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Antibufala: appello per raccolta di plasma iperimmune al San Filippo Neri. Vero, ma da precisare

Ultimo aggiornamento: 2020/11/25 21:45.

Una volta tanto posso dare una conferma di un appello circolante sui social network: quello che parla di una raccolta di plasma di chi ha avuto la Covid, che si svolge secondo l’appello presso l’ospedale San Filippo Neri. Il testo è questo (con alcune varianti):

 

 “‼️‼️⭕️⭕️⭕️ Ragazzi *molto importante* diffondere a manetta per chiunque potrebbe essere interessato a dare una mano, la fonte una dottoressa di mia conoscenza che lavora al SISP gestione covid:
Ho partecipato stamattina alla riunione del comitato sul buon uso del sangue. Vi informo che da noi al san Filippo neri è in atto un protocollo che si chiama TSUNAMI per cui raccolgono il plasma di chi ha avuto il COVID-19 per terapia con plasma iperimmune. Possono donare dopo 14 gg da test negativizzato. Le donne solo se NON HANNO MAI AVUTO UNA GRAVIDANZA (neanche aborti).
Diffondete! Si può chiedere appuntamento scrivendo a maria.stigliano@aslroma1.it oppure a marcello.hortencio@aslroma1.it
Mi sembra molto utile, il plasma iperimmune verrà prima sottoposto a titolazione allo Spallanzani e in caso riservato ai casi prima di gravi condizioni. Grazie ⭕️⭕️⭕️”

Ho scritto ai due indirizzi di mail dell’ASL Roma1 citato nell’appello e ho ottenuto la seguente risposta da Marcello Hortencio De Medeiros:

Buonasera,
questa volta è tutto vero :))
Siamo uno dei pochi centri attivi nel Lazio per la donazione di Plasma da convalescente,
ed a valle riunione del comitato sul buon uso del sangue Aziendale di Lunedì scorso, abbiamo fortunatamente avuto un po’ di risonanza.
Preciso che il Protocollo di nome Tzunami è uno studio Nazionale per la valutazione dell’efficacia del trattamento dei malati Covid di una certa gravità che coinvolge il Centro Nazionale Sangue e tutti gli organi competenti, ed anche noi ne facciamo paerte come ASLROMA1 con entrambi i nostri presidi trasfusionali sia al San Filippo Neri sia al Santo Spirito entrambi diretti dalla Dott.ssa Stigliano di cui viene citata la Mail e che legge in copia.
Grato sin d’ora per il passaparola che l’ha coinvolta e per la opportuna richiesta di chiarimenti
la saluto cordialmente

I dettagli del protocollo sono stati presentati in un comunicato stampa dell’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) a maggio 2020; trovate un documento informativo su Senato.it. 

È bello non dover smentire per l’ennesima volta. Mi limito ad aggiungere la raccomandazione, a chi diffonde quest’appello, di includere anche una data e una fonte, in modo che quello “stamattina” non faccia sembrare eternamente freschi gli eventi descritti. E magari di non usare i toni tipici degli appelli farlocchi, come le selve di punti esclamativi ed espressioni come “diffondere a manetta”.

21:45. Chiarisco, a scanso di equivoci, che l’appello citato all’inizio di questo articolo non è stato scritto da Maria Stigliano, come
hanno inteso alcuni commentatori. Me lo ha segnalato privatamente lei
stessa, aggiungendo un altro chiarimento: il divieto alle donne che
hanno avuto gravidanze “è sancito dalla normativa vigente per la prevenzione della TRALI.”

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Antibufala: manda una mail in meno per salvare il pianeta!

Antibufala: manda una mail in meno per salvare il pianeta!

Gira da tempo la notizia che inviare una mail comporti la produzione di 19 grammi di CO2 e che quindi mandare meno mail possa contribuire a contenere i cambiamenti climatici.

Elimina le tue e-mail per salvare il pianeta!”, ha titolato Beppegrillo.it a maggio 2019. Euronews, invece, suggerisce che Cancellando le vecchie email potete contribuire a salvare il pianeta (aprile 2020). Anche il Financial Times ne parla (paywall), dicendo che se ogni inglese mandasse una mail in meno ogni giorno, si eviterebbe la produzione di oltre 16.000 tonnellate di CO2, pari alla produzione di oltre 80.000 voli aerei verso l’Europa. Ma è vero?

Tecnicamente sì, è vero: ma sarebbe un risparmio assolutamente trascurabile.

È vero che inviare una mail consuma energia e quindi produce CO2: consumano energia il computer o telefonino che la invia, l’antenna cellulare o Wi-Fi che la riceve e la inoltra, e tutti i dispositivi elettronici che la portano fino alla sua destinazione e gli enormi data center dove le mail vengono archiviate.

Ma le 16.000 tonnellate citate dal Financial Times sono, spiega la BBC, soltanto lo 0,0037% della produzione totale di CO2 nel Regno Unito. Percentuali analoghe si applicano agli altri paesi.

L’idea di rinunciare a una mail per salvare il mondo sembra provenire, o perlomeno è stata rilanciata, da un comunicato stampa di un’azienda di produzione di energia elettrica, la Ovo Energy, diffuso circa un anno fa. Il comunicato si basava su un calcolo spannometrico e aveva lo scopo di far parlare dell’argomento e dell’azienda, ma non informa correttamente sull’argomento.

Infatti non solo il risparmio sarebbe trascurabile, ma anche quel poco sarebbe in buona parte fittizio: il computer o telefonino consuma praticamente la stessa quantità di energia anche quando non invia mail, e lo stesso fanno tutti gli altri elementi della catena di trasmissione.

In altre parole, rinunciare a una mail non salva il pianeta: è solo un esempio di pseudoecologismo basato su comunicati stampa acchiappaclic.

Antibufala: Trump accusa (senza prove) le macchine di voto della Dominion di aver spostato voti

Antibufala: Trump accusa (senza prove) le macchine di voto della Dominion di aver spostato voti

Sto cercando di evitare il più possibile il vortice del cospirazionismo post-elettorale americano, ma in questa storia ci sono di mezzo anche l’informatica e il voto elettronico e inoltre ho bisogno di un link secco e preciso per rispondere a tutti i trumparanoici che mi assillano su Twitter. Per cui eccomi qui.

In sintesi: no, non c’è nessuna prova di voti spostati dalle macchine della Dominion. Trump sta raccontando aria fritta come al solito.

L’attuale presidente degli Stati Uniti ha condiviso su Twitter una “notizia” proveniente dalla testata OANN, secondo la quale le macchine di voto della Dominion avrebbero cancellato quasi tre milioni di voti a suo favore e spostato circa mezzo milione di voti da Trump a Biden. La notizia è falsa.

Il tweet di Trump
(pubblicato senza prove).

La OANN dice di aver ottenuto una “analisi di dati non inclusa nei riesami” dalla Edison Research, un’organizzazione che fa monitoraggio elettorale. Ma il presidente della Edison ha detto che l’organizzazione non ha prodotto nessun rapporto del genere e che non ha alcuna prova di frodi elettorali. OANN, da parte sua, non ha fornito alcuna prova a sostegno di quello che afferma.

Trump ha anche condiviso una notizia di Fox News secondo la quale le macchine di voto della Dominion avrebbero assegnato erroneamente a Biden voti per Trump nella contea di Antrim del Michigan, insinuando che ci potrebbero essere problemi analoghi anche altrove con queste macchine.

I fatti sono che i voti sono stati assegnati in modo sbagliato per un errore umano in quella contea, non per un difetto generalizzato delle macchine: il funzionario della contea in questione ha inizialmente sbagliato a configurare la funzione di generazione dei rapporti della macchina, ma altri funzionari elettorali hanno notato il risultato insolito a favore di Biden (la contea di Antrim è tipicamente repubblicana), hanno corretto la configurazione e poi generato nuovamente il rapporto, dando Trump vincente di circa 2500 voti. Il segretario di stato del Michigan, Jocelyn Benson, ha chiarito che il conteggio errato è stato identificato e corretto prontamente e che se anche fosse sfuggito sarebbe stato rilevato nelle fasi successive di ricontrollo. Ha aggiunto che non ci sono prove che questo errore sia avvenuto altrove nel Michigan.

Sempre Fox News ha dichiarato che ci sarebbero stati problemi con le macchine della Dominion in Georgia, ma il segretario di stato ha smentito

Anche la Dominion ha pubblicato una secca nota di smentita, aggiungendo di non essere mai stata di proprietà della Smartmatic, come sostengono invece alcuni trumpiani. La Smartmatic è un’azienda concorrente.

Nel frattempo, Trump è stato smentito dai funzionari del suo stesso governo: il 12 novembre la CISA (Cybersecurity and Infrastructure Security Agency) ha pubblicato una dichiarazione congiunta con altri enti governativi, descrivendo le elezioni presidenziali del 3 novembre 2020 “le più sicure nella storia americana… non ci sono prove che qualunque sistema di voto abbia cancellato o perso voti, o cambiato voti, o sia stato compromesso in qualunque modo.”


Vicende come questa mostrano molto chiaramente le difficoltà dei sistemi di voto elettronico, puntualmente dimenticate o ignorate dai tifosi della “democrazia digitale”: anche quando funzionano correttamente, questi sistemi sono poco conosciuti dai loro operatori e soprattutto dagli elettori, ed è quindi facilissimo seminare dubbi sulla loro affidabilità, come sta facendo Trump in questi giorni.

Il sistema di voto interamente cartaceo, invece, si basa su procedure semplici, fisiche e immediatamente comprensibili a chiunque senza alcuna cultura di sicurezza informatica, oltre che distribuite su un enorme numero di scrutatori di tutti i partiti coinvolti, per cui i brogli su vasta scala sono estremamente difficili.

Fonte aggiuntiva: BBC. Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.

La Svizzera nega la rianimazione agli anziani malati di Covid? No. Per ora no, e cerca di evitarlo. Ma si prepara al peggio

La Svizzera nega la rianimazione agli anziani malati di Covid? No. Per ora no, e cerca di evitarlo. Ma si prepara al peggio

Pubblicazione iniziale: 2020/10/24 17:57. Ultimo aggiornamento: 2020/11/01 23:30. 

La Stampa ha pubblicato un articolo di Fabio Poletti (copia permanente qui) che cita il protocollo di triage svizzero da adottare in caso di esaurimento delle risorse mediche. L’articolo in sé è corretto, ma il titolista lo ha massacrato con un sensazionalismo acchiappaclic che è decisamente fuori luogo, intitolandolo “La Svizzera sceglie: rianimazione negata agli anziani malati di coronavirus”. Come se già adesso i medici andassero in giro a lasciar morire gli anziani. È falso.

Repubblica, invece, ha scritto che il protocollo sarebbe stato già “attuato”, titolando Se la Svizzera non cura gli anziani (tempo presente, come se stesse già accadendo adesso) e ribadendo nel catenaccio “Attuato un protocollo per le terapie intensive che riguarda gli over 75 in caso di disponibilità limitate”. Nel testo, l’articolo senza firma dice che “anche nella civilissima Svizzera gli anziani vengono messi da parte”. Di nuovo il tempo presente.

L’articolo iniziale de La Stampa è stato ripreso da Il Fatto Quotidiano e ANSA e approfondito (con link alle fonti, come si deve) da Open. Il clamore italiano ha indotto la stampa svizzera ticinese a parlarne (per esempio Ticinonews).

Ne scrivo brevemente perché molti di voi mi hanno segnalato l’articolo sapendo che abito in Svizzera e quindi mi hanno chiesto lumi in proposito.

Il protocollo in questione è questo (a La Stampa o Repubblica non costerebbe nulla linkarlo, ma non lo fa, a differenza di Open) e non è affatto applicato in questo momento. Se Repubblica o La Stampa hanno prove del contrario, che le tirino fuori. 

Questo protocollo fa semplicemente parte di quei piani che ogni governo, ogni pubblica amministrazione, ogni Protezione Civile che abbia un minimo di buon senso prepara in anticipo per decidere come affrontare le situazioni più drammatiche qualora si presentassero.

Il documento, intitolato “Pandemia Covid-19: triage dei trattamenti di medicina intensiva in caso di scarsità di risorse” e redatto dall’Accademia Svizzera delle Scienze Mediche e dalla Società Svizzera di Medicina Intensiva, lo mette subito in chiaro: “Se le risorse a disposizione non sono sufficienti, occorre prendere decisioni di razionamento”

Per ora le risorse sono sufficienti, ma l’aggravarsi della pandemia da Covid fa prospettare il rischio che le risorse non bastino per tutti. E se si arriverà a quel punto, allora bisognerà avere pronte delle regole precise su come assegnare quelle risorse. Il protocollo definisce queste regole: pragmatiche, severe, ma necessarie. Immagino che il governo italiano abbia un documento analogo, che so, in caso di eruzione del Vesuvio (questo) o di crollo di una diga.

Per esempio, il documento svizzero dice di non voler considerare criteri tipo “l’estrazione a sorte, il principio «first come, first served», la priorità a persone con un elevato valore sociale”. E descrive i principi etici fondamentali da usare: equità, salvare il maggior numero possibile di vite, proteggere gli specialisti coinvolti, eccetera.

Il triage è un concetto assolutamente normale per chiunque lavori nella gestione delle emergenze: in medicina, per esempio nelle liste d’attesa per donazioni di organi. C’è un solo organo donato e cinque pazienti compatibili in fin di vita che ne hanno bisogno. A chi lo dai? Tiri la monetina?

Lo stesso vale in tempo di guerra, o in caso di attentato o disastro che causa tanti morti. Medici e soccorritori arrivano e per prima cosa fanno triage: se si rendono conto di non avere risorse sufficienti a salvare tutti, devono fare delle scelte terribili, come lasciar perdere o dare palliativi a quelli che sanno di non poter salvare e concentrarsi su quelli salvabili. Ed è inutile fare i buonisti in poltrona: no, spesso non è possibile salvare tutti.

Fra l’altro, il documento svizzero risale al 20 marzo scorso, non è neanche una novità: ne parlava già il Corriere del Ticino in quella data. 

Insomma, non so quale sia il senso di questi articoli. Il fatto che le autorità si preparino a gestire una situazione drammatica che comporta sacrifici e scelte durissime e non la affrontino tirando a indovinare sul momento non dovrebbe essere una novità. L’esistenza di questo documento svizzero è una non notizia. A meno che l’obiettivo di questi giornali sia far pensare ai propri lettori “oddio guarda gli svizzeri, come sono freddi ’sti gnomi di Berna che già pianificano chi lasciar morire” per acchiappare qualche clic pubblicitario in più. Come se gli ospedali italiani non fossero già popolati di primari e infermieri esausti e in lacrime che fanno queste scelte tutti i santi giorni. E come se i medici italiani non avessero già pronti protocolli analoghi. Di cui Il Fatto Quotidiano parlava già a marzo scorso.

2020/11/01 18:00

La Radiotelevisione Svizzera di lingua italiana parla della vicenda in questo articolo del 26 ottobre, confermando le mie spiegazioni. Il dottor Paolo Merlani, direttore sanitario dell’Ospedale di Lugano, dice che la notizia «Presentata così come ha fatto la stampa italiana non è corretta».

Poco più di una settimana dopo la pubblicazione iniziale di questo mio articolo, la necessità di scegliere a chi assegnare i posti in terapia intensiva è diventata terribilmente concreta. Tio.ch segnala che nel canton “Soletta i
posti in terapia intensiva si stanno esaurendo: già venerdì erano solo
15, a fronte di 17 pazienti che ne avrebbero avuto bisogno. Anche nel
Giura le strutture sono sovraccariche, e alcuni pazienti sono stati
trasferiti a Basilea.”
Nel canton Vallese, “un ultraottantenne
ricoverato all’ospedale di Sion con gravi sintomi di Covid ha dovuto
interrompere il trattamento. «Normalmente avremmo trasferito questa
persona in terapia intensiva, in modo che avesse una minima possibilità
di sopravvivenza» ha dichiarato alla Nzz am Sonntag Bienvenido Sanchez,
vice-capo del reparto terapia intensiva. «Nella situazione attuale,
però, preferisco tenere liberi gli ultimi letti per i casi in cui c’è
più speranza». In realtà il problema non sono tanto i “letti” in
sé. All’ospedale di Sion ce ne sono ancora quattro liberi. Ma manca il
personale”
.

 

Ringrazio @damariani1 per la segnalazione del protocollo italiano e @davidegrandi per la segnalazione del piano per il Vesuvio. Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.

74 anni senza mangiare o senza farsi beccare? Finito l’esperimento di digiuno indiano; la credulità dei media, invece, è inesauribile

74 anni senza mangiare o senza farsi beccare? Finito l’esperimento di digiuno indiano; la credulità dei media, invece, è inesauribile

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2010/05/16.

Avete presente Prahlad Jani, l’uomo che dice di non aver mai mangiato o bevuto da prima della Seconda Guerra Mondiale e che sarebbe stato sotto scientificissima sorveglianza in un ospedale indiano per quindici giorni, allo scopo di dimostrare e studiare le sue straordinarie capacità di vivere senza cibo e soprattutto senz’acqua? Ne hanno parlato parecchio i media (Ansa, Repubblica, Bluewin.ch, Yahoo UK) e anche il Disinformatico, che ha osato porsi un dubbio: e se fosse semplicemente un imbroglione?

Ora l’esperimento è finito, ma la dose di entusiasmo acritico con la quale i media ne parlano continua. “Il santone indiano che non mangia e non beve da 74 anni dice la verità”, dice Ilsussidiario.net. Bluewin scrive che “Dopo 15 giorni di esami, i medici non sono riusciti a spiegare il mistero dell’eremita indiano che sostiene di poter vivere senza bere e mangiare”. I medici sono rimasti “con un palmo di naso” nonostante abbiano sottoposto lo yoghi “ad un accurato check-up in una stanza isolata di un ospedale sorvegliata da telecamere 24 ore su 24”.

O almeno così ce la raccontano. Il Daily Mail, che pure non risplende maestoso nel firmamento dell’autorevolezza, ha comunque avuto il buon gusto di sentire qualche parere invece di fare copiaincolla delle notizie d’agenzia, e ha sentito Sanal Edamaruku, segretario generale dell’Associazione Razionalisti Indiani, che ha rivelato un dettaglio interessante. Quando ha chiesto il permesso di inviare un gruppo di osservatori per esaminare la stanza nella quale si svolgeva il test, la sua richiesta è stata rifiutata ripetutamente. Edamaruku ha sottolineato che Sudir Shah, il medico che ha coordinato il recente esperimento, è lo stesso che ha svolto altre indagini analoghe, nelle quali non ha mai concesso una verifica indipendente e non ha mai pubblicato rapporti scientifici in merito.

Emergono altri dettagli ancora più interessanti nella dichiarazione ufficiale del gruppo di medici rilasciata al termine dell’esperimento che avrebbe dimostrato che Jani vive senza ingerire acqua: “L’unico contatto con qualunque forma di fluido è stata durante i gargarismi e i bagni, periodicamente effettuati durante lo studio, a partire dal quinto giorno”.

Gargarismi e bagni?

La foto qui sopra è tratta dall’esperimento del 2003 condotta dagli stessi medici di oggi; proviene da una presentazione Powerpoint scovata dall‘Irregular Times. Dalla quale emerge che in quell’esperimento Jani non solo veniva a contatto con l’acqua per gargarismi e bagni, che faceva versandosi ripetutamente acqua proprio in testa (video qui), ma aveva perso quattro chili in dieci giorni.

Non è finita. Jani riceveva “visite di devoti”, alla faccia della sicurezza antifrode (BBC). E nello stesso video, tratto da un documentario di Discovery Channel, si vede Jani che si fa mettere una mano in bocca da un visitatore e ne “estrae” del “cibo magico” che lui afferma di produrre. I prestigiatori che stanno leggendo si staranno sbellicando dalle risate.

Come se non bastasse, nel video il medico Sudir Shah invita le persone a fissare il sole per periodi sempre più prolungati, senza sbattere le palpebre, fino ad abituarsi e così ricevere energia. Questo, come del resto avvisa anche il video, è un comportamento pericolosissimo, che può portare a lesioni permanenti della retina. Se questo è il genere di consiglio scientifico che offre il medico garante degli esperimenti, forse un attimo di prudenza è d’obbligo prima di scrivere che Prahlad Jani ha dimostrato scientificamente di vivere senza cibo e acqua.

Il rischio di trovarsi di fronte a un arzillo imbroglione che si compiace della venerazione dei fedeli e si fa esaminare solo da medici molto creduloni e di competenza traballante è insomma stratosfericamente alto. Solo una verifica da parte di professionisti (prestigiatori) permetterebbe di risolvere la faccenda una volta per tutte, ma la proposta è stata rifiutata. Guarda caso.

Pazienza, direte voi. Che male fa voler fantasticare un po’? A parte l’insulto a chi muore davvero di fame, la preoccupazione degli scettici indiani è che “la gente cerca di imitare questi santoni e finisce per farsi del male”, come già successo anche in Europa nei casi segnalati nel mio articolo precedente. In questo caso sono già morte delle persone, sedotte da queste panzane fino a lasciarsi morire d’inedia. Sarebbe opportuno non alimentare ulteriormente credenze così pericolose.

2010/05/16

James Randi, esperto prestigiatore e divertentissimo cacciatore di bufale paranormali, dice la sua senza troppi complimenti (in inglese) in questo video (grazie a Jacopo per la segnalazione):

No, il Pentagono non ha “finalmente ammesso che sta tuttora indagando sugli UFO”

No, il Pentagono non ha “finalmente ammesso che sta tuttora indagando sugli UFO”

Moltissime testate giornalistiche stanno pubblicando la “notizia” secondo la quale il Pentagono avrebbe “finalmente ammesso che sta tuttora indagando sugli UFO” e viene menzionata “un’iniziativa governativa segreta denominata Advanced Aerospace Threat Identification Program (Aatip)”.

Addirittura, un portavoce del Pentagono, Christopher Sherwood, avrebbe “riconosciuto che il dipartimento sta ancora indagando sui presunti avvistamenti di astronavi aliene.” (Tio.ch; Swissinfo.ch; ANSA; i link portano a copie permanenti su Archive.org).

È una stupidaggine, e per scoprirlo basta usare gli strumenti del giornalismo informatico.

Una ricerca in Google con le parole più significative della notizia, ossia il nome del portavoce e la sigla dell’iniziativa, porta subito alle fonti originali, che sono in lingua inglese e tra le quali spicca l’immancabile tabloid britannico The Sun. Chiunque faccia giornalismo serio sa che se c’è una fonte della quale non è opportuno fidarsi, è proprio il Sun.

Se si va a leggere l’articolo del Sun (copia permanente su Archive.org), salta fuori che è firmato da “Aletha Adu for Sun Online and Steven Greenstreet for NY Post”. In coda all’articolo c’è anche l’indicazione della fonte usata dal Sun: “A version of this story originally appeared on the NY Post.” E nel testo dell’articolo del Sun c’è anche un link alla notizia originale sul New York Post (copia permanente su Archive.org).

Leggendo sulla fonte originale (il NY Post) la dichiarazione del portavoce del Pentagono Christopher Sherwood, salta fuori che il portavoce non ha affatto parlato di “presunti avvistamenti di astronavi aliene”, come il NY Post vuole furbescamente suggerire con la sua grafica inequivocabile:

Sherwood ha infatti parlato di “aircraft”, ossia aerei, non di spacecraft (veicoli spaziali):

“The Department of Defense is always concerned about maintaining positive identification of all aircraft in our operating environment, as well as identifying any foreign capability that may be a threat to the homeland”

“The department will continue to investigate, through normal procedures, reports of unidentified aircraft encountered by US military aviators in order to ensure defense of the homeland and protection against strategic surprise by our nation’s adversaries.”

In traduzione: “Il Dipartimento della Difesa si preoccupa sempre di mantenere un’identificazione positiva di qualunque aereo nel nostro ambiente operativo, nonché di identificare eventuali risorse straniere che possano rappresentare una minaccia al territorio nazionale”; “Il Dipartimento continuerà a investigare, tramite le normali procedure, i rapporti di aerei non identificati incontrati dagli aviatori militari statunitensi per garantire la difesa del territorio nazionale e la protezione contro la sorpresa strategica da parte degli avversari del nostro paese.”

Le parole di Sherwood sono molto chiare: ci vuole una fantasia notevole, o una malizia ancora più notevole, per distorcerle e interpretarle come una rivelazione ufologica.

Anche quel “finalmente ammesso”, che fa sembrare che sia stato smascherato chissà quale segreto, è una fandonia. La cosiddetta “iniziativa governativa segreta” AATIP è in realtà nota e documentata dal 2017, come spiega questo articolo del New York Times che ne traccia le origini in dettaglio. Lo stesso articolo del NYT spiega che non è vero che “Il Pentagono finora aveva sempre detto di aver chiuso l’Aatip nel 2012”: il Pentagono aveva invece detto che aveva cessato di stanziare fondi per l’AATIP in quell’anno. Due cose molto diverse.

L’AATIP era stato finanziato in gran parte su richiesta del senatore Harry Reid, che è noto per la sua passione per l’ufologia, e gran parte dei soldi era finita nelle casse di una società di ricerca aerospaziale gestita dal miliardario Robert Bigelow, amico del Senatore Reid e ufologo altrettanto convinto.

Una situazione insomma piuttosto discutibile, poco extra e molto terrestre, che si abbina però molto bene con un altro dettaglio.

Infatti l’autore dell’articolo del New York Post, Steven Greenstreet, non è un giornalista qualsiasi che racconta un fatto di cronaca. È anche lui un ufologo convinto, come dichiara nel suo profilo Instagram:

Aggiungiamoci anche il fatto che un collega debunker, UfoOfInterest, segnala una curiosa coincidenza: guarda caso sta per uscire sul canale TV History un “documentario” che parla proprio di questa “notizia”. History è quello di Alieni: nuove rivelazioni, tanto per capirci.

Chi produce questo “documentario”? Una casa di produzione obiettiva e giornalisticamente distaccata? Non proprio. Si tratta della To The Stars Academy, come nota sempre UfoOfInterest: un’organizzazione diretta da Tom deLonge, quello dei Blink-182 e noto ufologo convinto, tanto da dichiarare di aver dovuto “lasciare la band” per dedicarsi “allo studio degli alieni” (Virginradio.it).

La dirigenza della To The Stars Academy include anche Hal Puthoff: il fisico che credette di aver scoperto i poteri paranormali di Uri Geller e fu smentito dal prestigiatore James Randi, come ben raccontato a suo tempo da Piero Angela. Un incidente che non depone a favore della sua cautela nell’abbracciare l’insolito.

Il team della TTSA include inoltre Luis Elizondo, che guarda caso è l’ex gestore dell’iniziativa “segreta” AATIP del Pentagono, come nota il New York Times.

Com’è piccolo il mondo.

Insomma, la “notizia” è non solo falsa: ha anche tutta l’aria di essere stata scritta a scopo autopromozionale da ufologi che se la suonano e se la cantano tra loro e intanto vendono pseudodocumentari alle reti televisive. Suggerirei un po’ di sano scetticismo.

Immuni, citare il numero di download è “privo di senso”. Lo dice la documentazione dell’app

Immuni, citare il numero di download è “privo di senso”. Lo dice la documentazione dell’app

Ultimo aggiornamento: 2020/10/11 15:35.

C’è una pagina del sito Immuni che elenca i numeri salienti di quest’app anti-coronavirus, forniti dal Ministero della Salute: al 9 ottobre, dichiara 8.145.511 scaricamenti, 8300 notifiche inviate e 477 utenti positivi. L’account Twitter di Immuni ha festeggiato la tappa degli 8 milioni di download con una certa enfasi.

Anche ANSA ne ha parlato come se si trattasse di una tappa importante. E sicuramente le app anti-coronavirus sono un elemento utilissimo per interrompere la catena dei contagi. Ma i trionfalismi basati su dati sbagliati vanno smascherati.

Infatti scaricamenti non significa necessariamente installazioni attive: un utente può aver scaricato l’app e poi averla rimossa, può averla installata senza attivarla, oppure ancora può averla scaricata più volte, per esempio quando ha cambiato smartphone.

Non solo: la documentazione pubblica di Immuni dichiara esplicitamente che il numero degli scaricamenti è una “misura in gran parte priva di significato” (“number of downloads—a largely meaningless metric”). Ringrazio @Clodo76 ed @ebobferraris per la segnalazione di questa precisazione. 

In altre parole, esultare per il numero di download è solo propaganda. Quello che serve realmente sapere è il numero delle installazioni realmente attive.

—-

Ma come si fa a sapere quante sono realmente le installazioni attive e quindi quanto è realmente diffusa fra la popolazione quest’app? Considerato che l’app è iper-rispettosa della privacy, come si potrebbe sapere quante persone davvero la usano? Il modo c’è.

In Svizzera, dove vivo, sono disponibili anche i dati delle installazioni attive dell’app equivalente, SwissCovid, sul sito dell’Ufficio Federale di Statistica. Questi dati sono indicati separatamente dai download, e questo consente di notare che la differenza fra download e installazioni attive è notevole: in Svizzera ci sono stati circa 2.438.000 scaricamenti, ma le installazioni attive sono circa 800.000 in meno.

La stessa pagina dell’UFS spiega il metodo usato: statisticamente ogni cinque giorni, ogni app installata invia una richiesta fittizia al sistema di tracciamento di prossimità.

Until 22nd July 2020, the calculation of the number of active
SwissCovid apps was based on the app’s automatic contact with the
proximity tracing system to update configuration data. This automatic
contact takes place several times a day, enabling the number of active
apps per day to be calculated. This number largely corresponds with the
number of users of the app but may be lower for technical reasons. This
is the case, for example, if apps are not permanently active or when
mobile phones are switched off or are not connected to a network.

Since 23rd July 2020, the calculated number of active SwissCovid apps
is based on active apps making a dummy request to the proximity tracing
system statistically once every five days.

These dummy requests are used to ensure data protection so that users
who enter a covid code cannot be identified. The number of dummy
requests provides a basis for calculating the number of active apps.
This method is more robust than the method based on automatic contact to
update the configuration.

Maggiori dettagli sono disponibili nel documento PDF apposito, in inglese, francese e tedesco.

La documentazione pubblica di Immuni dice che una stima analoga a quella offerta in Svizzera è possibile (grassetto aggiunto da me; notate la citazione dei dummy upload):

[…] some data on device activity and exposure notifications may be collected and uploaded. These data include:

  • Whether the device runs iOS or Android
  • Whether permission to leverage the Apple and Google Exposure Notification framework is granted
  • Whether the device’s Bluetooth is enabled
  • Whether permission to send local notifications is granted
  • Whether the user was notified of a risky exposure after the last
    exposure detection (i.e., after the app has downloaded new temporary
    exposure keys from the server and detected if the user has been exposed
    to SARS-CoV-2-positive users)
  • The date on which the last risky exposure took place, if any

The upload may take place after an exposure detection has been completed. The operational information is uploaded automatically.

To protect user privacy, the data are uploaded without requiring the
user to authenticate in any way (e.g., no phone number or email
verification). Moreover, traffic analysis is obstructed by dummy
uploads.

Thanks to these data, it is possible to estimate the level of the
app’s adoption across the country, not just measured by number of
downloads—a largely meaningless metric—but by devices that are actually
working properly
.

 

Ho chiesto all’account Twitter di Immuni se esiste qualcosa di
analogo al conteggio svizzero (nella fretta ho dimenticato un punto
interrogativo, lo so).

In attesa di questo dato ben più concreto, festeggiare otto milioni di download è solo un’operazione politica di autopromozione che non ha nulla a che fare con la realtà.

Per quelli che pensano “ma dire che Immuni è stata scaricata 8 milioni di volte incoraggia a scaricarla, quindi è una sorta di ‘bugia’ a fin di bene”: no. Mentire, o gonfiare i dati, è un autogol. Immuni si regge sulla fiducia nelle istituzioni. Se le istituzioni vengono colte a mentire o alterare i fatti, questa fiducia viene minata.

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Perché chiamiamo “bug” i difetti dei computer?

Perché chiamiamo “bug” i difetti dei computer?

C’è un mito molto diffuso in informatica, secondo il quale il termine “bug” (letteralmente “insetto”) usato per descrivere i difetti di un computer o del suo software sarebbe stato coniato nel 1947, esattamente alle 15.45 del 9 settembre, da parte di Grace Murray Hopper, una delle pioniere dell’informatica, creatrice dei compilatori e di gran parte dei linguaggi di programmazione COBOL e FORTRAN, matematica laureatasi a Yale nel 1934,  ricercatrice informatica e
anche ufficiale della Marina degli Stati Uniti, promossa poi al grado di
contrammiraglio.

Quel giorno Grace Hopper lavorava al calcolatore elettromeccanico Mark II, un bestione lungo circa 16 metri, alto due metri e quaranta e profondo altrettanto installato alla Harvard University, e trovò nelle sue viscere elettroniche un insetto alato, incastrato in un relé. Lo appiccicò con un pezzo di nastro adesivo al suo quaderno di appunti di lavoro, con il commento “First actual case of bug being found” (“primo caso concreto di ritrovamento di un «bug»”).

Ma in realtà il termine inglese bug era già in uso in altri campi almeno sin dai tempi di Edison, nel 1889, per indicare un difetto di un circuito o di una macchina. La Pall Mall Gazette dell’11 marzo di quell’anno, infatti, riporta che “Il signor Edison… ha trascorso in bianco le due notti precedenti per scoprire un «bug» nel suo fonografo — un’espressione che indica la risoluzione di un problema e sottintende che ci sia un insetto immaginario che si è nascosto dentro e sta causando tutti i problemi.”

Mr. Edison … had been up the two previous nights discovering a ‘bug’
in his phonograph–an expression for solving a difficulty, and implying
that some imaginary insect has secreted itself inside and is causing all
the trouble.’….

Nella sua lunghissima carriera, Grace Hopper raccontò spesso l’episodio, rendendo popolare il termine “bug” anche fra gli informatici, ma non fu lei a coniarlo: anzi, leggendo le sue annotazioni è chiaro che il termine era già in uso e lei era divertita alla scoperta di un “bug” fisico vero e proprio.

In italiano il termine “bug” viene spesso reso come “baco”, sia per assonanza, sia per il fatto che si usa il termine “bacato” per indicare qualcosa che contiene al suo interno un difetto di qualche genere.

Antibufala: “Rambo III” e l’Effetto Mandela

Antibufala: “Rambo III” e l’Effetto Mandela

Ecco una domanda che non avrei mai immaginato di trovarmi a fare nel 2020: avete per caso una videocassetta di Rambo III?

Lo chiedo perché mi sono imbattuto in uno strano caso di Effetto Mandela, ossia di falso ricordo collettivo. Questo effetto prende il nome dal ricordo, errato ma molto diffuso, che Nelson Mandela sia morto in carcere negli anni Ottanta del secolo scorso: in realtà fu liberato dopo una lunghissima prigionia nel 1990, divenne presidente del nuovo Sudafrica nel 1994 e morì nel 2013. La cosa particolarmente curiosa di questi falsi ricordi è che chi li ha è convintissimo di ricordare correttamente.

Il caso in questione riguarda appunto una presunta gaffe presente nel film Rambo III, che è diventata una vera e propria leggenda metropolitana ed è interessante perché non solo è un perfetto Effetto Mandela, ma dimostra anche quanto è culturalmente rischiosa l’attuale tendenza a usare lo streaming e i servizi centralizzati digitali invece di avere una propria copia personale delle opere: chiunque abbia il controllo di quei servizi può manipolare facilmente il passato e cancellarne ogni traccia.

La leggendaria gaffe di Rambo III, segnalata e illustrata nel tweet seguente, è che il film, uscito nel 1988, sarebbe stato dedicato inizialmente “ai coraggiosi combattenti mujaheddin” (“This film is dedicated to the brave Mujahideen fighters of Afghanistan”), ma che dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 questa dedica sarebbe stata cambiata di soppiatto perché era diventata assolutamente impresentabile.

Infatti nel film il protagonista del film (John Rambo, appunto, interpretato da Sylvester Stallone) combatte contro gli invasori sovietici che occupavano l’Afghanistan negli anni Ottanta, alleandosi con i mujaheddin afgani, presentati come partigiani che lottano per la libertà. Ma negli anni successivi alcune fazioni di quei mujaheddin diedero assistenza a Osama bin Laden, mandante degli attentati dell’11/9.

E così al posto della dedica imbarazzante sarebbe stato messo un più generico “al valoroso popolo afgano” (“This film is dedicated to the gallant people of Afghanistan”).

Quando ho segnalato questa storia su Twitter, molti commentatori si sono ricordati con certezza di questo cambiamento:

Ma quasi tutte le fonti storiche indicano che la scritta non è mai stata cambiata: la dedica è sempre stata al popolo, non ai mujaheddin.

La recensione del New York Times della prima del film, nel 1988, cita esplicitamente la dicitura:

“”Rambo III” is dedicated ”to the gallant people of Afghanistan,” and it clearly intends that its politics be taken seriously.”

Lo stesso fa quella del Washington Post:

Because the movie’s “dedicated to the gallant people of Afghanistan,” his mission also includes getting to Love-Dee-Peeple.

Anche l’autorevole Mereghetti del 2000, consultato da un lettore, riporta la versione “valoroso popolo afghano”:

Anche fonti più recenti, come IMDB, citano solo la versione che parla di “popolo”:

At the end of the battle Rambo and Trautman say goodbye to their Mujahideen friends and leave Afghanistan to go home. The movie ends with two quotes: “This film is dedicated to the gallant people of Afghanistan.” and “I am like a bullet, filled with lead and made to kill”

Wikipedia cita esplicitamente questa presunta modifica, smentendola:

Some have claimed that the dedication at the end of the film has been altered at various points in response to the September 11 attacks. Specifically it is claimed that the dedication was (at one point) “to the brave Mujahideen fighters” and then later changed to “to the gallant people of Afghanistan”.[21][22] Reviews of the film upon its release and later publications show that the film was always dedicated “to the gallant people of Afghanistan”.

Anche Screenrant cita e smentisce il cambio di dicitura:

Rambo III ends with a dedication, “to the gallant people of Afghanistan.” An urban legend falsely stated that the dedication was originally to the mujahideen specifically, but this is untrue, and would have been antithetical to Rambo’s character. He is someone who fights to protect people, not to win wars.

Eppure ci sono libri che la confermano, come Docu-Fictions of War: U. S. Interventionism in Film and Literature, di Tatiana Prorokova (2019; U of Nebraska Press. p. 227. ISBN 978-1-4962-1444-7):

[T]he ending quote of Rambo III glorifies the Afghan nation: “This film is dedicated to the gallant people of Afghanistan.” This dedication appeared in the film only after 9/11. Prior to that, the film concluded with the phrase “This film is dedicated to the brave Mujahideen fighters of Afghanistan,” which proves that the U.S. was on the side of the mujahideen, supporting them in the war against the Soviet Army.

Lo stesso fa Shadow Wars: The Secret Struggle for the Middle East, di Christopher Davidson (2016, Simon and Schuster, ISBN 978-1-78607-002-9):

The credits of the original release included the line ‘Dedicated to the brave mujahideen fighters’, but after 9/11 this was quietly changed to ‘Dedicated to the gallant people of Afghanistan’.

Fandom.com conferma la modifica:

The original VHS release had in the end credits: “Dedicated to the brave Mujahideen fighters”, although this was later changed to “Dedicated to the gallant people of Afghanistan.”

Il dubbio, comprensibile, è che potrebbe trattarsi di un fotomontaggio creato da qualcuno. Ma in questo caso, che senso avrebbe crearlo? Quale sarebbe il tornaconto? E quanto sarebbe difficile alterare l’immagine cancellando la scritta originale per rimpiazzarla con quella modificata?

Skeptics Stack Exchange ha una risposta parziale: esaminando bene le due versioni si nota che non si tratta dello stesso fotogramma. Quello con la dicitura che parla di mujaheddin è tratto da un momento appena precedente la comparsa della dicitura che parla di popolo. Il falsificatore, insomma, avrebbe usato un fotogramma che era già privo di scritta nell’originale, e questo gli avrebbe facilitato il lavoro.

Se qualcuno ha una videocassetta originale uscita prima del 2001, possiamo risolvere questo strano caso una volta per tutte.

2020/08/28 10:20

Da Andrea G. mi arriva la segnalazione di un riversamento della versione italiana di Rambo III presente su YouTube e identificato come “doppiaggio del 1992”: a 8:22 compare la dicitura “Questo film è dedicato al valoroso popolo afgano”. L’edizione italiana, insomma, sembra proprio aver avuto questa dedica sin da prima del 2001.

Neil Armstrong: miniguida per evitare errori nei media

Neil Armstrong: miniguida per evitare errori nei media

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2020/08/25.

La morte di Neil Armstrong sta scatenando una pioggia di articoli contenenti castronerie. Spiccano quella della NBC, che aveva inizialmente annunciato la morte di Neil Young, quella di People, che ha pubblicato in grande una foto di John Young; e quella di Repubblica, che è ben più di una castroneria: ha spudoratamente copiato da Wikipedia e poi ci ha anche appiccicato sopra la dicitura “Riproduzione riservata” in un articolo spettacolarmente infarcito di errori. Uno per tutti: la doppia “più alta onorificenza civile”. No, dilettanti copioni di Repubblica, non vi farò il favore di dire quali sono gli altri errori. Arrangiatevi, oppure fate una donazione all’Astronaut Scholarship Foundation e ne riparliamo. Grazie, intanto, a @cattivascienza per le segnalazioni.

Segnalo brevemente qui gli errori più ricorrenti, così i giornalisti seri possono evitare di commetterli e i lettori possono evitare di farsi imbrogliare dagli incompetenti. Tutte le foto citate sono tratte da Apollo Archive.

La foto dell’impronta non mostra il primo passo e non ritrae Armstrong

Quella foto, numero di catalogo AS11-40-5877 (mostrata qui accanto), insieme alla sua gemella AS11-40-5878 e a quella con il piede dell’astronauta AS11-40-5880, fu scattata decine di minuti dopo il primo passo e mostra in realtà un’impronta di prova pianificata. Inoltre non fu prodotta da Armstrong ma dal suo compagno di escursione lunare Buzz Aldrin.

Esiste anche la ripresa a colori del momento in cui Aldrin produce quest’impronta. L’evento è documentato in dettaglio nell’Apollo Lunar Surface Journal. Ma La Stampa l’ha attribuita ad Armstrong.

Nessuna delle foto celebri dell’escursione lunare dell’Apollo 11 raffigura Neil Armstrong; si vede solo Aldrin

I due astronauti avevano una sola fotocamera, che si passarono per scattare foto secondo una scaletta predefinita molto precisa che definiva Armstrong come fotografo principale. Aldrin aveva il compito di scattare foto di natura tecnica. Inoltre la telefonata inattesa del presidente Nixon scombussolò in parte la scaletta. Nella concitazione si finì per non scattare foto intenzionali di Armstrong, che compare solo parzialmente in alcuni scatti.

Questo è Aldrin, non Armstrong. Foto AS11-40-5874.

Anche questo è Aldrin, non Armstrong. Foto AS11-40-5903.

L’unica foto decente di Armstrong durante l’escursione lunare. Dettaglio della foto AS11-40-5886.

Ci sono anche i fotogrammi della ripresa automatica fatta dalla cinepresa 16mm situata dentro l’abitacolo, ma sono piuttosto sgranati: qui ce ne sono un paio da un riversamento HD, quello di Footagevault, decisamente migliore di quelli che stanno circolando in queste ore.

Neil Armstrong sulla Luna. Dettaglio di fotogramma dalla ripresa automatica in 16mm.

Neil Armstrong sulla Luna. Dettaglio di fotogramma dalla ripresa automatica in 16mm.
Neil Armstrong sulla Luna. Fotogramma integrale tratto dalla ripresa automatica in 16mm.

Se vi serve una foto di Armstrong sulla Luna che abbia una buona risoluzione, usate questa, scattata mentre il modulo lunare era ancora sulla Luna, dopo l’escursione all’esterno:

Neil Armstrong nel modulo lunare Eagle, ancora posato sulla Luna, dopo aver compiuto insieme a Buzz Aldrin l’escursione lunare. Foto AS11-37-5528.

Il ritratto frontale viene spesso diffuso in versione ritoccata

Attenzione al rispetto delle norme sul ritocco giornalistico: l’originale (mostrato qui sotto, foto AS11-40-5903) è inquadrato male, tanto da troncare l’antenna radio sopra lo zaino di Aldrin.

Foto AS11-40-5903 integrale.

Ma spesso viene aggiunta una fetta di cielo falsa per bilanciare esteticamente la foto, come nel caso mostrato qui sotto:

Questa versione è falsa (cielo aggiunto).

Un peccadillo estetico, certo, ma resta il fatto la foto con la fetta di cielo aggiunta non è una rappresentazione fedele della foto originale, e i giornalisti che ancora si ricordano che cos’è la deontologia professionale e quindi hanno regole di trasparenza che proibiscono l’uso non dichiarato del fotoritocco farebbero meglio a segnalare che il cielo nero sopra Aldrin è falso.

Il video del primo passo non è quello in cui si vede Neil saltare giù dalla scaletta

Molto spesso viene presentata una sequenza televisiva in bianco e nero in cui si vede un astronauta saltare giù dalla scaletta del modulo lunare, ma non è quello il momento in cui Armstrong fece il vero primo passo e pronunciò la famosa frase “Questo è un piccolo passo per un uomo, un grande balzo per l’umanità”. Il primo passo è quasi invisibile nelle registrazioni della diretta TV e fu compiuto dopo che Armstrong si era soffermato ai piedi della scaletta, con i propri piedi sull’ampia zampa circolare del modulo lunare. Armstrong poggiò cautamente il proprio piede sinistro sulla superficie lunare, tenendosi alla scaletta, e pronunciò la storica frase.

Di questo momento esiste anche una ripresa a colori: qui vedete un fotogramma delle due riprese, tratto dal mio documentario liberamente scaricabile Moonscape, che copre l’intera escursione lunare dell’Apollo 11.

Dal documentario libero e gratuito Moonscape.

Dichiarazione doganale surreale

Un altro documento che sta circolando parecchio mostra quella che sembra essere una dichiarazione doganale quasi assurda che sarebbe stata compilata dagli astronauti dell’Apollo 11 dopo il loro rientro, per sdoganare le rocce lunari e soddisfare i requisiti dell’inflessibile servizio d’immigrazione degli Stati Uniti.

Molti lo stanno usando come spunto per lamentarsi delle burocrazie ottuse o lo considerano un falso, ma in realtà si tratta di un documento autentico, vale a dire di un vero modulo di sdoganamento realmente compilato e firmato da Armstrong, Aldrin e Collins. Ma lo compilarono per scherzo durante la quarantena post-volo. I dettagli sono su Space.com e The Economist, e non è l’unico documento scherzoso che riguarda le missioni Apollo.

La foto di Armstrong scelta come Image of the Day dalla NASA è fasulla

La Image of the Day odierna scelta dalla NASA è un fotomontaggio ottenuto componendo tre foto originali:

Le tre foto utilizzate sono la AS11-40-5885, 5886, e 5887, ma poi il fotomontaggio viene troncato, per cui si torna quasi alla 5886 originale, ma nel frattempo sono state introdotte quelle frange multicolore che non c’erano nell’inquadratura originale (provengono dalla foto 5887) e interferiscono con l’immagine di Armstrong. Ecco le tre foto in questione:

Foto AS11-40-5885, 5886 e 5887.

Per onorare Neil

Concludo con l’invito pubblicato dai familiari di Neil Armstrong: “Per coloro che potrebbero chiedere cosa possono fare per onorare Neil, abbiamo una richiesta semplice. Onorate il suo esempio di servizio, successo e modestia, e la prossima volta che passeggiate all’aperto in una notte limpida e vedete la Luna che vi sorride, pensate a Neil Armstrong e mandategli una strizzatina d’occhio.”