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Titoli assurdi e irresponsabili per il rientro di uno stadio di un razzo cinese: i fatti

Titoli assurdi e irresponsabili per il rientro di uno stadio di un razzo cinese: i fatti

Pubblicazione iniziale: 2021/05/05 11:52. Ultimo aggiornamento: 2021/05/09 10:15.

Come al solito, una parte della stampa, quella che spesso si vanta di
difenderci contro le fake news, non riesce a resistere alla tentazione di disseminare notizie false quando c’è di mezzo la tecnologia e
in particolare lo spazio.

Stavolta quella parte di stampa parla di un “razzo incontrollato” che “rischia di abbattersi sull’Italia” e cita addirittura “scienziati” che preannuncerebbero “ingenti danni e pioggia di detriti”

Non c’è nessun pericolo significativo: la storia è una patetica montatura
costruita da ciarlatani, acchiappaclic e incompetenti.

I fatti sono questi: uno stadio di un vettore cinese Lunga Marcia 5B, quello che pochi giorni
fa ha portato nello spazio il primo componente della stazione spaziale di
questo paese, rientrerà nell’atmosfera nei prossimi giorni.

Per ora nessuno sa né quando né dove ricadrà. Chiunque dica che rischia di
cadere in un luogo preciso sta dicendo una stupidaggine. La Terra è
enormemente vasta, per cui le probabilità che questo oggetto rientri in
uno specifico punto sono le stesse che avete di sentirvi suonare il citofono e
scoprire che c’è Beyoncé sotto casa vostra che vuole farvi una serenata; le probabilità che frammenti significativi colpiscano qualcuno sono microscopiche; quelle che colpisca proprio voi ancora più infinitesimali.

Mettetevi il cuore in pace e pensate ai rischi ben più concreti che correte
ogni giorno. Tipo quello di leggere fesserie sul giornale. Fesserie come
questa:

 

Se volete conoscere i dati tecnici, li trovate su
Aerospace.org, che pubblica (anche su Twitter) il ground track, ossia la traccia delle zone man mano
sorvolate dallo stadio, che cambiano in continuazione per via della rotazione
terrestre. Lo stesso fa, su Twitter, lo EU Space Surveillance and Tracking (@EU_SST). 

Questa traccia stabilisce dei limiti massimi e minimi di
latitudine: al di fuori di questi limiti il vettore non può ricadere, punto e
basta. Per cui se state a Parigi o a Milano è fisicamente impossibile che
ricada dalle vostre parti.

L’astronomo Phil Plait segnala che il vettore sorvola la terraferma soltanto per un quarto del tempo complessivo, mostrando questo grafico (molto utile in generale) che indica la percentuale di terraferma sorvolata al variare dell’inclinazione del piano dell’orbita:

Le agenzie spaziali civili e militari di tutto il mondo stanno monitorando
l’evoluzione dello stadio in ricaduta, che ha ampi margini di incertezza
dovuti alla densità variabile dell’atmosfera che lo sta man mano frenando e ad
altri fattori. Questi margini si ridurranno nei prossimi giorni. Se ci saranno notizie, saranno loro a darle, senza
catastrofismi.

L’unica particolarità della situazione è che normalmente i vettori usati per
mettere in orbita un satellite o un componente di una stazione spaziale non
entrano in orbita anch’essi ma raggiungono velocità inferiori (suborbitali) e
quindi ricadono subito in modo pianificato e controllato, senza pericoli.
Questo, intenzionalmente, non è avvenuto per il vettore cinese: il piano di
volo prevedeva infatti il suo inserimento in orbita con rientro non
controllato nei giorni successivi. Non è un approccio responsabile, ma in ogni
caso il rischio rimane modestissimo.

Se volete saperne ancora di più,
Space-track.org pubblica i
dati tecnici
costantemente aggiornati (anche su
Twitter), N2YO pubblica la posizione stimata in tempo reale e c’è un articolo di approfondimento su Ars Technica che inoltre cita il caso precedente di un altro Lunga Marcia 5B che ha effettuato lo stesso tipo di rientro a maggio 2020 e i cui frammenti avrebbero potuto colpire New York se fossero rientrati quindici minuti prima: finirono invece nell’Atlantico senza fare danni e si parla di un possibile ritrovamento di rottami in Costa d’Avorio.

La Protezione Civile italiana ha pubblicato un comunicato che spiega la situazione e traccia i ground track che riguardano l’Italia l’8 e 9 maggio. Purtroppo alcuni comunicati, come quello della Regione Siciliana, hanno seminato panico inutile con frasi come questa: “Fino a domani mattina alle ore 8.30, la popolazione è invitata a evitare
luoghi all´aperto e restare dentro gli edifici, possibilmente lontano
da finestre e nei piani non sottostanti il tetto.”
Capisco lo zelo burocratico di pararsi il deretano, ma qui siamo al limite del procurato allarme.

La situazione attuale in sintesi: per ora
si
stima
che lo stadio ricadrà intorno all’8 maggio o poco dopo. Probabilmente finirà
nel Pacifico, semplicemente perché il Pacifico è immenso e copre gran parte
della Terra. Gran parte delle 22 tonnellate di materiale che lo compongono
si frammenterà nel calore del rientro. Tutto qui.

Questi sono i dati più recenti:

2021/05/09 10:15. Lo stadio del vettore cinese Lunga Marcia 5B è rientrato in atmosfera sull’Oceano Indiano nella zona delle Maldive, come segnalato dall’Agenzia Spaziale Italiana. Non risultano notizie di danni a cose o persone.

Il cinico business delle bufale. Terza parte: Repubblica e il nipote finto passante

Il cinico business delle bufale. Terza parte: Repubblica e il nipote finto passante

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ancora. Ultimo aggiornamento: 2016/12/31 15:30.

È troppo facile e semplicistico dare a Internet e ai social network la colpa del
dilagare delle false notizie. Sicuramente la Rete e Facebook contribuiscono al
fenomeno; ma le testate giornalistiche, che si atteggiano a verginelle sante e
senza macchia, hanno la loro dose di colpa. Ne abbiamo visto
un esempio pochi giorni fa con Affaritaliani.it, testata giornalistica online; oggi ne vediamo un altro con Repubblica,
testata “tradizionale” che dal cartaceo si è estesa al digitale, per documentare
come la fabbricazione di notizie sia ben radicata anche nel giornalismo
classico, tanto da non essere neanche vista come un problema o un tradimento
della fiducia dei lettori.

Di conseguenza, qualunque iniziativa (governativa o commerciale) contro
le false notizie che abbia effetto solo su Internet e non tocchi l’intero
sistema della diffusione di notizie è miope, assurda e inammissibile.

Caso mai non fosse chiaro: se qualcuno pensa che io possa sostenere o lasciar
correre un tentativo di censurare Internet o progetti che assegnano alla stampa
“tradizionale” un ruolo di guardiano e arbitro dell’informazione corretta, non
ha capito nulla di me e dei miei vent’anni di debunking fatti senza
risparmiare nessuno. Chi avesse bisogno di chiarirsi le idee può leggere
questo.

Detto questo, vi propongo una piccola storia di ordinaria bufalocrazia.

––––––

Il 27 dicembre è morta la popolarissima attrice e scrittrice Carrie Fisher.
Repubblica ha pubblicato sulla propria pagina Facebook ufficiale un
servizio giornalistico video di Silvia Bizio
[2016/12/31: successivamente rimosso;
URL CDN originale]
, nel quale la giornalista va davanti alla casa di Carrie Fisher, gira un video
di cinque minuti in stile “selfie con telefonino” e nota con commiserazione che
non ci sono nugoli di fan piangenti o altre manifestazioni di lutto. Cosa
piuttosto difficile, visto che
la casa sta su una trafficatissima strada principale senza marciapiedi,
ma lasciamo stare. Lasciamo stare anche la qualità del servizio e i suoi
sorrisetti, le sue frasi smozzicate, le sue risatine e le sue immagini
traballanti. Pura aria fritta, ma pazienza.

La cosa importante è che nel video Silvia Bizio dice che
“c’è soltanto un fan, un ragazzo, un sedicenne… his name is Marco. Marco,
tell us”
. “Marco” è un nome abbastanza insolito da trovare in California, ma
sorvoliamo anche questo (almeno per ora).

Il ragazzo racconta le proprie impressioni in inglese. La Bizio gli chiede
“Why was Carrie Fisher and Guerre Stellari [sic]
so important to you?”. Marco, stranamente, non si ferma a chiedere cosa
mai vogliano dire le parole italiane “Guerre Stellari”, ma risponde
disinvolto, come se sapesse l’italiano. Che strano.

Lei non lo ringrazia né gli rivolge più la parola, ma prosegue in italiano,
sbagliando anche il titolo del film (è Il risveglio della Forza, non
La Forza si risveglia). E finisce ridendo. Sì: Carrie Fisher è morta e
Silvia Bizio se la ride in pubblico, davanti a casa della morta, sulla pagina
Facebook di Repubblica.

Al momento in cui ho fatto lo screenshot qui sopra (le 23:06 italiane del
27/12), il video di Repubblica aveva già avuto 41.000 visualizzazioni,
accompagnate da
commenti non molto lusinghieri. Mentre
scrivo la stesura iniziale di queste righe (mezzogiorno del 29/12) è arrivato a
oltre 432.000 visualizzazioni.

Un brutto servizio, insomma; non certo una pagina di grande giornalismo. Cose
che càpitano e che ho
rimproverato
a Repubblica. La storia sarebbe chiusa, se non fosse per un dettaglio che
trasforma un brutto servizio da quasi mezzo milione di clic in una
falsificazione.

Infatti mi viene segnalato da un lettore che il ragazzo intervistato da Silvia
Bizio, somiglia sorprendentemente a
Marco Bizio, nipote della
giornalista.

“Marco” nel video di Silvia Bizio per Repubblica
(immagine schiarita per ridurre le ombre).

Marco Bizio nel suo profilo Facebook pubblico.

Intervistare un familiare spacciandolo per un passante qualsiasi sarebbe davvero
squallido, per cui prima di sbilanciarmi chiedo pubblicamente chiarimenti a
Repubblica e alla diretta interessata. Ed è qui che la cosa si fa
interessante.

Altri miei tweet restano senza risposta, complice il fuso orario. La Bizio
risponde qualche ora dopo:

class="twitter-tweet tw-align-center" data-cards="hidden" data-conversation="none" data-partner="tweetdeck" >

@disinformatico caro Paolo
qui 9 ore indietro quindi notte quando scrivevi. Marco non e’ mio figlio ma
un piccolo fan che conosco. Pb? $? No

— Silvia Bizio (@silviabizio)
December 28, 2016

Notate che la giornalista dice “non è mio figlio”, ma invece di chiarire
rispondendo “è mio nipote”, svicola dicendo che è
“un piccolo fan”. Un piccolo fan che lei conosce. Insomma, il passante
intervistato per caso (come sembra dal video), l’unica persona davanti alla casa
di Carrie Fisher in quel momento, è in realtà una persona che Silvia Bizio
conosce. Che mirabile coincidenza. Chiedo chiarimenti.

class="twitter-tweet tw-align-center" data-cards="hidden" data-conversation="none" data-partner="tweetdeck" >

@silviabizio Grazie. Lo chiedo
perché somiglia sorprendentemente a suo nipote Marco e si chiama come lui.

— Paolo Attivissimo (@disinformatico)
December 28, 2016

class="twitter-tweet tw-align-center" data-cards="hidden" data-conversation="none" data-partner="tweetdeck" >

@silviabizio Forse non ho
capito: lei va davanti a casa di Carrie Fisher e ci trova proprio un fan che
lei conosce? Per caso?

— Paolo Attivissimo (@disinformatico)
December 28, 2016

class="twitter-tweet tw-align-center" data-cards="hidden" data-conversation="none" data-partner="tweetdeck" >

@disinformatico che
problema caro Paolo? Io non sono esperta di fb ne’ social. Marco e’ venuto a
dare saluto a Carrie. siamo tutti tristi.

— Silvia Bizio (@silviabizio)
December 28, 2016

Notate che la Bizio continua a eludere la questione. Così insisto:

class="twitter-tweet tw-align-center" data-cards="hidden" data-conversation="none" data-partner="tweetdeck" >

@silviabizio Per chiarezza:
Marco è suo nipote? Questo:
https://t.co/e16IwBFsTT

— Paolo Attivissimo (@disinformatico)
December 28, 2016

La risposta è illuminante e dà l’impressione che la Bizio si renda perfettamente
conto di aver violato la deontologia professionale e stia cercando di coprire la
falsificazione:

Di nuovo Silvia Bizio cerca di non ammettere i fatti ricorrendo a giri di
parole:

Notate che Silvia Bizio minimizza: “Tutto qui”. Nascondere a oltre
quattrocentomila spettatori che il “passante” è in realtà suo nipote e che tutta
l’intervista è combinata con un parente per lei è liquidabile con un “tutto qui”. Come se imbrogliare gli spettatori fosse una cosa normale. Deontologia,
questa sconosciuta.

Ed è così che Repubblica – non un blog, non un utente Facebook, ma una
testata giornalistica – fabbrica scientemente una bufala. E dico
Repubblica perché la redazione è ben al corrente di questo episodio.
Gliel’ho segnalato io, prima di pubblicare questo articolo, ma il video è ancora
lì e le sue visualizzazioni acchiappaclic continuano ad aumentare. Se rimane al
suo posto, vuol dire che Repubblica ne avalla il contenuto.

Si potrebbe obiettare che questo è un caso tutto sommato minore, ed è vero: ma è
un caso chiaro e semplice di falsificazione giornalistica, che è emerso solo
perché qualcuno ha avuto il colpo di fortuna di riconoscere il nipote della
giornalista e di segnalarmelo. Se Repubblica accetta disinvoltamente che
i suoi giornalisti mentano su queste cose e falsifichino un servizio pur di
portarsi a casa mezzo milione di clic, come facciamo a fidarci che
Repubblica non lo faccia anche su questioni più importanti? Quante
altre frodi giornalistiche come questa possono esserci state senza che ce ne
siamo accorti?

È questo il danno di incidenti come questo: minano il rapporto di fiducia con i
lettori. E una volta persa, quella fiducia, è difficile riconquistarla.

Mi spiace, Repubblica, ma stavolta è Internet a fare le pulci ai
giornali. E la diffusione di Internet non vi permette di farla franca come un
tempo. Ve la siete cercata. Godetene i frutti.

Fonte:
Mediobanca, 2016.

2016/12/31 00:30 – Repubblica rimuove il servizio

Mi arrivano segnalazioni che il video è stato rimosso oggi (ne ho comunque una
copia) e che Repubblica ha postato
questa dichiarazione
su Facebook:

“Nei giorni scorsi, in un FbLive davanti all’abitazione di Carrie Fisher a Los
Angeles, la collega Silvia Bizio ha intervistato un minorenne, senza
specificare che fosse suo nipote.
Pur comprendendo la buona fede del ragazzo, sicuramente fan di “Star Wars” e
competente sull’argomento, riteniamo che questo servizio giornalistico non
risponda ai nostri canoni di informazione.
Repubblica ha quindi deciso di rimuovere il video dalla pagina Facebook.
Il video non è stato mai pubblicato su Repubblica.it.”

Notate la precisazione
“il video non è mai stato pubblicato su Repubblica.it”. Vero: ma il video
è stato pubblicato sulla pagina Facebook ufficiale di Repubblica. Quella
con il logo di Repubblica e il bollino di autenticità. Esattamente come
l’annuncio di rimozione. Boh.

A proposito di Byoblu demonetizzato

A proposito di Byoblu demonetizzato

Vedo che Giorgia Meloni protesta per la demonetizzazione di Byoblu: “YouTube ha revocato al canale di @byoblu le pubblicità e ha sospeso tutti gli abbonamenti. Un inaccettabile atto discriminatorio contro una testata giornalistica libera e indipendente. FDI esprime solidarietà alla redazione e presenterà un’interrogazione parlamentare sul caso”.

Faccio fatica a capire perché si debba esprimere solidarietà con un sito che fa soldi su bugie e notizie false e pericolose. Tipo questa (copia permanente):

Per chi volesse sapere la storia di quell’articolo, i dettagli sono qui.

Non è neanche la prima volta che Byoblu viene demonetizzato. Ricordo che avvenne nel 2017.

Giusto per chiarezza: Byoblu è ancora perfettamente in grado di
pubblicare le proprie opinioni. Semplicemente non può monetizzarle.
L’articolo 21 della Costituzione italiana parla di libertà
d’espressione, non di diritto di farci soldi. Tutto qui.

 

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Ci vediamo al FocusLive Festival domani (19/11) alle 14.45?

Ci vediamo al FocusLive Festival domani (19/11) alle 14.45?

Domani pomeriggio (19/11) alle 14.45 sarò ospite di Focus Live 2020 per una rapida chiacchierata sulle fake news intitolata Non condividere ca**ate

Potrete seguire l’incontro qui su Facebook e tramite Zoom (dietro registrazione) qui. Maggiori info sono sul sito di Focus Live qui.

Dopo qualche minuto di pausa, alle 15.30 tornerò per una chiacchierata a ruota libera basata sulle domande che saranno arrivate dal pubblico. Anche in questo caso, maggiori info sono qui sul sito di Focus Live; le coordinate per partecipare sono le stesse. 

 

 

Con meno di 30 euro iniettiamo nei social una notizia falsa che finisce sulla stampa. Esperimento sulle fake news a “Patti chiari” (RSI)

Con meno di 30 euro iniettiamo nei social una notizia falsa che finisce sulla stampa. Esperimento sulle fake news a “Patti chiari” (RSI)

Ultimo aggiornamento: 2020/11/01 22:05.

Ieri sera è andata in onda in diretta la puntata di Patti chiari nella quale è stata rivelata la notizia inventata di cui parlavo in questo articolo, per cui finalmente posso raccontare tutta la vicenda: spendendo meno di 30 euro è stato possibile creare un post su Facebook contenente una notizia piena di indizi di falsità ma emotivamente molto coinvolgente, farle arrivare molti like, e poi farla circolare nel social network, dove è stata commentata e discussa fino a che è stata ripresa da un politico locale. La condivisione da parte sua l’ha amplificata, fino a che è finita su un giornale, che l’ha pubblicata dandole la patente di credibilità che ancora si dà alla carta stampata.

Questo è il post su Facebook, con i like che ho comprato. Sottolineo che l’annuncio non è mai stato pubblicato su un sito di inserzioni di lavoro per rispettare i limiti etici e tecnici dell’esperimento (anche perché altrimenti la “notizia” sarebbe stata, in un certo senso reale).

Tutto è partito da qui, con questo semplice innesco. Il resto l’hanno fatto i meccanismi automatici dei social network e della psicologia delle persone.

Se riusciamo noi, da dilettanti e con mille paletti etici da rispettare, a ottenere un risultato del genere al primo colpo, cosa riescono a fare i professionisti delle fake news? La redazione di Patti chiari ne ha intervistati tre italiani (compreso quello di Edinet), e le loro parole sono raggelanti nel loro menefreghismo sulle conseguenze dei loro comportamenti (da 37:10 a 54:20). 

Potete vedere tutta la puntata qui sotto: la descrizione di come abbiamo agito e di chi ci ha creduto inizia a 6:50 e termina a 21:20.

La pagina della puntata contiene ulteriori approfondimenti e documenti, e c’è anche un test di abilità nel riconoscere le notizie vere e false. Alla puntata hanno partecipato Enrico Mentana (in collegamento), Colin Porlezza, professore di comunicazione e giornalismo all’Università della Svizzera Italiana, e il sottoscritto.

Per gli enigmisti che aspettavano la soluzione dei miei indizi: le lettere sono le iniziali dei titoli degli articoli dedicati a questa piccola fake news creata a fini didattici. Li vedete riprodotti nel video e qui sotto.

Il titolo era Frontalieri che fanno i fattorini: l’idea di un supermercato italiano fa discutere, sul sito di notizie Ticinolibero.ch (link all’articolo, ora rimosso).

Si tratta delle iniziali del titolo Frontalieri che arrotondano…come fattorini? dato all’articolo stampato su Il Mattino di domenica 4 ottobre 2020.

Torna il premio “Bufala d’Oro” del CICAP, stavolta dedicato alle false notizie: votate a chi assegnarlo

Torna il premio “Bufala d’Oro” del CICAP, stavolta dedicato alle false notizie: votate a chi assegnarlo

Si avvicina il XIV Convegno nazionale del CICAP, che si terrà a Cesena dal 29 settembre all’1 ottobre 2017, e fra i vari eventi del Convegno ci sarà anche la consegna di un premio particolare: la Bufala d’Oro.

È un premio satirico, che il CICAP inventò più di vent’anni fa e che viene ripreso quest’anno, dopo un periodo di inattività, in considerazione del boom del fenomeno delle “fake news”. La Bufala d’Oro verrà assegnata, annuncia il CICAP, “alla più strampalata, falsa, assurda o pericolosa tra le idee pseudoscientifiche (italiane) dell’ultimo anno.”

Potete votare per decidere a chi assegnare questo premio (e anche quello, decisamente più serio, “In difesa della Ragione”) visitando questa pagina entro il 31 marzo. Potete inserirne anche più di una proposta per ogni categoria: il CICAP selezionerà le più ricorrenti e poi aprirà una votazione per individuare i possibili vincitori.

Intanto segnalo una chicca che andrebbe imparata a memoria da tutti i giornali e programmi TV che parlano di “persone magnetiche” capaci di tenere attaccate al petto o alle mani posate, bottiglie, ferri da stiro e altro ancora grazie a “forze misteriose”: il prestigiatore e debunker storico James Randi (grande amico del CICAP e ispiratore della Bufala d’Oro) mostra eloquentemente che la “forza misteriosa” scompare miracolosamente non appena si applica un po’ di borotalco al petto della persona “magnetica”. Lascio a voi le conclusioni.

Il presidente USA condivide su Twitter una notizia inventata, credendo che sia vera

Il presidente USA condivide su Twitter una notizia inventata, credendo che sia vera

Il presidente degli Stati Uniti, l’uomo che ha il dito sul pulsante nucleare, ha pubblicato oggi ai suoi 87 milioni di follower su Twitter un tweet che contiene una notizia inventata, proveniente da un sito satirico, BabylonBee, spacciandola per vera. 

È come se avesse abboccato a un post di Lercio.

E che post, fra l’altro: la “notizia” sarebbe che il blackout di Twitter di ieri sarebbe stata una chiusura intenzionale, fatta apposta per rallentare la circolazione di notizie negative sul suo rivale nella corsa alla Casa Bianca, Joe Biden. Trump ha pure sottolineato che una cosa del genere “non era mai stata fatta”.

Per gli increduli, il testo integrale del suo tweet è questo: “Twitter Shuts Down Entire Network To Slow Spread Of Negative Biden News babylonbee.com/news/twitter-s via @TheBabylonBee Wow, this has never been done in history. This includes his really bad interview last night. Why is Twitter doing this. Bringing more attention to Sleepy Joe & Big T”. Una copia permanente del tweet è qui.

Ha pure ripreso il tweet per chiarire che “Big T” è ”Big Tech”. Nessuna indicazione che abbia capito di aver preso un granchio colossale.

Noi non crediamo a quello che è vero; crediamo a quello che vorremmo che fosse vero. Ne parleremo in TV stasera a Patti chiari, alla RSI.

Fonte aggiuntiva: Snopes. Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.

Quanto costa iniettare una notizia falsa? Pochissimo. Dimostrazione venerdì 16 ottobre su RSI La1 21.10

Si parla spesso della facilità di manipolazione delle opinioni resa possibile dai social media e dal declino della qualità del giornalismo. Di solito lo si fa a livello teorico, enunciando principi generali. Ma all’atto pratico, come funziona e quanto costa la fabbricazione e diffusione sui social network di una notizia inventata? Terribilmente meno di quel che potreste immaginare.

Ci ho provato, insieme alla redazione della trasmissione Patti chiari della Radiotelevisione Svizzera, e i risultati sono decisamente interessanti nonostante i forti limiti etici e di spesa che ci siamo imposti. Per ora non posso anticipare nulla: vi presento solo il promo della trasmissione, che andrà in onda in diretta alle 21.10 di venerdì 16 ottobre (domani).

Gli indizi che ho seminato su Twitter nei giorni scorsi sono legati a questa trasmissione d’indagine.

 

2020/10/17. La trasmissione è andata in onda ieri sera: la trovate qui insieme alla spiegazione degli indizi.

The Spectator claims “China forced Italy to buy back the PPE supply that it gave to China” - with no evidence

The Spectator claims “China forced Italy to buy back the PPE supply that it gave to China” – with no evidence

Latest update: 2020/04/07 00:40.

On April 5, 2020, prominent Italian virologist Roberto Burioni noted on Twitter that an article by Amber Athey on The Spectator (archived here on Archive.org) was claiming in its headline that “Italy gave China PPE to help with coronavirus — then China made them buy it back” and included statements such as the following:

After COVID-19 made its way to Italy, decimating the country’s significant elderly population, China told the world it would donate Personal Protective Equipment (PPE) to help Italy stop its spread. Reports later indicated that China had actually sold, not donated, the PPE to Italy. A senior Trump administration official tells The Spectator that it is much worse than that: China forced Italy to buy back the PPE supply that it gave to China during the initial coronavirus outbreak.
‘Before the virus hit Europe, Italy sent tons of PPE to China to help China protect its own population,’ the administration official explained. ‘China then has sent Italian PPE back to Italy — some of it, not even all of it … and charged them for it.’

I answered his tweet (in Italian, below) by noting that The Spectator had published conspiracy theories such as “coronavirus was created in a lab” with pro-Trump, anti-media tones. I also recommended to be doubtful of the story unless it received strong corroboration.

I also noted that Athey’s article used the classic method of surrounding the (unproven) allegation with links to apparently related news items from reliable sources. 

I then remarked that the source of the core claim was an unspecified “senior Trump administration official” and that no other corroborating evidence was provided. I then noted that Amber Athey had made some very questionable anti-Semitic tweets.

The anti-Semitic tweets I’m referring to are these (as acknowledged by Athey). Due to their content, I refuse to transcribe them and I will only include them as a screenshot:

I also noted that Athey has been a contributor to Tucker Carlson’s The Daily Caller:

Tucker Carlson is one of the faces of Fox News, which for a long time denied that the pandemic could be a danger, went along with President Trump’s denialism and then made a spectacular about-face when the number of the dead tragically began to rise. Here’s an example.

I suggested that Athey could be contacted via her Twitter account, which I did:

Naturally I didn’t ask her to reveal the name of her source. Amber Athey replied as follows (and later deleted her tweets):

Screenshot:

Screenshot:

Screenshot:

Screenshot:

Screenshot:

I haven’t heard from her since.

In summary: Athey stated that she was told that the story had been told in “foreign media” (i.e., her article is based on third-hand news), but that she was unable to find these foreign media sources. She then alleged that I had written “lies” about her and The Spectator (I didn’t).

But ultimately there is only one basic fact: to date, The Spectator has no hard evidence to back up its allegation.

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