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Perché si fa incetta di carta igienica durante le crisi mondiali?

Perché si fa incetta di carta igienica durante le crisi mondiali?

Sistematicamente, durante ogni evento drammatico di portata mondiale, dalle guerre ai terremoti alle pandemie, i media ci propongono scene di accaparramento nei supermercati. In tutto il mondo, in queste scene c’è un prodotto immancabile: la carta igienica. Perché?

Sono state presentate numerose teorie psicologiche per giustificare questo strano comportamento, dal bisogno di fare un gesto che dia una sensazione di controllo della situazione allo spirito imitativo, per cui vediamo qualcuno fare scorta di carta igienica e quindi tendiamo a fare altrettanto.

Ma ci sono anche alcune spiegazioni che hanno poco a che fare con la psicologia e molto con la creazione di miti e disinformazione.

Una teoria, proposta per esempio dalla ricercatrice di comportamenti dei consumatori Kit Yarrow su Ars Technica, è che la sparizione della carta igienica sia in realtà un fenomeno mediatico: riceviamo la maggior parte delle informazioni in forma visiva, e quindi un oggetto ingombrante e vistoso come un pacco di carta igienica spicca di più rispetto a una scatoletta di tonno, sia nel carrello della spesa pieno, sia come spazio vuoto sugli scaffali, e quindi finiscono per essere privilegiate le immagini di carta igienica. Il consumatore con il megapacco da trentadue rotoli sottobraccio è sicuramente più fotogenico di un cliente con otto scatole di spaghetti o penne lisce.

Queste immagini sono incoraggiate nei media anche dall’aspetto leggermente ridicolo e assurdo dell’incetta di carta igienica rispetto a una più sensata scorta di zucchero, detersivo o disinfettante per le mani.

Il fenomeno, insomma, sarebbe una creazione dei media. Quasi una fake news.

Un’altra teoria si basa su un’osservazione ancora più concreta, e vale in particolare per il momento che stiamo vivendo: l’improvviso cambiamento delle nostre abitudini, con un’ampia fetta della popolazione che rimane in casa invece di andare a scuola o al lavoro, ha come conseguenza il fatto che si consuma più carta igienica a casa (circa il 40% in più) e molta meno nei luoghi pubblici, e la produzione per questi due settori segue filiere completamente separate: piccoli pacchi di carta di elevata qualità da una parte, grandi rotoli di qualità più industriale consegnati su pallet dall’altra, spesso prodotti da aziende distinte.

Questo causerebbe un effettivo aumento della necessità di carta igienica per uso domestico e spiegherebbe il momentaneo svuotamento degli scaffali mentre la produzione si adegua all’aumento di domanda domestica e al calo di quella di scuole, uffici, stadi, aeroporti, stazioni, autogrill, ristoranti e altro ancora.

Oltretutto le grandi dimensioni dei pacchi di carta igienica al supermercato comportano il fatto che bastano pochi acquisti in più per svuotare uno scaffale di carta; questo non vale, invece, per altri prodotti ben più compatti.

Se almeno una di queste teorie è valida, possiamo smettere di dare la colpa di queste momentanee penurie alla stupidità del genere umano. Però ammettiamolo: la tesi della stupidità dava più soddisfazione.

Per La Stampa, sono cartelli che invitano i cinesi a stare in casa. Ma sono annunci di compagnia femminile

Per La Stampa, sono cartelli che invitano i cinesi a stare in casa. Ma sono annunci di compagnia femminile

Su La Stampa di oggi, edizione cartacea, è stata pubblicata questa foto, che mostrerebbe “I cartelli in cinese che invitano a stare a casa chi torna dalla Cina”.

In realtà, nota Peizhen Lin su Facebook, si tratta di “una serie di annunci di ragazze/donne che si offrono per massaggi e compagnia”. Il cartello si trova a Prato, in Italia, qui su Google Maps.

La versione online mostra la foto più nitidamente:

Strano che un blogger qualsiasi, in pochi minuti e con una semplice richiesta su Twitter, riesca a fare quello che evidentemente una redazione di un quotidiano nazionale non fa o non vuole fare.

Però mi raccomando, le fake news sono colpa di Internet.

16:00. La Stampa ha corretto.

Ringrazio @AlexRedolfi, @Gwilbor e gli altri lettori che hanno collaborato all’indagine. Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.

Andrea Purgatori su La7: “Somiglia molto a un videogioco, ma non è un videogioco”. E invece è proprio un videogioco

Andrea Purgatori su La7: “Somiglia molto a un videogioco, ma non è un videogioco”. E invece è proprio un videogioco

Andrea Purgatori, ad Atlantide, su La7, presenta così quello che a suo dire sarebbe un video dell’uccisione del generale Soleimani: “Somiglia molto a un videogioco, ma non è un videogioco”.

E invece è una scena presa da un videogioco: specificamente, mi segnala Stefano Donadio, da AC-130 Gunship Simulator, come raccontato su Spider-mac.

Questo è uno screenshot della trasmissione di Purgatori: al centro, sullo schermo, c’è il video di cui sta parlando.

E questo è uno screenshot del videogioco:

Purgatori mostra una lunga sequenza, spiegando addirittura quello che secondo lui starebbe succedendo: “Sono immagini drammatiche, anche se in bianco e nero. Come vedete, c’è un convoglio… sentite… sentite le parole del pilota che sta manovrando il drone. Guardate come vengono colpiti uno ad uno tutti i convogli. Ora ci saranno dei puntini bianchi, guardate sulla destra. Sono uomini che cercano di scappare da questo attacco. Cercano di allontanarsi. L’operatore se ne accorge, li vede distintamente sul radar di puntamento del drone… e comincia ad inseguirli, e comincerà a dare la caccia a ciascuno, uno per uno. Guardate… guardate come scappano … guardate… guardate la precisione del drone che li segue e come comincia a colpirli anche se loro stanno cercando di fuggire e sono convinti di farcela… Guardate… uno per uno…. Non c‘è scampo, e non c’è scampo… praticamente… molto meno che… diciamo se… a inseguire queste persone fossero degli altri militari sul terreno. Il drone non perdona. Ecco, l’operazione è quasi conclusa. Quelle macchie di colore bianco che vedete sono purtroppo dei corpi che bruciano”.

No, sono pixel di un videogioco.

Se siete increduli che si possa arrivare a tanto, potete rivedere lo spezzone di Atlantide qui o scaricarlo qui. L’ho salvato su Archive.org e lo includo qui sotto, finché dura:

Caso mai qualcuno avesse il dubbio che il videogioco sia stato usato come esempio, il tweet di La7 lo toglie subito: #atlantide VIDEO | Le immagini dell’uccisione del generale Soleimani la7.it/atlantide/vide…

Screenshot:

Del resto, Purgatori ha presentato il video dicendo che è “il modo in cui è stato ucciso il generale Soleimani”. E il link al video è inequivocabile: http://www.la7.it/atlantide/video/il-video-delluccisione-del-generale-soleimani-08-01-2020-300977.

Sarebbe molto, molto interessante sentire da Purgatori, o dalla redazione di Atlantide, come è possibile che una scena di un videogioco finisca nel materiale di redazione e venga trasmessa. Come funziona il controllo delle fonti? Da dove viene preso il materiale che viene mandato in onda?

E se questo è il livello della verifica fatta qui da Atlantide, ci si può fidare di qualunque altro materiale presentato da questa redazione?

Per chi pensa che questa sia una trascurabile inesattezza, un incidente di percorso: no. Qui uno spezzone di videogioco è entrato nel materiale di redazione. Significa che non c’è nessun controllo delle fonti. È come se un chirurgo lasciasse nel paziente non una garza, ma le chiavi di casa. Che non avrebbero mai dovuto neanche avvicinarsi alla sala operatoria.

Gli anni passano, le figuracce aumentano (ricordate la falsa foto del cadavere di Osama bin Laden pubblicata da L’Unità e dal Corriere della Sera?), ma ci sono ancora giornalisti che, con la puzza sotto il naso, insistono ancora a dire che le fake news sono solo colpa di Internet.

—-

2020/01/09 00:25. La7 ha rimosso il video da questo link. Non una parola di scuse, per ora.

2020/01/09 00:50. Purgatori si giustifica così: “Gentile Paolo, lei ha ragione. Certo che è un videogioco, lo sapevo, ma rappresentava tecnicamente una perfetta dimostrazione di come colpisce un drone. Sono io che mi sono espresso maledettamente male. Grazie per la sua attenzione.”

Peccato che il video sia stato presentato con un titolo decisamente poco ambiguo: “Il video dell’uccisione del generale Soleimani”, come mostra questo screenshot dalla pagina di La7 ora rimossa:

Non ho altro da aggiungere.

Fonte aggiuntiva: ADNKronos.

Anche Rainews e Libero pubblicano il falso video della morte di Soleimani

Anche Rainews e Libero pubblicano il falso video della morte di Soleimani

Anche la Rai, oggi, ha pubblicato le immagini del videogioco AC-130 Gunship Simulator spacciandole per “il video della morte del generale iraniano Hossein Soleimani”, precisando oltretutto che “la telecamera installata sul drone documenta il blitz americano avvenuto nei pressi dell’aeroporto di Baghdad (Iraq)”.

Copia permanente su Archive.org e screenshot:

Controllo delle fonti: zero.

Come se già questo non fosse abbastanza, la pubblicazione da parte di Rainews avviene il giorno dopo che La7 ha rimediato una figuraccia pubblicando lo stesso, identico falso.

Anche Libero partecipa alla festa della bufala, e lo fa già dal 6 gennaio scorso (copia permanente su Archive.org) e senza rettificare:

Fra l’altro, i colleghi debunker di Bellingcat notano che questo spezzone di videogioco era già stato spacciato come vero dal Ministero della Difesa russo nel 2017.

Ma mi raccomando, le fake news sono colpa di Internet.

Per chi se lo fosse dimenticato e per quelli che dicono “eh ma cosa vuoi che sia”, ricordo che esiste un testo unico dei doveri del giornalista, redatto dall’Ordine dei Giornalisti italiano, che all’articolo 2 recita:

Il giornalista: a) difende il diritto all’informazione e la libertà di opinione di ogni persona; per questo ricerca, raccoglie, elabora e diffonde con la maggiore accuratezza possibile ogni dato o notizia di pubblico interesse secondo la verità sostanziale dei fatti

e all’articolo 9 dice:

Il giornalista: a) rettifica, anche in assenza di specifica richiesta, con tempestività e appropriato rilievo, le informazioni che dopo la loro diffusione si siano rivelate inesatte o errate

Sono doveri, non degli optional.

Anche in Svizzera la Dichiarazione dei doveri e dei diritti del giornalista è altrettanto chiara (punti 3 e 5):

Il giornalista […] diffonde esclusivamente informazioni, documenti, imma-gini o prese di suono di cui gli sia nota la fonte […]; designa apertamente come tali le notizie non confermate […] rettifica ogni informazione il cui contenuto materiale, una volta diffuso, si sia rivelato del tutto o in parte inesatto

Rileggere questi doveri, ogni tanto, e magari addirittura applicarli, sarebbe bello.

20:15. In una sorprendente coincidenza, poco dopo la mia segnalazione pubblica Rainews ha cambiato il contenuto della notizia, senza rettificarla e senza scusarsi per l’errore.

E comunque la didascalia nuova è sbagliata lo stesso, perché non è la “telecamera di un drone”, ma quella (simulata) di un aereo pilotato, un AC-130, quadrimotore a elica.

Il 17 gennaio sarò a Biasca per parlare di fake news

Venerdì 17 gennaio 2020 alle 20 sarò ospite di Bibliomedia, in via Lepori 9 a Biasca (Canton Ticino), per la conferenza pubblica Anche tu detective antibufala: tecniche e strumenti per distinguere fra fatti e bufale nei media moderni. L’ingresso è libero.

Ho citato il 5G a scuola ed è partita subito la polemica. Facciamo chiarezza

Ho citato il 5G a scuola ed è partita subito la polemica. Facciamo chiarezza

Martedì scorso sono stato alle Scuole Medie di Morbio Inferiore (Canton Ticino), su invito dell’istituto, per fare una conferenza sul fenomeno delle fake news per gli studenti.

Ho citato casi storici come la Donazione di Costantino e i Protocolli dei Savi di Sion. Ho parlato delle varie cause dell’esplosione di questo fenomeno: dal clickbait all’errore giornalistico, dal pregiudizio alimentato dagli algoritmi dei social network al programmatic advertising, dalla caccia agli ascolti TV alla propaganda politica, fino al diletto di inventare fandonie per vedere chi ci casca e si spaventa.

Strada facendo, in una novantina di slide, ho toccato razzismo, antivaccinismo, cambiamenti climatici, antisemitismo, Donald Trump, complottismo, il caso Stamina e altro ancora, proponendo anche alcune tecniche di indagine e di difesa, che abbiamo applicato in pratica con degli esercizi.

Sono tutti argomenti solitamente considerati delicati e controversi: ma una sola slide, fra le tante che ho mostrato, mi è valsa l’accusa di essere un indottrinatore. La slide è quella che vedete qui sopra: quella che riguarda il 5G.

Tio.ch, infatti, segnala che una madre di uno degli studenti ha criticato il mio intervento:

«È una vergogna. La scuola media non dovrebbe spingere per il 5G. Invece mio figlio, in classe, è stato “indottrinato” da Paolo Attivissimo, esperto di nuove tecnologie invitato in aula»

Alla critica si è unita Eva Camilleri, del Gruppo Stop 5G, come potete leggere nell’articolo di Tio.ch, che include anche la confortante presa di posizione del direttore dell’istituto scolastico e un mio breve commento rilasciato stamattina (venerdì 8) poco prima di andare in diretta alla radio.

Vorrei chiarire i fatti dando qualche dettaglio in più, per smorzare subito questa polemica.

Prima di tutto, quella slide è stata l’unica in cui ho accennato al 5G, e l’ho mostrata per segnalare che negli Stati Uniti l’emittente RT America, finanziata dal governo russo, fa disinformazione sulle nuove reti cellulari per spaventare l’opinione pubblica con toni catastrofici. Non lo dico io: lo dice Il Post, sulla scorta di un’inchiesta del New York Times.

La slide mostra appunto un fermo immagine di uno dei video di RT America, che presenta la drammatica dicitura “5G Apocalypse”. L’ho fatta vedere agli studenti per far notare come intorno all’argomento circoli molta informazione volutamente falsa e confezionata professionalmente: fake news, insomma, ossia il tema della conferenza.

Ho detto agli studenti che non ci sono, ad oggi, fatti comprovati che indichino un pericolo particolare nel 5G rispetto al 4G attuale, ma che in ogni caso, a prescindere da come la si pensi sul 5G, immagini come questa di RT America mostrano che non tutto quello che circola su Internet e ha un aspetto professionale è attendibile, e quindi spetta a loro sviluppare il loro senso critico e acquisire gli strumenti e le conoscenze che li mettono in grado di capire cosa è vero e cosa è falso. Conoscenze che ricevono, appunto, a scuola.

Fine dell’accenno al 5G. Siamo poi andati avanti ad analizzare tanti altri casi di fake news.

Questo è quanto. Se la mamma preoccupata o i membri del Gruppo Stop 5G ne vogliono parlare serenamente faccia a faccia, fuori da ogni polemica, sono a disposizione.

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Oggi sarò a Genova per parlare di fake news. Palazzo Ducale, ore 18

Oggi sarò a Genova per parlare di fake news. Palazzo Ducale, ore 18

Sono stato invitato al Festival dell’Università a Genova per parlare di fake news e scienza. Sarò a Palazzo Ducale, nella Sala del Maggior Consiglio, stasera alle 18. Il programma della manifestazione è qui.

Combattere le fake news con il Tramezzino di Verità

Combattere le fake news con il Tramezzino di Verità

George Lakoff. Fonte: Wikipedia.

Ultimo aggiornamento: 2019/06/21 21:10.

Si dice spesso che smentire pubblicamente una notizia falsa non fa che ripetere ulteriormente quella notizia e quindi paradossalmente tende a rinforzarla e farla rimanere nei ricordi delle persone. Molti personaggi pubblici, compresi i politici, conoscono questa regola e la sfruttano per usare i media a proprio vantaggio, praticamente obbligando i giornalisti a ripetere le loro dichiarazioni perché fanno notizia.

Per esempio, se dico “Non è vero che il nonno di Gianni Morandi era un clandestino a bordo del Titanic”, il concetto che probabilmente vi resterà in mente non è la smentita, ma l’idea che il nonno di Morandi fosse davvero un clandestino. È un’immagine accattivante, per quanto falsa e assurda, ed è decisamente più memorabile di un arido “non è vero che”, e quindi la smentita diventa un autogol che contribuisce alla memorizzazione e diffusione della notizia falsa.

Oggi che scriviamo tutti in pubblico attraverso i social network, questo problema di come articolare una smentita in modo da evitare che diventi un rinforzo della notizia falsa non riguarda più soltanto chi fa comunicazione tradizionale, ma può interessare chiunque.

Per fortuna esiste una tecnica comunicativa che aiuta a risolvere il problema, perlomeno secondo lo studioso di scienze cognitive George Lakoff della University of California, Berkeley. Ha un nome piuttosto curioso: “truth sandwich”, ossia “tramezzino di verità”.

Si chiama così perché consiste nel costruire la smentita presentando per primissima cosa il quadro generale dei fatti, poi citando brevemente la notizia falsa e infine spiegando in dettaglio perché è falsa. La notizia falsa è, per così dire, inserita come farcitura fra due strati di verità.

Pignoleria: se state pensando che in realtà si dovrebbe chiamare “tramezzino di bugie” perché i tramezzini si descrivono in base alla farcitura, avete perfettamente ragione, ma Lakoff ha scelto così, e del resto “tramezzino di bugie” indubbiamente sarebbe stato un brutto nome.

Per esempio, considerate il caso delle recenti immagini e dei file audio agghiaccianti che arrivano dagli Stati Uniti e mostrano i bambini dei migranti ammassati e rinchiusi in gabbie, separati dai propri genitori nei centri di detenzione governativi.

Fonte: US Border Patrol/Avvenire.

Il modo tradizionale di smentire le dichiarazioni false del presidente Trump, che dice testualmente “siamo costretti a spezzare le famiglie […] quella legge ce l’hanno data i democratici e non vogliono farci niente” (“We have to break up families. The Democrats gave us that law. It’s a horrible thing. We have to break up families. The Democrats gave us that law and they don’t want to do anything about it.”), sarebbe quello di dire “Trump incolpa i Democratici, ma non è vero che è colpa loro. Ecco perché.” Ma così facendo resta in mente principalmente il concetto che sono stati incolpati i democratici.

Secondo il principio del “truth sandwich”, invece, la smentita andrebbe data dicendo per esempio innanzi tutto:

“La politica che ha portato ai bambini in gabbia è stata voluta dall’amministrazione Trump.” 

Questo è il primo strato di verità di questo tramezzino immaginario, che prosegue per così dire con la farcitura:

“Trump dice erroneamente che è colpa delle leggi volute dai democratici”.

E poi arriva lo strato finale:

Qui su Factcheck.org viene ricostruita in dettaglio la scelta dell’amministrazione Trump di cambiare le regole di gestione degli immigrati.”

Nel caso specifico, in sintesi, questo cambiamento consiste nel fatto che l’amministrazione Trump ha deciso di procedere penalmente contro gli immigrati genitori invece di usare la procedura civile usata solitamente in precedenza. Questo obbliga alla detenzione, e la detenzione per legge è separata per adulti e minori, e questo porta alle famiglie spezzate. La separazione è particolarmente traumatica perché le autorità di immigrazione statunitensi non prendono alcuna misura significativa per tracciare i minori e i loro genitori e quindi consentirne il futuro ricongiungimento (molti bambini di tenerissima età non sanno dare generalità dettagliate: per loro la mamma è la mamma e basta). Il risultato finale è che i bambini strappati ai loro genitori rischiano di non poter mai più ritrovarli e di diventare orfani di Stato.

Poche ore fa Trump ha firmato un executive order che almeno a prima vista è mirato a interrompere queste detenzioni separate. Un evento notevole, considerato che fino a pochi giorni fa l’amministrazione Trump diceva di avere le mani legate e che comunque la politica di separazione non esisteva, ma questa è un’altra storia. Circa duemila bambini restano tuttora in gabbie.

Prima che parta il coro dei “Ma anche Obama…”, metto subito in chiaro tre cose:

  • primo, la politica di Bush Jr e di Obama portava alle separazioni solo in casi molti particolari, mentre con Trump è diventata la norma;
  • secondo, uno sconcio inaccettabile precedente non cambia il fatto che quello che sta avvenendo adesso è e resta uno sconcio inaccettabile;
  • terzo, parlare del passato non risolve il problema del presente ed è solo una foglia di fico per non affrontarlo e distrarre dalla realtà drammatica di oggi e buttarla in caciara politica inutile e idiota. Non attacca, quindi non provateci, cari troll.

Ha ragione lo studioso? Il “tramezzino di verità” è più efficace ed evita che i politici usino i giornalisti come amplificatori delle proprie menzogne? Provate anche voi a costruire le vostre comunicazioni sui social network usando questa tecnica, soprattutto nei dibattiti più accesi. Vale la pena di tentare: la posta in gioco è alta. Fatemi sapere.

2019/06/21

Un bell’esempio di uso del truth sandwich arriva dal Washington Post di oggi:

Il titolo dell’articolo dice “La Casa Bianca non ha imposto nuove sanzioni all’Iran giovedì, nonostante l’asserzione di Trump”. In altre parole, per prima cosa mette i fatti e poi segnala la fonte che ha diffuso la fandonia.

Il corpo dell’articolo segue lo stesso schema: fatti in sintesi, fonte della fandonia, ripetizione estesa dei fatti.

Fonti aggiuntive: Washington Post, BBC, Avvenire.

Attenzione ai generatori di false immagini di giornali

Attenzione ai generatori di false immagini di giornali

Ultimo aggiornamento: 2019/04/21 21:55.

Non fidatevi automaticamente delle immagini di ritagli di giornale usate per dare maggiore credibilità a una storia che avete visto nei social network o più in generale su Internet: esistono infatti molti generatori di false immagini di questo tipo. Conoscerne le caratteristiche può essere utile per evitare di essere ingannati.

In molti casi è possibile decidere il titolo della testata e il titolo e il testo dell’articolo; a volte si può anche aggiungere una foto.

Newspaper Clipping Generator (Fodey.com):

Add Letters (Addletters.com):

ImageChef Newspaper Headline:

Free Newspaper Generator (Jaguarpaw.co.uk):

2019/04/21. Per chi pensa “ma chi vuoi che ci caschi”:

L’astronauta, la giornalista e l’intervista fantasma. Storia di ordinario giornalismo

L’astronauta, la giornalista e l’intervista fantasma. Storia di ordinario giornalismo

Ultimo aggiornamento: 2019/04/04 21:40.

Ne avrete sentito parlare: una testata giornalistica ha pubblicato un’intervista all’astronauta Samantha Cristoforetti, che ha messo online una dettagliata e garbata smentita pubblica (2019/04/04: non più online, visto che Google+ ha chiuso, ma archiviata qui su Archive.is e riportata in fondo al presente articolo), nella quale ha dichiarato categoricamente di non aver mai rilasciato quell’intervista, ha scelto di non fare il nome della testata o della giornalista coinvolta e ha chiesto che venisse pubblicata una rettifica, mettendosi comunque a disposizione per un‘intervista autentica.

Risultato: la testata ha rimosso l’intervista e la sua direttrice ora minaccia querela a “chiunque dica che il mio giornale ha inventato un’intervista”.

Internet non è garbata, non dimentica e non perdona, per cui le identità della testata e della giornalista sono emerse in men che non si dica e sono ormai note, quindi non ricorro a inutili omissioni: la direttrice è Daniela Molina, la testata è Donnainaffari.it, l’intervista era qui (link non più funzionante) e la giornalista autrice dell’intervista è Laura Placenti.

L’intervista è stata ripescata dalla cache di Google e salvata su Archive.is, dove potete leggerla per farvene un’opinione personale: ve lo consiglio, perché va messa a confronto con la risposta della Cristoforetti. Ho incluso entrambe in coda a questo articolo, caso mai dovessero sparire anche da Archive.is.

A questo punto la direttrice si è palesata su Facebook con nome e cognome, nel gruppo Giornalisti italiani su Facebook, minacciando appunto querela. Raccomando di leggere anche tutta la sua versione degli eventi, che riporto qui sotto come screenshot per chi non è iscritto a Facebook e non lo vuole frequentare:

Non solo: la direttrice della testata ha accusato Samantha Cristoforetti di aver “VOLUTO levare il lavoro” alla giornalista e ha affermato che “evidentemente era la Cristoforetti a volere tutto questo rumore”. Certo, perché quando vai nello spazio e lavori per tornarci non hai di meglio da fare che attaccare una giornalista.

Tutto indica invece che Donnainaffari.it ha pubblicato un’intervista palesemente, sfacciatamente, maldestramente inventata e piena di errori. Quel “Sally Raid” al posto di Sally Ride (manco fosse un insetticida), quel “Yuri Gagarin nel 1961, fu il primo uomo a uscire dall’orbita terrestre”, quel “il primo uomo Neil Amstrong [sic] mise il primo piede nello Spazio”, il nome sbagliato della figlia di Samantha e tante altre perle giornalistiche dello stesso calibro sono, per essere molto educati, castronerie da matita blu.

Sì, direttrice Molina, mi quereli pure perché oso dire le cose come stanno: l’intervista pubblicata dalla testata di cui lei è responsabile è stata inventata. Questo è il mio parere professionale basato sui fatti, come giornalista e come persona che conosce Samantha Cristoforetti da anni e sa che non direbbe mai e poi mai quelle banalità che le vengono attribuite (diventare mamma sarebbe “una nuova avventura emotiva che ti fa volare oltre l’infinito”). Basta leggere una sua qualunque intervista autentica per rendersene conto. Non lo farebbe neanche sotto minaccia di tortura tramite poesia Vogon.

Con sublime quanto involontaria autoironia, fra l’altro, Donnainaffari.it si vanta che “A differenza dei comuni siti di informazione, infatti, noi siamo obbligati dalla Legge e dai Codici deontologici prescritti dall’Ordine dei Giornalisti a controllare la veridicità di ogni articolo pubblicato” (copia su Archive.is). Beh, si è visto come funziona questo controllo di veridicità.

Pubblicare interviste inventate, attribuendo agli intervistati scempiaggini che non hanno mai detto, è un malcostume diffuso che affossa la già traballante credibilità del giornalismo. In un momento in cui si parla tanto di fake news, la scelta di Laura Placenti di falsificare un’intervista è una vergogna per la categoria: è un tradimento del patto sociale con i lettori. E la scelta della sua direttrice di minacciare querela a chi osa dire che il re è nudo e di accusare un’astronauta in questo modo è un atto di arroganza anche peggiore.

Non è certo questo il giornalismo che ci può salvare dalle fake news.

Nota tecnica

Durante le mie ricerche per questo articolo ho notato una particolarità nel testo della (presunta) intervista: l’uso, da parte di Laura Placenti, della curiosa grafia errata “Svletana Savitzakaia” al posto di “Svetlana Savitzkaya” per far citare alla Cristoforetti la prima donna al mondo che ha compiuto un’attività extraveicolare (o “passeggiata spaziale”). Notate il refuso “Svletana”, con la L prima della T.

In tutta Internet, gli unici due altri articoli trovati da Google che contengano quella stessa grafia sono questo, sul sito Victoria50.it (copia su Archive.is), e il suo equivalente in spagnolo presso Victoria50.es. La versione francese scrive invece “Svetlana Savitzakaia” (T ed L sono nell’ordine giusto nel nome, ma il cognome ha sempre una A di troppo). Guarda caso, in tutti e tre questi articoli, come in quello di Laura Placenti pubblicato da Donnainaffari.it e poi rimosso, c’è anche lo stesso errore sul cognome dell’astronauta Sally Ride, che viene scritto erroneamente Raid.

Non faccio congetture su quale legame vi possa essere fra questi articoli e quello di Laura Placenti, ma mi pare molto improbabile che due errori così specifici vengano ripetuti su Donnainaffari.it per puro caso.

I siti Victoria50.it, .es e .fr sono di proprietà della Procter & Gamble, concetto ribadito anche qui, e contengono soltanto pubblicità di prodotti di quest’azienda. Si tratta dunque di siti pubblicitari travestiti da siti d’informazione. E che informazione: notate, per esempio, che le presunte autrici dei contenuti si presentano come “Noi cinque” anche se la foto mostra solo quattro persone (anche nella versione spagnola), ma soprattutto che le stesse donne si chiamano Maria, Laura, Lisa, Anna e Carla nella versione italiana, però sono Beatriz, Isabel, Carmen, Raquel e Patricia in quella spagnola e sono Anne, Béatrice, Catherine, Nathalie e Patricia in quella francese. Fake news industriale, insomma.

Noi cinque, che siamo quattro.

Aggiornamento: 2018/02/22

Nei commenti, Marco Alici segnala una ulteriore, sorprendente coincidenza. Questa è una risposta che Laura Placenti attribuisce, con tanto di virgolette, a Samantha Cristoforetti nell’asserita intervista ora rimossa:

Sempre nel 1984 la prima donna americana a svolgere un’attività extra veicolare fu Kathryn Sullivan, che successivamente volò in altre due missioni Shuttle, totalizzando 532 ore di permanenza nello spazio. Ci vollero quasi vent’anni (fino all’estate del 2007) prima che Barbara Morgan (che era stata la riserva di Christa McAuliffe) potesse volare sulla missione STS-118 e insegnare dallo spazio alcune delle lezioni proprio di Christa McAuliffe.

Screenshot:

E questa è una frase tratta dall’articolo di Victoria50.it:

Sempre nel 1984 la prima donna americana a svolgere un’attività extra veicolare fu Kathryn Sullivan, che successivamente volò in altre due missioni Shuttle, totalizzando 532 ore di permanenza nello spazio. Ci vollero quasi vent’anni (fino all’estate del 2007) prima che Barbara Morgan (che era stata la riserva di Christa McAuliffe) potesse volare sulla missione STS-118 e insegnare dallo spazio alcune delle lezioni proprio di Christa McAuliffe.

Screenshot:

Una coincidenza davvero impressionante. Attendo impaziente le spiegazioni di Daniela Molina o della sempre più silente Laura Placenti.

Aggiornamento: 2019/04/04

La recente chiusura di Google+ (con conseguente rimozione di tutti i post di Samantha Cristoforetti su questa piattaforma) ha fatto scomparire un altro tassello importante di questa vicenda. Ripubblico qui l’articolo originale e la risposta di Samantha Cristoforetti come screenshot per completezza d’informazione: entrambi gli screenshot sono cliccabili per ingrandirli.

L’articolo originale di Donnainaffari.it (13 febbraio 2018):

La risposta di Samantha Cristoforetti su Google+ (14 febbraio 2018):