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Pericoli di Internet e Jessica Alba: incontro a Bellinzona, con contorno di modelle false e falsi modelli

Pericoli di Internet e Jessica Alba: incontro a Bellinzona, con contorno di modelle false e falsi modelli

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Vignetta di Moise, pubblicata inizialmente su AFNews e ripubblicata qui per gentile concessione dell’autore.

No, non ho incontrato Jessica Alba a Bellinzona: oggi sono stato ospite del Centro Professionale Commerciale della città per parlare con studenti e docenti dei pericoli e dei pregi di Internet, sia a livello tecnico, sia in termini sociali. Uno dei pericoli, specialmente fra i giovani, è quello di considerare reali le immagini perfette di attori, attrici e modelle presentate dai media ed aspirare a quei modelli irreali.

Con un processo per certi versi analogo, la pornografia online crea spesso pretese che la realtà delude, mentre i meccanismi di Internet offrono varie trappole molto reali ma poco intuitive per i naviganti.

Questi sono alcuni dei temi che abbiamo toccato, insieme a bufale, cospirazionismi, “pirateria” musicale e sicurezza online. La presentazione di supporto alla chiacchierata è consultabile qui sotto e scaricabile presso Slideshare (se siete utenti registrati del sito).

Per chi volesse andare subito al sodo (se mi passate il gioco di parole), ecco le immagini di Jessica Alba così come appare nella campagna pubblicitaria fotografata da Mario Testino (a sinistra) e come risulta in un altro scatto molto simile, tratto dagli originali dello stesso servizio fotografico (a destra), stando al Daily Mail. Notate, in particolare, quanto le sono stati ridotti drasticamente i fianchi.

2008/12/10

L’affaire Alba si amplia: è emersa almeno un’altra immagine del “prima e dopo” della campagna pubblicitaria citata qui sopra. Questa è citata persino da Alternet.

Anche qui, riduzione drastica dei fianchi, con l’aggiunta dello snellimento delle braccia. Perché a 27 anni la pelle pendula delle braccia è inammissibile, come lo è il ginocchio troppo rotondo. Che tristezza.

Malvivente incastrato dalla foto del formaggio

Malvivente incastrato dalla foto del formaggio

Incastrato dal formaggio: nel Regno Unito, uno spacciatore è stato identificato online e condannato grazie a una foto delle sue dita che impugnavano un pezzo di Stilton, pubblicata online.

Il trentanovenne Carl Stewart, residente a Liverpool, è stato arrestato, si è dichiarato colpevole di spaccio di stupefacenti e condannato a tredici anni e sei mesi di reclusione. Tutto, secondo il resoconto della polizia del Merseyside, partendo da una singola fotografia di una sua mano.

La foto era stata postata su EncroChat, un servizio di messaggistica oggi scomparso, da un utente che si faceva chiamare Toffeeforce e che usava EncroChat per i suoi traffici illeciti. Una tipica foto da social network: una mano che, in un supermercato della catena Marks & Spencer, mostra alla fotocamera un pezzo di formaggio confezionato. 

Stewart non ha considerato che l’immagine aveva una risoluzione sufficiente a consentire di estrarne le impronte digitali e del palmo della mano e identificarle come appartenenti a lui. Questo ha permesso agli inquirenti di associare l’account su Encrochat alla sua identità e quindi di incriminarlo.

Non è la prima volta che vengono estratte impronte digitali dalle fotografie, come nota The Register: l’esperto di biometrica Jan Krisller lo aveva fatto nel 2014, a titolo dimostrativo, con una foto di una mano dell’allora ministro della difesa tedesco Ursula von der Leyen.

A parte la stranezza divertente di leggere in un rapporto di polizia che uno spacciatore di stupefacenti “è stato smascherato dal suo amore per il formaggio Stilton”, episodi come questi ci ricordano la differenza fondamentale fra impronta digitale e password, spesso dimenticata da chi si affida a sensori d’impronta e simili: la password è una cosa che puoi cambiare e tieni segreta, l’impronta digitale è fissa e la mostri letteralmente a tutti. E si può estrarre da una foto fatta con uno smartphone.

 

Fonte aggiuntiva: Snopes/Associated Press.

Le nuove fotocamere digitali causano avvistamenti di UFO

Le nuove fotocamere digitali causano avvistamenti di UFO

Ultimo aggiornamento: 2021/01/22 21:00.

Una delle critiche tecniche più frequenti all’ufologia è che se davvero ci
fosse qualche veicolo extraterrestre che vola nei nostri cieli dovremmo averne
immagini in abbondanza e di altissima qualità, visto che ormai tutti giriamo
costantemente con una fotocamera e telecamera digitale in tasca: il
telefonino. Ci sono anche telecamere di sorveglianza ovunque, che registrano
costantemente e spesso inquadrano anche il cielo. E ci sono le telecamere
ipersensibili degli astronomi e astrofili, che registrano il cielo notturno
per documentare le meteore. Ma di foto davvero nitide di veicoli
inequivocabilmente extraterrestri non se ne vedono. 

In compenso, negli ultimi anni sono aumentati fortemente i video che mostrano
oggetti indistinti muoversi in cielo in modi assolutamente impossibili per
qualunque veicolo terrestre, con oscillazioni e variazioni di traiettoria
fortissime. La cosa più sorprendente è che questi video spesso provengono da
persone in buona fede e non sono il frutto di manipolazioni digitali
intenzionali.

Prima di concludere che si tratta di prove inconfutabili di veicoli anomali,
bisogna però tenere conto del fatto che ormai quasi tutti i telefonini sono
dotati di sistemi di stabilizzazione digitale dell’immagine. Questi sistemi
funzionano molto bene in condizioni normali, correggendo il naturale tremito
della mano del fotografo. Ma quando devono gestire situazioni insolite creano
degli artefatti digitali estremamente ingannevoli.

Nel video qui sopra, l’oggetto che si muove in modo così folle nel cielo a
1:44 è in realtà semplicemente un aereo da turismo che sta volando in linea
retta. Lo sappiamo perché l’autore del video, Mick West di
Metabunk.org, lo ha fotografato contemporaneamente anche con una fotocamera digitale
dotata di un teleobiettivo molto potente che ne ha immortalato la forma in
dettaglio.

Ma la ripresa video fatta con il telefonino è alterata direttamente dal
telefonino stesso, senza nessun intervento dell’utente: lo stabilizzatore
cerca di tenere fermo l’albero in primo piano e quindi “sposta” l’aereo. Più
specificamente, il tremito della mano che tiene il telefonino altera la
parallasse fra albero e aereo e lo stabilizzatore “ritaglia”
l’inquadratura in modo da prenderne soltanto la porzione centrale, nascondendo
i bordi che rivelerebbero la stabilizzazione. L’illusione, per chi non conosce
il funzionamento degli stabilizzatori digitali, è perfetta.

Qui sotto vedete un esempio di stabilizzazione nella quale i bordi
non sono stati ritagliati e quindi la correzione dell’inquadratura è
chiaramente percepibile. Immaginate di prendere soltanto la porzione centrale
di questo stesso video, tagliando tutto il resto, e otterrete quello che fa
normalmente uno stabilizzatore da telefonino.

Un altro inganno visivo delle fotocamere integrate negli smartphone è lo zoom
digitale, che ingrandisce l’immagine ma perde dettagli importanti. Per
esempio, un aereo ripreso da lontano sembra spesso un sigaro senza ali perché
le ali sono scure (da terra ne vediamo il ventre che è in ombra) mentre la
fusoliera è fortemente illuminata dal sole. Se fotografiamo con una fotocamera
tradizionale, le ali risultano visibili ma molto tenui; se fotografiamo con
uno smartphone, lo zoom digitale elabora l’immagine perdendo i dettagli che
non ha visto, come appunto le ali.

L’immagine qui sotto, tratta sempre dal video di West, mostra un aereo di
linea fotografato dallo stesso punto usando una fotocamera normale (sopra) e
lo zoom digitale di uno smartphone.

Si arriva così al paradosso delle fotocamere digitali che
creano artefatti che vengono scambiati per avvistamenti ufologici.

Lena, la ragazza di Playboy più guardata nella storia dell’informatica

Lena, la ragazza di Playboy più guardata nella storia dell’informatica

Lena.

Ultimo aggiornamento: 2020/07/02 18:40.

La scomparsa di Hugh Hefner, fondatore di Playboy, a 91 anni, riporta in mente tante cose a tanti fruitori delle sue riviste e del suo impero basato sulle grazie femminili, ma fa riemergere anche una storia forse poco conosciuta che lega Playboy all’informatica in una maniera decisamente insolita.

Oggi diamo per scontata la possibilità di creare e condividere foto digitali, ma negli anni Settanta questa era un’idea oggetto di ricerca avanzata. In particolare, nel 1973 alla University of Southern California c’era un ricercatore, Alexander Sawchuk, che stava cercando un’immagine da usare come riferimento per i test di digitalizzazione. Di solito si usavano le immagini di calibrazione degli studi televisivi: immagini noiose che risalivano agli anni Sessanta. Per la conferenza tecnica che stava preparando gli serviva un’immagine su carta patinata che includesse un volto umano. Guarda caso, arrivò qualcuno con una copia di Playboy.

Fu strappata la parte superiore del paginone centrale della rivista per poterne fare la scansione con i metodi primitivi di allora (lo scanner era uno di quelli per le telefoto e bisognava montare la foto su un cilindro rotante) nei tre colori primari, a una risoluzione di 100 linee per pollice, elaborata poi con un minicomputer Hewlett Packard 2100. Un procedimento complicato che produsse un’immagine da 512×512 pixel, mostrata all’inizio di questo articolo (l’originale è in formato TIFF). Sono metodi e valori che oggi fanno sorridere, ma erano lo stato dell’arte di allora.

La scansione della Playmate era una soluzione improvvisata, nata per uno scopo momentaneo, ma ben presto altri ricercatori chiesero a Sawchuk una copia dell’immagine da usare come campione standard di riferimento per valutare i propri programmi di compressione ed elaborazione delle immagini. In breve tempo quella foto di Playboy divenne lo standard tecnico di tutto il settore della fotografia digitale, e se oggi abbiamo GIF, JPEG e tanti altri formati per la trasmissione di immagini lo dobbiamo anche a quest’improvvisazione californiana, fatta oltretutto in violazione del copyright.

Ma chi è la ragazza in questione? Playboy la presentò come Lenna Sjööblom, Playmate di novembre 1972, ma il suo vero nome è Lena (una N sola) Söderberg. La sua immagine viene tuttora usata per la ricerca e la signora Söderberg non lo scoprì fino al 1997, quando fu invitata alla conferenza annuale della Society for Imaging Science in Technology. “Saranno così stufi di me, guardando la stessa foto per tutti questi anni!” commentò in quell’occasione.

La rivista di Hefner, solitamente ferrea con le violazioni del copyright, prese bene questo caso specifico, e anzi per l’occasione della conferenza diede una mano a rintracciare Lena a Stoccolma, dove aiutava le persone con handicap a usare i computer.

Fonti: Lenna97: A Complete Story of Lenna; The Lenna Story; IEEE Professional Communication Society. Segnalo inoltre un articolo su Wired di Linda Kinstler, che ha intervistato Lena nel 2019.

La foto che paralizza alcuni smartphone Android

La foto che paralizza alcuni smartphone Android

Siamo nel 2020 e ancora oggi basta un’immagine, quella qui accanto, per paralizzare un telefonino.

Gaurav Agrawal, uno scienziato e fotoamatore, ha pubblicato questa sua bella fotografia su Flickr con le migliori intenzioni: voleva semplicemente condividerla. È una foto che ha scattato nel Montana ad agosto del 2019.

Nessuna buona azione rimane a lungo impunita, e nel giro di poco tempo gli utenti che hanno scaricato la foto e l’hanno usata come sfondo per i propri smartphone Android si sono accorti di un problema: la foto fa andare in crash alcuni telefonini dotati di Android 10 (Samsung, Google Pixel e altri). Il telefonino diventa inutilizzabile e continua a riavviarsi. L’unico modo per uscirne è un ripristino alle condizioni di fabbrica.

Il fenomeno è dovuto al fatto che Agrawal ha salvato la foto usando un valore dello spazio dei colori molto elevato, che Android non è in grado di gestire correttamente.

Per fortuna la foto viene rielaborata quando viene condivisa tramite i social network, per cui molte delle copie circolanti non sono pericolose. Ma resta il fatto bizzarro che le incarnazioni più recenti della tecnologia informatica mobile possano essere messe in ginocchio da una semplice immagine.

Fonti aggiuntive: The Register, BBC, Gizmodo.

Finalmente recuperata una rara foto di Neil Armstrong sulla Luna

Finalmente recuperata una rara foto di Neil Armstrong sulla Luna

Anni fa avevo chiesto ai lettori di questo blog se qualcuno era in grado di recuperare una foto fortemente sottoesposta, scattata durante l’escursione lunare di Apollo 11. La foto, classificata come AS11-40-5894, è particolarmente significativa perché è una delle pochissime che mostrano Neil Armstrong sulla Luna almeno parzialmente.

Mancano infatti fotografie di Armstrong a figura intera durante la sua storica passeggiata sulla Luna. Tutte le foto, infatti, ritraggono il suo compagno di missione, Buzz Aldrin. Di Armstrong ci sono solo alcune inquadrature molto parziali.

La foto in questione è questa, nella sua versione grezza: si scorge, in basso a sinistra, la sagoma di Neil Armstrong.

La NASA ne ha pubblicato una versione parzialmente restaurata, che però è comunque molto scura. Ma oggi il bravissimo restauratore di immagini Apollo Andy Saunders ha risposto a un mio invito su Twitter e ha recuperato l’immagine:

In dettaglio, ecco Neil Armstrong sulla Luna, come non è mai stato visto prima:

Andy Saunders ha dato prova delle proprie capacità anche con la missione Apollo 12, di cui ricorre il cinquantenario proprio in questi giorni:

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Restaurare pellicole con SilverFast 8 e scanner Plustek 8200 SE

Restaurare pellicole con SilverFast 8 e scanner Plustek 8200 SE

Questo è uno screenshot a bassa risoluzione.
La scansione effettiva è molto più nitida.

Ultimo aggiornamento: 2019/09/07 18:10.

Mi sono finalmente deciso a digitalizzare per bene tutto l’archivio fotografico di famiglia prima che il naturale deterioramento delle pellicole (negativi e diapositive) sbiadisca per sempre i ricordi, e così ho comprato uno scanner Plustek 8200 SE (320 CHF qui in Svizzera), dotato di sensore a infrarossi per il rilevamento della polvere e dello sporco e fornito con SilverFast 8.8 (MacOS/Windows), software in grado di usare questo sensore per riconoscere questi difetti e correggerli insieme ai graffi e incluso nel prezzo dello scanner.

L’ho collegato a un Mac che lavora intanto che io faccio altro: ci mette una decina di minuti a foto (sto facendo passate multiple alla massima risoluzione, più post-elaborazione in automatico), ma il risultato è notevole: non va sempre così bene automaticamente come vedete qui sotto e a volte serve una correzione manuale, ma quando va bene al primo colpo è una gioia.

Questa, per esempio, è una ripulitura della polvere ormai incrostata e non rimovibile senza un lavoro paziente che è impossibile fare per migliaia di diapositive come queste.

Ripesco questa che testimonia, per gli increduli, che una volta ero bello e biondo:

Lo scanner invece fa fatica con le diapositive sottoesposte o scure: non è possibile regolare l’esposizione per schiarirle. In questi casi serve una soluzione alternativa: per esempio una fotocamera digitale macro che fotografi la pellicola.

Se non avete ancora pensato di digitalizzare i ricordi, fatelo. Il tempo passa inesorabile per tutti i supporti analogici.

2019/09/06

Per chi mi ha chiesto le impostazioni che uso per la scansione delle diapositive (l’unica che ho fatto finora con questo scanner), eccole:

  1. Non uso Workflow Pilot (l’automatismo totale).
  2. Mi assicuro che tutti i tool siano disabilitati, così abilito solo quelli che mi servono.
  3. Scelgo Transparency, Positive, 48–24 bit.
  4. Faccio la pre-scansione con Prescan.
  5. Scelgo le dimensioni e il formato: TIFF, A5, Typesetter 600 ppi. Questo porta la risoluzione a 7200 ppi e produce immagini da circa 5000×3400 pixel a 600×600 di risoluzione). Sono file da circa 100 megabyte; per me non è un problema, ho dischi rigidi in abbondanza.
  6. Clicco su Frame – Find frames – Slide 35 mm, per fargli identificare automaticamente i bordi della diapositiva.
  7. Stringo leggermente il frame per non includere gli angoli stondati, che falsano la riparazione dei graffi e produrrebbero artefatti (vengono “corretti” mettendoci dei pixel, come dire, ispirati da quelli adiacenti, ma il risultato è pessimo).
  8. Attivo AutoCCR (correzione automatica delle dominanti cromatiche; di solito funziona bene e non serve farla a mano).
  9. Provo Picture settings – Midtone per vedere se cambiando il valore ottengo qualche miglioramento.
  10. Se le dominanti cromatiche non sono sparite del tutto, attivo Global CC e provo a cambiarne il valore.
  11. Per le dia a colori non Kodachrome, attivo iSRD (la rimozione di graffi, polvere e peluzzi tramite scansione a infrarossi; non funziona sulle Kodachrome e sulle pellicole in bianco e nero a causa del supporto non permeabile agli infrarossi), impostandolo su Correct con Detection medio-alta (10 di solito è sufficiente, ma salgo a 17-20 nei casi gravi, facendo attenzione agli artefatti). In alternativa, uso SRD (rimozione senza scansione a infrarossi), con Detection a 20 e Tile Size 4.
  12. Non uso AACO (correzione contrasto): mi dà risultati scadenti.
  13. Attivo GANE (riduzione grana e rumore) in modalità Light.
  14. Attivo Multiple Exposure (passate multiple con “diaframma” differente per scansionare bene sia le zone più chiare, sia quelle più scure).
  15. Pulisco bene la pellicola con un soffietto. Solo nei casi disperati uso un pennellino o, in quelli ancora più disperati, un panno da occhiali leggermente inumidito.
  16. Faccio la scansione e controllo il risultato; se accettabile, passo alla scansione successiva tornando al punto 6.

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Sono l’unico a pensare che la fotografia di “Solo” sia una schifezza?

Sono l’unico a pensare che la fotografia di “Solo” sia una schifezza?

Quando sono andato al cinema a vedere Solo, ho dato la colpa al cinema e ai miei occhi: non si vedeva niente. Tutte le immagini di un film altrimenti piuttosto godibile erano smorte, buie, persino quelle in pieno giorno, e i colori erano slavati, come se il proiettore avesse avuto la lampada a fine vita o il gestore della sala avesse voluto fare il taccagno. I personaggi si muovevano costantemente nella penombra, le espressioni erano invisibili, i costumi e le scenografie erano indecifrabili.

Ma pochi giorni fa ho avuto modo di vedere il Blu-Ray 4K di Solo ed è altrettanto buio e inguardabile quanto l’originale al cinema: quindi la fotografia sottoesposta è intenzionale.

Ho provato a prendere un fotogramma dal Blu-Ray e ridargli un po’ di contrasto e colore: sopra vedete l’originale, sotto la mia “correzione”:

Adesso finalmente vedo qualcosa.

Poi mi è venuto in mente di andare a cercare la stessa scena nel trailer. Ma guarda che strano: qui i dettagli si vedono, i colori ci sono e non sembra più di avere il caffelatte incrostato sugli occhiali.

Questo fastidiosissimo effetto cupo può magari andar bene su uno schermo ultraluminoso, ma su un monitor normale, o in un cinema medio, è una vera schifezza. Possibile che il direttore della fotografia, Bradford Young, non ci abbia pensato? A quanto pare si tratta di una sua ricerca estetica intenzionale, ma a pensare che sarebbe stato meglio evitare questa ricerca e lasciare che si vedesse qualcosa non sono il… l’unico. Bah.

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Estrarre le immagini ad alta risoluzione da un post Instagram. Anche dai post privati eliminati

Estrarre le immagini ad alta risoluzione da un post Instagram. Anche dai post privati eliminati

Ultimo aggiornamento: 2019/05/04 14:15.

1. Prendete il post Instagram che vi interessa: per esempio questo, per i fan di Battlestar Galactica. La seconda immagine del post mostra un Cylon Numero 6 che forse non tutti conoscono, risalente al 1993.

2. Attivate l’Inspector di Firefox (Tools – Web Developer – Inspector oppure Ctrl-Shift-C).

3. Nella casella di ricerca HTML, immettete srcset. Vengono evidenziati dei blocchi di codice che contengono due cose interessanti: la descrizione auto-generata dell’immagine (in questo caso, “Image may contain: 1 person, text”) e, subito dopo srcset=”, l’URL dell’immagine ad alta risoluzione originale.

4. Un doppio clic sull’URL fa espandere l’HTML, rivelando una serie di URL a varie risoluzioni. Quello che vi serve è quello con la risoluzione massima disponibile, che è facilmente riconoscibile esaminando la struttura dell’URL stesso: in questo caso, spicca un 1080×1080 (in altri casi basta cercare l’immagine JPG il cui nome termina con “_n”). L’URL è insomma questo, nel caso specifico:

https://scontent-frx5-1.cdninstagram.com/vp/de7b4900d552188908a47b3782af3589/5D534299/t51.2885-15/e35/p1080x1080/52474748_300866893935728_5397041778026138900_n.jpg?_nc_ht=scontent-frx5-1.cdninstagram.com

È necessario includere anche la parte dopo il punto interrogativo, altrimenti si ottiene un errore URL signature mismatch.

5. Aprendo questo URL ottenete l’immagine alla massima risoluzione, decisamente più nitida di un semplice screenshot e ottimale per analisi di fotoritocco o per ricerche di datazione in Tineye e simili.

Dai commenti mi segnalano che è possibile anche fare un semplice clic destro per salvare l’intero post e poi sfogliare i suoi vari file per estrarre l‘immagine e buttar via tutto il resto. Non è elegante, ma funziona. C’è anche Instantgram, un bookmarklet che consente di scaricare le immagini di Instagram (nel caso di post con immagini multiple, si visualizza l’immagine desiderata e poi si attiva Instantgram).

Tuttavia questi metodi non consentono di recuperare immagini da post eliminati. Invece L’URL che estraggo con il metodo lungo che ho descritto sopra lo permette: infatti rimane attivo anche dopo che è stato cancellato il post.

Per esempio, ho pubblicato e poi eliminato questo post nel mio account Instagram:

Estraendo l’immagine ad alta risoluzione prima di eliminare il post ho ottenuto questo URL:

https://scontent-frx5-1.cdninstagram.com/vp/4b79b5c6dc5343dc851143f7f03f94ce/5D6DD814/t51.2885-15/e35/58689490_502499683825881_6184082361658028207_n.jpg?_nc_ht=scontent-frx5-1.cdninstagram.com 

Quest’URL è tuttora attivo, nonostante io abbia eliminato il post alcune ore fa. Questo indica che le foto eliminate da Instagram non vengono realmente eliminate e persistono, almeno temporaneamente, nel CDN di Instagram anche dopo l’eliminazione del post che le contiene.

Questo può essere utile per esempio per dimostrare che una foto è stata davvero postata su Instagram anche dopo che è stata eliminata. Sospetto inoltre che anche le foto “private” su Instagram abbiano un URL accessibile a chiunque. Qualcuno vuole provare?

2019/05/04 14:15. Un lettore, Manuel, ha provato e conferma che le foto degli account privati sono accessibili:

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Recuperare le foto cancellate da un iPhone

Recuperare le foto cancellate da un iPhone

Ultimo aggiornamento: 2018/11/25 13:15.

Avete cancellato di recente delle foto dal vostro iPhone? Siete sicuri di averle cancellate davvero? Se si tratta di foto potenzialmente imbarazzanti, ho una brutta notizia; se invece si tratta di foto che avete cancellato per errore, ho una bella notizia. Esiste infatti una tecnica semplice che in alcuni casi consente di recuperarle.

Naked Security racconta che questa tecnica di recupero è stata sfruttata pochi giorni fa per vincere a Tokio una gara di hacker, un concorso internazionale per esperti informatici che si chiama Mobile Pwn2own, ossia grosso modo “se riesci a prenderne il controllo, te lo porti a casa” (Pwn2own si pronuncia poun tu oun). Le regole della gara sono semplici: i concorrenti hanno a disposizione trenta minuti per prendere il controllo delle versioni più recenti e aggiornate di smartphone o altri dispositivi digitali mobili. Se ce la fanno, si portano a casa il dispositivo e anche un cospicuo premio in denaro.

Gare come questa si fanno a fin di bene: i concorrenti, infatti, sono tenuti a non pubblicare la tecnica che hanno usato per superare le protezioni dei vari dispositivi e a spiegarla soltanto ai rispettivi produttori, in modo che possano distribuire un aggiornamento che corregge la falla. La ricompensa monetaria permette di attirare talenti che altrimenti resterebbero inutilizzati o, peggio ancora, verrebbero sfruttati dal mondo criminale.

Nella gara di Tokio, il duo di hacker vincitore, composto da Amat Cama e Richard Zhu, ha incassato in totale ben 215.000 dollari. Fra le varie falle che hanno scoperto, sfruttato e spiegato ai fabbricanti ce n’è appunto una che consente di recuperare e rubare le foto cancellate da un iPhone nuovo e aggiornato, usando una falla di Safari che sarebbe sfruttabile semplicemente inducendo la vittima a visitare un sito Web appositamente confezionato. Niente panico: la falla verrà corretta a breve.

Quello che conta, però, è che la loro tecnica sfrutta una funzione documentata dell’iPhone che è meglio conoscere per poterla gestire bene. Quando si va nell’app Foto e si cancella una fotografia, in realtà l’immagine non viene eliminata davvero. Viene messa temporaneamente in un album che si chiama Eliminati di recente e viene cancellata realmente solo dopo trenta giorni di giacenza. Lo stesso avviene anche per i video che avete ripreso.

Questo è un bene se vi accorgete di aver eliminato per errore una foto o una ripresa video che volevate invece tenere, oppure se cambiate idea dopo averla eliminata. Ma significa anche che chi ha accesso al vostro smartphone può andare a sfogliare le foto e i video apparentemente eliminati e può recuperarli.

Vi conviene quindi vuotare questo deposito temporaneo dopo aver eliminato foto che potrebbero essere usate contro di voi. Basta andare nell’app Foto, selezionare gli Album e poi andare in fondo all’elenco degli album, dove se ne trova uno denominato appunto Eliminati di recente. Si tocca ciascuna foto o ripresa video e poi si tocca Elimina per farla sparire per sempre oppure Recupera per ripristinarla. Ma fate attenzione, perché stavolta la cancellazione è a prova di hacker.