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Antibufala: le foto di misteriose colonne di luce in cielo

Antibufala: le foto di misteriose colonne di luce in cielo

Capita spesso di incontrare in Rete, specialmente nei siti dedicati ai misteri e all’ufologia, foto impressionanti che mostrano colonne di luce verticali nel cielo di varie località. Gli autori delle fotografie giurano di non aver manipolato in alcun modo le immagini e aggiungono un altro particolare sorprendente: a occhio nudo non avevano visto nulla.

Quale misterioso fenomeno viene visto dalle fotocamere ma non dai testimoni oculari? L’apertura di un portale interdimensionale? Un raggio di energia? No, semplicemente una caratteristica poco nota del funzionamento delle fotocamere che si chiama rolling shutter.

Quando facciamo una foto abbiamo l’impressione di scattare un’immagine di un istante ben preciso, ma in realtà non è così. Il sensore digitale di una fotocamera non raccoglie la luce contemporaneamente su tutta la propria superficie ma lo fa progressivamente ad altissima velocità. Questo vuol dire che ogni colonna di pixel che compone un’immagine digitale rappresenta un istante leggermente diverso. È come se la fotocamera lavorasse come uno scanner, scandendo l’immagine da sinistra a destra o dall’alto in basso. Questa scansione esiste anche nelle fotocamere a pellicola per via dell’otturatore a tendina.

Normalmente la scansione è talmente rapida che risulta impercettibile. Ma quando la foto mostra fenomeni molto brevi l’effetto diventa evidente, con effetti spesso bizzarri. Per esempio, il battito delle palpebre è talmente veloce da essere alterato dalla scansione, come in questa foto non ritoccata del volto di un bambino riflesso in un vetro, nella quale il bimbo ha gli occhi semichiusi ma il suo riflesso li ha aperti:

La scansione orizzontale effettuata dal sensore ha catturato l’immagine del volto del bambino in un istante leggermente diverso da quello in cui ha catturato l’immagine riflessa. Anzi, dato che la scansione è progressiva, anche gli occhi del bambino sono fotografati in istanti differenti l’uno dall’altro: ecco perché uno occhio è semiaperto e l’altro è quasi completamente chiuso.

Nel caso delle colonne di luce, l’effetto è prodotto dal fatto che la scansione inizia in un istante normale, per esempio dal bordo sinistro dell’immagine, e mentre è in corso si manifesta un fulmine. La luce intensa del fulmine rischiara tutta la scena, ma viene catturata soltanto dalla porzione del sensore che sta raccogliendo luce durante il bagliore. Il risultato è una colonna di luce impressionante.

L’effetto è facilmente riconoscibile dal fatto che la colonna luminosa è perfettamente verticale (è allineata con le colonne di pixel fotosensibili che formano il sensore della fotocamera). Mistero risolto.


Fonti aggiuntive: Metabunk.org.

Migliaia di foto delle missioni lunari Apollo arrivano su Flickr. Ma non sono inedite e non le pubblica la NASA

Migliaia di foto delle missioni lunari Apollo arrivano su Flickr. Ma non sono inedite e non le pubblica la NASA

Moltissimi lettori mi hanno segnalato la pubblicazione di un enorme archivio di fotografie delle missioni lunari Apollo su Flickr (circa 8400, destinate ad aumentare), scattate negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, e se ne sta parlando un po’ dappertutto. Mi manca il tempo di raccontarvi in dettaglio la storia che c’è dietro questa pubblicazione, ma vorrei chiarire un paio di punti che sembrano aver tratto in inganno molti lettori.

Primo, le foto non sono inedite. Sono tutte disponibili da anni su vari siti (e prima ancora erano disponibili su pellicola facendone richiesta alla NASA): la novità è che ora sono disponibili in un modo molto più accessibile e spettacolare. C’è veramente da perdersi nello sfogliare immagini che restituiscono una visione a volte intima del viaggio nello spazio, come i selfie fatti a bordo dagli astronauti mentre si fanno la barba o guardano fuori dai finestrini verso l’Universo.

Secondo, non è la NASA a pubblicarle, ma un privato cittadino, Kipp Teague, collaboratore della NASA. Kipp è conosciutissimo fra gli addetti ai lavori e gli appassionati per il suo contributo all’Apollo Lunar Surface Journal di Eric Jones. Ma non si tratta di iniziative coordinate o finanziate dalla NASA, i cui continui tagli di bilancio e la cui dipendenza burocratica dal governo federale statunitense paralizzano moltissime iniziative di condivisione e comunicazione: sono sforzi privati di singoli cittadini che decidono di offrire il proprio tempo e denaro per mettere a disposizione di tutto il mondo gli immensi e labirintici archivi della NASA.

La vera novità è che mai prima d’ora queste foto erano state messe online tutte in un unico luogo, con questa risoluzione altissima e in forma grezza, non elaborata, mostrando le scansioni originali delle pellicole usate nello spazio. Noterete i colori sbiaditi rispetto a molte versioni disponibili altrove: ora potete cimentarvi anche voi nel restauro partendo dalle scansioni master, come in questi esempi.

Buona visione, e buon lavoro!

Fonti aggiuntive: Gawker, BBC.

La foto del fulmine su San Pietro

La foto del fulmine su San Pietro

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “nike.62”. L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2013/03/03.

English abstract

A photograph taken on the day of the announcement of Pope Benedict XVI’s resignation shows St Peter’s basilica being struck ominously by lightining. It is not a fake: it was taken by professional photographer Alessandro Di Meo and its authenticity is backed up by Italian news agency ANSA, by a very similar photo of the same bolt (taken by Filippo Monteforte of AFP) and by a video recording of the event.

Sta spopolando la foto di un fulmine che colpisce San Pietro, presentata per esempio qui su Repubblica e attribuita al fotografo ANSA Alessandro Di Meo. Secondo la didascalia, lo scatto è stato realizzato proprio nella giornata dell’annuncio delle dimissioni del Papa, e quindi ha un valore simbolico davvero notevole.

C’è chi si sta chiedendo se per caso la foto o la sua datazione possa essere falsa: ad alcuni pare una coincidenza troppo bella per essere vera che un fulmine abbia colpito San Pietro proprio ieri e che ci fosse un fotografo con l’obiettivo pronto proprio in quell’istante.

Ma consideriamo i fatti, almeno come esercizio d’indagine sull’autenticità di una fotografia: questa foto è attribuita a un fotografo professionista, non a una fonte anonima (come avviene invece di solito per le foto di fenomeni eccezionali). Alessandro Di Meo avrebbe molto da perdere se risultasse che la sua foto è truccata, per cui il movente pare poco credibile.

Un altro elemento a favore dell’autenticità è che c’è anche un’altra foto dello stesso tipo, sempre scattata ieri ma presa da un’angolazione leggermente differente: è diffusa da Agence France-Presse e attribuita a Filippo Monteforte. Ne vedete qui accanto una versione ridotta. Il fulmine ha una forma quasi identica, a parte le leggere variazioni spiegabili con la diversa angolazione.

Dal punto di vista tecnico, nella versione pubblicata da Repubblica non ho trovato dati EXIF che possano chiarire la questione. Certo, i dati EXIF si possono alterare, ma se fossero risultati errati sarebbe stato un indizio molto significativo. Questa strada, insomma, in questo caso non è percorribile, almeno per ora: bisognerebbe avere la foto originale [v. aggiornamento 14:30 qui sotto].

Un altro dubbio che molti mi stanno ponendo è come si possa fotografare un fulmine: dura talmente poco che ci vorrebbero dei riflessi sovrumani (e una fotocamera molto veloce) per immortalarlo. Il metodo classico è semplicissimo per chi ancora usa una fotocamera vera invece del telefonino, e l’ho provato anch’io: si monta la fotocamera su un cavalletto o altro supporto per tenerla immobile e poi si usa un tempo di posa di alcuni secondi. Se durante la posa cade un fulmine, viene fotografato. Basta fare tanti tentativi durante un temporale e prima o poi il fulmine capita nel momento giusto. Tutto qui. L’unico limite di questo metodo è che si può usare solo quando il cielo è buio, altrimenti la sua luminosità satura l’immagine.

I commenti dei lettori hanno aggiunto altre tecniche: fare una ripresa video e poi estrarne i fotogrammi contenenti i fulmini. Con la risoluzione offerta dalle fotocamere e videocamere di oggi il risultato è spesso di ottima qualità. In alternativa ci sono alcune fotocamere che tengono in memoria gli ultimi secondi delle immagini captate dal sensore e poi memorizzano l’immagine corrispondente a un rapido cambio di luminosità.

È insomma relativamente facile fotografare un fulmine di sera, come nella foto in questione: ma quanta fortuna ci vuole per fotografarne uno che colpisce proprio San Pietro? Meno di quel che si potrebbe pensare. L’edificio è alto e dotato di parafulmini e quindi viene colpito piuttosto spesso [v. aggiornamento 2013/03/03]: per esempio, c’è un articolo del 2005 nel quale l’arcivescovo Comastri dice che è in corso l’installazione di un nuovo parafulmine “perché molti fulmini colpiscono la basilica”, come citano varie fonti. E ieri a Roma c’è stato un forte temporale, a quanto mi risulta.

Per chi si sta chiedendo se un fulmine su San Pietro proprio nel giorno dell’annuncio delle dimissioni del Papa è un segno, posso dire in tutta sincerità che lo è. È un segno che i parafulmini funzionano, e che quando si tratta di scegliere se proteggere un luogo di culto usando la scienza o le preghiere, anche i fedeli scelgono la scienza. Perché funziona.

Aggiornamento (2:30): la foto del Duomo di Milano

Sta iniziando a circolare una foto (esempio; esempio) che mostrerebbe lo stesso fulmine sopra il Duomo di Milano “anni prima”, insinuando che la foto del fulmine su San Pietro sia un fotomontaggio.

Il fulmine è effettivamente identico nella foto del Duomo e in quella di San Pietro, ma c’è un dettaglio interessante: l’immagine “fulminata” del Duomo è uguale a quella che si ottiene aggiungendo il cielo e il fulmine di San Pietro alla foto del Duomo presente su Wikipedia. Anche i passanti sono identici.

La foto in circolazione.

La foto di Wikipedia.

Aggiornamento (14:30): funzionamento dei parafulmini, riflessi mancanti, video e dati EXIF della foto

Nei commenti c’è chi ha interpretato la mia frase “È un segno che i parafulmini funzionano” nel senso che i parafulmini attirerebbero i fulmini. Non è così: i parafulmini offrono semplicemente un percorso sicuro alla scarica elettrica, che sarebbe caduta comunque nella zona colpita.

Per chi si chiede come mai mancano i riflessi del fulmine sulla piazza resa lucida dalla pioggia, basta seguire le linee del riflesso della facciata della basilica per notare che il riflesso del fulmine si troverebbe al di fuori dell’immagine.

Ho ricevuto dall’ANSA i dati EXIF della foto originale e con il permesso dell’agenzia li pubblico qui accanto: quelli salienti sono l’orario (17:56:47), il tempo di posa (8 secondi) e il diaframma (f/9).

L’ANSA mi ha inoltre spiegato che il fotografo si è appostato a lungo proprio allo scopo di catturare l’immagine suggestiva di un fulmine che colpiva la basilica: non è, insomma, uno scatto casuale. L’ANSA ha anche pubblicato un articolo che spiega i dettagli della realizzazione dello scatto.

Inoltre c’è una ripresa video che mostra su San Pietro un fulmine dall’aspetto identico a quello mostrato nella foto.

A questo punto penso che non vi sia più ragionevole dubbio: la foto è da considerare autentica. Complimenti all’autore per la sua perseveranza.

Aggiornamento (2013/03/03): la frequenza dei fulmini su San Pietro

La BBC ha pubblicato un articolo che segnala che la rete europea di sensori per i fulmini ha rilevato il lampo fotografato, che quindi è stato identificato con precisione alle 17:54:24. L’articolo include anche una mappa dei fulmini nell’Italia centrale e nota anche che secondo gli esperti interpellati il fenomeno di un fulmine che colpisce un luogo di culto non è affatto raro.

Correzione: Instagram NON vuole vendere le vostre foto senza permesso

Correzione: Instagram NON vuole vendere le vostre foto senza permesso

L’articolo è stato aggiornato estesamente dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2012/12/19 00:25.

Usate Instagram? Allora leggete con attenzione le condizioni di utilizzo: stanno per cambiare, e nella nuova versione Instagram si prenderà il diritto di vendere le vostre foto senza chiedervi il permesso e senza pagarvi (aggiornamento: o almeno così è sembrato a mezzo mondo, me compreso, fino a quando è stata diffusa la smentita da parte di Instagram; dettagli più sotto).

Infatti secondo le nuove norme, che entreranno in vigore dal 16 gennaio prossimo, “you agree that a business or other entity may pay us to display your username, likeness, photos (along with any associated metadata), and/or actions you take, in connection with paid or sponsored content or promotions, without any compensation to you.”

In altre parole, dopo la metà di gennaio darete automaticamente il vostro consenso affinché Instagram (che da aprile fa parte di Facebook) prenda soldi “per mostrare il vostro nome utente, la vostra immagine, le vostre foto (insieme ad eventuali metadati associati) e/o le azioni che effettuate, in relazione a promozioni o contenuti pagati o sponsorizzati, senza alcun compenso a voi.”

In teoria, inoltre, questo significa che se avete pubblicato su Instagram qualche foto in cui sono ritratti i vostri amici, quando entreranno in vigore le nuove regole le immagini di quegli amici potranno essere usate nelle pubblicità in giro per la Rete, per qualunque prodotto, anche se loro non fanno parte di Instagram. Per dirla breve, li avrete venduti.

Quando si dice che nei social network e nei servizi gratuiti non siamo clienti ma siamo il prodotto in vendita, questo è esattamente quello che si intende. Buon divertimento.

Aggiornamento (2012/12/19 00:25): la BBC ha segnalato poco fa la correzione di Instagram, secondo la quale le nuove regole sono state fraintese: “è colpa nostra se questo linguaggio causa confusione”, ha scritto Kevin Systrom, cofondatore del sito. “Per essere chiari: non è nostra intenzione vendere le vostre foto. Stiamo lavorando a un linguaggio aggiornato nelle condizioni per assicurarci che questo sia chiaro.” La dichiarazione di Systrom descrive poi, per la verità non molto chiaramente, il reale significato delle frasi contestate:

To provide context, we envision a future where both users and brands alike may promote their photos & accounts to increase engagement and to build a more meaningful following. Let’s say a business wanted to promote their account to gain more followers and Instagram was able to feature them in some way. In order to help make a more relevant and useful promotion, it would be helpful to see which of the people you follow also follow this business. In this way, some of the data you produce — like the actions you take (eg, following the account) and your profile photo — might show up if you are following this business.
The language we proposed also raised question about whether your photos can be part of an advertisement. We do not have plans for anything like this and because of that we’re going to remove the language that raised the question. Our main goal is to avoid things like advertising banners you see in other apps that would hurt the Instagram user experience. Instead, we want to create meaningful ways to help you discover new and interesting accounts and content while building a self-sustaining business at the same time.
Ownership Rights Instagram users own their content and Instagram does not claim any ownership rights over your photos. Nothing about this has changed. We respect that there are creative artists and hobbyists alike that pour their heart into creating beautiful photos, and we respect that your photos are your photos. Period.

Ho preso una cantonata? Forse. O forse erano le parole di Instagram a essere ingannevoli, tanto da confondere praticamente tutti, dalla BBC a Time a National Geographic a Wil Wheaton, con l’eccezione di The Verge. Lascio a voi valutare.

Fonti: BBC, Punto Informatico, Wired, Gawker.

La Terra è di nuovo una biglia blu come quarant’anni fa

La Terra è di nuovo una biglia blu come quarant’anni fa

Credit: NASA

Nel 1972 c’erano gli uomini di Apollo 17 a scattare una fotografia incredibilmente bella dell’intera Terra vista da 45.000 chilometri, che fu descritta come una blue marble, una fragile biglia blu sospesa nel nulla nero dello spazio. Oggi al posto degli astronauti c’è un nostro emissario robotico: la sonda automatica DSCOVR della NASA, che si trova a circa 1,6 milioni di chilometri dalla Terra. L’immagine che vedete qui sopra ritrae la Terra in colori naturali il 6 luglio scorso. Il link diretto all’immagine ad alta risoluzione (2048×2048) è questo.

Il rientro dell’ATV fotografato dalla Stazione Spaziale Internazionale

Il rientro dell’ATV fotografato dalla Stazione Spaziale Internazionale

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alla gentile donazione di “alessandro.bors*” “atbianco” e “dicome*”. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora.

Poche ore fa il veicolo cargo europeo ATV è rientrato nell’atmosfera terrestre, dopo aver lasciato la Stazione Spaziale Internazionale. Come previsto, dopo due lunghe accensioni dei motori per rallentare e quindi perdere quota si è disintegrato in modo innocuo sopra un’area disabitata dell’Oceano Pacifico. I dettagli dell’ATV sono descritti in questo mio articolo.

Questa è una foto di Samantha Cristoforetti all’interno dell’ATV, caricato di tutto il materiale non più necessario a bordo della Stazione. Come potete vedere, l’ATV è decisamente grande e capiente.

Ovviamente Samantha non è rimasta a bordo.

Di veicoli cargo come questi, destinati a distruggersi insieme alla spazzatura che portano via dalla Stazione, ce ne sono molti (Progress, Cygnus, HTV). Ma in quest’occasione sono state riprese delle immagini davvero notevoli e suggestive che cominciano a essere rese pubbliche.

Questo è un video dello sgancio dell’ATV dalla Stazione, creato componendo fotografie scattate in rapida sequenza. Il video è accelerato notevolmente rispetto alla realtà. I getti bianchi intermittenti sono quelli dei piccoli motori di manovra dell’ATV. I bagliori che si vedono intorno a 0:45 sono invece i getti dei motori di manovra della Stazione. Ditemi se l’ATV non vi fa venire un mente un caccia Ala-X di Guerre Stellari, come scrive l’astronauta Terry Virts.

Samantha Cristoforetti e Terry Virts hanno già inviato alcune immagini della scia di disintegrazione dell’ATV, vista dalla Stazione Spaziale: le vedete qui sotto.

Credit: Terry Virts

Credit: Samantha Cristoforetti

A breve dovrebbe essere disponibile anche un video, secondo un annuncio fatto dall’equipaggio della Stazione. Inoltre ci dovrebbe essere un video ripreso dall’interno dell’ATV durante la sua disintegrazione con una speciale videocamera ultraresistente, che acquisisce anche dati telemetrici allo scopo di studiare le dinamiche di rientro dei veicoli spaziali.

Fotocamera usata sulla Luna va all’asta? Un momento...

Fotocamera usata sulla Luna va all’asta? Un momento…

Credit: AFP/La Stampa

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “ois.ni*” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

La Stampa e altre testate annunciano la messa all’asta di una fotocamera che sarebbe “il solo apparecchio fotografico della NASA ritornato sulla Terra dalle missioni Apollo che portarono allo sbarco dei primi uomini sulla Luna”. Sarà proposta a Vienna il 22 marzo prossimo con una base d’asta di 80.000 euro e un prezzo atteso fra 150.000 e 200.000 euro.

Più precisamente, secondo la casa d’aste Westlicht si tratterebbe in realtà dell’unica fotocamera usata sulla Luna e riportata a Terra. La Westlicht, fra l’altro, parla erroneamente di “unica fotocamera mai usata su un altro pianeta e riportata a casa”, ma la Luna non è un pianeta: è un satellite.

La Westlicht attribuisce la fotocamera alla missione Apollo 15, dicendo che si tratta della Hasselblad numero 1038, una delle 14 usate sulla Luna durante le sei missioni Apollo che vi sbarcarono, e affermando che tutte queste fotocamere, tranne quella che verrà messa all’asta, furono lasciate sulla Luna per ridurre il peso al decollo. In effetti la prassi standard di tutte le missioni che sbarcarono sulla Luna prevedeva che il corpo macchina e gli obiettivi delle fotocamere venissero lasciati sulla Luna e che si riportassero a Terra soltanto i caricatori contenenti la pellicola.

L’autenticità della fotocamera messa all’asta, sempre secondo Westlicht, è dimostrabile perché il vetrino che porta le crocette di registro (reseau plate) porta inciso il numero 38, che è lo stesso visibile nelle foto scattate durante la missione Apollo 15 dall’astronauta Jim Irwin, come quella qui sotto. Il numero è vicino al bordo inferiore, al centro.

L’oggetto proposto è indubbiamente una bellissima Hasselblad motorizzata, di certo molto simile a quelle modificate per l’uso all’esterno sulla Luna durante le missioni Apollo: il colore argento (per riflettere il calore ed evitare surriscaldamenti al Sole; le Hasselblad per uso a bordo erano nere), l’obiettivo Zeiss Biogon, il tasto di scatto più grande e le leve di regolazione maggiorate e molti altri dettagli corrispondono. Ma ci sono tre problemi.

Primo, secondo gli esperti di Collectspace non è vero che una sola fotocamera usata sulla Luna tornò a Terra: anche quella di Alan Shepard (Apollo 14) e probabilmente quella di Gene Cernan (Apollo 17) furono riportate, anche se non si sa che fine abbia fatto quella di Cernan.

Secondo, i numeri di serie citati da Westlicht corrispondono a quelli di una fotocamera messa all’asta nel 2012 dalla RR Auction. In quell’occasione, però, la fotocamera fu descritta come una Hasselblad che aveva volato fino all’orbita lunare, ma senza alcuna indicazione che fosse stata usata sulla Luna: una distinzione importante dal punto di vista della rarità e quindi del valore collezionistico dell’oggetto.

Terzo, confrontando le foto di quell’offerta del 2012 con quelle attuali, i graffi corrispondono ma è cambiato l’obiettivo e sono state rimosse alcune scritte, brutalmente sostituite con del nastro adesivo (cosa assurda per un cimelio di valore del genere). In particolare, il caricatore (il blocco cubico sul retro, contenente la pellicola fotografica) è da 70 pose (non previsto per uso lunare, per il quale invece si usavano pellicole con un numero di pose molto superiore), mentre la descrizione dell’asta Westlicht parla di un caricatore da 200 pose.

Nelle foto mostrate da La Stampa manca inoltre la darkslide, ossia la lamina che proteggeva la pellicola quando veniva rimosso il caricatore, e manca l’adesivo con le istruzioni di regolazione da usare sulla Luna, solitamente presente invece nei caricatori realmente usati sulla Luna e conservati nei musei, come quello mostrato qui sotto:

Caricatore lunare di Apollo 11, al National Air and Space Museum.
Credit: Ulli Lotzmann.

Questa è una delle foto pubblicate da La Stampa a illustrare la fotocamera:

Questa è la foto della fotocamera messa all’asta dalla RR Auction nel 2012: notate gli adesivi rimossi e l’obiettivo differente.

Questa, invece, è una Hasselblad di tipo lunare mostrata da Hasselbladusa.com:

Tra le foto scattate sulla Luna dalla missione Apollo 15 ne ho trovate alcune che mostrano almeno due delle tre fotocamere usate all’esterno dagli astronauti in quell’occasione, a luglio del 1971:

Dettaglio di AS15-82-11168
(unica foto che mostra una fotocamera e che non è
contrassegnata dal numero 38, quindi non è scattata con la fotocamera
dichiarata da Westlicht).
Dettaglio di AS15-85-11439.
Dettaglio di AS15-85-11470.
Dettaglio di AS15-85-11492.

Sia come sia, quella offerta all’asta è una Hasselblad meravigliosa: ma non è del tutto certo che sia davvero stata usata sulla Luna. Comunque se qualcuno ha voglia di regalarmela, non dico certo di no.

Getty Images apre i propri archivi d’immagini all’uso gratuito non commerciale

Getty Images apre i propri archivi d’immagini all’uso gratuito non commerciale

Chi vuole aggiungere immagini al proprio sito o blog spesso ricorre a immagini prese da Internet, senza riconoscerne la paternità e violando solitamente il diritto d’autore. I più diligenti e onesti ricorrono alle immagini di Wikipedia, liberamente usabili se se ne cita la fonte. Le foto di grande impatto, quelle usate commercialmente, finora erano troppo costose per un sito amatoriale.

Pochi giorni fa le cose sono cambiate: Getty Images ha deciso di concedere l’incorporamento gratuito, senza watermark, di una buona porzione del proprio vasto catalogo. Le regole dicono che le immagini non possono essere utilizzate “per qualsiasi scopo commerciale”, per cui un sito amatoriale che non generi introiti e non contenga pubblicità sulla quale guadagna l’utente dovrebbe essere libero di usare l’offerta di Getty Images. Le immagini concesse con questa licenza sono pubblicabili anche su Twitter e Tumblr.

In concreto, per usare una foto di Getty Images si procede andando alla pagina di ricerca e immettendo i criteri di ricerca (anche in italiano). Nella pagina dei risultati si lascia un istante il mouse sull’immagine che interessa: se compare l’icona dell’HTML (simbolo di minore, trattino, simbolo di maggiore), l’immagine può essere incorporata liberamente inserendo il codice nella pagina del blog o sito.

Le dimensioni dell’immagine incorporata possono essere modificate a piacimento e il codice include automaticamente una dicitura che evidenzia l’uso di Getty Images e indica l’autore dell’immagine. Cliccando su di essa si viene portati alla sua pagina nel sito di Getty Images, dove è possibile acquistarla per altri usi oppure pubblicarla su Tumblr o Twitter cliccando sulle rispettive icone.

Sembra insomma una soluzione vincente per tutti: gli utenti possono abbellire le proprie pagine senza violare il copyright, mentre Getty Images e i suoi fotografi guadagnano visibilità (e presumibilmente attirano acquirenti). L’unico neo del servizio è che al momento non è possibile chiedere di visualizzare soltanto le immagini incorporabili.

Bel passaggio della Stazione Spaziale Internazionale poco fa sopra il Maniero Digitale

Bel passaggio della Stazione Spaziale Internazionale poco fa sopra il Maniero Digitale

Stasera intorno alle 21.16 la Stazione Spaziale Internazionale è passata nel cielo sopra il Maniero Digitale ed è stata chiaramente visibile in tutto il Nord Italia (e, meno alta sull’orizzonte, anche nel resto della penisola). Mi sto dilettando a imparare a fotografarla, e quello che vedete qui sopra è uno dei primi risultati: la scia è la Stazione e la costellazione, riconoscibilissima, è Orione.

Dati tecnici: Canon EOS 550D, tempo di posa 30 secondi, ISO 100, f/5.6, obiettivo 18mm. Cavalletto: Gorilla Grip. Ho usato un cartoncino per coprire l’obiettivo intanto che si smorzava la vibrazione dello scatto dell’otturatore e dello specchio.