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Podcast RSI – Tastiere e cuffie come grimaldelli: i rischi inattesi delle periferiche wireless

Questo è il testo della puntata dell’11 maggio 2026 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP: audio di tastiera]

La tastiera wireless che ho davanti a me è prodotta da una nota marca svizzera e funziona benissimo. I comandi che digito vengono trasmessi con precisione e senza tempi morti al computer, che li esegue prontamente. C’è solo un piccolo problema: la tastiera che sto usando non è quella che sta davanti al computer. Anzi, questa tastiera non è nemmeno nell’edificio nel quale si trova il computer in questione. È una cosiddetta “tastiera fantasma”: una seconda tastiera, associata allo stesso computer a insaputa dei legittimi utenti e proprietari e capace di comandarlo a distanza.

Molti non immaginano neanche che un computer possa avere due tastiere accoppiate contemporaneamente. Ma in realtà è addirittura una funzione prevista esplicitamente dal software di gestione delle tastiere di questa nota marca. Una funzione che un malintenzionato può sfruttare, per esempio, per immettere comandi distruttivi, alterare documenti aperti o fare altri danni da remoto.

Non vi preoccupate: non sono diventato un criminale informatico. Questo è semplicemente uno scenario immaginato ma plausibile, basato sulla dimostrazione alla quale ho assistito grazie agli esperti e alle esperte dell’Istituto nazionale di test per la cibersicurezza NTC, con sede a Zugo. Questo Istituto ha esaminato i rischi di sicurezza delle cosiddette periferiche wireless o senza fili, come appunto tastiere ma anche mouse, cuffie, webcam e microfoni, e ha pubblicato un rapporto che mette in luce le vulnerabilità profonde e decisamente inaspettate di questi dispositivi, che vengono sfruttate concretamente dagli intrusi informatici.

Vi racconto quali sono, e come rimediarle, in questa puntata datata 11 maggio 2026 del Disinformatico, il podcast mensile della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Benvenuti! Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


I dispositivi senza fili sono una gran comodità. Una cuffia wireless non ha un cavo che possa impigliarsi o intralciare i movimenti dell’utente. Una tastiera wireless può essere tenuta in grembo, o piazzata anche a notevole distanza dal computer, senza doversi preoccupare di far passare chissà dove un cavo magari anche lungo e antiestetico. Un microfono senza fili permette a chi lo usa di muoversi liberamente nell’ambiente, senza il rischio di inciampare in un cavetto o di strattonarlo inavvertitamente, scollegandolo sul più bello.

Ma questa comodità ha un prezzo. Sostituire un pezzo di filo con una connessione wireless significa che il dispositivo e il computer al quale va connesso devono essere dotati di un trasmettitore e ricevitore radio di qualche tipo, solitamente un Bluetooth. Significa anche che i segnali che normalmente viaggerebbero per natura sicuri e diretti dentro il cavo devono essere trasmessi e ricevuti in modo che vengano usati solo dal computer desiderato e non da tutti gli altri computer nelle vicinanze. Questa comunicazione selettiva viene chiamata pairing. Bisogna poi proteggere questa comunicazione contro le intercettazioni e le interferenze intenzionali, usando la crittografia, in modo che il computer comunichi solo con il dispositivo desiderato e non con altri e viceversa. Tutto questo comporta complessità e software di configurazione e comunicazione, e crea nuovi punti deboli nella sicurezza.

Un esempio banale ma familiare di cosa succede quando i produttori danno precedenza alla comodità e alla facilità d’uso rispetto alla sicurezza è dato dai telecomandi per le presentazioni o per le TV. Molti di questi oggetti (tecnicamente si chiamano periferiche) tentano di accoppiarsi con qualunque dispositivo che incontrano, senza PIN o password. Lo fa, per esempio, l’Audi di qualcuno (non so chi) che periodicamente passa sulla strada davanti al mio ufficio e tenta ogni volta di fare pairing con il mio monitor principale, che è un televisore LG altrettanto promiscuo. Ho dovuto disattivare il Bluetooth del monitor per evitare il problema.

Molti anni fa andava di moda un orologio da polso che incorporava un telecomando universale a infrarossi e permetteva di prendere il controllo di qualunque televisore (e anche molti videoproiettori) in un luogo pubblico, cambiando canale o abbassando il volume, perché questi dispositivi erano e sono tuttora spesso completamente privi di pairing e crittografia. Oggi la stessa cosa si fa di solito con un Flipper Zero.

Se vi siete mai chiesti come fanno certi burloni a prendere il controllo dei monitor pubblicitari dentro le vetrine dei negozi e far mostrare a questi schermi immagini e video imbarazzanti, come si legge spesso nella cronaca locale, ora avete la risposta. E se siete titolari di questi monitor pubblicitari, coprite il sensore che riceve i segnali dal telecomando.

L’Istituto nazionale di test per la cibersicurezza (it.ntc.swiss) ha pubblicato un rapporto, disponibile anche in italiano, che ha esaminato a fondo la sicurezza dei dispositivi periferici attualmente usati in informatica e li ha trovati spesso carenti, anche nel caso di prodotti di grandi marche. Molti dispositivi”, nota il rapporto,vengono forniti con impostazioni predefinite non sicure, come password standard o interfacce attivate inutilmente, per facilitare l’assistenza” e questo significa fornire agli aggressori informatici dei punti di attacco in più.

Il rapporto illustra anche uno scenario reale che chiarisce quali sono i rischi, citando una videoconferenza riservata presso un operatore di infrastrutture critiche. La rete è protetta, la connessione è crittografata end-to-end, il server è rinforzato e il laptop è protetto. Ma l’attaccante punta a qualcos’altro: con un’antenna nel parcheggio vicino, intercetta le comunicazioni radio non crittografate del microfono da tavolo wireless. Dopo pochi secondi, la conversazione riservata viene intercettata”. Come al solito, la sicurezza è una catena robusta quanto il suo anello più debole, e quell’anello debole in questo caso è un dispositivo che spesso non si pensa neanche che faccia parte della catena: un microfono senza fili che diffonde via radio la conversazione confidenziale senza adeguate protezioni.


Purtroppo non è facile, neppure per i responsabili della sicurezza informatica, sapere se un dispositivo periferico senza fili è realmente sicuro. Fare un’analisi tecnica di uno di questi oggetti costa molto di più dell’oggetto stesso, e quindi anche quando ci si rende conto del problema si tende a fidarsi delle dichiarazioni dei produttori.

L’Istituto nazionale di test per la cibersicurezza ha svolto una valutazione sistematica della sicurezza dei dispositivi periferici più usati nel Paese, concentrandosi su una trentina di prodotti di grandi nomi come Logitech, Yealink, Jabra, HP, Eizo e Cherry, ampiamente diffusi nelle organizzazioni nazionali e in particolare nelle infrastrutture critiche. I risultati sono stati decisamente illuminanti: sono stati individuati oltre 60 rilievi di diversa criticità, tra cui 13 classificati come gravi e tre al livello di criticità più elevato”, dice il rapporto.

Ispezione visiva dei componenti integrati nei dispositivi periferici presso il laboratorio dell’Istituto nazionale di test per la cibersicurezza NTC a Zugo. Foto tratta dal rapporto Cibersicurezza dei dispositivi periferici (2026).

Questo rapporto cita, per esempio, il fatto che nel 2025 è stata scoperta una serie di vulnerabilità nei chip Bluetooth di un fabbricante, Airoha, che sono usati da molti marchi noti, come Bose, Jabra, JBL, Teufel, Sony e Marshall. Questo consente agli attaccanti di dirottare la connessione Bluetooth” e ascoltare di nascosto conversazioni riservate”. Nel 2026 sono state scoperte delle gravi falle nell’implementazione del protocollo Google Fast Pair, che permettono di prendere il controllo di cuffie di produttori come Google, Sony, Xiaomi e OnePlus senza alcuna interazione da parte dell’utente, consentendo l’ascolto delle conversazioni ambientali e il tracciamento della posizione tramite la rete «Find My Device».”

In altre parole, una semplice cuffia wireless, di quelle usatissime per le videoconferenze, può diventare una “cimice” dall’aria assolutamente non sospetta e consente non solo di ascoltare una conversazione privata ma anche di pedinare il proprietario della cuffia in questione. Una tastiera wireless non sicura trasmette via radio, a chiunque sappia mettersi in ascolto, ogni cosa che digitate sui suoi tasti: mail, comunicazioni confidenziali, dati di carte di credito, informazioni anagrafiche, codici bancari, tutto [anche le password, ovviamente]. E comprare grandi marche non mette affatto al riparo da questi problemi.

I risultati del rapporto dell’Istituto sono stati comunicati in modo confidenziale ai produttori interessati, che in molti casi hanno risposto aggiornando firmware e software per correggere i problemi di sicurezza. In un caso, però, il produttore non ha rimediato entro i termini previsti. Il produttore in questione è EZCast Pro, che vanta 10 milioni di utenti in tutto il mondo per i propri dispositivi di trasmissione audio e video, che permettono di collegare un computer a un videoproiettore senza usare cavi.

All’esame dell’Istituto, il suo sistema di presentazione wireless EZCast Pro II ha manifestato “gravi errori di progettazione” che “danno luogo a vulnerabilità critiche: chiavi crittografiche codificate consentono l’accesso all’interfaccia di amministrazione e le password Wi-Fi possono essere derivate da identificativi osservabili pubblicamente.” Questo vuol dire che “un attaccante nel raggio di copertura radio può assumere il controllo completo del dispositivo e intercettare i contenuti dello schermo in forma non cifrata.”

Un malintenzionato può quindi vedere e registrare tutti i contenuti di una presentazione o di una riunione Zoom confidenziale mostrata sullo schermo di una sala conferenze tramite un EZCast Pro II, standosene comodamente in una stanza adiacente o anche all’esterno dell’edificio, in un luogo pubblico. Visto che il produttore non ha corretto le vulnerabilità entro i termini previsti, il caso è stato trasmesso all’Ufficio federale della cibersicurezza, che ha emesso un avviso ai sensi di legge.

Insomma, non occorre pensare sempre ad attacchi supersofisticati o basati sull’onnipresente intelligenza artificiale. A volte per scardinare la sicurezza di un’azienda basta una tastiera wireless non aggiornata. E i criminali informatici non sono stupidi: non attaccano mai frontalmente dove le difese sono più robuste. Cercano sempre il punto debole, l’appiglio iniziale, e poi lo usano per entrare sempre più a fondo nei sistemi informatici del bersaglio.

Ci sono però delle soluzioni, ed è qui che il rapporto dell’Istituto nazionale di test per la cibersicurezza si rende particolarmente utile e concreto.


Il primo passo per risolvere questo problema è cambiare mentalità. Come suggerisce l’Istituto, i dispositivi periferici, dalle tastiere ai microfoni alle cuffie alle webcam passando per scanner e stampanti, non devono essere considerati alla stregua di semplici accessori ma devono essere visti come componenti del sistema informatico a pieno titolo, come i computer e gli smartphone. Questo vuol dire stabilire delle regole severe per l’introduzione di tutti i dispositivi privati negli ambienti particolarmente sensibili, e significa farle capire e rispettare, anche durante il telelavoro, cosa non sempre facile. E bisogna anche entrare nell’ordine di idee che i dispositivi periferici non vanno mai lasciati incustoditi in luoghi pubblici o semipubblici. Una cuffia wireless lasciata accessibile in treno, per esempio, è trasformabile in una “cimice” informatica in una manciata di secondi.

Un altro passo utile è semplificare, riducendo la varietà dei dispositivi collegabili e definendo un catalogo vincolante di periferiche testate e approvate. Il rapporto, a questo proposito, segnala un altro aspetto poco considerato della questione: l’approvvigionamento, ossia da dove si acquistano i dispositivi. Sono infatti sempre più frequenti i cosiddetti supply chain attack, ossia gli attacchi informatici messi a segno colpendo non il bersaglio diretto ma i suoi fornitori. Una tastiera, per esempio, viene modificata cambiandone il software o installando un piccolo componente extra direttamente presso il fabbricante o più spesso il fornitore, facendola diventare così il cavallo di Troia perfetto. Bisogna quindi acquistare dispositivi solo tramite canali affidabili e autorizzati.

Il rapporto sottolinea anche la necessità di aggiornare costantemente e tempestivamente il software o firmware di questi dispositivi, per chiudere eventuali falle di sicurezza scoperte e rimediate, e di sostituire le periferiche non più aggiornate e vulnerabili. Quella bella tastiera della Kensington che vi piace tanto e che avete comprato dieci anni fa è probabilmente da cambiare, perché Kensington è una delle tante aziende le cui vecchie tastiere trasmettevano senza alcuna crittografia ed erano quindi totalmente intercettabili con meno di 100 dollari di attrezzature, come dimostrò nel 2016 la società di sicurezza informatica Bastille Networks. Le altre aziende erano Anker, EagleTec, General Electric, Hewlett-Packard, Insignia, Radio Shack e Toshiba.

Ci sono poi raccomandazioni più tecniche, come la cosiddetta segmentazione della rete, ossia la prassi di assegnare a questi dispositivi, se usano il Wi-Fi, una rete Wi-Fi separata, tutta loro, isolata da quella dell’azienda, in modo che per esempio una webcam senza fili non diventi un punto di ingresso nella rete aziendale, come accadde a una nota azienda italiana del settore, Hacking Team, nel 2016.

Ma alla fine, la raccomandazione di fondo dell’Istituto nazionale di test per la cibersicurezza è semplice e radicale: almeno negli ambienti ad alta sicurezza, dice il suo rapporto, dovrebbero essere privilegiate soluzioni periferiche cablate” perché ottenere un’elevata sicurezza con dispositivi senza fili è sì possibile, ma “le connessioni fisiche eliminano in larga misura i rischi legati alla trasmissione di segnali wireless e riducono in modo significativo la superficie di attacco.”

Insomma, il buon vecchio cavo si prende la rivincita.

*Podcast RSI – Arte avvelenata contro l’intelligenza artificiale

Questo articolo è stato migrato al nuovo blog Attivissimo.me. Eventuali aggiornamenti saranno pubblicati lì.

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Pubblicazione iniziale: 2024/06/21 7:12. Ultimo aggiornamento: 2024/07/04
16:15.

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[CLIP: La scena del libro avvelenato da “Il Nome della Rosa”]

Le intelligenze artificiali generative, quelle alle quali si può chiedere di
generare un’immagine imitando lo stile di qualunque artista famoso, sono
odiatissime dagli artisti, che già da tempo le accusano di rubare le loro
opere per imparare a imitarle, rovinando il mercato e sommergendo le opere
autentiche in un mare di imitazioni mediocri. La stessa cosa sta succedendo
adesso anche con i film: software come il recentissimo Dream Machine creano
video sfacciatamente ispirati, per non dire copiati, dai film d’animazione
della Pixar.

Le società che operano nel settore dell’intelligenza artificiale stanno
facendo soldi a palate, ma agli artisti di cui imitano il lavoro non arriva
alcun compenso. Pubblicare una foto, un’illustrazione o un video su un sito o
sui social network, come è normale fare per farsi conoscere, significa quasi
sempre che quell’opera verrà acquisita da queste società. E questo vale, oltre
che per le immagini di fotografi e illustratori, anche per le nostre foto
comuni.

Ma ci sono modi per dire di no a tutto questo. Se siete artisti e volete
sapere come impedire o almeno limitare l’abuso delle vostre opere, o se siete
semplicemente persone che vogliono evitare che le aziende usino le foto che
avete scattato per esempio ai vostri figli, potete opporvi almeno in parte a
questo trattamento. E nei casi peggiori potete addirittura mettere del veleno
digitale nelle vostre immagini, così le intelligenze artificiali che le
sfoglieranno ne verranno danneggiate e non le potranno usare, un po’ come nel
romanzo e nel film Il nome della rosa
di cui avete sentito uno spezzone in apertura.

Vi interessa sapere come si fa? Ve lo racconto in questa puntata del
Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato
alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Questa è la puntata del 21
giugno 2024. Benvenuti. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Reclutati a forza

I generatori di immagini basati sull’intelligenza artificiale sono diventati
estremamente potenti e realistici nel giro di pochissimo tempo. Il problema è
che questi generatori sono stati creati, o più precisamente addestrati,
usando le immagini di moltissimi artisti, senza il loro consenso e senza
riconoscere loro alcun compenso.

Ogni intelligenza artificiale, infatti, ha bisogno di acquisire enormi
quantità di dati. Una IA concepita per generare testi deve leggere miliardi di
pagine di testo; una IA pensata per generare immagini deve “guardare”, per
così dire, milioni di immagini, e così via. Il problema è che questi dati
spesso sono presi da Internet in maniera indiscriminata, senza chiedere
permessi e senza dare compensi.

Gli artisti dell’immagine, per esempio grafici, illustratori, fotografi e
creatori di video, normalmente pubblicano le proprie opere su Internet,
specialmente nei social network, per farsi conoscere, e quindi anche i loro
lavori vengono acquisiti dalle intelligenze artificiali.

Il risultato di questa pesca a strascico è che oggi è possibile chiedere a un
generatore di immagini di creare una foto sintetica o un’illustrazione nello
stile di qualunque artista, per esempio un uomo in bicicletta nello stile di
Gustav Klimt, di Raffaello, di Andy Warhol o dei mosaicisti bizantini, e si
ottiene in una manciata di secondi un’immagine che scimmiotta il modo di
disegnare o dipingere o creare mosaici o fare fotografie di quegli artisti. In
alcuni casi si può addirittura inviare a questi generatori un’immagine
autentica creata da uno specifico artista e chiedere di generarne una versione
modificata. E lo si può fare anche per gli artisti ancora in vita, che non
sono per nulla contenti di vedere che un software può sfornare in pochi
istanti migliaia di immagini che scopiazzano le loro fatiche.

DALL-E 3 cerca di imitare lo stile di Klimt.
DALL-E 3 genera questa immagine di un uomo in bicicletta nello stile dei
mosaicisti bizantini.
DALL-E 3 cerca di imitare lo stile di Raffaello.

Sono imitazioni spesso grossolane, che non ingannerebbero mai una persona
esperta ma che sono più che passabili per molti utenti comuni, che quindi
finiscono per non comperare gli originali. Per gli artisti diventa insomma più
difficile guadagnarsi da vivere con la propria arte, e quello che è peggio è
che i loro mancati ricavi diventano profitti per aziende stramiliardarie.

Inoltre pochi giorni fa è stato presentato il software
Dream Machine, che permette di
generare brevi spezzoni di video partendo da una semplice descrizione
testuale, come fa già Sora di OpenAI, con la differenza che Sora è riservato
agli addetti ai lavori, mentre Dream Machine è pubblicamente disponibile. Gli
esperti hanno notato ben presto che nei video dimostrativi di Dream Machine
non c’è solo un chiaro riferimento allo stile dei cartoni animati della Pixar:
c’è proprio
Mike Wazowski
di Monsters & Co, copiato di peso.

Un video realizzato con Dream Machine, chiaramente ispirato ai personaggi di
Monsters & Co.
Fotogramma tratto dal video, a 0:57 circa. Wazowski è ben visibile a sinistra
dello zucchero filato.

Sarà interessante vedere come la prenderà la Disney, che detiene i diritti di
questi personaggi e non è mai stata particolarmente tenera con chi viola il
suo copyright.

Il problema delle immagini acquisite senza consenso dalle intelligenze
artificiali riguarda anche le persone comuni che si limitano a fare foto di se
stessi o dei propri figli. L’associazione Human Rights Watch, ai primi di
giugno, ha
segnalato
che negli archivi di immagini usati per addestrare le intelligenze artificiali
più famose si trovano foto di bambini reali, tratte dai social network, con
tanto di nomi e cognomi che li identificano. Questi volti possono quindi
riemergere nelle foto sintetiche illegali di abusi su minori, per esempio.

Il problema, insomma, è serio e tocca tutti. Vediamo quali sono le soluzioni.

Fermate il mondo, voglio scendere

Togliere tutte le proprie immagini da Internet, o non pubblicarle affatto
online, è sicuramente una soluzione drasticamente efficace, in linea di
principio, ma in concreto è una strada impraticabile per la maggior parte
delle persone e soprattutto per gli artisti e i fotografi, per i quali
Internet è da sempre la vetrina che permette loro di farsi conoscere e di
trovare chi apprezza le loro creazioni. E comunque ci sarà sempre qualcuno che
le pubblicherà online, quelle immagini, per esempio nelle versioni digitali
delle riviste o dei cataloghi delle mostre.

Un altro approccio che viene facilmente in mente è il cosiddetto
watermarking: la sovrapposizione di diciture semitrasparenti che
mascherano in parte l’immagine ma la lasciano comunque visibile, come fanno le
grandi aziende di immagini stock, per esempio Getty Images, Shutterstock o
Adobe. Ma le intelligenze artificiali attuali sono in grado di ignorare queste
diciture, per cui questa tecnica è un deterrente contro la pubblicazione non
autorizzata ma non contro l’uso delle immagini per l’addestramento delle IA.

Va un po’ meglio se si usa il cosiddetto opt-out: l’artista manda un
esemplare della propria foto o illustrazione ai grandi gestori di intelligenze
artificiali e chiede formalmente che quell’immagine sia esclusa d’ora in poi
dall’addestramento o training dei loro prodotti. Lo si può fare per
esempio per DALL-E 3 di
OpenAI,
che viene usato anche dai generatori di immagini di Microsoft, oppure per
Midjourney e Stability AI, mandando una mail agli
appositi indirizzi. Lo si può fare anche per le intelligenze artificiali gestite da Meta, ma
con molte
limitazioni e complicazioni. Trovate comunque tutti i link a queste risorse su Disinformatico.info.

Il problema di questa tecnica di opt-out è che è tediosissima: in
molti casi richiede infatti che venga inviato a ogni gestore di generatori di
immagini un esemplare di ogni singola illustrazione o foto da escludere, e
quell’esemplare va descritto in dettaglio. Se un artista ha centinaia o
migliaia di opere, come capita spesso, segnalarle una per una è semplicemente
impensabile, ma è forse fattibile invocare questa esclusione almeno per le
immagini più rappresentative o significative dello stile di un artista o di un
fotografo.

C’è anche un’altra strada percorribile: pubblicare le proprie immagini
soltanto sul proprio sito personale o aziendale, e inserire nel sito del
codice che dica a OpenAI e agli altri gestori di intelligenze artificiali di
non sfogliare le pagine del sito e quindi di non acquisire le immagini
presenti in quelle pagine.

In gergo tecnico, si inserisce nel file robots.txt del proprio sito una
riga di testo che vieta l’accesso al crawler di OpenAI e compagni.
Anche in questo caso, le istruzioni per OpenAI e per altre società sono
disponibili su Disinformatico.info [le istruzioni per OpenAI sono
qui; quelle per altre
società sono
qui].

[2024/06/25 11:30: In alcuni casi si può anche
bloccare il range di indirizzi IP di ChatGPT. In questo modo non serve chiedere per favore, come nel caso di
robot.txt, ma si blocca e basta]

Si può anche tentare la cosiddetta segmentazione: in pratica, le
immagini non vengono pubblicate intatte, ma vengono suddivise in porzioni
visualizzate una accanto all’altra, un po’ come le tessere di un mosaico, per
cui le intelligenze artificiali non riescono a “vedere”, per così dire,
l’immagine completa, mentre una persona la vede perfettamente. Uno dei siti
che offrono questo approccio è
Kin.art.

Tutti questi metodi funzionano abbastanza bene: non sono rimedi assoluti, ma
perlomeno aiutano a contenere il danno escludendo le principali piattaforme di
generazione di immagini. Tuttavia sono molto onerosi, e ci sarà sempre qualche
start-up senza scrupoli che ignorerà le richieste di esclusione o
troverà qualche modo di eludere questi ostacoli. Sarebbe bello se ci fosse un
modo per rendere le proprie immagini inutilizzabili dalle intelligenze
artificiali in generale, a prescindere da dove sono pubblicate.

Quel modo c’è, ed è piuttosto drastico: consiste nell’iniettare veleno
digitale nelle proprie creazioni.

Veleno digitale: IA contro IA

Parlare di veleno non è un’esagerazione: il termine tecnico per questo metodo
è infatti
data poisoning, che si traduce con “avvelenamento dei dati”. In pratica consiste
nell’alterare i dati usati per l’addestramento di un’intelligenza artificiale
in modo che le sue elaborazioni diano risultati errati o completamente
inattendibili.

Nel caso specifico della protezione delle proprie immagini, il
data poisoning consiste nel modificare queste immagini in modo che
contengano alterazioni che non sono visibili a occhio nudo ma che confondono o
bloccano completamente il processo di addestramento di un’intelligenza
artificiale. Semplificando, l’intelligenza artificiale acquisisce una foto del
vostro gatto, ma grazie a queste alterazioni la interpreta come se fosse la
foto di un cane, di una giraffa o di una betoniera, anche se all’occhio umano
si tratta chiaramente della foto di un bellissimo gatto.

Ci sono programmi appositi per alterare le immagini in questo modo:
Glaze e
Nightshade,
per esempio, sono gratuiti e disponibili per Windows e macOS. Richiedono
parecchia potenza di calcolo e svariati minuti di elaborazione per ciascuna
immagine, ma è possibile dare loro un elenco di immagini e farle elaborare
tutte automaticamente. Non sono infallibili, e alcune aziende di intelligenza
artificiale adottano già tecniche di difesa contro queste alterazioni. Ma
nella maggior parte dei casi queste tecniche consistono semplicemente
nell’ignorare qualunque immagine che contenga indicatori di queste
alterazioni, per cui se il vostro scopo è semplicemente evitare che le vostre
immagini vengano incluse nell’addestramento di un’intelligenza artificiale,
Glaze e Nightshade vanno benissimo.

Trilli, la gatta del Maniero Digitale, in versione normale…
…e in versione “avvelenata” con Glaze.

Mist è un altro programma di
questo tipo, ma invece di alterare le immagini in modo che la IA le interpreti
in modo completamente errato le modifica in una maniera speciale che fa
comparire una sorta di watermark o sovrimpressione decisamente
sgradevole, una sorta di velo di geroglifici, in ogni immagine generata
partendo da immagini trattate con Mist, che come i precedenti è gratuito e
disponibile per macOS e Windows e richiede una scheda grafica piuttosto
potente e tempi di elaborazione significativi.

C’è una sottile ironia nell’usare software basati sull’intelligenza
artificiale per sconfiggere le aziende basate sull’intelligenza artificiale,
ma in tutta questa rincorsa fra guardie e ladri non bisogna dimenticare che
questi software consumano quantità preoccupanti di energia per i loro calcoli
straordinariamente complessi: a gennaio 2024, l’Agenzia Internazionale
dell’Energia (IEA) ha pubblicato una
stima
secondo la quale il 4% della produzione di energia mondiale nel 2026 sarà
assorbito dai data center, dalle criptovalute e dall’intelligenza
artificiale. Per dare un’idea di cosa significhi, il 4% equivale al consumo
energetico di tutto il Giappone.*

*
“Electricity consumption from data centres, artificial intelligence (AI)
and the cryptocurrency sector could double by 2026. Data centres are
significant drivers of growth in electricity demand in many regions. After
globally consuming an estimated 460 terawatt-hours (TWh) in 2022, data
centres’ total electricity consumption could reach more than 1 000 TWh in
2026. This demand is roughly equivalent to the electricity consumption of
Japan”

(pag. 8).

La stessa agenzia ha calcolato che una singola ricerca in Google consuma 0,3
wattora di energia elettrica
[dato risalente al 2009, probabilmente migliorato da allora], mentre
una singola richiesta a ChatGPT ne consuma 2,9, ossia quasi dieci volte di
più. Per fare un paragone, se tutti usassero ChatGPT invece di Google per
cercare informazioni, la richiesta di energia aumenterebbe di 10 terawattora
l’anno, pari ai consumi annui di un milione e mezzo di europei.*

*
“Search tools like Google could see a tenfold increase of their
electricity demand in the case of fully implementing AI in it. When
comparing the average electricity demand of a typical Google search (0.3
Wh of electricity) to OpenAI’s ChatGPT (2.9 Wh per request), and
considering 9 billion searches daily, this would require almost 10 TWh of
additional electricity in a year.“

(pag. 34, che cita come fonte l’articolo accademico del 2023
The growing energy footprint of artificial intelligence di Alex De
Vries su Joule,
https://doi.org/10.1016/j.joule.2023.09.004).
Il dato di 0,1 Wh (1 kJ) è citato da Google in
questo post del 2009:
“Together with other work performed before your search even starts (such
as building the search index) this amounts to 0.0003 kWh of energy per
search, or 1 kJ. For comparison, the average adult needs about 8000 kJ a
day of energy from food, so a Google search uses just about the same
amount of energy that your body burns in ten seconds. In terms of
greenhouse gases, one Google search is equivalent to about 0.2 grams of
CO2. The current EU standard for tailpipe emissions calls for 140 grams of
CO2 per kilometer driven, but most cars don’t reach that level yet. Thus,
the average car driven for one kilometer (0.6 miles for those in the U.S.)
produces as many greenhouse gases as a thousand Google searches.”

FullFact ha svolto una
ricerca
sull’argomento e non ha trovato dati più recenti, ma nota che
“Google told us that since then it has made its data centres more energy
efficient. We also spoke to Yannick Oswald, a PhD researcher in energy
footprints at the University of Leeds who told us that if the energy
consumption of a Google search has changed since 2009, it’s most likely to
have decreased due to improvements in energy efficiency
”.
Il confronto con il consumo degli utenti europei è tratto da
questo articolo di Vox di marzo 2024.

Pensateci, la prossima volta che invece di usare un motore di ricerca vi
affidate a un’intelligenza artificiale online.


Fonti aggiuntive:
How to keep your art out of AI generators, The Verge;
How watermarks can help protect against fraud with generative AI like
ChatGPT
, Fast Company.

*Podcast RSI – NASA, monitor giganti, piatti e a colori 60 anni fa. Con tecnologia svizzera

Questo articolo è stato migrato al nuovo blog Attivissimo.me. Eventuali aggiornamenti saranno pubblicati lì. Ultimo aggiornamento: 2024/07/01 16:30.

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Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle
fonti di questa puntata, sono qui sotto.

Questa è l’ultima puntata prima della pausa estiva: il podcast tornerà il 19
luglio.

Gli appassionati di archeologia misteriosa li chiamano
OOPART: sono gli oggetti
fuori posto, o meglio fuori tempo. Manufatti che si suppone non potessero
esistere nell’epoca a cui vengono datati e la cui esistenza costituirebbe un
anacronismo. Immaginate di trovare una lavastoviglie o uno schema di sudoku
dentro una tomba egizia mai aperta prima: sarebbe un OOPART. In realtà i
presunti OOPART segnalati finora hanno tutti spiegazioni normali ma comunque
affascinanti.

In informatica, invece, esiste uno di questi OOPART davvero difficile da
spiegare. Questo oggetto apparentemente fuori dal tempo è un monitor gigante
per computer, a colori, ultrapiatto, ad altissima risoluzione, che misura ben
tre metri per sette ed è perfettamente visibile in piena luce. Prestazioni del
genere oggi sono notevoli, ma si tratta di un manufatto che risale a
sessant’anni fa, quando i monitor erano fatti con i tubi catodici,
pesantissimi e ingombrantissimi.

La cosa buffa è che questo anacronismo extra large è sotto gli occhi di
tutti, ma oggi nessuno ci fa caso. È il monitor gigante che si vede sempre nei
documentari e nei film dedicati alle missioni spaziali: il mitico megaschermo
del Controllo Missione.

13 aprile 1970. Il Controllo Missione durante una diretta TV trasmessa dal
veicolo spaziale Apollo 13. A sinistra si vede lo schermo gigante a
colori in alta risoluzione. A destra, la videoproiezione Eidophor a colori (NASA).

Come è possibile che la NASA avesse già, sei decenni fa, una tecnologia che
sarebbe arrivata quasi trent’anni più tardi? Tranquilli, gli alieni non
c’entrano, ma se chiedete anche ai tecnici del settore e agli informatici come
potesse esistere un oggetto del genere a metà degli anni Sessanta,
probabilmente non sanno come rispondere.

Questa è la strana storia di questo oggetto a prima vista impossibile e di una
serie di tecnologie folli e oggi dimenticate, a base di olio viscoso, dischi
rotanti e puntine di diamante, nelle quali c’è di mezzo un notevole pizzico di
Svizzera. Se il nome Fritz Fischer e la parola Eidophor non vi dicono
nulla, state per scoprire una pagina di storia della tecnologia che non è solo
un momento nerd ma è anche una bella lezione di come l’ingegno umano sa
trovare soluzioni geniali a problemi in apparenza irrisolvibili.

Benvenuti alla puntata del 28 giugno 2024 del Disinformatico, il
podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie
strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Un oggetto impossibile

Se siete fra i tanti che in questo periodo stanno acquistando un televisore
ultrapiatto gigante in alta definizione, forse vi ricordate di quando lo
schermo televisivo più grande al quale si potesse ambire a livello domestico
era un 32 pollici, ossia uno schermo che misurava in diagonale circa 80
centimetri, ed era costituito da un ingombrantissimo, costosissimo e
pesantissimo tubo catodico, racchiuso in un mobile squadrato e profondo che
troneggiava nella stanza.* Sì, c’erano anche i videoproiettori, ma
quelli erano ancora più costosi e ingombranti. Magari avete notato questi
strani scatoloni nei film di qualche decennio fa. Oggi, invece, è normale
avere schermi ultrapiatti, con una diagonale tre volte maggiore,
che sono così sottili che si appoggiano contro una parete.

* Nel 1989 la Sony presentò in Giappone il televisore a tubo catodico
Trinitron più grande mai realizzato, il KV-45ED1 o PVM-4300 (43 pollici, 225
kg, 40.000 dollari in USA).

Eppure alla NASA, a metà degli anni Sessanta, su una parete del Controllo
Missione che gestiva i lanci spaziali verso la Luna, c’erano non uno ma ben
cinque megaschermi perfettamente piatti, nitidissimi, con colori
brillanti, visibili nonostante le luci accese in sala. Il più grande di questi
schermi misurava appunto tre metri di altezza per sette di larghezza. La
risoluzione di questi monitor era talmente elevata che si leggevano anche i
caratteri più piccoli delle schermate tecniche e dei grafici che permettevano
agli addetti di seguire in dettaglio le varie fasi dei voli spaziali.

Per fare un paragone, maxischermi come il
Jumbotron di Sony o i
Diamond Vision di Mitsubishi arriveranno e cominceranno a essere installati
negli stadi e negli spazi pubblicitari solo negli anni Ottanta,* e comunque
non avranno la nitidezza di questi monitor spaziali della NASA.** Certo, al
cinema c’erano dimensioni e nitidezze notevoli e anche superiori, soprattutto
con i grandi formati come il 70 mm, ma si trattava di proiezioni di pellicole
preregistrate, mentre qui bisognava mostrare immagini e grafici in tempo
reale. I primi monitor piatti, con schermi al plasma, risalgono anch’essi agli
anni Ottanta ed erano installati nei computer portatili di punta dell’epoca,
ma non raggiungevano certo dimensioni da misurare in metri e in ogni caso
erano monocromatici.

* Sony è famosa per il suo Jumbotron, ma fu battuta sul tempo dalla
Mitsubishi Electric, i cui megaschermi Diamond Vision furono prodotti
per la prima volta nel 1980. Il primo esemplare, basato su CRT (tubi catodici) compatti a tre colori (rosso, blu e verde) fu installato a luglio dello stesso anno al Dodger Stadium di
Los Angeles e misurava 8,7m x 5,8 m (Mitsubishi Electric).

** Un Jumbotron da 10 metri aveva una risoluzione di soli 240 x 192
pixel.

I primi schermi piatti a colori arriveranno addirittura trent’anni dopo quelli
della NASA, nel 1992, e saranno ancora a bassa risoluzione. Il primo
televisore a schermo piatto commercialmente disponibile sarà il Philips
42PW9962 (un nome facilissimo da ricordare), classe 1995, che misurerà 107
centimetri di diagonale e avrà una risoluzione modestissima, 852 x 480 pixel,
che oggi farebbe imbarazzare un citofono. Costerà ben 15.000 dollari
dell’epoca. Oggi dimensioni diagonali di 98 pollici (cioè due metri e mezzo) e
risoluzioni dai 4K in su (ossia 3840 x 2160 pixel) sono commercialmente
disponibili a prezzi ben più bassi.

Insomma, quella tecnologia usata dall’ente spaziale statunitense sembra
davvero fuori dal tempo, anacronistica, impossibile. Però esisteva, e le foto
e i filmati di quegli anni mostrano questi schermi all’opera, con colori
freschissimi e dettagli straordinariamente nitidi, nella sala ben illuminata
del Controllo Missione.

Per capire come funzionavano bisogna fare un salto a Zurigo.

Eidophor, il videoproiettore a olio

Per proiettare immagini televisive, quindi in tempo reale, su uno schermo di
grandi dimensioni, negli anni Sessanta del secolo scorso esisteva una sola
tecnologia: andava sotto il nome di
Eidophor
ed era un proiettore speciale, realizzato dalla Gretag AG di Regensdorf.

Era questo apparecchio che mostrava le immagini che arrivavano dallo spazio e
dalla Luna ai tecnici del Controllo Missione di Houston, e si trattava di un
marchingegno davvero particolare, concepito dall’ingegner Fritz Fischer,
docente e ricercatore presso il Politecnico di Zurigo, dove lo aveva
sviluppato addirittura nel 1939 [brevetto US 2,391,451], presentando il
primo esemplare sperimentale nel 1943. Se ve lo state chiedendo, il nome
Eidophor deriva da parole greche che significano grosso modo “portatore
di immagini”.

Questo proiettore usava un sistema ottico simile a quello di un proiettore per
pellicola, ma al posto della pellicola c‘era un disco riflettente che girava
lentamente su se stesso. Questo disco era ricoperto da un velo di olio
trasparente ad alta viscosità, sul quale un fascio collimato e pilotato di
elettroni depositava delle cariche elettrostatiche che ne deformavano la
superficie.

Uno specchio composto da strisce riflettenti alternate a bande trasparenti
proiettava la luce intensissima di una lampada ad arco su questo velo di olio,
e solo le zone del velo che erano deformate dal fascio di elettroni
riflettevano questa luce verso lo schermo, permettendo di disegnare delle
immagini in movimento.

Schema di funzionamento del velo d’olio e dello specchio a strisce, tratto da
Eidophor – der erste Beamer, Ngzh.ch, 2018.

Lo so, sembra una descrizione molto steampunk. E come tanta tecnologia
della cultura steampunk, anche l’Eidophor era grosso, ingombrante e
difficile da gestire. Usarlo richiedeva la presenza di almeno due tecnici e
un’alimentazione elettrica trifase, e se il velo d’olio si contaminava
l’immagine prodotta veniva danneggiata. Però la sua tecnologia completamente
analogica funzionava e permetteva di mostrare immagini televisive in diretta,
inizialmente in bianco e nero e poi a colori, su schermi larghi fino a 18
metri.

Nel 1953 l’Eidophor fu presentato negli Stati Uniti in un prestigioso cinema
di New York, su iniziativa della casa cinematografica 20th Century Fox, che
sperava di installarne degli esemplari in centinaia di sale per mostrare
eventi sportivi o spettacoli in diretta, ma non se ne fece nulla, perché
l’ente statunitense di regolamentazione delle trasmissioni non concesse le
frequenze televisive necessarie per la diffusione.

Negli anni Sessanta le emittenti televisive di tutto il mondo cominciarono a
usare questi Eidophor come sfondi per i loro programmi, specialmente nei
telegiornali e per le cronache degli eventi sportivi. Fra i clienti di questa
invenzione svizzera ci furono anche il Pentagono, per applicazioni militari, e
appunto la NASA, che ne installò ben trentaquattro esemplari nella propria
sede centrale per mostrare le immagini dei primi passi di esseri umani sulla
Luna a luglio del 1969. 

Un Eidophor EP 6 chiuso e aperto. Era alto 1,97 metri, largo 1,45 e profondo 1,05 (Nationalmuseum.ch).

Gli Eidophor della NASA furono modificati in modo da avere una risoluzione
quasi doppia rispetto allo standard televisivo normale, 945 linee orizzontali
invece delle 525 standard, rendendo così leggibili anche i caratteri più
piccoli delle schermate di dati. In pratica la NASA aveva dei megaschermi HD
negli anni Sessanta grazie a questa tecnologia svizzera, che fra l’altro
piacque anche ai rivali sovietici, che installarono degli Eidophor anche nel
loro centro di lancio spaziale.

Ma per lo schermo gigante centrale della NASA neppure l’Eidophor era
all’altezza dei requisiti. Per quelle immagini ultranitide a colori era
necessario ricorrere ai diamanti e alla Bat-Caverna.

Diamanti e Bat-Caverne

Anche in questo caso la tecnologia analogica fece acrobazie notevolissime. Lo
schermo usava una batteria di ben sette proiettori, alloggiati in una enorme
sala completamente dipinta di nero e battezzata “Bat-Caverna” dai tecnici che
ci lavoravano.

Schema del sistema di proiezione, che mostra i grandi specchi usati per
deviare i fasci di luce dei proiettori e ridurre così le dimensioni della sala
tecnica.

Questi proiettori usavano
lampade allo xeno, la cui luce potentissima illuminava delle diapositive e le proiettava su
grandi lastre di vetro semitrasparente, che costituivano gli schermi veri e
propri. Ma il calore di queste lampade avrebbe fuso o sbiadito in fretta
qualunque normale diapositiva su pellicola, e i grafici dovevano invece
restare sullo schermo per ore.

Così i tecnici si inventarono delle diapositive molto speciali, composte da
lastrine di vetro ricoperte da un sottilissimo strato opaco di metallo. Su
queste diapositive si disegnavano in anticipo le immagini da mostrare,
incidendole direttamente nel metallo, un po’ come si fa per i circuiti
stampati. Il metallo rimosso lasciava passare la luce, e poi dei filtri
colorati permettevano di tingere la luce proiettata sullo schermo.

Questo permetteva di avere grafici e immagini di grandissima nitidezza, ben
oltre qualunque risoluzione di monitor dell’epoca, e risolveva il problema
delle immagini statiche, per esempio quella del globo terrestre o di un
grafico di traiettoria o dei consumi di bordo del veicolo spaziale. Ma non
risolveva il problema di aggiornare quei grafici con i dati di
telemetria che provenivano dallo spazio e dai centri di calcolo della NASA.

Dettaglio di una porzione del megaschermo principale del Controllo Missione.

La soluzione ingegnosa, anche in questo caso fortemente analogica, fu montare
alcuni di questi sette proiettori su un supporto che permetteva di orientarli.
Questi proiettori avevano delle diapositive metalliche nelle quali c’era
incisa la sagoma dei vari veicoli spaziali da seguire, e il loro puntamento
era comandato dai dati che arrivavano dal centro di calcolo della NASA
[l’adiacente Real-Time Computer Complex, descritto in italiano
qui da Tranquility Base]
, pieno di grandi computer IBM 360, che elaboravano i dati trasmessi dal
veicolo spaziale. In pratica, invece di aggiornare l’intera immagine come si
fa con i normali monitor, veniva semplicemente spostata la diapositiva che
raffigurava il veicolo e lo sfondo restava fisso.

Ma i grafici e le traiettorie andavano disegnati e aggiornati man mano, e
quindi questo trucco di spostare la sagomina, per così dire, non bastava. Così
la NASA adottò un trucco ancora più elegante: una testina di diamante, simile
alle puntine dei giradischi, comandata da dei servomotori sugli assi X e Y,
incideva la diapositiva, rimuovendo lo strato metallico opaco e facendo
passare la luce del proiettore attraverso la zona incisa.

Sì, le immagini venivano letteralmente incise, formando simpatici
truciolini metallici, spazzati via da delle potenti ventole. Quindi quando
vedete nei documentari di quel periodo che il tracciato grafico della
traiettoria di un veicolo spaziale si aggiorna, è perché
la diapositiva veniva grattata. Semplice ed efficace, anche se
ovviamente non era possibile rifare e correggere.

Sono tutte tecniche in apparenza semplici, una volta che qualcuno le ha
escogitate, ma soprattutto sono tecniche che rivelano una lezione troppo
spesso dimenticata nell’informatica di oggi: invece di usare potenza di
calcolo a dismisura e risolvere tutto con il software per forza bruta,
conviene esaminare bene il problema e capire prima di tutto quali sono i
requisiti effettivi del progetto.

Nel caso della NASA, quei monitor dovevano mostrare in altissima risoluzione
solo immagini statiche
con pochi elementi in movimento, per cui non era necessario un approccio
“televisivo”, nel quale l’immagine intera viene aggiornata continuamente. Per
le immagini televisive vere e proprie c’era l’Eidophor; per tutto il resto
bastavano diapositive metalliche e una puntina di diamante che le grattasse.

Sarebbe bello vedere applicare questi principi, per esempio, all’intelligenza
artificiale. Il modello di oggi delle IA è forza bruta, con impatti energetici
enormi. Ma ci sono soluzioni più eleganti ed efficienti. Per esempio, se si
tratta di fare riconoscimento di immagini di telecamere di sorveglianza, non
ha senso fare come si fa oggi, ossia mandare le immagini a un centro di
calcolo remoto e poi farle analizzare lì da un’intelligenza artificiale
generalista; conviene invece fare l’analisi sul posto, a bordo della
telecamera, con una IA fatta su misura, che consuma infinitamente meno e
rispetta molto di più la privacy.

Ma per ora, purtroppo, si preferisce la forza bruta.

Fonti:
Large screen display for the Mission Control Center, NASA, 1989;
Plasma display, Wikipedia;
How Does a Jumbotron Work?, ThoughtCo, 2019;
Watch those men on the Moon, ETHZ.ch, 2019;
Der Eidophor-Projektor, ETHZ.ch;
Viel Licht für grosse Leinwände – Der Eidophor, ETHZ.ch, 2015;
Handwiki.orgEidophor – der erste Beamer, Ngzh.ch, 2018;
Apollo Flight Controller 101: Every console explained, Ars Technica, 2019.

*Podcast RSI – Svizzera, allarme per la falsa app governativa AGOV: è un malware che ruba dati, fatto per colpire i Mac

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Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle
fonti di questa puntata, sono qui sotto.

[CLIP: L’inizio di uno degli spot classici “Get a Mac…” (2006-2009): quello che parla di virus per Windows e si vanta dell’immunità del Mac. La musica dello spot si intitola Having Trouble Sneezing ed è di Mark Mothersbaugh dei Devo]

Ben ritrovati dopo la breve pausa estiva di questo podcast! Riparto subito con
un mito informatico da smontare, e da smontare in fretta, perché sta
contribuendo al successo di una campagna di attacchi informatici che stanno
prendendo di mira specificamente la Svizzera ma si stanno estendendo anche ad
altri paesi.

Il mito è che i Mac siano immuni ai virus. Non è così, ma molti continuano a
crederlo e si infettano scaricando app create appositamente dai criminali
informatici. Se poi a questo mito si aggiunge il fatto che queste app
infettanti fingono di essere applicazioni ufficiali governative, il successo
della trappola è quasi inevitabile.

Questa è la storia di Poseidon, un malware per Mac, un’applicazione ostile che
ruba i dati e le credenziali degli utenti di computer Apple spacciandosi per
AGOV, un’applicazione di accesso ai servizi della Confederazione e delle
autorità cantonali e comunali, per esempio per la compilazione e l’invio della
dichiarazione d’imposta, ed è anche la storia di questo mito duro da estirpare
della presunta invulnerabilità dei Mac.

Benvenuti alla puntata del 19 luglio 2024 del Disinformatico, il
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strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Se nei giorni scorsi avete ricevuto una mail apparentemente firmata
dall’Amministrazione federale svizzera e avete seguito il suo consiglio di
scaricare e installare sul vostro computer l’applicazione AGOV delle autorità
nazionali, come è successo a moltissimi residenti nella Confederazione, il
vostro Mac è quasi sicuramente infetto e i vostri dati personali sono quasi
sicuramente stati rubati.

L’allarme è stato lanciato dall’Ufficio federale della cibersicurezza, UFCS,
alla fine del mese scorso. Il 27 giugno,
segnala
l’UFCS,
“criminali informatici hanno avviato un’importante campagna di «malspam»
contro cittadini della Svizzera tedesca. E-mail apparentemente provenienti
da AGOV infettano gli apparecchi degli utenti di macOS con un malware
denominato «Poseidon Stealer».”

Breve spiegazione per chi non abita in Svizzera: AGOV è il sistema di accesso
online ai servizi delle autorità svizzere. Si trova presso Agov.ch ed è
disponibile anche come app per smartphone
Apple
e
Android, ma non come applicazione per computer. Agov è insomma un nome di cui gli
svizzeri si fidano. Un nome perfetto per carpire la fiducia degli utenti.

I criminali informatici di cui parla l’UFCS hanno acquisito un malware di tipo
stealer, ossia che ruba dati e credenziali di accesso, e lo hanno
rimarchiato, presentandolo appunto come software di AGOV per Mac.

Sì, avete capito bene: i criminali hanno comperato il virus informatico già
fatto. Questo specifico virus va sotto il nome generico di
Atomic MacOS Stealer (o AMOS per gli amici), ed è stato ribattezzato
Poseidon
: è in vendita via Telegram sotto forma di licenza d’uso mensile che
costa 1000 dollari al mese, secondo le
informazioni
raccolte dalla società di sicurezza informatica Intego. Il crimine informatico
è un’industria, non una brigata di dilettanti, e quindi si è organizzato con
una rete di fornitori. Atomic Stealer, o Poseidon che dir si voglia, è quello
che oggi si chiama malware as a service, cioè un servizio di produzione
e fornitura di virus per computer, disponibile al miglior offerente.

Le organizzazioni criminali, in altre parole, comprano il malware chiavi in
mano e poi lo personalizzano in base al paese che vogliono prendere di mira.
Per disseminarlo usano varie tecniche: una delle preferite è comperare spazi
pubblicitari su Google, pagandoli profumatamente per far apparire i loro
annunci apparentemente innocui in cima ai risultati di ricerca degli utenti.

Ovviamente questi criminali informatici non si presentano agli agenti pubblicitari di Google dicendo “Salve, siamo criminali informatici”, ma usano aziende prestanome.

La gente, poi, cerca per esempio Agov scrivendolo in Google e vede un elenco
di risultati fra i quali spiccano le pubblicità dei criminali, che fingono di
offrire software per accedere ai servizi delle autorità nazionali. È quindi
facile, anzi inevitabile, che molti utenti clicchino su queste pubblicità, che
sono fra l’altro difficili da distinguere dai risultati di ricerca autentici. Cliccandoci
su, gli utenti vengono portati a un sito gestito dai truffatori, che propone
di scaricare il presunto software governativo, che in realtà è il malware
travestito. E chi lo scarica e lo installa, si infetta. Anche se ha un Mac.
Anzi, soprattutto se ha un Mac, perché questo malware è fatto apposta
per colpire gli utenti dei computer Apple.

Il mito dell’invulnerabilità dei Mac ha radici lontane. Per anni, Apple ha
pubblicizzato i propri computer scrivendo cose come
“I Mac non prendono i virus per PC” oppure
“un Mac non è attaccabile dalle migliaia di virus che appestano i computer
basati su Windows”.

Frasi che tecnicamente non sono sbagliate, ma sono ingannevoli per l’utente
comune, che le interpreta facilmente come “i Mac non prendono virus”,
dimenticando quella precisazione “per PC”
che cambia tutto.

Normalmente, infatti, i virus vengono creati per uno specifico sistema
operativo e funzionano solo su quello, per cui per esempio un virus per
Android non funziona su un tablet o smartphone iOS e quindi anche un virus
scritto per Mac non fa un baffo a un utente che adopera Windows. Ma i virus
per Mac esistono eccome. Tant’è vero che a giugno del 2012, dopo la comparsa
di una raffica di virus fatti su misura per i Mac, Apple tolse con discrezione
dal proprio sito quelle frasi, sostituendole con altre parole ben più blande
(Wired;
Sophos).

Eppure il mito continua a persistere.

Conoscere la tecnica di disseminazione dei malware usata dai criminali
permette di capire subito un trucco da usare per difendersi preventivamente:
si tratta di un piccolo ma importante cambiamento di abitudini, ossia
smettere di usare Google, o un altro motore di ricerca, per accedere ai siti.

Moltissimi utenti, infatti, per andare per esempio su Facebook non digitano
facebook.com
nella casella di navigazione e ricerca ma scrivono semplicemente
facebook in Google e poi cliccano sul primo risultato proposto da
Google, presumendo che sarà quello giusto. I criminali lo sanno, e creano
pubblicità che compaiono quando l’utente digita solo parte del nome di un sito
invece del nome intero. In questo modo, l’utente clicca sulla pubblicità,
credendo che sia un risultato di ricerca, e viene portato al sito dei
truffatori, dove potrà essere imbrogliato a puntino.

Il modo giusto per essere sicuri di visitare un sito autentico è scriverne il
nome per intero, compreso il suffisso .com, .ch, .it o altro che sia
nella casella di navigazione e ricerca. E se è un sito che si prevede di
consultare spesso, conviene salvarlo nei Preferiti, così basterà un solo clic
sulla sua icona per raggiungerlo di nuovo con certezza. Meglio ancora, se il
sito offre un’app, conviene usare quell’app, specialmente per i siti che
maneggiano soldi, come per esempio i negozi online e le banche.

Questa tecnica di scrivere il nome per intero invece di cliccare sul risultato
proposto al primo posto da Google si applica anche a un’altra tecnica usata
dai criminali per portarci sui loro siti trappola: i link ingannevoli nelle
mail. I criminali responsabili dell’attacco che ha colpito gli utenti svizzeri
hanno usato proprio questa modalità.

Secondo le
informazioni
pubblicate dall’autorità nazionale di sicurezza informatica Govcert.ch, questi
criminali hanno usato il servizio di mail di Amazon (che i filtri antispam
normalmente non bloccano) per inviare mail, apparentemente spedite dalle
autorità federali, che avvisavano gli utenti che da luglio 2024 sarebbe
diventato obbligatorio usare il software AGOV per computer per accedere ai
servizi federali, cantonali e comunali. La mail conteneva un link al motore di
ricerca Bing (del quale gli utenti si fidano), che portava a un sito che a sua
volta portava automaticamente a un altro sito, con un nome che somigliava a
quello giusto, come per esempio agov-access.net oppure agov-ch.com, che ospitava il malware e aveva una grafica molto simile a quella del sito
autentico.

Una schermata tratta dal sito dei truffatori. Fonte: Govcert.ch.

Il malware veniva presentato spacciandolo appunto per l’app AGOV per i Mac.
Che, ripeto, in realtà non esiste.

Come al solito, insomma, l’attacco faceva leva sulla psicologia: i criminali hanno
creato una situazione di stress per la vittima e le hanno messo fretta
parlando di scadenze imminenti, e hanno creato un percorso rassicurante, che
sembrava autorevole ma era in realtà pilotato dai malviventi.

A questi due ingredienti classici degli attacchi si è aggiunto il fatto che gli
utenti Apple sono spesso convinti che i loro computer siano inattaccabili e
quindi le loro difese mentali sono già abbassate in partenza.

Nel caso specifico di questo attacco, le autorità di sicurezza nazionali sono
intervenute pubblicando avvisi e bollettini sui propri siti e anche sul sito
Agov.ch, e pubblicando un’analisi tecnica molto approfondita [altre info sono su Abuse.ch]. Inoltre i siti che ospitavano il malware sono stati bloccati e disattivati.
Ma è solo questione di tempo prima che i criminali ci riprovino. Sta a noi
essere vigili e prudenti.

Se per caso siete stati coinvolti in questo attacco, l’UFCS vi
raccomanda
di eliminare immediatamente le e-mail che avete ricevuto e di fare una
reinstallazione da zero del Mac se avete scaricato e installato il malware.

A tutto questo scenario di attacchi, contrattacchi, misure preventive e
difensive conviene decisamente aggiungere anche un altro elemento
fondamentale: l’antivirus. Il malware Poseidon viene riconosciuto da tutti i
principali antivirus, per cui è opportuno installare sul proprio Mac un
antivirus di una marca di buona reputazione. A differenza di Windows, macOS
non ha un antivirus integrato vero e proprio ma ha solo una sorta di
mini-antivirus che fa molto, ma non arriva al livello di protezione di un
prodotto dedicato realizzato da aziende specializzate.

La parte più difficile dell’installazione di un antivirus su un Mac è…
convincere l’utente che ne ha bisogno. Quel mito di invulnerabilità creato,
sfruttato e poi silenziosamente ritirato più di dieci anni fa continua a
restare radicato nelle abitudini delle persone. E a fare danni.

*Podcast RSI – Interfacce touch per auto, 40 anni di seduzione pericolosa

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[CLIP: Rumore di auto elettrica che parte da ferma e accelera]

Le automobili di oggi sono dei computer su ruote, hanno un numero sempre
maggiore di funzioni e servizi, e si pone il problema di come permettere al
conducente di gestire tutta questa complessità. Per usare il gergo
informatico, è necessario adeguare la cosiddetta interfaccia utente.

La soluzione sempre più diffusa è uno schermo tattile, che sostituisce le
levette e i pulsanti fisici, ma ci sono anche i comandi capacitivi,
ossia finti pulsanti che si azionano semplicemente sfiorandoli e non si
muovono fisicamente.

Eppure la sensazione di molte persone che guidano questi veicoli è che le
interfacce touch, una volta passato l’effetto wow e superato l’impatto
estetico seducente, siano scomode e in alcuni casi addirittura pericolose.
Cominciano a essere pubblicate anche delle ricerche tecniche che sembrano
confermare questa sensazione. Ma allora perché quasi tutti i costruttori di
automobili insistono a usare questo tipo di interfaccia?

Questa è la storia delle interfacce touch nelle automobili. Una storia
che comincia, sorprendentemente, nel 1986, quasi quarant’anni fa, e che rivela
il lungo flirt dell’industria automobilistica con una tecnologia in
apparenza avveniristica ma in realtà perlomeno controversa. Un flirt nel quale
la persona più importante, cioè il conducente, finisce spesso per trovarsi nel
ruolo del terzo incomodo che deve fare buon viso a cattivo gioco.

Benvenuti alla puntata del 2 agosto 2024 del Disinformatico, il podcast
della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane
dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

—-

Se qualcuno nomina il concetto di interfaccia touch per le auto, o in
altre parole parla di automobili che si comandano in gran parte non con dei
pulsanti, delle manopole o delle levette fisiche ma usando uno schermo
interattivo e sensibile al tocco, il pensiero corre facilmente a una marca ben
precisa: Tesla. Le sue auto, esclusivamente elettriche, sono famose per i loro
schermi giganti incastonati nel cruscotto, da usare per comandarne le mille
funzioni offerte dal software di bordo.

Ma in realtà la prima interfaccia touch, ossia il primo schermo sensibile al
tocco presente in un’automobile risale a molto prima della nascita del
marchio Tesla: risale addirittura al 1986. In quell’anno la casa
automobilistica statunitense Buick presentò il Graphic Control Center,
uno schermo tattile da nove pollici, incastonato nel cruscotto della sua
coupé Riviera di settima generazione. Era un monitor a tubo catodico, monocromatico, con caratteri verdi su
sfondo nero, e a detta della casa costruttrice riuniva in un unico elemento
ben 91 funzioni
che altrimenti avrebbero richiesto pulsanti, selettori, interruttori e
manopole sul cruscotto. Da questo schermo sensibile al tatto si
comandavano per esempio l’aria condizionata, l’autoradio, i sistemi
diagnostici e si monitoravano i consumi di carburante.

Lo schermo touch di una Buick Riviera, versione del 1989. Immagine tratta da questo video.

Fu un fiasco, perché i conducenti si lamentarono che usare lo schermo tattile
era scomodo e li distraeva troppo dalla guida, obbligandoli a togliere gli
occhi dalla strada molto di più di quanto facessero quei comandi fisici che il
monitor tattile aveva sostituito. Buick non installò più questo sistema touch,
e l’idea delle interfacce tattili rimase parcheggiata con le quattro frecce
per circa vent’anni.

Nel 2001 arrivò infatti BMW, che introdusse
iDrive, un’interfaccia
di gestione incentrata su uno schermo da quasi 9 pollici di diagonale,
finalmente piatto e non a tubo catodico ma a LCD, che sostituiva tutta la
pulsantiera del sistema di intrattenimento di bordo. Non era comandabile
toccandolo: la persona alla guida vi interagiva tramite una manopola fisica
che permetteva di esplorare i suoi vari menu e sottomenu.

Gli schermi nei cruscotti cominciarono man mano a diffondersi, ma solo come
coprotagonisti di un pannello comandi che restava affollato di bottoni. Tesla arrivò
con la sua interfaccia touch soltanto nel 2012, ma lo fece col botto,
piazzando al centro del cruscotto della sua prima berlina, la Model S, un
monumentale schermo tattile da ben 17 pollici, ed eliminando quasi
completamente i pulsanti fisici. Praticamente tutte le funzioni dell’auto,
comprese quelle importanti per la sicurezza di guida come l’accensione dei
fendinebbia, passavano da quello schermo, con un effetto avveniristico che
fece immediatamente presa nell’opinione pubblica. E la tendenza di questa
marca al minimalismo dei pulsanti è proseguita con i modelli successivi. Nelle
Tesla più recenti, anche la direzione delle bocchette di ventilazione si
comanda dallo schermo touch, è scomparso il quadrante degli strumenti, quello che stava dietro il
volante, e sono sparite anche le levette per azionare le frecce, sostituite da
tasti capacitivi, ossia delle superfici a sfioramento integrate nelle
razze del volante. Anche le marce si selezionano toccando lo schermo oppure
dei tasti capacitivi inseriti in modo quasi invisible nella plafoniera.

Ora moltissimi costruttori di automobili mettono un grande schermo tattile al
centro dei loro cruscotti: è la moda di design del momento, perché fa colpo
sul cliente, elimina tantissimi anfratti che attirano antiestetica polvere, ma soprattutto
fa risparmiare tanti soldi al costruttore, che si trova ad avere meno
componenti e sottocomponenti da montare durante la fabbricazione, quindi meno
costi di manodopera, e non deve gestire una selva di pulsanti, cavi, levette e
relativi ricambi da tenere a magazzino per anni. Inoltre consente di
aggiungere nuove funzioni con un semplice aggiornamento software, senza dover
installare pulsanti extra o dover rifare gli stampi e le procedure di
assemblaggio per offrire un cruscotto modificato.

Il caso forse più estremo è quello di Mercedes, che nella sua EQS offre in
opzione il cosiddetto Hyperscreen, uno schermo largo 56 pollici, circa un
metro e mezzo, composto da tre pannelli da 12 pollici e da uno da quasi 18
pollici.

Ma non è un po’ troppo tutto questo?

—-

Euro NCAP, una delle più prestigiose
organizzazioni europee per la sicurezza automobilistica, sostenuta dall’Unione
Europea e da numerosi ministeri nazionali dei trasporti, ha annunciato a marzo
del 2024 che i suoi nuovi test di sicurezza, previsti per il 2026,
incoraggeranno le case automobilistiche a usare
“comandi fisici e separati per le funzioni di base in maniera intuitiva per
limitare il tempo trascorso con gli occhi distolti dalla strada e quindi
promuovere una guida più sicura”
. Inoltre ha dichiarato che
“l’uso eccessivo degli schermi tattili è un problema che tocca l’intero
settore”

perché
“obbliga i conducenti a spostare lo sguardo dalla strada e aumenta il
rischio di incidenti dovuti alla distrazione”
[Interesting Engineering].

Già nel 2022 una
rivista di settore svedese
aveva dimostrato che i pulsanti fisici sono solitamente più sicuri degli schermi tattili. Lo aveva fatto misurando il tempo di spostamento dello sguardo necessario per compiere quattro compiti
relativamente semplici. Su una Volvo V70 del 2005, dotata solo di pulsanti, il
tempo complessivo era stato di dieci secondi. Sulla BMW iX, basata su uno
schermo touch, le stesse operazioni avevano richiesto il triplo del tempo,
trenta secondi, e su una MG Marvel R erano serviti addirittura 45 secondi di
distrazione.

Anche senza arrivare al rigore di un test come questo, è abbastanza intuitivo
che se ci si trova improvvisamente in un banco di nebbia è molto più sicuro
avere un pulsante per accendere i fendinebbia, un pulsante che si può trovare
e premere senza togliere lo sguardo dalla strada in un momento critico del
genere, che avere una zona specifica dello schermo che bisogna toccare per
attivare un menu dal quale bisogna poi scegliere l’icona giusta e centrarla
con il dito, senza nessun riscontro fisico di averla toccata correttamente.

Va detto che pulsanti e interfacce fisiche non sono automaticamente una
garanzia di sicurezza. Come gli informatici e i piloti collaudatori ben sanno,
qualunque interfaccia può causare confusione, distrazione e disastri anche
fatali se non è pensata bene. Un caso tristemente noto in campo
automobilistico è quello della leva del cambio della Fiat Chrysler Grand
Cherokee del 2015. Una leva tangibile, impugnabile, che però era stata
concepita in modo da non mantenere fisicamente una posizione differente a
seconda della marcia inserita. Tornava sempre alla posizione centrale,
lasciando come unica indicazione del suo stato una piccola spia luminosa.

Molti conducenti erano scesi dall’auto pensando di averla messa in Park quando
in realtà era ancora in Drive o in folle o addirittura in retromarcia, col risultato che
l’auto si muoveva da sola. Alla fine, dopo almeno 41 casi di ferimento legati
a questa interfaccia, Fiat Chrysler era stata costretta a richiamarne oltre un
milione di esemplari. Questo errore di progettazione dell’interfaccia è fra le
probabili cause della morte nel 2016 dell’attore di Star Trek
Anton Yelchin, schiacciato contro un cancello di sicurezza dalla propria Grand Cherokee
lasciata inavvertitamente in folle in pendenza.

Non è solo una questione di schermi tattili al posto dei pulsanti: anche la
recente moda di adottare comandi capacitivi a sfioramento ha i suoi problemi di interfaccia.
Alcuni proprietari di auto Volkswagen affermano infatti che questi pseudo-pulsanti,
presenti sul volante, causano incidenti.

Siccome si tratta di superfici estremamente sensibili al tocco, basta
sfiorarle inavvertitamente, magari durante una manovra di parcheggio, per dare
i comandi corrispondenti. Finché si alza per errore il volume dell’autoradio
non è un problema grave, ma se si riattiva involontariamente il
cruise control o tempomat, i cui comandi sono sulle razze del
volante, l’auto accelera di colpo e a sorpresa. Le segnalazioni di incidenti
di questo genere si stanno accumulando nei forum online [Ars Technica], ma per ora manca un’inchiesta formale, per cui sono dati da prendere con
un pizzico di cautela. In ogni caso Volkswagen ha deciso di non attendere test
formali e ha annunciato sin da
ottobre 2022
che ripristinerà i pulsanti fisici veri e propri sul volante, scrivendo che
“è quello che ci chiedono i clienti”.

Insomma, se vi lamentate che le interfacce touch di oggi non vi vanno a genio,
non siete soli e non siete diventati brontoloni che non sanno stare al passo
con i tempi. Il problema è molto concreto e diffuso, tanto che esistono
aziende che
vendono pulsantiere Bluetooth per ridare
agli utenti dei bottoni da pigiare almeno per le funzioni più frequenti che
sarebbero invece accessibili soltanto toccando uno schermo.

Il minimalismo è una scelta di design valida nell’informatica di consumo, dove
l’estetica può essere privilegiata tranquillamente rispetto alla velocità e alla intuitività d’uso,
ma i dati indicano che non è affatto una scelta altrettanto valida nella sicurezza
stradale, anche se per molti costruttori di automobili il ritorno alle
interfacce utente fisiche, con i relativi costi e le associate complessità di
fabbricazione, è letteralmente un tasto che non vogliono toccare.

Fonti:

*Podcast RSI – Frodi milionarie con numeri di telefono falsificati, in manette i fornitori: il caso Russian Coms

Questo articolo è stato migrato al nuovo blog Attivissimo.me. Eventuali aggiornamenti saranno pubblicati lì.

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Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate
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Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle
fonti di questa puntata, sono qui sotto.

[CLIP: Squillo di telefono]

Il vostro telefonino squilla all’improvviso. Sul suo schermo compare il numero
della vostra banca. Rispondete, e una voce molto precisa e professionale vi
informa, con il tono leggermente spassionato di chi ha detto queste stesse
parole infinite volte, che è successo quello che temevate e che un po’ tutti
temiamo. Dei criminali informatici hanno avuto accesso al vostro conto
corrente.

Per fortuna la vostra banca ha bloccato il tentativo di frode e vi sta
chiamando appunto per informarvi della situazione e per chiedervi di smettere
di usare le vostre coordinate bancarie attuali e sostituirle con quelle nuove,
che vi verranno dettate tra un momento. A voi non resta che trasferire il
saldo del conto dalle coordinate attuali a quelle nuove, e tutto sarà a posto.

Ma come avete probabilmente intuito, la chiamata è una messinscena, il numero
che compare sul vostro schermo è stato falsificato, la voce è quella alterata
digitalmente di un criminale che finge di essere un funzionario antifrode, e
le coordinate nuove servono per convincervi a trasferire volontariamente i
vostri soldi su un conto controllato dal malvivente.

Fin qui niente di nuovo, ma questa non è la storia dell’ennesimo caso di frode
bancaria informatica: è la storia di Russian Coms, un vero e proprio servizio
commerciale di assistenza tecnica ai criminali, il cosiddetto
crime as a service, che vendeva kit chiavi in mano per aspiranti
truffatori e ha permesso di derubare centinaia di migliaia di persone in oltre
cento paesi per un totale di svariate decine di milioni di dollari.

Dico “vendeva” perché Russian Coms è stato sgominato dalle forze
dell’ordine, arrestando varie persone e soprattutto prendendo il controllo dei
server sui quali i criminali gestivano i rapporti con la propria clientela,
promettendo discrezione e riservatezza. Ma ora tutti i dati di quei rapporti
sono nelle mani degli inquirenti, e sul canale Telegram di Russian Coms è
comparso un avviso:
“tutto è stato compromesso, non importa quale software stiate usando. Anche
tutti gli altri fornitori sono stati compromessi”.

L’avviso sul canale Telegram di Russian Coms. Fonte: National Crime Agency.

In altre parole, si salvi chi può.

Questo fuggi fuggi generale è un’occasione rara per gettare luce sulla filiera
del crimine informatico e sulle sue tecniche, per riconoscerle e difendersi
meglio, ma anche per rispondere a un paio di curiosità che magari vi siete
posti: ma dove vanno esattamente i criminali online a procurarsi i ferri del
mestiere? Vanno nel dark web? Sono tutti esperti del fai da te
informatico, dediti al male? E poi, perché è possibile falsificare il numero
del chiamante?

Benvenuti alla puntata del 9 agosto 2024 del Disinformatico, il podcast
della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane
dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Questa storia inizia nel 2021, quando nasce un gruppo di criminali online che
si fa chiamare Russian Coms anche se non ha nessun collegamento noto
con la Federazione Russa. La sua specialità è offrire ad altri criminali
servizi di caller ID spoofing, ossia di falsificazione del numero del
chiamante. Servizi che fanno comparire sui telefonini delle persone chiamate
un numero appartenente a una banca, a una compagnia telefonica o a una forza
di polizia, per conquistare la fiducia di queste persone e aiutare così a
carpirne i dati personali, le carte di credito e i soldi.

Russian Coms comincia offrendo ai propri clienti dei telefonini Android
appositamente personalizzati, dotati di app finte che li fanno sembrare
normali telefoni in caso di sequestro da parte della polizia, di VPN per
rendere meno tracciabili le attività criminali per le quali vengono usati, e
anche di una app di autodistruzione che cancella istantaneamente la memoria
dello smartphone in caso di necessità. Successivamente offre anche lo stesso
servizio tramite una web app.

Russian Coms propone contratti di sei mesi che costano circa 1300 euro in
tutto, sono pagabili con criptovalute e vengono pubblicizzati su Snapchat,
Instagram e Telegram, e su un normalissimo sito Web, Russiancoms.cm. Non
provate a visitarlo adesso: non ci troverete nulla. Lo so perché ho provato io
per voi.

Avete capito bene: niente dark web, ma tutto sfacciatamente alla luce
del sole, sul Web normale, sui social network, come se niente fosse.

Le offerte di contratto sul sito Web di Russian Coms. Fonte: National Crime
Agency.

Il servizio è completo e professionale: le chiamate sono cifrate, viene
offerto un software che altera la voce in tempo reale, i costi delle
telefonate internazionali sono inclusi nel canone, e naturalmente c’è
un’assistenza clienti disponibile ventiquattr’ore su ventiquattro, sette
giorni su sette. Un livello di customer care invidiabile, migliore di
quello di tante aziende regolari.

Gli affari di Russian Coms vanno bene. I suoi clienti arrivano a saccheggiare
conti correnti in ben 107 paesi, dagli Stati Uniti alla Norvegia, dalla
Francia alle Bahamas. Fra il 2021 e il 2024, gli utenti paganti di Russian
Coms effettuano milioni di chiamate a milioni di vittime, fingendo di
rappresentare aziende di buona reputazione e facendosi dare soldi per merci
mai consegnate, spacciandosi per banche per accedere ai conti correnti delle
persone chiamate, e organizzando in alcuni casi il ritiro fisico, fatto di
persona, di carte di debito e di credito con la scusa che andavano sostituite
per motivi di sicurezza. Il sistema funziona. Nel Regno Unito, per esempio, il
danno medio ammonta a oltre 9000 sterline (circa 10.000 euro o franchi) per
ciascuna delle circa 170.000 vittime.

Ma a marzo 2024 le cose prendono una brutta piega per i membri di Russian
Coms.

Dopo mesi di indagini, gli agenti della National Crime Agency britannica
arrestano due uomini di 26 e 28 anni a Londra. Gli inquirenti ritengono che si
tratti degli sviluppatori e degli amministratori del servizio.

Nei giorni successivi, il sito di Russian Coms viene disattivato, e il 12
aprile viene arrestato, sempre a Londra, un altro uomo che viene considerato
uno degli addetti alla consegna di persona degli smartphone modificati. Pochi
giorni fa è stato arrestato, sempre nel Regno Unito, uno dei clienti di
Russian Coms, e inoltre l’Europol ha in corso altre operazioni analoghe in
vari altri paesi.

Gli agenti britannici hanno
reso pubblici
i dettagli di questa vicenda il primo agosto scorso, pubblicando anche un
video dell’irruzione e dell’arresto e una schermata tratta dal sito di Russian
Coms che ne illustra il tariffario.

[rumore dell’irruzione]

Sul canale Telegram di Russian Coms i messaggi dei criminali sono stati
sostituiti da un avviso che informa la clientela, per così dire, che il
servizio
“è ora sotto il controllo delle forze dell’ordine internazionali” e
annuncia che “La polizia verrà a trovarvi presto”, con tanto di emoji
sorridente ma non troppo.

L’avviso sul canale Telegram di Russian Coms. Fonte: National Crime Agency.

La National Crime Agency sottolinea che anche se le tecnologie sofisticate e
le tecniche professionali usate da gruppi come Russian Coms
“promettono l’anonimato, a insaputa dei loro utenti criminali registrano e
conservano i loro dati, e quindi è possibile identificare chi sono e come
operano”
.

Il fatto che i server dei fornitori del servizio siano stati acquisiti dalle
forze dell’ordine implica un bottino ingentissimo di dati, e soprattutto di
identità di vittime e truffatori, che fotografa l’intera organizzazione e la
sua clientela con un dettaglio che si vede di rado. La polizia londinese ha
dichiarato di aver svolto controlli incrociati su oltre 100.000 dati, compresi
indirizzi IP, numeri di telefono e soprattutto nomi, per identificare i
sospettati e rintracciare anche le loro vittime.

L’obiettivo di questo intervento e del suo annuncio al pubblico è minare in
generale la fiducia dei malviventi in questi fornitori di servizi e quindi
spezzare la filiera del crimine organizzato, ma è anche un’occasione per
ricordare al pubblico alcune regole di cautela da adottare per non finire tra
le vittime di questi professionisti dei reati digitali.

Se ricevete una chiamata inattesa di qualcuno che dice di rappresentare la
vostra banca, un servizio finanziario, un corriere o qualunque ente ufficiale
e vi mette sotto pressione chiedendovi di prendere una decisione immediata
riguardante del denaro oppure vi chiede dati personali, riagganciate e
chiamate subito il numero che trovate sul sito dell’ente o del servizio in
questione o sul retro della vostra carta di credito o di debito. Nessuna
azienda seria e nessun ente vi metterà mai fretta chiedendovi di prendere
subito decisioni importanti per telefono.

Vicende come quella di Russian Coms rivelano che i criminali online non sono
tutti esperti del settore, non sono tutti geni malvagi dell’informatica: sono
molto spesso dei semplici consumatori opportunisti, a volte inetti, di
tecnologie sviluppate da altri e comprate chiavi in mano, senza sapere nulla
del loro funzionamento, e possono commettere questo tipo di reati solo perché
trovano facilmente chi fornisce loro i grimaldelli informatici necessari.

C’è anche un altro aspetto messo in luce da questo successo delle forze di
polizia contro il crimine online, ed è il fatto a prima vista assurdo che il
sistema telefonico mondiale consenta di falsificare il numero del chiamante.

Se non ci fosse questa possibilità, i malviventi perderebbero un appiglio
psicologico molto importante nel costruire la propria credibilità e nel
conquistare la fiducia delle loro vittime, che non si aspettano che esista una
funzione del genere e si fidano del numero che vedono sul proprio schermo. Ma
allora perché gli operatori telefonici non cambiano le cose, visto che questa
possibilità di falsificazione consente frodi da decine di milioni di dollari
come quella di Russian Coms?

La risposta, poco intuitiva, è che in realtà ci sono dei casi legittimi nei
quali chi chiama ha bisogno di far comparire un numero differente da quello
effettivo, come per esempio un call center che effettua chiamate per
conto di varie aziende, oppure una ditta che ha varie sedi ma vuole
presentarsi ai clienti sempre con lo stesso numero per non creare confusione,
e quindi le compagnie telefoniche devono lasciare aperta questa possibilità.

Tuttavia possono mettere delle regole, per cui per esempio il numero da
visualizzare (il cosiddetto Presentation Number) non può appartenere a
un paese differente da quello del numero effettivo (il cosiddetto
Network Number). E infatti alcuni operatori telefonici lo fanno
[lo spiega
qui
Ofcom per il Regno Unito].
Ma per tutta risposta, i criminali eludono questo filtro procurandosi numeri
di telefono nazionali.

Per ogni difesa, insomma, i malviventi inventano un attacco che la scavalca
dal punto di vista strettamente tecnico. Ma se si riesce a far salire il costo
e la complessità di questo attacco, diventa meno conveniente effettuarlo e le
persone capaci di compierlo e di procurarsi le risorse necessarie diventano
meno numerose. E se la difesa adottata costringe per esempio gli aggressori a
usare numeri di telefono del paese che vogliono colpire, quei criminali non
possono più agire impunemente dall’estero ma devono risiedere localmente, e
questo non solo complica la logistica di questi reati ma rende enormemente più
semplici gli interventi di giustizia e di polizia, che non vengono più
ostacolati dalla necessità di rogatorie e coordinamenti internazionali
interforze.

Le soluzioni tecniche, dunque, ci sono
[STIR/SHAKEN, CLI authentication, eccetera]; il problema è mettere d’accordo tutti gli operatori del mondo su
quale
soluzione adottare, coordinarli su questa adozione senza trovarsi con interi
paesi bloccati per errore, e convincerli ad affrontare la spesa del
cambiamento. Buona fortuna.

In attesa di quel momento, a noi utenti non resta altro che imparare a essere
diffidenti su tutto, anche su un concetto in teoria elementare come il numero
di telefono di chi ci chiama e ci compare sullo schermo.

Fonti:

*Podcast RSI – Google blocca l’adblocker che blocca gli spot; iPhone, arrivano gli app store alternativi, ma solo in UE

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altri navigano beatamente senza spot? Beh, se adoperate o state valutando di
installare uno degli adblocker più popolari, uBlock Origin, c’è una novità
importante che vi riguarda: Google sta per bloccarlo sul proprio browser
Chrome. Ma c’è un modo per risolvere il problema.

Ve lo racconto in questa puntata del Disinformatico, il podcast della
Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane
dell’informatica, e vi racconto anche cosa succede realmente con gli iPhone
ora che l’App Store di Apple non è più l’unico store per le app per
questi telefoni e quindi aziende come Epic Games, quella di Fortnite, sono
finalmente libere di offrire i propri prodotti senza dover pagare il 30% di
dazio ad Apple, anche se lo sono solo a certe condizioni complicate. Vediamole
insieme. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Google sta per bloccare l’adblocker uBlock Origin

La pubblicità nei siti a volte è talmente invadente, specialmente sugli
schermi relativamente piccoli degli smartphone, che diventa impossibile
leggere i contenuti perché sono completamente coperti da banner, pop-up e
tutte le altre forme di interruzione inventate in questi anni dai
pubblicitari. Molti utenti si difendono da quest’invasione di réclame
adottando una misura drastica: un adblocker, ossia un’app che si
aggiunge al proprio browser sul computer, sul tablet o sul telefono e blocca
le pubblicità.

Uno degli adblocker più popolari, con decine di milioni di utenti, è uBlock
Origin, un’app gratuita disponibile per tutti i principali browser, come per
esempio Edge, Firefox, Chrome, Opera e Safari. È scaricabile presso
Ublockorigin.com ed è manutenuto ormai
da un decennio dal suo creatore, Raymond Hill, che non solo offre
gratuitamente questo software ma rifiuta esplicitamente qualunque donazione o
sponsorizzazione. Questa sua fiera indipendenza, rimasta intatta mentre altri
adblocker sono scesi a compromessi lasciando passare le “pubblicità amiche”,
lo ha fatto diventare estremamente popolare.

Il sito di Ublock Origin.

Ovviamente i pubblicitari, e i siti che si mantengono tramite le pubblicità,
non vedono di buon occhio questo successo degli adblocker, e quindi c’è una
rincorsa tecnologica continua fra chi crea pubblicità che eludono gli ablocker
in modi sempre nuovi e chi crea adblocker che cercano di bloccare anche quei
nuovi modi.

Anche Google vive di pubblicità, e quindi in questa rincorsa non è affatto
neutrale: se le pubblicità che Google vende non vengono viste dagli utenti,
gli incassi calano. E infatti il suo browser Chrome, uno dei più usati al
mondo, sta per bloccare l’adblocker uBlock Origin. I trentacinque milioni di
utenti che lo adoperano su Chrome, stando perlomeno ai dati presenti sulla sua
pagina
nel Chrome Web Store [screenshot qui sotto], si troveranno quindi presto orfani, perché è in arrivo
un
aggiornamento
importante della tecnologia di supporto alle estensioni in Chrome, fatto
formalmente per aumentarne la sicurezza, l’efficienza e la conformità agli
standard, ma questo aggiornamento ha anche un effetto collaterale non
trascurabile: renderà uBlock Origin incompatibile con le prossime versioni di
Chrome.

Ublock Origin nel Chrome Web Store.

Niente panico: al momento attuale uBlock Origin funziona ancora su Chrome, ma
nelle prossime versioni del browser di Google verrà disabilitato
automaticamente. Per un certo periodo, gli utenti avranno la possibilità di
riattivarlo manualmente, ma poi sparirà anche questa opzione.

uBlock Origin continuerà a funzionare sugli altri browser, per cui un primo
rimedio al problema per i suoi milioni di utenti è cambiare browser, passando
per esempio a Firefox. Ma questo non è facile per gli utenti poco esperti e
rischia di introdurre incompatibilità e disagi, perché la popolarità di Chrome
spinge i creatori dei siti a realizzare siti Web che funzionano bene soltanto
con Chrome, in una ripetizione distorta della celebre
guerra dei browser
che aveva visto protagonista Internet Explorer di Microsoft contro Netscape
alla fine degli anni Novanta.

Raymond Hill, il creatore di uBlock Origin, non è rimasto con le mani in mano.
Vista la tempesta in arrivo, ha già creato e reso disponibile, sempre
gratuitamente, un nuovo adblocker che è compatibile con le prossime versioni
di Google Chrome. Si chiama uBlock Origin Lite, ed è già disponibile sul
Chrome Web Store. Trovate i link per scaricarlo su Disinformatico.info. Per ragioni tecniche
non è potente ed efficace come il suo predecessore, per cui Raymond Hill non
lo propone come aggiornamento automatico ma lo raccomanda come alternativa.

Ublock Origin Lite nel Chrome Web Store.

Se siete affezionati alla navigazione senza pubblicità grazie a uBlock Origin,
insomma, avete due possibilità: cambiare browser oppure passare alla versione
Lite di uBlock Origin, che è già stata installata in questo momento da circa
trecentomila utenti.

In tutto questo non va dimenticato che molti dei siti e dei servizi più usati
di Internet si mantengono grazie ai ricavi pubblicitari che gli adblocker
impediscono, per cui se usate un adblocker di qualunque tipo vale la pena di
dedicare qualche minuto ad autorizzare le pubblicità dei siti che vi piacciono
e che volete sostenere, lasciando bloccati tutti gli altri, anche come misura
di difesa contro i siti di fake news
nei quali è facile incappare e che si mantengono con la pubblicità, per cui a
loro non interessa che crediate o meno a quello che scrivono: l’importante per
loro è che vediate le loro inserzioni pubblicitarie. Ed è così che
paradossalmente gli adblocker diventano uno strumento contro la
disinformazione e i truffatori.

Fonti aggiuntive:
PC World,
WindowsCentral.

iPhone, arrivano gli app store alternativi. Ma solo in UE

Da quando è arrivato l’iPhone, una delle sue caratteristiche centrali è stata
quella di avere un unico fornitore di app, cioè l’App Store della stessa
Apple. Sugli smartphone delle altre marche, con altri sistemi operativi come
per esempio Android, l’utente è sempre stato libero di procurarsi e installare
app di qualunque provenienza con poche semplici operazioni, mentre Apple ha
scelto la via del monopolio, aggirabile solo con procedure decisamente troppo
complicate per l’utente medio.

Oggi, dopo sedici anni dal suo debutto nel 2008, l’App Store di Apple non è
più l’unica fonte di app disponibile agli utenti degli smartphone di questa
marca: debuttano infatti gli app store alternativi per gli iPhone. Ma solo per
chi si trova nell’Unione Europea. Una volta tanto, una novità arriva prima in
Europa che negli Stati Uniti, ma non scalpitate, le cose non sono così
semplici come possono sembrare a prima vista.

La novità è merito delle norme europee sulla concorrenza, specificamente del
Digital Markets Act o DMA, e delle azioni legali avviate da aziende come
Spotify, Airbnb e in particolare Epic Games, la casa produttrice di Fortnite,
aziende che contestavano non solo il regime di sostanziale monopolio ma anche
il fatto che Apple, come Google, chiede il 30% dei ricavi delle app: una
percentuale ritenuta troppo esosa da molti sviluppatori di app.

A questi costi si aggiungeva il fatto che alcuni tipi di app non erano
disponibili nell’App Store di Apple per scelta politica, per esempio su
pressioni di governi come quello cinese, indiano o russo, oppure per decisione
spesso arbitraria di Apple, come per esempio nel caso degli emulatori di altri
sistemi operativi (come il DOS) [The Verge], o nel caso dei browser alternativi (ammessi solo se usano lo stesso motore
interno WebKit di Safari [The Verge]), oppure dei contenuti anche solo vagamente relativi alla sessualità, come
nella
vicenda
emblematica dell’app che offriva un adattamento a fumetti dell’Ulisse
di Joyce, che era stata respinta per aver osato mostrare dei genitali maschili
appena accennati da un tratto di matita.

Apple ha giustificato finora queste restrizioni parlando di esigenze di
qualità e di sicurezza, e in effetti i casi di app pericolose giunte nel suo
App Store sono limitatissimi rispetto al fiume di malware e di spyware che si
incontra facilmente su Google Play per il mondo Android, ma non sempre queste
giustificazioni sono state documentate; l’argomentazione generale di Apple è
stata che solo Apple era in grado di fornire una user experience buona,
sicura e felice. In ogni caso, che ad Apple piaccia o no, l’Unione Europea ha
disposto che gli utenti di iPhone e iPad abbiano la facoltà di procurarsi app
anche attraverso app store
alternativi.

E così oggi un utente Apple che si trovi in Unione Europea può rivolgersi ad
app store come AltStore,
Setapp, Epic Games,
Aptoide e altri, trovandovi app
che non esistono nello store di Apple, soprattutto nel settore dei giochi e
degli emulatori.

Una cosa inimmaginabile qualche anno fa: Aptoide per iOS.

Ma la procedura non è affatto semplice. Mentre per usare l’App Store di Apple
l’utente non deve fare nulla, per usare gli store alternativi deve trovarsi
materialmente nel territorio dell’Unione Europea, e quindi per esempio la
Svizzera e il Regno Unito sono esclusi; deve impostare il paese o l’area
geografica del proprio ID Apple su uno dei paesi o delle aree geografiche
dell’Unione Europea, e deve aver installato iOS 17.4 o versioni successive. E
una volta fatto tutto questo, deve poi andare al sito dello
store alternativo ed eseguire tutta una serie di operazioni prima di
poter arrivare finalmente alle app vere e proprie. La cosa è talmente
complessa che Epic Games ha addirittura pubblicato su YouTube un video che
spiega la procedura.

Lo store della Epic Games.

La faccenda si complica ulteriormente se per caso l’utente esce per qualunque
motivo dall’Unione Europea: gli aggiornamenti delle app degli
store alternativi saranno ammessi solo per 30 giorni, e ci sono anche
altre limitazioni, elencate in un
tediosissimo documento
pubblicato da Apple che trovate linkato su Disinformatico.info.

[il documento di Apple elenca in dettaglio i paesi e le aree geografiche compatibili: Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia (incluse Isole Åland), Francia (incluse Guyana francese, Guadalupa, Martinica, Mayotte, Reunion, Saint Martin), Germania, Grecia, Ungheria, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo (incluse Azzorre), Madeira, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna (incluse Isole Canarie), Svezia]

All’atto pratico, è difficile che questa apertura forzata e controvoglia
dell’App Store interessi a chi non è particolarmente esperto o appassionato,
ma perlomeno stabilisce il principio che a differenza di quello che avviene
altrove, nell’Unione Europea le grandi aziende del software non sono sempre in
grado di fare il bello e il cattivo tempo.


Fonti aggiuntive:
TechCrunch, IGNThe Verge,
TechCrunch

*Podcast RSI – L’IA ha troppa fame di energia. Come metterla a dieta

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fonti di questa puntata, sono qui sotto.

Una singola domanda a ChatGPT consuma grosso modo la stessa energia elettrica
che serve per tenere accesa una lampadina comune per venti minuti e consuma
dieci volte più energia di una ricerca in Google. La fame di energia
dell’intelligenza artificiale online è sconfinata e preoccupante. Ma ci sono
soluzioni che permettono di smorzarla.

Questa è la storia del crescente appetito energetico dei servizi online, dai
social network alle intelligenze artificiali, del suo impatto ambientale e di
come esiste un modo alternativo per offrire gli stessi servizi con molta meno
energia e con molto più rispetto per la nostra privacy. Perché ogni foto, ogni documento, ogni testo che immettiamo in ChatGPT, Gemini, Copilot o altri
servizi online di intelligenza artificiale viene archiviato, letto,
catalogato, analizzato e schedato dalle grandi aziende del settore.

Benvenuti alla puntata del 30 agosto 2024 del Disinformatico, il
podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie
strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Una recente indagine pubblicata da NPR, una rinomata organizzazione
indipendente non profit che comprende un migliaio di stazioni radio
statunitensi ed è stata fondata dal Congresso degli Stati Uniti, fa il punto
della situazione sulla nuova fame di energia dovuta al boom delle intelligenze
artificiali.

Quando usiamo un servizio online di intelligenza artificiale, come ChatGPT,
Copilot o Gemini, per citare i più diffusi, i complessi calcoli necessari per
elaborare e fornirci la risposta non avvengono sul nostro computer, tablet o
telefonino, per cui non ci accorgiamo di quanta energia viene consumata per
restituirci quella risposta. Il nostro dispositivo non fa altro che prendere
la nostra richiesta, inoltrarla via Internet a questi servizi, e ricevere il
risultato, facendocelo vedere o ascoltare.

Ma dietro le quinte, le intelligenze artificiali online devono disporre di
grandi data center, ossia strutture nelle quali vengono radunati computer
appositi, dotati di processori dedicati all’intelligenza artificiale, che
hanno dei consumi energetici prodigiosi. Secondo una stima riportata da NPR,
una singola richiesta a ChatGPT usa all’incirca la stessa quantità di energia
elettrica necessaria per tenere accesa una normale lampadina per una ventina
di minuti. Immaginate milioni di persone che interrogano ChatGPT tutto il
giorno, e pensate a venti minuti di lampadina accesa per ogni domanda che
fanno a questa intelligenza artificiale.

Secondo un’analisi pubblicata dalla banca d’affari Goldman Sachs
a maggio 2024, una richiesta fatta a ChatGPT consuma 2,9 wattora di energia
elettrica, quasi dieci volte di più di una normale richiesta di ricerca fatta
a Google [0,3 wattora] senza interpellare i suoi servizi di intelligenza
artificiale. Questa analisi stima che il fabbisogno energetico mondiale dei
data center che alimentano la rivoluzione dell’intelligenza artificiale salirà
del 160% entro il 2030; serviranno circa 200 terawattora ogni anno solo per i
consumi aggiuntivi dovuti all’intelligenza artificiale.

Per fare un paragone,
il consumo annuo svizzero complessivo di energia elettrica è stato di 56
terawattora [Admin.ch]. In parole povere: solo per gestire l’intelligenza artificiale servirà
un’energia pari a quasi quattro volte quella consumata da tutta la
Confederazione.

Questi data center attualmente sono responsabili di circa il 2% di tutti i
consumi di energia elettrica, ma entro la fine del decennio probabilmente
consumeranno dal 3 al 4%, raddoppiando le loro emissioni di CO2.
Goldman Sachs segnala che negli Stati Uniti saranno necessari investimenti per
circa 50 miliardi di dollari per aggiungere capacità di produzione di energia
per far fronte all’appetito energetico dei data center.

In Europa, sempre secondo l’analisi di Goldman Sachs, la crescente
elettrificazione delle attività e l’espansione dei data center potrebbero far
crescere il fabbisogno energetico del 40% o più entro il 2033. Entro il 2030,
si prevede che la fame di energia di questi data center sarà pari all’intero
consumo annuale di Portogallo, Grecia e Paesi Bassi messi insieme. Per stare
al passo, la rete elettrica europea avrà bisogno di investimenti per circa 1,6
miliardi di euro nel corso dei prossimi anni.

Queste sono le stime e le previsioni degli esperti, ma ci sono già dei dati
molto concreti su cui ragionare. Google e Microsoft hanno pubblicato due
confessioni energetiche discrete, poco pubblicizzate, ma molto importanti.

Ai primi di luglio 2024, Google ha messo online il suo nuovo
rapporto sulla sostenibilità
delle proprie attività. A pagina 31 di questo rapporto si legge un dato molto
significativo: l’anno scorso le sue emissioni di gas serra sono aumentate del
48% rispetto al 2019 principalmente a causa degli aumenti dei consumi di energia dei data center
e delle emissioni della catena di approvvigionamento”
, scrive il rapporto, aggiungendo che
“man mano che integriamo ulteriormente l’IA nei nostri prodotti, ridurre le
emissioni potrebbe essere impegnativo a causa dei crescenti fabbisogni
energetici dovuti alla maggiore intensità dei calcoli legati all’IA”
[“In 2023, our total GHG emissions were 14.3 million tCO2e, representing a 13% year-over-year increase and a 48% increase compared to our 2019 target base year. […] As we further integrate AI into our products, reducing emissions may be challenging due to increasing energy demands from the greater intensity of AI compute, and the emissions associated with the expected increases in our technical infrastructure investment.”].

Fin dal 2007, Google aveva dichiarato ogni anno che stava mantenendo una
cosiddetta carbon neutrality operativa, ossia stava compensando
le proprie emissioni climalteranti in modo da avere un impatto climatico
sostanzialmente nullo. Ma già nella versione 2023 di questo rapporto ha
dichiarato invece che non è più così, anche se ambisce a tornare alla
neutralità entro il 2030.

Anche Microsoft ammette che l’intelligenza artificiale sta pesando sui suoi
sforzi di sostenibilità. Nel suo
rapporto apposito, l’azienda scrive che le sue emissioni sono aumentate del 29% rispetto al
2020 a causa della costruzione di nuovi data center, concepiti e ottimizzati
specificamente per il carico di lavoro dell’intelligenza artificiale.

E a proposito di costruzione di data center,
Bloomberg
fa notare che il loro numero è raddoppiato rispetto a nove anni fa: erano 3600
nel 2015, oggi sono oltre 7000, e il loro consumo stimato di energia elettrica
equivale a quello di tutta l’Italia.

Distillando questa pioggia di numeri si ottiene un elisir molto amaro:
l’attuale passione mondiale per l’uso onnipresente dell’intelligenza
artificiale ha un costo energetico e un impatto ambientale poco visibili, ma
molto reali, che vanno contro l’esigenza di contenere i consumi per ridurre
gli effetti climatici. È facile vedere proteste molto vistose contro i voli in
aereo, per esempio, e c’è una tendenza diffusa a rinunciare a volare come
scelta di tutela dell’ambiente. Sarebbe ironico se poi chi fa questi gesti
passasse la giornata a trastullarsi con ChatGPT perché non si rende conto di
quanto consumo energetico ci stia dietro.

Per fare un paragone concreto e facile da ricordare, se quei 2,9 wattora
necessari per una singola richiesta a ChatGPT venissero consumati attingendo
alla batteria del vostro smartphone, invece che a qualche datacenter
dall’altra parte del mondo, il vostro telefonino sarebbe completamente scarico
dopo soltanto quattro
domande.
Se usaste delle normali batterie stilo, ne dovreste buttare via una ogni
due
domande.

Ognuno di noi può fare la propria parte per contenere questo appetito
energetico smisurato, semplicemente scegliendo di non usare servizi basati
sull’intelligenza artificiale remota se non è strettamente indispensabile. Ma
esiste anche un altro modo per usare l’intelligenza artificiale, che consuma
molto, molto meno: si chiama tiny AI, ossia microintelligenza
artificiale locale [locally hosted tiny AI].

Si tratta di software di IA che si installano e funzionano su computer molto
meno potenti ed energivori di quelli usati dalle grandi aziende informatiche,
o addirittura si installano sugli smartphone, e lavorano senza prosciugarne la
batteria dopo quattro domande. Hanno nomi come Koala, Alpaca, Llama,
H2O-Danube, e sono in grado di generare testi o tradurli, di rispondere a
domande su vari temi, di automatizzare la scrittura di un documento, di
trascrivere una registrazione o di riconoscere una persona, consumando molta
meno energia delle intelligenze artificiali online.

Per esempio, una microintelligenza artificiale può essere installata a bordo
di una telecamera di sorveglianza, su un componente elettronico che costa meno
di un dollaro e ha un consumo energetico trascurabile: meno dell’energia
necessaria per trasmettere la sua immagine a un datacenter remoto tramite la
rete telefonica cellulare.

Nella tiny AI, l’elaborazione avviene localmente, sul dispositivo
dell’utente, e quindi non ci sono problemi di privacy: i dati restano dove
sono e non vengono affidati a nessuno. Bisogna però cambiare modo di pensare e
di operare: per tornare all’esempio della telecamera, invece di inviare a
qualche datacenter le immagini grezze ricevute dalla telecamera e farle
elaborare per poi ricevere il risultato, la tiny AI le elabora sul posto,
direttamente a bordo della telecamera, e non le manda a nessuno: se rileva
qualcosa di interessante, trasmette al suo proprietario semplicemente
l’avviso, non l’intera immagine, con un ulteriore risparmio energetico.

Non si tratta di alternative teoriche: queste microintelligenze sono già in
uso, per esempio, negli occhiali smart dotati di riconoscimento vocale e
riconoscimento delle immagini. Siccome devono funzionare sempre, anche quando
non c’è connessione a Internet, e dispongono di spazi limitatissimi per le
batterie, questi oggetti devono per forza di cose ricorrere a un’intelligenza
ultracompatta e locale.

Ma allora perché le grandi aziende non usano questa soluzione dappertutto,
invece di costruire immensi datacenter? Per due motivi principali. Il primo è
tecnico: queste microintelligenze sono brave a fare una sola cosa ciascuna,
mentre servizi come Google Gemini o ChatGPT sono in grado di rispondere a
richieste di molti tipi differenti e più complesse, che hanno bisogno di
attingere a immense quantità di dati. Ma le richieste tipiche fatte dagli
utenti a un’intelligenza artificiale sono in gran parte semplici, e potrebbero
benissimo essere gestite da una tiny AI. Troppo spesso, insomma, si
impugna un martello per schiacciare una zanzara.

Il secondo motivo è poco tecnico e molto commerciale. Se gli utenti si
attrezzano con una microintelligenza propria, che oltretutto spesso è gratuita
da scaricare e installare, crolla tutto il modello di business attuale, basato
sull’idea di convincerci che pagare un abbonamento mensile per avere servizi
basati sull’intelligenza artificiale remota sia l’unico modello commerciale
possibile.

La scelta, insomma, sta a noi: o diventare semplici cliccatori di app chiavi
in mano, che consumano quantità esagerate di energia e creano una dipendenza
molto redditizia per le aziende, oppure rimboccarsi un pochino le maniche
informatiche e scoprire come attrezzarsi con un’intelligenza artificiale
locale, personale, che fa quello che vogliamo noi e non va a raccontare a
nessuno i nostri fatti personali. E come bonus non trascurabile, riduce anche
il nostro impatto globale su questo fragile pianeta.

Fonti aggiuntive:
Ultra-Efficient On-Device Object Detection on AI-Integrated Smart Glasses
with TinyissimoYOLO
, Arxiv.org, 2023;
Tiny VLMs bring AI text plus image vision to the edge, TeachHQ.com, 2024;
Tiny AI is the Future of AI, AIBusiness, 2024;
The Surprising Rise of “Tiny AI”, Medium, 2024;
I test AI chatbots for a living and these are the best ChatGPT
alternatives
, Tom’s Guide, 2024.

*Podcast RSI – L’IA ha troppa fame di energia. Come metterla a dieta

logo del Disinformatico

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della
Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate
qui sul sito della RSI
(si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare
qui.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite
iTunes,
Google Podcasts,
Spotify
e
feed RSS.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle
fonti di questa puntata, sono qui sotto.

Una singola domanda a ChatGPT consuma grosso modo la stessa energia elettrica
che serve per tenere accesa una lampadina comune per venti minuti e consuma
dieci volte più energia di una ricerca in Google. La fame di energia
dell’intelligenza artificiale online è sconfinata e preoccupante. Ma ci sono
soluzioni che permettono di smorzarla.

Questa è la storia del crescente appetito energetico dei servizi online, dai
social network alle intelligenze artificiali, del suo impatto ambientale e di
come esiste un modo alternativo per offrire gli stessi servizi con molta meno
energia e con molto più rispetto per la nostra privacy. Perché ogni foto, ogni documento, ogni testo che immettiamo in ChatGPT, Gemini, Copilot o altri
servizi online di intelligenza artificiale viene archiviato, letto,
catalogato, analizzato e schedato dalle grandi aziende del settore.

Benvenuti alla puntata del 30 agosto 2024 del Disinformatico, il
podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie
strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Una recente indagine pubblicata da NPR, una rinomata organizzazione
indipendente non profit che comprende un migliaio di stazioni radio
statunitensi ed è stata fondata dal Congresso degli Stati Uniti, fa il punto
della situazione sulla nuova fame di energia dovuta al boom delle intelligenze
artificiali.

Quando usiamo un servizio online di intelligenza artificiale, come ChatGPT,
Copilot o Gemini, per citare i più diffusi, i complessi calcoli necessari per
elaborare e fornirci la risposta non avvengono sul nostro computer, tablet o
telefonino, per cui non ci accorgiamo di quanta energia viene consumata per
restituirci quella risposta. Il nostro dispositivo non fa altro che prendere
la nostra richiesta, inoltrarla via Internet a questi servizi, e ricevere il
risultato, facendocelo vedere o ascoltare.

Ma dietro le quinte, le intelligenze artificiali online devono disporre di
grandi data center, ossia strutture nelle quali vengono radunati computer
appositi, dotati di processori dedicati all’intelligenza artificiale, che
hanno dei consumi energetici prodigiosi. Secondo una stima riportata da NPR,
una singola richiesta a ChatGPT usa all’incirca la stessa quantità di energia
elettrica necessaria per tenere accesa una normale lampadina per una ventina
di minuti. Immaginate milioni di persone che interrogano ChatGPT tutto il
giorno, e pensate a venti minuti di lampadina accesa per ogni domanda che
fanno a questa intelligenza artificiale.

Secondo un’analisi pubblicata dalla banca d’affari Goldman Sachs
a maggio 2024, una richiesta fatta a ChatGPT consuma 2,9 wattora di energia
elettrica, quasi dieci volte di più di una normale richiesta di ricerca fatta
a Google [0,3 wattora] senza interpellare i suoi servizi di intelligenza
artificiale. Questa analisi stima che il fabbisogno energetico mondiale dei
data center che alimentano la rivoluzione dell’intelligenza artificiale salirà
del 160% entro il 2030; serviranno circa 200 terawattora ogni anno solo per i
consumi aggiuntivi dovuti all’intelligenza artificiale.

Per fare un paragone,
il consumo annuo svizzero complessivo di energia elettrica è stato di 56
terawattora [Admin.ch]. In parole povere: solo per gestire l’intelligenza artificiale servirà
un’energia pari a quasi quattro volte quella consumata da tutta la
Confederazione.

Questi data center attualmente sono responsabili di circa il 2% di tutti i
consumi di energia elettrica, ma entro la fine del decennio probabilmente
consumeranno dal 3 al 4%, raddoppiando le loro emissioni di CO2.
Goldman Sachs segnala che negli Stati Uniti saranno necessari investimenti per
circa 50 miliardi di dollari per aggiungere capacità di produzione di energia
per far fronte all’appetito energetico dei data center.

In Europa, sempre secondo l’analisi di Goldman Sachs, la crescente
elettrificazione delle attività e l’espansione dei data center potrebbero far
crescere il fabbisogno energetico del 40% o più entro il 2033. Entro il 2030,
si prevede che la fame di energia di questi data center sarà pari all’intero
consumo annuale di Portogallo, Grecia e Paesi Bassi messi insieme. Per stare
al passo, la rete elettrica europea avrà bisogno di investimenti per circa 1,6
miliardi di euro nel corso dei prossimi anni.

Queste sono le stime e le previsioni degli esperti, ma ci sono già dei dati
molto concreti su cui ragionare. Google e Microsoft hanno pubblicato due
confessioni energetiche discrete, poco pubblicizzate, ma molto importanti.

Ai primi di luglio 2024, Google ha messo online il suo nuovo
rapporto sulla sostenibilità
delle proprie attività. A pagina 31 di questo rapporto si legge un dato molto
significativo: l’anno scorso le sue emissioni di gas serra sono aumentate del
48% rispetto al 2019 principalmente a causa degli aumenti dei consumi di energia dei data center
e delle emissioni della catena di approvvigionamento”
, scrive il rapporto, aggiungendo che
“man mano che integriamo ulteriormente l’IA nei nostri prodotti, ridurre le
emissioni potrebbe essere impegnativo a causa dei crescenti fabbisogni
energetici dovuti alla maggiore intensità dei calcoli legati all’IA”
[“In 2023, our total GHG emissions were 14.3 million tCO2e, representing a 13% year-over-year increase and a 48% increase compared to our 2019 target base year. […] As we further integrate AI into our products, reducing emissions may be challenging due to increasing energy demands from the greater intensity of AI compute, and the emissions associated with the expected increases in our technical infrastructure investment.”].

Fin dal 2007, Google aveva dichiarato ogni anno che stava mantenendo una
cosiddetta carbon neutrality operativa, ossia stava compensando
le proprie emissioni climalteranti in modo da avere un impatto climatico
sostanzialmente nullo. Ma già nella versione 2023 di questo rapporto ha
dichiarato invece che non è più così, anche se ambisce a tornare alla
neutralità entro il 2030.

Anche Microsoft ammette che l’intelligenza artificiale sta pesando sui suoi
sforzi di sostenibilità. Nel suo
rapporto apposito, l’azienda scrive che le sue emissioni sono aumentate del 29% rispetto al
2020 a causa della costruzione di nuovi data center, concepiti e ottimizzati
specificamente per il carico di lavoro dell’intelligenza artificiale.

E a proposito di costruzione di data center,
Bloomberg
fa notare che il loro numero è raddoppiato rispetto a nove anni fa: erano 3600
nel 2015, oggi sono oltre 7000, e il loro consumo stimato di energia elettrica
equivale a quello di tutta l’Italia.

Distillando questa pioggia di numeri si ottiene un elisir molto amaro:
l’attuale passione mondiale per l’uso onnipresente dell’intelligenza
artificiale ha un costo energetico e un impatto ambientale poco visibili, ma
molto reali, che vanno contro l’esigenza di contenere i consumi per ridurre
gli effetti climatici. È facile vedere proteste molto vistose contro i voli in
aereo, per esempio, e c’è una tendenza diffusa a rinunciare a volare come
scelta di tutela dell’ambiente. Sarebbe ironico se poi chi fa questi gesti
passasse la giornata a trastullarsi con ChatGPT perché non si rende conto di
quanto consumo energetico ci stia dietro.

Per fare un paragone concreto e facile da ricordare, se quei 2,9 wattora
necessari per una singola richiesta a ChatGPT venissero consumati attingendo
alla batteria del vostro smartphone, invece che a qualche datacenter
dall’altra parte del mondo, il vostro telefonino sarebbe completamente scarico
dopo soltanto quattro
domande.
Se usaste delle normali batterie stilo, ne dovreste buttare via una ogni
due
domande.

Ognuno di noi può fare la propria parte per contenere questo appetito
energetico smisurato, semplicemente scegliendo di non usare servizi basati
sull’intelligenza artificiale remota se non è strettamente indispensabile. Ma
esiste anche un altro modo per usare l’intelligenza artificiale, che consuma
molto, molto meno: si chiama tiny AI, ossia microintelligenza
artificiale locale [locally hosted tiny AI].

Si tratta di software di IA che si installano e funzionano su computer molto
meno potenti ed energivori di quelli usati dalle grandi aziende informatiche,
o addirittura si installano sugli smartphone, e lavorano senza prosciugarne la
batteria dopo quattro domande. Hanno nomi come Koala, Alpaca, Llama,
H2O-Danube, e sono in grado di generare testi o tradurli, di rispondere a
domande su vari temi, di automatizzare la scrittura di un documento, di
trascrivere una registrazione o di riconoscere una persona, consumando molta
meno energia delle intelligenze artificiali online.

Per esempio, una microintelligenza artificiale può essere installata a bordo
di una telecamera di sorveglianza, su un componente elettronico che costa meno
di un dollaro e ha un consumo energetico trascurabile: meno dell’energia
necessaria per trasmettere la sua immagine a un datacenter remoto tramite la
rete telefonica cellulare.

Nella tiny AI, l’elaborazione avviene localmente, sul dispositivo
dell’utente, e quindi non ci sono problemi di privacy: i dati restano dove
sono e non vengono affidati a nessuno. Bisogna però cambiare modo di pensare e
di operare: per tornare all’esempio della telecamera, invece di inviare a
qualche datacenter le immagini grezze ricevute dalla telecamera e farle
elaborare per poi ricevere il risultato, la tiny AI le elabora sul posto,
direttamente a bordo della telecamera, e non le manda a nessuno: se rileva
qualcosa di interessante, trasmette al suo proprietario semplicemente
l’avviso, non l’intera immagine, con un ulteriore risparmio energetico.

Non si tratta di alternative teoriche: queste microintelligenze sono già in
uso, per esempio, negli occhiali smart dotati di riconoscimento vocale e
riconoscimento delle immagini. Siccome devono funzionare sempre, anche quando
non c’è connessione a Internet, e dispongono di spazi limitatissimi per le
batterie, questi oggetti devono per forza di cose ricorrere a un’intelligenza
ultracompatta e locale.

Ma allora perché le grandi aziende non usano questa soluzione dappertutto,
invece di costruire immensi datacenter? Per due motivi principali. Il primo è
tecnico: queste microintelligenze sono brave a fare una sola cosa ciascuna,
mentre servizi come Google Gemini o ChatGPT sono in grado di rispondere a
richieste di molti tipi differenti e più complesse, che hanno bisogno di
attingere a immense quantità di dati. Ma le richieste tipiche fatte dagli
utenti a un’intelligenza artificiale sono in gran parte semplici, e potrebbero
benissimo essere gestite da una tiny AI. Troppo spesso, insomma, si
impugna un martello per schiacciare una zanzara.

Il secondo motivo è poco tecnico e molto commerciale. Se gli utenti si
attrezzano con una microintelligenza propria, che oltretutto spesso è gratuita
da scaricare e installare, crolla tutto il modello di business attuale, basato
sull’idea di convincerci che pagare un abbonamento mensile per avere servizi
basati sull’intelligenza artificiale remota sia l’unico modello commerciale
possibile.

La scelta, insomma, sta a noi: o diventare semplici cliccatori di app chiavi
in mano, che consumano quantità esagerate di energia e creano una dipendenza
molto redditizia per le aziende, oppure rimboccarsi un pochino le maniche
informatiche e scoprire come attrezzarsi con un’intelligenza artificiale
locale, personale, che fa quello che vogliamo noi e non va a raccontare a
nessuno i nostri fatti personali. E come bonus non trascurabile, riduce anche
il nostro impatto globale su questo fragile pianeta.

Fonti aggiuntive:
Ultra-Efficient On-Device Object Detection on AI-Integrated Smart Glasses
with TinyissimoYOLO
, Arxiv.org, 2023;
Tiny VLMs bring AI text plus image vision to the edge, TeachHQ.com, 2024;
Tiny AI is the Future of AI, AIBusiness, 2024;
The Surprising Rise of “Tiny AI”, Medium, 2024;
I test AI chatbots for a living and these are the best ChatGPT
alternatives
, Tom’s Guide, 2024.