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[IxT] Convegno antibufala a Torino il 5-7 novembre

Questa newsletter vi arriva grazie alle gentili donazioni di “roberto.ros***” e “giunti”.

Vi siete mai chiesti come lavorano e che faccia hanno gli acchiappabufale? Se volete saperne di più sulle leggende metropolitane, sui meccanismi psicologici che le alimentano e sulle tecniche usate per indagarle, Torino è la città che fa per voi: tenetevi liberi dal 5 al 7 novembre per un week-end lungo all’insegna delle “Contaminazioni”.

Si intitola così, infatti, il primo convegno italiano sulle leggende metropolitane, organizzato dal Gruppo Regionale Piemonte del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale) in collaborazione con il CeRaVoLC (Centro per la Raccolta delle Voci e Leggende Contemporanee).

Al centro congressi “Torino Incontra” si raduneranno alcuni dei più attivi studiosi italiani e stranieri del settore: ci sarà anche un intervento del professor Jan Harold Brunvand dell’Università dello Utah, una delle massime autorità sulle dicerie e le voci che circolano su Internet e nella vita reale e che sotto sotto influenzano le nostre scelte e le nostre opinioni.

I relatori, raccolti nella giornata del 6 novembre, saranno Lorenzo Montali, Laura Bonato, Jean-Bruno Renard, Danilo Arona, Peter Burger, Marino Niola, Carlo Presotto, Paolo Toselli, Cesare Bermani e Mariano Tomatis; i moderatori saranno il giornalista Piero Bianucci e il segretario nazionale del CICAP, Massimo Polidoro. Ci sarà anche uno spazio per il sottoscritto: vi rivelerò le mie segretissime tecniche d’indagine, così potrete diventare anche voi detective antibufala.

Sarà per molti di noi “cacciatori di bufale” la prima occasione di incontrarci faccia a faccia e di scambiare due chiacchiere con i nostri lettori, per cui l’atmosfera si preannuncia elettrica e divertente, con un misto di rigore scientifico e di informalità e con ampio spazio per le domande del pubblico.

Come contorno al convegno, ci saranno anche uno spazio per le indagini degli appassionati, una mostra antologica sulle leggende metropolitane e un viaggio nella misteriosa Torino sotterranea (5 novembre): attenzione, dunque, ai coccodrilli nelle fogne.

Il convegno è aperto a tutti e gratuito, ma per agevolare l’organizzazione è buona cosa prenotarsi scrivendo a leggende@cicap.org oppure visitando il sito di Contaminazioni, dove trovate tutti i dettagli e il programma.

Vi aspettiamo!

Radiouno e le leggende metropolitane, stanotte insieme con Stefano Bagnasco

Nottambuli e radiofonici? Stasera ho un buon menu per voi: Radiouno ha invitato Stefano Bagnasco del CICAP e il sottoscritto a parlare di leggende metropolitane alla Notte di Radiouno, stanotte dalle 00.20 in poi. Vi aspettiamo.

Aggiornamento

Per quanto riguarda la storia che ho raccontato, ossia dell’origine giornalistica del mito di qualcuno che si sarebbe salvato dal crollo delle Torri Gemelle facendo surf sulle macerie, ho in archivio la prova video: uno spezzone della diretta della NBC del 12 settembre 2001, nel quale la giornalista Hoda Kotbe del programma Dateline dice che “In una storia che sembra quasi impossibile da credere, un poliziotto ha detto ai soccorritori che si trovava verso la sommità di una delle due torri, crede all’86° piano, quando è crollata. In qualche modo è sopravvissuto”. Poco dopo la stessa giornalista mostra in video un medico che dice di aver parlato con il poliziotto e che riferisce la stessa storia usando proprio il termine “surf”. Ma il nome del poliziotto non viene indicato. Sì, la leggenda ha proprio origini giornalistiche.

Fonte:
http://www.snopes.com/rumors/survivor.htm.

Ci vediamo alla Fiera del Libro di Torino il 10 per parlare di bufale e leggende metropolitane insieme al CICAP?

Ci vediamo alla Fiera del Libro di Torino il 10 per parlare di bufale e leggende metropolitane insieme al CICAP?

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Sabato 10 maggio, dalle 14:30 alle 16, sarò alla Fiera del libro di Torino, nello spazio autori B, insieme a Massimo Polidoro, Lorenzo Montali e Piero Bianucci, per parlare dei vent’anni di attività del CICAP, della sua rivista Scienza e Paranormale, e delle bufale e leggende metropolitane.

L’incontro è intitolato “Dai Poltergeist a Torino Magica: 20 anni di CICAP”. Il CICAP sarà allo stand B34, Padiglione 1.

Quest’anno, purtroppo, niente letto di chiodi da sperimentare. Queste sono le foto della mia demo al convegno CICAP del 2006, a dimostrare che persino un tipo ossuto come il sottoscritto, senza ricorrere a poteri paranormali, può fare cose da fachiro.

Sì, sono chiodi veri. Cosa non si fa per amore della scienza e per debunkare le pseudoscienze…

Post eventum

Un paio di foto veloci prima di schiantarmi dopo un’odissea indecente per rientrare al Maniero Digitale (descritta nei commenti). Se avete altre immagini, segnalatele nei commenti.

 

L’incontro è stato piacevolissimo, filato in allegria fra un gatto bonsai, un’improvvisazione tecnica, un tentativo di folgorazione a mezzo laptop (il guaio del case in alluminio) e le indagini di Massimo Polidoro e Lorenzo Montali sui fenomeni più strani del mondo reale e della nostra psiche.

Dovrei parlarvi anche di iLiad, un lettore di e-book davvero straordinario come leggibilità e interfaccia, che ho avuto il piacere di provare. Immaginate una tavoletta leggera che contiene tutti i libri della vostra biblioteca e va online a prendersi il resto. Darne uno a ciascuno studente per evitare il solito ritornello degli zaini troppo pesanti? Usarlo come browser anche in pieno sole, senza preoccuparsi dell’autonomia delle batterie, per avere Internet davvero sempre in tasca? Certamente. Ma prima devo ricaricare le mie, di batterie.

Un grazie speciale va agli amici e ai lettori che sono venuti a salutarmi e che ho finalmente conosciuto di persona.

Antibufala Classic: attenti ai segni degli zingari sui citofoni e sulle porte!

Antibufala Classic: attenti ai segni degli zingari sui citofoni e sulle porte!

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente il 16 aprile 2005 qui su Attivissimo.net. Lo ripubblico e trasferisco qui per riunire meglio le mie indagini antibufala e perché se n’è parlato oggi a Raiuno. L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale e vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alla gentile donazione di “anna_cine*”. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora.

English Abstract

An e-mail circulating on the Internet claims to provide a list of “code markings” used by gypsies to mark houses that are easy targets for burglaries or should be left alone.

The list is probably a fake because it’s inconsistent (there’s no point in having a code system where the same symbol means different things, as in the case of “AM”, which is said to mean “morning” or “afternoon” depending on the source) and because it would be rather dumb to use a secret code that everybody, including the supposed victims, knows well.

Perhaps more importantly, it seems stupid to have a code sign meaning “this is a good target”; why help other thieves? If it’s such a good target, why tell your “colleagues” instead of raiding it yourself?

Moreover, there is no definite link between gypsies and findings of these or similar markings. Anybody could have made them, perhaps just as doodles.

This appeal preys on our innate fear and distrust of people who are different from us. In any case, it should not be interpreted as a security guideline. Finding the “dangerous house, don’t visit” symbol next to your door or doorbell doesn’t mean that you can disregard the security precautions you should take anyway (what if a thief who doesn’t know or notice the code comes along?).

So essentially, the list is pointless. But if you prefer to believe it’s authentic or would rather be safe than sorry (as well as somewhat paranoid), just etch the “dangerous house, don’t visit” symbol next to your property. That will surely confuse would-be burglars!

Con le solite varianti tipiche delle catene di sant’Antonio, circola da molto tempo, con periodici picchi di diffusione, un messaggio d’allarme che contiene un elenco di segni in codice che sarebbero usati dagli zingari per contrassegnare le case facili da derubare e quelle da evitare.

Talvolta l’elenco è accompagnato da avvertimenti di questo genere:

QUESTI SONO I SEGNI CHE GLI ZINGARI TRACCIANO SULLE PULSANTIERE DELLE ABITAZIONI – FATE MOLTA ATTENZIONE PERCHé SONO POCO VISIBILI DATO CHE SONO INCISI CON UNA PUNTA SOTTILE – SEGNALATE SUBITO LA SITUAZIONE AI CARABINIERI. (TEL. 112) E SE POSSIBILE MODIFICATELI…

Ci sono inoltre moltissimi siti che riportano quest’elenco e sue varianti, come si nota cercando in Google parole-chiave come “segni, simboli” e “zingari, rom”. Ne trovate alcuni esempi qui e qui.

Datazione e origini: 1997 e probabilmente anche prima

Le prime segnalazioni di questo caso sono giunte al Servizio Antibufala ad aprile 2005, ma appelli analoghi sono in circolazione da ben prima che arrivasse Internet. Per esempio, c’è questo articolo di “Umanità Nova” del 27 luglio 1997 (immagine qui accanto, cliccabile per ingrandirla; l’indicazione “1977” nell’intestazione dell’articolo è un refuso) che parlava già all’epoca del cosiddetto “codice degli zingari” descrivendolo come una bufala apparsa su molti quotidiani e telegiornali regionali. Paolo Toselli, coordinatore del Centro Raccolta Voci e Leggende Contemporanee, autorevole sito dedicato a questo tipo di appelli, mi scrive che “in Italia il caso esplode negli anni ’90, ma si riscontrano segnalazioni sin dagli anni ’60”.

Secondo il Corriere di Chieri, a giugno 1997 il cosiddetto “codice degli zingari ladri” è finito anche “sul tavolo del ministro degli Interni, Giorgio Napolitano, poiché il senatore della Lega Nord Luigi Peruzzotti chiedeva di diffonderlo per garantire maggiore sicurezza ai cittadini”.

Perché è quasi sicuramente una bufala

L’elenco dei segni esiste in varie versioni ed è spesso contraddittorio e privo di senso: per esempio, “AM” viene spiegato a volte come “pomeriggio”, a volte come “mattina”. Inoltre non si capisce che senso abbia un’indicazione del tipo “evitare questo comune”: per essere utile, andrebbe scritta sul cartello stradale d’ingresso al comune, o su tutte le porte di tutte le abitazioni.

È inoltre estremamente improbabile che un’organizzazione criminale continui a utilizzare per anni simboli in codice il cui significato è (almeno così pare) noto alle vittime: sarebbe come un esercito che usa un codice cifrato conosciuto dal nemico.

Inoltre ci sono alcune incongruenze che il buon senso magari non coglie subito perché distratto dalla classica leva psicologica della paura per l'”altro”, il “diverso”. L’articolo di “Umanità Nova” già citato le descrive benissimo (le evidenziazioni sono mie):

Si potrebbe pensare per questo a un’origine francese; autorizza a pensarlo, tra l’altro, la sigla AM per indicare il pomeriggio (après-midi?). Il “codice” avrebbe varcato le Alpi per essere adottato, paradossalmente, in un territorio dove gli zingari non parlano francese. Il problema è che non parlano tra di loro neppure l’italiano (molti anzi, e proprio in questa zona, lo conoscono pochissimo) e nessuna delle parole che sarebbero richiamate dalle lettere sopra ricordate, hanno, nei loro vari dialetti presenti in questa zona, quelle iniziali. Perché dovrebbero darsi indicazioni che si deve supporre molto importanti, in una lingua che non è conosciuta da molti di loro e comunque è la loro seconda, quella che serve per comunicare con i non zingari?

…Da una parte bisogna ricordare che la cultura degli “zingari” è “orale”; la loro scarsa scolarizzazione non dipende solo e tanto dal “nomadismo” (spesso si fermano per lunghi anni, proprio per mandare i figli a scuola, anche se poi non imparano quasi niente, neppure a leggere correttamente), ma proprio dalla strutturazione della loro mentalità orale che guarda con diffidenza la scuola e non sente il bisogno della scrittura e del fissare una memoria esterna, passato e realtà presente. Ben difficile credere che ricorrano ad una forma, sia pure primitiva, che richiede elementi di alfabetizzazione, di scrittura.

…A che fine dovrebbero gli zingari indicare ad altri che una casa è stata svaligiata da poco?E a che fine anche segnalarla come appetibile, col rischio che il colpo lo faccia qualcun altro?

Un ladro qualsiasi, sedentario o no, che voglia svaligiare o far svaligiare una casa, non la indicherà certo con un sistema di segni così farraginoso e pericoloso. Grottesco immaginare uno “zingaro” che sbircia le case di un quartiere alla ricerca di questi “segni”; gli risulterebbe tutt’altro che facile passare inosservato, specie se dovessimo immaginarlo di notte, magari con un accendino acceso, nell’impresa impossibile di individuare questi “segni” poco “appariscenti”. Non sarebbe molto più semplice e produttivo che gli eventuali complici gli indicassero il numero civico o gli descrivessero il luogo, l’edificio, ecc., o, magari, ce lo portassero prima del “colpo”?

Spulciando i newsgroup ho trovato alcuni messaggi che sembrano dare poco credito a questi elenchi di simboli. Uno, in particolare, cita la risposta dei Carabinieri di Roma a una domanda sull’argomento:

“…premesso che non esiste un “catalogo” di simboli che aiutino a comprendere le intenzioni di persone che si apprestano a compiere furti in appartamenti o altre azioni criminali è tuttavia plausibile che malintenzionati vari utilizzino segni in codice (solo a loro noti) per passarsi informazioni a loro utili per compiere azioni criminose. Le consigliamo di attuare le normali misure precauzionali e segnalare alla locale Stazione Carabinieri eventuali “movimenti” anomali che dovesse notare nei pressi della sua abitazione.”

Tuttavia segni di questo tipo sono stati effettivamente rilevati da vari testimoni (la cui affidabilità, fra l’altro, è per me indubbia, per cui non può trattarsi di segni fatti da loro) sin dagli anni Ottanta. Potrebbero essere graffiti fatti da chissà chi e per qualsiasi ragione (anche per semplice microvandalismo). Infatti non mi risulta alcuna prova di legame fra gli zingari e questi segni.

Oltretutto segni come “buon obiettivo” (una X), “casa ricca” (una C squadrata) o “notte” (una N) sono, guarda caso, molto facili da incidere e sono tipici dei graffiti fatti in vari luoghi, compresi quelli nei gabinetti pubblici (che mi sembra poco logico contrassegnare come “buon obiettivo”, a meno che si tratti di rubare la carta igienica). Di conseguenza, la loro presenza da sola non autentica la versione secondo la quale si tratterebbe di un codice, e specificamente di un codice “aiuta-furti” adottato dagli zingari.

Riassumo inoltre qui sotto le interessantissime note mandatemi dal già citato Paolo Toselli sull’argomento:

…Si tratterebbe di messaggi in codice: due pallini, casa facile; due linee in croce, donna sola e anziana; tre linee ondulate, girare al largo… e così via. Ad avvalorare le storie, un volantino, di norma anonimo – che elenca i simboli e il loro significato e avverte i cittadini di stare allerta all’apparire del “codice segreto”.
I commenti degli organi di polizia a tal proposito sono perlomeno ambigui: molte volte hanno smentito la veridicità della storia e quindi il contenuto del volantino, altre volte lo hanno avvalorato.
Il CeRaVoLC nel corso degli anni ha raccolto molte notizie di stampa sui simboli che da noi si dice utilizzati dagli zingari, oltre a diverse copie dei volantini che ne interpretano il significato, recentemente apparsi anche su alcuni siti Internet.
Secondo quanto riferitomi da Peter Burger [studioso olandese di leggende metropolitane], a inizio dello scorso mese di marzo [2005] anche i Paesi Bassi sono stati colpiti da insistenti voci a proposito della comparsa di strani segni apparsi sui muri delle case. Questi sarebbero stati fatti da non meglio identificati ladri per indicare obiettivi più o meno facili. Pare che anche la polizia abbia preso sul serio l’allarme, che da loro non si era mai manifestato prima. Casi simili erano già accaduti in Portogallo e Spagna.
Al volantino coi “segni di riconoscimento utilizzati da zingari e ladri d’appartamento” ed alla sua diffusione oltralpe faceva già cenno Jean-Noel Kapferer nel suo libro “Le voci che corrono” (Longanesi, 1988, p. 18) pubblicato originariamente in Francia nel 1987.
Per comprendere l’essenza del “codice segreto” e la sua origine è significativo l’articolo pubblicato nel 1994 dal sociologo francese Jean-Bruno Renard e intitolato “Le tract sur les signes de reconnaisance utilisés par les cambrioleurs: rumeur et réalité”. (in “Le Réenchantement du monde. La métamorphose contemporaine des systèmes symboliques”, a cura di Patrick Tacussel, L’Harmattan, Parigi 1994, pp. 215-241)
La grande diffusione delle voci collegate ai contenuti del volantino è dovuta al fatto che le stesse fanno appello ad un tema su cui si focalizzano anche molte leggende metropolitane, ovvero l’insicurezza, e ad un elemento parimenti frequente quale la rivelazione di un messaggio nascosto.
Ma ancor più interessante è la dimostrazione operata da Renard che pressoché tutti i simboli presenti nell’attuale versione del volantino erano già noti da decenni, la maggioranza sin dagli anni ’20-30. Alcuni sono rimasti identici nella forma e nel significato (la metà), altri hanno subito modifiche nella forma e altri ancora nel significato. All’origine questi segni erano attribuiti ai viandanti e ai vagabondi che li avrebbero utilizzati per comunicare ad altri loro simili se sarebbero stati accolti favorevolmente o meno dai proprietari delle case a cui avevano bussato.
Pertanto se il volantino si ispira a segni veramente utilizzati tempi addietro è probabile che questo “linguaggio” sia stato abbandonato negli anni ’50 con la scomparsa dei viandanti e l’avvento della delinquenza urbana individualista e priva di tradizioni.
Quanto all’uso corrente di questi simboli da parte degli zingari non vi sono prove. Ma anche supponendo che i simboli a cui fa riferimento il volantino siano utilizzati dai ladri di appartamenti, il solo fatto di averli resi pubblici (più volte anche sui quotidiani) in breve tempo annullerebbe la loro validità: sia per il fatto che i malfattori avrebbero cambiato simbologia, sia perché la gente comune li avrebbe utilizzati a sua volta come contromisura per tener lontani gli stessi malintenzionati.
Insomma, come tutte le voci e le leggende metropolitane, il volantino riduce l’incertezza legata ad avvenimenti imprevedibili. La sua circolazione crea una comunicazione, una coesione sociale attorno ad un sentimento di insicurezza. La figura arcaica del viandante e del vagabondo che chiede l’elemosina è stata sostituita dal ladro di appartamenti, o dallo zingaro, il quale incarna paure ancestrali. Come sottolinea infine Renard, il volantino e il suo codice segreto esprimono indirettamente la nostalgia dei tempi passati in cui esisteva una forte coesione nella comunità e dove la minaccia poteva venire solo dall’esterno: i nomadi e i vagabondi.

Nel dubbio, che fare?

Queste sono le informazioni che sono riuscito a raccogliere fin qui. Se siete perplessi e preferite comunque ritenere che esista davvero questo codice di simboli, c’è un modo molto semplice per neutralizzarlo: marcare col segno “già svaligiato” la vostra abitazione. È un consiglio semiserio, ovviamente, perché deturpereste probabilmente invano la vostra casa, ma è sempre meglio che lasciarsi andare alla paranoia e al razzismo scorgendo il pericolo degli zingari in ogni segnetto che trovate in giro.

Più seriamente, anche supponendo che il codice sia autentico, non va preso come scusa per dimenticare le normali regole di prudenza: il fatto che la vostra casa non sia segnata dal simbolo “qui si ruba facilmente” o “stare alla larga” non significa certo che potete lasciare le porte spalancate e mettere l’argenteria sul davanzale. E se passa un ladro che non sa leggere il codice e quindi lo ignora?

In ultima analisi, quindi, questo appello è inutile e può avere la conseguenza di alimentare il razzismo e l’ansia. Diffonderlo è dunque sconsigliabile.

Vipere dall’elicottero? No, ma topi sì: imbottiti di paracetamolo, per eliminare i serpenti

Vipere dall’elicottero? No, ma topi sì: imbottiti di paracetamolo, per eliminare i serpenti

Mouse with parachuteCredit per l’immagine:
Crateva
(Flickr).

Conoscete la leggenda metropolitana secondo la quale le associazioni
ambientaliste più radicali paracaduterebbero nei boschi dei
sacchetti pieni di vipere, lanciati da appositi elicotteri, per ristabilire l’equilibro della natura
intaccato dalla mano maldestra dell’uomo industriale?
Risale
agli anni Settanta e proviene dalla Francia.

È diffusissima anche in Svizzera e in
Italia
ed è una leggenda per ovvie ragioni pratiche: il lancio col paracadute
tenderebbe a far spiaccicare i rettili. Per non parlare della difficoltà di
insacchettare un’elicotterata di vipere e dotarla di apposito paracadute. Che
nessuno, fra l’altro, ha mai trovato.

Nonostante la sua assurdità, questa storia è ripetuta frequentemente, citando
come fonte un imprecisato amico che lavora in polizia o altra autorità. Come al
solito, le leggende metropolitane servono più a raccontare le nostre paure che a
raccontare la realtà.

Ma nell’isola di Guam, territorio statunitense sperduto nell’Oceano Pacifico occidentale, la
leggenda viene invertita e diventa bizzarra realtà: il Dipartimento
dell’Agricoltura statunitense sta
paracadutando sulla base navale di Guam topi morti
imbottiti di paracetamolo e dotati di transponder (segnalatori radio),
affinché i serpenti che infestano l’isola li mangino e muoiano avvelenati dal
farmaco, che per loro è veleno. I transponder servono per sapere se l’esca
volante viene davvero ingerita.

I serpenti che infestano Guam non sono originari dell’isola (vi
arrivarono
negli anni Cinquanta) e non avendo predatori naturali si sono riprodotti a
dismisura, sterminando gli uccelli dell’isola e causando interruzioni di
corrente quando rimangono ingarbugliati nelle linee elettriche (video). Su Guam si ha una delle più alte densità di serpenti al mondo: in media uno
ogni 200 metri quadri.

Una volta tanto, una storia che sembra una bufala ma non lo è. Detto questo,
vado a scrivermi un promemoria gigante: non visitare Guam. Mai.

Ci ha lasciato Farrah Fawcett, mito anche subliminale

Ci ha lasciato Farrah Fawcett, mito anche subliminale

Un’intera generazione (e forse più di una) la ricorda come la bionda delle
Charlie’s Angels. Il taglio della sua
chioma divenne una moda planetaria nella seconda metà degli anni Settanta.
Farrah Fawcett è morta di cancro oggi a 62 anni.

Quello che forse pochi sanno è che intorno al suo celeberrimo poster (dodici
milioni di copie vendute, secondo alcune
stime, che
le fruttarono più del suo ruolo in
Charlie’s Angels) non circolava
soltanto la venerazione di innumerevoli fan in tempesta ormonale, ma anche una
delle prime leggende metropolitane riguardanti i messaggi subliminali. Nei
suoi capelli, leggenda vuole, c’erano nascoste le lettere
S, E, X, ed era dalla loro percezione
subliminale che derivava l’attrattiva irresistibile del poster. Come no.


Se non le vedete, sono evidenziate qui:

Ci sarà tempo più avanti per riflettere sui motivi che spingono le persone a
voler attribuire il successo e la celebrità a forze occulte e misteriose senza
accettare che possano essere il risultato di doti naturali. Oggi è il momento
di salutare in silenzio un pezzetto della nostra memoria collettiva che si
congeda.

Antibufala: l’annuncio di positivi nei supermercati circola anche in Svizzera

Fonte:
Butac.it.

Ultimo aggiornamento: 2022/01/18 11:10.

Da alcuni giorni mi arrivano segnalazioni di messaggi vocali, diffusi su WhatsApp e altri sistemi di messaggistica, che descrivono con indignazione una situazione di negligenza
sanitaria diffusa e inquietante.

“Sai cosa mi ha raccontato mia mamma? Una che conosce è andata all’IKEA di
Grancia e ha visto un suo collega che doveva essere a casa in isolamento
perché positivo al Covid… le sono girati i c***ioni ed è andata in cassa
ad avvisare che nel centro commerciale c’era in giro un positivo che lei
conosceva. Alla cassa hanno fatto l’annuncio, dicendo che sapevano che c’era
un positivo e che questa persona doveva presentarsi subito al centro
informazioni, altrimenti ne avrebbero annunciato nome e cognome con gli
altoparlanti e avrebbero avvisato le autorità. E così al centro informazioni
si sono presentati in sette!”

Ho alterato varie parole rispetto all’originale, mantenendo però intatto il
senso, e nel podcast (che verrà pubblicato questo venerdì) ho fatto rileggere il messaggio vocale a una
voce sintetica per
proteggere l’identità della persona che l’ha diffuso. E soprattutto vi ho
risparmiato la pioggia di parole colorite rivolte alle sette persone che,
secondo questo messaggio, si sono presentate al centro informazioni ammettendo
la propria colpa.

La cosa strana è che circolano varie versioni di questo allarme, nelle quali
cambia il luogo del misfatto (non solo Svizzera, dove Tio.ch ha ripreso questa mia segnalazione citando una variante nella quale la scena sarebbe avvenuta alla Manor di Vezia, ma anche Italia, Olanda,
Austria) e cambia l’identità della persona che riconosce il positivo: a volte,
per esempio, è un medico che riconosce un paziente, ma non può segnalarlo
direttamente agli addetti del centro commerciale perché violerebbe la
riservatezza del rapporto medico-paziente. 

Anche il numero dei positivi che
confessano la propria violazione delle regole è variabile: a volte sono cinque
o otto o addirittura tredici. In alcuni casi si racconta che l’annuncio fatto tramite gli altoparlanti ha causato un vero
e proprio fuggi fuggi generale. E spesso l’allarme è stato pubblicato dai
giornali, dandogli credibilità e ulteriore diffusione.

Ma la falsariga è sempre la stessa: qualcuno dice di aver saputo che qualcun
altro ha riconosciuto una persona positiva al Covid in un centro commerciale e
l’ha segnalata ai gestori del centro, che hanno fatto un annuncio pubblico che ha fatto emergere anche altre persone positive che si aggiravano nel centro
commerciale, con conseguente scandalo e indignazione di chi racconta la
notizia e con altrettanto conseguente inoltro del messaggio vocale a tutti i
propri conoscenti.

Niente panico: questi messaggi non sono la dimostrazione di un
comportamento diffuso e preoccupante. Sono invece un esempio classico di
leggenda metropolitana: una storia non vera che nasce chissà dove e viene
diffusa dal passaparola, facilitato dai social network, perché fa leva su una paura condivisa e sul gusto del
racconto con finale grottesco.

Infatti in tutti i casi nei quali le autorità hanno effettuato controlli, il racconto che circolava è risultato infondato e i direttori dei supermercati coinvolti lo hanno smentito espressamente, come spiegato con ampia documentazione dall’esperta di leggende metropolitane Sofia Lincos sul sito del Centro per la raccolta delle voci e leggende contemporanee, Leggendemetropolitane.eu (anche qui), e dai siti Bufale.net, Bufale un tanto al chilo (Butac.it) e Il Post

È vero che ci sono stati alcuni episodi di persone positive realmente sorprese in giro (per esempio ad Assisi), ma come dice Sofia Lincos,

…negli episodi reali manca […] la conclusione grottesca della scena, ossia il tratto tipico della nostra leggenda metropolitana. Una leggenda che […] gioca sull’indignazione per il cattivo comportamento, ma anche sul senso di giustizia (i “colpevoli” vengono scoperti e puniti) e, forse ancor di più, sul finale paradossale, da commedia.  

Per maggiore chiarezza: sì, è possibile che una persona che sa di essere positiva al Covid si comporti in modo irresponsabile e vada in giro in un centro commerciale. Quello che non è plausibile è il gran finale del racconto, ossia la minaccia di annunciarne pubblicamente nome e cognome (che sarebbe illegale) e la presentazione in massa dei colpevoli alla cassa o al centro informazioni.

Un altro elemento che distingue la leggenda metropolitana dalla notizia reale è che la fonte della vicenda è un amico di un conoscente che ha sentito raccontare la vicenda da un parente, insomma mai una fonte diretta e autorevole. 

Se ricevete messaggi vocali di questo genere, non mandateli in giro: creano inutilmente indignazione, apprensione e allarme senza motivo. E le conseguenze di una condivisione possono essere pesanti: Leggendemetropolitane.eu segnala che chi ha diffuso questi allarmi è stato travolto da “decine di telefonate da parte di amici e conoscenti che gli chiedevano se fosse vero e se andare a fare la spesa fosse sicuro” con il risultato che “la sua vita era diventata un inferno”.

Antibufala: il ritorno degli amanti incastrati, leggenda sin dal 1372

Antibufala: il ritorno degli amanti incastrati, leggenda sin dal 1372

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo
aggiornamento: 2021/03/29 21:30.

Certe storie non muoiono mai e c’è sempre qualcuno che le racconta, perché sono
divertenti. Ma diventano preoccupanti quando chi le racconta è un giornalista,
che in teoria dovrebbe verificare le notizie prima di pubblicarle: se pubblica
una bufala come questa, quanto saranno credibili le altre notizie che firma?

Questa regola vale per la bufala degli amanti incastrati, che è una storia
sempiterna con varie ambientazioni ma un tema di fondo: una coppia si concede un
amplesso in un luogo o in un contesto che suscita scandalo e i due amanti
restano incastrati fra loro, dovendo chiedere con imbarazzo l’intervento dei
soccorritori.

Il contesto classico è quello della festa di matrimonio: la sposa promessa si
apparta con uno degli invitati, che è il suo amante segreto, e consuma con lui
un rapido rapporto sessuale durante il ricevimento, mettendo le corna al marito
il giorno stesso del matrimonio. Ma la trasgressione viene punita dal fato. I
due restano incastrati e devono essere portati via in ambulanza ancora
avvinghiati, coperti solo simbolicamente da un telo, fra la riprovazione e
l’ilarità degli invitati, condita dall’umiliazione bruciante del marito.

Questa leggenda metropolitana è popolarissima: dovunque abitiate, c’è qualcuno
che giura che è successo in quella località al matrimonio di una persona che un
suo amico conosce. Ne parlano, per esempio,
Leggendemetropolitane.net e il CICAP,
stroncandola. Anche MedBunker, ossia Salvo Di Grazia, medico chirurgo,
specialista in ostetricia, ginecologia e fisiopatologia della riproduzione
umana, non ha dubbi: è una
bufala.
Ma ogni tanto la storia riaffiora lo stesso, come è successo per esempio al
TgCom
nel 2009.

La versione che è esplosa in modo virale pochi giorni fa è differente e fa a
meno del contesto d’infedeltà: a Porto San Giorgio, un uomo e una donna
s’immergono in acqua per fare sesso, ma
“dopo l’amplesso, al momento di uscire, lui rimane incastrato dentro di lei.
Colpa dell’effetto ventosa”
, scrive
Il Mattino, beccandosi oltre quattromila “mi piace” (a conferma che il
giornalismo-trash, nell’era dei giornali online finanziati dai click,
funziona).

Gli amanti incastrati hanno atteso
“l’arrivo di una ragazza che passeggiava in spiaggia per farsi passare gli
asciugamani”

e poi
“hanno raggiunto la spiaggia e hanno chiamato un medico che, li ha
accompagnati al pronto soccorso”
. Lì i due sono stati sbloccati:
“alla donna è stata praticata un’iniezione usata comunemente per dilatare
l’utero alle partorienti”
.

Ovviamente non ci sono nomi: si dice soltanto che lui è
“di Fermo, lei di Porto Sant’Elpidio”. Non c’è un’indicazione
dell’ospedale o il nome del medico o un’altra fonte per la notizia. L’articolo
non è neanche firmato. E soprattutto nessuno si chiede cosa c’entri un farmaco
per dilatare l’utero con un presunto incastro durante un rapporto
sessuale.

La notizia ha fatto il giro dei media italofoni (Huffington Post,
LeggoIl Messaggero,
Il Resto del Carlino,
Corriere del Ticino, per citarne solo alcuni). Il Resto del Carlino, fra l’altro,
regala ulteriori dettagli, raccontando anche i preliminari dell’incontro,
datandolo al 10 ottobre scorso e rivelando le professioni dei due
protagonisti: “lui avvocato di Fermo, lei architetto di Porto Sant’Elpidio”. Ma è principalmente con riferimento al Mattino che la storia ha
fatto il giro del mondo:
Gawker,
The Local,
Metro,
Uproxx,
New York Daily News,
International Business Times
(edizione australiana),
Elite Daily
e mille altri.

Le uniche due fonti che riportano la notizia con formula dubitativa sono l’Independent
e il Toronto Sun, che hanno interpellato un medico, secondo il quale l’idea dell’incastro
post-amplesso è decisamente implausibile. Tutti gli altri, da bravi artisti del
copiaincolla e ignoranti in materia di bufale e di sesso, hanno copiato e
incollato. Tanto i click e i “mi piace” fanno numero lo stesso, agli occhi degli
inserzionisti pubblicitari.

La BBC, invece,
segnala una chicca
notevole accanto alla smentita che due esseri umani possano restare incastrati
per i genitali durante un rapporto sessuale (ai cani capita, invece, ma sono
anatomicamente ben diversi): ci sono molte citazioni storiche di questa bufala,
e la più antica risale addirittura al 1372.

In quell’anno, infatti,
Geoffroi de La Tour Landry
racconta in
The Book of the Knight of La Tour-Landry (disponibile anche su
Google Books), traduzione del libro francese
Livre pour l’enseignement de ses filles du Chevalier de La Tour Landry)
che un uomo di nome Pers Lenard (all’epoca non c’era la legge sulla privacy,
evidentemente; ma leggete l’aggiornamento) fece sesso con una donna su un
altare in chiesa e per questo Dio
“li legò insieme stretti per quella notte”: la coppia fu trovata dai
fedeli l’indomani, ancora incastrata
“stretta come cane e cagna insieme”. Al posto del farmaco dilatatore,
tuttavia, in questa versione fu usata la preghiera e i due furono obbligati a
tornare in chiesa per tre domeniche, spogliarsi e flagellarsi di fronte alla
congregazione.

2014/10/21

Snopes.com classifica la notizia come
probabilmente falsa.

2021/03/29: alle origini degli amanti incastrati

Sono riuscito a recuperare il testo originale francese di Geoffroi de La
Tour Landry, e specificamente il brano in questione (trascrizione e scansione
su Wikisource e
altra scansione
su Gallica, folio 20v, pagina 50 del PDF), e salta fuori che il nome
del peccatore citato dalla BBC non corrisponde a quello riportato
nell’originale:, ma è Perrot Luart.

Questa dovrebbe essere la trascrizione:

De ceulx qui firent fornication en l’esglise

Il avint en celle eglise à une vigilles de Nostre-Dame que un qui avoit nom
Perrot Luart et qui estoit sergent de Cande en la mer, s’i coucha avec une
femme sur un autel. Si advint un miracle qu’ilz s’entreprindrent et
s’entrebessonnèrent comme chiens, tellement qu’ilz furent aussy pris de
toute le jour à journée, si que ceulx de l’esglise et ceulx du païx eurent
assez loisir de lez venir veoir ; car ils ne se povoient departir, et
convint que l’on venist à procession à prier Dieu pour eulx, et au fort sur
le soir ilz se departirent. Dont il convint que l’esglise feust puis dediée,
et convint par penitence qu’il alast par troix dimenches environ l’esglise
et le cymetière, soy batant et recordant son peché. Et pour ce a cy bon
exemple comment l’en se doit tenir nettement en sainte eglise ; et encores
vous diray un autre exemple sur ceste matière, comment il avint ès parties
de Poitou n’a pas trois ans, dont je vous en diray l’exemple.

La versione su Gallica, probabilmente più antica a giudicare dallo stile, è
parecchio differente (e purtroppo per me quasi indecifrabile): vedo che
mantiene il nome Perrot Luart, ma il resto mi sfugge. Se qualcuno riesce a
trascrivere il testo, che parrebbe più lungo dell’altra versione, lo segnali
nei commenti.

Antibufala: gli alligatori nelle fogne di New York

Antibufala: gli alligatori nelle fogne di New York

Croc’, 1976
(Paperback Warrior).

La diceria che le fogne di New York sarebbero infestate da alligatori giganti perché i proprietari di questi rettili, raccolti quando erano piccoli in Florida durante una vacanza, se ne sbarazzavano buttandoli nel water quando crescevano troppo è una delle leggende metropolitane più famose e longeve: divenne molto popolare una cinquantina d’anni fa, negli anni Settanta, ma in realtà ha origini molto, molto più antiche.

L’idea di creature feroci che popolano le fogne circolava infatti già in epoca vittoriana a Londra: al posto degli alligatori, troppo americani, c’erano più britannicamente dei maiali inselvatichiti.

Gli studiosi di leggende metropolitane (o di folclore moderno, come lo chiamano loro) hanno scoperto numerose varianti di questo mito, alcune risalenti addirittura a duemila anni fa. Nell’articolo The Octopus in the Sewers: An Ancient Legend Analogue di Camilla Asplund Ingemark, pubblicato nel 2008 sul Journal of Folklore Research, emerge che l’autore classico Claudio Eliano (165/170 circa – 235 d.C.) raccontò nel suo De Natura Animalium che a Puteoli (l’odierna Pozzuoli, in Campania) sbucava dalle fogne ogni tanto una piovra gigante, che rubava cibo dalle cantine. Anche Plinio il Vecchio (23/24-79 d.C.) scrisse, nella sua opera Naturalis Historia, che nella città spagnola di Carteia c’era una piovra gigante che emergeva per saccheggiare le vasche dove si teneva il pesce sotto sale.

Gli stessi studiosi fanno risalire la versione moderna, quella con gli alligatori, al 1959, quando un libro dedicato alla storia delle infrastrutture sotterranee di Manhattan, The World Beneath the City di Robert Daley, le dedicò un intero capitolo per raccontare che nel 1935 c’erano stati avvistamenti di alligatori ed erano state addirittura fatte delle battute di caccia. Ma Daley era, a quanto pare, dotato di molta immaginazione.

Fra l’altro, gli esperti spiegano che l’ambiente freddo delle fogne di una città come New York non permetterebbe a nessun rettile di prosperare e nemmeno di vivere: al freddo, infatti, non sono in grado di digerire il cibo (o i malcapitati esploratori delle fogne). Tuttavia ogni tanto qualche alligatore finisce temporaneamente nella rete fognaria delle città del sud degli Stati Uniti, che è collegata alle paludi. Ma si tratta di soggiorni brevi, causati dagli allagamenti prodotti dai temporali, e i rettili non diventano giganti.

La ragione della straordinaria persistenza di questo mito sarebbe, secondo Camilla Asplund Ingemark, legata alla paura atavica di un mondo sconosciuto che starebbe a stretto contatto e contrasto con la città, vista come simbolo dell’apice della civiltà. È un mito che funziona benissimo ancora oggi, come sanno bene i fan delle Tartarughe Ninja o di Stranger Things e del suo Sottosopra. 

Fonti aggiuntive: Leggende-metropolitane.it; Wikipedia; Liveabout.com.

Giornalisti, piantatela di gonfiare il Momo Challenge. Se lo fate, siete sciacalli

Giornalisti, piantatela di gonfiare il Momo Challenge. Se lo fate, siete sciacalli

No, non metterò una foto di Momo.

Ultimo aggiornamento: 2019/03/01 7:25.

Sta scoppiando una nuova isteria mediatica: quella per il (presunto) Momo challenge. E la stanno montando i giornalisti irresponsabili, che hanno fame di panzane per riempire il vuoto dei loro giornali. Questo fa credere ai genitori che il fenomeno sia reale e quindi scatena in loro il panico in buona fede.

Ne avevo già parlato a luglio 2018, e lo spiega bene il Guardian: ci sono ZERO casi confermati di violenza autoinflitta in seguito al presunto Momo Challenge. Ma c’è il rischio che ce ne saranno, se il giornalismo continuerà a creare panico e a spacciare per realtà delle dicerie insulse.

Il Momo Challenge è semplicemente la versione 2019 del Blue Whale Challenge, che era un’altra montatura giornalistica senza alcuna conferma (e con parecchie invenzioni). Lo sciacallaggio ha bisogno di nuovi trastulli, perché si stufa in fretta di quelli vecchi.

Questo, per esempio, è un modello perfetto di “notizia” su Momo: pieno di affermazioni vaghe e non documentate, di “alcuni dicono che”, di “pare che” e “sarebbe”:


Scrivere che Momo si nasconde genericamente nei cartoni animati di Peppa Pig e Fortnite (forse per “cartoni animati” nel caso di Fornite si intendono le sessioni di gameplay su Youtube) ed è un “mostro di WhatsApp”, senza spiegare che è semplicemente una scultura brutta ma innocua, è inutile e irresponsabile.

Non c’è nessun pericolo, tranne quello di vedere a sorpresa un’immagine di una scultura con gli occhi sgranati. È la versione moderna delle storie dove a un certo punto si faceva “buh!” ai bambini. Non infetta i telefonini, i tablet o i computer. È solo una foto di una scultura.

Soprattutto non c’è nessuna organizzazione che usa l’immagine di questa scultura per ordinare ai bambini di fare cose terribili, altrimenti subiranno conseguenze terrificanti. Ci sono, però, gli stupidi e i bulletti che approfitteranno di questo panico. E più se ne parla irresponsabilmente, senza fornire i fatti, più sarà facile che ne approfittino e che qualcuno si faccia davvero male.

Questo sciacallaggio sta giocando con le vite dei nostri figli. Vado nelle scuole spesso a fare lezione, e vedo la paura che si scatena quando qualcuno cita Momo.

Visto che i giornalisti sembrano incapaci di fare il loro mestiere di informare invece di appiccare incendi e soffiare sulle fiamme, pensiamoci noi genitori.

Prendete l’iniziativa; non aspettate che siano loro a parlarvene (se hanno paura, forse non lo faranno). Dite voi ai vostri figli che Momo è solo una storia di paura inventata, esattamente come Cappuccetto Rosso. Dite loro che Momo è semplicemente una scultura: un pezzo di plastica che non ha nessun potere magico. Specificamente, è una scultura creata nel 2016 dall’artista giapponese Keisuka Aisawa ed esposto alla Vanilla Gallery a Tokyo, come spiega Know Your Meme. Avere paura di Momo è come avere paura di un pollo di gomma. Diteglielo. Rendeteli immuni a questa isteria.

Ai colleghi giornalisti ricordo che esistono raccomandazioni di esperti su come trattare questi argomenti così delicati. Consultate le risorse della International Association for Suicide Prevention e le linee guida OMS specifiche.