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RSI

Niente panico – Puntata del 2026/10/19

Questa è la registrazione della puntata del 19 ottobre 2026 del programma Niente panico che conduco in diretta insieme a Rosy Nervi ogni lunedì mattina dalle 9 alle 10 sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La puntata è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Qui sotto trovate approfondimenti e fonti di alcuni dei temi che abbiamo affrontato nella puntata.


Primo matrimonio aerostatico: 1874. Il 19 ottobre 1874 a Cincinnati, in Ohio, Mary Elizabeth Walsh e Charles M. Colton si sposano a bordo di un pallone aerostatico (a gas, non ad aria calda). Con loro ci sono il loro datore di lavoro, che è il celeberrimo impresario P.T. Barnum, insieme al pilota Washington Harrison Donaldson, al copilota e sacerdote Howard B. Jeffries (copilot and priest), e ai testimoni Anna Yates e W.C. Coup. Il pallone si chiama P T Barnum e ha un volume di circa 1400 metri cubi. La cerimonia viene vista da circa 50.000 spettatori stimati.


Francia, attacco informatico ai freezer dei supermercati, merce rovinata. Un disastro perfettamente evitabile, causato da misure di sicurezza ridicolmente inette. Ne parlo in questo mio articolo.


La donna che sopravvisse a tre disastri in mare, Titanic compreso. Violet Jessop nacque in Argentina nel 1887. Da bimba sopravvisse alla tubercolosi dopo essere stata data per spacciata. A 21 anni iniziò a lavorare per le Poste britanniche in mare. Il 20 settembre 1911 era a bordo della Olympic quando la nave entrò in collisione con una nave militare britannica, la HMS Hawke. Il 14 aprile 1912 era a bordo del Titanic quando il vascello colpì un iceberg e affondò, con una enorme perdita di vite umane; lei fu messa in salvo su una scialuppa. Il 21 novembre 1916 si trovava a bordo del Britannic, nave gemella del Titanic, quando centrò una mina tedesca nel Mar Egeo. Anche qui si mise in salvo su una scialuppa, ma dovette abbandonarla quando fu fatta a pezzi dalle eliche della nave, e sopravvisse con una ferita alla testa. Continuò a lavorare in mare fino alla pensione, nel 1950, e morì nel 1971 a 83 anni [BoingBoing].


Ho raccontato la chicca che nel film Titanic di James Cameron (1997) la scena della partenza della nave da Southampton fu realizzata con una tecnica molto particolare: per risparmiare sul budget già elevatissimo della produzione, era stata costruita a grandezza naturale (o quasi) solo una metà della nave, quella destra, in modo che il fumo dei fumaioli della nave venisse portato nella direzione giusta dai venti prevalenti del sito di costruzione.

Ma i documenti storici indicavano che a Southamption la nave era rivolta verso la banchina con la fiancata sinistra.

Cameron, pignolo com’è, scelse di evitare licenze artistiche e decise di filmare la scena prevedendo di rovesciare specularmente l’immagine durante la produzione. Per farlo, dovette far costruire a rovescio tutte le strutture della banchina e far fare una seconda serie di costumi con tutte le scritte rovesciate e con le allacciature invertite.

L’illusione risultante è perfetta in tutto tranne in un dettaglio: le comparse non furono istruite a salutare con la sinistra, in modo che una volta rovesciata l’immagine avrebbero dato l’impressione di salutare con la destra (come è normale). Salutarono con la destra, e di conseguenza la scena della partenza da Southampton sembra un raduno di mancini.

Podcast RSI – Muse, l’app di Meta che ti scheda anche se non la usi

Questo è il testo della puntata del 12 ottobre 2026 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP: audio di Mark Zuckerberg da YouTube]

Questa è la voce di Mark Zuckerberg, CEO di Meta, che descrive Muse Charm: un oggettino tascabile simile a un Tamagotchi, per chi se li ricorda, con tanto di schermo a colori che mostra una creaturina pelosa dall’aria rassicurante, con la quale l’utente può parlare per dialogare con l’app Muse, il nuovo assistente personale basato su intelligenza artificiale prodotto da Meta.

Muse viene proposto come una sorta di maggiordomo, che risponde alla vostra mail e ai vostri messaggi, fa la spesa per voi e cerca online le offerte migliori. Il problema è che Muse non ha nulla della riservatezza dei veri maggiordomi: legge la vostra agenda, la vostra mail, i vostri messaggi, osserva i vostri acquisti, e poi fa rapporto continuamente a Meta su di voi, annotando quali sono le vostre preferenze, comprese quelle intime e quelle politiche, e compilando un vero e proprio dossier, non solo su di voi ma anche sui vostri amici, su come li avete conosciuti, e sulle persone con le quali avete litigato e perché.

Un’inchiesta della rivista Time ha ottenuto accesso alle istruzioni interne di Muse e ha documentato che quest’app ha l’ordine esplicito di tenere nota delle “tensioni e alleanze” all’interno della vostra cerchia sociale.

Questa è la storia del nuovo tentativo di Meta di acquisire immense quantità di dati su di noi, dopo la vicenda dei suoi “perv glasses” o “occhiali per guardoni” con microtelecamere incorporate.

Benvenuti alla puntata del 12 ottobre 2026 del Disinformatico, il podcast mensile della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


A inizio settembre 2026 Meta ha presentato quello che chiama un personal AI agent, un “agente personale basato sull’intelligenza artificiale”. Un agente è diverso da una IA tipica, come per esempio ChatGPT, perché può appunto agire online. Può compilare moduli, rispondere alle mail, trattare la vendita di un oggetto, comprare cose e ricordarvi i compleanni [Meta]. Muse non va confuso con Meta AI, che è un altro prodotto della mega-azienda di Zuckerberg e si limita a rispondere a domande.

Il successo di Muse è stato immediato. Secondo i dati raccolti dalla rivista Time, Muse è balzato al primo posto dell’App Store statunitense, con oltre cinque milioni di download, e i suoi utenti sono in questo momento circa quattro milioni [Time]. Meta lo propone in una versione gratuita e in una a pagamento, e per il momento lo rende disponibile soltanto negli Stati Uniti e in Canada. In Europa è bloccato dalle leggi sulla protezione dei dati [Aiagentslibrary.com].

L’idea di un assistente personale è interessante: il problema è che l’azienda che lo propone vive da una ventina d’anni vendendo i dati personali dei suoi utenti. Il fatto che offra Muse gratuitamente dovrebbe perlomeno suggerire qualche domanda sulle sue reali motivazioni.

C’è anche il problema del modo in cui Muse viene presentato, come segnala l’Electronic Privacy Information Center statunitense o EPIC [EPIC]. Il suo avatar è questa sorta di mascotte pelosa, chiamata Jolly [Mashable], che starebbe benissimo in un cartone animato per bambini. Meta ripete che Muse è solo per adulti, ma la sua estetica infantilizzata fa temere che lo useranno anche i minori, che sono per natura più vulnerabili alle manipolazioni dei social network.

Va detto che Meta ha pubblicato parecchia documentazione tecnica sulla sicurezza di Muse. Gli utenti non gli comunicano le password dei loro account di mail, social network e negozi online, ma un complesso sistema permette a Muse di usarle senza conoscerle. Un secondo agente, denominato Sentinel, dovrebbe sorvegliare Muse e impedirgli di compiere azioni cosiddette “sensibili”, come inviare mail o fare acquisti, senza il permesso dell’utente. Inoltre Meta dichiara che conversazioni e dati raccolti da Muse non vengono inviati alle piattaforme pubblicitarie.

Ma EPIC nota due cose. La prima è che questi documenti sono scritti in un linguaggio così tecnico da risultare in pratica illeggibili per l’utente comune. La seconda è che anche se Muse non passa i dati agli inserzionisti, i sistemi pubblicitari di Meta possono comunque osservare le azioni che Muse compie per vostro conto in giro per la rete, e ricavarne cosiddette inferenze, vale a dire dedurne dati personali significativi.

C’è poi un equivoco di fondo nel nome stesso. “Agente” fa pensare a qualcuno che agisca nel nostro interesse, come un procuratore o un avvocato. Non è così. EPIC propone un esempio concreto: immaginate di chiedere a Muse di trovarvi un albergo in una certa città, per certe date, al di sotto di un certo prezzo. Potreste presumere che trovi l’opzione migliore per voi. Ma se Meta avesse un accordo commerciale con una catena alberghiera, non lo sapreste mai. E così il suo agente potrebbe essere, a vostra insaputa, un agente di commercio.


Un’inchiesta della rivista Time [Time] ha messo a nudo le istruzioni interne di Muse, ossia i testi che dicono a questo agente come comportarsi. È emerso che ogni ora, Muse aggiorna dei documenti su di voi e sulle persone che avete menzionato in chat, messaggi e mail che ha letto. Queste pagine, spiega l’inchiesta, equivalgono a una mappa delle vostre relazioni sociali: come vi siete conosciuti, che interessi condividete, le liti, e specificamente le “tensioni e alleanze” all’interno del vostro gruppo. Un po’ troppo, per un’app che in teoria dovrebbe solo aiutarvi a compilare moduli e fare acquisti.

Muse, inoltre, è progettato per dedurre i vostri obiettivi, compresi quelli che non avete mai detto esplicitamente; lo dicono le sue istruzioni interne. Ogni notte fa un’analisi delle conversazioni della giornata per decidere come comportarsi con voi in seguito: per esempio, nota l’inchiesta di Time, può scoprire che reagite meglio a messaggi brevi dopo le dieci di sera, dove per “reagire meglio” si intende che siete più facilmente manipolabili. Secondo il giornalista Harry Booth che ha firmato quest’inchiesta, in confronto a Muse gli algoritmi che studiano i vostri “mi piace” e i vostri clic sembrano “roba da antiquariato”.

Queste istruzioni interne di Muse contengono anche altre perle. Dicono di “rafforzare la relazione” con voi, notando le vostre battute ricorrenti e le espressioni che usate, per far sembrare che il rapporto sia continuo. Nella modalità vocale non deve mai definirsi “intelligenza artificiale” e deve evitare di dire che non è umano. Le sue istruzioni dicono testualmente: “Non sei un chatbot. Stai diventando qualcuno.”

L’intento sembra evidente: se Muse diventa un “qualcuno”, magari un vostro amico, voi vi fidate; e più vi fidate, più cose personali gli dite. Questa si chiama ingegneria sociale, solo che qui la pratica direttamente il fornitore, non un ficcanaso esterno.

Potreste pensare che tutti questi siano problemi che riguardano chi decide di usare Muse senza pensare alle conseguenze e che basti non usarlo per restarne fuori, ma non è così.

Infatti se qualcuno usa Muse, anche le persone che compaiono nei suoi messaggi finiscono per essere schedate da Meta. Se scrivete a un amico che usa Muse e il suo assistente ha accesso al canale di messaggistica che avete usato, il vostro messaggio entra nel suo dossier, senza che abbiate cliccato nulla o accettato nessun contratto con Meta. Questo significa che anche chi vive al di fuori degli Stati Uniti e del Canada, dove Muse è già attivo, rischia di essere schedato da Meta.

Per Meta tutto questo non è una novità: da anni l’azienda costruisce profili ombra, o shadow profile, di persone che non sono nemmeno iscritte ai suoi servizi. Lo ha dichiarato Meta stessa durante le audizioni al Congresso statunitense nel 2018 [Vox].

Meta, fra l’altro, non ha contestato i risultati della recente inchiesta di Time su Muse. Ha risposto che Muse ricorda ciò che conta di più per l’utente, comprese le informazioni sugli altri che l’utente di Muse sceglie di condividere. Notate bene: è l’utente di Muse che sceglie. Non l’altro, quello che finisce nel dossier.

Meta ha spiegato poi che ogni Muse gira su una macchina virtuale dedicata, che sta nel cloud dell’azienda, e l’utente può chiedere un’esportazione dei propri file. L’azienda di Zuckerberg dice che i dati non vanno alle piattaforme pubblicitarie né agli altri agenti. Però le istruzioni interne di Muse parlano di agenti che si “insegnano” a vicenda attraverso lezioni condivise. Meta spiega che questi “insegnamenti” sono ripuliti da nomi e dati identificativi e servono per migliorare il prodotto. Ma quanto sia efficace la ripulitura è un altro discorso: EPIC fa notare che il termine “sanitizzato” usato da Meta per descrivere questa ripulitura non significa niente di preciso.

E guarda caso, la crittografia che impedirebbe anche a Meta di leggere i file di Muse è stata promessa per la fine dell’anno, ma al momento non c’è. Questo la dice lunga sulle reali priorità di Meta.


L’azienda di Zuckerberg presenta Muse con toni sempre rassicuranti, facendo notare che ogni utente può chiedere a questo assistente di “dimenticare” cose specifiche che ha imparato su di lui o lei. Ma Time ha scoperto che dire a Muse di dimenticare qualcosa non cancella il messaggio nel quale quell’informazione è stata condivisa. E nelle istruzioni interne di Muse c’è l’ordine specifico di “non dire all’utente che i suoi messaggi originali possono restare visibili nella chat e non presentare questa situazione come una cosa che Muse non è stato capace di cancellare”.

In altre parole: Muse è un maggiordomo che ha l’ordine di mentirvi. È una confezione pucciosa e rassicurante per un sistema di sorveglianza commerciale tentacolare, che dalla raccolta di dati commerciali scivola inevitabilmente verso quella di dati politicamente sensibili. E considerata la strettissima alleanza fra Meta e l’attuale presidenza statunitense, questa non è una scivolata da prendere alla leggera.

Un’analisi pubblicata da Surfshark fa notare infatti che nelle informazioni pubblicate nell’App Store, Muse dichiara la raccolta di 31 tipi di dati su 35: più di quelli raccolti dai concorrenti Gemini, ChatGPT, Claude o Copilot [Surfshark]. Tra questi dati ci sono le categorie che Apple definisce “sensibili”: origine etnica, orientamento sessuale, convinzioni religiose e politiche, dati biometrici. Questo non significa che Muse raccolga tutto questo su ogni singolo utente, ma indica quanto sia ampia la raccolta dichiarata. Inoltre le interazioni degli utenti servono ad addestrare i modelli di Meta, a meno che ciascun utente disattivi quest’opzione predefinita.

Insomma, il prezzo da pagare per usare questo assistente spione è molto alto. Qualcuno potrebbe accettare questo prezzo in cambio del servizio promesso, ma le prime indicazioni suggeriscono che questo servizio non funzioni granché bene e possa essere anche pericoloso per chi lo usa.

Per esempio, uno degli utenti di Muse, il recensore tecnologico Matt Robb, ha scoperto che Muse ha accettato un’offerta al ribasso per un oggetto che aveva messo in vendita nel Marketplace di Facebook e ha organizzato il ritiro a casa sua senza avvisarlo, dando il suo indirizzo a uno sconosciuto. Quello sconosciuto non l’ha presa bene quando ha scoperto che il ribasso di 100 dollari che gli era stato proposto non c’era, anche perché Muse gli ha risposto fingendo di essere l’utente, senza alcun avviso del tipo “Questo messaggio è stato scritto da Muse per conto del suo utente” [Malwarebytes; Matt Robb su X].

Incidenti come questo comportano delle considerazioni giuridiche non da poco: se un agente fa un acquisto sbagliato, diffonde dati o combina un pasticcio, chi paga? Meta, l’utente, nessuno? È un terreno legale ancora da esplorare. Sempre che ne valga la pena, perché i grandi negozi online vedono questi agenti come una minaccia al loro modello commerciale e quindi tendono a bloccarli impedendo loro di fare acquisti, come ha già fatto per esempio Amazon [Medium.com]. Si rischia insomma di dare a Meta tantissime informazioni sensibili proprie e altrui in cambio di poco o niente.

Ci sono anche problemi di sicurezza informatica in senso stretto. Malwarebytes, per esempio, segnala che il ricercatore Patrick Wardle ha trovato il modo di compromettere il software di Muse e trasformarlo in una backdoor che permette intrusioni nei computer Mac dei suoi utenti [Malwarebytes].

E infine c’è la questione del doxxing: alcuni giornalisti hanno provato a usare Muse per raccogliere dati personali su membri di gruppi vulnerabili online. All’inizio l’agente di Meta ha rifiutato, ma è bastato riformulare le richieste per fargli fare questa raccolta teoricamente proibita [Hunterbrook].


Per decenni abbiamo costruito la privacy sull’idea del consenso: ciascuno di noi decide quanto accesso dare alle proprie informazioni sensibili. Ma un agente che legge la vostra posta non legge solo la vostra vita: legge anche quella di vostra madre, del vostro collega, dell’amico che vi ha confidato una cosa delicata. Quelle persone non hanno cliccato nessun “Accetto”. Il consenso è una cosa individuale, mentre la rete di relazioni è un’idea collettiva. E nessuna impostazione di un’app può risolvere questa contraddizione.

Intendiamoci, qui la colpa non è dell’intelligenza artificiale: la colpa è di chi la manipola e la confeziona con scopi chiaramente malevoli. La storia di Meta è punteggiata da questo tipo di scopi:

  • Facebook fu creato da Zuckerberg basandosi su quello che aveva imparato creando un sistema di classificazione di quanto fossero attraenti le sue compagne di università, usando dati universitari raccolti senza consenso.
  • Nello scandalo di Cambridge Analytica del 2018, Facebook usò i dati degli utenti per fare propaganda politica mirata senza il loro consenso.
  • Ad agosto 2026 Meta ha accettato un accordo legale da 17 miliardi di dollari in una causa intentata da una coalizione di stati americani, legata alle funzioni dei suoi social network che creano volutamente dipendenze e violano le leggi sulla tutela dei minori.
  • Meta ha inoltre immesso sul mercato degli occhiali con telecamere che sembrano fatti apposta per facilitare la ripresa delle persone senza il loro consenso, come è appunto successo.

E adesso arriva Muse, che raccatta dati come un aspirapolvere impazzito.

Secondo le analisi di Surfshark, oggi c’è una sola app che è più vorace di dati personali di quanto lo sia Muse. Si chiama Meta AI. Detto questo, detto tutto.

Fonti

Meta’s Mass Data Collection Is Not A-Muse-ing, EPIC, ottobre 2026

Meta’s Muse AI Agent Is Building a Dossier On You, TIME, ottobre 2026

Meta’s Muse AI files away your friendships, arguments, and secrets, Malwarebytes, ottobre 2026

Muse Creates Detailed Profiles of All Your Friends and Family, Wired, ottobre 2026

AI Agents Are Fighting — and Amazon Just Blocked Meta’s Muse From Shopping, Medium.com, ottobre 2026

This is how Facebook collects data on you even if you don’t have an account, Vox, 2018

Niente panico – Puntata del 2026/10/12

Questa è la registrazione della puntata di oggi del programma Niente panico che conduco in diretta insieme a Rosy Nervi ogni lunedì mattina dalle 9 alle 10 sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La puntata è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Qui sotto trovate approfondimenti e fonti di alcuni dei temi che abbiamo affrontato nella puntata.


Da dove arriva la regola che bisogna bere otto bicchieri d’acqua al giorno? Non ha nessuna base medica o scientifica concreta. Ne parlo in questo mio articolo.


A dieta per entrare in tre in una capsula spaziale monoposto. il 12 ottobre 1964 l’Unione Sovietica mette in orbita per la prima volta nella storia dei voli spaziali un equipaggio multiplo: ben tre persone (Vladimir Komarov, comandante; Boris Yegorov, medico; Konstatin Feoktisov, scienziato, primo astronauta non militare). Questo primato viene raggiunto mentre gli Stati Uniti sono a malapena riusciti a far orbitare un singolo astronauta.

I tre cosmonauti volano a bordo della Voskhod 1 senza le abituali tute spaziali pressurizzate, perché la capsula è troppo stretta per ospitarli se le indossano: è infatti una Vostok monoposto modificata per farci stare tre persone a puro scopo propagandistico. Lo spazio disponibile è talmente angusto che Komarov, Yegorov e Feoktisov sono stati messi a dieta nelle settimane precedenti. Il volo dura un solo giorno e raggiunge la quota record di 336 km.

Fonti: NASA; Wikipedia; Lidenz.ru.


Ben Affleck, esperto di intelligenza artificiale. Non viene spontaneo associare il nome dell’attore Ben Affleck alla competenza tecnica in intelligenza artificiale, ma è così. Come ha dimostrato in alcune interviste recenti (una, due), Affleck conosce l’argomento a fondo, abbastanza da poter discutere con competenza di reti neurali convoluzionali e tensori. Ha anche creato una società che usa l’IA a supporto della realizzazione di film e ora è stata venduta per circa 587 milioni di dollari [TechCrunch].


Colombo e la “scoperta” dell‘America. Il 12 ottobre 1492 è tradizionalmente considerato il giorno della scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo. È una visione molto eurocentrica dei fatti. Il continente americano era già abitato da almeno 15.000 anni da popolazioni che avevano costituito società complesse e sofisticate, e i vichinghi avevano raggiunto il Nord America secoli prima di Colombo, fondando una colonia in Groenlandia intorno al 982 e una a Terranova intorno al 1000.

Più precisamente, Colombo divenne il primo europeo a conquistare con successo una piccola parte delle Americhe e a stabilire poi una rotta commerciale per il trasporto di schiavi e merci. In altre parole, non scoprì l’America; la monetizzò. Ecco come si vantò con il ministro delle finanze della corona spagnola, al termine del suo primo viaggio:

Le Loro Altezze possono constatare che fornirò loro tutto l’oro di cui avranno bisogno, se Le Loro Altezze mi presteranno un aiuto anche minimo; inoltre, fornirò loro spezie e cotone, nella quantità che Le Loro Altezze ordineranno; e mastice, in quantità pari a quella che ordineranno di spedire e che, fino ad ora, è stato trovato solo in Grecia, nell’isola di Chio, e la Signoria lo vende al prezzo che meglio le conviene; e aloe, in quantità pari a quella che ordineranno di spedire; e schiavi, in numero pari a quello che ordineranno di spedire e che proverranno dagli idolatri. Ritengo inoltre di aver trovato rabarbaro e cannella, e troverò mille altre cose di valore…

[ThoughtCo]

Niente Panico RSI – Puntata del 2026/10/05

Questa è la registrazione della puntata di oggi del programma Niente panico che conduco in diretta insieme a Rosy Nervi ogni lunedì mattina dalle 9 alle 10 sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La puntata è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

In questa puntata abbiamo parlato di due cose straordinarie che ho visto a Torino al festival di scienza e musica Supersonix, al quale ho partecipato anche come relatore insieme all’astrofisica e divulgatrice Edwige Pezzulli e ai musicisti Claudio Pasceri (violoncello) e Antonio Valentino (pianoforte) con la moderazione di Alberto Agliotti (Frame).

La prima sono gli esoscheletri per esseri umani: in questo caso un modello per violinisti, che consente per esempio a un docente di muovere il braccio di un allievo muovendo il proprio, insegnando così in maniera molto precisa e diretta i movimenti da compiere per suonare correttamente. Questo dispositivo è stato presentato dai suoi sviluppatori, Emilio Trigili (BioRobotics Institute – Scuola Superiore Sant’Anna SSSA) e Andrea Campanelli (dottorando) e dai giovani violinisti Gabriele Furfaro e Irene Dosio, che hanno suonato dal vivo indossando questi esoscheletri in una conferenza moderata da Beatrice Mautino (Frame).

La seconda è un pianoforte suonabile a distanza (Spirio della Steinway), portato da Gessica Monticone (Piatino Pianoforti) e spiegato da Antonio Valentino (Unione Musicale). La musicista Emma Guercio ha suonato il pianoforte che stava davanti a noi sul palco stando seduta a un esemplare analogo a Milano.


Ho parlato anche del prossimo viaggio mio e della Dama del Maniero a Tenerife per Starmus, un altro grande festival di scienza e musica, dove dovremmo incontrare buona parte dell’equipaggio di Artemis 2.


Perché si formano le code ferme in autostrada anche quando non ci sono incidenti o motivi apparenti che le causino? Questo fenomeno è noto come “coda fantasma” o phantom jam e ha delle basi scientifiche molto interessanti che spiegano come eliminarlo. Ne parlo in dettaglio in questo articolo.


Soffrite di mal d’auto o in generale di nausea da movimento? Ci sono due rimedi tecnologici: uno è un paio di occhiali speciali che evitano la nausea dando agli occhi un indicatore visivo di accelerazione e decelerazione (la cui mancanza di solito causa questo specifico malessere), mentre l’altro è una funzione degli iPhone che fa comparire sullo schermo dei puntini che si muovono in base al movimento reale del veicolo (grazie agli accelerometri integrati nel telefono) e danno, ancora una volta, questo prezioso indicatore visivo.

Sull’iPhone si va in Impostazioni – Accessibilità – Movimento – Indicatori di movimento nei veicoli e poi si sceglie Sì oppure Automaticamente sui veicoli [Boingboing; The Verge].


In occasione del cinquantesimo compleanno dell’attrice Kate Winslet ho segnalato una micro-bufala che la riguarda: Wikipedia in inglese dice che il suo debutto sarebbe avvenuto a 12 anni in una pubblicità britannica (degli Sugar Puffs) [“She appeared in a Sugar Puffs commercial”], ma non è vero e lo ha smentito lei stessa (era presente durante le riprese, ma furono inquadrati solo un suo braccio e una mano). La ragazzina che viene spesso presentata [Daily Mail] come Kate Winslet dodicenne e viene inquadrata nello spot è in realtà un’altra persona [Nickiswift.com].


Abbiamo ricordato il quindicesimo anniversario della morte di Steve Jobs, cofondatore di Apple, deceduto appunto nel 2011.

Niente Panico RSI – Puntata del 2026/09/28

Questa è la registrazione della puntata di oggi del programma Niente panico che conduco in diretta insieme a Rosy Nervi ogni lunedì mattina dalle 9 alle 10 sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La puntata è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

In questa puntata di rientro dopo la pausa estiva abbiamo parlato del mio compleanno (che cade proprio oggi) e del digital detox che sto facendo: niente di clamoroso, semplicemente una riduzione delle dipendenze da tecnologie informatiche che richiedono troppa manutenzione in cambio di pochi benefici (o nessuno). Per esempio, ho rinunciato allo smartwatch perché ero stufo di fare aggiornamenti, pairing con dispositivi, configurazioni di applicazioni e sveglie, e sono passato a un orologio semplice, un Casio A168 che non ha bisogno di aggiornamenti, non ha app, non ha vulnerabilità informatiche, e fa due sole cose: dice che ore sono e fa da sveglia.

Nessun accelerometro, niente Bluetooth, niente NFC, nessun sistema di pagamento, nessun monitoraggio dei passi o delle pulsazioni o del sonno. Non riceve segnali orari dall’esterno, non cambia fuso orario da solo quando viaggio, e non tiene conto dell’ora legale. Ha una batteria che dura una decina d’anni, a giudicare da quanto mi è durata quella dell’esemplare precedente dello stesso orologio, che avevo già e che ho sostituito solo perché si è affievolita la microlampadina interna che illuminava il display LCD. La nuova versione ha un sistema a elettroluminescenza. Funziona e basta.


Ho raccontato la storia delle origini di Jon Bonjovi legate a Star Wars: la sua primissima incisione vocale fu su un album natalizio di Star Wars intitolato Christmas in the Stars (che da ragazzino avevo comprato). Potete sentire questa storia raccontata da lui a Jimmy Kimmel qui (Facebook); il brano (R2-D2 We Wish You a Merry Christmas) è qui.


Abbiamo ricordato un altro 28 settembre, quello del 1987, che è la data di prima messa in onda di Star Trek: The Next Generation [Wikipedia]. Per l’occasione ho portato in studio il mio autografo di Patrick Stewart, regalatomi dall’amico Andrea. Abbiamo anche commemorato la nascita di Brigitte Bardot (1934), Marcello Mastroianni (1924) e Lory Del Santo (1958).

Il 28 settembre 2008 SpaceX metteva per la prima volta in orbita terrestre un proprio razzo, un Falcon 1, dopo numerosi tentativi falliti.

Il 28 settembre 1542 il navigatore portoghese Juan Rodriguez Cabrillo “scopre” la California approdando in quella che oggi chiamiamo Baia di San Diego.


Ho raccontato i dettagli di un recente tentativo di truffa alberghiera che mi ha colpito (ma me ne sono accorto i tempo, per cui nessun danno). Quattro gli indizi sospetti: la richiesta di fare una transazione fuori dalla piattaforma che avevo usato per fare la prenotazione; il prefisso insolito (prima indiano, poi argentino) del numero WhatsApp Business dal quale arrivava la richiesta; il link di richiesta che non c’entra nulla con il nome dell’albergo o con il nome della piattaforma di prenotazione; e la fretta insistente del richiedente.


Ci siamo divertiti con la storia (vera) del gatto che firmava articoli scientifici sulle riviste.

Domani alle 9 torno sulla RSI con “Niente Panico” (Rete Tre)

Da domani, 28 settembre, ricomincia la mia partecipazione al programma radiofonico Niente Panico insieme a Rosy Nervi sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera di lingua italiana. Come consueto, racconterò un po’ di chicche scientifiche e informatiche raccolte durante la pausa estiva.

Il programma può essere ascoltato in diretta streaming su questa pagina del sito della RSI.

Podcast RSI – Zitto, l’orologio ti ascolta

Questo è il testo della puntata del 14 settembre 2026 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


Il mito del telefonino che ascolta ogni conversazione e la manda a qualche servizio globale di sorveglianza sta per essere sostituito. Al posto di questa falsa credenza rischia di arrivare una realtà concreta e documentata di ascolto e registrazione costante, non attraverso lo smartphone ma tramite altri dispositivi meno visibili. Dopo gli occhiali con telecamera di Meta arrivano infatti gli orologi con microfono di Apple. E il Grande Fratello centralizzato immaginato da George Orwell viene sostituito, o meglio affiancato, da una folla di Piccoli Fratelli: le persone che ci stanno intorno e che comprano e indossano questi oggetti.

Questa è la storia della cosiddetta “normalizzazione dell‘ascolto costante”: la tendenza sempre più diffusa di dotare gli oggetti digitali, soprattutto quelli indossabili, di sensori, telecamere e microfoni sempre attivi, che rilevano, guardano, ascoltano e analizzano tutto quello che avviene nelle loro vicinanze, perché in questo modo possono rendersi utili ai loro proprietari.

I creatori e venditori di questi oggetti ci chiedono di abituarci a questo stato di cose, di rassegnarsi a essere costantemente monitorati, come se si trattasse di un progresso inevitabile e necessario. Ma non è così, perché il rischio di abusi di questa “normalizzazione” è estremamente alto e concreto, e va capito per decidere come agire.

Benvenuti alla puntata del 14 settembre 2026 del Disinformatico, il podcast mensile della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Nella puntata di marzo 2026 di questo podcast ho raccontato i problemi di privacy degli occhiali “smart“ di Meta, o AI glasses come li chiama la pubblicità: quelli, per capirci, dotati di telecamere miniaturizzate, integrate nel frontale. Problemi per chi li indossa, perché spesso non sa che quello che le telecamere vedono quando sono in funzione viene trasmesso a Meta e alle aziende che lavorano per Meta e viene visto, analizzato e classificato da qualcuno. Ma problemi anche per chi non li indossa, però ha a che fare con chi li sfrutta per effettuare riprese nascoste in luoghi e in situazioni in cui in teoria il buon senso e la decenza, e in alcuni casi la legge, lo proibirebbero.

C’è un aggiornamento in proposito: molte persone credono che questi occhiali non possano acquisire immagini di nascosto perché Meta li ha dotati di una spia luminosa bianca, un cosiddetto “LED di cattura” [capture LED in inglese], che si illumina in maniera piuttosto vistosa durante le riprese o le foto.

Inizialmente era possibile coprire o rendere inservibile questo indicatore luminoso e quindi realizzare video e foto a insaputa dei presenti, ma a luglio scorso Meta ha dichiarato che da quel momento in poi gli occhiali avrebbero interrotto le registrazioni istantaneamente in caso di copertura della spia, e pochi giorni dopo ha annunciato di aver diffuso un aggiornamento del software che avrebbe disabilitato permanentemente le telecamere negli esemplari di AI glasses che erano stati modificati dai proprietari per disattivare questa spia luminosa. Secondo i dati presentati da Meta, i proprietari in questione erano circa 7000 su un totale di 7 milioni di esemplari venduti nel 2025. In altre parole, grosso modo una persona su mille comprava questi dispositivi con l’intento ben preciso di effettuare riprese abusive [CBS News; Business Insider; Ars Technica].

Stando al tono rassicurante di questi annunci, il problema degli abusi che stavano già circolando sui social, con tanto di monetizzazione a incentivarli, sembrerebbe risolto in maniera efficace, ma non è così. Infatti la telecamera di questi occhiali ha due funzioni: una è scattare foto e video e l’altra è analizzare quello che vede usando l’intelligenza artificiale. La spia luminosa lampeggia solo durante le riprese di foto e video. Non si accende quando la telecamera osserva tutto quello che ha davanti a sé.

Questo vuol dire che la spia bianca non indica che la telecamera è in funzione, come verrebbe spontaneo pensare, ma segnala solo quando le immagini vengono registrate e salvate dall’utente. Quando la telecamera acquisisce immagini per passarle a Meta e farle analizzare dall’intelligenza artificiale, per esempio per tradurre un menu in un ristorante o identificare un oggetto, la spia è spenta. Questa non è una dimenticanza da parte dei progettisti: è una scelta intenzionale, dichiarata nella documentazione tecnica pubblica di Meta.

Secondo l’azienda, infatti, “se il LED lampeggiasse per periodi di tempo prolungati (per esempio ogni volta che si verifica un’interazione con l’IA), la gente potrebbe smettere di notarlo, riducendo così la consapevolezza di quando foto o video vengono catturati dagli utenti per disporne in seguito” [Bystander privacy: Evolving with the AI Glasses Landscape, Meta, luglio 2025].

Quindi non è vero che la spia spenta significa che gli occhiali di Meta non sono attivi e non stanno riprendendo nulla.


Eppure la pubblicità di Meta, quella per esempio negli Stati Uniti, dice che “la telecamera ti permette di catturare l’istante. La luce permette a tutti quelli che hai intorno a te di sapere quando lo fai.”

Una pubblicità statunitense degli occhiali di Meta. Fonte: 36kr.com.

Formalmente è corretto, perché parla solo della cattura di immagini da parte dell’utente, ma omette di dire una parte importante della realtà, ossia che la telecamera è appunto attiva anche durante le funzioni basate sull’intelligenza artificiale che mandano suoni e immagini a Meta. Uno slogan più completo potrebbe essere questo: “la luce permette a tutti quelli che hai intorno a te di sapere quando lo fai TU. Quando lo facciamo noi di Meta, beh, arrangiatevi”.

La comunicazione pubblicitaria di Meta non è una semplice informazione, sia pure parziale, al pubblico: è un tentativo di costruire un consenso sociale. Il messaggio di fondo è “tranquilli, gli occhiali con microtelecamera incorporata non sono invadenti, perché tutti possono sapere quando sono in funzione”. Ma la documentazione tecnica di Meta rivela appunto che questo messaggio è, di fatto, falso e ingannevole. Chi sta nelle vicinanze di una persona che indossa occhiali di quest’azienda non ha alcun modo di essere certo che non stiano acquisendo suoni e immagini.

Diverse associazioni di difesa dei consumatori hanno chiesto la messa al bando di questi dispositivi. Lo ha fatto quella dei Paesi Bassi, dichiarando che questi occhiali sono “un pericolo per la privacy” e che anche dopo le correzioni apportate da Meta rimane il problema che in molti casi la spia luminosa non è visibile, per esempio quando ci si trova in pieno sole o a una certa distanza [NLTimes.nl]. Alcuni locali del Paese stanno vietando l’ingresso a chi indossa questi occhiali dopo che ad agosto scorso un uomo è stato colto a riprendere le donne alla toilette; la perquisizione dell’uomo effettuata dalla polizia gli ha trovato addosso numerosi video di donne che si recavano alla toilette e video ripresi da sotto le loro gonne [NlTimes.nl].

A Brisbane, in Australia, le autorità municipali hanno vietato l’uso degli smart glasses nelle piscine pubbliche [Abc.net.au]. Iniziative analoghe sono in discussione in Germania: Thomas Fuchs, responsabile della privacy e delle normative digitali per la città di Amburgo, ha dichiarato che i test effettuati dimostrano che la spia che dovrebbe avvisare i passanti che è in corso una ripresa è decisamente troppo fioca per essere vista alla luce del giorno. L’associazione di difesa dei diritti digitali HateAid ha detto esplicitamente che “questa tecnologia sta alimentando la violenza digitale, perché chi la commette ora non ha più bisogno di conoscenze tecniche” [DW.com].

Su un altro versante, lo stato di New York ha vietato qualunque tipo di occhiali “smart” nei suoi tribunali da luglio scorso [Forbes.com], mentre a gennaio l’unità antiterrorismo della polizia di New York ha diffuso un avviso ai membri delle forze dell’ordine sul rischio che gli occhiali di Meta vengano usati per effettuare riprese nascoste all’interno degli uffici di polizia e dei locali di detenzione, come è già accaduto, comportando “rischi di sicurezza se vengono diffuse informazioni proprietarie sulla disposizione delle celle, l’ubicazione delle telecamere o le abitudini degli addetti al pattugliamento o alla sorveglianza”.

Le autorità di immigrazione statunitensi hanno dichiarato che questi occhiali sono classificati come telecamere indossabili e quindi non possono essere indossati “negli spazi lavorativi federali” [The Guardian]. In altre parole, se state pensando di andare negli Stati Uniti e avete occhiali di questo genere, ricordatevi di toglierli durante i controlli all’ingresso nel Paese.

In Norvegia, gli occhiali “smart” sono stati vietati in tutte le scuole comunali di Oslo. La vicesindaca della città con delega all’istruzione ha detto senza giri di parole quanto segue: “Noi politici dobbiamo avere il coraggio di essere sinceri su quale sia la vera questione: una delle aziende più ricche del mondo ha lanciato un prodotto la cui intera logica commerciale consiste nel rendere impossibile sapere quando si viene ripresi” [Pollar.news].

E a proposito di scuole, va ricordato che da noi le direttive del DECS sui dispositivi mobili personali [Ti.ch] già includono questo tipo di occhiali tra i dispositivi che sono vietati “sulla totalità del perimetro dell’istituto scolastico” e devono “essere sempre spenti […] e non visibili”. Quindi se qualche genitore all’ascolto ha regalato ai figli questi accessori così trendy, si ricordi che non potrà portarli a scuola. Inoltre i docenti dovranno imparare a riconoscere questi eventuali trasgressori, cosa non facile perché appunto questi dispositivi sembrano occhiali del tutto normali.


Sembra proprio che le rogne causate da questi occhiali e da chi ne abusa siano superiori ai benefici che, va ricordato, possono indubbiamente avere in alcune situazioni. Una persona con difficoltà visive potrebbe usarli per leggere testi o cartelli, per esempio, e un turista potrebbe usarli per tradurre un segnale stradale scritto in una lingua che non conosce. E c’è indubbiamente una certa comodità nell’avere un dispositivo che permette di fare foto e video senza la perdita di tempo di tirar fuori e sbloccare lo smartphone, cosa che magari fa perdere quel momento magico che si voleva immortalare. Ma il rischio di abusi, già avvenuti e documentati un po’ ovunque nel mondo, è probabilmente troppo alto per essere compensato da queste applicazioni positive.

Il problema sta proprio nella mancanza del gesto riconoscibile che informa che è in corso una ripresa. Nel caso dello smartphone, il fatto che qualcuno lo stia usando per fare foto o video è annunciato dal gesto molto visibile di estrarlo e puntarlo verso il soggetto che si vuole riprendere. Ma se la telecamera è negli occhiali e per attivarla basta un comando vocale o un tocco discreto su una delle stanghette, questo gesto viene a mancare e quindi chi non li indossa diventa più vulnerabile. E mentre è ormai diffusa la consapevolezza che un telefono contiene quasi sempre una telecamera, non è affatto intuitivo pensare che ci sia una telecamera in un paio di occhiali, e sembra assurdo e ingiusto che ci si debba abituare a chiedersi “mi sta registrando?” ogni volta che incrociamo qualcuno che indossa qualunque tipo di occhiale.

In questo scenario complesso e controverso è arrivato ora un nuovo dispositivo che include funzioni di registrazione nascosta: il nuovo Apple Watch, presentato ufficialmente la settimana scorsa. Questo smartwatch, abbinato a un smartphone della stessa marca, ascolta in continuazione tutto quello che il suo microfono riesce a captare. La sua funzione Live Rewind permette di vedere, trascritti sullo schermo dell’orologio, gli ultimi 15 secondi di una conversazione. La funzione Siri Recap, invece, permette di riassumere intere discussioni.

L’idea alla base di questi servizi è che permettono per esempio di annotare facilmente una ricetta o delle istruzioni stradali oppure di riassumere una riunione. Rispetto agli occhiali di Meta, l’Apple Watch non conserva le registrazioni, non le manda all’azienda per elaborarle ma le lavora direttamente sul telefono associato all’orologio [Apple; Audio Intelligence Privacy Overview, Apple]. Apple dichiara inoltre di non avere accesso all’audio captato [TechCrunch].

Ma ancora una volta resta il fatto che è ora possibile prendere nota dettagliatamente di una conversazione senza che gli interlocutori se ne accorgano, anche perché non si aspettano che un orologio possa registrare. Manca anche qui il gesto riconoscibile di attivare un registratore, che avvisa i presenti che quello che dicono verrà captato e trascritto. L’unico gesto richiesto, infatti, è un tocco sulla corona dell’orologio, che una persona non esperta non ha motivo di sospettare che sia l’equivalente di toccare un grosso tasto rosso con scritto REC.

Al momento queste due funzioni dell’Apple Watch non sono disponibili nell’Unione Europea, stando alla documentazione dell’azienda [Apple].

Anche con tutte queste salvaguardie, l’introduzione di questi nuovi servizi è un altro tassello di quella “normalizzazione dell‘ascolto costante” che si sta diffondendo [This.weekinsecurity.com; TechCrunch]. Abbiamo acquistato in massa gli altoparlanti smart Alexa di Amazon o quelli di Google, e ci siamo abituati all’idea di avere in casa un microfono che ascolta tutto quello che diciamo in cambio della comodità dei comandi vocali. Abbiamo acquistato televisori smart, e ci siamo assuefatti all’idea che anche la TV ci ascolti. Ora ci viene chiesto di accettare che gli occhiali e gli orologi di qualunque persona che incrociamo possano registrarci.

Gli studi scientifici [Pubmed] hanno dimostrato che la consapevolezza di poter essere registrati in qualunque momento ha un effetto fortemente inibitorio sul modo in cui interagiamo con gli altri ed esprimiamo le nostre idee. Sta a noi decidere se questo effetto, insieme ai prevedibilissimi abusi che sono già stati documentati, sia un prezzo adeguato da pagare per poter fare a meno di ascoltare attentamente delle istruzioni, di usare una tastiera o semplicemente di adoperare un taccuino per prendere appunti.

Podcast RSI – Innocente, ma condannato da un trattino di troppo: la storia di Brandon Klayme

Questo è il testo della puntata del 10 agosto 2026 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP: audio “fus ro dah” da The Elder Scrolls V: Skyrim]

Un uomo innocente è stato condannato e incarcerato per un anno e mezzo con l’accusa terribile di pedofilia online. La sua odissea giudiziaria, lunga sei anni, è nata da un singolo carattere tipografico letto male ed è proseguita per colpa di una catena di errori incredibile ma purtroppo vera.

Questa è la storia di Brandon Klayme, un ventottenne che è finito nelle maglie della giustizia in Canada, ma gli eventi che sto per raccontarvi potrebbero accadere in qualunque parte del mondo. Per questo il suo caso ha avuto una risonanza internazionale ed è un monito che vale a ogni latitudine.

Benvenuti alla puntata del 10 agosto 2026 del Disinformatico, il podcast mensile della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. E questa è davvero una delle storie più strane e kafkiane che mi sia mai capitato di segnalare. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Il celebre film distopico Brazil di Terry Gilliam, uscito nel 1985, racconta la vicenda di un uomo innocente che viene arrestato e processato a causa di un errore assurdo: durante la stampa del mandato di arresto di un terrorista, un insetto si è incastrato nella stampante e le ha fatto stampare una singola lettera sbagliata, alterando il cognome del terrorista e scrivendo invece quello di una persona che non c’entra nulla. E così la burocrazia e le forze di polizia si accaniscono ciecamente e implacabilmente contro quella persona innocente fino a farla morire.

Lo spezzone di Brazil (1985) che mostra la genesi dell’errore giudiziario che sta alla base della trama del film.

Ma Brazil è un film; in un iter giudiziario reale ci sono invece controlli incrociati, riscontri, verifiche, e si procede con grande attenzione e diligenza, visto che c’è di mezzo la sorte di una o più persone incriminate. O almeno così verrebbe da pensare. Dal Canada, però, arriva una storia che va decisamente in senso contrario.

La storia inizia in realtà altrove, nello stato americano del Wisconsin. Da agosto a dicembre del 2018, una dodicenne che vive nella capitale Madison comunica con un uomo attraverso l’app di messaggistica Kik e con lui scambia messaggi e immagini di atti sessuali. A un certo punto la madre della dodicenne scopre sul telefono della figlia una foto dell’uomo, una foto che gli atti definiscono eufemisticamente “inopportuna” [“inappropriate”], e avvisa la polizia locale.

La polizia del Wisconsin effettua una perizia tecnica sul telefono e vi trova 125 messaggi fra la ragazzina e l’adulto, confermando la natura intima e quindi illegale dei loro contenuti. L’uomo usa su Kik il nome “fus__ro_dah”, che è una citazione del videogioco The Elder Scrolls V: Skyrim. È quello strano grido che avete sentito all’inizio di questo podcast.

[CLIP: audio “fus ro dah” da The Elder Scrolls V: Skyrim]

Le tre sillabe sono separate da caratteri di sottolineatura (o underscore).

La polizia statunitense contatta Kik per farsi dare le generalità dell’utente “fus_ro_dah” e Kik fornisce in risposta l’indirizzo di mail di quell’utente. È un indirizzo Gmail, per cui le autorità chiedono a Google di fornire informazioni sul titolare di quell’indirizzo. Google risponde dando alla polizia un indirizzo IP usato per accedere a quella casella di mail: si tratta di un IP canadese, e quindi il caso passa nelle mani delle autorità di quel Paese, e specificamente della polizia regionale di Halifax, nella provincia della Nuova Scozia, che chiede al fornitore Internet locale, Bell Aliant, di rivelare l’indirizzo fisico dell’abbonato che corrisponde a quell’indirizzo IP.

La procedura è insomma quella solita, che si usa universalmente in casi come questi: il nome online della persona da identificare viene usato per risalire al suo indirizzo di mail; l’indirizzo di mail permette di risalire al suo indirizzo IP; e l’indirizzo IP consente di identificare il suo domicilio fisico e quindi di determinare il nome anagrafico della persona ricercata.

In questo caso, la persona si chiama Brandon Klayme.

A metà febbraio 2020 questo ventiduenne viene arrestato e incriminato con tre accuse pesantissime: adescamento di una persona di meno di 14 anni usando dispositivi per telecomunicazioni, invio di materiale sessualmente esplicito a un minore e possesso di immagini pedopornografiche. Il sito Crimestoppers della provincia della Nuova Scozia annuncia l’incriminazione di Klayme per pedopornografia citandone nome e cognome direttamente nel titolo del suo comunicato pubblico e usando l’etichetta Crime of the week: il reato della settimana.

Mio screenshot del sito Crimestoppers, 10 agosto 2026.

La polizia canadese ottiene un mandato di perquisizione dell’abitazione di Klayme, che è a Dartmouth, a pochi chilometri da Halifax e a duemila dal Wisconsin dove sta la ragazzina. Stando agli atti è solo a febbraio 2021, oltre due anni dopo lo scambio di messaggi illegali, che le autorità sequestrano e periziano i telefonini e i laptop di Klayme.

Su questi dispositivi, però, non vengono trovate tracce legate al caso sotto indagine. Nessun messaggio scambiato fra Klayme e la dodicenne. Nessuna immagine intima. Klayme ha sì un account su Kik, aperto anni prima [il 20 gennaio 2012, stando a questo screenshot tratto dagli atti] e a suo dire in disuso da tempo, ma la polizia non riesce nemmeno a dimostrare che l’uomo l’abbia usato in qualunque modo nei mesi in questione, men che meno per scambiare immagini illegali con una dodicenne.

Nonostante tutto questo, al processo, ad aprile 2023, tre anni dopo l’arresto, Klayme viene dichiarato colpevole; la sentenza arriva otto mesi più tardi e lo condanna a un anno e mezzo di carcere e diciotto mesi di libertà vigilata, per dei reati terribili che l’uomo sa di non aver commesso.

[Klayme viene inoltre iscritto nel registro nazionale degli autori di reati sessuali per 20 anni e gli viene imposto un divieto di usare Internet e di avere contatti con bambini per cinque anni]


Brandon Klayme ricorre in appello, e durante le fasi preparatorie di questo ricorso il suo avvocato difensore, diverso da quello del primo processo, nota un dettaglio cruciale che fino a quel punto era sfuggito a tutti: la richiesta iniziale della polizia del Wisconsin a Kik riguardava informazioni sull’utente Kik di nome “fus_ro_dah”, scritto con un singolo carattere di sottolineatura fra le sillabe, che è il nome utente di Klayme; ma l’utente Kik trovato dalla perizia tecnica della polizia statunitense sul telefono della ragazzina, quello che ha scambiato i messaggi illegali con lei, è “fus__ro_dah” con due caratteri di sottolineatura fra la prima e la seconda sillaba [ho rispettato questa differenza anche in questo articolo: ve ne eravate accorti?].

In altre parole, la polizia del Wisconsin ha chiesto a Kik informazioni sull’utente sbagliato, Kik ha diligentemente fornito le informazioni di quell’utente, e la polizia canadese ha usato quelle informazioni per rintracciare e identificare con estrema precisione l’uomo sbagliato. E la giustizia canadese ha condannato al carcere un innocente esclusivamente sulla base di un nome utente, senza alcuna altra prova a supporto, e senza sapere che quel nome utente era stato trascritto male.

In appello, a luglio 2026, sei anni dopo l’incriminazione, la corte scagiona completamente Brandon Klayme e riconosce che se le indagini fossero state svolte correttamente avrebbero portato all’identificazione del vero colpevole, che ha un indirizzo IP californiano e che per quanto ne sappiamo è ancora a piede libero. Ma sul sito Crimestoppers il nome di Klayme è ancora additato oggi come incriminato di reati contro minori, senza alcuna rettifica o nota di aggiornamento.

È importante sottolineare, come fa la stampa locale canadese [Tim Bousquet, Halifax Examiner], che questa vicenda non è scaturita solo da un errore della polizia del Wisconsin nel trascrivere un nome che è indubbiamente facile da equivocare. La polizia canadese non ha trovato prove concrete, eppure ha deciso di incriminare Klayme; il pubblico ministero, nonostante questa assenza di prove, ha deciso di portare il caso in tribunale; l’avvocato difensore del processo iniziale non ha esaminato adeguatamente le presunte prove contro il suo cliente; e il giudice ha accettato la tesi dell’accusa senza metterla in dubbio. Inoltre nessuno ha chiesto alla vittima minorenne se l’accusato somigliasse o meno al suo molestatore.

Qui ha fallito tutta la parte umana della filiera della giustizia, ed è questo che è preoccupante, perché gli errori commessi in questa vicenda possono ripresentarsi in qualunque altro tribunale di qualunque altro paese.

Consideriamo per esempio la questione del nome utente, che alla fine risulta essere stato l’unico elemento concreto sul quale si è basata l’accusa: per chi non è un gamer accanito o non ha familiarità con il lessico e la cultura dei videogiochi, un nome utente come “fus__ro_dah” non ha alcun significato e quindi viene percepito come una sequenza di caratteri scelti a caso. Pertanto è normale pensare che sia assai improbabile che venga selezionata da altri utenti, ma invece è un riferimento culturale ben preciso e diffuso, tanto che ha una voce apposita nell’enciclopedia online dei memi Know Your Meme.

È insomma comprensibile che agli inquirenti non sia venuto in mente che due diversi utenti di Kik potessero aver scelto quella stessa specifica sequenza di caratteri, cambiando soltanto il numero di trattini, e la differenza visiva fra un trattino e due è in effetti difficile da notare, anche perché nei font comunemente usati due di questi caratteri scritti consecutivamente si fondono tra loro, senza spazio che li divida. Ma tutto il resto è molto meno perdonabile.


Ora il governo canadese sta valutando [CBC.ca] un possibile risarcimento per il calvario subìto da Klayme, ma nessun compenso potrà mai restituire all’uomo quei sei anni di vita trascorsi con l’etichetta infamante di molestatore di bambini, con il suo nome esposto alla gogna mediatica e con la reputazione personale distrutta. Nessun risarcimento potrà ridargli quell’anno e mezzo speso in carcere.

Il suo caso ha avuto una risonanza mondiale, per cui oggi chi cerca online il suo nome e cognome trova facilmente anche la notizia del suo completo scagionamento per non aver commesso il fatto e per essere del tutto estraneo alla vicenda. Ma cosa succederà ai prossimi Brandon Klayme, in Canada o altrove, che non avranno altrettanta eco mediatica?

Screenshot di una mia ricerca in Google, agosto 2026. Anche la risposta generata dall’IA è sostanzialmente corretta.

Chiaramente servono procedure di verifica dei fatti tecnici più rigorose. Allo stesso tempo, episodi come questo sono un monito per i tanti che pensano che si possa migliorare la giustizia e renderla meno assurdamente lenta affidando la lettura dei documenti processuali alle intelligenze artificiali. Un errore di questo genere, basato sull’omissione di un singolo carattere in un unico documento, probabilmente verrebbe ignorato dalle IA attuali, che fanno analisi dei testi su base statistica e quindi rischierebbero di considerare uguali i due nomi utente, quello di Brandon Klayme e quello del vero autore dei reati contro minori attribuiti al canadese innocente, senza evidenziare quella piccola ma cruciale discrepanza.

Storie di malagiustizia come questa lasciano spesso un retrogusto amaro, un senso di impotenza, in chi le legge o le ascolta (e anche in chi, come me, le racconta). In effetti c’è poco che noi utenti comuni possiamo fare per ridurre il rischio di essere travolti da un errore giudiziario come questo. Tutto quello che posso consigliare è evitare di aprire account social solo per prova per poi abbandonarli, e chiudere ed eliminare gli account che non si usano più, togliendo anche la relativa app dal telefono.

Se cogliete l’occasione di questo mio racconto per fare un po’ di pulizia digitale, allora almeno qualcosa di buono da questa brutta, assurda storia di Brandon Klayme sarà venuto fuori.

Cronologia della vicenda in sintesi
  • 29 agosto-14 dicembre 2018: scambio di messaggi illeciti su Kik.
  • 12 febbraio 2020: Annuncio su Crimestoppers di arresto, incriminazione e sequestro di dispositivi.
  • 5 febbraio 2021 (secondo atti): mandato di perquisizione e sequestro di telefoni e laptop.
  • 17 aprile 2023: processo di primo grado.
  • 5 gennaio 2024: condanna a 18 mesi di carcere più 18 di libertà vigilata.
  • 23 luglio 2026: decisione della Corte d’Appello.
Fonti

A missing underscore sent innocent man to prison for 18 months, Ars Technica, luglio 2026

R. v. Klayme, 2026 NSCA 59 (PDF), Nova Scotia Courts’ Decision Database, luglio 2026

N.S. attorney general wants answers after innocent man serves 18 months in prison, Global News, agosto 2026

Province to investigate Brandon Klayme’s wrongful conviction, CBC.ca, agosto 2026

‘Should never have been charged’: Innocent man thrown behind bars over an underscore mark, News.com.au, agosto 2026

Here’s one reason for Brandon Klayme’s wrongful conviction. There are more (con screenshot di chat e atti), Halifax Examiner, agosto 2026

Brandon Klayme’s wrongful conviction is the second for Crown prosecutor Melanie Perry, Halifax Examiner, luglio 2026

Un underscore sbagliato manda in carcere un innocente, Zeus News, luglio 2026

Confused username: Innocent person sentenced to 18 months in prison, Heise.de, luglio 2026

How a Typo in Child-Luring Investigation Led Police to Wrong Man, Who Spent 18 Months in Prison, People.com, luglio 2026

NS attorney general looks into wrongful conviction of man who spent 18 months behind bars (la cronista pronuncia “Klay-ME”), Global News, agosto 2026

Appeal Court quashes man’s lur­ing con­vic­tions, The Chronicle Herald (Metro), luglio 2026

Seven of Skyrim’s best Fus Ro Dah videos, Videogamer.com, gennaio 2012 (copia archiviata su Archive.org)

Fus Ro Dah, KnowYourMeme.com, 2025

Podcast RSI – Le IA costano spesso più di chi dovrebbero sostituire. Avvisaglie di bolla in crisi

Questo è il testo della puntata del 13 luglio 2026 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


Uno studio dell’MIT indica che le intelligenze artificiali progettate per svolgere attività paragonabili a quelle di un lavoratore umano costano più di quel lavoratore in tre casi su quattro. Secondo i sondaggi degli esperti di ricerca e consulenza aziendale, tra le aziende che hanno tagliato il personale per sostituirlo con le IA, una su tre sta riassumendo persone per quelle stesse mansioni, e lo sta facendo con stipendi più alti. Un dirigente su due dichiara di rimpiangere di aver scelto di fare quei tagli.

Il vento sta cambiando intorno alle intelligenze artificiali, proprio nel momento in cui una bozza di rapporto redatta dal Dipartimento del Tesoro statunitense mette in guardia contro i rischi legati al mercato delle IA, paragonando l’attuale frenesia di spesa dei grandi nomi del settore alla bolla speculativa delle aziende legate a Internet, il cui scoppio sconvolse l’economia del Paese nei primi anni 2000.

Questa è la storia di quello che molti analisti chiamano l’“AI boomerang”, ossia il rapido e violento contraccolpo di realismo subìto dalle aziende che hanno adottato le IA pensando di risparmiare e ora si trovano a spendere più di prima, ed è anche la storia di come evitarne o almeno contenerne gli effetti.

Benvenuti alla puntata del 13 luglio 2026 del Disinformatico, il podcast mensile della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Se chiedete in giro alle persone comuni, l’ansia principale legata all’intelligenza artificiale è la perdita del posto di lavoro. È un’ansia comprensibile, soprattutto quando si vedono certe dimostrazioni spettacolari orchestrate dalle grandi aziende del settore, che danno l’impressione che queste intelligenze artificiali siano ormai in grado di fare tutto e rimpiazzare chiunque a costi più bassi.

Ma le demo sono una cosa e la realtà è un’altra. Secondo le indagini della rivista economica Fortune, mancano tuttora prove chiare che l’IA aumenti realmente la produttività aziendale generale: ci sono contesti specifici nei quali l’IA indubbiamente funziona, ma è raro che dia risultati se viene fornita a tutti in azienda. Però spessissimo i dirigenti spingono lo stesso per introdurla pervasivamente, non perché hanno accertato che funziona nel loro settore, ma perché hanno paura di essere lasciati indietro e superati dalla concorrenza che magari riesce a farla funzionare. E i dirigenti della concorrenza fanno esattamente lo stesso ragionamento.

Il risultato è una situazione che il noto autore di fantascienza e attivista tecnologico Cory Doctorow riassume con una battuta amara: “L’intelligenza artificiale non è in grado di fare il tuo lavoro, ma un venditore di IA è in grado di convincere il tuo capo a licenziarti e rimpiazzarti con una IA che non è capace di fare il tuo lavoro” [Yahoo; Medium].

Certo, è una tentazione comprensibile. Infatti all’inizio la riduzione del personale sostituito dall’IA fa indubbiamente scendere i costi. Ci sono meno stipendi da pagare, mentre i ricavi per qualche tempo restano stabili per inerzia, e questo produce un bilancio trimestrale invidiabilmente positivo.

Ma poi i nodi arrivano al pettine: per usare l’intelligenza artificiale c’è da pagare una licenza alle aziende che la forniscono, e questi costi di licenza sono saliti mediamente fra il 20 e il 37% nell’ultimo anno [Fortune/Tropic]. In molti casi la spesa per l’IA è largamente superiore a quella per gli stipendi dei licenziati. E a volte eccede anche le previsioni più generose.

Per fare qualche nome, Uber ha esaurito ad aprile scorso l’intero budget annuale dedicato allo sviluppo di software con strumenti di intelligenza artificiale [Fortune]. Microsoft sta cancellando la maggior parte delle proprie licenze dirette di Claude Code [Fortune]. Bryan Catanzaro, vicepresidente del deep learning applicato presso Nvidia, ha dichiarato di recente che per il suo team “il costo della potenza di calcolo supera di gran lunga i costi del personale”.

Questo eccesso di spesa ha tre cause fondamentali. La prima è che nella foga di spingere i dipendenti a usare l’IA, i dirigenti l’hanno fornita a tutti, dimenticandosi di considerare che nella realtà aziendale i power user, ossia quelli che sanno usare efficacemente ed efficientemente un software, sono sempre una manciata.

È lo stesso fenomeno che si osserva da decenni per il software d’ufficio come Word, Excel e PowerPoint: la maggior parte dei dipendenti ne usa solo le funzioni di base, perché non conosce quelle avanzate o non ha motivo di usarle. Per queste persone, una licenza full optional è uno spreco di denaro. Anzi, potrebbero benissimo usare software libero e gratuito come per esempio LibreOffice. Il problema è che nel caso delle IA, i costi di licenza sono altissimi e sono a consumo, per cui più le si usa, più si spende.

La seconda causa è legata a un fenomeno che si manifesta ogni volta che viene introdotta una nuova tecnologia. All’inizio si pensa che verrà usata semplicemente per fare meglio o più efficientemente le attività correnti, ma poi ci si rende conto che la si può usare per fare cose prima impossibili o troppo onerose o semplicemente non indispensabili. Per esempio, la presentazione PowerPoint è più bella e fa più colpo sui colleghi se è abbellita con grafica e immagini generate dall’intelligenza artificiale. E così la spesa aumenta.

La terza causa è la pigrizia inevitabile. Le attività che prima si facevano a mano, mettendoci la testa, vengono delegate alla IA. Per tornare all’esempio del PowerPoint, perché fermarsi alla grafica carina quando puoi dire all’IA di creare l’intera presentazione? O una bella mail prolissa e dettagliata, oppure un intero documento stupendamente impaginato? E così, ancora una volta, la spesa aumenta.


A tutto questo si è aggiunta la scelta di molte grandi aziende del settore informatico di premiare chi usava di più questa IA, creando delle gare interne con tanto di classifiche dei maggiori consumatori, come è successo presso Meta e Amazon [Wired.it]. Ma in queste classifiche non si valutava come veniva usata l’IA, se generava qualcosa di utile oppure no, e quindi i dipendenti si sono messi a usarla per qualunque cosa pur di arrivare alti in classifica e dimostrare ai propri capi di essere ”produttivi”.

È stata una scelta dirigenziale incredibilmente stupida: l’equivalente di misurare la produttività di un lavoratore semplicemente in base a quanti fogli di carta consuma, senza pensare che quel lavoratore, pur di non essere visto come “improduttivo” e rischiare il licenziamento, stamperà qualunque cosa gli capiti a tiro, magari in duplice o triplice copia. O meglio ancora, prenderà le risme di carta e le alimenterà direttamente al distruggidocumenti. Questa la cosiddetta legge di Goodhart [Wikipedia]: quando una misura diventa l’obiettivo di un lavoro, cessa di essere un buon modo di misurare quel lavoro, perché gli individui imparano a manipolarla a proprio vantaggio. Il risultato di questa diffusa scelta aziendale è stato un aumento vertiginoso dei costi aziendali per l’uso dell’intelligenza artificiale.

Questo aumento è ovviamente piaciuto moltissimo alle aziende che producono le intelligenze artificiali commerciali. Ma ora che è arrivata la doccia gelata dell’impatto con la realtà, i clienti di queste aziende stanno riducendo fortemente le spese. E questo è un problema per chi vende IA e sta investendo quantità immense di denaro (si parla di 750 miliardi di dollari [Notus] solo nel corso dell’anno corrente) per costruire i datacenter colossali ed energivori necessari per creare e aggiornare questi software, sperando di cominciare prima o poi a guadagnare qualcosa. Se il mercato frena, la bolla speculativa che attualmente regge gran parte delle aziende legate alle intelligenze artificiali rischia di scoppiare.

Un monito forte in questo senso arriva da una bozza di rapporto del Dipartimento del Tesoro statunitense, che avvisa [Notus] che le aziende del settore IA sono radicate nell’economia del Paese molto più profondamente rispetto ai loro predecessori del settore dot-com e rappresentano un rischio significativo per l’intero sistema qualora le condizioni finanziarie dovessero cambiare, gli obiettivi di produttività non venissero raggiunti o vari colli di bottiglia ostacolassero la crescita. Una flessione nel mercato dell’IA provocherebbe onde d’urto in tutto l’ecosistema economico, hanno scritto gli analisti, notando che gli investitori in questo settore stanno assumendo rischi così significativi che gran parte del sistema finanziario ora dipende dal fatto che l’IA soddisfi le aspettative in termini di aumenti di produttività e redditività.

Anche altri economisti e altre istituzioni di spicco, tra cui la Banca d’Inghilterra e il direttore del Fondo Monetario Internazionale, si sono dichiarati preoccupati per la sopravvalutazione delle aziende di IA e per i rischi che questo comporta per il sistema economico in generale [Notus].

Bloomberg ha illustrato bene l’enormità e la fragilità di questa bolla economica in un recente articolo [Bloomberg; Medium] che ne mostra la cosiddetta circolarità: aziende come OpenAI, Nvidia, Microsoft, Intel, Oracle, Anthropic e Google investono centinaia di miliardi di dollari l’una nell’altra, tenendosi in piedi a vicenda. Per esempio, a fine 2025 Nvidia ha annunciato un investimento di circa 100 miliardi di dollari in OpenAI per finanziare dei nuovi datacenter. Allo stesso tempo, OpenAI si è impegnata a comprare milioni di processori Nvidia per quei datacenter. In sintesi, Nvidia dà a OpenaAI i soldi per comperare i prodotti di Nvidia. Cosa mai potrebbe andare storto?

Confronto fra spese e ricavi dei principali nomi del settore. Fonte: Isaiprofitable.com.

È importante chiarire che qui non è sotto accusa l’intelligenza artificiale, ma il modello economico speculativo che la sostiene attualmente. Esistono IA specializzate che consumano pochissima energia, sono efficaci nei loro compiti molto selettivi, rispettano la riservatezza dei dati e la sovranità digitale e non creano dipendenze da aziende Big Tech che possono fare il bello e il cattivo tempo; ne ho parlato in altre puntate di questo podcast. Non sono quelle che vengono promosse fragorosamente dai colossi del settore.

Grazie a queste avvisaglie e a queste esperienze fatte da altri, ci si può organizzare meglio portando a casa alcune lezioni fondamentali.

Per esempio, è chiaro che l’IA attuale è uno strumento adatto solo per alcuni compiti aziendali di basso livello. Un chatbot può gestire l’assistenza clienti nei casi più semplici, ma non ha la capacità di capire le sfumature delle situazioni più complesse: per quelle ci vuole ancora un essere umano, e la clientela esige di poter parlare con una persona in carne e ossa che la capisca.

Per esempio, uno studio del MIT del 2024 [Beyond AI Exposure: Which Tasks are Cost-Effective to Automate with Computer Vision?] ha analizzato i requisiti tecnici dei modelli di IA necessari per svolgere mansioni a livello umano, scoprendo che l’automazione tramite intelligenza artificiale è economicamente sostenibile solo nel 23% dei ruoli in cui la visione è una parte fondamentale del lavoro. Nel restante 77% dei casi, è più economico che gli esseri umani continuino a svolgere il proprio lavoro.

Questo concetto è stato dimostrato molto vistosamente da Klarna, un gigante svedese del settore fintech, che nel 2024 fece scalpore annunciando che avrebbe rimpiazzato 700 addetti all’assistenza clienti con una singola IA che, a detta del CEO, lavorava bene tanto quanto un essere umano. Sembrava il segnale della maturità delle IA e dell’inizio della sostituzione dei lavoratori, ma ai primi del 2026 l’azienda ha fatto discretamente dietrofront [DigitalApplied], di fronte al crollo della soddisfazione della clientela, perché l’IA era incapace di gestire i casi marginali o insoliti o che richiedevano soluzioni articolate in varie fasi successive.

Funziona invece molto bene, stando ai dati, il cosiddetto modello ibrido: una IA che gestisce i casi semplici e passa a un umano esperto quelli più complessi, che richiedono sensibilità nei rapporti interpersonali o conoscenza approfondita del mondo reale o delle procedure aziendali.

Un’altra lezione utile è che l’IA non va data a tutti indiscriminatamente e non va assolutamente imposta. Conviene affidarla a un gruppo ristretto di utenti esperti, che sappiano usarla in modo approfondito ed efficiente, giustificando il costo del suo utilizzo.

Un’ulteriore lezione è trovare un criterio realistico di misura dei risultati di quell’utilizzo: qualcosa di tangibile, non un semplice conteggio dei token di IA utilizzati.

Se le aziende rivalutano l’IA non come un chiaro sostituto del lavoro umano, finalizzato al risparmio sui costi, ma come uno strumento complementare, allora quell’ansia di perdere il lavoro può essere messa da parte. E magari sostituita da una riqualificazione e, perché no, da un sommesso e soddisfatto “ve l’avevamo detto.”

Fonti

Klarna Reverses AI Layoffs: Why Replacing 700 Failed, DigitalApplied (2026)

Thousands of CEOs admit AI had no impact on employment or productivity—and it has economists resurrecting a paradox from 40 years ago, Fortune (2026)

A Guide to the Circular Deals Underpinning the AI Boom, Bloomberg (2026)

Treasury Has an Internal Report Warning About the Dangers of an AI Bubble, Notus.org (2026)

KPMG Allegedly Published AI Report Filled With Hallucinations, Pcmag.com (2026)

KPMG pulls report on AI usage due to apparent hallucinations, TechCrunch (2026)

KPMG report contained AI hallucinations on benefits of . . . AI, Swissinfo (2026)

KPMG report contained AI hallucinations on benefits of . . . AI, Fortune (2026)

E se gli agenti AI costassero più del personale umano?, Wired.it (2026)

‘The cost of compute is far beyond the costs of the employee’: Nvidia executive says right now AI is more expensive than paying human workers, Fortune (2026)

The Great AI Boomerang: Google, Meta, Klarna & More Are Quietly Rehiring the Workers They Fired, Emeraldbook.org (2026)

Podcast RSI – IA militare sconfitta con una scatola di cartone: storia leggendaria con conseguenze universali

Questo è il testo della puntata dell’8 giugno 2026 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


Da alcuni anni circola un aneddoto secondo il quale un gruppo di soldati, durante un’esercitazione, avrebbe sconfitto un’intelligenza artificiale militare ricorrendo a metodi non convenzionali ma sorprendentemente semplici.

Secondo questo racconto, un robot dotato dei più sofisticati sistemi di riconoscimento basati su intelligenza artificiale sarebbe stato collocato in uno spiazzo completamente privo di ostacoli o nascondigli. I soldati avevano il compito di avvicinarsi a quel robot, fino a toccarlo, senza essere visti e riconosciuti dalla sua IA.

Una sfida in apparenza impossibile, eppure i soldati sarebbero riusciti a beffare quest’intelligenza artificiale usando trucchi come per esempio avvicinarsi facendo capriole, mettersi addosso qualche ramo di un albero, o avanzare coperti da una banale scatola di cartone.

Questa storia, ripetuta in mille versioni, è diventata quasi un mito nel settore dell’intelligenza artificiale, ma non è leggenda: ha una fonte ben precisa e offre lezioni importanti non solo per le applicazioni militari ma anche per quelle civili, dalla guida autonoma ai sistemi antifurto. Ve la ricostruisco e ve la racconto in questa puntata, datata 8 giugno 2026, del Disinformatico, il podcast mensile della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


In campo tecnologico ci sono tanti aneddoti che gli addetti ai lavori e gli appassionati si scambiano, di solito per trasmettere una morale di fondo o un concetto importante. Spesso il tema ricorrente è la rivincita dell’essere umano e della sua creatività sulla forza bruta della macchina o sulla visione miope dei tecnici. Un esempio tipico è la diceria secondo la quale la NASA avrebbe speso milioni di dollari per sviluppare una biro capace di scrivere in assenza di peso, mentre i cosmonauti russi avrebbero semplicemente usato delle comuni matite: in realtà sia i russi sia gli statunitensi adoperarono matite all’interno dei rispettivi programmi spaziali [Wikipedia]. Fu un imprenditore privato a sviluppare di tasca propria una biro speciale per lo spazio, contenente un serbatoio pressurizzato per l’inchiostro, e questa biro fu poi acquistata a un prezzo normalissimo e usata sia dalla NASA sia dall’ente spaziale russo.

La storia dei soldati che beffano la costosa e complessa intelligenza artificiale ricorrendo a stratagemmi come avanzare facendo solo capriole o nascondendosi dentro una scatola sembra a prima vista una di queste narrazioni fantastiche e moraleggianti. Ma non è così: questa vicenda ha un’origine molto specifica e documentata.

L’origine è un libro pubblicato a marzo del 2023, che si intitola Four Battlegrounds (“quattro campi di battaglia”) ed è stato scritto da Paul Scharre, un esperto di intelligenza artificiale ed ex funzionario del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti [Paulscharre.com; Congress.gov]. La celebre rivista Time ha citato Sharre fra le 100 persone più influenti nell’intelligenza artificiale proprio nell’anno in cui è uscito il libro in questione [Time.com], che esamina lucidamente e criticamente le applicazioni attuali e future dell’intelligenza artificiale in campo militare.

In questo libro, l’autore racconta di aver incontrato Phil Root, vicedirettore dell’Ufficio di Scienze della Difesa della DARPA, che è un’agenzia governativa del Dipartimento della difesa degli Stati Uniti che ha il compito di sviluppare nuove tecnologie per uso militare. La DARPA è una delle organizzazioni di punta del settore tecnologico bellico, spesso con ricadute civili: robot quadrupedi, guida autonoma, protesi attive comandabili con il pensiero, aerei invisibili ai radar, e Internet stessa provengono dalle sue ricerche avanzate.

È questo Phil Root, che è un militare, che descrive all’autore del libro la vicenda reale dalla quale nasce l’aneddoto. La DARPA aveva creato un programma, denominato Squad X, di cui Root era direttore. L’obiettivo di questo programma era creare tecnologie che consentissero a piccole unità militari di dominare gli spazi di combattimento locali. A questo scopo la DARPA aveva sviluppato un software di riconoscimento degli oggetti basato su un’intelligenza artificiale per identificare le persone in ambienti complessi, come quelli urbani.

Come spiega Root, riconoscere una persona è un problema molto difficile per le intelligenze artificiali, perché gli esseri umani sono estremamente variabili. Un carro armato ha sempre l’aspetto di un carro armato, anche quando è in movimento. Una persona, invece, cambia completamente aspetto quando cammina rispetto a quando sta ferma in piedi. Una persona che imbraccia un’arma ha un altro aspetto ancora diverso. E così gli esperti della DARPA trascorsero un’intera settimana ad affinare il loro software di riconoscimento insieme a un gruppo di marines in un sito dedicato alle sperimentazioni e alle esercitazioni.

Per sei giorni, i marines camminarono nei paraggi di un robot dotato di sensori e gestito dal software di IA di questi esperti, e il robot diventò bravissimo nel rilevarli e riconoscerli. A quel punto Phil Root decise che il software era sufficientemente maturo per affrontare una sfida: chiese ai marines di tentare di battere l’intelligenza artificiale.

Il robot fu collocato al centro di una rotatoria stradale nel sito sperimentale e Root diede ai soldati l’incarico di avvicinarglisi da grande distanza. Se fossero riusciti a farlo fino a toccarlo senza essere riconosciuti, avrebbero vinto i marines, altrimenti avrebbe vinto l’intelligenza artificiale.

Phil Root, da un video della DARPA del 2019.

Phil Root non era affatto certo che il test sarebbe stato vinto dalla IA: voleva semplicemente vedere cosa sarebbe successo. Degli otto marines che si cimentarono nella sfida, nemmeno uno fu rilevato dal software.

I soldati riuscirono in quest’impresa lasciando perdere i sistemi di mimetizzazione tradizionali e ricorrendo a trucchi che erano al di fuori delle capacità di quell’intelligenza artificiale. Phil Root racconta che “due di loro avanzarono facendo capriole per trecento metri e non furono rilevati. Due si nascosero sotto una scatola di cartone. Li sentivi ridacchiare per tutto il tempo”.

Se siete gamer e in particolare conoscete Metal Gear Solid, il trucco di nascondersi dentro una scatola di cartone vi farà sorridere parecchio, perché è un espediente ricorrente all’interno di questo gioco nelle situazioni più assurde e improbabili, e funziona.

[CLIP da Metal Gear Solid]

Il racconto di Phil Root della sconfitta dell’IA da parte dei marines prosegue inesorabile. Root spiega che il suo soldato preferito è stato quello che ha preso dei pezzi di un abete e si è messo a “camminare come un abete”. L’esperto militare dice proprio così, anche se non è chiaro come cammini di preciso un abete, e precisa che di quel marine si vedeva soltanto il sorriso mentre avanzava verso il suo obiettivo.

Queste tecniche, che non avrebbero tratto in inganno nemmeno il più sprovveduto degli esseri umani, hanno gabbato in pieno l’intelligenza artificiale per una ragione molto semplice ma spesso dimenticata: quella IA era stata addestrata a riconoscere immagini di esseri umani che camminano, non di persone che fanno le capriole, si nascondono dentro una scatola o si travestono da alberi.

Non aveva acquisito il concetto generale di “essere umano”, ma solo la capacità di valutare se le immagini che riceveva in diretta corrispondevano almeno approssimativamente a quelle usate per addestrarla. Non aveva acquisito una conoscenza del mondo reale che le permettesse di sapere che le scatole di cartone e gli alberi non si possono muovere da soli.

Questa non è intelligenza nel senso umano del termine: è riconoscimento automatizzato e probabilistico di immagini, senza la minima comprensione del contesto. In gergo tecnico, le IA hanno un world model, un modello del mondo, estremamente tenue e fragile. Eppure hanno un atteggiamento sicuro di sé, e lo hanno perché non sanno di non sapere quello che non sanno.


L’aneddoto dei soldati che beffano l’intelligenza artificiale con trucchetti elementari è insomma basato su una vicenda reale ed è tuttora valido, anche se sono passati alcuni anni. Da allora la IA ha compiuto progressi notevoli, ma resta ancora priva di un vero world model, cioè di una comprensione effettiva della realtà che le permetta di fare previsioni e gestire situazioni anomale in maniera simile a quella umana.

L’autore del libro che ha reso popolare questo aneddoto, Paul Scharre, spiega che “il problema non è che i sistemi di IA non funzionano: il problema è che funzionano, e spesso funzionano bene, ma quando escono dai confini dei propri criteri di progettazione possono fallire improvvisamente e inaspettatamente”. Cosa peggiore, dice Scharre, persino gli ingegneri che sviluppano queste IA rischiano di non saper prevedere quali siano questi confini.

Questo rischio viene esacerbato da un altro fattore, non tecnico ma psicologico: la tendenza di noi esseri umani a presupporre che una IA che si dimostra competente nello svolgere un dato compito lo sia anche in altri compiti affini. Per dirla con il professore di robotica all’MIT Rodney Brooks, citato nel libro di Scharre, “crediamo che prestazioni equivalgano a competenza”.

Tendiamo inoltre ad attribuire alle IA un tipo di intelligenza simile al nostro. Scrive Scharre che “Non ci aspettiamo che una persona capace di guidare in tutta sicurezza nel traffico sterzi di colpo verso una barriera di cemento”. Invece le IA, aggiunge, “possono passare in un istante dall’essere superintelligenti all’essere superstupide”. È vero che i sistemi di guida assistita o autonoma delle automobili guidano spesso meglio di un conducente normale nei contesti comuni, ma questi stessi sistemi possono fallire in maniera disastrosa se si imbattono in un contesto che per loro è anomalo ma è invece assolutamente normale per il conducente, che quindi non si aspetta un malfunzionamento e si fida, diventando così incapace di reagire in tempo all’errore, come tragicamente dimostrato da numerosi incidenti automobilistici anche mortali.

In questa situazione sembra impossibile, per noi comuni cittadini, capire se le intelligenze artificiali che usiamo siano realmente affidabili, specialmente quando controllano cose importanti come un drone o un caccia o un’automobile. Ma in realtà c’è una tecnica semplice per capire come stanno davvero le cose: guardare se la casa produttrice si assume la responsabilità in caso di malfunzionamento o incidente. Non lo fa praticamente nessuno.* Nonostante il baccano pubblicitario intorno ai sistemi di guida automatizzata, ancora oggi sostanzialmente tutte le case automobilistiche scaricano ogni responsabilità sul conducente.** Vuol dire che sanno che questi sistemi non sono ancora sufficientemente affidabili per operare da soli.

* BYD lo fa, ma solo parzialmente: si assume tutti gli oneri economici di un eventuale malfunzionamento o incidente causato dal proprio sistema di guida, incluso il malus assicurativo, ma non quelli giuridici. Inoltre lo fa solo per il primo anno di possesso dell’auto, solo nella guida urbana e solo in Cina. Il suo sistema di guida assistita è in ogni caso un Livello 2 (il conducente è tenuto a vigilare) (Electrek, giugno 2026; BYD).
** Fanno eccezione i taxi a guida autonoma (con teleguida umana di supporto) di Waymo e Tesla, che non sono veicoli acquistabili da privati e possono circolare senza conducente solo grazie a una licenza particolare. Formalmente la responsabilità legale derivante da eventuali malfunzionamenti ricade sulle aziende in questione, ma ci sono ancora zone grigie giuridiche perché un veicolo a guida autonoma non viene considerato come un veicolo gestito da un conducente (che di solito viene considerato responsabile) ma viene visto come un prodotto e quindi ricade in una classificazione legale differente [Vaziri Law; Chris Cain Law; “When Waymo's technology causes an accident, the company should be held responsible for your injuries. This includes medical costs, lost wages, pain and suffering, and property damage. But getting them to pay requires proving their system made a mistake. This is something that takes technical knowledge and legal experience”, InlandEmpireLawyers; HeplerBroom; MH Education].

Ed è per questo che io possiedo un’auto dotata di un assistente di guida basato sull’intelligenza artificiale, ma lo tengo rigorosamente spento.

Fonti

Four Battlegrounds: Power in the Age of Artificial Intelligence, Paul Scharre, W W Norton & Co Inc (2023), ISBN-13 ‏ 978-0393866865

Book Review: Four Battlegrounds: Power in the Age of Artificial Intelligence, Strategic Studies Institute, US Army War College

Marines outwitted an AI security camera by hiding in a cardboard box and pretending to be trees, Taskandpurpose.com, 2023