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Rischi del download alla radio 13:15

Doppietta alla radio svizzera (Rsi.ch): oltre al consueto appuntamento del Disinformatico radiofonico su Rete Tre stamattina alle 11, sarò ospite di Nicola Colotti ne La consulenza alle 13.15 su Rete Uno per una chiacchierata di quaranta minuti sui rischi informatici e legali dello scaricamento di film, musica, libri e immagini da Internet. Ci sarà qualche minuto di introduzione televisiva al programma intorno alle 12.50 su La1.

Se nel frattempo vi interessa conoscere l’approccio legale svizzero, ecco un paio di link in italiano per saperne di più: le FAQ sul diritto d’autore dell’Istituto Federale della Proprietà Intellettuale (in particolare questa frase“In linea di massima l’utilizzo di un’opera protetta dal diritto d’autore presuppone sempre l’autorizzazione dell’autore o del titolare dei diritti, anche nei casi in cui l’utilizzazione non è a scopo di lucro (ad esempio nel caso della proiezione di un film nell’ambito di un club cinematografico). Esistono tuttavia alcune eccezioni: le opere pubblicate possono essere utilizzate liberamente per uso personale e nella cerchia limitata di persone unite da stretti vincoli, quali famigliari e amici intimi.”) e il testo della Legge federale sul diritto d’autore e sui diritti di protezione affini, con in particolare l’Art. 19 che regola la copia privata, decisamente meno restrittiva che in altri paesi europei.

Ci vediamo a Lodrone (Trento) stasera?

Il Gruppo Giovanile di Lodrone mi ha invitato a tenere un incontro pubblico presso la sala polifunzionale Santa Croce stasera (venerdì 13; sì, lo so, ma non sono superstizioso) alle 20:30 sul tema dell’uso responsabile di Internet, dai social network alla pirateria.

L’ingresso è libero, come lo è lo scaricamento della mia miniguida a Facebook e Twitter (acquistabile su carta tramite Lulu.com, se proprio ci tenete a scucire quasi 8 euro per 71 pagine della mia prosa immortale), che è dedicata appunto all’uso responsabile dei social network più trendy del momento. Porterò con me anche qualche copia cartacea di “Luna?” per chi fosse interessato al mio precedente parto letterario.

Podcast RSI – Story: “Drake” e “The Weeknd” banditi da YouTube, Spotify e TikTok: artisti sintetici e intelligenza artificiale nella musica online

logo del Disinformatico

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della
Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo
trovate presso
www.rsi.ch/ildisinformatico
(link diretto) e qui sotto.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite
feed RSS,
iTunes,
Google Podcasts
e
Spotify (salvo che questa puntata venga bandita perché contiene una canzone
controversa).

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle
fonti di questa puntata, sono qui sotto.

[CLIP: Heart on My Sleeve – “Drake & The Weeknd” di Ghostwriter]

State ascoltando Heart on My Sleeve, una canzone uscita neanche una
settimana fa e subito bandita da YouTube, Tidal e Spotify e in via di
sparizione da TikTok dopo circa 15 milioni di visualizzazioni. La rimozione
sta avvenendo su richiesta diretta dell’etichetta discografica UMG, Universal
Music Group, che considera illegale
questo brano perché a suo dire non rispetta i suoi accordi con le piattaforme
di streaming e viola il copyright.

Infatti le voci, che avrete probabilmente riconosciuto, non sono in realtà
quelle di Drake e The Weeknd. O meglio, in un certo senso sono le loro,
ma loro non hanno mai cantato questo brano. Un software di intelligenza
artificiale ha “ascoltato” le loro voci, ne ha imparato le caratteristiche
peculiari e ha generato voci sintetiche che hanno quelle stesse
caratteristiche, usandole per eseguire un brano originale. È giusto farlo? È
legale? È la fine della musica come la conosciamo, perché gli artisti verranno
soppiantati da loro cloni digitali, pilotati dall’onnipresente intelligenza
artificiale?

Questa è la storia di come la tecnologia di registrazione, la
digitalizzazione, lo streaming e ora l’evoluzione esplosiva dell’intelligenza
artificiale stanno trasformando caoticamente l’industria musicale, creando
scenari inattesi che includono le paure di chi si guadagna da vivere con la
musica e gli entusiasmi di chi vede queste innovazioni come strumenti di
libertà e creatività per tutti.

Benvenuti alla puntata del 21 aprile 2023 del Disinformatico, il
podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie
strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

L’industria musicale è un’anomalia storica

Siamo ormai abituati da tempo ad avere migliaia di brani musicali nelle
memorie dei nostri smartphone e milioni di altri a portata di mano grazie ai
servizi di streaming audio e video. Poter riascoltare qualunque artista,
compresi quelli del passato, ci sembra normalissimo, e ci sembra altrettanto
normale che un artista si guadagni da vivere andando in sala di registrazione,
incidendo dei brani e vendendo copie di quelle registrazioni, magari senza mai
esibirsi in pubblico. Ma in realtà questo modello commerciale è un’anomalia,
ed è anche un’anomalia relativamente recente.

Per secoli, l’unico modo in cui un cantante o un suonatore di strumenti
musicali poteva campare era cantare o suonare dal vivo. Mecenatismi a parte,
se non si esibiva, non veniva pagato. Le registrazioni semplicemente non
esistevano. Se la cavavano un po’ meglio i compositori, che potevano scrivere
un brano o un’opera su commissione o comporre uno spartito e venderne copie,
oppure i fabbricanti di
carillon o di
pianole.

Ma tutte queste tecnologie di riproduzione musicale sono piuttosto recenti su
scala storica: i carillon portatili nacquero negli ultimi anni del Settecento,
la pianola fu inventata alla fine dell’Ottocento, e la vendita di massa degli
spartiti iniziò nel Novecento. Prima di queste invenzioni, o si cantava e
suonava dal vivo, o niente. E la voce dell’artista era legata
indissolubilmente alla sua presenza fisica.

Anche quando arrivarono il fonografo di Edison, nel 1877, e il grammofono di
Berliner, nel 1894, questi apparecchi meccanici in grado di registrare suoni,
strumenti e voci furono visti inizialmente come delle trovate frivole per via
del loro suono gracchiante e poco fedele. Ci volle una celebrità assoluta come
il tenore italiano
Enrico Caruso
per dare loro rispettabilità: fu lui il primo cantante a rendersi conto del
“potere mediatico”, come si dice oggi, delle tecnologie di registrazione e fu
il primo a usarle per guadagnare milioni di dollari* (cifre enormi per
l’epoca) vendendo le registrazioni della sua voce fatte fra il 1904 e
il 1920.

* Nel 1923 il
New York Times
scrisse che gli eredi di Caruso avevano ricevuto oltre 585.000 dollari per i
diritti dei due anni precedenti, ossia
10,2 milioni di dollari
di oggi.

[CLIP: Caruso in “La donna è mobile” (1908),
Wikipedia]

Poi vennero tutti gli altri, e il resto è storia: storia dell’industria
musicale. Grazie a dischi, nastri e poi supporti digitali e ora lo streaming,
la voce di un cantante è diventata un’entità distinta dal cantante stesso, un
prodotto commerciale separato che viene protetto da leggi specifiche e gestito
da un’industria, ma tutto questo soltanto da poco più di cent’anni. Per tutto
il resto della storia della cultura umana non è stato così. Su scala storica,
le case discografiche sono un fenomeno passeggero. E con l’arrivo
dell’elaborazione digitale e dell’intelligenza artificiale potrebbero essere
soppiantate.

Digitalizzazione: la pirateria diventa di massa

Quando una tecnologia crolla di prezzo e diventa facile da usare, succedono
sempre cose strane, inaspettate e dirompenti. Per capire cosa sta succedendo
adesso è utile riesplorare il passato e far emergere la parola chiave di tutta
la vicenda attuale, che è controllo.

La pirateria musicale non è un’invenzione dell’era digitale: già nel 1906 nel
Regno Unito furono adottate leggi per proteggere i compositori di musica
popolare da coloro che duplicavano abusivamente i loro
spartiti
e li rivendevano a metà prezzo. La
pirateria degli spartiti
era un problema talmente serio da giustificare irruzioni di polizia nelle
tipografie e nei negozi.

Nei decenni successivi, il fenomeno dei bootleg, ossia delle copie
abusive dei dischi, divenne più vasto; ma si trattava comunque di attività che
richiedevano macchinari complessi e ingombranti e quindi piuttosto difficili
da nascondere a lungo alle autorità. Gli utenti erano tanti, ma i
produttori di musica contraffatta erano relativamente pochi e quindi
abbastanza facili da tenere sotto controllo. Anche con l’avvento degli
impianti stereo personali e dei radioregistratori a doppia piastra che
consentivano di duplicare dischi e cassette a livello amatoriale, negli anni
Ottanta del secolo scorso, la pirateria rimase un fenomeno tutto sommato
modesto per via della scomodità del procedimento, ma questo non impedì
all’industria discografica di reagire con celebri campagne terroristiche e
slogan come
Home taping is killing music (“la registrazione domestica sta uccidendo la musica”). 

Quarant’anni dopo quello slogan, la musica non è ancora morta.

Il vero shock, però, arrivò con la diffusione di massa della musica digitale e
poi di Internet. I CD erano in sostanza delle raccolte di file audio, pronte
da duplicare ad alta velocità e senza la perdita di qualità tipica delle copie
analogiche. E a giugno del 1999 nacque
Napster, il primo circuito
di scambio musicale peer-to-peer, seguito da Gnutella, Freenet,
LimeWire, Kazaa e tanti altri.

Di colpo, con Napster duplicare la musica, legalmente o meno, richiedeva
soltanto un computer, un accesso a Internet e del software gratuito. Niente
più macchinari ingombranti e costosi; non serviva neanche più il
masterizzatore per registrare copie dei CD. Di conseguenza, la pirateria
musicale divenne un fenomeno di massa, incontrollabile e su vasta scala.
Ciascun utente scaricava centinaia o migliaia di brani e li condivideva con
tutti.

Le case discografiche, allarmatissime, agirono prontamente e drasticamente,
avviando una causa già a dicembre del 1999, e Napster chiuse a luglio del
2001. Ma altri sistemi peer-to-peer
ne presero il posto, e ancora oggi i vari circuiti Torrent fanno circolare
musica, video e film tra milioni di persone al di fuori di ogni controllo
significativo dei titolari dei diritti.

La legalità di questi circuiti dipende da come funzionano, da cosa viene
scambiato e dalle leggi nazionali, ma quello che conta, in questa storia, è
che il crollo dei prezzi e della difficoltà d’uso di questa tecnologia ha
avuto l’effetto inatteso di far diventare sostanzialmente impossibili il
controllo e la repressione* di questi scambi e scaricamenti.

* Le case discografiche ci provarono, introducendo tecnologie per bloccare
la duplicazione della musica digitale su CD e nei file scaricabili, come il
cosiddetto DRM o Digital Rights Management, ma invano, tanto
che alla fine Steve Jobs, nel 2007, pubblicò una storica lettera aperta,
Thoughts on Music, nella quale disse chiaramente che i sistemi anticopia erano inutili e
controproducenti per l’industria e per gli utenti legittimi (e anche per le
vendite degli iPod di Apple) e quindi andavano aboliti. Nel giro di pochi
anni la sua proposta fu adottata da tutte le case discografiche, facendo
esplodere le vendite legali di musica digitale.

Scaricare e conservare
la musica, però, sta passando di moda. Oggi prosperano servizi commerciali e
legali di streaming, come TikTok, YouTube e Spotify, che in sostanza mandano
al singolo utente in tempo reale il brano desiderato di volta in volta e
riportano gli utenti a dipendere da un sistema di distribuzione centralizzato,
opposto a quello decentrato dei circuiti
peer-to-peer.

Questo stesso modello centralizzato è attualmente usato dai sistemi di
intelligenza artificiale più popolari, come Midjourney, DALL-E, Stable
Diffusion o ChatGPT: normalmente l’utente li adopera collegandosi ai loro
siti, senza dover installare nulla. Questo permette alle aziende e alle
autorità di esercitare un controllo centrale sulle attività degli utenti,
reprimendo quelle ritenute inaccettabili o illegali, come per esempio la
generazione di false immagini pornografiche di persone reali a scopo di
molestia e ricatto.

Certo, esistono delle versioni installabili di questi prodotti, ma sono
complicate da installare e configurare e richiedono computer potenti e lunghi
tempi di addestramento ed elaborazione e quindi sono al di fuori della portata
di moltissimi utenti non esperti. Almeno per ora. Ma le cose stanno cambiando
in fretta. Molto in fretta.

L’app per diventare Kanye

A fine marzo uno YouTuber,
Roberto Nickson, ha
trovato su Reddit un modello della voce di Kanye West generato tramite
intelligenza artificiale da ignoti. Nel giro di due ore e mezza ha scritto,
registrato e diffuso un
video
nel quale ha prima eseguito con la propria voce uno spezzone di rap inventato
da lui [CLIP] e poi ha applicato a quello spezzone il modello vocale
trovato su Reddit. Il risultato è quello che sembra un brano originale inedito
di Kanye West [CLIP]. Questa breve dimostrazione di Roberto Nickson ha
superato i 33 milioni di visualizzazioni solo su Twitter.

Secondo Nickson
sono già in lavorazione modelli vocali di altri artisti, come Eminem, Tupac,
Michael Jackson e altri ancora, tutti assolutamente non autorizzati e tutti
man mano più facili da utilizzare. E la tecnologia galoppa, per cui i modelli
diventano anche man mano più fedeli.

Di questo passo, dice Nickson, tra pochi mesi potremo ascoltare brani inediti
cantati dalle voci di artisti famosi, senza neppure sapere che sono in realtà
generati da software. Frank Sinatra che canta una canzone di Adele? Rihanna
che canta in perfetto italiano? Si può fare, fuori da ogni controllo. Basta
che ci sia in giro un numero sufficiente di campioni vocali di buona qualità.
Enrico Caruso sintetico che canta il repertorio di Lady Gaga forse lo
scamperemo, ma per tutto il resto il materiale da campionare non manca.

Per ora le case discografiche hanno reagito con interventi centralizzati: nel
caso del finto brano di Drake e The Weeknd, hanno tentato di bloccare la sua
circolazione agendo sui gestori dei sistemi di intelligenza artificiale e sui
grandi distributori di contenuti, ossia i social network e i servizi di
streaming. Ma la canzone sintetica continua a circolare lo stesso attraverso
mille altri canali (compreso questo podcast, che spero non venga bloccato da
Spotify).

Quando questi software saranno disponibili sotto forma di app da installare
sullo smartphone, il controllo e la repressione saranno impraticabili e
qualunque intervento legislativo sarà sostanzialmente inapplicabile. E
l’incentivo economico non manca: quel finto brano di Drake e The Weeknd, nei
pochi giorni in cui è rimasto online, ha fruttato al suo creatore quasi
duemila dollari calcolando la tariffa peggiore di Spotify, che è 3
millesimi di dollari per ciascun ascolto, secondo la
BBC.

In sintesi: questa tecnologia sta per trasformare completamente l’industria
musicale, e sta per farlo a una velocità infinitamente superiore a quella di
qualunque provvedimento di legge. Anzi, lo sta già facendo. La rivista
specializzata
Variety, per esempio, ha notato che su TikTok sono già in crescita le canzoni
generate tramite l’intelligenza artificiale dai fan, che prendono brani
esistenti e li alterano in modo che sembrino cantati da un altro artista. E i
fan di Drake usano regolarmente un generatore basato sull’intelligenza
artificiale per
creare
brani nello stile di questo rapper canadese.

Leggi, case discografiche e Spotify

La legalità del finto brano di Drake e The Weeknd è tutta da chiarire. UMG lo
definisce chiaramente illegale e le piattaforme di streaming lo hanno rimosso
per scrupolo e per evitare complicazioni, ma le leggi attuali sul copyright
riguardano la realizzazione di copie di una registrazione di una specifica
interpretazione; secondo alcuni
esperti,
l’imitazione della pura voce di un artista, fatta da un software che non
campiona, non rimonta spezzoni, ma impara uno stile e lo fa per un brano
inedito, probabilmente non è soggetta a vincoli di legge. Anzi, la canzone
risultante potrebbe anche essere considerata un’opera creativa a sé stante e
quindi essere protetta dalla legge, a patto ovviamente di non attribuirla al
cantante imitato. UMG, però, ribatte che serve il consenso dei titolari per
dare in pasto a un’intelligenza artificiale delle canzoni sotto copyright.

Ma c’è da considerare il fatto che anche alcuni artisti stanno usando questa
tecnologia senza cavillare troppo sulle autorizzazioni. Per esempio, di
recente David Guetta ha usato il sito
Uberduck.ai per imitare la voce di Eminem,
senza chiedergli il consenso, aggiungendola a un suo brano, che
non può
però distribuire commercialmente. Questo:

[CLIP]

E infine va notato che il fronte delle aziende dell’industria musicale non è
così compatto come potrebbe sembrare. Gli artisti e le case discografiche
mugugnano in coro di fronte al boom della musica generata dall’intelligenza
artificiale, ma le piattaforme di streaming hanno un atteggiamento un po’
differente.

Queste piattaforme, infatti, devono ovviamente girare parte dei propri
introiti agli artisti di cui diffondono i brani. E altrettanto ovviamente, se
questi artisti non esistessero in carne e ossa ma fossero generati dal
software, non ci sarebbe bisogno di pagarli. Quindi se la gente pagasse per
ascoltare musica sintetica prodotta dall’intelligenza artificiale, magari
nello stile di qualche cantante o musicista famoso, i guadagni delle
piattaforme di streaming sarebbero massimizzati e quelli delle case
discografiche verrebbero azzerati.

Forse è questa la spiegazione di un piccolo mistero scovato su Spotify pochi
giorni fa da un utente,
Adam Faze: decine di
brani musicali
strumentali che hanno titoli e autori completamente differenti ma durano tutti
esattamente 53 secondi, hanno immagini di copertina assolutamente blande e
generiche e soprattutto sono tutti estremamente simili.

[CLIP]

Non è la prima scoperta del suo genere. Già nel 2017
Music Business Worldwide
aveva pubblicato un elenco di circa 50 artisti inesistenti che però erano
fortemente presenti su Spotify e solo lì: senza nessun’altra presenza online,
né su altre piattaforme di streaming né su Instagram, Facebook, SoundCloud o
altro. Questi finti artisti erano stati ascoltati ben 520 milioni di volte,
per un controvalore di circa 3 milioni di dollari.

Secondo Music Business Worldwide si tratta di persone che accettano compensi
microscopici per produrre brani musicali riempitivi molto banali, allo scopo
di “ridurre la percentuale della musica delle etichette discografiche legittime
nelle playlist… in modo che Spotify possa ridurre i propri costi e
l’influenza delle etichette”
.

Anche il quotidiano svedese
Dagens Nyheter
[paywall] ha
trovato
una vicenda analoga nel 2022: centinaia di falsi nomi di artisti su Spotify, i
cui brani sono riconducibili in realtà a una ventina di autori. Uno di questi
compositori usava ben 62 pseudonimi e aveva generato da solo quasi 8 milioni
di ascolti al mese.

Per le piattaforme di streaming, sostituire questi artisti fittizi con musica
generata direttamente dall’intelligenza artificiale sembra essere il passo
successivo più logico.

Siamo insomma alla confluenza di vari fenomeni: l’intelligenza artificiale
sempre più efficace, i costi di utilizzo sempre più bassi, una zona grigia
legale impossibile da colmare in tempo, degli interessi economici in conflitto
e degli utenti estremamente motivati che hanno a disposizione strumenti sempre
più potenti e sempre meno controllabili centralmente.

In queste condizioni, non ci sarebbe troppo da stupirsi se fra qualche anno
diventasse assolutamente normale avere un’app per scegliere liberamente non
solo quali canzoni vogliamo ascoltare nella nostra playlist, come
facciamo adesso, ma anche chi vogliamo che ce le canti e come le vogliamo
arrangiate, con o senza il consenso degli artisti o delle loro case
discografiche. Le loro voci non sono più loro, e non c’è nulla che possano
fare per riprenderne il controllo.

Ormai indietro non si torna, insomma, e alle etichette musicali resta solo da
decidere se vogliono cercare di opporsi invano alle novità tecnologiche o se
vogliono stare al passo con i tempi e diventare parte attiva nell’uso di
queste novità, per esempio diventando garanti dell’autenticità delle
esecuzioni canore o musicali. E potrebbero nascere nuovi mestieri, come il DJ
che propone abbinamenti creativi e azzeccati fra voce, strumenti e canzone.
Perlomeno finché anche questo compito verrà delegato all’intelligenza
artificiale.

Fonti aggiuntive:
The Verge,
Medium,
Britannica,
Financial Times
(copia su Archive.is),
BBC (copia d’archivio),
New York Post,
BBC.

BSA pubblica dati sulla pirateria software: risulta piratato un software su tre

Oltre un terzo del software installato nel mondo, precisamente il 36%, è
piratato, secondo l’ultima ricerca della Business Software Alliance che
fotografa la situazione del 2003:
http://www.bsa.org/globalstudy.

I più disciplinati al mondo sono i nordamericani (23%), i peggiori sono gli
abitanti dell’Europa orientale (71%). L’Italia è al 49%.

Maglia nera europea: la Grecia (63%). Migliori d’Europa: i danesi (26%),
seguiti da austriaci e svedesi (27%). Al terzo posto gli inglesi (29%). La
media europea è il 37%.

I dati non sono confrontabili direttamente con quelli delle ricerche
precedenti a causa di un cambio di metodo: prima si esaminava soltanto il
software per ufficio, ora sono inclusi i sistemi operativi, il software per il
mercato dei consumatori privati e i programmi prodotti localmente.

Fonte:
BBC.

Pirateria audiovisiva in Rete a Pattichiari

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per mantenerlo a disposizione per la consultazione.

Questa sera a Pattichiari (La1, 21.05) si parlerà di pirateria audiovisiva via Internet, affrontando un caso ticinese che non mancherà di suscitare discussioni e dibattiti. Io sarò ospite della trasmissione e del suo sito a partire dalle 20 circa per chattare con i visitatori. Intanto colgo l’occasione del Disinformatico per segnalare alcuni dati interessanti e poco intuitivi.

Secondo i ricercatori dell’Università Carlos III di Madrid, che hanno esaminato il comportamento degli utenti che scambiano film, telefilm, musica, fumetti e altre opere attraverso Mininova e The Pirate Bay, siti basati sul protocollo Bittorrent, il 66% del contenuto messo a disposizione per lo scaricamento viene offerto da poco più di un centinaio di grandi condivisori sparsi per il mondo. Gran parte del resto degli utenti è costituito dai faker o falsari, ossia da organizzazioni che cercano di sabotare i circuiti di scambio o di infettare gli utenti pubblicando finte copie pirata che in realtà contengono tutt’altro. Il rapporto dei ricercatori è scaricabile qui.

Perché i grandi condivisori sono così attivi? In alcuni casi c’è di mezzo il lucro (attraverso gli abbonamenti a pagamento che consentono lo scaricamento più veloce), ma molto spesso c’è una sorta di “sindrome di Robin Hood” che spinge a offrire film popolari o rari e introvabili.

Secondo una fonte decisamente al di sopra di ogni sospetto di voler minimizzare il problema della pirateria, ossia la Warner Music, arriva inoltre una ricerca che indica che solo il 13% degli americani è da classificare come pirata musicale. Oltretutto questi pirati sono descritti come grandi promotori di musica (i loro consigli sono altamente considerati e spingono altri a fare acquisti) e sono loro stessi grandi acquirenti legittimi. 

Dati analoghi sono stati raccolti in Europa; inoltre una ricerca universitaria statunitense sul file sharing indica che soltanto il 20% circa dei problemi dell’industria del disco è riferibile alle violazioni del diritto d’autore commesse in Rete: tutto il resto è dovuto al declino del concetto di album musicale, all’aumento delle vendite di singoli via Internet e al declino numerico dei CD venduti a prezzo pieno.

Fonti aggiuntive: TGDaily, Ars Technica.

La sigla degli spot antipirateria è piratata, dice l’autore

Questo articolo era stato
pubblicato
inizialmente il 2/12/2011 sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione
Svizzera, dove attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per
mantenerlo a disposizione per la consultazione.

Avete presente i
video
“non ruberesti mai un’auto… non ruberesti mai una
borsetta…”

che trovate all’inizio di tanti DVD come messaggi antipirateria? La loro
musica è di Melchior Rietveldt, un
musicista olandese al quale il brano fu commissionato nel 2006
dall’associazione olandese di lotta alla pirateria audiovisiva BREIN. Ora
Rietveldt
dice
che la sua musica è stata usata abusivamente negli spot antipirateria presenti
sui DVD.

Secondo Rietveldt, infatti, la licenza d’uso del suo brano ne permetteva lo
sfruttamento soltanto in un singolo video antipirateria prodotto per un
festival del cinema tenutosi nel 2006, ma da allora l’industria
cinematografica ha riutilizzato il brano in decine di milioni di DVD senza
pagargli un soldo in diritti d’autore. Si tratterebbe di una distribuzione non
autorizzata su vastissima scala, per la quale il musicista reclama da tempo
oltre un milione e trecentomila euro.

Paradossalmente, quando Rietveldt ha allertato l’agenzia di riscossione dei
diritti d’autore olandese Buma/Stemra,
per informarla di questa violazione del copyright, inizialmente non ha
ricevuto risposta. Ma di recente Jochem Gerrits, uno dei membri del consiglio
direttivo dell’agenzia olandese, ha contattato il musicista offrendosi di
aiutarlo. A patto, s’intende, di diventare titolare del brano e di ricevere il
33% dei diritti riscossi.

La richiesta economica, assolutamente contraria alle regole del diritto
d’autore che prevedono che i diritti vadano direttamente all’artista, è stata
registrata e resa pubblica e lo scandalo che ne è seguito ha portato alle
dimissioni temporanee
di Gerrits. 

Sarà molto difficile convincere i consumatori a rispettare il
diritto d’autore se coloro che sono incaricati di difendere i diritti degli
artisti sono i primi ad abusarne.

Fonti aggiuntive:
DutchNews.nl. L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Windows Genuine Advantage bucato in 24 ore

Microsoft ha introdotto da pochi giorni il Windows Genuine Advantage, un
controllo mediante il quale soltanto gli utenti che hanno copie legittime di
Windows possono scaricare gli aggiornamenti, eccezion fatta per gli
aggiornamenti di sicurezza più critici, che restano scaricabili da tutti.

Quando si usa Windows Update, viene chiesto il numero di serie di Windows. Se
il numero è di quelli nella “lista nera” di zio Bill, viene negato il permesso
di scaricare gli aggiornamenti non critici.

Scavalcare Windows Genuine Advantage è di una banalità impressionante: per
farlo sono bastate 24 ore.
Stando a Boing Boing, è sufficiente, prima di premere i pulsanti “Custom” o “Express” nella
pagina Web di Windows Update, incollare nella barra degli indirizzi
quest’istruzione e premere Invio:

javascript:void(window.g_sDisableWGACheck='all')

In altre parole, il controllo di sicurezza viene effettuato
sul computer dell’utente. Ma allora che senso ha introdurre controlli
antipirateria che vengono eseguiti sul computer del pirata e sono quindi sotto
il suo controllo? Questa è una presa in giro, che può soltanto dare fastidio
agli utenti legittimi e non impensierisce affatto i pirati.

Una delle possibili ragioni per le quali Microsoft introduce queste stupidate
è che in questo modo
fa ufficialmente la parte dello strenuo difensore della propria proprietà
intellettuale, ma in realtà lascia che la pirateria prosegua indisturbata
, e questo le fa comodo, perché ogni utente che pirata Windows è un utente in
meno che passa a Linux o a Mac OS X. Riuscendo a piratare Windows a casa,
imparerà Windows invece di imparare le alternative, e così sarà meno
invogliato a cercarle. Quando entrerà nel mondo del lavoro (dove i controlli
antipirateria sono un po’ più seri), saprà usare soltanto Windows (grazie al
fatto di averlo piratato), per cui non vorrà sentir parlare di altri sistemi
operativi. Lo stesso meccanismo vale non soltanto per Windows, ma anche per
Microsoft Office.

In altre parole, la prima dose è gratis, per accalappiare il cliente. Poi si
ci trova costretti a pagare, pagare, pagare.

Minuti inediti e blooper de L'Impero Colpisce Ancora, e una piccola storia di pirateria dal mio passato

Minuti inediti e blooper de L’Impero Colpisce Ancora, e una piccola storia di pirateria dal mio passato

Quarant’anni fa, nel 1980, usciva al cinema L’Impero Colpisce Ancora. Per celebrare la ricorrenza, sono stati pubblicati sei minuti e spiccioli di riprese inedite, ciak sbagliati e altre chicche dietro le quinte. Adesso è Natale.

Non so se vi ho mai raccontato di quanto ero ossessivamente travolto da Guerre Stellari e in particolare da questo secondo film della saga quando ero ragazzo. Non c’erano videocassette o altro e certi film in televisione proprio non passavano, per cui o andavi al cinema o ti attaccavi al tram. Quando uscì L’Impero Colpisce Ancora, fui così stregato da tutto il film che lo vidi quattro volte in due giorni (all’epoca lasciavano stare in sala fra una proiezione e la successiva).

Portai di nascosto al cinema la fotocamera (naturalmente a pellicola) per fotografare le immagini più belle, perché non c’era altro. Comprai il doppio album su vinile della colonna sonora, e cercai di memorizzare le scene e le battute il più possibile.

Una sera d’estate del 1981 o ‘82, a Pavia, il Comune organizzava il cinema all’aperto, alla Cupola Arnaboldi, e scoprii che avrebbero proiettato proprio L’Impero Colpisce Ancora. Sospetto che queste proiezioni fossero in realtà organizzate dai rivenditori di spray antizanzare, perché le proiezioni all’aperto a Pavia in prima serata erano un’orgia sanguinaria di nugoli di zanzare inferocite. Nel caldissimo pomeriggio di quel giorno il proiezionista, tutto solo, stava installando il massiccio proiettore per pellicola per la proiezione serale e aveva ancora da disporre tutte le seggioline di legno per il pubblico. Era chiaramente un po’ stufo.

Io notai che il proiettore aveva un’uscita audio DIN (ovviamente analogica, a quei tempi), elaborai un piano e mi armai di quel coraggio che soltanto la passione poteva risvegliare in un nerd: andai dal proiezionista e gli proposi un baratto. Gli avrei portato e piazzato io tutte le seggioline di tutta la sala se quella sera mi avesse lasciato registrare l’audio del film.

Il proiezionista accettò, dicendo pigramente “Sì, ma non tutto quanto, solo dei pezzi” e confidando nel fatto che non c’era modo di registrare su cassetta due ore e dieci filate di sonoro, e io mi piegai al compromesso.

Andai di corsa a casa, presi il mio radioregistratore a batterie, una cassetta C120 e… feci hacking: modificai la velocità di scorrimento del nastro in modo da farci stare 127 minuti di audio su una singola cassetta. Non potevo usarne due per non perdere pezzi e per non far capire al proiezionista che stavo registrando tutto, e decisamente non avevo un registratore a bobine, men che meno uno trasportabile.

Tornai dal proiezionista e con l’aiuto degli amici appassionati di Star Wars ai quali avevo sparso la voce disponemmo le seggioline.

Quella sera il proiezionista, commosso da così tanta devozione, mi lasciò attaccare il cavetto DIN del radioregistratore al proiettore, facendo finta di non vedere. Mi disse di nascondere il radioregistratore: per fortuna il cavo di collegamento al proiettore era lungo e sottile. Il film partì e io registrai tutta la traccia audio, dall’inizio alla fine, nel magnifico doppiaggio italiano. Finsi di spegnere qualche volta quando il proiezionista mi guardava storto. Ora posso raccontarlo, il reato è prescritto e il proiezionista è probabilmente buonanima.

Anni più tardi ho riversato in digitale quella registrazione, rigorosamente mono, che avevo quasi consumato a furia di riascoltarla a occhi chiusi. Poi, naturalmente, ho comprato la videocassetta, e poi il DVD, e poi il Blu-Ray e il file digitale. Ma quella pastosa, compressa, distorta registrazione monofonica ha ancora un valore speciale per me.

Non solo per il film, e per la nostalgia di un’impresa di “pirateria” oggi impensabile. Ma perché fra gli appassionati che mi aiutarono a disporre quelle sedie c’era Elena: colei che poi, anni dopo, sarebbe diventata la Dama del Maniero.

Mai avrei immaginato che sarebbe diventata la mia Principessa Leia (va bene, va bene, Leila per i nostalgici). E mai avrei immaginato che un giorno avrei incontrato i protagonisti di quel film e avrei tradotto per loro, sempre con la Dama al mio fianco.

Mai avrei immaginato che un giorno quel doppio album di Guerre Stellari avrebbe ricevuto le loro firme con dedica. Anthony Daniels (C3PO), David Prowse (Darth Vader), Kenny Baker (R2D2). Ce l’ho qui ora, eccovelo: è enorme come solo un doppio LP poteva esserlo.

Bonus: il mio doppio LP de L’Impero Colpisce Ancora. Con le foto giganti e le note di copertina che oggi non si fanno più. Un po‘ consunto dal tempo, ma sempre memorabile. Grazie di aver letto fin qui, e che la Forza sia con voi.

Pirati che usano satelliti militari per comunicare e come ascoltarli

Pirati che usano satelliti militari per comunicare e come ascoltarli

Credit: @TrackerIss.

Fra le cose strane del 2020 probabilmente non vi aspettavate di trovare che esistono pirati che prendono il controllo di satelliti militari americani per comunicare abusivamente e che vengono intercettati tramite radio digitali software-defined e tradotti in tempo reale tramite Google Translate.

Questo è un uso decisamente creativo e originale delle risorse tecnologiche di Internet e del digitale in generale, mostrato da un consulente di sicurezza informatica e radioamatore noto su Twitter come @TrackerIss.

Come spiegato in questo video, incorporato qui sotto, esistono dei satelliti della Marina militare statunitense, denominati FLTSATCOM (Fleet Satellite Communications System), lanciati fra il 1978 e il 1989 in orbita geostazionaria e usati per le comunicazioni radio in UHF fra le navi, i sommergibili, gli aerei e le basi su terraferma della Marina USA, oltre che per la rete di comando presidenziale.

Questi satelliti non sono più in uso da parte dei militari da oltre un decennio, ma due di essi funzionano ancora ben oltre la loro data di scadenza operativa e soprattutto non hanno nessuna protezione di accesso: sono sostanzialmente dei ripetitori che ritrasmettono qualunque segnale radio venga inviato verso le loro antenne.

Di conseguenza, è facile usare una piccola antenna e un impianto radio a basso costo per inviare un messaggio tramite questi satelliti, che lo diffonderanno su un’area vastissima. Oggi questa tecnica illegale viene usata soprattutto in Brasile da migliaia di persone, dai camionisti ai criminali a chi vive in località molto isolate, per comunicare gratuitamente su grandi distanze, come racconta Wired.

Questi utenti abusivi sono localizzabili, ma le autorità locali non investono molte risorse nella repressione di questa attività illecita e quindi il sottobosco dei pirati satellitari prospera. Oggi è tecnicamente possibile non solo ascoltare queste conversazioni a migliaia di chilometri di distanza (anche in Europa), ma anche trascriverle e farsele tradurre almeno approssimativamente grazie alle radio SDR (con il software SDRSharp) combinate con il riconoscimento vocale di Google e con i servizi di traduzione automatica di questo motore di ricerca.

Ne potete sentire un campione nel video qui sopra da 3:18 in poi: l’audio è molto disturbato, ma si capisce che è una voce che parla in portoghese. Se conoscete questa lingua, potete provare a decifrare la conversazione. Buon ascolto.

Giornalismo digitale: come recuperare un sito oscurato dalla magistratura

Giornalismo digitale: come recuperare un sito oscurato dalla magistratura

Ultimo aggiornamento: 2017/12/29 16:25. 

Ieri la Radiotelevisione Svizzera ha dedicato articoli e servizi TV a un caso di pirateria audiovisiva piuttosto particolare, quello del sito Abbotv.ch, che in Svizzera offriva abusivamente accesso ai canali TV a pagamento italiani. La vicenda ha portato alla denuncia di tre persone “per infrazione alla Legge federale sui diritti di autore nonché per titolo di Fabbricazione e immissione in commercio di dispositivi per l’illecita decodificazione di offerte in codice”.

Sembra un caso informaticamente interessante, ma il comunicato stampa della Polizia cantonale è molto stringato e non fornisce dettagli. Come si fa a procurarsi questi dettagli e scoprire per esempio quali canali TV erano offerti, a che prezzo e da quanto tempo, in modo da poter imbastire un servizio giornalistico che sia più di una semplice ripetizione del comunicato stampa? Il sito attualmente mostra solo la schermata di oscuramento:

Eppure nel servizio del Quotidiano, al quale ho contribuito, si vedono le schermate del sito com’era prima dell’oscuramento.

Preveggenza? Ero uno degli abbonati al servizio, che ora saranno comprensibilmente preoccupati perché sono coinvolti con nome, cognome e account PayPal in una vicenda illecita? Ho ricevuto un’indiscrezione dalle autorità?

No, semplicemente un pizzico di tecnica di giornalismo digitale. Per prima cosa ho cercato la copia cache del sito, acquisita da Google il 26 dicembre, ma mostrava il sito già oscurato; così sono andato su Archive.org, che è un sito che registra copie cronologiche delle pagine Web, e vi ho cercato le copie d’archivio di Abbotv.ch, che vanno dal 6 agosto 2015 (sito in costruzione) al 6 ottobre 2017, e questo mi ha permesso di definire grosso modo il periodo di operatività del sito (era online al 17 settembre 2015):

Sfogliando Archive.org ho recuperato l’aspetto del sito al 6 ottobre scorso e tutti i dettagli: Abbotv.ch offriva “Un piccolo Decoder con un mondo di canali, Champions League, Serie A, Serie B, Formula 1, film in prima TV, documentari, serie TV, cartoni animati e molto altro ad un prezzo fenomenale!”. Il sito proponeva un “abbonamento” che comprendeva “una vastissima scelta di canali che trasmettono film in prima visione assoluta, Champions League, serie TV in prima visione, canali per bambini e adulti, sport e molto altro. Inoltre, è disponibile una libreria On demand aggiornata periodicamente con i film del momento!”.

Con lo stesso sistema ho recuperato la modalità di pagamento (solo PayPal) e i prezzi (da 204 CHF per un mese, decoder incluso, a 497 CHF per un anno, sempre con decoder incluso), decisamente convenienti rispetto all’offerta ufficiale per chi voleva guardare le partite di calcio, i film di prima visione o gli altri contenuti a pagamento, magari offrendo il tutto agli avventori del proprio locale e incrementando così il proprio flusso di clientela con relativi incassi.

Sono emerse così anche le condizioni generali del servizio, le FAQ e la pagina dei contatti (con tanto di numero di telefonino e indirizzo di mail).

Procurarsi la lista esatta dei canali piratati ha richiesto un po’ più di impegno: le pagine archiviate da Archive.org includevano il link al documento PDF che le elencava ma non il documento stesso. Ma avendo il link è stato sufficiente cercare in Google il nome del documento e recuperarne la copia cache:

Domaintools, invece, mi ha dato i dati d’intestazione e di hosting del dominio Abbotv.ch, registrato presso GoDaddy il 3 agosto 2015, gestito da Domains by Proxy e ospitato presso una società di hosting di Ginevra.

La ricognizione permessa da Archive.org e da Google mi ha consentito di vedere che il sito era costruito in modo a prima vista professionale e credibile, ma che il visitatore si sarebbe dovuto comunque insospettire perché gli unici dati di contatto erano un numero di telefonino e un indirizzo di mail (nessun indirizzo di sede legale, nessun nome di ditta, nessun nome di referente) e perché l’offerta era decisamente troppo bella per essere vera.

Tutte le informazioni necessarie per costruire un servizio giornalistico dettagliato, insomma, sono risultate reperibili rapidamente, pubblicamente e gratuitamente via Internet. Questo è il potere del giornalismo digitale.