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Lettera aperta al direttore de La Stampa per l’articolo sulle presunte foto lunari false

A proposito dell’articolo de La Stampa del 12 luglio scorso pieno di
falsità sulle missioni lunari a firma di Luigi Grassia (ne ho scritto
qui), poco fa ho inviato questa mail al direttore
(andrea.malaguti@lastampa.it) e a lettere@lastampa.it.

Oggetto: Richiesta di rettifica vostro articolo a firma Luigi Grassia

Buongiorno,

sono un giornalista specializzato in storia delle missioni spaziali. Le
segnalo che l’articolo a firma Luigi Grassia intitolato
“Polemica: sulla Luna siamo andati o no? Il film “Fly me to the Moon”
rilancia i dubbi”
contiene numerosi gravi errori fattuali e varie affermazioni
offensive nei confronti di chi lavora nell’industria aerospaziale odierna,
di cui l’Italia è protagonista.

Grassia dice che
“alcune delle foto che la Nasa ha diffuso al tempo delle missioni Apollo
sono state riconosciute come false dalla stessa Nasa, che ha dovuto
ritirarle”
. Non è vero.

Grassia afferma anche che
“la Nasa diffuse a suo tempo, fra migliaia di altre, una doppia versione
di una foto dell’Apollo 15 sulla Luna.”

Anche questo non è vero.

Possiedo i cataloghi originali NASA delle foto di quella missione. Non c’è
nessuna “doppia versione”.

Per cui le insinuazioni di Grassia sulla NASA e sulle sue presunte
“ammissioni sporadiche di falso” sono un parto della fantasia o
dell’incompetenza di qualcuno a cui Grassia ha prestato troppa fiducia.

Oltretutto tutte queste asserzioni di Grassia vengono fatte senza dare un
riferimento documentale. Quando sarebbero state fatte queste
“ammissioni”? Da chi? Ogni foto della NASA ha un numero di serie che
la identifica: perché non indicare quale sarebbe il numero della foto
“doppia”?

Trovo davvero spiacevole che si dia spazio, a cinquantacinque anni
dall’impresa lunare, a tesi strampalate già smentite abbondantemente da
tutti gli storici e dagli addetti ai lavori.

Trovo deprimente che dalle pagine de La Stampa si getti fango sulla comunità
aerospaziale di oggi, asserendo che
“purtroppo la tecnologia con cui mezzo secolo fa siamo andati sulla Luna
è andata perduta e non si riesce a replicarla”
. È falso.

La tecnologia spaziale degli anni sessanta non è “andata perduta”, ma
è diligentemente archiviata e viene tuttora consultata da chi costruisce
veicoli spaziali in tutto il mondo. Ed è falso che
“non si riesce a replicarla”, che vuol dire dare degli incapaci agli
ingegneri aerospaziali di oggi. Si riesce eccome, ma si vogliono evitare i
rischi pazzeschi che furono accettati mezzo secolo fa, e ci sono molti meno
soldi, per cui si procede con grande prudenza.

Proprio a Torino, presso Thales Alenia, si progettano e costruiscono i
moduli della stazione orbitale lunare per il ritorno di equipaggi sulla
Luna.

Che dalle pagine di un quotidiano torinese si offenda chi studia per anni e
lavora sodo per ottenere un risultato che pone Torino e l’Italia
all’avanguardia nel mondo è davvero sconfortante.

Chiedo che l’articolo venga rettificato, come previsto dalla deontologia
dell’Ordine dei Giornalisti e dalla dignità di una testata storica.

Se le servono fonti tecniche e documentali, sono a sua disposizione. Sono
stato consulente dell’Apollo Lunar Surface Journal della NASA, di SuperQuark
per la puntata dedicata al primo allunaggio, ho scritto un libro dedicato
allo sbufalamento delle tesi di complotto (“Luna? Sì, ci siamo andati!”), sono traduttore personale degli astronauti Apollo e sono stato alla NASA
due volte a prendere un campione di roccia lunare da portare in Italia per
mostre ed eventi pubblici. In altre parole, conosco abbastanza bene la
materia sulla quale Grassia pubblica con preoccupante disinvoltura falsità
offensive.

Cordiali saluti

Paolo Attivissimo

Giornalista

Lugano, Svizzera

Luigi Grassia su La Stampa tira fango sugli allunaggi e sull’industria aerospaziale, Italia compresa. Rispondo con i fatti

Luigi Grassia su La Stampa tira fango sugli allunaggi e sull’industria aerospaziale, Italia compresa. Rispondo con i fatti

Mi avete segnalato in tanti l’articolo a firma di Luigi Grassia su
La Stampa, intitolato
Polemica: sulla Luna siamo andati o no? Il film “Fly me to the Moon”
rilancia i dubbi
.

https://www.lastampa.it/scienza/2024/07/12/news/luna_allunaggio_complottisti_film-14469791/

(copia su Archive.is)

Grassia lancia una serie di insinuazioni venendo meno a uno degli obblighi
fondamentali di qualunque giornalista: documentare le proprie fonti.

Per esempio, afferma che
“alcune delle foto che la Nasa ha diffuso al tempo delle missioni Apollo
sono state riconosciute come false dalla stessa Nasa, che ha dovuto
ritirarle”
. In che occasione, quando e dove lo avrebbe riconosciuto? C’è un comunicato
stampa, un documento, una dichiarazione di un portavoce? Boh. Non viene detto.

Grassia scrive che
“la Nasa diffuse a suo tempo, fra migliaia di altre, una doppia versione di
una foto dell’Apollo 15 sulla Luna.”

Ma pagando la differenza, per l’amor del cielo,
si potrebbe sapere quale sarebbe questa foto? Ogni foto degli allunaggi
(ce ne sono circa ventimila) ha un numero di serie: è così difficile
citarlo, così magari il lettore può andare a vedersi questa fantomatica
“doppia versione”? Macché. Ci dobbiamo fidare ciecamente di quello che afferma
Grassia.

L’unico indizio che l’autore dell’articolo ci concede è questa prolissa
descrizione (che inficia qualunque scusa del tipo
“eh ma il numero di serie della foto non ci stava nell’articolo per
esigenze di spazio”
):

“Nell’una e nell’altra si vede il comandante nella stessa posizione, vicino
al modulo lunare e a una bandiera americana piantata al suolo. L’angolazione
dell’inquadratura è la stessa e la posizione relativa dei tre soggetti
astronauta-modulo-bandiera è identica. Per essere precisi, in una delle due
il comandante Dave Scott ha le gambe appena un po’ più divaricate e
nell’altra appena un po’ meno, quindi si tratta di due scatti differenti, ma
presi in rapida successione esattamente dallo stesso punto. Infatti le due
immagini del modulo lunare e della bandiera sono esattamente sovrapponibili.
Eppure, sorpresa, il profilo della collina che fa da sfondo a queste due
foto ufficiali è completamente diverso: in una copre tutto l’orizzonte e
nell’altra circa la metà.”

La “doppia versione” della foto di Apollo 15

Quali potrebbero essere queste foto misteriose? Ho fatto una ricerca nei miei
archivi: ho i cataloghi originali completi delle missioni Apollo,
distribuiti su carta dalla NASA all’epoca, che fanno testo più di qualunque
fonte online. Secondo questi cataloghi ufficiali, le foto della missione
Apollo 15 nelle quali si vede il comandante Scott accanto al modulo lunare e
alla bandiera sono cinque in tutto.

Gli astronauti lunari di quella missione, Dave Scott e Jim Irwin (il terzo, Al
Worden, rimase in orbita intorno alla Luna nel veicolo principale), scattarono
sulla superficie lunare ben
1151 fotografie su pellicola 70mm, in bianco e nero o a colori, usando i caricatori (magazine)
etichettati
SS
(b/n, 171 foto);
MM
(b/n, 115 foto);
LL
(b/n, 177 foto);
NN
(colore, 165 foto);
KK
(colore, 131 foto);
TT
(colore, 94);
WW
(b/n, 164);
PP
(b/n, 88);
OO
(b/n, 46).

Facendole passare pazientemente una per una (cosa che Grassia avrebbe potuto
evitarmi di fare se solo avesse citato il numero delle foto in questione)
risulta che le immagini corrispondenti alla descrizione (astronauta con
bandiera e modulo lunare) sono la AS15-88-11863, 11864, 11865, 11866
(caricatore TT) e la AS15-92-12444, 12445, 12446, 12447, 12448, 12449, 12450,
12451 (caricatore OO).

Ma Grassia parla di una foto di Scott, il comandante, e la tuta del comandante
è riconoscibile grazie alla banda rossa sul casco, per cui possiamo escludere
le foto 11864, 11865, 11866, 12444, 12445, 12446, 12447 (che mostrano Irwin,
senza banda rossa sul casco). Restano quindi cinque foto candidate: 11863,
12448, 12449, 12450, 12451.

Eccole qui: vedete per caso in qualcuna di queste foto quel
“profilo della collina che fa da sfondo a queste due foto ufficiali”
che sarebbe
“completamente diverso: in una copre tutto l’orizzonte e nell’altra circa
la metà”
? O semplicemente Grassia ha scritto una minchiata?

11863.
12448.
12449.
12450.
12451.

Prosegue Grassia:
“La Nasa ha riconosciuto che questo è impossibile (e ci mancherebbe altro)
pur avendolo fatto senza enfasi, non nell’ambito di un’autocritica
generale”
. Ma davvero? Dove lo avrebbe fatto? Quando? Si può avere uno straccio di
fonte di questa asserita “autocritica”, o dobbiamo ancora una volta
fidarci della parola di Grassia, che a quanto risulta non è particolarmente
affidabile, vista la fandonia della “doppia versione” che ha appena
regalato ai lettori (paganti) de La Stampa?

Le “ammissioni sporadiche”


“Ma non si è trattato di un caso isolato”
scrive poi Grassia. A suo dire
“ci sono state alcune altre ammissioni sporadiche di falso. Ad esempio,
riguardo a un’immagine in cui una serie di riflettori si specchia
inopportunamente sulla visiera di un astronauta, oppure un’altra in cui un
incongruo cono di luce, tipo faretto, piove dall’alto (partendo da una
misteriosa chiazza bianca) a illuminare una presunta superficie lunare.”

Si va di male in peggio: se nel caso precedente Grassia aveva perlomeno
indicato la missione alla quale si riferiva, qui non indica neanche questo
dato. Per cui per sapere a quali foto si riferisce dovrei farmi passare
seimilacinquecento immagini. Ma anche no. Sospetto di sapere a quali
foto si riferisce il giornalista, ma mi piacerebbe sapere da lui quali sono di
preciso.

E ancora una volta manca completamente qualunque indicazione di
dove, come o quando sarebbero state fatte queste “ammissioni”.

L’“autenticazione” della NASA

Grassia insiste:
“La Nasa per ragioni sue ha autenticato alcune di queste foto, per sua
ammissione successiva false, provenienti da studi fotografici allestiti
sulla Terra, salvo fare marcia indietro alcuni anni dopo.”

Quali avrebbe autenticato? Dove? E dove sarebbe stata pubblicata questa
“ammissione successiva”? In che anno, in che modo, da parte di chi
sarebbe avvenuta questa ipotetica “marcia indietro”?

La NASA “confusa”

“Tra le foto fasulle scattate in questi studi (o ritoccate) e quelle vere
fatte sulla Luna era difficile o impossibile scegliere: apparivano
indistinguibili, quanto a verosimiglianza, agli occhi della stessa Nasa, che
infatti si è confusa.”

Anche qui, nessuna indicazione di dove si sarebbe “confusa”. E affermare che
le foto “fasulle” (che non abbiamo ancora capito quali siano) sarebbero
“indistinguibili” è una fesseria tecnica assoluta. 

Primo, le condizioni di illuminazione della superficie lunare sono
estremamente particolari e difficilissime da replicare sulla Terra: assenza
totale di offuscamento atmosferico, per cui tutto è nitidissimo fino
all’orizzonte; una singola fonte primaria di luce (il Sole), in un cielo che
per il resto è nero (a parte il bagliore della Terra e quello trascurabile
delle stelle). Per cui distinguere una foto fatta sulla superficie lunare
reale da una foto fatta in studio è piuttosto facile per una persona
competente.

Secondo, sappiamo benissimo quali sono le foto reali. Le pellicole
originali sono ancora conservate e consultabili. Subito dopo le missioni,
furono fatte copie per contatto dei rullini integrali (si trovano in vendita a
prezzi da collezionisti). Da anni i rullini integrali sono stati scansionati e
messi online. Basta guardarli per sapere se una foto è autentica oppure no.

Ma si badi bene, dice Grassia, che le sue asserzioni “sono punti fermi, non illazioni.”
No, signor Grassia, sono minchiate. Mi scusi la schiettezza, ma non c’è
altro termine che le definisca adeguatamente. Lei dice che la NASA si è
“confusa”, ma a me viene il dubbio che la confusione stia altrove, non a
Houston.

Ancora la tuta troppo luminosa e i riflessi nella visiera, che noia

Le sciocchezze complottiste presentate da Grassia proseguono con due
classici intramontabili:

  • il presunto mistero di come mai la tuta di un
    astronauta (Aldrin, Apollo 11) sarebbe troppo illuminata e sarebbe stata
    “ritoccata per schiarire l’immagine dell’uomo e farla risaltare in modo
    che il tutto non risultasse buio”

    (falso, la tuta era altamente riflettente ed era illuminata dalla tuta
    altrettanto riflettente del fotografo, Neil Armstrong, che infatti
    rischiara tutto il lato in ombra del modulo lunare, come ho spiegato nel
    mio libro gratuito online
    Luna? Sì, ci siamo andati!);
  • e l’altrettanto presunto mistero del punto di inquadratura
    asseritamente troppo elevato in una foto della missione Apollo 12 che
    mostra gli astronauti riflessi nelle rispettive visiere riflettenti: chi
    se la sente di spiegare a Grassia come funziona uno specchio curvo?

Scusate se non mi dilungo a spiegare di nuovo tutti questi “misteri”; l’ho già fatto troppe volte e mi fa davvero tristezza vedere così tanta ignoranza dei concetti di base della fisica e di come funziona il mondo che ci circonda. Di questo passo, dovrei mettermi a spiegare che la Terra non è piatta e che le mucche lontane sembrano piccole perché sono lontane, non perché sono mucche nane (Father Ted).

La minchiata finale è un insulto a tutta l’industria aerospaziale, anche
italiana

Va be’, magari pensate che io me la prenda troppo. Chissenefrega se sulla Luna ci siamo andati o no 55 anni fa, ci sono problemi più attuali e importanti, direte voi. La gente sulla quale i complottisti e i disinformati come Grassia tirano disinvoltamente fango, dall’alto della loro incompetenza arrogante, è quasi tutta morta. Dei dodici uomini che hanno camminato sulla Luna ne restano in vita solo quattro (Scott, Duke, Schmitt, Aldrin). Tanti dei protagonisti di quell’epoca ci hanno lasciato. Per cui non avete tutti i torti.

Ma quello che mi rode è soprattutto lo schiaffo, l’insulto a tutti coloro che oggi lavorano nell’industria aerospaziale, comprese le tante aziende italiane, come Thales Alenia, che stanno lavorando adesso alla costruzione di una stazione orbitale lunare e a veicoli per tornare sulla Luna con equipaggi. Gente che secondo Grassia è invece inetta e incapace, a giudicare da questa sua frase: “purtroppo la tecnologia con cui mezzo secolo fa siamo andati sulla Luna è
andata perduta e non si riesce a replicarla”
.

No, caro collega. Prima di tutto, la tecnologia spaziale degli anni sessanta non è “andata perduta”, ma è diligentemente archiviata e viene tuttora consultata da chi costruisce veicoli spaziali in tutto il mondo. Ed è falso che “non si riesce a replicarla”, che vuol dire dare dei coglioni incapaci agli ingegneri aerospaziali di oggi. Si riesce eccome, ma si vogliono evitare i rischi pazzeschi che furono accettati mezzo secolo fa, e ci sono molti meno soldi, per cui si procede con grande prudenza. La capsula Orion che riporterà gli equipaggi umani verso la Luna ha già volato. Il progetto Artemis procede; solennemente, ma procede. Elon Musk lancia razzi supergiganti destinati alla Luna. Ma mi sa che Grassia non se n’è accorto, preso com’era a guardare i profili delle colline.

Fusione nucleare, le minchiate incredibili scritte da Repubblica, Corriere, ANSA e La Stampa. Non c’è altro modo sincero di definirle

Fusione nucleare, le minchiate incredibili scritte da Repubblica, Corriere, ANSA e La Stampa. Non c’è altro modo sincero di definirle


Pubblicazione iniziale: 2022/12/13 21:57. Ultimo aggiornamento: 2022/12/14
18:30.

A proposito dell’annuncio odierno
del raggiungimento di una tappa importante verso uno sfruttamento pratico
della fusione nucleare, Repubblica, il Corriere, ANSA e
La Stampa hanno pensato bene di informare i loro lettori deliziandoli
con quella che posso solo definire come una compilation di minchiate.
Non è volgarità: è una descrizione meramente tecnica dei fatti. 

Jaime D’Alessandro scrive su Repubblica (link intenzionalmente alterato; copia permanente) che

“192 laser hanno riscaldato a oltre cento milioni di gradi un nucleo, che
ha richiesto mesi per essere costruito, ad una velocità superiore a quella
della luce…”

Lo fa, oltretutto, in un virgolettato, che attribuisce a un fisico del
Lawrence Livermore National Laboratory,
Marvin Adams, che fra le altre cose è vicedirettore per i programmi della Difesa degli
Stati Uniti. Qui non si può parlare di refuso, bufala,
svista o baggianata. Detta come va detta: è una minchiata, e di
dimensioni irresponsabilmente apocalittiche perché messa in bocca
come virgolettato a un fisico autorevolissimo, che quindi il lettore ha
il diritto di presumere che parli con competenza. È una minchiata che fa
inorridire chiunque abbia una conoscenza scientifica di base.  

Screenshot per gli increduli:

Marvin Adams non ha detto nulla di nemmeno vagamente assimilabile a quella
cretinata sulla “velocità superiore a quella della luce” durante la
conferenza stampa di presentazione del
risultato scientifico, che potete vedere qui sotto. Adams parla da 11:44 a 15:30.

Ho
chiesto
a D’Alessandro quale sia la sua fonte e quale sia il testo originale e sto
aspettando una sua risposta. Ringrazio
@andbrusa
che mi ha segnalato l’articolo di Repubblica.

Ma questa non è l’unica minchiata incredibile scritta dai giornali su questa
notizia scientifica. C’è anche quest’altra (link intenzionalmente alterato; copia permanente), segnalata da
Beatrice Mautino (@divagatrice)
e attribuita da Federico Rampini a Claudio Descalzi,
“chief executive dell’Eni”. Tenetevi forte:

La fusione «è il contrario della fissione», sottolinea, ricordando che questa
nuova tecnologia «non genera radioattività, non produce scorie». Ha costi
bassi, usa come materia prima l’acqua «pesante», cioè non distillata: anche
quella di mare. E la consuma in piccole quantità, «da una bottiglia può
generare 250 megawatt in un anno». 

Il Corriere ci spiega che
l’acqua pesante è acqua non distillata. Sapevatelo. Intere generazioni
di studenti di fisica vengono travolte dal gastrospasmo. Probabilmente a loro non
resterà la forza di notare l’ulteriore minchiata, che normalmente spiccherebbe
ma di fronte a quella sull’acqua pesante sbiadisce totalmente come un peto in un uragano: i megawatt al
posto dei megawattora.

Rituale screenshot per i minchiatascettici:

Fra l’altro, per il suo articolo Rampini ricicla pari pari un
intero blocco di testo
tratto dal suo libro Il lungo inverno. A sinistra il testo
intero dell’articolo di Rampini per il Corriere; a destra quello
del libro dello stesso Rampini:


In sostanza, Federico Rampini ha dato al Corriere una pagina del
suo libro riconfezionandola come articolo. È la nuova frontiera
dell’ottimizzazione del giornalismo: Ctrl-C, Ctrl-V, ecco fatto.

Su La Stampa, invece, un articolo non firmato (link intenzionalmente modificato; copia permanente) ci spiega il
vero risultato straordinario dei fisici statunitensi: secondo il
giornale, sono riusciti a far stare una mezza palla da basket dentro una
capsulina che sta in un cilindro grande come quello mostrato dal fisico Marvin
Adams durante la conferenza stampa. Questa:

La Stampa scrive infatti:
“192 laser giganti della National Ignition Facility del laboratorio
californiano hanno bombardato un piccolo cilindro delle dimensioni di metà
di una palla da basket, contenente un nocciolo di idrogeno
congelato.”

E ancora:
“Marv Adams, vice amministratore per i programmi di difesa della ‘National
Nuclear Security Administration’, ha fornito una descrizione
dell’esperimento che ha segnato la svolta sulla fusione nucleare. Tenendo in
mano un cilindro, il dirigente ha spiegato che dentro c’era una piccola
capsula sferica con un diametro pari a metà di quello di una
palla da basket
.

Ennesimo screenshot per gli increduli:

La stessa assurdità è stata scritta da ANSA (link intenzionalmente alterato; copia permanente), che arriva a
contraddirsi da sola:

[…] i laser sono stati puntati su un contenitore cilindrico forato e lungo
alcuni millimetri, dice all’ANSA Fabrizio Consoli, responsabile del laser per
la fusione Abc dell’Enea. Il minuscolo cilindro racchiude a sua volta una
capsula sferica dal diametro di tre o quattro millimetro [sic] […] Tenendo
in mano un cilindro, il dirigente ha spiegato che dentro c’era una piccola
capsula sferica con un diametro pari a meta’ di quello di una palla da basket.

Screenshot per gli ormai rassegnati:

Come è possibile scrivere una minchiata del genere quando le dimensioni del
cilindro sono lì da vedere e dimostrano che è palesemente impossibile che ci
stia dentro mezza palla da basket? Semplice: basta non pensare. E basta non
rendersi conto che Marv Adams ha detto “half the diameter of a BB”. Non
ha detto “basketball”. “BB” è il pallino di una pistola a
pallini (BB gun); l’acronimo deriva da una specifica
taglia di pallini,
chiamata appunto BB, che misura
circa mezzo centimetro, ma
in inglese il termine “BB” indica genericamente un pallino che abbia grosso
modo queste dimensioni.

Questi sono i giornali, e i giornalisti, che hanno la pretesa che noi li
paghiamo affinché loro ci informino su cosa succede nel mondo. E la giostra
delle minchiate si ripete, puntuale, a ogni notizia anche solo vagamente
legata alla scienza. L’idea di far scrivere gli articoli a qualcuno che sappia
cosa sta dicendo, a quanto pare, è troppo rivoluzionaria. Questo non è un
errore momentaneo: è una prassi redazionale.

La Stampa e la bufala della risonanza che “inquina come 500 mila km in auto”

La Stampa e la bufala della risonanza che “inquina come 500 mila km in auto”

Secondo questo titolo de La Stampa, “Una risonanza inquina come 500mila km in auto: così la salute contribuisce al riscaldamento globale”. È falso, e la smentita è fornita nell’articolo stesso.

L’articolo, infatti, riporta questa frase: “Una risonanza magnetica che lavori per un anno mediamente produce una quantità di CO2 corrispondente all’inquinamento prodotto da un’auto che viaggi per 500mila chilometri” (copia permanente).

In altre parole, il titolo confonde una singola risonanza (inteso come esame medico) con un anno di lavoro della macchina che fa le risonanze magnetiche.

L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno in questo momento è la disinformazione. Specialmente quella che genera sensi di colpa inutili e insensati.

La Stampa pubblica i deliri di Benedetta Paravia sul 5G. Però le fake news son colpa di Internet, mi raccomando

La Stampa pubblica i deliri di Benedetta Paravia sul 5G. Però le fake news son colpa di Internet, mi raccomando

Ultimo aggiornamento: 2022/05/13 13:30.

Sono arrivate moltissime segnalazioni di un articolo a firma di Benedetta
Paravia su La Stampa che pubblica falsità, deliri e assurdità a
proposito della telefonia 5G. Ne cito una fra le tante:

In molti si sono chiesti: perché proprio in questo periodo nel quale tutti
siamo a casa ci si affretta a tagliare alberi in tutta Italia? Ebbene le
foglie degli alberi rappresentano un ostacolo per le onde millimetriche del
5G, come riconoscono anche i gestori telefonici.

Certo. Non esiste nessun altro motivo plausibile per potare le piante. Prima del 5G non si potavano mai.
Screenshot per gli increduli:

Pubblicare queste scemenze inqualificabili proprio in un momento in cui nel
Regno Unito gli idioti anti-5G hanno iniziato a
dar fuoco ad almeno venti installazioni di telefonia mobile
(perché dicono che il 5G facilita il coronavirus) rasenta l’istigazione a
delinquere.

Non ho tempo di sbufalare una per una tutte le infinite stupidaggini scritte
da Benedetta Paravia (per i curiosi che l’hanno chiesto: sì, è
questa
Benedetta Paravia, ma questo non cambia le cose). Né, francamente, ho voglia
di sostenere un ennesimo dibattito sul 5G. Se per colpa degli imbecilli non
verrà installato, pazienza, non me ne può fregar di meno.

Mi limito a notare che La Stampa adesso spaccia l’articolo della
Paravia per una “opinione controcorrente”, con tanto di titolo
modificato, ma in realtà lo aveva pubblicato inizialmente nella sezione
Cronaca, come evidenzia l’URL originale
(http://www.lastampa.it/cronaca/2020/04/06/news/il-valore-della-salute-e-quello-del-profitto-il-5g-1.38686965),
diverso da quello successivo
(http://www.lastampa.it/opinioni/2020/04/06/news/il-valore-della-salute-e-quello-del-profitto-il-5g-1.38686965).

Anni di debunking, di articoli tecnici dettagliatissimi, di spiegazioni
di fisica di base che dimostrano che le paranoie anti-5G sono infondate quanto
quelle dei terrapiattisti, e poi arriva Benedetta Paravia che dall’alto della
sua laurea “con lustro in Giurisprudenza” [sic] e della sua totale incompetenza in radiotecnica e fisica di base prende i fatti e
li usa come carta igienica. E un giornale la pubblica. Anzi
due giornali, o perlomeno due testate, visto che l’articolo è uscito
anche su Il Secolo XIX, che appartiene allo stesso gruppo. Ho salvato
su Archive.org l’originale dell’articolo su
La Stampa
e sul
Secolo XIX.

Posso solo dire che se il direttore di un giornale ritiene che sia giusto e
sensato rifilare ai propri lettori quella diarrea mentale fottendosene dei
fatti e della deontologia, se ha il coraggio di spacciare per
“opinione” ciò che di fatto è una compilation di balle, e se l’Ordine dei Giornalisti
non interviene, allora il giornalismo è morto e ancora non se ne è reso conto.
Ed è stato assassinato dall’interno, da direttori incoscienti per il quale il
termine responsabili è una foglia di fico che da tempo non copre più le
vergogne.

Mi sono limitato a segnalare pubblicamente la cosa a
Vodafone,
Huawei,
Ericsson
e
WindTre, che oltretutto sono spesso inserzionisti pubblicitari del giornale che li
sta infangando. Chissà che magari il rischio di perdere gli introiti
pubblicitari possa arrivare dove la dignità giornalistica fallisce. Ma qui mi
fermo, perché se i giornali sono contenti di lavorare così, e se i lettori
sono contenti di continuare a leggerli, impegnarsi a fare debunking non
serve a nulla.

Però la prossima volta che sento qualcuno dire che le fake news sono
colpa di Internet e i media tradizionali sono il baluardo contro la
disinformazione, lo prendo a schiaffi con l’articolo di Benedetta Paravia e lo
mando affanculo. Scusate il turpiloquio, ma stavolta mi sono proprio rotto.

Avvertenza: Qualunque commento che sostenga dubbi o tesi anti-5G o dica
“ma c’è un articolo che…” verrà cestinato. La fisica di base e
l’epidemiologia hanno già chiarito come stanno le cose ed è inutile riaprire
un dibattito che non c’è. Quindi non provateci nemmeno. Grazie.

2020/04/08 16:00

La Stampa ha rimosso l’articolo. È un buon risultato. Meglio ancora sarebbe non pubblicarne più in futuro.
Vedremo: nel frattempo, la stessa testata ha pubblicato
questa lettera di debunking di Marco Bella, deputato del Movimento 5 Stelle, che risponde specificamente all’articolo
di Benedetta Paravia.

2020/04/11 10:10

Benedetta Paravia, su Facebook, l’ha
presa molto sportivamente e con garbo
“Hanno censurato anche il Messaggero Veneto ed un nuovo eunuco, questa volta
un blogger che afferma non avere interessi in materia, parla di me:”
.

2022/05/13 13:30

Nei commenti mi segnalano che l’articolo è tornato online (copia permanente). Non so da quanto tempo è stato ripubblicato.

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle
donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere
ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico) o
altri metodi.

Alberto Bagnai, Ionity, La Stampa e le domande sulle auto elettriche

Alberto Bagnai, Ionity, La Stampa e le domande sulle auto elettriche

Ultimo aggiornamento: 2020/01/29 21.00.

Da qualche giorno mi state segnalando un articolo de La Stampa che parla dei nuovi prezzi della rete di ricarica per auto elettriche Ionity e annuncia che usarle per fare 100 chilometri costa 20 euro. Non è vero: o meglio, è vero solo in condizioni molto, molto particolari. Però se non si scelgono quelle condizioni, addio titolo sensazionale.

Mi avete anche segnalato le domande fatte in questo senso da Alberto Bagnai, e così ho provato a rispondere a tutt’e due in un thread su Twitter, che riporto qui con qualche rifinitura per chiarezza.

Scrive Bagnai: “Quando si parla di auto elettriche mi faccio due domande: (1) quanto costerà il pieno? (2) come saranno i camion elettrici? La risposta alla prima domanda è qui. Qualcuno ha quella alla seconda? Quanto litio va in un TIR elettrico?”

Da utente di auto elettrica, provo a rispondere.

“(1) quanto costerà il pieno?”

Quanto costa un bicchiere di vino? Dipende dove lo compri. Se vai al supermercato e ti va bene un Tavernello, spendi poco. Se vuoi un bicchiere di Brunello nella sala esclusiva di un castello, spendi di più.

I prezzi citati da La Stampa si riferiscono all’offerta di un solo gestore (Ionity), solo per le cariche rapide, e valgono solo per i non abbonati o convenzionati, come indicato sul sito di Ionity“Customers without contracts pay kWh-based ad-hoc price of 0.79 EUR”.

Sei abbonato a Ionity? Hai un’auto elettrica di una marca convenzionata con Ionity? Paghi molto, molto meno di quanto indicato nel titolo dell’articolo, che solo nell’ultimo paragrafo spiega che “L’unico modo per spendere meno è quello di usare Ionity all’interno di in uno dei pacchetti che ogni singolo brand offre ai propri clienti”. Magari dirlo prima avrebbe evitato la disinformazione causata dal titolo.

Non hai bisogno della carica rapida? Ancora una volta, paghi molto, molto meno di quanto indicato nell’articolo. Le colonnine di ricarica lenta sono spesso gratuite o hanno tariffe molto basse.

Vuoi la ricarica rapida, ma senza pagare così tanto? Puoi sempre andare da un altro fornitore (Enel X, A2A, Duferco, eccetera). Ce ne sono molti altri che offrono cariche rapide a prezzi molto, molto inferiori.

In altre parole, chiedersi quanto costerà una carica come ha fatto Bagnai, evocando lo spettro di costi altissimi, è come gridare che moriremo tutti di fame perché il Danieli è un ristorante troppo caro per la maggior parte della gente. Senza pensare che magari puoi anche farti da mangiare a casa e spendi poco e niente.

Infatti moltissimi utenti di auto elettrica la caricano collegandola alla propria normale presa domestica e quindi hanno la normale tariffa elettrica del proprio contatore. Partono sempre col “pieno” e usano le colonnine solo durante le tappe di viaggi molto lunghi. E quindi fanno allegramente marameo alle tariffe di Ionity.

Io, per esempio, per fare 100 km con la mia auto elettrica spendo 2,19 euro. Non 20 come dice La Stampa e come paventa Bagnai.

“(2) come saranno i camion elettrici?”

Non “saranno”: sono. Esistono già, quindi basta guardarli per sapere come sono fatti. Volvo, per esempio, oppure MAN.

“Quanto litio va in un TIR elettrico?”

Dipende da quanto sono capienti le batterie del TIR e dalla loro composizione. Facciamo due conti. Una batteria moderna di una Tesla Model S (70 kWh) contiene circa 63 kg di litio. Diciamo un chilo per kWh, grosso modo.

Un camion elettrico, per esempio questo E-Force One, ha batterie da 120 kWh. Quindi, in proporzione, contiene circa 110 kg di litio. Costa più di un camion normale, ma costa cinque volte meno al km. E non fa baccano e puzze.

Non è un TIR in senso stretto, e dai commenti mi segnalano che esiste in varie versioni con batterie e autonomie differenti (da 105 a 630 kWh, fino a 500 km di autonomia).

Morale della storia: invece di farsi le domande e lanciarle al pubblico, si possono cercare le risposte. Abbiamo inventato questa cosa chiamata Internet, pare che si possa usare per trovare informazioni.

Per tutte le domande che vi verranno in mente dopo aver letto questo articoletto, ho scritto le risposte documentate su Fuoriditesla.ch.

E per chi non mi conosce e pensa che io sia un riccone che si può permettere un’auto elettrica… beh, questa è la mia.

È una Peugeot iOn, di seconda mano. Batteria che va da 9 anni. Silenziosa, economicissima, pulita, ma soprattutto dannatamente divertente da guidare.

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Il Sole 24 Ore e i trilioni; La Stampa fa gli articoli usando Deepl

Questo è un “articolo” de La Stampa. Uso le virgolette per via di
quella frase finale, lasciata in bella mostra:
“Tradotto con DeepL.com/Translator (versione gratuita)”.

Oggi il
giornalismo si fa così: si piglia un articolo straniero altrui (avendone i
diritti o no, non si sa), lo si ficca in un traduttore automatico, e si
pubblica il risultato. Grazie a
@fabiobortolotti
e ai tanti che mi hanno segnalato questa perla.

Il Sole 24 Ore, intanto, scrive che “trilione” vuol dire 3000 miliardi (grazie a @MarcoBigi66 per la segnalazione), e poi attribuisce a Bloomberg la scemenza che scrive: 

Apple è un passo dal raggiungere una capitalizzazione da 3mila miliardi
di dollari […] Lo scrive l’agenzia Bloomberg […] al colosso di Cupertino basta un rialzo del 6% del
titolo, oggi a quota 174 dollari, per diventare la prima azienda al
mondo a spingersi sopra alla soglia del “trilione” di dollari.

 

Mi piacerebbe sapere se i giornali fanno lavorare gli inetti perché costano poco
o perché i loro capi sono inetti anche loro e non si rendono conto delle cretinate da analfabeti che pubblicano, ma ho paura della risposta
in entrambi casi.

Non ho altro da aggiungere.

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Video UFO definito “autentico”, dichiarazioni “ufologiche” di Obama: cerchiamo di capire le parole invece di fantasticare

Video UFO definito “autentico”, dichiarazioni “ufologiche” di Obama: cerchiamo di capire le parole invece di fantasticare

Ultimo aggiornamento: 2021/05/19 23:30.

Mi stanno arrivando parecchie richieste di commento su articoli come quello
del
Corriere della Sera, che parlano di un video di UFO che è stato definito “autentico” dal
Pentagono.

La faccio molto breve:
quando qualcuno dice che un video è autentico, vuol dire soltanto che non è
stato alterato e che la sua provenienza è verificata. Non vuol dire che
conferma una data interpretazione di cosa mostra.

Tipo, che so, se chiedi a George Lucas se una foto scattata sul set di
Star Wars è autentica, e lui ti risponde di sì, non è che puoi andare
in giro a dire che i Jedi esistono, Darth Vader è reale e puoi manipolare le
menti deboli usando la Forza.

Per tutto il resto, consiglio a chi volesse ancora pensare che questi video
mostrino veicoli alieni e che questo sarebbe stato confermato dal Pentagono di
leggersi attentamente le dichiarazioni originali e non i
virgolettati e gli abbinamenti farlocchi che circolano sulla stampa.

Per esempio, vediamo quali sono realmente le dichiarazioni dell’ex presidente
statunitense Obama, citate dai media con titoli come
“gli Ufo esistono e vanno presi sul serio” (che La Stampa ha
abbinato a un’illustrazione di un disco volante in stile George Adamski, giusto per levare ogni dubbio che “UFO” venga considerato giornalisticamente sinonimo di “veicolo extraterrestre”):

Vittorio Sabadin de La Stampa, dietro paywall,
scrive
che
“Obama ha dichiarato in una trasmissione televisiva che gli Ufo esistono,
si muovono in modalità che contrastano con le leggi della fisica a noi
conosciute e rappresentano un fenomeno che ‘va preso sul serio’”.
L’illustrazione è stata poi sostituita con un’altra non molto migliore.

Sapete qual è la “trasmissione televisiva”? Per scoprirlo
bisogna leggere la versione a pagamento dell’articolo. L’ho fatto io per voi.
È il Late Late Show con James Corden, spiega Sabadin. Un programma d’intrattenimento leggero. Ovviamente se un
ex presidente deve rivelare al mondo qualcosa di così importante, andrà a un
programma del genere. Mica farà un comunicato stampa o un
annuncio formale.

Già questo dovrebbe far capire che la notizia è una bufala, ma vediamo che
cosa ha detto di preciso Obama. Questo è quello che secondo Sabadin sarebbe “la cosa
importante”
delle sue dichiarazioni (fatte, ripeto, in un programma d’intrattenimento):

“Ma ciò che è vero – e in realtà dico sul serio – è che ci sono filmati e
registrazioni di oggetti nei cieli che non sappiamo esattamente cosa siano.
Non possiamo spiegare come si muovono, le loro traiettorie … Non si muovono
con uno schema facilmente spiegabile. Quindi penso che la gente prenda sul
serio il tentativo di indagare e di capire di che cosa si tratta. Ma oggi non
ho niente da riferirti.”

Avete letto le parole “veicoli extraterrestri”? Qualche riferimento
agli alieni? No. Semplicemente Obama ha detto che ci sono riprese di cose che
non si sa esattamente cosa siano. Possono essere droni di un paese
rivale (nel qual caso l’interesse dei militari è assolutamente ovvio), errori
di interpretazione di fenomeni normali in circostanze insolite (un classico) o mille altre cose assolutamente
terrestri. 

Prima di mettere in testa all’articolo un’immagine di un disco volante, bisognerebbe
essere onesti e considerare tutte queste spiegazioni molto più credibili. Ma
così facendo, addio sensazionalismo, addio clic.

Se vi interessa, questo è il video originale della trasmissione: giudicate voi
i toni della conversazione sulla quale Sabadin basa il suo articolo. La domanda non è nemmeno fatta dal conduttore, ma da uno dei musicisti, e pure ridendo.

L’articolo di Sabadin finisce con un delirio di fantarcheologia e
fantareligione:

“Da alcuni anni, una più attenta rilettura della Bibbia, dei libri di Omero e
di altri antichi testi, oltre a un’analisi priva di pregiudizi di numerosi
manufatti antichi e di resti archeologici rimasti ancora privi di spiegazione,
hanno riportato in auge l’ipotesi che esseri dotati di una tecnologia
superiore possano avere influenzato il destino dell’umanità migliaia di anni
fa, identificati come dei che andavano e venivano in continuazione dal cielo,
come ci ha tramandato ogni cultura del mondo.”

Questi sono contenuti a pagamento di un giornale, non del blogghettino del
complottista frustrato di turno. Purtroppo c’è chi campa sulla creduloneria invece di fare giornalismo.

Per tutti quelli che adesso mi diranno “sì, ma c’è questo video… sì,
ma c’è quest’altra dichiarazione…”
, scusatemi ma non vi risponderò. Vi chiedo solo una cosa: non siete stanchi di farvi prendere per il naso
dall’ennesima cialtronata basata su video sfuocati e traballanti?

Sinceramente tutti questi “annunci” e “avvistamenti” e discorsi di rivelazioni imminenti mi hanno stufato. Sono
anni che si va avanti con video sgranati e confusi, utili soltanto a
fabbricare cretinate acchiappaclic.

Abbiamo tutti in tasca telecamere HD
pronte a entrare in azione in un istante, abbiamo telecamere di sorveglianza
ovunque, abbiamo astronomi che sorvegliano il cielo 24 ore su 24, e
questi video sono il meglio che si riesce a presentare? Sul serio? Una
macchiolina? Un triangolino
che oltretutto lampeggia esattamente come un aereo? Ma secondo voi gli
alieni vanno in giro con le luci di posizione a norma terrestre?

Persino un evento totalmente inatteso come il meteoroide di Celyabinsk è stato
documentato magnificamente. Ma qui no, siamo ancora fermi alle macchioline
indistinte. E allora viene da chiedersi se per caso il problema è che c’è
qualcuno che a tutti costi vuole credere che tutte le macchioline indistinte
siano veicoli misteriosi. Quando è invece infinitamente più probabile
che siano errori di interpretazione di oggetti assolutamente banali. 

E se per caso siete fra quelli che dicono “eh, ma i militari e le autorità ci nascondono cose”, come mai ora
improvvisamente credete ciecamente a quello che dicono militari e
autorità? Non è che magari ci credete perché dicono quello che vorreste che fosse vero? 

La storia dei depistaggi passati usati dai militari e dalle autorità
per nascondere le loro attività non l’avete mai letta? Vi consiglio di
farlo. Scoprirete cose interessantissime. Scoprirete anche che i casi più clamorosi dell’ufologia sono stati
costruiti dai militari come storie di copertura o dai venditori di fuffa
per vendere, appunto, fuffa. Roswell? Copertura per nascondere i sistemi di monitoraggio dei test nucleari sovietici.
Triangolo delle Bermude? Inventato di sana pianta da Charles Berlitz. Eccetera, eccetera, eccetera. 

Evidentemente ci sono tante persone che vogliono credere alle fatine e
ci sono giornalisti che sono disposti a raccontare favole. Quando
s’incontrano nasce l’affare.

Ma non chiamatelo giornalismo, per favore.

Personalmente mi sono stancato di perdere ore a investigare ogni singolo
“avvistamento”. Si finisce per essere vittime della Teoria della Montagna di
M* (cit.): ore per indagare ogni “avvistamento”, scoprire che ha una
spiegazione banalissima, per poi trovare subito dopo che ne è uscito un altro
altrettanto vago, e si ricomincia da capo, con il solito commento strafottente “eh, però QUESTO non l’hai sbufalato!”

Per cui chi vuole continuare a pensare che ogni singolo tafano che passa davanti all’obiettivo e ogni luce all’orizzonte sia la scialuppa vagabonda di un
alieno troppo stupido per non farsi vedere
spegnendo le luci lampeggianti, faccia pure. Io non voglio perderci
altro tempo. Chiamatemi quando avrete riprese decenti. E magari chiedetevi chi
sono gli unici che guadagnano sempre quando c’è di mezzo l’ufologia.

L’ennesima figuraccia del giornalismo: la foto falsa della bandiera su Kabul spacciata per vera

L’ennesima figuraccia del giornalismo: la foto falsa della bandiera su Kabul spacciata per vera

Ultimo aggiornamento: 2021/08/16 18:45.

Ho perso la pazienza. La gente disperata muore a Kabul, e coloro che dovrebbero informarci su questa tragedia fanno ancora una volta i cialtroni totali.

O un giornalista.

Gli anni passano e i giornalisti non imparano nulla. Nemmeno un concetto
semplicissimo come controllare le fonti. E il suo corollario:
non pubblicare la prima foto che trovi in giro. Le basi,
insomma.

Dieci anni fa,
i giornali italiani abboccarono in massa
ai palesi fotomontaggi che ritraevano il cadavere di Osama bin Laden e li
pubblicarono senza il benché minimo controllo. Poteva essere una buona
occasione per imparare la lezione, scusarsi pubblicamente e fare in modo che
non accadesse mai più, istituendo una semplice regolina:
non si pubblicano foto di cui non è garantita la fonte. E magari
aggiungendole un corollario:
prima di pubblicare una foto, di qualunque fonte, chiediti se è almeno
vagamente plausibile; nel dubbio, non pubblicarla.

E invece no. Tantissimi giornali e telegiornali italiani stanno
pubblicando in queste ore un palese fotomontaggio che mostra una bandiera
attribuita ai Talebani che hanno riconquistato Kabul.

A parte la natura dilettantesca del fotomontaggio, che dovrebbe rivelare immediatamente a chiunque che la foto è un falso, basterebbe considerare che quella bandiera dovrebbe
avere dimensioni enormi e che per sventolare così dritta dovrebbe essere investita
da un vento da uragano. Macché, al Vero Giornalista queste semplici
osservazioni non interessano.

Questo è Gianni Riotta (copia permanente):

Screenshot e segnalazione di Paolo Mellere.
Screenshot del Corriere della Sera pubblicato da evaristegal0is.
Screenshot de Il Giornale pubblicato da evaristegal0is.
Screenshot de La Stampa pubblicato da evaristegal0is.

Arrivano segnalazioni di pubblicazione o messa in onda da parte di
TGLa7, TG2,
SkyTG24,
ItaliaOggi,
Il Giornale, La Stampa, Corriere della Sera
, TG5. Altri casi vengono segnalati da Pagella Politica, che insieme a Open ricostruisce la fonte della foto originale e l’itinerario virale del fotomontaggio.

Questo non è giornalismo, questo è dilettantismo puro. O è la furberia di chi non gliene frega niente del proprio dovere di informare il lettore. Questi sono i giornalisti ai quali affidiamo il compito di raccontarci la tragedia afghana e che si dimostrano incapaci persino di riconoscere un fotomontaggio da due soldi.

E non mi si venga a dire “eh, ma l’abbiamo tolta”. No: una porcheria simile non andava pubblicata in partenza. Non avrebbe dovuto superare i controlli redazionali e quelli di chiunque avesse due neuroni da sfregare l’uno contro l’altro.

Matteo Salvini (tweet; copia permanente):

 

 

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La Stampa, L’Espresso, il Corriere e il metodo redazionale: nessuno rilegge

La Stampa, L’Espresso, il Corriere e il metodo redazionale: nessuno rilegge

Molta gente mi dice che esagero quando parlo di metodo redazionale scadente e
disastroso ogni volta che un giornale pubblica una bufala.

“Dai, Paolo” mi dicono
“è soltanto un errore, errare è umano, gli sbagli succedono a tutti”.
Certo, i refusi càpitano a tutti. Anche a me, e chi segue questo blog
lo sa bene.

Ma io sto parlando di metodo di lavoro. Ossia di abitudini
e di scelte precise quotidiane, che prima o poi portano inesorabilmente a
disastri.

È un po’ come l’elettricista che tutti i giorni taglia e giunta fili senza staccare la
corrente: è proprio un modo di lavorare, un’abitudine cementata. Per un po’
gli va liscia, ed è pure contento perché risparmia tempo e disagi al cliente.
Poi rimane folgorato, e a quel punto tutti piangono.

Per esempio, pubblicare senza rileggere, o senza far rileggere, è ormai un
metodo di lavoro consolidato in tutte le redazioni di cui vedo le
pubblicazioni. E i risultati si vedono.

Un altro esempio è il titolo che dice una cosa mentre l’articolo ne dice
un’altra, perché il titolista (ammesso che esista questa fantomatica figura)
non parla col giornalista e non capisce una cippa di quello che sta titolando.
Neanche lui rilegge. E i risultati si vedono.

Ma ci vuole un livello d’incoscienza speciale, un metodo di lavoro
particolarmente scalcinato e incurante delle conseguenze, per fare quello che
è successo oggi a Fabio Pozzo su La Stampa.

Cosa c’è che non va nel metodo di lavoro di Fabio Pozzo? Beh, oggi ha scritto
(o perlomeno ha firmato) un
pezzo
sugli armatori e sull’aumento dei prezzi delle spedizioni via nave. Quello che
vedete nell’immagine all’inizio dell’articolo e che trovate in copia
permanente qui:
archive.is/FWCKV.

In quell’articolo c’è un passaggio molto delicato, perché
“entra in un campo, quello della concorrenza, che è un nervo scoperto x gli
armatori, non vorrei si causasse qualche reazione”
, dice Pozzo o chi per lui. Testuali parole.

Come faccio io a conoscere queste testuali parole? Perché
sono state scritte nel testo dell’articolo.  

In altre parole, Fabio Pozzo (o chi per lui) ritiene che sia un metodo di
lavoro accettabile scrivere i promemoria interni confidenziali
nel testo dell’articolo. Agevolo screenshot. Notate niente?

La cosa tragicomica è che quel promemoria era chiaramente confidenziale:
“L’argomento sotto è molto delicato, valuta tu se dare un’impronta un po’
più sfumata in quanto si entra in un campo, quello della concorrenza, che è
un nervo scoperto x gli armatori, non vorrei si causasse qualche
reazione”
.

Beh, se si scrivono e si lasciano i commenti interni negli articoli
pubblicati, sì, “qualche reazione” si causa eccome. Forse non quella
degli armatori, ma quella dei lettori.

Insomma:

  1. il giornalista scrive gli appunti confidenziali nel testo dell’articolo
    (primo errore fondamentale)
  2. non rilegge quello che ha scritto prima di inviarlo per la pubblicazione
    (secondo errore fondamentale)
  3. e nessuno in redazione legge prima di pubblicare (terzo errore fondamentale)

Questo è un classico esempio di metodo di lavoro fallimentare e
sbagliato: è l’elettricista che lavora sui cavi in tensione. Qui non è un
refuso: è proprio un comportamento incosciente di una redazione. Di cui noi
lettori paghiamo le conseguenze. Per un po’ va tutto bene, si risparmiano
tempo e soldi, fino a quando va male. Come oggi.

Questo comportamento non è occasionale e non è limitato a La Stampa.
Ecco un esempio fresco fresco da l’Espresso. Edizione cartacea, quella che non si può correggere facendo finta che non sia mai successo nulla:

Sì, qui è rimasta l’istruzione “mettere la dieresi sulla “u” per favore!”. Perché nessuno rilegge.

E questo è un titolo di oggi del Corriere, che parla della nota città di News York a caratteri cubitali: nessuno rilegge.

Fabio Pozzo de La Stampa, dopo la mia
segnalazione
su Twitter, ha
corretto
l’articolo. Anche il Corriere ha cambiato il titolo (solo nella versione per desktop; la versione per smartphone lo riporta ancora). Per L’Espresso, invece, niente da fare: verba volant, scripta manent. Se le scripta sono su carta, s’intende.

Questo, sottolineo, è soltanto il bollettino dei disastri di oggi.

Speriamo che la lezione sia stata imparata, non soltanto da Pozzo,
ma da tutta la filiera di produzione. E magari anche da chi si avvicina al
giornalismo e vuole evitare queste brutte figure.

 

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