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Podcast RSI – IA militare sconfitta con una scatola di cartone: storia leggendaria con conseguenze universali

Questo è il testo della puntata dell’8 giugno 2026 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


Da alcuni anni circola un aneddoto secondo il quale un gruppo di soldati, durante un’esercitazione, avrebbe sconfitto un’intelligenza artificiale militare ricorrendo a metodi non convenzionali ma sorprendentemente semplici.

Secondo questo racconto, un robot dotato dei più sofisticati sistemi di riconoscimento basati su intelligenza artificiale sarebbe stato collocato in uno spiazzo completamente privo di ostacoli o nascondigli. I soldati avevano il compito di avvicinarsi a quel robot, fino a toccarlo, senza essere visti e riconosciuti dalla sua IA.

Una sfida in apparenza impossibile, eppure i soldati sarebbero riusciti a beffare quest’intelligenza artificiale usando trucchi come per esempio avvicinarsi facendo capriole, mettersi addosso qualche ramo di un albero, o avanzare coperti da una banale scatola di cartone.

Questa storia, ripetuta in mille versioni, è diventata quasi un mito nel settore dell’intelligenza artificiale, ma non è leggenda: ha una fonte ben precisa e offre lezioni importanti non solo per le applicazioni militari ma anche per quelle civili, dalla guida autonoma ai sistemi antifurto. Ve la ricostruisco e ve la racconto in questa puntata, datata 8 giugno 2026, del Disinformatico, il podcast mensile della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


In campo tecnologico ci sono tanti aneddoti che gli addetti ai lavori e gli appassionati si scambiano, di solito per trasmettere una morale di fondo o un concetto importante. Spesso il tema ricorrente è la rivincita dell’essere umano e della sua creatività sulla forza bruta della macchina o sulla visione miope dei tecnici. Un esempio tipico è la diceria secondo la quale la NASA avrebbe speso milioni di dollari per sviluppare una biro capace di scrivere in assenza di peso, mentre i cosmonauti russi avrebbero semplicemente usato delle comuni matite: in realtà sia i russi sia gli statunitensi adoperarono matite all’interno dei rispettivi programmi spaziali [Wikipedia]. Fu un imprenditore privato a sviluppare di tasca propria una biro speciale per lo spazio, contenente un serbatoio pressurizzato per l’inchiostro, e questa biro fu poi acquistata a un prezzo normalissimo e usata sia dalla NASA sia dall’ente spaziale russo.

La storia dei soldati che beffano la costosa e complessa intelligenza artificiale ricorrendo a stratagemmi come avanzare facendo solo capriole o nascondendosi dentro una scatola sembra a prima vista una di queste narrazioni fantastiche e moraleggianti. Ma non è così: questa vicenda ha un’origine molto specifica e documentata.

L’origine è un libro pubblicato a marzo del 2023, che si intitola Four Battlegrounds (“quattro campi di battaglia”) ed è stato scritto da Paul Scharre, un esperto di intelligenza artificiale ed ex funzionario del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti [Paulscharre.com; Congress.gov]. La celebre rivista Time ha citato Sharre fra le 100 persone più influenti nell’intelligenza artificiale proprio nell’anno in cui è uscito il libro in questione [Time.com], che esamina lucidamente e criticamente le applicazioni attuali e future dell’intelligenza artificiale in campo militare.

In questo libro, l’autore racconta di aver incontrato Phil Root, vicedirettore dell’Ufficio di Scienze della Difesa della DARPA, che è un’agenzia governativa del Dipartimento della difesa degli Stati Uniti che ha il compito di sviluppare nuove tecnologie per uso militare. La DARPA è una delle organizzazioni di punta del settore tecnologico bellico, spesso con ricadute civili: robot quadrupedi, guida autonoma, protesi attive comandabili con il pensiero, aerei invisibili ai radar, e Internet stessa provengono dalle sue ricerche avanzate.

È questo Phil Root, che è un militare, che descrive all’autore del libro la vicenda reale dalla quale nasce l’aneddoto. La DARPA aveva creato un programma, denominato Squad X, di cui Root era direttore. L’obiettivo di questo programma era creare tecnologie che consentissero a piccole unità militari di dominare gli spazi di combattimento locali. A questo scopo la DARPA aveva sviluppato un software di riconoscimento degli oggetti basato su un’intelligenza artificiale per identificare le persone in ambienti complessi, come quelli urbani.

Come spiega Root, riconoscere una persona è un problema molto difficile per le intelligenze artificiali, perché gli esseri umani sono estremamente variabili. Un carro armato ha sempre l’aspetto di un carro armato, anche quando è in movimento. Una persona, invece, cambia completamente aspetto quando cammina rispetto a quando sta ferma in piedi. Una persona che imbraccia un’arma ha un altro aspetto ancora diverso. E così gli esperti della DARPA trascorsero un’intera settimana ad affinare il loro software di riconoscimento insieme a un gruppo di marines in un sito dedicato alle sperimentazioni e alle esercitazioni.

Per sei giorni, i marines camminarono nei paraggi di un robot dotato di sensori e gestito dal software di IA di questi esperti, e il robot diventò bravissimo nel rilevarli e riconoscerli. A quel punto Phil Root decise che il software era sufficientemente maturo per affrontare una sfida: chiese ai marines di tentare di battere l’intelligenza artificiale.

Il robot fu collocato al centro di una rotatoria stradale nel sito sperimentale e Root diede ai soldati l’incarico di avvicinarglisi da grande distanza. Se fossero riusciti a farlo fino a toccarlo senza essere riconosciuti, avrebbero vinto i marines, altrimenti avrebbe vinto l’intelligenza artificiale.

Phil Root, da un video della DARPA del 2019.

Phil Root non era affatto certo che il test sarebbe stato vinto dalla IA: voleva semplicemente vedere cosa sarebbe successo. Degli otto marines che si cimentarono nella sfida, nemmeno uno fu rilevato dal software.

I soldati riuscirono in quest’impresa lasciando perdere i sistemi di mimetizzazione tradizionali e ricorrendo a trucchi che erano al di fuori delle capacità di quell’intelligenza artificiale. Phil Root racconta che “due di loro avanzarono facendo capriole per trecento metri e non furono rilevati. Due si nascosero sotto una scatola di cartone. Li sentivi ridacchiare per tutto il tempo”.

Se siete gamer e in particolare conoscete Metal Gear Solid, il trucco di nascondersi dentro una scatola di cartone vi farà sorridere parecchio, perché è un espediente ricorrente all’interno di questo gioco nelle situazioni più assurde e improbabili, e funziona.

[CLIP da Metal Gear Solid]

Il racconto di Phil Root della sconfitta dell’IA da parte dei marines prosegue inesorabile. Root spiega che il suo soldato preferito è stato quello che ha preso dei pezzi di un abete e si è messo a “camminare come un abete”. L’esperto militare dice proprio così, anche se non è chiaro come cammini di preciso un abete, e precisa che di quel marine si vedeva soltanto il sorriso mentre avanzava verso il suo obiettivo.

Queste tecniche, che non avrebbero tratto in inganno nemmeno il più sprovveduto degli esseri umani, hanno gabbato in pieno l’intelligenza artificiale per una ragione molto semplice ma spesso dimenticata: quella IA era stata addestrata a riconoscere immagini di esseri umani che camminano, non di persone che fanno le capriole, si nascondono dentro una scatola o si travestono da alberi.

Non aveva acquisito il concetto generale di “essere umano”, ma solo la capacità di valutare se le immagini che riceveva in diretta corrispondevano almeno approssimativamente a quelle usate per addestrarla. Non aveva acquisito una conoscenza del mondo reale che le permettesse di sapere che le scatole di cartone e gli alberi non si possono muovere da soli.

Questa non è intelligenza nel senso umano del termine: è riconoscimento automatizzato e probabilistico di immagini, senza la minima comprensione del contesto. In gergo tecnico, le IA hanno un world model, un modello del mondo, estremamente tenue e fragile. Eppure hanno un atteggiamento sicuro di sé, e lo hanno perché non sanno di non sapere quello che non sanno.


L’aneddoto dei soldati che beffano l’intelligenza artificiale con trucchetti elementari è insomma basato su una vicenda reale ed è tuttora valido, anche se sono passati alcuni anni. Da allora la IA ha compiuto progressi notevoli, ma resta ancora priva di un vero world model, cioè di una comprensione effettiva della realtà che le permetta di fare previsioni e gestire situazioni anomale in maniera simile a quella umana.

L’autore del libro che ha reso popolare questo aneddoto, Paul Scharre, spiega che “il problema non è che i sistemi di IA non funzionano: il problema è che funzionano, e spesso funzionano bene, ma quando escono dai confini dei propri criteri di progettazione possono fallire improvvisamente e inaspettatamente”. Cosa peggiore, dice Scharre, persino gli ingegneri che sviluppano queste IA rischiano di non saper prevedere quali siano questi confini.

Questo rischio viene esacerbato da un altro fattore, non tecnico ma psicologico: la tendenza di noi esseri umani a presupporre che una IA che si dimostra competente nello svolgere un dato compito lo sia anche in altri compiti affini. Per dirla con il professore di robotica all’MIT Rodney Brooks, citato nel libro di Scharre, “crediamo che prestazioni equivalgano a competenza”.

Tendiamo inoltre ad attribuire alle IA un tipo di intelligenza simile al nostro. Scrive Scharre che “Non ci aspettiamo che una persona capace di guidare in tutta sicurezza nel traffico sterzi di colpo verso una barriera di cemento”. Invece le IA, aggiunge, “possono passare in un istante dall’essere superintelligenti all’essere superstupide”. È vero che i sistemi di guida assistita o autonoma delle automobili guidano spesso meglio di un conducente normale nei contesti comuni, ma questi stessi sistemi possono fallire in maniera disastrosa se si imbattono in un contesto che per loro è anomalo ma è invece assolutamente normale per il conducente, che quindi non si aspetta un malfunzionamento e si fida, diventando così incapace di reagire in tempo all’errore, come tragicamente dimostrato da numerosi incidenti automobilistici anche mortali.

In questa situazione sembra impossibile, per noi comuni cittadini, capire se le intelligenze artificiali che usiamo siano realmente affidabili, specialmente quando controllano cose importanti come un drone o un caccia o un’automobile. Ma in realtà c’è una tecnica semplice per capire come stanno davvero le cose: guardare se la casa produttrice si assume la responsabilità in caso di malfunzionamento o incidente. Non lo fa praticamente nessuno.* Nonostante il baccano pubblicitario intorno ai sistemi di guida automatizzata, ancora oggi sostanzialmente tutte le case automobilistiche scaricano ogni responsabilità sul conducente.** Vuol dire che sanno che questi sistemi non sono ancora sufficientemente affidabili per operare da soli.

* BYD lo fa, ma solo parzialmente: si assume tutti gli oneri economici di un eventuale malfunzionamento o incidente causato dal proprio sistema di guida, incluso il malus assicurativo, ma non quelli giuridici. Inoltre lo fa solo per il primo anno di possesso dell’auto, solo nella guida urbana e solo in Cina. Il suo sistema di guida assistita è in ogni caso un Livello 2 (il conducente è tenuto a vigilare) (Electrek, giugno 2026; BYD).
** Fanno eccezione i taxi a guida autonoma (con teleguida umana di supporto) di Waymo e Tesla, che non sono veicoli acquistabili da privati e possono circolare senza conducente solo grazie a una licenza particolare. Formalmente la responsabilità legale derivante da eventuali malfunzionamenti ricade sulle aziende in questione, ma ci sono ancora zone grigie giuridiche perché un veicolo a guida autonoma non viene considerato come un veicolo gestito da un conducente (che di solito viene considerato responsabile) ma viene visto come un prodotto e quindi ricade in una classificazione legale differente [Vaziri Law; Chris Cain Law; “When Waymo's technology causes an accident, the company should be held responsible for your injuries. This includes medical costs, lost wages, pain and suffering, and property damage. But getting them to pay requires proving their system made a mistake. This is something that takes technical knowledge and legal experience”, InlandEmpireLawyers; HeplerBroom; MH Education].

Ed è per questo che io possiedo un’auto dotata di un assistente di guida basato sull’intelligenza artificiale, ma lo tengo rigorosamente spento.

Fonti

Four Battlegrounds: Power in the Age of Artificial Intelligence, Paul Scharre, W W Norton & Co Inc (2023), ISBN-13 ‏ 978-0393866865

Book Review: Four Battlegrounds: Power in the Age of Artificial Intelligence, Strategic Studies Institute, US Army War College

Marines outwitted an AI security camera by hiding in a cardboard box and pretending to be trees, Taskandpurpose.com, 2023

Niente Panico RSI – Puntata del 2026/06/08

Questa è la registrazione della puntata di oggi del programma che conduco in diretta insieme a Rosy Nervi ogni lunedì mattina dalle 9 alle 10 sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La puntata è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto. È l’ultima prima della pausa estiva.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Ho citato la paura irrazionale e persistente delle parole lunghe o complesse, chiamandola ippopotomonstrosesquipedaliofobia: è un conio semiserio che però ha radici antiche. Già un secolo prima di Cristo, il poeta romano Orazio criticava gli scrittori che usavano le sesquipedalia verba, ossia le parole lunghe un piede e mezzo. Il termine moderno è nato nel 2000 ad opera della poetessa statunitense Aimee Nezheukumatathil, forse per reazione al proprio chilometrico e complesso cognome. Non si tratta di una fobia formalmente riconosciuta dalla medicina, ma di un concetto umoristico (BBC Science Focus).

Lo studio scientifico che indica che indossare una cravatta può ridurre anche del 7,5% l’afflusso del sangue al cervello, aumentare la pressione oculare e facilitare il trasporto di germi è questo: Should you stop wearing neckties?—wearing a tight necktie reduces cerebral blood flow, pubblicato nel 2018 su Neuroradiology (BBC Science Focus).

Niente Panico RSI – Puntata del 2026/06/01

Questa è la registrazione della puntata di ieri del programma che conduco in diretta insieme a Rosy Nervi ogni lunedì mattina dalle 9 alle 10 sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La puntata è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

In questa puntata abbiamo parlato di questi temi:

  • illusioni dei sensi: perché i laptop con involucro metallico sembrano vibrare al tatto quando sono sotto carica e cos’è la “cecità saccadica”. Traduco il testo di questo video di Hannah Fry: “Avete mai notato che quando state ricaricando il vostro portatile, specialmente se ha un involucro in metallo come un MacBook, e fate scorrere leggermente il dito sul coperchio si avverte quasi un ronzio, come se vibrasse?
    Non sta vibrando, ma non ve lo state nemmeno immaginando, e il motivo per cui si avverte questa sensazione è davvero incredibile. L’energia che esce dalla presa elettrica nel muro è enorme, è pericolosa e pulsa 50 volte al secondo. Se immetteste tutta quella potenza direttamente nel vostro laptop, si scioglierebbe all’istante. Quindi ciò che fa il vostro alimentatore è trasformare quella potenza che pulsa violentemente in un flusso di elettricità minuscolo, uniforme e sicuro. Ma gli alimentatori non sono perfetti, e quindi parte di quell’elettricità pulsante arriva all’involucro metallico del tuo laptop. Il vostro dito le offre un punto di contatto per raggiungere la terra. Tuttavia, quella che sentite non è corrente elettrica. La corrente è troppo debole per dare una scossa ai vostri nervi. Quello che sentite è in realtà una sorta di illusione tattile perché, mentre quella corrente pulsa attraverso l’involucro, crea una minuscola attrazione elettrostatica tra il dito e il metallo. Quando il dito tocca il metallo, quella forza elettrostatica ne afferra letteralmente la pelle, la lascia andare, la afferra, la lascia andare, la afferra, la lascia andare. E così, mentre fate scorrere il dito sull’involucro, la forza elettrostatica continua a tirare, prima di più, poi di meno, poi di più, poi di meno, modificando sottilmente l’attrito sotto la tua pelle.
    Il vostro cervello non ha assolutamente idea di come elaborare una microcorrente elettrostatica, e quindi invia semplicemente alla tua mente il messaggio “Credo che il metallo stia vibrando”.
    A proposito, se volete rendere l’effetto più forte, dovete essere leggermente sudati. Il sale nel sudore vi rende un conduttore migliore, il che rende l’attrazione elettrostatica più forte. Quindi, se il vostro portatile vi sembra più aggressivamente ronzante del solito, magari provate a lavarvi le mani.”
  • 60 anni di Star Trek e la mia partecipazione alla Fedcon;
  • il centenario della nascita di Marilyn Monroe e il mito della bellezza “naturale” delle star maschili e femminili del cinema classico.

Niente Panico RSI – Puntata del 2026/05/18

Questa è la registrazione della puntata di oggi del programma che conduco in diretta insieme a Rosy Nervi ogni lunedì mattina dalle 9 alle 10 sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La puntata è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Abbiamo dedicato la puntata al Food and Science Festival di Mantova e in particolare a un’intervista con Stefania De Pascale, professore di orticoltura e floricoltura al Dipartmento di agraria dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, che si occupa di agricoltura spaziale e ha scritto sull’argomento un libro intitolato Piantare patate su Marte – Il lungo viaggio dell’agricoltura (Aboca Edizioni, 2024).

Podcast RSI – Tastiere e cuffie come grimaldelli: i rischi inattesi delle periferiche wireless

Questo è il testo della puntata dell’11 maggio 2026 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP: audio di tastiera]

La tastiera wireless che ho davanti a me è prodotta da una nota marca svizzera e funziona benissimo. I comandi che digito vengono trasmessi con precisione e senza tempi morti al computer, che li esegue prontamente. C’è solo un piccolo problema: la tastiera che sto usando non è quella che sta davanti al computer. Anzi, questa tastiera non è nemmeno nell’edificio nel quale si trova il computer in questione. È una cosiddetta “tastiera fantasma”: una seconda tastiera, associata allo stesso computer a insaputa dei legittimi utenti e proprietari e capace di comandarlo a distanza.

Molti non immaginano neanche che un computer possa avere due tastiere accoppiate contemporaneamente. Ma in realtà è addirittura una funzione prevista esplicitamente dal software di gestione delle tastiere di questa nota marca. Una funzione che un malintenzionato può sfruttare, per esempio, per immettere comandi distruttivi, alterare documenti aperti o fare altri danni da remoto.

Non vi preoccupate: non sono diventato un criminale informatico. Questo è semplicemente uno scenario immaginato ma plausibile, basato sulla dimostrazione alla quale ho assistito grazie agli esperti e alle esperte dell’Istituto nazionale di test per la cibersicurezza NTC, con sede a Zugo. Questo Istituto ha esaminato i rischi di sicurezza delle cosiddette periferiche wireless o senza fili, come appunto tastiere ma anche mouse, cuffie, webcam e microfoni, e ha pubblicato un rapporto che mette in luce le vulnerabilità profonde e decisamente inaspettate di questi dispositivi, che vengono sfruttate concretamente dagli intrusi informatici.

Vi racconto quali sono, e come rimediarle, in questa puntata datata 11 maggio 2026 del Disinformatico, il podcast mensile della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Benvenuti! Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


I dispositivi senza fili sono una gran comodità. Una cuffia wireless non ha un cavo che possa impigliarsi o intralciare i movimenti dell’utente. Una tastiera wireless può essere tenuta in grembo, o piazzata anche a notevole distanza dal computer, senza doversi preoccupare di far passare chissà dove un cavo magari anche lungo e antiestetico. Un microfono senza fili permette a chi lo usa di muoversi liberamente nell’ambiente, senza il rischio di inciampare in un cavetto o di strattonarlo inavvertitamente, scollegandolo sul più bello.

Ma questa comodità ha un prezzo. Sostituire un pezzo di filo con una connessione wireless significa che il dispositivo e il computer al quale va connesso devono essere dotati di un trasmettitore e ricevitore radio di qualche tipo, solitamente un Bluetooth. Significa anche che i segnali che normalmente viaggerebbero per natura sicuri e diretti dentro il cavo devono essere trasmessi e ricevuti in modo che vengano usati solo dal computer desiderato e non da tutti gli altri computer nelle vicinanze. Questa comunicazione selettiva viene chiamata pairing. Bisogna poi proteggere questa comunicazione contro le intercettazioni e le interferenze intenzionali, usando la crittografia, in modo che il computer comunichi solo con il dispositivo desiderato e non con altri e viceversa. Tutto questo comporta complessità e software di configurazione e comunicazione, e crea nuovi punti deboli nella sicurezza.

Un esempio banale ma familiare di cosa succede quando i produttori danno precedenza alla comodità e alla facilità d’uso rispetto alla sicurezza è dato dai telecomandi per le presentazioni o per le TV. Molti di questi oggetti (tecnicamente si chiamano periferiche) tentano di accoppiarsi con qualunque dispositivo che incontrano, senza PIN o password. Lo fa, per esempio, l’Audi di qualcuno (non so chi) che periodicamente passa sulla strada davanti al mio ufficio e tenta ogni volta di fare pairing con il mio monitor principale, che è un televisore LG altrettanto promiscuo. Ho dovuto disattivare il Bluetooth del monitor per evitare il problema.

Molti anni fa andava di moda un orologio da polso che incorporava un telecomando universale a infrarossi e permetteva di prendere il controllo di qualunque televisore (e anche molti videoproiettori) in un luogo pubblico, cambiando canale o abbassando il volume, perché questi dispositivi erano e sono tuttora spesso completamente privi di pairing e crittografia. Oggi la stessa cosa si fa di solito con un Flipper Zero.

Se vi siete mai chiesti come fanno certi burloni a prendere il controllo dei monitor pubblicitari dentro le vetrine dei negozi e far mostrare a questi schermi immagini e video imbarazzanti, come si legge spesso nella cronaca locale, ora avete la risposta. E se siete titolari di questi monitor pubblicitari, coprite il sensore che riceve i segnali dal telecomando.

L’Istituto nazionale di test per la cibersicurezza (it.ntc.swiss) ha pubblicato un rapporto, disponibile anche in italiano, che ha esaminato a fondo la sicurezza dei dispositivi periferici attualmente usati in informatica e li ha trovati spesso carenti, anche nel caso di prodotti di grandi marche. Molti dispositivi”, nota il rapporto,vengono forniti con impostazioni predefinite non sicure, come password standard o interfacce attivate inutilmente, per facilitare l’assistenza” e questo significa fornire agli aggressori informatici dei punti di attacco in più.

Il rapporto illustra anche uno scenario reale che chiarisce quali sono i rischi, citando una videoconferenza riservata presso un operatore di infrastrutture critiche. La rete è protetta, la connessione è crittografata end-to-end, il server è rinforzato e il laptop è protetto. Ma l’attaccante punta a qualcos’altro: con un’antenna nel parcheggio vicino, intercetta le comunicazioni radio non crittografate del microfono da tavolo wireless. Dopo pochi secondi, la conversazione riservata viene intercettata”. Come al solito, la sicurezza è una catena robusta quanto il suo anello più debole, e quell’anello debole in questo caso è un dispositivo che spesso non si pensa neanche che faccia parte della catena: un microfono senza fili che diffonde via radio la conversazione confidenziale senza adeguate protezioni.


Purtroppo non è facile, neppure per i responsabili della sicurezza informatica, sapere se un dispositivo periferico senza fili è realmente sicuro. Fare un’analisi tecnica di uno di questi oggetti costa molto di più dell’oggetto stesso, e quindi anche quando ci si rende conto del problema si tende a fidarsi delle dichiarazioni dei produttori.

L’Istituto nazionale di test per la cibersicurezza ha svolto una valutazione sistematica della sicurezza dei dispositivi periferici più usati nel Paese, concentrandosi su una trentina di prodotti di grandi nomi come Logitech, Yealink, Jabra, HP, Eizo e Cherry, ampiamente diffusi nelle organizzazioni nazionali e in particolare nelle infrastrutture critiche. I risultati sono stati decisamente illuminanti: sono stati individuati oltre 60 rilievi di diversa criticità, tra cui 13 classificati come gravi e tre al livello di criticità più elevato”, dice il rapporto.

Ispezione visiva dei componenti integrati nei dispositivi periferici presso il laboratorio dell’Istituto nazionale di test per la cibersicurezza NTC a Zugo. Foto tratta dal rapporto Cibersicurezza dei dispositivi periferici (2026).

Questo rapporto cita, per esempio, il fatto che nel 2025 è stata scoperta una serie di vulnerabilità nei chip Bluetooth di un fabbricante, Airoha, che sono usati da molti marchi noti, come Bose, Jabra, JBL, Teufel, Sony e Marshall. Questo consente agli attaccanti di dirottare la connessione Bluetooth” e ascoltare di nascosto conversazioni riservate”. Nel 2026 sono state scoperte delle gravi falle nell’implementazione del protocollo Google Fast Pair, che permettono di prendere il controllo di cuffie di produttori come Google, Sony, Xiaomi e OnePlus senza alcuna interazione da parte dell’utente, consentendo l’ascolto delle conversazioni ambientali e il tracciamento della posizione tramite la rete «Find My Device».”

In altre parole, una semplice cuffia wireless, di quelle usatissime per le videoconferenze, può diventare una “cimice” dall’aria assolutamente non sospetta e consente non solo di ascoltare una conversazione privata ma anche di pedinare il proprietario della cuffia in questione. Una tastiera wireless non sicura trasmette via radio, a chiunque sappia mettersi in ascolto, ogni cosa che digitate sui suoi tasti: mail, comunicazioni confidenziali, dati di carte di credito, informazioni anagrafiche, codici bancari, tutto [anche le password, ovviamente]. E comprare grandi marche non mette affatto al riparo da questi problemi.

I risultati del rapporto dell’Istituto sono stati comunicati in modo confidenziale ai produttori interessati, che in molti casi hanno risposto aggiornando firmware e software per correggere i problemi di sicurezza. In un caso, però, il produttore non ha rimediato entro i termini previsti. Il produttore in questione è EZCast Pro, che vanta 10 milioni di utenti in tutto il mondo per i propri dispositivi di trasmissione audio e video, che permettono di collegare un computer a un videoproiettore senza usare cavi.

All’esame dell’Istituto, il suo sistema di presentazione wireless EZCast Pro II ha manifestato “gravi errori di progettazione” che “danno luogo a vulnerabilità critiche: chiavi crittografiche codificate consentono l’accesso all’interfaccia di amministrazione e le password Wi-Fi possono essere derivate da identificativi osservabili pubblicamente.” Questo vuol dire che “un attaccante nel raggio di copertura radio può assumere il controllo completo del dispositivo e intercettare i contenuti dello schermo in forma non cifrata.”

Un malintenzionato può quindi vedere e registrare tutti i contenuti di una presentazione o di una riunione Zoom confidenziale mostrata sullo schermo di una sala conferenze tramite un EZCast Pro II, standosene comodamente in una stanza adiacente o anche all’esterno dell’edificio, in un luogo pubblico. Visto che il produttore non ha corretto le vulnerabilità entro i termini previsti, il caso è stato trasmesso all’Ufficio federale della cibersicurezza, che ha emesso un avviso ai sensi di legge.

Insomma, non occorre pensare sempre ad attacchi supersofisticati o basati sull’onnipresente intelligenza artificiale. A volte per scardinare la sicurezza di un’azienda basta una tastiera wireless non aggiornata. E i criminali informatici non sono stupidi: non attaccano mai frontalmente dove le difese sono più robuste. Cercano sempre il punto debole, l’appiglio iniziale, e poi lo usano per entrare sempre più a fondo nei sistemi informatici del bersaglio.

Ci sono però delle soluzioni, ed è qui che il rapporto dell’Istituto nazionale di test per la cibersicurezza si rende particolarmente utile e concreto.


Il primo passo per risolvere questo problema è cambiare mentalità. Come suggerisce l’Istituto, i dispositivi periferici, dalle tastiere ai microfoni alle cuffie alle webcam passando per scanner e stampanti, non devono essere considerati alla stregua di semplici accessori ma devono essere visti come componenti del sistema informatico a pieno titolo, come i computer e gli smartphone. Questo vuol dire stabilire delle regole severe per l’introduzione di tutti i dispositivi privati negli ambienti particolarmente sensibili, e significa farle capire e rispettare, anche durante il telelavoro, cosa non sempre facile. E bisogna anche entrare nell’ordine di idee che i dispositivi periferici non vanno mai lasciati incustoditi in luoghi pubblici o semipubblici. Una cuffia wireless lasciata accessibile in treno, per esempio, è trasformabile in una “cimice” informatica in una manciata di secondi.

Un altro passo utile è semplificare, riducendo la varietà dei dispositivi collegabili e definendo un catalogo vincolante di periferiche testate e approvate. Il rapporto, a questo proposito, segnala un altro aspetto poco considerato della questione: l’approvvigionamento, ossia da dove si acquistano i dispositivi. Sono infatti sempre più frequenti i cosiddetti supply chain attack, ossia gli attacchi informatici messi a segno colpendo non il bersaglio diretto ma i suoi fornitori. Una tastiera, per esempio, viene modificata cambiandone il software o installando un piccolo componente extra direttamente presso il fabbricante o più spesso il fornitore, facendola diventare così il cavallo di Troia perfetto. Bisogna quindi acquistare dispositivi solo tramite canali affidabili e autorizzati.

Il rapporto sottolinea anche la necessità di aggiornare costantemente e tempestivamente il software o firmware di questi dispositivi, per chiudere eventuali falle di sicurezza scoperte e rimediate, e di sostituire le periferiche non più aggiornate e vulnerabili. Quella bella tastiera della Kensington che vi piace tanto e che avete comprato dieci anni fa è probabilmente da cambiare, perché Kensington è una delle tante aziende le cui vecchie tastiere trasmettevano senza alcuna crittografia ed erano quindi totalmente intercettabili con meno di 100 dollari di attrezzature, come dimostrò nel 2016 la società di sicurezza informatica Bastille Networks. Le altre aziende erano Anker, EagleTec, General Electric, Hewlett-Packard, Insignia, Radio Shack e Toshiba.

Ci sono poi raccomandazioni più tecniche, come la cosiddetta segmentazione della rete, ossia la prassi di assegnare a questi dispositivi, se usano il Wi-Fi, una rete Wi-Fi separata, tutta loro, isolata da quella dell’azienda, in modo che per esempio una webcam senza fili non diventi un punto di ingresso nella rete aziendale, come accadde a una nota azienda italiana del settore, Hacking Team, nel 2016.

Ma alla fine, la raccomandazione di fondo dell’Istituto nazionale di test per la cibersicurezza è semplice e radicale: almeno negli ambienti ad alta sicurezza, dice il suo rapporto, dovrebbero essere privilegiate soluzioni periferiche cablate” perché ottenere un’elevata sicurezza con dispositivi senza fili è sì possibile, ma “le connessioni fisiche eliminano in larga misura i rischi legati alla trasmissione di segnali wireless e riducono in modo significativo la superficie di attacco.”

Insomma, il buon vecchio cavo si prende la rivincita.

Niente Panico RSI – Puntata del 2026/05/11

Questa è la registrazione della puntata di oggi del programma che conduco in diretta insieme a Rosy Nervi ogni lunedì mattina dalle 9 alle 10 sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La puntata è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Fra le piccole curiosità di scienza che abbiamo raccontato, segnalo il peso medio di una nuvola (un milione di tonnellate; galleggia perché ha un volume di circa un chilometro cubo e una densità di circa 1,003 kg per metro cubo, ossia lo 0,4% più bassa di quella dell’aria circostante) e il mito dei gemelli identici che avrebbero impronte digitali uguali (non è così, perché le impronte vengono determinate da fattori ambientali nell’utero, come la lunghezza del cordone ombelicale, la posizione del feto nell’utero stesso e la velocità di crescita delle dita) [BBC Science Focus, 2025].

La notizia dell’evento britannico per naturalisti che è stato scambiato per uno destinato ai naturisti è riferita al Cumbria Nature Festival [BBC].

Il mito della mancanza di memoria dei pesci rossi (che durerebbe tre secondi) è stata smentita da uno studio condotto dai ricercatori dell’Università di Siviglia, che ha dimostrato che questi pesci sono in grado di ricordare il percorso da seguire in un semplice labirinto e in generale di sviluppare e ricordare un’immagine mentale del loro ambiente. Nell’esperimento del labirinto, i pesci sono riusciti a trovare la strada verso l’obiettivo partendo da un punto di partenza diverso da quello in cui erano stati addestrati (cosa che io, per esempio, sarei del tutto incapace di fare, essendo completamente privo di senso dell’orientamento) [Performance of goldfish trained in allocentric and egocentric maze procedures suggests the presence of a cognitive mapping system in fishes, in Animal Learning & Behavior, 1994].

Niente Panico RSI – Puntata del 2026/05/04

Questa è la registrazione della puntata di oggi del programma che conduco in diretta insieme a Rosy Nervi ogni lunedì mattina dalle 9 alle 10 sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La puntata è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Abbiamo dedicato questa puntata alla storia di Pompei e al fenomeno della liquefazione di quello che viene presentato come il “sangue di San Gennaro”, ospitando telefonicamente Luigi Garlaschelli, chimico e coautore di una comunicazione scientifica su Nature nel 1991 (Working Bloody Miracles, con Franco Ramaccini e Sergio Della Sala) che propone spiegazioni non soprannaturali di questo avvenimento.

Alcune fonti per saperne di più:

Niente Panico RSI – Puntata del 2026/04/27

Questa è la registrazione della puntata di oggi del programma che conduco in diretta insieme a Rosy Nervi ogni lunedì mattina dalle 9 alle 10 sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La puntata è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Fra i temi di questa puntata, l’attacco armato all’Hilton di Washington durante la cena dei corrispondenti della Casa Bianca; le origini della celebre avvertenza “Ogni riferimento a persone realmente esistite…” nei film, legate nientemeno che a Rasputin (ne scrivo in dettaglio in questo articolo); le nuove truffe basate sull’intelligenza artificiale; lo sfruttamento di lavoratori sottopagati impiegati nel training dei modelli (ne ho parlato nel podcast); la ricorrenza della morte di Magellano nel 1521; e curiosità culturali, tra cui un progetto che raccoglie i suoni dei siti UNESCO.

Niente Panico RSI – Puntata del 2026/04/20

Questa è la registrazione della puntata di oggi del programma che conduco in diretta insieme a Rosy Nervi ogni lunedì mattina dalle 9 alle 10 sulla Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera. La puntata è riascoltabile qui sul sito della RSI oppure nell’embed qui sotto.

Lo streaming in diretta della Rete Tre è presso www.rsi.ch/audio/rete-tre/live; la mia raccolta completa delle puntate è presso Attivissimo.me/np.

Abbiamo dedicato questa puntata al divieto dell’uso di dispositivi digitali (smartphone, smartwatch e auricolari, con poche eccezioni per casi specifici) nelle scuole del Canton Ticino, introdotto dal DECS dal 30 marzo 2026. Ne abbiamo parlato con Claudia De Gasparo, direttrice della scuola media di Camignolo, dove una regola simile c’è già da 15 anni. Abbiamo anche citato l’associazione “Obiettivo 14+”, che incoraggia i genitori a rinviare l’acquisto dello smartphone per i figli fino ai 14 anni.

Podcast RSI – Dietro le IA c’è manodopera africana sfruttata

Questo è il testo della puntata del 13 aprile 2026 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP: audio di Michael Geoffrey Asia da https://www.youtube.com/watch?v=QH654YPxvEE]

È la voce di Michael Geoffrey Asia, un uomo che vive in Kenya e per cinque anni ha fatto data labeling per lavoro: ha annotato, etichettato e descritto immagini e video da dare in pasto alle intelligenze artificiali per addestrarle.

Ne è uscito distrutto psicologicamente, come tanti uomini e tante donne del suo Paese, perché per questo lavoro ha dovuto descrivere minuziosamente immagini e video raccapriccianti, che mostravano incidenti mortali, uccisioni, abusi, violenze e altri orrori, per ore di fila, in una sorta di moderna Arancia meccanica. Perché un’intelligenza artificiale commerciale come ChatGPT o Gemini, per funzionare, ha bisogno di saper riconoscere anche queste cose, e quindi qualcuno gliele deve mostrare e spiegare in dettaglio.

Questa è la storia del lato oscuro delle IA che tutti usiamo con leggerezza: dietro la luccicante, asettica facciata dei miliardari della Silicon Valley ci sono lavoratori sottopagati e privi di qualunque sostegno psicologico, costretti a vedere cose che nessun essere umano dovrebbe subire. Michael Geoffrey Asia è una delle persone che stanno cercando, con fatica, di contrastare questo sfruttamento.

Benvenuti alla puntata del 13 aprile 2026 del Disinformatico, il podcast mensile della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Il data labeling, o etichettatura dei dati, sembra un argomento tedioso, un dettaglio trascurabile delle tecnologie che stanno alla base delle intelligenze artificiali, ma non è così.

In sintesi, le IA “imparano” (per così dire) a riconoscere gli oggetti del mondo reale perché qualcuno fornisce loro un numero enorme di immagini accuratamente etichettate: questo è un gattino accucciato su un ramo di un albero, questo è un semaforo stradale che segna rosso per i pedoni, queste sono persone in costume da bagno che mangiano un gelato, e così via.

A differenza degli esseri umani, le intelligenze artificiali hanno bisogno di moltissimi esempi prima di riuscire a generalizzare un concetto di oggetto. Un bambino vede un gatto per la prima volta ed è subito in grado di riconoscere qualunque altro gatto in qualunque situazione. Invece per insegnare a un’intelligenza artificiale come riconoscere una persona, per esempio, bisogna mostrarle immagini di bambini e di adulti, in tante posizioni e situazioni differenti, con lineamenti e colori della pelle diversi, con abbigliamenti di ogni sorta, di giorno e di notte, al coperto e all’aperto, eccetera eccetera.

I casi possibili sono molto più numerosi di quello che immaginiamo normalmente: per esempio, una IA potrebbe non riconoscere come persona un uomo che porta un bambino in braccio o sulle spalle, una donna che ha un braccio solo, un tifoso che si è dipinto la faccia con i colori della squadra del cuore, un soccorritore accucciato, un vigile che dirige il traffico, un ragazzo su una sedia a rotelle oppure una donna con il volto insanguinato dopo un incidente notturno.

Un’etichettatura imprecisa o incompleta può avere delle conseguenze reali terribili. Pensiamo per esempio alle auto a guida assistita o autonoma, nelle quali l’intelligenza artificiale deve riconoscere gli oggetti inquadrati dalle telecamere del veicolo per consentire al sistema di guida di decidere correttamente come comportarsi. Davanti all’auto c’è un pedone, o si tratta di un’immagine pubblicitaria sul retro di un furgone? Quella sagoma sull’asfalto è un telo caduto da un camion o è una persona ferita o incosciente? Un errore di riconoscimento potrebbe costare la vita a qualcuno.

Tutto questo lavoro meticoloso di etichettatura deve essere svolto da esseri umani. Non può essere delegato a un’intelligenza artificiale se non in piccolissima parte. E deve continuare nel tempo, perché oltre all’etichettatura delle immagini per l’addestramento delle IA c’è anche quella per la moderazione dei contenuti dei social network. Ogni giorno milioni di utenti irresponsabili tentano di postare immagini inaccettabili sui social, dalle decapitazioni agli abusi su minori alle torture; i filtri automatici e gli utenti possono segnalarle, ma poi qualcuno in carne e ossa deve valutarle professionalmente.

Nel 2024 il Guardian ha segnalato il caso di Mercy, moderatrice di contenuti di Meta (quindi Facebook, Instagram e Threads) presso un’azienda esterna che ha sede a Nairobi. Faceva turni di dieci ore ed era tenuta a risolvere un caso ogni 55 secondi. Un giorno le è capitato un video di un incidente stradale, segnalato come inaccettabile da un utente su Facebook per la sua natura violenta e macabra. Mercy doveva valutare se il video violasse o meno le regole sui contenuti di questo social network. A un certo punto si è accorta che la vittima era suo nonno. I suoi datori di lavoro le hanno concesso una pausa per contattare i membri della sua famiglia, ma poi le hanno detto di proseguire il turno se voleva raggiungere la propria quota giornaliera. Sul suo schermo sono apparsi altri video da moderare: mostravano ancora suo nonno, con altre immagini dell’auto e delle quattro persone morte nell’incidente.

Come Mercy, ci sono ogni giorno migliaia di lavoratori e lavoratrici, in molti Paesi africani, che sono sottoposti a un flusso continuo di immagini orrende di ogni genere: suicidi, torture, stupri. Non possono semplicemente dare un’occhiata a queste immagini: devono descriverle dettagliatamente, in modo che le intelligenze artificiali possano poi riconoscerle e integrarle. E devono guardare ogni video fino in fondo, perché nel finale potrebbe mostrare cose ancora peggiori di quelle che hanno già visto nella sua parte iniziale.

Dietro la magia dell’intelligenza artificiale c’è insomma la sofferenza di chi deve ripulire la fogna della morbosità umana.


So direttamente cosa significa essere esposti a contenuti di questo genere. Negli anni in cui mi sono occupato delle teorie cospirazioniste intorno agli attentati dell’11 settembre 2001 ho dovuto visionare le immagini dei corpi dilaniati di quel giorno: quelli degli occupanti degli aerei dirottati e quelli delle vittime negli edifici colpiti. Tutte persone che, secondo certi complottisti, non esistevano o erano attori e attrici pagati per simulare. Nelle mie perizie informatiche ho visto e analizzato immagini di abusi irriferibili. Come chiunque lavori nel pronto soccorso o nelle forze di polizia, ho assistito a cose che non riesco a dimenticare. L’idea di passare ore ogni giorno ad annotare minuziosamente contenuti di questo tipo per lavoro, al ritmo minimo di cinquecento casi al giorno, è assolutamente inimmaginabile.

Le conseguenze psicologiche su chi lavora nel data labeling e nella moderazione dei contenuti dei social network sono pesantissime. I casi di disturbi post-traumatici da stress non si contano. E il loro ambiente di lavoro è a dir poco orwelliano: uno speciale software sorveglia ogni loro clic, ogni loro gesto. Chi corre via dalla propria scrivania perché non ce la fa più a vedere l’ennesimo video di violenza estrema viene rimproverato perché non ha immesso nel proprio computer il codice che indica che si sta prendendo una pausa.

Chi ha lavorato nel campo della moderazione dei siti pornografici e della classificazione dei loro video per addestrare le intelligenze artificiali specializzate in questi contenuti e per creare partner intimi virtuali o sexbot pilotati dalla IA, ha segnalato una desensibilizzazione che ha avuto ricadute pesanti sulla sua vita intima.

Michael Geoffrey Asia ha inoltre rivelato che dietro molti di questi sexbot ufficialmente controllati da intelligenze artificiali si nascondono persone reali che fingono di essere sofisticate intelligenze artificiali.

Le aziende che si buttano nel mercato dell’IA facendo finta di avere un prodotto maturo e affidabile che in realtà non hanno sono tante. Per esempio, nel 2014 furono presentati numerosi assistenti personali ufficialmente basati su intelligenze artificiali, come X.ai o Clara, ma che in realtà usavano persone che fingevano di essere delle IA che fingevano di essere persone [Bloomberg].

In tempi più recenti, a marzo 2026 Tesla ha ammesso [Wired] che i suoi robotaxi, ufficialmente guidati dall’intelligenza artificiale, dispongono in realtà di operatori remoti che possono (cito) “assumere temporaneamente il controllo diretto del veicolo” (a bassa velocità) se il software di bordo non riesce a risolvere una situazione. Altre aziende che gestiscono flotte analoghe di taxi, come Waymo e Zoox di Amazon, hanno assistenti remoti che non prendono direttamente il volante ma si limitano, si fa per dire, a indicare al veicolo cosa fare. Però questi assistenti remoti umani, nel caso di Waymo, stanno nelle Filippine. E tutte queste aziende sono molto reticenti a fornire dati precisi sul numero di questo interventi manuali, perché questo toglierebbe l’aura di fascino magico intorno ai loro prodotti e rivelerebbe quanto sono in realtà limitate le loro intelligenze artificiali tanto magnificate.

Un’altra conseguenza di questo modo di commercializzare i prodotti inghirlandandoli con la sigla magica “IA” è che molti utenti credono che le loro interazioni con questi software siano private, perché gestite interamente da computer, e i computer non giudicano, non criticano. Ma in realtà l’intervento umano c’è quasi sempre e quindi i video, per esempio, non sono affatto privati: come ho raccontato nella puntata precedente di questo podcast, anche dietro gli attuali occhiali “smart” di Meta ci sono degli operatori umani, che in molti casi vedono le immagini riprese da questi dispositivi e le etichettano. Questi operatori lavorano per aziende come Sama, in Kenya, su incarico di Meta. Sama è una delle aziende di data labeling per le quali ha lavorato Michael Geoffrey Asia.


Asia adesso ha smesso di lavorare per queste società. È segretario generale di un’organizzazione chiamata Data Labelers Association, che cerca di coordinare i lavoratori del settore per ottenere paghe meno da fame, supporto psicologico decente e l’eliminazione degli NDA o non-disclosure agreement, ossia le clausole capestro dei contratti di lavoro del settore che vietano ai dipendenti di rivelare qualunque informazione riguardante le attività aziendali e creano una cultura della paura che genera omertà intorno a questo sfruttamento.

Come nota un’inchiesta giornalistica di 404media uscita poche settimane fa, i data labeler addestrano, affinano e moderano i prodotti generati dagli strumenti di intelligenza artificiale venduti dalle più grandi aziende del mondo, eppure sono paurosamente sottopagati e non hanno beneficiato in alcun modo delle valutazioni sempre più stratosferiche di queste aziende. Ora hanno avviato azioni legali per chiedere parità di diritti invece di trattamenti che sanno di neocolonialismo digitalizzato.

È indubbio che questo lavoro debba essere fatto da qualcuno, ma come dice Asia, cosa c’è di così difficile nel fornire almeno supporto psicologico alle persone che trattano contenuti traumatizzanti? Ad Apple, Meta, Amazon, Microsoft e Google non mancano certo le risorse economiche per farlo.

L’intelligenza artificiale, insomma, non è “uno strumento magico costruito da persone a San Francisco che guadagnano milioni di dollari l’anno e portano le proprie aziende ad avere valutazioni di mercato pazzesche. È una tecnologia estrattiva, come una miniera, che si appoggia sulla fatica brutale di lavoratori sottopagati in tutto il mondo”, dice 404media, e di cui si cerca di non parlare perché le loro sofferenze guasterebbero l’immagine patinata del mondo hi-tech.

Per dirla con Michael Geoffrey Asia: “L’IA non può essere senza gli esseri umani. Non è intelligenza artificiale: è intelligenza africana.”

Ricordiamocene, la prossima volta che Elon Musk o Mark Zuckerberg o Sam Altman annunciano la “loro” nuova innovazione.