse da nord e quindi dovrebbe essere quello che colpì la torre nord del World Trade Center, il cui tetto però non era accessibile al pubblico. Soltanto l’altra torre aveva il tetto visitabile (lo so, ci sono stato).
  • A settembre 2001, gli orari di apertura ai visitatori del tetto erano dalle 9.30 alle 21.30. Il primo aereo colpì il WTC alle 8:46, ossia prima che ci potessero essere visitatori sul tetto.
  • L’aereo mostrato nella foto è un Boeing 757 della American Airlines, ma l’unico aereo della American Airlines ad aver colpito il WTC fu un Boeing 767, modello ben diverso e riconoscibile dalla fusoliera assai più larga.

Questi sono gli indizi interni ottenibili confrontando la foto con i fatti facilmente reperibili su Internet. Ma c’è di più.

Un articolo della rivista Wired di novembre 2001 ha rivelato in parte l’identità della persona ritratta nella foto, che ha ammesso che si tratta di un fotomontaggio creato per scherzo e diffusosi involontariamente oltre la cerchia degli amici ai quali era destinato.

L’autore della foto, un ungherese di nome Peter (ha chiesto l’anonimato per il cognome), ha inviato alla redazione di Wired l’originale della foto e altre sue immagini riprese al World Trade Center, dalle quali si nota il fatto accennato prima che solo una delle due torri era visitabile fin sul tetto e si vede chiaramente la differenza fra il datario vero di una fotocamera e quello simulato nella foto-bufala.

Come segnalato da un lettore del Servizio Antibufala (paolo.sqf), il fotomontaggio è diventato abbastanza famoso da dar vita a tutta una serie di imitazioni, in cui il malcapitato turista viene inserito nelle situazioni storiche più improbabili. Sono addirittura nati dei siti che collezionano questi fotomontaggi: uno dei più celebri è Touristofdeath.com.

Aggiornamenti

La foto dalla quale è tratta l’immagine del Boeing 757 è questa presso Airliners.net:

A febbraio 2009, a distanza di sette anni, la leggenda circola ancora sotto forma di presentazione Powerpoint di nome fotoincreible.pps, che recita:

FOTO INCREIBLE – ¿RECUERDAS LA TORRES GEMELAS? – LA QUE VERAS A CONTINUACION ES UNA FOTO INCREIBLE – FOTO INCREIBLE: Leer el texto antes de ver la foto. Prestar atencion en la fecha (esquina inferior derecha). Esta foto fue encontrada en un rollo de una cámara fotográfica entra los destrozos del World Trade Center y fue recogida por el FBI para la investigación. Fue puesta recientemente a disposición del público en Internet, aún se desconoce su nombre y obviamente está dado como desaparecido por su familia.

Antibufala Classic: allarme per i deodoranti cancerogeni!

Antibufala Classic: allarme per i deodoranti cancerogeni!

Ripubblico qui un’indagine antibufala che risale al 2004 ma è tornata
d’attualità perché l’appello di cui si occupa ha ripreso a circolare in questi
giorni. L’originale era pubblicato
qui su Attivissimo.net. L’articolo è stato aggiornato dopo la sua pubblicazione in questo
blog.

Il testo dell’appello

Questo messaggio ha preso a circolare in Internet, con alcune varianti, ad
aprile 2004. Le evidenziazioni sono mie; l’ortografia e la punteggiatura
incerta no.

Si tratta della spiegazione di
una delle origini del cancro al seno.

E’ una specialista in biologia cellulare che l’ha scritto sig.ra
Gabriela Casanova Larrosa Dell’Universita’ dell’Uruguay: non è passato
molto tempo da quando ho Assistito a un seminario sul cancro al seno. Durante
periodo di “domande e risposte” Ho domandato perchè l’ascella è la parte più
incline a sviluppare il cancro al seno.

La mia domanda non ha avuto risposta allora, ma ho appena ricevuto un pacco
dove ho trovato la risposta alla mia domanda, che io voglio dividere con tutti
e tutte.

La causa principale del cancro al seno è l’utilizzo di ANTITRASPIRANTI.

La maggior parte dei prodotti di marca sono una combinazione di
antitraspiranti e deodoranti. I deodoranti sono inoffensivi.

Per cortesia guardate la composizione dei vostri prodotti a casa.

Se ce ne sono di quelli che contengono Chloridrato di alluminio (anche
sotto il nome di deodorante) bisogna gettarli nell’immonizia e provare delle
altre marche che non hanno dei composti a base di alluminio. Ce ne saranno
sicuramente sul mercato.

La ragione è semplice. Il corpo umano ha solamente qualche zona soggetta a
eliminare le tossine: dietro i ginocchi, dietro le orecchie, tra le pieghe
delle gambe e le ascelle. Le tossine sono eliminate sotto forma di
traspirazione.

Gli anti traspiranti impediscono questa traspirazione, quindi la funzione
corporea di eliminazione delle tossine attraverso le ascelle.

Queste tossine non spariscono. Sono immagazzinate nei cellule linfatiche che
si trovano sotto alle braccia.

La maggior parte dei tumori al seno hanno origine da questa regione superiore
del seno.

Gli uomini sono meno soggetti a sviluppare questo tipo di malattia Perchè se
utilizzano gli antitraspiranti questi restano sui peli delle ascelle, e Non si
applicano direttamente sulla pelle.

Le donne che applicano questi prodotti subito dopo la rasatura, stanno
accrescendo il rischio perchè le piccole ferite causate dalla rasatura fanno
si che il prodotto chimico penetri più facilmente nel corpo.

Per cortesia informate tutte le donne e tutti gli uomini che voi conoscete.

Il cancro al seno occupa al giorno d’oggi proporzioni veramente Allarmanti.

Se con questa informazione possiamo evitarne alcuni, questo non Sarà mai tempo
perso.

Grazie

MSc. Gabriela Casanova Larrosa, Prof. Assistent du Departement de
Biologie Cellulaire de la Faculte de Sciences de la Republique Orientale
d’Uruguay

Datazione

La prima citazione del nome “Gabriela Casanova Larrosa” in riferimento a
quest’appello nei newsgroup risale, secondo Google Groups, al
25 aprile 2002, nel newsgroup es.charla.enfermedad.cancer.

Perché è una bufala

Non esiste alcuna conferma scientifica seria dell’affermazione che gli
antitraspiranti causino il cancro al seno o che addirittura l’utilizzo di
antitraspiranti sia “la causa principale del cancro al seno” come dice
l’appello.

Una smentita molto autorevole a quest’accusa proviene dall’American Cancer
Society (link aggiornato;
link del 2003, archiviato su Archive.org;
ulteriori smentite dell’ACS). Secondo l’ACS,
“vi sono moltissimi studi epidemiologici estremamente rigorosi riguardanti i
fattori di rischio del cancro al seno, pubblicati nelle riviste mediche. Non
siamo al corrente di nessuno di questi studi che dimostri o anche soltanto
suggerisca che l’uso di antitraspiranti sia un fattore di rischio per il
tumore al seno, men che meno la sua ‘causa principale’”
.

In originale:
“There have been many extremely thorough epidemiological studies of breast
cancer risk factors published in medical journals. We are not aware of any
among these proving or even suggesting anti-perspirant use as a risk factor
for breast cancer, much less the ‘leading cause’ of the disease”
.

Conferme scientifiche cercansi

Per quel che mi risulta, esiste una sola pubblicazione scientifica che
suggerisce un possibile legame fra deodoranti/antitraspiranti,
depilazione delle ascelle e tumore al seno: è stata pubblicata a dicembre 2003
dallo
European Journal of Cancer Prevention, Volume 12(6), pp. 479-485. Si intitola
“An earlier age of breast cancer diagnosis related to more frequent use of
antiperspirants/deodorants and underarm shaving”

ed è consultabile sul sito dell’EJCP.

Si tratta di uno studio retrospettivo di Kris McGrath, un allergologo di
Chicago. È importante notare il termine “retrospettivo”, perché fa molta
differenza. Nei test normali, un gruppo di persone viene esposto alla sostanza
da testare in condizioni rigorosamente controllate, di norma con un “gruppo di
controllo”, ossia un altro gruppo analogo di persone che non viene esposto alla
sostanza. In uno studio retrospettivo, invece, ci si basa sul ricordo delle
persone, che può essere impreciso. Vi ricordate esattamente a che età avete
iniziato a usare deodoranti? Avete sempre usato deodoranti contenenti alluminio
cloridrato? Da che età vi depilate le ascelle?

Comunque sia, persino questa pubblicazione conclude piuttosto blandamente,
affermando che
“la depilazione delle ascelle, in combinazione con l’uso di
antitraspiranti/deodoranti

[notare l’inclusione dei deodoranti, che invece l’appello dichiara innocui]
potrebbe avere un ruolo nel cancro al seno. Non è chiaro quale di
questi fattori sia coinvolto. La letteratura esaminata suggerisce
l’assorbimento di sali di alluminio, facilitato dal danneggiamento della
barriera cutanea. Sono necessarie indagini con gruppi di controllo

[in cui si confrontano persone esposte alla sostanza e persone non esposte]
prima di consigliare abitudini igieniche alternative per l’ascella.

Lo studio di McGrath è discusso anche in un’intervista
per la NBC. Per contro, nel 2003 è stato pubblicato nel
Journal of the National Cancer Institute uno studio un po’ più rigoroso,
che mi risulta sia il primo mirato specificamente a confermare o smentire questo
supposto legame fra antitraspiranti/deodoranti e cancro al seno. Si intitola
Antiperspirant Use and the Risk of Breast Cancer, di Dana K. Mirick,
Scott Davis e David B. Thomas, ed è liberamente
consultabile
sul sito del JNCI. Lo studio non ha trovato indicazioni di questo legame
né con i deodoranti, né con gli antitraspiranti.

Per farla breve: prove scientifiche rigorose, per ora, non ce ne sono.
Per ora c’è soltanto un’ipotesi assai controversa, supportata da un’unica
pubblicazione scientifica basata su tecniche abbastanza imprecise. Nel
frattempo, naturalmente, se per prudenza volete astenervi dall’usare deodoranti
e antitraspiranti, fate pure, ma attenzione ai danni collaterali che potreste
causare se non vi tenete sottovento.

Altre inesattezze dell’appello

L’American Cancer Society demolisce anche altri aspetti dell’appello.

  • Il messaggio afferma che
    “Il corpo umano ha solamente qualche zona soggetta a eliminare le
    tossine: dietro i ginocchi, dietro le orecchie, tra le pieghe delle gambe
    e le ascelle. Le tossine sono eliminate sotto forma di traspirazione. Gli
    antitraspiranti impediscono questa traspirazione, quindi la funzione
    corporea di eliminazione delle tossine attraverso le ascelle. Queste
    tossine non spariscono. Sono immagazzinate nei cellule linfatiche che si
    trovano sotto alle braccia”
    . In realtà è vero che i linfonodi rimuovono alcune tossine dall’organismo,
    ma non le rilasciano tramite la sudorazione.
  • Il messaggio afferma che
    “La maggior parte dei tumori al seno hanno origine da questa regione
    superiore del seno”
    . Secondo l’ACS, è vero che circa la metà – non la maggior parte – dei
    tumori al seno si localizza nel quadrante superiore esterno, ma non perché
    lì si trovano i linfonodi: semplicemente perché è la zona in cui si trova la
    maggior parte del tessuto del seno. I quadranti in cui i medici suddividono
    il seno non sono uguali fra loro come quantità di tessuto.
  • Il messaggio afferma che
    “Gli uomini sono meno soggetti a sviluppare questo tipo di malattia
    Perchè se utilizzano gli antitraspiranti questi restano sui peli delle
    ascelle, e Non si applicano direttamente sulla pelle”
    . In realtà, gli uomini sono circa 100 volte meno soggetti al tumore al
    seno, rispetto alle donne, per la semplice ragione che hanno circa 100 volte
    meno tessuto mammellare.

Il “chloridrato di alluminio”

La sostanza chiamata erroneamente
“chloridrato di alluminio” nell’appello è in realtà l’alluminio
cloridrato
. La storpiatura è dovuta probabilmente alla scarsa competenza linguistica e
chimica di chi ha tradotto in italiano l’appello. La versione italiana infatti
non è l’unica: ce ne sono in moltissime lingue, compreso l’inglese, lingua in
cui la sostanza è chiamata “aluminum chlorohydrate” (nella preponderante
grafia statunitense; in quella inglese britannica è
“aluminium chlorohydrate”).

La versione inglese di quest’appello è disponibile presso
Snopes.com: quella
francese è presso
Hoaxbuster.com. Un campione della variante spagnola è
qui.

L’alluminio cloridrato è una sostanza chimica che ha proprietà antitraspiranti
ed è effettivamente presente in molti prodotti per l’igiene personale.

Sotto forma di farmaco di libera vendita, la FDA (Food and Drug Administration),
ente statunitense che si occupa di verificare la sicurezza di ogni sostanza, la
classifica come sicura per l’uso normale.
Questo non significa che è assolutamente innocua (non esistono sostanze
assolutamente innocue, come ben sa chi prova a ingerire un etto di
peperoncino): significa soltanto che alle dosi in cui è presente nei prodotti in
commercio, e applicato sulla pelle, non produce danni rilevabili (e quindi non
induce il cancro). Se uno se la spara in bocca o ci fa un bel pediluvio,
ovviamente, potrebbe esserci qualche danno, ma queste sciagurate ipotesi non
sono coperte dai test per ovvia carenza di volontari. I test condotti dall’FDA
sono documentati per esempio
qui.

Sull’alluminio cloridrato girano storie di tutti i tipi: c’è chi lo
accusa di provocare il cancro al seno, come in quest’appello, e chi dice che
produce la perdita di memoria o il morbo di Alzheimer. Nessuna di
queste affermazioni ha basi scientifiche, ed è importante notare che chi le fa è
spesso promotore di prodotti “ecologici” alternativi che guarda caso si
vantano di non contenere alluminio cloridrato, per cui non è necessariamente
disinteressato.

Va detto che l’alluminio cloridrato contiene (è abbastanza ovvio) alluminio, e
ci sono indicazioni scientifiche secondo le quali l’alluminio, come molti altri
elementi, è neurotossico se assimilato in grandi quantità. Tuttavia
l’esposizione all’alluminio presente naturalmente nei cibi e nell’acqua potabile
è di gran lunga superiore a quella che si potrebbe avere dall’uso normale
di antitraspiranti, per cui il rischio è proporzionalmente più basso.

In altre parole, se avete paura di prendere il cancro da un antitraspirante,
dovreste anche aver paura di avvolgere i cibi nella stagnola (che nonostante il
nome è fatta di alluminio).

L’appello sembra suggerire che il pericolo sia costituito dall’alluminio
cloridrato, ma in realtà ne “spiega” l’azione in modo contraddittorio. Dice che
gli antitraspiranti, impedendo la traspirazione, trattengono le tossine
nell’organismo, e queste tossine inducono il cancro. Ma se è vero questo
meccanismo, allora
qualsiasi prodotto che blocca la traspirazione dovrebbe essere pericoloso,
anche se non contiene alluminio cloridrato
.

Giusto per scrupolo, ricordo che fra “deodorante” e
“antitraspirante” c’è una differenza notevole: l’antitraspirante blocca
la sudorazione, il deodorante no.

Come capita spesso negli appelli-bufala, il messaggio è semplificato e in bianco
e nero: dice che “i deodoranti sono inoffensivi”, ma non tiene conto del
fatto che molte persone sono allergiche ad un particolare tipo di sostanza
presente in molti antitraspiranti e deodoranti: il profumo. Applicare un
prodotto contenente profumo, specialmente sulla pelle già irritata da una
depilazione, può causare reazioni cutanee tutt’altro che trascurabili. Non si
può quindi essere faciloni e categorici e affermare che i deodoranti sono
inoffensivi.

Ma chi è Gabriela Casanova Larrosa?

Che dire del presunto “garante” di questo messaggio,
“Gabriela Casanova Larrosa, Prof. Assistent du Departement de Biologie
Cellulaire de la Faculte de Sciences de la Republique Orientale d’Uruguay”
?

Effettivamente esiste una persona con questo nome nell’elenco dei docenti della facoltà di scienze di Montevideo. I suoi dati ufficiali sono questi:
“Casanova Larrosa, Gabriela: Lic CBiol (FHC UR 1985) y Técn Anatomía
Patológica (FMed UR 1986) y Ms CBiol Neurociencias (PEDECIBA-FC UR 1998).
Ayudante (1985-91) y Asistente (1991-) de Biología Celular.
casanova@fcien.edu.uy”
.

Le ho scritto il 30/4/2004, chiedendo chiarimenti e ho ricevuto una sua risposta
il 5/5/2004, in cui
smentisce di essere mittente o garante dell’appello:

Dear Paolo: I´m not the source of the mail concerning breast cancer and
anti-perspirants. It is a falsehood. The scientific arguements are very
doubtfull and the e-mail not contain any scientifc evidence. I dont know if
you understand spanish. I´m sending to you the denial. Thank you very much for
your time. Kind regards

Gaby

[TRADUZIONE

Caro Paolo, non sono io la fonte del messaggio riguardante il tumore al seno
e gli antitraspiranti. È una menzogna. Le argomentazioni scientifiche sono
molto incerte e l’e-mail non contiene prove scientifiche. Non so se capisci
lo spagnolo. Ti mando la smentita. Grazie per il tempo che mi hai dedicato.
Cordiali saluti, Gaby.]

Desmentido:

Estimada gente: El mail de los antitranspirantes no lo escribí ni lo
respaldo.

Simplemente estoy siendo víctima de un “Spam” o algo así. Eso me explicó la
gente que trabaja en informática de la Facultad de Ciencias: alguien toma tu
autofirma (sin tu permiso) y la agrega al pié del rumor que quiere difundir
para hacerlo mas “creíble”. Luego se divierten observando con que rapidez se
difunde.

Como el tema además es muy delicado y la mayoría de la gente me ha escrito y
llamado preocupada, me contacté con las personas que sé que trabajan en el
tema y que participaron del último congreso internacional de mama. Ellos me
informaron que ese tema no había sido tratado en ninguno de los simposios de
los que participaron.

Por eso les pido que por favor no lo vayan a difundir y menos con mi nombre al
pié. No solo mi reputación está en juego sino también la de la institución
para la cual trabajo. De ser posible les pediría además que envíen este
desmentido a quien les hizo llegar el mensaje.

Por último les ruego lo lean con atención, verán que fué escrito por un hombre
y está firmado por una mujer (sin autorización de la misma): “…A los hombres
parece ocurrirles en menor proporción, pero no estamos exentos de desarrollar
cáncer de mama por causa de los antitranspirantes. …”

Ha sido un gusto comunicarme con Uds. y desde ya quedo a las órdenes para lo
que pueda servir.

Gaby.

MSc. Gabriela Casanova Larrosa

Asistente Secc. Biología Celular

[TRADUZIONE

Smentita: Egregi signori, la mail degli antitraspiranti non l’ho scritta io
e non la confermo. Sono semplicemente vittima di un episodio di “spamming” o
qualcosa di simile. Me l’ha spiegato la gente della facoltà di scienze che
lavora in informatica: qualcuno prende la tua “autofirma” (senza il tuo
permesso) e la aggiunge in fondo alla diceria che vuole diffondere per
renderla più “credibile”. Poi si diverte a vedere con che velocità si
diffonde.

Dato che l’argomento è per di più molto delicato e la maggioranza della
gente mi ha scritto e chiamato preoccupata, ho contattato le persone che so
che lavorano nel campo e che hanno partecipato al più recente congresso
internazionale dedicato al seno. Essi mi hanno confermato che questo
argomento non è stato trattato in nessuno dei convegni a cui hanno
partecipato. Per questa ragione vi prego di non diffondere la mail,
soprattutto quella recante il mio nome.

Non è soltanto la mia reputazione ad essere a repentaglio, ma anche quella
dell’organizzazione per la quale lavoro. Se vi è possibile vi chiederei
anche di inviare questa smentita a chi vi ha fatto pervenire il messaggio.
Infine vi prego di leggerlo con attenzione, noterete che è stato scritto da
un uomo ma è firmato da una donna (senza l’autorizzazione di quest’ultima):
“…Sembra che accada meno frequentemente agli uomini, ma non siamo esclusi
dallo sviluppare un cancro alla mammella per colpa degli antitraspiranti.
…”

È stato un piacere comunicare con Voi e fin da subito mi rendo disponibile
per qualsiasi cosa possa essere utile.]

Le parole della Casanova Larrosa indicano che l’appello ha subito alcune
mutazioni, come capita spesso, e che in origine conteneva un riferimento a un
autore maschile (“noterete che è stato scritto da un uomo ma è firmato da una donna”).

Ringraziamenti

Grazie a Lorenzo Montali per la segnalazione di alcuni dettagli di questa storia
e a Simone Attivissimo per la traduzione dell’e-mail della Casanova Larrosa.

Antibufala: cane lasciato morire per “arte”?

Antibufala: cane lasciato morire per “arte”?

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

NOTA: Quest’indagine non afferma che la storia è una bufala. Leggete l’articolo fino in fondo prima di giudicare. Grazie.

Circola da alcune settimane un appello che racconta una storia
terribile: un artista latinoamericano, Guillermo Habacuc Vargas, avrebbe fatto
morire di fame un cane all’interno di un museo e questo, per lui, sarebbe stata
una forma d’arte. Ma le mie indagini, fin qui, tracciano un quadro tutt’altro
che certo, ben diverso da quello apparentemente certo descritto da molta
stampa.

Ecco il testo dell’appello in una delle sue varianti più
diffuse:

Guillermo Habacuc Vargas ha organizzato una mostra espondendo cio’ che di
migliore il suo genio potesse partorire: UN CANE LEGATO AD UNA CORDA,
DESINATO A PERIRE DI FAME DINANZI AI CURIOSI OSSERVATORI, ESPERTI DI
PSEUDO-ARTE. L’Idea geniale, brillante, rivoluzionaria e’ stata addirittura
premiata con un invito all’artista in questione a partecipare alla Biennale
Centroamericana del 2008 come rappresentante del suo paese. BOICOTTA LA
PRESENZA DI GULLIERMO HABACUC ALL’EVENTO, CONTRO LA DISUMANITA’ CHE SI
SPACCIA PER ARTE. L’ARTE NECESSITA DI STRUMENTI MIGLIORI
http://www.petitiononline.com/13031953/

Il link citato porta al testo di una petizione che descrive gli eventi in
spagnolo e ha raccolto, al momento in cui scrivo, oltre 210.000 adesioni (va
ricordato che queste petizioni online non hanno alcun valore legale e le
adesioni non possono essere considerate “firme” in senso stretto).

La
petizione, a sua volta, linka un
articolo
del giornale costaricano La Naciòn, datato settembre 2007: ma l’articolo dice
semplicemente che l’artista accusato dalla petizione è stato selezionato per
rappresentare il Costarica alla mostra Bienal Centroamericana Honduras 2008. Del
cane lasciato morire d’inedia non c’è traccia nell’articolo.

L’atrocità
sarebbe avvenuta, secondo l’appello, durante la mostra Bienal Costarricense de
Artes Visuales (Bienarte) 2007, in seguito alla quale Guillermo Habacuc Vargas è
stato selezionato per la Bienal Centroamericana. A supporto di
quest’affermazione viene fornito un
link
a un blog che linka
un altro blog, che a sua volta
afferma quanto segue e mostra alcune immagini del cane:

Según supe el perro murió al día siguiente por falta de comida. Durante la
inauguración supe que el perro fue perseguido por la tarde entre las casas
de aluminio y cartón de un barrio de Managua con nombre de santo que Habacuc
que no pudo precisar en el momento. 5 niños de los que ayudaron en la
captura recibieron bonos de 10 córdobas por su colaboración. Durante la
exhibición algunas personas pidieron la libertad del perrito, a lo que él
artista se rehuso. El nombre del perro era (fue) Natividad, y se le dejo
morir de hambre a la vista de todos, como si la muerte de un pobre perro
fuera un show mediático desvergonzado en el que nadie hace nada más que
aplaudir o mirar desconcertado.

Definitivamente somos lo que
leimos: puras croquetas.

En el lugar que el perro estuvo expuesto
solo queda un cable de metal y una cuerda. El perro estaba sumamente
enfermo, renqueaba y no quería comer de todos modos, así que en un entorno
natural hubiera muerto de todos modos; pero así son todos los pobres perros:
tarde o temprano se mueren o los mueren.

Ecco la traduzione, fornita da
Simone “Drop Alive”:

Mi risulta che il cane sia morto di inedia il giorno seguente. Sono
venuto a sapere durante l’inaugurazione che il cane era stato catturato
alla sera tra le baracche di un quartiere di Managua che prende il nome da
un santo, ma Habacuc non mi ha saputo precisare quale in quel momento.
Cinque dei bambini che hanno collaborato alla cattura hanno ricevuto una
somma di dieci cordobas in premio. Nel corso dell’esibizione alcune
persone hanno chiesto che il cagnetto venisse liberato, ma l’artista l’ha
proibito. Il nome dell’animale era Natividad, ed è stato lasciato morire
di fame sotto gli occhi di tutti, come se la morte di un povero cane
costituisse un vergognoso spettacolo mediatico in cui nessuno fa nulla se
non applaudire o fissare sconcertato.

In definitiva siamo ciò che leggiamo: pure crocchette.

Nel luogo in cui era esposto il cane rimangono soltanto un cavo metallico
e una corda. Il cane era gravemente malato, zoppicava e non voleva
comunque mangiare, quindi sarebbe morto comunque anche in un ambiente
naturale. Ma tutti i poveri cani sono così, presto o tardi muoiono oppure
vengono uccisi
.

Qui si esauriscono le “prove” portate dall’appello: un
“mi risulta che sia morto”. Di
testimonianze dirette, finora, non c’è traccia.

Il sito antibufala
Snopes.com, nella sua
indagine, linka
un articolo di ottobre 2007 del quotidiano nicaraguense
La Prensa, secondo il quale il direttore della galleria, Juanita Bermúdez, afferma che
il cane invece è stato nutrito durante le pause di chiusura e poi è scappato:

Gran polémica ha causado en la región el trabajo del artista costarricense
Guillermo Vargas, conocido como Habacuc, denominado Exposición No. 1. La
exposición fue presentada el pasado agosto en Galería Códice, en Managua.

Como
parte de la exposición el artista ató en una esquina de la sala a un perro
callejero flaco, enfermo y con hambre, que capturó en un barrio pobre de la
capital y que, según el diario costarricense La Nación, murió de hambre esa
noche.

También se incluía como parte de la obra la frase “Eres lo
que lees”, escrita en una pared con alimento para perro, así como una
versión del himno sandinista al revés, además de un incensario en el que se
quemaron 175 piedras de crack y una onza de marihuana.

Vargas
dijo a La Nación que su obra se trataba de un homenaje a Natividad Canda y
no quiso decir si se alimentó al perro o no y se rehusó a asegurar o
desmentir la muerte del can.

Según él, lo importante era mostrar
la hipocresía de la gente y ver cómo un perro se convierte en el foco de
atención cuando está en una galería y no cuando está en la calle.

Liliam
Schnog, presidenta de la Asociación Humanitaria para la Protección Animal en
Costa Rica, informó al mismo diario no comprender cómo se dejó morir de
hambre a un animal, si a la par había una frase hecha con comida.

LAS
REACCIONES

En Costa Rica las reacciones no se hicieron esperar.
Se abrieron blogs (páginas de opinión en internet) donde personas rechazaban
la idea y a otros les parecía bastante creativa, porque lograba comunicar un
mensaje.

Alicia Zamora, artista plástica nicaragüense, considera
que la obra es válida en cuanto genera una reflexión en el espectador, que
está mal acostumbrado a un arte meramente decorativo.

“Habacuc me
parece un artista de mucho respeto, en tanto propone obras que generan y
despiertan una reflexión en la gente; estamos acostumbrados a obras donde el
artista y la reflexión de lo social queda invisible”, dijo Zamora.

Juanita
Bermúdez, directora de Galería Códice, afirma que como persona seria no
permitiría el maltrato al animal. La directora afirmó que el perro comió en
reiteradas ocasiones y que no murió, si no que se fugó durante la
madrugada.

“Es una obra que deja un mensaje social,
definitivamente es arte conceptual y a la gente le cuesta todavía trabajo
digerir este tipo de obras”, expresó la directora.

Bermúdez
también dijo que la obra de Habacuc es bastante enigmática y poco explícita,
pero que en lugar de maltratarlo, el artista dignificó al perro al llevarlo
como arte a una exposición de su obra, para representar una realidad
social.

Non solo.
Silvio
mi segnala
questo comunicato della Galeria Codice, a firma del direttore, riportato anche nelle lettere dei lettori a
La Prensa:

Uno de los trabajos expuestos consistió en presentar a un perro famélico
que Habacuc recogió de la calle, y durante la exposición aparecía amarrado
con una cuerda de nylon, que a su vez estaba sujeta a otra cuerda que pendía
de dos clavos en una esquina de la Galería. Habucuc nombró al perro
“Natividad” en homenaje al nicaragüense Natividad Canda (24 años) quien
murió devorado por dos perros Rottweiler en un taller de San José, Costa
Rica, la madrugada del jueves 10 de noviembre de 2005. El perro permaneció
en el local tres días, a partir de las 5 de la tarde del miércoles 15 de
agosto. Estuvo suelto todo el tiempo en el patio interior, excepto las 3
horas que duró la muestra, fue alimentado regularmente con comida de perro
que el mismo Habucuc trajo. Sorpresivamente, al amanecer del viernes 17, el
perro se escapó pasando por las verjas de hierro de la entrada principal del
inmueble, mientras el vigilante nocturno quien acababa de alimentarlo
limpiaba la acera exterior del mismo.

In altre parole, il cane sarebbe rimasto nella mostra per tre giorni, ma
la mostra durava tre ore ogni giorno, e soltanto durante quelle tre ore veniva
legato e non nutrito. Al di fuori di quest’orario, veniva alimentato
regolarmente con cibo per cani fornito da Habacuc stesso. Il cane sarebbe poi
scappato.

Silvio nota inoltre che
“Habacuc era un profeta del vecchio testamento famoso perché rimproverava a
Dio di vedere la violenza sulla terra e non fare nulla per fermarla.”

Un nome particolarmente calzante, visto che lo scopo dell'”artista” era attirare
l’attenzione sul fatto che, come dice a chi gli scrive indignato, nella sua
città decine di migliaia di cani randagi muoiono di stenti ogni anno e nessuno
ci fa caso, ma basta metterne uno in una mostra per suscitare la furia ipocrita
dell’opinione pubblica:

‘Hello everyone. My name is Guillermo Habacuc Vargas. I am 50 years old and
an artist. Recently, I have been critisized for my work titled ‘Eres lo que
lees’, which features a dog named Nativity. The purpose of the work was not
to cause any type of infliction on the poor, innocent creature, but rather
to illustrate a point. In my home city of San Jose, Costa Rica, tens of
thousands of stray dogs starve and die of illness each year in the streets
and no one pays them a second thought. Now, if you publicly display one of
these starving creatures, such as the case with Nativity, it creates a
backlash that brings out a big of hypocrisy in all of us. Nativity was a
very sick creature and would have died in the streets anyway.’

Va notato che Vargas stesso dice che lo scopo dell’opera non era causare
sofferenze alla povera creatura innocente, ma dimostrare questo concetto di
ipocrisia. Ringrazio Silvia per avermi girato la risposta di Vargas.

Riassumendo:

  • abbiamo un blogger anonimo che ha dato la stura alla vicenda scrivendo che a
    lui/lei risulta che il cane sia morto. Che fine abbia fatto la bestiola,
    però non si sa: su questo non c’è nessuna testimonianza diretta, di prima
    mano.
  • abbiamo il direttore della galleria d’arte che dice che il cane è stato
    nutrito, ma non durante le tre ore giornaliere della mostra, e che poi è
    scappato, e su queste dichiarazioni pone la propria firma;
  • abbiamo l’artista in questione che non conferma e non smentisce la morte del
    cane; dice che non era sua intenzione causargli sofferenza.
  • abbiamo una vicenda che fa leva su tutti i sentimenti giusti per ottenere la
    vastissima eco mediatica alla quale aspirano tanti “artisti”.

Con questo quadro di dati, la spiegazione più
probabile (ma non certa) è che il cane
non sia stato maltrattato come descrive l’appello, ma che l’artista abbia fatto
una provocazione male interpretata e non si sia reso conto delle possibili
conseguenze mediatiche della provocazione.

Come ben sappiamo,
qualsiasi storia di maltrattamento di animali, vera o falsa, fa perdere il lume
della ragione a tanta gente e risveglia nei giornalisti la voglia di scoop che
riempie intere pagine con poca fatica. La voglia di credere al luogo comune
dell’artista moderno incomprensibile e insensibile, combinata col fatto che gli
avvenimenti hanno avuto luogo in un paese lontano e “primitivo”, ha fatto il
resto.

In sintesi, la storia funziona perché gioca sui nostri luoghi
comuni: gli artisti moderni sono indecifrabili e farebbero qualsiasi cosa in
nome della cosiddetta “arte”; i visitatori di queste mostre sono snob
insensibili; i paesi latinoamericani sono rozzi e primitivi; la gente è crudele
con gli animali e nessuno fa nulla per fermarli.

Ma paradossalmente
funziona anche su un altro livello: ha dimostrato pienamente la tesi di Vargas,
ossia che la gente è ipocrita. Con pochissime, nobili eccezioni, s’indigna e si
mobilita per un animale messo in mostra a morire (apparentemente) di stenti,
mentre fa finta di nulla quando incrocia la stessa creatura per strada.

Per
questa storia si è mossa l’Organizzazione Italiana Protezione Animali
e si è attivato persino il commissario UE Frattini per trovare la maniera di
bandire Guillermo Vargas
dall’Unione Europea. Ma scusate, il principio dell’innocenza fino a prova
contraria che fine ha fatto? Allo stesso modo, temo che molta gente “firmerà”
questa petizione assolutamente inutile e crederà con questo di aver fatto il
proprio dovere di animalista DOC.

Io avrei una proposta: invece di
“firmare” pigramente, andare a comperare una scatoletta di cibo per cani e
portarla al rifugio per animali più vicino. Costa più fatica, ma è sicuramente
un gesto più utile. E con lo stipendio di un commissario UE, o di un giornalista
che ha riportato come assolutamente certa la notizia senza verificarla, chissà
quante scatolette si potrebbero comperare.