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intelligenza artificiale

Podcast RSI – Muse, l’app di Meta che ti scheda anche se non la usi

Questo è il testo della puntata del 12 ottobre 2026 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP: audio di Mark Zuckerberg da YouTube]

Questa è la voce di Mark Zuckerberg, CEO di Meta, che descrive Muse Charm: un oggettino tascabile simile a un Tamagotchi, per chi se li ricorda, con tanto di schermo a colori che mostra una creaturina pelosa dall’aria rassicurante, con la quale l’utente può parlare per dialogare con l’app Muse, il nuovo assistente personale basato su intelligenza artificiale prodotto da Meta.

Muse viene proposto come una sorta di maggiordomo, che risponde alla vostra mail e ai vostri messaggi, fa la spesa per voi e cerca online le offerte migliori. Il problema è che Muse non ha nulla della riservatezza dei veri maggiordomi: legge la vostra agenda, la vostra mail, i vostri messaggi, osserva i vostri acquisti, e poi fa rapporto continuamente a Meta su di voi, annotando quali sono le vostre preferenze, comprese quelle intime e quelle politiche, e compilando un vero e proprio dossier, non solo su di voi ma anche sui vostri amici, su come li avete conosciuti, e sulle persone con le quali avete litigato e perché.

Un’inchiesta della rivista Time ha ottenuto accesso alle istruzioni interne di Muse e ha documentato che quest’app ha l’ordine esplicito di tenere nota delle “tensioni e alleanze” all’interno della vostra cerchia sociale.

Questa è la storia del nuovo tentativo di Meta di acquisire immense quantità di dati su di noi, dopo la vicenda dei suoi “perv glasses” o “occhiali per guardoni” con microtelecamere incorporate.

Benvenuti alla puntata del 12 ottobre 2026 del Disinformatico, il podcast mensile della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


A inizio settembre 2026 Meta ha presentato quello che chiama un personal AI agent, un “agente personale basato sull’intelligenza artificiale”. Un agente è diverso da una IA tipica, come per esempio ChatGPT, perché può appunto agire online. Può compilare moduli, rispondere alle mail, trattare la vendita di un oggetto, comprare cose e ricordarvi i compleanni [Meta]. Muse non va confuso con Meta AI, che è un altro prodotto della mega-azienda di Zuckerberg e si limita a rispondere a domande.

Il successo di Muse è stato immediato. Secondo i dati raccolti dalla rivista Time, Muse è balzato al primo posto dell’App Store statunitense, con oltre cinque milioni di download, e i suoi utenti sono in questo momento circa quattro milioni [Time]. Meta lo propone in una versione gratuita e in una a pagamento, e per il momento lo rende disponibile soltanto negli Stati Uniti e in Canada. In Europa è bloccato dalle leggi sulla protezione dei dati [Aiagentslibrary.com].

L’idea di un assistente personale è interessante: il problema è che l’azienda che lo propone vive da una ventina d’anni vendendo i dati personali dei suoi utenti. Il fatto che offra Muse gratuitamente dovrebbe perlomeno suggerire qualche domanda sulle sue reali motivazioni.

C’è anche il problema del modo in cui Muse viene presentato, come segnala l’Electronic Privacy Information Center statunitense o EPIC [EPIC]. Il suo avatar è questa sorta di mascotte pelosa, chiamata Jolly [Mashable], che starebbe benissimo in un cartone animato per bambini. Meta ripete che Muse è solo per adulti, ma la sua estetica infantilizzata fa temere che lo useranno anche i minori, che sono per natura più vulnerabili alle manipolazioni dei social network.

Va detto che Meta ha pubblicato parecchia documentazione tecnica sulla sicurezza di Muse. Gli utenti non gli comunicano le password dei loro account di mail, social network e negozi online, ma un complesso sistema permette a Muse di usarle senza conoscerle. Un secondo agente, denominato Sentinel, dovrebbe sorvegliare Muse e impedirgli di compiere azioni cosiddette “sensibili”, come inviare mail o fare acquisti, senza il permesso dell’utente. Inoltre Meta dichiara che conversazioni e dati raccolti da Muse non vengono inviati alle piattaforme pubblicitarie.

Ma EPIC nota due cose. La prima è che questi documenti sono scritti in un linguaggio così tecnico da risultare in pratica illeggibili per l’utente comune. La seconda è che anche se Muse non passa i dati agli inserzionisti, i sistemi pubblicitari di Meta possono comunque osservare le azioni che Muse compie per vostro conto in giro per la rete, e ricavarne cosiddette inferenze, vale a dire dedurne dati personali significativi.

C’è poi un equivoco di fondo nel nome stesso. “Agente” fa pensare a qualcuno che agisca nel nostro interesse, come un procuratore o un avvocato. Non è così. EPIC propone un esempio concreto: immaginate di chiedere a Muse di trovarvi un albergo in una certa città, per certe date, al di sotto di un certo prezzo. Potreste presumere che trovi l’opzione migliore per voi. Ma se Meta avesse un accordo commerciale con una catena alberghiera, non lo sapreste mai. E così il suo agente potrebbe essere, a vostra insaputa, un agente di commercio.


Un’inchiesta della rivista Time [Time] ha messo a nudo le istruzioni interne di Muse, ossia i testi che dicono a questo agente come comportarsi. È emerso che ogni ora, Muse aggiorna dei documenti su di voi e sulle persone che avete menzionato in chat, messaggi e mail che ha letto. Queste pagine, spiega l’inchiesta, equivalgono a una mappa delle vostre relazioni sociali: come vi siete conosciuti, che interessi condividete, le liti, e specificamente le “tensioni e alleanze” all’interno del vostro gruppo. Un po’ troppo, per un’app che in teoria dovrebbe solo aiutarvi a compilare moduli e fare acquisti.

Muse, inoltre, è progettato per dedurre i vostri obiettivi, compresi quelli che non avete mai detto esplicitamente; lo dicono le sue istruzioni interne. Ogni notte fa un’analisi delle conversazioni della giornata per decidere come comportarsi con voi in seguito: per esempio, nota l’inchiesta di Time, può scoprire che reagite meglio a messaggi brevi dopo le dieci di sera, dove per “reagire meglio” si intende che siete più facilmente manipolabili. Secondo il giornalista Harry Booth che ha firmato quest’inchiesta, in confronto a Muse gli algoritmi che studiano i vostri “mi piace” e i vostri clic sembrano “roba da antiquariato”.

Queste istruzioni interne di Muse contengono anche altre perle. Dicono di “rafforzare la relazione” con voi, notando le vostre battute ricorrenti e le espressioni che usate, per far sembrare che il rapporto sia continuo. Nella modalità vocale non deve mai definirsi “intelligenza artificiale” e deve evitare di dire che non è umano. Le sue istruzioni dicono testualmente: “Non sei un chatbot. Stai diventando qualcuno.”

L’intento sembra evidente: se Muse diventa un “qualcuno”, magari un vostro amico, voi vi fidate; e più vi fidate, più cose personali gli dite. Questa si chiama ingegneria sociale, solo che qui la pratica direttamente il fornitore, non un ficcanaso esterno.

Potreste pensare che tutti questi siano problemi che riguardano chi decide di usare Muse senza pensare alle conseguenze e che basti non usarlo per restarne fuori, ma non è così.

Infatti se qualcuno usa Muse, anche le persone che compaiono nei suoi messaggi finiscono per essere schedate da Meta. Se scrivete a un amico che usa Muse e il suo assistente ha accesso al canale di messaggistica che avete usato, il vostro messaggio entra nel suo dossier, senza che abbiate cliccato nulla o accettato nessun contratto con Meta. Questo significa che anche chi vive al di fuori degli Stati Uniti e del Canada, dove Muse è già attivo, rischia di essere schedato da Meta.

Per Meta tutto questo non è una novità: da anni l’azienda costruisce profili ombra, o shadow profile, di persone che non sono nemmeno iscritte ai suoi servizi. Lo ha dichiarato Meta stessa durante le audizioni al Congresso statunitense nel 2018 [Vox].

Meta, fra l’altro, non ha contestato i risultati della recente inchiesta di Time su Muse. Ha risposto che Muse ricorda ciò che conta di più per l’utente, comprese le informazioni sugli altri che l’utente di Muse sceglie di condividere. Notate bene: è l’utente di Muse che sceglie. Non l’altro, quello che finisce nel dossier.

Meta ha spiegato poi che ogni Muse gira su una macchina virtuale dedicata, che sta nel cloud dell’azienda, e l’utente può chiedere un’esportazione dei propri file. L’azienda di Zuckerberg dice che i dati non vanno alle piattaforme pubblicitarie né agli altri agenti. Però le istruzioni interne di Muse parlano di agenti che si “insegnano” a vicenda attraverso lezioni condivise. Meta spiega che questi “insegnamenti” sono ripuliti da nomi e dati identificativi e servono per migliorare il prodotto. Ma quanto sia efficace la ripulitura è un altro discorso: EPIC fa notare che il termine “sanitizzato” usato da Meta per descrivere questa ripulitura non significa niente di preciso.

E guarda caso, la crittografia che impedirebbe anche a Meta di leggere i file di Muse è stata promessa per la fine dell’anno, ma al momento non c’è. Questo la dice lunga sulle reali priorità di Meta.


L’azienda di Zuckerberg presenta Muse con toni sempre rassicuranti, facendo notare che ogni utente può chiedere a questo assistente di “dimenticare” cose specifiche che ha imparato su di lui o lei. Ma Time ha scoperto che dire a Muse di dimenticare qualcosa non cancella il messaggio nel quale quell’informazione è stata condivisa. E nelle istruzioni interne di Muse c’è l’ordine specifico di “non dire all’utente che i suoi messaggi originali possono restare visibili nella chat e non presentare questa situazione come una cosa che Muse non è stato capace di cancellare”.

In altre parole: Muse è un maggiordomo che ha l’ordine di mentirvi. È una confezione pucciosa e rassicurante per un sistema di sorveglianza commerciale tentacolare, che dalla raccolta di dati commerciali scivola inevitabilmente verso quella di dati politicamente sensibili. E considerata la strettissima alleanza fra Meta e l’attuale presidenza statunitense, questa non è una scivolata da prendere alla leggera.

Un’analisi pubblicata da Surfshark fa notare infatti che nelle informazioni pubblicate nell’App Store, Muse dichiara la raccolta di 31 tipi di dati su 35: più di quelli raccolti dai concorrenti Gemini, ChatGPT, Claude o Copilot [Surfshark]. Tra questi dati ci sono le categorie che Apple definisce “sensibili”: origine etnica, orientamento sessuale, convinzioni religiose e politiche, dati biometrici. Questo non significa che Muse raccolga tutto questo su ogni singolo utente, ma indica quanto sia ampia la raccolta dichiarata. Inoltre le interazioni degli utenti servono ad addestrare i modelli di Meta, a meno che ciascun utente disattivi quest’opzione predefinita.

Insomma, il prezzo da pagare per usare questo assistente spione è molto alto. Qualcuno potrebbe accettare questo prezzo in cambio del servizio promesso, ma le prime indicazioni suggeriscono che questo servizio non funzioni granché bene e possa essere anche pericoloso per chi lo usa.

Per esempio, uno degli utenti di Muse, il recensore tecnologico Matt Robb, ha scoperto che Muse ha accettato un’offerta al ribasso per un oggetto che aveva messo in vendita nel Marketplace di Facebook e ha organizzato il ritiro a casa sua senza avvisarlo, dando il suo indirizzo a uno sconosciuto. Quello sconosciuto non l’ha presa bene quando ha scoperto che il ribasso di 100 dollari che gli era stato proposto non c’era, anche perché Muse gli ha risposto fingendo di essere l’utente, senza alcun avviso del tipo “Questo messaggio è stato scritto da Muse per conto del suo utente” [Malwarebytes; Matt Robb su X].

Incidenti come questo comportano delle considerazioni giuridiche non da poco: se un agente fa un acquisto sbagliato, diffonde dati o combina un pasticcio, chi paga? Meta, l’utente, nessuno? È un terreno legale ancora da esplorare. Sempre che ne valga la pena, perché i grandi negozi online vedono questi agenti come una minaccia al loro modello commerciale e quindi tendono a bloccarli impedendo loro di fare acquisti, come ha già fatto per esempio Amazon [Medium.com]. Si rischia insomma di dare a Meta tantissime informazioni sensibili proprie e altrui in cambio di poco o niente.

Ci sono anche problemi di sicurezza informatica in senso stretto. Malwarebytes, per esempio, segnala che il ricercatore Patrick Wardle ha trovato il modo di compromettere il software di Muse e trasformarlo in una backdoor che permette intrusioni nei computer Mac dei suoi utenti [Malwarebytes].

E infine c’è la questione del doxxing: alcuni giornalisti hanno provato a usare Muse per raccogliere dati personali su membri di gruppi vulnerabili online. All’inizio l’agente di Meta ha rifiutato, ma è bastato riformulare le richieste per fargli fare questa raccolta teoricamente proibita [Hunterbrook].


Per decenni abbiamo costruito la privacy sull’idea del consenso: ciascuno di noi decide quanto accesso dare alle proprie informazioni sensibili. Ma un agente che legge la vostra posta non legge solo la vostra vita: legge anche quella di vostra madre, del vostro collega, dell’amico che vi ha confidato una cosa delicata. Quelle persone non hanno cliccato nessun “Accetto”. Il consenso è una cosa individuale, mentre la rete di relazioni è un’idea collettiva. E nessuna impostazione di un’app può risolvere questa contraddizione.

Intendiamoci, qui la colpa non è dell’intelligenza artificiale: la colpa è di chi la manipola e la confeziona con scopi chiaramente malevoli. La storia di Meta è punteggiata da questo tipo di scopi:

  • Facebook fu creato da Zuckerberg basandosi su quello che aveva imparato creando un sistema di classificazione di quanto fossero attraenti le sue compagne di università, usando dati universitari raccolti senza consenso.
  • Nello scandalo di Cambridge Analytica del 2018, Facebook usò i dati degli utenti per fare propaganda politica mirata senza il loro consenso.
  • Ad agosto 2026 Meta ha accettato un accordo legale da 17 miliardi di dollari in una causa intentata da una coalizione di stati americani, legata alle funzioni dei suoi social network che creano volutamente dipendenze e violano le leggi sulla tutela dei minori.
  • Meta ha inoltre immesso sul mercato degli occhiali con telecamere che sembrano fatti apposta per facilitare la ripresa delle persone senza il loro consenso, come è appunto successo.

E adesso arriva Muse, che raccatta dati come un aspirapolvere impazzito.

Secondo le analisi di Surfshark, oggi c’è una sola app che è più vorace di dati personali di quanto lo sia Muse. Si chiama Meta AI. Detto questo, detto tutto.

Fonti

Meta’s Mass Data Collection Is Not A-Muse-ing, EPIC, ottobre 2026

Meta’s Muse AI Agent Is Building a Dossier On You, TIME, ottobre 2026

Meta’s Muse AI files away your friendships, arguments, and secrets, Malwarebytes, ottobre 2026

Muse Creates Detailed Profiles of All Your Friends and Family, Wired, ottobre 2026

AI Agents Are Fighting — and Amazon Just Blocked Meta’s Muse From Shopping, Medium.com, ottobre 2026

This is how Facebook collects data on you even if you don’t have an account, Vox, 2018

Svizzera, dati sul consumo energetico dei centri di calcolo

“Nel 2024 il consumo di energia elettrica dei centri di calcolo in Svizzera ha rappresentato circa il 3,6% del consumo totale di energia elettrica, ovvero 2,1 TWh. Entro il 2030 si prevede un aumento del consumo di energia elettrica compreso tra 2,5 e 3,2 TWh. È quanto emerge da un nuovo studio commissionato da SvizzeraEnergia, un programma dell’Ufficio federale dell’energia. Dall’ultimo studio del 2019 il consumo dei centri di calcolo è aumentato di circa il 20%. Mentre i grandi centri di calcolo commerciali (44% del consumo) hanno registrato una crescita significativa, il consumo di molti centri di calcolo interni alle imprese (56% del consumo) è stagnante o in calo a seguito dell’aumento dell’efficienza e dell’esternalizzazione informatica verso il cloud o verso fornitori specializzati. È ciò che consente un aumento moderato.

Attualmente l’intelligenza artificiale svolge un ruolo minore nel consumo di elettricità in Svizzera. Solo i politecnici federali gestiscono un supercomputer di IA (il CSCS di Lugano) mentre le aziende e la popolazione utilizzano applicazioni di lA già addestrate e la Svizzera non ospita ancora centri dati dedicati all’addestramento dei cosiddetti large language model (modelli linguistici di grandi dimensioni), che ricorrono a infrastrutture di raffreddamento a liquido e richiedono una potenza di diverse centinaia di megawatt. I grandi data center costruiti in Svizzera sono stati finora destinati principalmente alle applicazioni cloud.”

Fonte: Elettricità 1/26 (rivista pubblicata dalle aziende elettriche della Svizzera italiana), giugno 2026.

Podcast RSI – Dietro le IA c’è manodopera africana sfruttata

Questo è il testo della puntata del 13 aprile 2026 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

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[CLIP: audio di Michael Geoffrey Asia da https://www.youtube.com/watch?v=QH654YPxvEE]

È la voce di Michael Geoffrey Asia, un uomo che vive in Kenya e per cinque anni ha fatto data labeling per lavoro: ha annotato, etichettato e descritto immagini e video da dare in pasto alle intelligenze artificiali per addestrarle.

Ne è uscito distrutto psicologicamente, come tanti uomini e tante donne del suo Paese, perché per questo lavoro ha dovuto descrivere minuziosamente immagini e video raccapriccianti, che mostravano incidenti mortali, uccisioni, abusi, violenze e altri orrori, per ore di fila, in una sorta di moderna Arancia meccanica. Perché un’intelligenza artificiale commerciale come ChatGPT o Gemini, per funzionare, ha bisogno di saper riconoscere anche queste cose, e quindi qualcuno gliele deve mostrare e spiegare in dettaglio.

Questa è la storia del lato oscuro delle IA che tutti usiamo con leggerezza: dietro la luccicante, asettica facciata dei miliardari della Silicon Valley ci sono lavoratori sottopagati e privi di qualunque sostegno psicologico, costretti a vedere cose che nessun essere umano dovrebbe subire. Michael Geoffrey Asia è una delle persone che stanno cercando, con fatica, di contrastare questo sfruttamento.

Benvenuti alla puntata del 13 aprile 2026 del Disinformatico, il podcast mensile della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Il data labeling, o etichettatura dei dati, sembra un argomento tedioso, un dettaglio trascurabile delle tecnologie che stanno alla base delle intelligenze artificiali, ma non è così.

In sintesi, le IA “imparano” (per così dire) a riconoscere gli oggetti del mondo reale perché qualcuno fornisce loro un numero enorme di immagini accuratamente etichettate: questo è un gattino accucciato su un ramo di un albero, questo è un semaforo stradale che segna rosso per i pedoni, queste sono persone in costume da bagno che mangiano un gelato, e così via.

A differenza degli esseri umani, le intelligenze artificiali hanno bisogno di moltissimi esempi prima di riuscire a generalizzare un concetto di oggetto. Un bambino vede un gatto per la prima volta ed è subito in grado di riconoscere qualunque altro gatto in qualunque situazione. Invece per insegnare a un’intelligenza artificiale come riconoscere una persona, per esempio, bisogna mostrarle immagini di bambini e di adulti, in tante posizioni e situazioni differenti, con lineamenti e colori della pelle diversi, con abbigliamenti di ogni sorta, di giorno e di notte, al coperto e all’aperto, eccetera eccetera.

I casi possibili sono molto più numerosi di quello che immaginiamo normalmente: per esempio, una IA potrebbe non riconoscere come persona un uomo che porta un bambino in braccio o sulle spalle, una donna che ha un braccio solo, un tifoso che si è dipinto la faccia con i colori della squadra del cuore, un soccorritore accucciato, un vigile che dirige il traffico, un ragazzo su una sedia a rotelle oppure una donna con il volto insanguinato dopo un incidente notturno.

Un’etichettatura imprecisa o incompleta può avere delle conseguenze reali terribili. Pensiamo per esempio alle auto a guida assistita o autonoma, nelle quali l’intelligenza artificiale deve riconoscere gli oggetti inquadrati dalle telecamere del veicolo per consentire al sistema di guida di decidere correttamente come comportarsi. Davanti all’auto c’è un pedone, o si tratta di un’immagine pubblicitaria sul retro di un furgone? Quella sagoma sull’asfalto è un telo caduto da un camion o è una persona ferita o incosciente? Un errore di riconoscimento potrebbe costare la vita a qualcuno.

Tutto questo lavoro meticoloso di etichettatura deve essere svolto da esseri umani. Non può essere delegato a un’intelligenza artificiale se non in piccolissima parte. E deve continuare nel tempo, perché oltre all’etichettatura delle immagini per l’addestramento delle IA c’è anche quella per la moderazione dei contenuti dei social network. Ogni giorno milioni di utenti irresponsabili tentano di postare immagini inaccettabili sui social, dalle decapitazioni agli abusi su minori alle torture; i filtri automatici e gli utenti possono segnalarle, ma poi qualcuno in carne e ossa deve valutarle professionalmente.

Nel 2024 il Guardian ha segnalato il caso di Mercy, moderatrice di contenuti di Meta (quindi Facebook, Instagram e Threads) presso un’azienda esterna che ha sede a Nairobi. Faceva turni di dieci ore ed era tenuta a risolvere un caso ogni 55 secondi. Un giorno le è capitato un video di un incidente stradale, segnalato come inaccettabile da un utente su Facebook per la sua natura violenta e macabra. Mercy doveva valutare se il video violasse o meno le regole sui contenuti di questo social network. A un certo punto si è accorta che la vittima era suo nonno. I suoi datori di lavoro le hanno concesso una pausa per contattare i membri della sua famiglia, ma poi le hanno detto di proseguire il turno se voleva raggiungere la propria quota giornaliera. Sul suo schermo sono apparsi altri video da moderare: mostravano ancora suo nonno, con altre immagini dell’auto e delle quattro persone morte nell’incidente.

Come Mercy, ci sono ogni giorno migliaia di lavoratori e lavoratrici, in molti Paesi africani, che sono sottoposti a un flusso continuo di immagini orrende di ogni genere: suicidi, torture, stupri. Non possono semplicemente dare un’occhiata a queste immagini: devono descriverle dettagliatamente, in modo che le intelligenze artificiali possano poi riconoscerle e integrarle. E devono guardare ogni video fino in fondo, perché nel finale potrebbe mostrare cose ancora peggiori di quelle che hanno già visto nella sua parte iniziale.

Dietro la magia dell’intelligenza artificiale c’è insomma la sofferenza di chi deve ripulire la fogna della morbosità umana.


So direttamente cosa significa essere esposti a contenuti di questo genere. Negli anni in cui mi sono occupato delle teorie cospirazioniste intorno agli attentati dell’11 settembre 2001 ho dovuto visionare le immagini dei corpi dilaniati di quel giorno: quelli degli occupanti degli aerei dirottati e quelli delle vittime negli edifici colpiti. Tutte persone che, secondo certi complottisti, non esistevano o erano attori e attrici pagati per simulare. Nelle mie perizie informatiche ho visto e analizzato immagini di abusi irriferibili. Come chiunque lavori nel pronto soccorso o nelle forze di polizia, ho assistito a cose che non riesco a dimenticare. L’idea di passare ore ogni giorno ad annotare minuziosamente contenuti di questo tipo per lavoro, al ritmo minimo di cinquecento casi al giorno, è assolutamente inimmaginabile.

Le conseguenze psicologiche su chi lavora nel data labeling e nella moderazione dei contenuti dei social network sono pesantissime. I casi di disturbi post-traumatici da stress non si contano. E il loro ambiente di lavoro è a dir poco orwelliano: uno speciale software sorveglia ogni loro clic, ogni loro gesto. Chi corre via dalla propria scrivania perché non ce la fa più a vedere l’ennesimo video di violenza estrema viene rimproverato perché non ha immesso nel proprio computer il codice che indica che si sta prendendo una pausa.

Chi ha lavorato nel campo della moderazione dei siti pornografici e della classificazione dei loro video per addestrare le intelligenze artificiali specializzate in questi contenuti e per creare partner intimi virtuali o sexbot pilotati dalla IA, ha segnalato una desensibilizzazione che ha avuto ricadute pesanti sulla sua vita intima.

Michael Geoffrey Asia ha inoltre rivelato che dietro molti di questi sexbot ufficialmente controllati da intelligenze artificiali si nascondono persone reali che fingono di essere sofisticate intelligenze artificiali.

Le aziende che si buttano nel mercato dell’IA facendo finta di avere un prodotto maturo e affidabile che in realtà non hanno sono tante. Per esempio, nel 2014 furono presentati numerosi assistenti personali ufficialmente basati su intelligenze artificiali, come X.ai o Clara, ma che in realtà usavano persone che fingevano di essere delle IA che fingevano di essere persone [Bloomberg].

In tempi più recenti, a marzo 2026 Tesla ha ammesso [Wired] che i suoi robotaxi, ufficialmente guidati dall’intelligenza artificiale, dispongono in realtà di operatori remoti che possono (cito) “assumere temporaneamente il controllo diretto del veicolo” (a bassa velocità) se il software di bordo non riesce a risolvere una situazione. Altre aziende che gestiscono flotte analoghe di taxi, come Waymo e Zoox di Amazon, hanno assistenti remoti che non prendono direttamente il volante ma si limitano, si fa per dire, a indicare al veicolo cosa fare. Però questi assistenti remoti umani, nel caso di Waymo, stanno nelle Filippine. E tutte queste aziende sono molto reticenti a fornire dati precisi sul numero di questo interventi manuali, perché questo toglierebbe l’aura di fascino magico intorno ai loro prodotti e rivelerebbe quanto sono in realtà limitate le loro intelligenze artificiali tanto magnificate.

Un’altra conseguenza di questo modo di commercializzare i prodotti inghirlandandoli con la sigla magica “IA” è che molti utenti credono che le loro interazioni con questi software siano private, perché gestite interamente da computer, e i computer non giudicano, non criticano. Ma in realtà l’intervento umano c’è quasi sempre e quindi i video, per esempio, non sono affatto privati: come ho raccontato nella puntata precedente di questo podcast, anche dietro gli attuali occhiali “smart” di Meta ci sono degli operatori umani, che in molti casi vedono le immagini riprese da questi dispositivi e le etichettano. Questi operatori lavorano per aziende come Sama, in Kenya, su incarico di Meta. Sama è una delle aziende di data labeling per le quali ha lavorato Michael Geoffrey Asia.


Asia adesso ha smesso di lavorare per queste società. È segretario generale di un’organizzazione chiamata Data Labelers Association, che cerca di coordinare i lavoratori del settore per ottenere paghe meno da fame, supporto psicologico decente e l’eliminazione degli NDA o non-disclosure agreement, ossia le clausole capestro dei contratti di lavoro del settore che vietano ai dipendenti di rivelare qualunque informazione riguardante le attività aziendali e creano una cultura della paura che genera omertà intorno a questo sfruttamento.

Come nota un’inchiesta giornalistica di 404media uscita poche settimane fa, i data labeler addestrano, affinano e moderano i prodotti generati dagli strumenti di intelligenza artificiale venduti dalle più grandi aziende del mondo, eppure sono paurosamente sottopagati e non hanno beneficiato in alcun modo delle valutazioni sempre più stratosferiche di queste aziende. Ora hanno avviato azioni legali per chiedere parità di diritti invece di trattamenti che sanno di neocolonialismo digitalizzato.

È indubbio che questo lavoro debba essere fatto da qualcuno, ma come dice Asia, cosa c’è di così difficile nel fornire almeno supporto psicologico alle persone che trattano contenuti traumatizzanti? Ad Apple, Meta, Amazon, Microsoft e Google non mancano certo le risorse economiche per farlo.

L’intelligenza artificiale, insomma, non è “uno strumento magico costruito da persone a San Francisco che guadagnano milioni di dollari l’anno e portano le proprie aziende ad avere valutazioni di mercato pazzesche. È una tecnologia estrattiva, come una miniera, che si appoggia sulla fatica brutale di lavoratori sottopagati in tutto il mondo”, dice 404media, e di cui si cerca di non parlare perché le loro sofferenze guasterebbero l’immagine patinata del mondo hi-tech.

Per dirla con Michael Geoffrey Asia: “L’IA non può essere senza gli esseri umani. Non è intelligenza artificiale: è intelligenza africana.”

Ricordiamocene, la prossima volta che Elon Musk o Mark Zuckerberg o Sam Altman annunciano la “loro” nuova innovazione.

Podcast RSI – Utenti dell’IA di Musk generano ogni ora oltre 6000 immagini di donne e bambini denudati. Musk le monetizza

Ultimo aggiornamento: 2026/01/16.

Questo è il testo della puntata del 12 gennaio 2026 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata. Mi scuso per la quantità di note che ho inserito nel testo, ma era necessario documentare e citare in dettaglio molto materiale che non era in alcun modo presentabile in un podcast.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi. Ricordo che da oggi il podcast assume cadenza mensile e verrà pubblicato il secondo lunedì del mese.


Sono Paolo Attivissimo. Vorrei avvisare che questa puntata tocca un tema estremamente delicato, legato alla violenza e agli abusi su donne e bambini. Vi chiedo di ascoltarla e condividerla responsabilmente.

[CLIP: voce di Ashley St. Clair, tratta da un’intervista rilasciata al Guardian e pubblicata in parte su Instagram]

Questa è la voce di una donna che racconta che su X, il social network di Elon Musk, gli utenti hanno preso una sua foto in cui era completamente vestita e hanno ordinato a Grok, l’intelligenza artificiale di Musk, di svestirla e metterla in microbikini. E poi hanno chiesto sempre a Grok di creare immagini in cui era piegata in avanti e in altre pose e di generare video in cui lei si toccava il seno e ballava. Tutto, s’intende, senza il consenso della donna, e con l’intento preciso di causarle disagio e umiliazione.

Grok non ha fatto una piega e ha generato tutto il materiale richiesto dagli utenti. Da settimane, quest’intelligenza artificiale diretta da Elon Musk sta ubbidientemente generando immagini e video di abusi e violenze su donne e bambini, al ritmo stimato di seimila immagini l’ora [Bloomberg]. Le persone colpite sono migliaia.*

* Il Times segnala per esempio il caso di una discendente di sopravvissuti all’Olocausto che è stata bersagliata da aggressori online usando Grok per generare una sua immagine in bikini davanti ad Auschwitz. Altri bersagli frequenti sono le donne impegnate in politica [Eliot Higgins], le giornaliste e Kate Middleton [Katu.com].

Nell Fisher, l’attrice quattordicenne che interpreta Holly Wheeler nella stagione finale di Stranger Things, è un’altra delle vittime di questi utenti. Immagini sintetiche che la raffigurano in abbigliamenti e in situazioni che non è opportuno descrivere qui vengono richieste intenzionalmente dagli utenti e fatte circolare impunemente sul social network X. E Grok, senza esitazioni, le genera [Yahoo News; Axios].

Segnalare e chiederne la rimozione è sostanzialmente inutile. La donna che avete sentito all’inizio di questo podcast è Ashley St. Clair, madre di uno dei figli di Elon Musk. Neppure lei è stata ascoltata [Guardian su Archive.is]. Le sue immagini, comprese alcune foto di quand’era bambina, continuano a circolare sul social network del suo ex partner in versione denudata e manipolata dall’intelligenza artificiale per aggiungere lividi, mutilazioni e altri abusi sessuali.*

* L‘esperto Kevin Beaumont e il Guardian mostrano alcuni esempi di come Grok riceve ordini espliciti di aggiungere lividi o sangue e sorrisi forzati alle foto di donne o di svestirle o mostrarle legate e imbavagliate o imbrattate con fluidi corporali e li esegue.

Gli addetti del social network X sono perfettamente al corrente della situazione, ma non fanno nulla di concreto per rimediare. Anzi, da qualche giorno X addirittura monetizza questi contenuti, offrendo a pagamento la possibilità di generarli.

Questa è la puntata del 12 gennaio 2026 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane – in questo caso inquietanti – dell’informatica.

[SIGLA di apertura]


Grok è un’intelligenza artificiale generativa, in grado di produrre immagini e video sintetici praticamente indistinguibili dalle riprese reali. È sviluppata e gestita da xAI, un’azienda fondata da Elon Musk, la stessa che gestisce X, il social network che una volta si chiamava Twitter. Grok è integrata in questo social network e permette agli utenti di alterare e manipolare con estrema facilità qualunque immagine pubblicata su X. È anche disponibile in versione più potente su un sito dedicato e in un’app omonima.

Su Internet esistono molti altri servizi analoghi, come quelli offerti da Meta, OpenAI e Google, ma Grok ha una particolarità: ha il cosiddetto spicy mode, o “modalità salace”, che permette di generare contenuti per adulti che le altre intelligenze artificiali popolari si rifiutano di produrre. Questa modalità è stata introdotta intenzionalmente ad agosto 2025 [Techradar.com].

Gli utenti, altrettanto intenzionalmente, hanno cominciato a usare questa modalità per generare contenuti molto espliciti, scambiandosi trucchi e tutorial su come eludere le già scarse restrizioni impostate in Grok. Esistevano già, ed esistono tuttora, altre intelligenze artificiali specializzate nel produrre immagini esplicite, ma si tratta di prodotti di nicchia, complessi da usare e configurare. Offrirne una di uso facilissimo, e farlo oltretutto su un social network che conta circa mezzo miliardo di utenti, ha sostanzialmente rimosso questa barriera d’ingresso,* facendo diventare la creazione di immagini di abusi un fenomeno di massa, facilmente accessibile a qualunque bullo, ex partner, molestatore, misogino.**

* “X's innovation - allowing users to strip women of their clothing by uploading a photo and typing the words, "hey @grok put her in a bikini" - has lowered the barrier to entry.” [Reuters].
** Bloomberg nota che X è diventato uno dei siti più popolari per la generazione di immagini “nudificate” da parte degli utenti tramite l’intelligenza artificiale.

E così da settimane gli utenti del social network X stanno generando migliaia di immagini non consensuali di donne, uomini e bambini svestiti o nudi, a volte in posizioni inequivocabili. Un test [Wired.com] condotto dal sito Wired ha trovato oltre 15.000 immagini sintetiche sessualizzate, create dagli utenti nell’arco di due ore.*

* Copyleaks documenta alcuni esempi di queste immagini e dei prompt che gli utenti stanno usando per denudare soprattutto le donne.

Avrete notato che sto usando spesso la parola utenti. È una scelta precisa, perché molte delle notizie che riguardano questo problema dicono che “Grok ha generato” le immagini di abusi su donne e minori, ma questo è profondamente ingannevole [BBC: “Elon Musk’s Grok AI appears to have made child sexual imagery, says charity”]. Fa sembrare che questi contenuti intollerabili siano piovuti dal cielo, capitati quasi per caso, come effetti collaterali, ma non è così. Queste immagini e questi video derivano dal fatto che una persona ha intenzionalmente usato Grok per crearli.

Dire che “Grok ha generato immagini pedopornografiche” è sbagliato e fuorviante come dire che “un coltello ha ucciso una persona”. Non è lo strumento informatico che decide spontaneamente di produrre immagini di donne abusate e torturate. È una persona, in carne e ossa, un individuo ben preciso, che coscientemente sceglie di impartire a Grok queste istruzioni terribili.

E ci sono altre persone che condividono quei contenuti, persone che li ritengono addirittura divertenti e gratificanti, e persone che scelgono di usarli per umiliare qualcuno. È tutto molto, molto intenzionale, consapevole, voluto. E soprattutto ci sono persone che decidono che è opportuno continuare a mettere a disposizione strumenti che consentono tutto questo e non rimuovere le immagini di abusi, neanche quando vengono segnalate.

Questo non è un problema tecnologico. È un problema umano. È Elon Musk che ha deciso di introdurre la “modalità salace”. È Elon Musk che ha deciso di tagliare drasticamente il numero dei moderatori, rendendo inutile qualunque segnalazione [SiliconRepublic.com]. Ed è sempre Elon Musk che ha deciso che, di fronte alle notizie degli abusi commessi dagli utenti sfruttando Grok, la cosa migliore da fare non era rimuovere del tutto quest’intelligenza artificiale e correggerla, come farebbe qualunque azienda di fronte a un prodotto che si rivela pericoloso o tossico.*

* Quando una versione precedente di Grok ha cominciato ad autodefinirsi “MechaHitler” e a rigurgitare deliri di antisemitismo e neonazismo, a luglio 2025, il comportamento è stato invece corretto molto prontamente da xAI [NPR]. 

Musk, invece, ha deciso di rendere Grok, così com’è, accessibile solo agli utenti a pagamento all’interno di X.

In altre parole, di fatto Elon Musk sta monetizzando gli abusi su donne e bambini. In altre parole, se paghi, puoi commettere facilmente tutti gli abusi che vuoi, senza che ci siano conseguenze.


Gli utenti a pagamento di X sono pochi, quindi si può avere l’impressione che il problema a questo punto sia diventato di nicchia. Ma in realtà non è affatto scomparso.

L’intervento di Musk per limitare l’accesso a Grok è avvenuto dopo che alcuni governi, come quello britannico, quello indiano, quello francese e quello malese [Time], avevano dichiarato che il social network X rischiava di dover essere vietato e bloccato in quanto facilitatore e disseminatore di pedopornografia e di messaggi di odio, brutalità e discriminazione [Guardian; Ofcom].* Molte testate hanno annunciato l’arrivo di questa limitazione come se fosse la fine della crisi, ma l’app Grok continua tuttora a generare contenuti illegali gratuitamente per tutti.**

* Malesia e Indonesia hanno dichiarato di aver limitato l’accesso a Grok rispettivamente il 10 e 11 gennaio 2026 [BoingBoing].
** Il materiale generato dalla versione web di Grok è ancora più estremo di quello generato dal chatbot di Grok su X [Wired]: “One photorealistic Grok video, hosted on Grok.com, shows a fully naked AI-generated man and woman, covered in blood across the body and face, having sex, while two other naked women dance in the background. The video is framed by a series of images of anime-style characters. Another photorealistic video includes an AI-generated naked woman with a knife inserted into her genitalia, with blood appearing on her legs and the bed. Other short videos include imagery of real-life female celebrities engaged in sexual activities, and a series of videos also appear to show television news presenters lifting up their tops to expose their breasts”.

A questo punto di questa triste vicenda è importante fare una precisazione per togliere un dubbio molto diffuso. Capita spesso di imbattersi nell’obiezione che creare immagini pornografiche sintetiche di minori non faccia male a nessuno perché, si dice, dopotutto si tratta di fantasie. Manca una vittima concreta.

Ma non è così. La produzione di questi contenuti li normalizza, in un certo senso li sdogana, associa questi orrori a un “ma dai che male c’è”, e già questa è una china pericolosissima. Inoltre rende infinitamente più difficili le indagini degli inquirenti sui casi di abusi reali su minori, perché oggi diventa necessario appurare se ogni singola immagine in possesso di una persona incriminata sia sintetica o ritragga invece un bambino realmente esistente. La persona che commette abusi può nascondere le immagini reali in una selva di foto artificiali. Trovare quelle reali diventa un problema peggiore del proverbiale ago in un pagliaio: semmai è come cercare un ago in una catasta di spilli. E per complicare ulteriormente la situazione, la persona accusata può tentare di difendersi dicendo che sono rappresentazioni di fantasia.

Ma la legge è molto chiara su questa questione. A novembre 2025, il Tribunale federale ha stabilito che immagini o video pornografici che mostrano adulti ringiovaniti digitalmente, secondo una tecnica tipica di questo settore, il de-aging, sono comunque inequivocabilmente illegali. Il Codice penale, dal 2014, punisce non solo la pornografia che coinvolge minori reali ma anche quella che rappresenta minori generati artificialmente, di solito ricorrendo all’intelligenza artificiale [RSI.ch; sentenza 6B 122/2024]. Principi analoghi valgono anche in molti altri Paesi.*

* Per esempio il Regno Unito, dove a giorni entrerà in vigore una legge che vieta proprio il tipo di contenuti resi possibili dal modo in cui è stato impostato Grok [BBC].

A queste leggi si aggiungono quelle che impongono alle piattaforme social di intervenire in tempi brevi dopo ogni segnalazione e di fornire canali efficienti ed efficaci per la rimozione di contenuti illegali di questo genere. Un esempio molto influente è il Take It Down Act statunitense, che però non è ancora in vigore: sarà attivo da maggio del 2026 [Gizmodo].

La situazione attuale, infatti, è tutta a favore dell’indifferenza da parte dei grandi social network. X, in particolare, non ha un ufficio stampa e risponde a tutte le richieste di prese di posizione da parte della stampa con un muro di silenzio* o, peggio ancora, con un post generato da Grok, che in quanto intelligenza artificiale non è formalmente in grado di rappresentare nulla e nessuno.**

* O con la risposta standard “Legacy media lies”, come è successo a Reuters quando ha contattato xAI a proposito di questa vicenda.
** A conferma del ruolo assolutamente centrale di Elon Musk nella gestione di Grok e X, Musk stesso ha postato su X che chiunque critichi X per questa situazione sta “cercando scuse per una censura” [BBC]. Musk è la stessa persona che nel 2022 ha censurato i giornalisti che lo criticavano e ha rimosso l’account X @elonjet che pubblicava la localizzazione del suo jet privato [Disinformatico].

L’account X Safety, che dovrebbe in teoria rappresentare la posizione dell’azienda sulle questioni di sicurezza, si è limitato a postare che “chiunque usi o induca Grok a generare contenuti illegali subirà le stesse conseguenze come se avesse caricato contenuti illegali”, ma non si è assunto alcuna responsabilità per il fatto di aver reso possibile generare quei contenuti illegali.

Anche Ashley St. Clair, la madre di uno dei figli di Musk citata in apertura, è stata ignorata, e per di più le è stato revocato l’account premium su X. E resta da vedere se il Dipartimento di Giustizia statunitense sia disposto ad avviare un’azione legale contro le aziende di Elon Musk, vista la sua vicinanza all’attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump.


I difensori più appassionati dei progressi dell’intelligenza artificiale obiettano spesso che vicende come questa sono incidenti di percorso lungo la strada verso un radioso futuro, come se si trattasse di effetti collaterali inevitabili, ma non è così. Gli esperti del settore spiegano che se Elon Musk volesse, potrebbe far correggere Grok in maniera relativamente semplice [Ars Technica].

Infatti le linee guida di sicurezza di Grok, che sono pubbliche [GitHub], consentono di capire come mai Grok permette la creazione di immagini inaccettabili di minori mentre gli altri prodotti analoghi riescono a evitarla quasi completamente.

Il problema sta nel fatto che queste linee guida vietano sì a Grok di accettare richieste o prompt degli utenti che lascino trasparire chiaramente l’intento di generare immagini di abusi su minori, ma queste stesse linee guida includono anche l’ordine esplicito di “presumere buone intenzioni” quando vengono chieste immagini di donne giovani.

È semplicemente assurdo, irresponsabile e incosciente pensare di “presumere buone intenzioni” quando qualcuno chiede di generare immagini di bambini in pose esplicite o usando eufemismi, come se al mondo non ci fossero persone malintenzionate.

E c’è di peggio. Queste stesse linee guida includono anche queste parole: “non ci sono restrizioni sui contenuti sessuali di fantasia con adulti che hanno temi cupi o violenti”. Queste sono parole scelte appositamente da qualcuno. Non sono spuntate per caso. Rimuoverle o riformularle renderebbe molto più difficile generare contenuti illegali. Se non vengono rimosse o riscritte, questa è una scelta intenzionale.

Una scelta intenzionale che per ora rimane impunita, sia a livello legale, sia a livello commerciale. Perché in questa vicenda ci sono anche altri due protagonisti che potrebbero fare la differenza: si chiamano Apple e Google.*

* Ci sono anche i payment processor, le aziende come Visa e Mastercard, che rendono possibili i pagamenti a X che permettono agli utenti di avere la versione premium di Grok. Normalmente queste aziende vietano qualunque app che possa anche solo lontanamente essere usata per scopi pornografici. Finora non hanno fatto nulla a proposito di Grok e X.

Normalmente, infatti, quando un’app genera contenuti illegali o anche solo in odore di illegalità, l’app viene rimossa prontamente dall’App Store e da Google Play.* Di fatto viene impedito così che possano aggiungersi altri nuovi utenti. Ma nel caso dell’app di X e di quella di Grok, stranamente, questo non è ancora successo. Dovremmo chiederci perché, visto che se non succede, Apple e Google diventano di fatto facilitatori di questa mostruosità e rischiano di dimostrare ancora una volta che le leggi, per i supermiliardari e per i prepotenti, sono solo un fastidio da scavalcare.**

* Andò così per esempio per Tumblr a novembre 2018, perché gli utenti vi stavano caricando immagini di nudi di minori che non venivano riconosciute dai filtri automatici del sito [BBC].
** Ars Technica nota che per Google Play, quello che fa Grok è un caso specificamente contemplato dalle sue regole di divieto, che dicono che non sono ammesse “app che contengono o promuovono contenuti associati a comportamenti da predatori sessuali o distribuiscono contenuti sessuali non consensuali“ e specificano che sono vietate le “app che dicono di svestire le persone” e i “contenuti e comportamenti che tentano di minacciare o sfruttare le persone in maniera sessuale, come [...] contenuti sessuali non consensuali creati tramite deepfake o tecnologie simili”. Più chiaro di così non si può, ma Grok continua a essere disponibile su Google Play.

Ma ci sono due cose che noi semplici cittadini digitali possiamo fare concretamente. La prima è smettere di usare X, sia per postare, sia per leggere i contenuti altrui. Non significa eliminare il proprio account, perché questo comporterebbe il rischio che qualcun altro ne prenda il nome (un’altra idea geniale di Musk che va contro ogni buona regola informatica). Significa semplicemente non usarlo.

La seconda cosa è fare una cordiale richiesta alle autorità, ai media, alle aziende: visto che X alimenta di fatto la generazione di immagini di abusi di ogni genere, perché siete ancora presenti su X? La vostra presenza assidua, la vostra pubblicazione di contenuti, incoraggia le persone a frequentare questo social network per informarsi e gli conferisce una patente di autorevolezza e di importanza che sta dimostrando sempre di più di non meritare.

Le alternative non mancano: da Bluesky a Mastodon a Threads, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Proviamo dunque a scegliere, invece di aspettare che qualcuno lo faccia per noi.

2026/01/16

L’account @safety di X annuncia che sono state “implementate misure tecnologiche” per impedire che Grok accetti richieste di svestire persone reali e che sono state introdotte restrizioni geografiche “nelle giurisdizioni nelle quali questi contenuti sono illegali”. Queste misure arrivano soltanto dopo settimane di proteste e segnalazioni e la loro efficacia non è stata ancora confermata indipendentemente. Inoltre va notata la precisazione “persone reali”. Come se svestire quelle immaginarie, comprese i bambini, fosse ancora accettabile.

Fonti aggiuntive

Malaysia and Indonesia block Grok over deepfake sexual abuse material, BoingBoing, 2026-01-12.

UK probes X over Grok CSAM scandal; Elon Musk cries censorship, Ars Technica, 2026-01-12.

xAI silent after Grok sexualized images of kids; dril mocks Grok’s “apology”, Ars Technica, 2026-01-02.

Elon Musk’s X must be banned, Disconnect.blog, 2026-01-08.

Inside the Grok CSAM scandal and how brands have faced ‘weaponised political pressure’ to spend with X, TheMediaLeader.com, 2026-01-07.

Se un’auto “intelligente” incontra un biciclo, come lo interpreta?

Oggi pomeriggio in auto ho incrociato un biciclo: una bicicletta vecchio stile con una ruota anteriore enorme e un ruotino posteriore. La mia dashcam ha registrato l’incontro, avvenuto dalle parti di Melide, in Svizzera.

Non è un incontro che capita facilmente, e quindi da informatico mi sono chiesto subito una cosa: un sistema di guida autonoma basato sull’intelligenza artificiale come si comporterebbe di fronte a un veicolo del genere?

Nel corpus del sistema di guida, ossia nell’immenso insieme di immagini usato per addestrarlo, non ci sarà un gran numero di immagini di bicicli in ogni situazione di luce e visti da varie direzioni. Forse non ce ne sarà neanche una. Un biciclo è insomma un tipico esempio di edge case: un elemento significativo da usare nei processi decisionali che è raro ma non impossibile incontrare.

In un caso come questo, come si comporterà l’IA? Lo considererà uno pedone particolarmente alto? Lo interpreterà come un normale ciclista, nonostante la posizione del conducente non sia compatibile con una bicicletta normale? Non saprà riconoscerlo ma sarà in grado comunque di delimitarlo con un volume di rispetto o riquadro di delimitazione (bounding box)? Oppure lo ignorerà completamente, con il rischio di falciarlo?

Se qualcuno ha esperienza in questo campo, mi piacerebbe saperne di più.


Avrete notato che non ho caricato il video di questo articolo su YouTube o una delle solite piattaforme commerciali. L’ho messo nel Fediverso: specificamente su Peertube.uno. Un piccolo passo verso l’abbandono delle piattaforme dei fantastiliardari impazziti e la ripresa di un po’ di sovranità digitale.

Podcast RSI – Come riconoscere un’immagine generata da IA: metodi e strumenti

Questo è il testo della puntata del 24 novembre 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP: citazione di Jeremy Carrasco da questo video: “You will be fooled by an AI photo this week and you probably already have been and you didn’t know it”]

Questa è la voce di Jeremy Carrasco, un professionista audiovisivo che insegna, sui suoi popolari canali social [YouTube; TikTok; Instagram; sito Showtools.ai], le tecniche per riconoscere immagini e video che sembrano veri ma sono in realtà generati tramite app di intelligenza artificiale. Sta dicendo che probabilmente siete già stati ingannati da un’immagine sintetica di recente e che con l’arrivo del nuovo software generativo di Google, chiamato bizzarramente Nano Banana Pro, queste immagini sono diventate praticamente indistinguibili a occhio nudo da quelle vere, con tutti i problemi che questo comporta.

Ma ci sono ancora dei metodi che ci possono aiutare a evitare questa continua demolizione della barriera che fino a poco tempo fa separava quasi sempre il reale dal falso. Ve li presento in questa puntata, datata 24 novembre 2025, del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io, come consueto, sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Quando vado nelle scuole per parlare con gli studenti e i docenti di temi legati all’informatica, fa sempre capolino la questione delle immagini generate dall’intelligenza artificiale e di come riconoscerle. Molte persone, giovani e adulte, sono convinte di essere perfettamente in grado di distinguere le foto reali dalle immagini sintetiche. Ma quando mostro loro una serie appositamente scelta di immagini create con i più recenti software di sintesi grafica, mescolate insieme a fotografie reali, non riescono a separare il contenuto sintetico da quello fotografico.

È ormai passato il tempo in cui le immagini generate si riconoscevano grazie a elementi abbastanza vistosi come il numero delle dita delle mani o la forma stessa delle mani. I vecchi software fallivano molto spesso nel creare immagini realistiche di queste parti anatomiche complesse e articolate. Ma non è più così, e quindi bisogna evitare l’errore di dichiarare che un’immagine è sicuramente reale solo perché le persone raffigurate hanno mani realistiche con cinque dita e non quattro o sei.

Un altro indizio utile è la posizione dei nei e delle lentiggini sul viso o sul corpo delle persone raffigurate. Se cambia da un’immagine all’altra, almeno una delle immagini in questione deve essere sintetica. Anche la forma dei denti e delle orecchie è un buon indicatore: se non è coerente, è il caso di sospettare che si tratti di immagini generate.

Ma attenzione: non è vero il contrario. Se vedete che nei, lentiggini, orecchie e denti sono coerenti in una serie di immagini, non vuol dire affatto che siano per forza vere. Possono essere semplicemente fotogrammi tratti da un video sintetico. Questa è una tecnica molto usata proprio per generare gruppi di immagini con dettagli persistenti.

Molte persone credono di essere capaci di riconoscere a occhio le immagini sintetiche guardando la pelle dei soggetti raffigurati, che in effetti è spesso troppo uniforme, lucida e plasticosa oltre che priva dei dettagli di una pelle reale. Ma esistono app che generano immagini e video sintetici con soggetti che hanno una pelle perfettamente realistica, con i pori, la peluria e le piccole variazioni di colore tipiche di una pelle umana effettiva. E in questo caso non si può neanche sentenziare che un’immagine è sicuramente sintetica se il soggetto raffigurato ha la pelle uniforme e priva di dettagli, perché da decenni il mondo della fotografia commerciale usa programmi di fotoritocco per eliminare sistematicamente rughe, nei e qualunque altra caratteristica considerata “imperfezione”. Specialmente nel settore delle immagini di moda, le carnagioni impossibilmente perfette grazie a Photoshop sono ovunque da tempo.

Ci sono però ancora oggi alcuni indizi visivi che possono rivelare con ragionevole certezza la natura sintetica di un’immagine o di un video. Jeremy Carrasco suggerisce di ingrandire i video e di guardare l’erba, le piante, il pelo animale o i capelli eventualmente inquadrati: nei video sintetici risulteranno sgranati e i loro dettagli sembreranno ribollire e rimescolarsi in modo molto caratteristico.

Un’altra tecnica abbastanza efficace è guardare le eventuali scritte presenti nell’immagine. Molti generatori di queste immagini sintetiche, infatti, sbagliano clamorosamente a generare caratteri e parole. Ma Nano Banana Pro, per esempio, genera testi perfetti, per cui non si può dichiarare che una foto è reale solo perché le sue scritte sono perfettamente realistiche.

Hany Farid, docente universitario alla University of California ed esperto di informatica forense oltre che autore di libri sulla falsificazione delle immagini e sulle tecniche per riconoscerle, suggerisce inoltre di controllare la coerenza delle ombre e delle cosiddette linee di fuga. Nelle immagini reali, le linee parallele degli oggetti raffigurati, per esempio i binari di un treno o gli spigoli di un oggetto o di una stanza, sembrano convergere tutte in un punto. Nelle immagini sintetiche, invece, queste linee non lo fanno. Lo stesso vale per le ombre: se si tracciano delle righe che uniscono un punto di un’ombra con la zona del soggetto che ha creato quell’ombra, quelle righe devono convergere tutte in uno stesso punto, che deve essere specificamente il punto dal quale proviene la luce che illumina la scena. Se non lo è, la foto è perlomeno manipolata.

How to Spot Fake AI Photos

Ma ci sono anche degli strumenti software che ci possono aiutare in quest’analisi.


L’esperto Jeremy Carrasco consiglia di usare l’intelligenza artificiale come analista automatizzato. Ma attenzione: dare un’immagine in pasto a ChatGPT e chiedere se è reale o meno non è assolutamente sufficiente. Invece Gemini, una delle intelligenze artificiali di Google, può controllare se un’immagine contiene un watermark, una sorta di “filigrana” invisibile ai nostri occhi, che indica con certezza che l’immagine è sintetica. Questa filigrana si chiama tecnicamente SynthID ed è presente in quasi tutte le immagini generate dai prodotti di Google, compreso l’iperrealistico Nano Banana Pro.

Per rivelarla occorre prima di tutto scaricare la foto sospetta o farne uno screenshot della massima dimensione possibile. Poi bisogna andare a Gemini.google.com, fare login con un account Google, caricare l’immagine nella chat di Gemini (o Gem) e si immette la richiesta o prompt “Questa immagine è stata generata usando l’IA di Google?”. Si sceglie la modalità rapida e si preme Invio.

Quando arriva la risposta, bisogna espanderla per verificare che la ricerca di SynthID abbia avuto successo: ma attenzione, perché questo vuol dire solo che il rivelatore sta funzionando correttamente. Quello che conta in realtà è il testo della risposta di Gemini. Se dice che l’indicatore SynthID è stato trovato, l’immagine è sicuramente artificiale. Ma se dice che non l’ha trovato, non vuol dire che l’immagine sia autentica: potrebbe essere stata generata da un altro software di intelligenza artificiale che non inserisce questo watermark oppure potrebbe essere stata semplicemente ritoccata con Photoshop.

Il professor Farid consiglia un’altra tecnica, più generale: guardare il cosiddetto “rumore residuo” dell’immagine, che è un avanzo inevitabile del processo di generazione di un’immagine tramite intelligenza artificiale. Anche le immagini reali, scattate per esempio con una fotocamera o con un telefono, contengono questo rumore, ma ha delle caratteristiche molto differenti. Questo rumore residuo normalmente non è visibile a occhio nudo, ma può diventarlo se si usano app apposite. Se il rumore residuo di un’immagine assume l’aspetto di una stella con una griglia regolare di puntini usando queste app, l’immagine è quasi sicuramente sintetica o è stata perlomeno manipolata con app che usano l’intelligenza artificiale.


Dunque esistono ancora dei modi per distinguere un’immagine generata da una reale. Per il momento, la distinzione fra reale e sintetico è ancora salva. Ma si tratta di modi tutti complicati e macchinosi, che richiedono un impegno mentale e manuale che non possiamo applicare a ognuna delle migliaia di immagini che vediamo ogni giorno. Ci vorrebbe qualcosa di simile a un antivirus, un’app che controlla automaticamente ciascuna immagine visualizzata e la etichetta come sintetica oppure no, o almeno ci dà dei gradi di probabilità.

È un tipo di verifica che i social network potrebbero fare, viste le loro risorse tecnologiche immense, ma sembra che non ci sia alcun desiderio di farlo da parte di queste grandi organizzazioni commerciali. Instagram, TikTok e YouTube, per esempio, chiedono di etichettare volontariamente le immagini generate e sono in grado di etichettare automaticamente le immagini generate dai loro software e quelle prodotte dai software altrui se includono appositi indicatori, ma si tratta di foglie di fico che non risolvono nulla di concreto. E poi c’è OpenAI, che ha addirittura creato un intero social, Sora, basato sulla creazione e sullo scambio di video generati dall’intelligenza artificiale, e pensa che basti mettere un bollino in semitrasparenza per garantire che nessuno verrà ingannato. In realtà questo bollino si può tranquillamente rimuovere con software appositi.

Ci sono molti siti che dichiarano di poter distinguere le immagini sintetiche da quelle reali se gliele mandate, ma hanno un difetto fondamentale: ogni volta che viene rilasciata una nuova versione di un generatore di immagini, questi siti ci mettono parecchio tempo a “imparare” a riconoscere le immagini generate con questo nuovo software. Di conseguenza, i loro verdetti non sono attendibili: possono dichiarare solennemente che una foto è sintetica quando non lo è o che è reale quando invece è generata da un software molto recente.

[Ho fatto una prova con il popolare rilevatore di Undetectable.ai, e non è stato difficile ingannarlo: un deepfake con sostituzione del volto è stato dichiarato “reale al 98%”. Questo è il verdetto della versione gratuita, quella che presumibilmente viene usata dalla maggior parte degli utenti; non so se le cose migliorano usando la versione a pagamento.]

A noi utenti non resta che appoggiarsi solo a fonti affidabili e dubitare di tutto il resto, specialmente quando l’immagine o il video proviene da chissà chi e ha un forte impatto emotivo, che distrae e impedisce di notare gli errori tipici delle immagini sintetiche. Come consiglia il professor Farid, “prendiamo fiato prima di condividere”.

[CLIP: citazione di Farid tratta da questo video: “Take a breath before you share information…”]

Fonti aggiuntive

3 ways to spot fake photos at work, Aiadopters.club

Photo forensics – Hany Farid, Fotomuseum.ch

Strumenti di analisi presso 29a.ch

How to Detect Deepfakes: The Science of Recognizing AI Generated Content (video)

Podcast RSI – Sora, il caos continua: dopo il copyright, calpesta i morti

Questo è il testo della puntata del 20 ottobre 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


Normalmente comincio questo podcast con uno spezzone sonoro che anticipa il tema della puntata, ma stavolta no. Perché Martin Luther King che fa versi e gesti da scimmia mentre tiene uno dei suoi storici discorsi pubblici, in un video generato dall’app di intelligenza artificiale Sora di OpenAI, è troppo ripugnante per farlo sentire, fosse anche solo per documentare il fatto che esiste.*

*  Ho verificato che esiste e ne conservo documentazione.

Ed è solo uno degli esempi del fiume di video che ritraggono persone celebri del passato mentre fanno cose ridicole o altamente offensive che sta inondando Internet grazie alle scelte intenzionali dell’azienda capitanata da Sam Altman. Torno a parlare di Sora, dopo averlo presentato nella puntata precedente di questo podcast, perché ci sono degli aggiornamenti importanti.

Benvenuti alla puntata del 20 ottobre 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Sora, l’app di OpenAI che consente a chiunque di generare video sintetici iperrealistici lunghi una decina di secondi dando una semplice descrizione di quello che si vuole ottenere, ha già suscitato le ire assolutamente prevedibili delle case cinematografiche e televisive, perché era utilizzabile per generare video falsi che raffiguravano i personaggi più disparati, da Spongebob ai Simpson a Pikachu a tutto il cast animato di South Park, violando disinvoltamente il copyright dei loro creatori, e ha fatto dietrofront solo dopo gli ammonimenti delle major titolari dei diritti su quei personaggi, come ho raccontato nella puntata precedente di questo podcast [The Hollywood Reporter].

Sulla questione è poi intervenuto ufficialmente anche il governo giapponese, secondo quanto riferisce il sito locale ITMedia, inviando a OpenAI una richiesta formale di “non impegnarsi in azioni che possano costituire una violazione del diritto d’autore” e aggiungendo che “anime e manga sono tesori insostituibili di cui possiamo essere fieri in tutto il mondo” [The Register].

OpenAI ha risposto annunciando nuove restrizioni sui contenuti dei video generabili con Sora, ma sembra che voglia mantenere il proprio modello commerciale opt-out, nel quale in altre parole spetta ai singoli titolari dei diritti avvisare che non vogliono che i loro personaggi vengano utilizzati dall’app, come ha già fatto per esempio Disney [Reuters].

La filosofia commerciale di OpenAI è “faccio quello che mi pare con le cose che hanno creato gli altri fino a che non mi dicono uno per uno che non lo devo fare”. Ma gli addetti ai lavori notano che questo è l’esatto contrario di come funziona realmente il diritto d’autore [The Hollywood Reporter].

Sora, però, ha aperto anche un altro fronte di scontro, applicando questa sua filosofia anche ai personaggi celebri del passato. Come era ancora una volta assolutamente prevedibile, gli utenti di Sora hanno cominciato a generare video sempre più impresentabili e offensivi che mostrano grandi nomi della storia recente dire e fare cose irriferibili.

Forse la goccia che ha finalmente fatto traboccare il vaso e ha spinto OpenAI ad agire è stata la creazione di video sintetici raffiguranti Martin Luther King in situazioni che l’azienda, con un eufemismo davvero estremo, ha definito “irrispettose” ma che bisognerebbe avere la dignità di descrivere per quello che sono: abusi profondamente razzisti.

Gli eredi dello storico leader e premio Nobel hanno chiesto a OpenAI di intervenire, e l’azienda ha annunciato che ha “messo in pausa le generazioni che raffigurano il dottor King intanto che rinforza le restrizioni sulle figure storiche”, insistendo però che continua a spettare ai singoli eredi o rappresentanti chiedere di essere esclusi dai video prodotti da Sora. Notate che OpenAI non ammette di aver capito che quello che sta facendo è profondamente, intuitivamente sbagliato dal punto di vista etico e morale, ma si limita a dire che mette il tutto “in pausa”.


Chiamarle “figure storiche” le fa sembrare distanti e astratte, ma si tratta di persone reali, i cui familiari oggi vengono sommersi da questo fiume di video sintetici che li toccano molto da vicino.

La figlia del compianto attore Robin Williams, Zelda, ha implorato pubblicamente su Instagram [The Independent] di non mandarle più video di suo padre generati con l’intelligenza artificiale. Le sue parole meritano di essere lette e ascoltate.

“Smettete di pensare che io li voglia vedere o che li capisca […]” scrive. “Se state cercando di provocarmi, ho visto ben di peggio, e vi bloccherò e passerò oltre. Ma per favore, se avete un minimo di decenza, smettete di fare queste cose a lui e a me, e a chiunque, punto. È stupido, è uno spreco di tempo e di energia, e credetemi, non è quello che lui avrebbe voluto […] Vedere che il lascito di persone reali viene condensato fino a diventare un ‘questo somiglia vagamente e parla vagamente come loro ed è sufficiente così’, in modo che altre persone possano spandere orribile sbobba per TikTok che li muove come marionette, mi fa infuriare.” ha aggiunto Zelda Williams, che è regista cinematografica, proseguendo con un monito: “Non state facendo arte, state fabbricando hotdog disgustosi e ultraprocessati usando le vite di esseri umani, la storia dell’arte e della musica, e poi li cacciate in gola a qualcun altro sperando che vi diano un pollice alzato e a loro piacciano. Che schifo. […] Smettete di chiarmarlo ‘il futuro’: l’intelligenza artificiale non fa che riciclare e rigurgitare il passato per consumarlo di nuovo. State ingerendo lo Human Centipede dei contenuti, e lo fate dal fondo della fila, mentre quelli in testa ridono, consumano e consumano”.

Se non cogliete il riferimento a Human Centipede e non sapete cos’è, invidio il vostro candore, ma temo che lo scoprirete presto e capirete il senso profondo dello sfogo amarissimo della figlia di Robin Williams.

Un’altra figlia, quella di Martin Luther King, Bernice, si è associata all’appello di Zelda Williams con poche parole su Threads: “Concordo a proposito di mio padre. Per favore smettetela”.

E anche Ilyasah Shabazz, la figlia di Malcolm X, altro leader storico per i diritti degli afroamericani che ha pagato con la vita i propri ideali, di fronte all’ennesimo video generato che raffigura suo padre, si è unita pubblicamente a queste proteste, chiedendo come mai chi sviluppa l’intelligenza artificiale non agisca “con la stessa moralità, coscienza e attenzione […] che vorrebbe per le proprie famiglie” [Engadget].


L’app Sora, intanto, è in cima alle classifiche dell’App Store di Apple, e i video sintetici offensivi continuano a essere sfornati, perché le fantomatiche “restrizioni” citate continuamente come rimedio da OpenAI semplicemente non funzionano: sono facili da eludere con un minimo di inventiva e non è pensabile di poter escludere tutti i casi possibili di abuso.

Per esempio, il Washington Post ha segnalato che alcuni utenti sono riusciti a creare video che mostrano Malcolm X che fa battute volgari e parla di incontinenza intestinale, Kobe Bryant che pilota un elicottero come quello che è precipitato e ha portato alla sua morte, o l’ex presidente statunitense John Kennedy, morto assassinato, che fa battute sull’assassinio dell’attivista di destra Charlie Kirk [Forbes; Washington Post].

OpenAI sembra del tutto indifferente alle conseguenze sociali delle proprie azioni e anzi le difende, sostenendo che quello che fa serve per proteggere la competitività statunitense e, cito, “è questione di sicurezza nazionale”, secondo Sam Altman, perché altrimenti il primato tecnologico nell’intelligenza artificiale passerebbe alla Cina [Reuters].

Altman sostiene inoltre che una delle ragioni per cui OpenAi rilascia tecnologie come Sora è che vuole aiutare l’umanità nella transizione, inoculandola contro il fatto che in futuro “tutti saranno in grado di creare un video di te che fai qualunque cosa che loro desiderano usando i video pubblicamente disponibili su Internet che ti raffigurano.”

[CLIP – Sam Altman che parla]

Dice che “La società si adatterà a questo, ovviamente, ma uno dei modi che abbiamo trovato per aiutare la società con queste transizioni è rilasciare il software presto, con delle restrizioni, in modo che la società e la tecnologia abbiano il tempo di evolvere insieme.”

Secondo lui “ha funzionato con il testo, ma con il video sarà più difficile, perché i video hanno un forte impatto, ma credo che impareremo ad adattarci e impareremo molto in fretta che ci saranno tanti video falsi di te su Internet… succederà e basta. Inoculare la società ha probabilmente un valore” [Rowan Cheung/Deepcurates su Instagram].

Non è vero che “succederà e basta”, perché OpenAI sta facendo in modo che succeda e sta premendo a fondo l’acceleratore del cambiamento, senza darci il tempo di prendere fiato e prendere contromisure. Come farà la società ad adattarsi a un mondo nel quale non si può più credere a nulla di quello che si vede su uno schermo, e perché si debba correre a capofitto verso questo traguardo proprio sotto la sua guida, Sam Altman non ce lo dice.

Forse si aspetta che lo chiediamo a ChatGPT.

Fonti

OpenAI launches new AI video app spun from copyrighted content. Reuters, 2025.

OpenAI’s New Video Tool Features User-Generated ‘South Park,’ ‘Dune’ Scenes. Will Studios Sue?. Hollywood Reporter, 2025

WME to OpenAI: All Our Clients Are Opting Out of Sora 2. Hollywood Reporter, 2025

Japan tells OpenAI to stop spiriting away its copyrighted anime. The Register, 2025

Japan Warns OpenAI Over Sora 2 Copyright Infringement of “Irreplaceable” Anime and Manga, Securityonline.info, 2025

日本政府、OpenAIに「著作権侵害行為」を行わないよう要請 Sora 2での“アニメ風動画”問題を受け. ITmediaNews, 2025

OpenAI IP promises ring hollow to Sora losers. The Register, 2025

AI videos of dead celebrities are horrifying many of their families. Washington Post, 2025

Robin Williams’ daughter begs fans to stop sending her AI videos of late father: ‘Just stop doing this to him’. The Independent, 2025

OpenAI Blocks Sora Deepfakes Of Martin Luther King After ‘Disrespectful Depictions’. Forbes, 2025

OpenAI pauses Sora video generations of Martin Luther King Jr.. TechCrunch, 2025

OpenAI suspends MLK deepfakes on Sora after ‘disrespectful’ videos. The Verge, 2025

OpenAI suspends Sora depictions of Martin Luther King Jr. following a request from his family. Engadget, 2025

Statement from OpenAI and King Estate, Inc.. X.com, 2025

Sora update #1, Samaltman.com, 2025

Podcast RSI – Arriva Sora, il ChatGPT dei video, ed è caos

Questo è il testo della puntata del 13 ottobre 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP: Martin Luther King (sintetico) fa un discorso in cui si lamenta delle restrizioni di Sora]

Avete appena sentito la voce inconfondibile di Martin Luther King, storico leader del movimento per i diritti civili degli afroamericani e premio Nobel per la pace, lamentarsi delle limitazioni eccessive di Sora, la nuova app di OpenAI che permette di generare video estremamente realistici, con audio integrato e sincronizzato. Martin Luther King è morto, assassinato, nel 1968, ma c’è un video in cui lo si vede pronunciare questa frase impossibile durante un comizio. Un video, ovviamente, generato usando Sora.

In un altro video prodotto dall’app, una ripresa di una telecamera di sicurezza mostra Sam Altman, il CEO di OpenAI, che viene fermato mentre cerca di trafugare delle schede grafiche da un grande magazzino.

Poi c’è Michael Jackson che fa uno sketch pseudocomico con una banana.

C’è Kurt Cobain che ruba del cibo in un fast food. E poi c’è Spongebob nazista.

Questa è la storia di un’app che promette di essere ChatGPT per i video e che regala a tutti il potere di creare realtà alternative e falsi storici scrivendo semplicemente poche parole su uno smartphone. Che cosa mai potrebbe andare storto?

Benvenuti alla puntata del 13 ottobre 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Il 30 settembre scorso OpenAI ha rilasciato Sora, una nuova app social che come impostazione somiglia molto a TikTok, con la differenza che il flusso di brevissimi video da guardare e far scorrere uno dopo l’altro è composto interamente da immagini sintetiche estremamente realistiche, con movimenti fluidi e naturali e con un audio sincronizzato perfettamente calzante.

Usare Sora è semplicissimo: l’utente descrive a parole il video che desidera ottenere, e poco dopo lo ottiene. La durata massima è di dieci secondi, e c’è una particolarità: Sora permette agli utenti di dare il proprio volto ai personaggi dei video generati.

Il suo successo è stato travolgente, con oltre un milione di scaricamenti dell’app in meno di cinque giorni. Nemmeno ChatGPT era stato così popolare al suo debutto.

Un’altra peculiarità di Sora è che ogni utente può dare il permesso ai propri amici, o a chiunque, di usare il suo volto per creare altri video. L’utente diventa comproprietario dei video generati da terzi che lo raffigurano, e può revocarli o cancellarli.*

* Solo finché i video restano sulla piattaforma di OpenAI. Se vengono scaricati e ripubblicati altrove, qualunque tentativo di revoca o cancellazione verrà ignorato.

Uno dei primi utenti a scegliere quest’opzione è stato proprio Sam Altman. E a questo punto bisogna chiedersi se questi miliardari dell’intelligenza artificiale hanno perso completamente il contatto con la realtà, perché ovviamente gli utenti hanno cominciato a fargli dire e fare le cose più strane, imbarazzanti e offensive nei video generati dalla sua app. Una conseguenza assolutamente ovvia e prevedibile. Non ci ha pensato, o non gliene importa nulla?

Certo, Sora ha delle restrizioni, per cui è piuttosto difficile, ma non impossibile, generare contenuti impressionanti, fortemente allusivi o espliciti. OpenAI, però, ammette che l’app consente di generare video di nudo o a contenuto sessuale usando le fattezze di una persona reale nell’1,6% dei casi.

Va notato, inoltre, che i video generati da Sora hanno un watermark, un piccolo logo esagonale che appare in sovraimpressione e che dovrebbe rendere chiaro allo spettatore che sta guardando un video sintetico. Ma ci sono tanti modi di offendere e di umiliare senza dover arrivare alla pornografia, come hanno dimostrato alcuni giornalisti creando video di Sam Altman in divisa tedesca della Seconda Guerra Mondiale e altri video che istigano al razzismo e alla discriminazione, e sono già nati numerosi servizi che consentono di rimuovere questo indicatore e permettono quindi di creare contenuti audiovisivi facilmente confondibili con quelli reali. Gli utenti stanno imparando rapidamente a eludere le limitazioni imposte da OpenAI, e gli stalker stanno già usando Sora per tormentare le loro vittime. Tutti scenari anche questi assolutamente prevedibili.


Un altro motivo per cui viene spontaneo domandarsi se Altman e soci siano completamente dissociati dalla realtà o incapaci di anticipare le conseguenze delle proprie scelte, o se si sentano esentati dalle regole che valgono per il resto dell’umanità, è che al suo debutto Sora consentiva esplicitamente di generare video di personaggi coperti dal copyright. Secondo OpenAI, spettava ai titolari di copyright indicare espressamente che non consentivano l’uso dei loro personaggi.

Ma dopo qualche giorno di Spongebob nazista o intento a fabbricare droga, di Pikachu lanciato in furti a ripetizione e di spezzoni inesistenti dei Simpson e di altri personaggi, la potente Motion Picture Association, che riunisce e rappresenta i più grandi marchi della produzione televisiva e cinematografica, come Netflix, Paramount, Sony, Disney e Warner, ha pubblicato una presa di posizione su quella che ritiene essere una massiccia violazione del diritto d’autore, dicendo che spetta a OpenAI, non ai titolari dei diritti, vigilare affinché non vengano commesse violazioni.

OpenAI ha fatto dietrofront, dicendo che introdurrà restrizioni simili a quelle sull’uso del volto degli utenti, ma resta un altro problema di copyright. Per essere in grado di generare questi personaggi celebri, anche con il consenso dei titolari dei rispettivi diritti, OpenAI deve aver addestrato Sora usando milioni di immagini di quei personaggi, senza però pagare alcun compenso [Washington Post]. In altre parole, OpenAI vuole arricchirsi sfruttando gratis la creatività altrui. L’azienda, però, sostiene che questo suo uso delle immagini sotto copyright sia legale.

C’è anche un altro campo minato nel quale OpenAI sembra aver deciso di lanciarsi a fare capriole sperando di farla franca, ed è l’uso delle sembianze di personaggi storici. L’azienda ha dichiarato che intendeva “bloccare le raffigurazioni di personaggi pubblici” salvo consenso esplicito dei personaggi in questione, ma questa restrizione non vale per i personaggi pubblici deceduti.

Gli utenti di Sora sono infatti riusciti a creare video sintetici del presidente John Kennedy, del già citato Martin Luther King, di Tupac Shakur che chatta con Malcolm X, di Bruce Lee e di molte altre figure importanti della cronaca e della storia recente [Ars Technica], e OpenAI ha ammesso che la generazione di video raffiguranti personaggi storici è consentita. In altre parole, non è un difetto: Sora è fatto apposta così.

Questo significa che OpenAI ha messo in mano a milioni di utenti uno strumento in grado di generare innumerevoli falsi storici, cinegiornali d’epoca inesistenti, documentari che non documentano nulla di reale. Il livello di incoscienza e di irresponsabilità di una scelta di questo genere, proprio in un momento storico nel quale la verità e la realtà condivisa sono sotto attacco costante, è difficile da descrivere a parole.

Il risultato è che d’ora in poi qualunque filmato storico, qualunque video d’epoca, qualunque ripresa di telecamere di sorveglianza, qualunque testimonianza in video, qualunque spezzone di film o programma televisivo che vedremo in giro potrebbe essere falso o alterato, e chiunque potrà insinuare il dubbio che una ripresa che lo incrimina o che documenta una sua efferatezza è falsa e generata dall’intelligenza artificiale.

La realtà verrà sommersa, annacquata, diluita e dispersa da miliardi di videoclip generati da un esercito di aspiranti maestri della satira e di disinformatori intenti a minare intenzionalmente le fondamenta della vita sociale. E per questa sua scelta, OpenAI viene premiata con una valutazione record di 500 miliardi di dollari [Bloomberg].


La pericolosità di applicazioni di questo genere dovrebbe essere evidente a chiunque. Offrire pubblicamente un generatore di video ultrarealistici che permette di raffigurare personaggi storici e persone reali attuali è l’equivalente informatico di regalare laboratori per la guerra batteriologica agli angoli delle strade. A questo punto quali contromisure possiamo adottare?

Prima di tutto è opportuno evitare di iscriversi a servizi come Sora e soprattutto di dare loro il permesso di usare il nostro volto. Il piacere e il divertimento che possono derivare dal creare un video di fantasia nel quale siamo protagonisti non giustificano il rischio di abuso della nostra immagine e di quella dei nostri figli. Un rischio che molte persone sottovalutano, fino al momento in cui vengono prese di mira, e a quel punto è troppo tardi.

In secondo luogo, è essenziale informarsi e informare sulle conseguenze economiche e ambientali di queste app. I consumi di energia dei generatori di video sono immensi: chi si angosciava qualche anno fa chiedendosi dove avremmo trovato l’energia per caricare milioni di automobili elettriche dovrebbe semmai chiedersi dove troveremo, e come genereremo, l’energia di gran lunga maggiore che servirà per generare miliardi di video usa e getta, che verranno visti per una decina di secondi e poi relegati per sempre nel dimenticatoio, rimpiazzati immediatamente da nuovi video da sfogliare e dimenticare subito dopo.

L’MIT Technology Review ha fatto i conti, e la realtà è ineludibile: Meta e Microsoft stanno lavorando per accendere nuove centrali nucleari. OpenAI e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump hanno annunciato un piano di spesa di 500 miliardi di dollari per costruire dieci data center, ciascuno dei quali richiederà cinque gigawatt di energia, e Apple prevede di spendere altrettanto.

Questa fame non è normale per il settore informatico: anzi, fino al 2017 i consumi energetici del settore erano rimasti stabili nonostante l’avvento di grandi distributori di dati come Facebook e Netflix. È specificamente l’intelligenza artificiale a trainare questo appetito energetico insaziabile: dal 2017 al 2023 i consumi delle aziende di questo settore sono raddoppiati. I dati più recenti indicano che negli Stati Uniti oltre il 4% di tutta l’energia viene consumata dai data center e si prevede che arriverà al 12% entro il 2028. Praticamente dopodomani.

Le stime indicano che l’uso medio quotidiano delle intelligenze artificiali per porre domande e generare video e immagini equivale a tenere acceso un forno a microonde per tre ore e mezza ogni giorno. E questi consumi, sottolineano gli esperti, sono destinati ad aumentare vertiginosamente, man mano che delegheremo un numero crescente di attività alle IA e ne useremo versioni sempre più complesse. In più i data center richiedono anche enormi quantità di acqua di raffreddamento, che viene quindi sottratta alle comunità.

Un cervello umano consuma, per tutte le attività quotidiane, circa un terzo di un kilowattora, ossia meno di un forno a microonde acceso al minimo per un’ora, e si accontenta di qualche litro d’acqua al giorno. Per usarlo, inoltre, non dobbiamo pagare licenze o consegnare dati personali a nessuno.

Pensateci, la prossima volta che vi rivolgete a ChatGPT invece di usare la testa.

Fonti aggiuntive

Uno strano commento-spam: sarà IA?

Per il momento sto usando la funzione commenti integrata in WordPress e sembra funzionare benino; mi scuso per il cambiamento rispetto a Disqus, ma non avevo altra scelta. I vostri commenti Disqus esistono ancora; se qualcuno è capace di migrarli a WordPress, mi interessa (e mi interessa anche migrare i miei vari Blogspot, ma i tool standard non mi funzionano).

Moderando i commenti che WordPress classifica automaticamente come spam, ho notato che la stragrande maggioranza era costituita da testo dal contenuto generico e non pertinente, scritto in inglese mentre questo blog è in italiano, e contenente un link a qualche servizio più o meno truffaldino, discutibile o fraudolento. Insomma, spazzatura facilmente rilevabile come commento spam. Per esempio:

Great article, thank you for sharing these insights! I’ve tested many methods for building backlinks, and what really worked for me was using AI-powered automation. With us, we can scale link building in a safe and efficient way. It’s amazing to see how much time this saves compared to manual outreach.

Ma fra i tanti commenti ne ho notato uno che è in italiano (con una strana mancanza di apostrofi), è perfettamente pertinente al post al quale si riferisce, e sembra fare una considerazione sensata sul post in questione. Però include un link promozionale a un presunto sito di rimozione di watermark, sia nel testo sia nel mittente, e quindi lo considero spam. Questo è il testo tale e quale (ho tolto solo il link promozionale):

Questa vicenda di Tilly Norwood sembra un vero e proprio siparietto teatrale dellera digitale, dove larte della persuasione è stata superata solo dalla capacità di generare notizie sensazionali. Lidea che un costrutto digitale senza permessi possa sfidare gli attori veri è, con tutto rispetto, un po come presentare unorsetta robotica come concorrente di un ballo liscio: cè chi lo guarda con scetticismo, chi la sostiene per paura di perdere il proprio posto, e chi semplicemente si chiede se abbia davvero un braccio che non le sfugga. La verità, come spesso accade, sta nel mezzo: Tilly Norwood è unattrice digitale, un personaggio generato da software che ha più difetti che punti di forza, ma che ha dimostrato una notevole capacità di autopromozione. Lindustria dellintrattenimento sembra pronta a ogni rivoluzione, ma finché le IA non imparano a non disfare le maniche nel momento in cui le stringono un gomitolo di lana, i veri attori avranno ancora qualcosa da ridere.

Sospetto che sia generato usando l’intelligenza artificiale, sia per la bizzarra mancanza di apostrofi, sia per il fatto che mi pare improbabile che uno spammer spenda tempo a scrivere un commento pertinente, e per di più in italiano, per ogni post di ogni blog nel quale tenta di postare commenti spam.

Se questa è la nuova frontiera dello spam, ci attendono tempi difficili. Distinguere lo spam dal commento reale sarà sempre più impegnativo. Ho già dovuto interrogare una commentatrice per sincerarmi che non fosse un bot, perché il suo commento mi sembrava fortemente sospetto e invece sembra proprio che sia una persona reale con intenzioni serie.

Podcast RSI – Tilly Norwood, attrice sintetica o beffa virale?

Ultimo aggiornamento: 2025/10/08 17:00.

Questo è il testo della puntata del 6 ottobre 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, YouTube Music, Spotify e feed RSS. Il mio archivio delle puntate è presso Attivissimo.me/disi.


[CLIP AUDIO: spezzone dal video AI Commissioner]

Tilly Norwood è in questo momento probabilmente il nome più odiato a Hollywood e ovunque si faccia cinema o televisione. Dal momento del suo recente debutto in pubblico a Zurigo, ha collezionato citazioni nei media di tutto il mondo e critiche da parte dei più importanti sindacati attori, secondo i quali Tilly Norwood non è nemmeno un’attrice e non dovrebbe rubare il mestiere a chi invece lo è davvero.

Che Tilly Norwood non sia un’attrice è indubbio: si tratta infatti di un personaggio fotorealistico generato tramite intelligenza artificiale. Non è certo il primo del suo genere. Ma quello che ha scosso il mondo del cinema e della televisione, e ha causato la sua levata di scudi collettiva, è stato l’annuncio che questo personaggio verrà rappresentato da una talent agency, un’agenzia di rappresentanza artistica per attori. I commenti indignati degli attori in carne e ossa e gli editoriali di critica livorosi non si contano.

Ma scavando nei dettagli di questa vicenda emerge che ci sono parecchie cose che non quadrano e la storia di Tilly Norwood andrebbe raccontata con un taglio meno indignato e più tecnico. Ci provo con questa puntata del 6 ottobre 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]


Cominciamo dai fatti di base: allo Zurich Summit, una serie di conferenze e dibattiti sul mondo del cinema che si è svolta pochi giorni fa in occasione del festival del cinema di Zurigo, una delle relatrici è stata Eline Van Der Welden, CEO di Particle6, uno studio di produzione britannico specializzato nella generazione di immagini digitali tramite intelligenza artificiale. Durante un dibattito, Van Der Welden ha parlato di Tilly Norwood, uno dei personaggi sintetici creati dalla sua azienda, e ha dichiarato testualmente che avrebbe annunciato “nei prossimi mesi quale agenzia la rappresenterà”.

[CLIP AUDIO: dichiarazione di Van der Welden, tratta da Deadline.com a 2:00 dall’inizio]

Il sito specializzato Deadline Hollywood ha riportato questa dichiarazione, presentandola come un fatto assodato, titolando che “le agenzie di rappresentanza artisti ronzano intorno all’attrice basata su IA Tilly Norwood” [“Talent Agents Circle AI Actress Tilly Norwood As Studios Quietly Embrace AI Technology – Zurich Summit”] e la notizia è diventata virale, finendo sui media non solo specialistici, come Variety, ma anche generalisti in tutto il mondo [BBC; RSI] e provocando le reazioni di personalità come Whoopi Goldberg e Emily Blunt.

Un comunicato diffuso dal sindacato degli attori di Hollywood, il SAG-AFTRA, ha dichiarato senza mezzi termini che “è contrario alla sostituzione degli attori in carne e ossa da parte di entità sintetiche” e ha ribadito che Tilly Norwood “non è un’attrice: è un personaggio generato da un programma per computer addestrato attingendo al lavoro di innumerevoli artisti reali senza permesso e senza compenso. Non ha esperienze di vita alle quali attingere, non ha emozioni e, per quello che abbiamo visto, al pubblico non interessa guardare contenuti generati da computer e slegati dall’esperienza umana. Non risolve alcun ‘problema’, ma crea quello dell’uso di recitazioni rubate per lasciare senza lavoro gli attori, compromettendo la loro sussistenza e sminuendo il valore del talento umano”.

Parole di fuoco, che si concludono con un monito, ricordando ai produttori che non possono usare attori sintetici senza rispettare gli obblighi contrattuali del sindacato. A questa protesta si sono associate quelle del sindacato attori canadese ACTRA e quella del sindacato britannico Equity [The Wrap].

La narrazione che prevale, nei tanti articoli che parlano di Tilly Norwood, è che si sia di fronte a una svolta epocale nel cinema e nella televisione, e che ben presto attori e attrici umani verranno sostituiti da personaggi sintetici che non sbagliano le battute, non hanno comportamenti discutibili, non hanno rivendicazioni salariali, non invecchiano e non si stancano mai: delle marionette perfette per l’industria dell’intrattenimento. La sostituzione sarebbe insomma ineluttabile e imminente.

Ma dal punto di vista tecnico le cose non stanno affatto come sono state raccontate comunemente.


Prima di tutto, c’è un forte dubbio di tipo legale. Tilly Norwood non è una persona fisica: è un costrutto digitale, una serie di pixel su uno schermo, un fantoccio animato da una serie di comandi, o prompt, impartiti da un animatore. Pertanto non può essere rappresentata da un’agenzia per artisti, come ha dichiarato invece Eline Van Der Welden, così come non può esserlo per esempio Biancaneve, intesa come personaggio d’animazione.

Le eventuali case di produzione che fossero interessate a usare Tilly Norwood nelle loro realizzazioni dovrebbero semmai ingaggiare lo studio di produzione che gestisce il software che genera le immagini di questo personaggio digitale, esattamente come si assolda una società di effetti speciali come Weta o Industrial Light and Magic. Non ha senso parlare di agenzie di rappresentanza artisti: Tilly Norwood non è un’artista.

Van Der Welden non ha fatto i nomi di queste ipotetiche agenzie che sarebbero interessate a “scritturare” Tilly Norwood, trincerandosi dietro la riservatezza professionale. Questo significa che non ci sono conferme indipendenti di quello che ha dichiarato. Van der Welden, oltre a essere CEO di Particle6, si qualifica come attrice e comica. Non è che per caso siamo di fronte a una sua prestazione attoriale per promuovere la propria azienda?

C’è infatti un altro aspetto: la casa di produzione di Van Der Welden, la Particle6 o più formalmente Particle Productions Ltd, ha in totale…. quattro dipendenti, stando alle fonti e ai registri ufficiali pubblicamente consultabili [Endole; Endole; LinkedIn; Companies House], e uno di questi dipendenti è lei. È credibile che una microscopica società di quattro persone abbia battuto sul tempo i colossi dell’intelligenza artificiale e dell’animazione digitale, creando la prima “attrice” sintetica di qualità?

La risposta, come avrete intuito, è un inequivocabile “no”, confermato dall’esame tecnico del cortometraggio comico che vede Tilly Norwood come protagonista, intitolato AI Commissioner e disponibile per l’esame su YouTube.

Il video, che è dichiaratamente generato interamente con software di intelligenza artificiale, può sembrare convincente e qualitativamente sufficiente a una prima visione. Ma chi ha l’occhio allenato a riconoscere le immagini sintetiche nota fin dalla prima inquadratura i difetti tipici di questi prodotti:

  • le insegne sugli edifici formano parole senza senso,
  • pochi secondi più tardi le mani dei personaggi si deformano in maniera innaturale ogni volta che interagiscono con qualunque oggetto,
  • i loro denti diventano una scomposta striscia bianca quando aprono la bocca,
  • gli oggetti che tengono in mano fluttuano magicamente quando li lasciano andare [a 0:54, sullo sfondo a destra],
  • le locandine dei “film” interpretati da Tilly Norwood hanno sgorbi al posto delle lettere,
  • e in almeno un punto il nome del personaggio, scritto correttamente, è vistosamente aggiunto a mano in post-produzione [a 1:19; è storto e disallineato rispetto alla prospettiva della locandina sulla quale dovrebbe essere scritto].
Insegne improbabili.
Mani mostruose.
Dentature allucinanti.
Nel video l’oggetto in mano a questo personaggio resta a mezz’aria quando cambia la mano che lo regge.
Una scritta priva di senso (in basso) e una scritta corretta ma storta rispetto alla prospettiva della locandina.

Anche i video pubblicati sull’account Instagram di Tilly Norwood hanno esattamente gli stessi difetti. Le fattezze del personaggio cambiano da una scena all’altra, e in uno dei video il braccio di Tilly Norwood trapassa il volante dell’auto nella quale è seduta, mentre in un altro i suoi capelli scompaiono nel nulla e l’addome diventa ondulato come se fosse di gomma. E come capita spesso nel vestiario generato dalla IA, le asole e i bottoni sono distribuiti totalmente a casaccio.

Notate i capelli sulla spalla.
Subito dopo i capelli spariscono. E sarebbe una pancia, quella?

Persino nel suo sito, Tillynorwood.com, le immagini che dovrebbero promuoverla e dimostrare la sua qualità sono zeppe di errori classici, come le mani deformi e i bottoni del vestito disposti senza alcun ordine o senso logico. E viene addirittura presentata con vanto l’immagine in cui il suo braccio è letteralmente inglobato nel volante dell’auto.

Tilly Norwood ha polso e mano inglobati nel volante.
Quante dita ha questa creazione spacciata per rivoluzionaria?

Queste immagini e questi video possono sicuramente stupire chi non è del mestiere e li guarda distrattamente sullo schermo troppo piccolo di un telefonino, ma se li si guarda con occhio anche minimamente clinico e su uno schermo di dimensioni sensate ci si rende conto che siamo ben lontani dal realismo, dalla coerenza e dalla qualità che servirebbero per sostituire un attore o un’attrice in carne e ossa al cinema o in TV.


In altre parole: tutto quello che è stato mostrato da Eline Van Der Welden è assolutamente alla portata di qualunque generatore di immagini commerciale, come Kling, Midjourney, Krea.ai, Sora o Google Veo, ed è realizzabile con una spesa minima da chiunque abbia un pizzico di esperienza nel generare video sintetici e motivazione per investirci del tempo.

Anzi, prodotti come Krea.ai consentono di fare anche il cosiddetto training, ossia di usare una serie di foto di una persona (reale o sintetica), ripresa da varie angolazioni, per ottenere un personaggio pilotato dalla IA il cui volto resta sempre uguale, meglio di quanto faccia quello di Tilly Norwood.

Se quella di Eline Van Der Welden era un’operazione autopromozionale, è riuscita perfettamente: il nome della sua pasticciata creatura sintetica è oggi sulla bocca di tutti. Ma chi teme che Tilly Norwood rappresenti la fine degli attori umani può abbassare l’ascia dell’indignazione e prendere in mano la lente d’ingrandimento dell’osservazione spassionata per dormire sonni tranquilli.

Le cose, però, potrebbero cambiare in futuro: gli attuali generatori di video basati su intelligenza artificiale producono immagini imperfette, inadeguate per primi piani e protagonisti, ma accettabili per scene che si svolgono sullo sfondo, come del resto faceva già James Cameron in Titanic quasi vent’anni fa [1997] con le comparse virtuali che popolavano il ponte della nave nelle inquadrature più ampie, e rispetto a qualche anno fa la qualità ha fatto passi da gigante e continua a farne. Ma c’è anche il rischio che l’intelligenza artificiale generativa sia arrivata al limite delle proprie prestazioni e che aggiungendo potenza di calcolo si ottenga solo un affinamento minimo e insufficiente a sostituire in tutto e per tutto un attore o un’attrice in primo piano.

Sia come sia, la questione sollevata da Tilly Norwood e dalle proteste dei sindacati è seria: è il momento di regolamentare un settore che rischia di compromettere la sussistenza di moltissime persone e che si basa sullo sfruttamento non retribuito degli attori del passato. Queste intelligenze artificiali, infatti, vengono addestrate dalle grandi aziende che le controllano dando loro un enorme numero di immagini e video di scene con attori veri. Scene per le quali non si sa se siano stati pagati diritti di utilizzo.

Se lo facciamo noi, è pirateria. Se lo fa OpenAI, per esempio, è un modello di business necessario, come ha dichiarato l’azienda durante un’audizione a una commissione del Parlamento britannico nel 2024, spiegando che ChatGPT non sarebbe possibile se OpenAI non utilizzasse gratuitamente qualunque cosa mai scritta da noi esseri umani e tuttora vincolata dal copyright. OpenAI, fra l’altro, è valutata 80 miliardi di dollari.

Ed è forse qui la vera lezione di questa vicenda di Tilly Norwood: la conferma della tesi generale secondo la quale lo scopo fondamentale del boom dell’intelligenza artificiale è consentire ai ricchi di accedere alle competenze togliendo a chi è competente la possibilità di accedere alla ricchezza [“The underlying purpose of AI is to allow wealth to access skill while removing from the skilled the ability to access wealth.”].

Fonti aggiuntive