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È morto John Glenn (95 anni). No, giornalisti: non fu il primo americano nello spazio

È morto John Glenn (95 anni). No, giornalisti: non fu il primo americano nello spazio

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7:20.

Oggi è stato dato l’annuncio della morte dell’astronauta statunitense John
Glenn. Aveva 95 anni. Il suo nome è nei libri di storia perché fu il primo
americano a compiere un volo orbitale intorno alla Terra con la capsula
Mercury-6 (battezzata Friendship 7) il 20 febbraio 1962.

Contrariamente a quanto hanno pubblicato vari giornalisti, va chiarito però
che Glenn non fu il primo uomo nello spazio (quello fu il russo Yuri
Gagarin, il 12 aprile 1961) e
non fu il primo americano nello spazio (quello fu Alan Shepard, il 5
maggio 1961).
Glenn fu il primo americano che andò nello spazio
e fece almeno un giro (orbita) intorno alla Terra.

Il più notevole fra i vari giornalisti italiani che ho visto twittare
erroneamente sull’argomento è stato Gianni Riotta, che ha
tweetato
parlando di “primo americano nello spazio” :

Quando gli ho fatto notare l’errore basilare di storia (come hanno fatto molti
altri), Riotta ha insistito dicendo di avere ragione lo stesso, con toni di
compatimento verso di me che ho osato correggerlo, nonostante io gli abbia
citato come fonti la NASA e Scientific American (screenshot qui sotto):

Il giornalista ha poi proseguito con altri
tweet molto
eloquenti
invece di fare la cosa più semplice: ammettere l’errore e correggerlo.

Alla fine ho chiesto lumi al generale Chuck Yeager. Sì, quel Chuck
Yeager: il primo uomo a superare il muro del suono.

La risposta del generale Yeager è stata che la (FAI) Fédération Aéronautique
Internationale nel 1959 definì lo spazio come l’ambiente si trova oltre 50
miglia (80 km) di quota:

Ma Riotta insiste che ha ragione lui e che il povero Alan Shepard non è andato
nello spazio e anzi il suo volo “lambiva l’atmosfera”.

I fatti: Shepard raggiunse la quota di 185 km. Glenn orbitò fra 149 e 249 km
di quota.

L’errore di Riotta e di tanti altri è che non sanno che
andare in orbita e andare nello spazio sono due cose differenti.
Infatti si può andare nello spazio senza necessariamente andare in orbita.

Secondo le convenzioni aerospaziali, infatti, qualunque veicolo che superi la
linea di Kármán
(ossia la quota di 100 chilometri dalla superficie terrestre) va nello spazio.
Quindi se prendo un razzo e mi arrampico verticalmente fino a oltre cento
chilometri di quota, sono nello spazio. Poi, però, ricadrò subito a terra. È
quello che hanno fatto, per esempio, i velivoli della Virgin Galactic e stanno
facendo i razzi New Shepard di Jeff Bezos. È quello che fecero, per
fare un altro esempio, due voli dell’aereo-razzo sperimentale X-15 nel 1963
(ai comandi c’era in entrambi i casi Joe Walker). Tutti sono classificati come
voli spaziali anche se non furono voli orbitali.

La differenza fra Alan Shepard e John Glenn, infatti, è che Shepard fece un
volo suborbitale, ossia salì verticalmente fino a raggiungere lo spazio
(a circa 185 km di quota); ma poi ricadde subito a Terra e il suo volo durò
circa 15 minuti in tutto. Glenn, invece, fu accelerato dal suo razzo Atlas non
solo verticalmente, ma anche orizzontalmente, raggiungendo una velocità tale
da non ricadere: fece tre giri intorno alla Terra, restando in volo per 4 ore
e 55 minuti.

Shepard fu quindi il primo americano a raggiungere lo spazio; Glenn fu
il primo americano a orbitare nello spazio. Shepard fece un saltino
nello spazio e ricadde; Glenn andò nello spazio e ci rimase per un bel po’.

Può sembrare una questione di lana caprina, ma il volo di Glenn fu una tappa
storica per l’America, umiliata dai successi spaziali sovietici. Il coraggioso
salto suborbitale di Shepard e quello successivo di Gus Grissom avvennero
infatti dopo che i russi avevano già compiuto un volo orbitale con
Gagarin. Fu solo il volo di Glenn a riportare l’America su un piano di parità.
Non per nulla John Glenn fu accolto come un eroe nazionale.

Che Riotta non sapesse di questa distinzione tecnica è comprensibile, ma che
di fronte a una correzione ben documentata (non solo mia, ma di tanti altri,
con dovizia di fonti e citazioni) risponda piccato e non ammetta l’errore è un
classico esempio dell’atteggiamento arrogante di tante grandi firme del
giornalismo italiano. Ma lasciamo stare.

La biografia di John Glenn è unica e irripetibile: dopo aver lasciato la NASA
per una carriera politica che lo portò ad essere senatore, tornò a volare
nello spazio. Glenn, infatti, detiene il record come persona più anziana
andata nello spazio: nel 1998, a 77 anni, volò sullo Shuttle
Discovery per la missione STS-95, restando in orbita per 213 ore e
compiendo 134 orbite intorno alla Terra.

Con la sua morte non rimane più nessuno dei Mercury Seven, i primi
sette astronauti americani, e si chiude un capitolo eroico della storia
dell’astronautica.

Fonti: FAI,
Xkcd,
NASA.

Una Tesla in Cina “ha iniziato a correre all'impazzata in strada”, secondo Repubblica. Non proprio

Una Tesla in Cina “ha iniziato a correre all’impazzata in strada”, secondo Repubblica. Non proprio

Pubblicazione iniziale: 2022/11/15 2:02. Ultimo aggiornamento: 2023/03/01 11:15.

È arrivata anche sui media italiani la notizia di un incidente mortale
avvenuto in Cina alcuni giorni fa. Per come ne parla per esempio
Repubblica, una Tesla Model Y avrebbe
“iniziato a correre all’impazzata in strada”, come se l’auto avesse
fatto tutta da sola. Lo stesso articolo descriveva inizialmente Elon Musk come
un “magnate russo” [sic], come si vede nello screenshot qui accanto,
quindi potete immaginare con quanta cura sia stato redatto.

Dell’incidente parla anche la Rai in un
servizio
che parla di una “Tesla che provoca un incidente mortale”, anche qui
come se il veicolo avesse agito in totale autonomia. Ma in realtà c’era un
conducente a bordo.

Né Rai né Repubblica, dopo aver mostrato il video impressionante e
acchiappaclic dell’incidente, hanno ritenuto utile informare i loro lettori
dei dettagli tecnici della vicenda, limitandosi a uno scarno riassunto che
include il triste bilancio di due morti e tre feriti. Questa scelta lascia
facilmente nel lettore l’impressione che l’auto sia impazzita e che per
estensione i veicoli elettrici a guida assistita (spesso erroneamente
descritti come “a guida autonoma”) siano pericolosi e incontrollabili.
Provo a chiarire come stanno realmente le cose.

Ho scelto di non incorporare qui il video ma di descriverlo, perché è davvero
spaventoso e non voglio attirare clic morbosi. Chi vuole esaminarlo può farlo
per esempio
qui oppure
qui. Il video mostra
l’intera sequenza dell’evento, ricostruita montando le riprese delle
numerosissime telecamere di sorveglianza situate lungo il percorso dell’auto.

Nel video si vede che la Model Y dapprima accosta a bassa velocità, quasi si
ferma al lato della strada, e poi ritorna in carreggiata, accelerando
bruscamente e quasi investendo un ciclista, scansando con una violenta
sterzata una persona in scooter e poi sfrecciando a velocità sempre più
sostenuta lungo la strada rettilinea che attraversa il centro abitato,
investendo in pieno un motociclista e di striscio un ciclista e poi colpendo
frontalmente un furgone. La collisione la fa sbandare e concludere la propria
corsa contro degli oggetti sul ciglio della strada dopo circa due chilometri e
mezzo. L’intera sequenza dura una trentina di secondi.

L’incidente è avvenuto a Chaozhou, nella provincia di Guangdong, nella Cina
meridionale. Il video riporta la data del 5 novembre 2022.

Nel video non si vede nessuna accensione delle luci posteriori di frenata. Un
membro della famiglia del conducente (che è un uomo di 55 anni, che ha
riportato delle ferite) ha dichiarato che il pedale del freno dell’auto non
rispondeva e che anche quando il conducente ha cercato di mettere l’auto in
Park il veicolo ha continuato la propria corsa.

Tesla, che ha i dati di telemetria dell’auto, dichiara invece (secondo Tesmanian) che non è vero
che i freni non funzionavano. La telemetria, dice, indica che l’acceleratore è stato
premuto a fondo e che il conducente non ha agito sul pedale del freno. Gli
stessi dati indicano anche che il conducente ha premuto quattro volte il
pulsante Park e che le luci di frenata si sono accese e spente brevemente.
Sulle Tesla, tenere premuto a lungo il pulsante Park mentre si è in moto
produce l’arresto del veicolo.

Secondo i media locali (Cnevpost; Global Times), che pubblicano altre foto dell’incidente, il conducente aveva accostato
davanti al negozio di materiali da costruzione che gestisce e quando ha
premuto il pedale del freno ha notato che era troppo duro per consentire di
fermare completamente l’auto. Gli ultimi 1400 metri circa sarebbero stati
percorsi dopo che la gomma anteriore sinistra era scoppiata. Il conducente è
un ex camionista e la Tesla distrutta è la sua. La polizia locale ha escluso
che il conducente fosse sotto l’effetto di alcol o farmaci.

Questi sono i fatti noti fin qui.

—-

Le congetture intorno all’incidente abbondano. Molti hanno ipotizzato che si
sia trattato di un malfunzionamento del sistema di guida assistita (non
autonoma), il cosiddetto Autopilot, ma né il conducente né Tesla hanno
dichiarato che il sistema fosse attivo. In ogni caso, l’assistenza di guida
non può assolutamente comportarsi nel modo che si vede nel video. Gli
sbandamenti e le accelerazioni violente che si vedono nelle immagini non sono
compatibili con l’Autopilot, e comunque qualunque pressione sul pedale del
freno avrebbe disattivato immediatamente l’assistenza di guida.

Un’altra ipotesi è che l’auto abbia iniziato ad accelerare per qualche suo
guasto profondo e la potenza del motore abbia reso vano l’uso dei freni. Ma
dal video si vede che gli stop non si sono accesi se non fugacemente, e di
fatto i freni di qualunque autoveicolo sono progettati per superare anche la
massima potenza del motore.

Una terza ipotesi è che qualche grave difetto nel software di gestione del
veicolo abbia fatto “impazzire” la Tesla, dando massima potenza al motore e
inibendo i freni. Per capire quanto uno scenario del genere sia implausibile,
bisogna tenere presente tre cose:

  • I freni sulle Tesla sono un sistema completamente meccanico, che funziona
    anche senza alimentazione elettrica semplicemente premendo il pedale
    apposito. Il software non ha alcun modo fisico di “inibire” i freni. Può
    solo dare comandi di attivazione della frenata, ma non può scavalcare
    il pedale del freno. Il rilascio del pedale è un meccanismo a molla: gli
    attuatori comandati dal software possono solo agire premendo sul
    pedale.
  • Per l’accelerazione, il software ha una serie di controlli incrociati
    severissimi. Qualunque manovra che comporti per esempio accelerazioni
    eccessive, livelli di potenza erogata non accettabili o qualunque altra
    condizione anomala viene semplicemente respinta. In casi estremi, il sistema
    di gestione della batteria (BMS) può addirittura staccare
    completamente l’alimentazione elettrica dei motori tramite un
    fusibile pirotecnico non riattivabile.
  • Tesla stessa
    spiegava
    già nel 2020 che
    “l’auto accelera se, e solo se, il conducente le dice di farlo, e
    rallenta o si ferma quando il conducente agisce sui freni… i pedali
    dell’acceleratore delle Model S, X e 3 hanno due sensori di posizione
    indipendenti, e se si verifica qualunque errore il sistema ha come default
    l’azzeramento della coppia del motore. Analogamente, se si agisce
    contemporaneamente sul pedale del freno e su quello dell’acceleratore,
    l’input dell’acceleratore verrà scavalcato e la coppia al motore verrà
    azzerata, e a prescindere dalla coppia una frenata persistente fermerà
    l’auto.”

La quarta ipotesi circolante (senza la minima prova) è che Tesla abbia alterato la registrazione della
telemetria in qualche maniera per esonerarsi. Il problema di quest’idea è che
il modo in cui sono scritte queste registrazioni (i log) è
serializzato, ossia una riga dipende dal contenuto della precedente, e le registrazioni contengono moltissimi parametri ripetuti e riferimenti incrociati
(l’accelerazione, per esempio, viene registrata dall’accelerometro, dai
pedali, dal sensore di coppia, eccetera); ho visto personalmente questi file (della mia Tesla Model S e di altre Tesla) e sono complicatissimi da leggere anche dopo la decodifica.

Qualunque alterazione dei log sarebbe
complicatissima, con effetti a cascata che la rivelerebbero, e andrebbe fatta
anche sulla copia dei dati registrata localmente nella memoria dell’auto
dopo che il veicolo è stato distrutto dall’incidente (o la memoria
locale dovrebbe essere azzerata per “dimenticare” cosa è successo). Una
strategia non impossibile, ma tecnicamente troppo onerosa e con il rischio di
essere smascherati pubblicamente (come dimostrato dal Dieselgate).

Ma allora come si potrebbe spiegare quello che si vede nel video?

Premetto che quanto segue è semplice congettura ragionata, sulla base dei dati
disponibili finora, e come tale andrà sicuramente riesaminata quando saranno
disponibili gli esiti delle perizie esterne già commissionate.

A mio avviso, la spiegazione meno irragionevole è che il conducente abbia
semplicemente premuto per errore l’acceleratore pensando di premere il freno e
poi, vedendo che l’auto continuava ad accelerare, preso dal panico abbia
continuato a premere a fondo l’acceleratore credendo di agire sul pedale del
freno. So che a mente fredda questo può sembrare impossibile, ma va
considerato che ogni anno negli Stati Uniti avvengono
oltre 16.000 incidenti causati da conducenti che scambiano
l’acceleratore per il freno
, secondo
dati dell’ente NHTSA del 2015. E questo avviene senza che ci siano di mezzo veicoli elettrici o sistemi di guida assistita.

In media, insomma, 43 volte al giorno un automobilista americano preme l’acceleratore
al posto del freno e causa un incidente. Capita anche in Europa, come mostra
per esempio
questo incidente a Roma. Non si tratta di una Tesla.

Gli stessi dati dell’NHTSA notano che in 40 anni di indagini sugli episodi di
accelerazione improvvisa non intenzionale
“non sono mai stati identificati difetti del veicolo che possano causare
avarie improvvise sia dell’acceleratore sia dei freni”
. La colpa è risultata sempre un errore del conducente, causato da
distrazione, calzature non adeguate, cattive abitudini di posizionamento del
piede sul freno che lo fa scivolare dal pedale del freno verso quello
dell’acceleratore, e così via. 

Per esempio, Toyota fu al centro di una
serie di casi di accelerazione improvvisa involontaria dal 2009 al 2011: le indagini appurarono che c’erano difetti nei tappetini e nei pedali che
in alcune circostanze potevano facilitare errori, ma i casi esaminati
risultarono essere imputabili soprattutto a un errore di azionamento dei
pedali da parte del conducente. 

Tuttavia un‘intervista al conducente, pubblicata in inglese su Cnevpost.com, gli attribuisce delle dichiarazioni precise che ribadiscono la sua tesi:

  • Non era al telefono.
  • Quando ha accostato, ha tolto il piede dall’acceleratore e lo ha messo sul freno, ma ha avvertito che la frenata elettromagnetica rigenerativa (il “freno motore” delle auto elettriche) era differente dal solito e quindi ha iniziato a premere il freno, sentendolo duro. Ha premuto il pedale due volte, senza successo. A questo punto il veicolo stava ancora procedendo molto lentamente.
  • Avvertendo che l’auto stava funzionando in modo anomalo, ha premuto il pulsante Park. È a questo punto che l’auto ha accelerato.
  • Ha premuto il freno con tutte le sue forze e ha sterzato per evitare un motociclista.
  • Ha tenuto il piede sul freno, sperando che riprendesse a funzionare e cercando un ostacolo contro il quale fermare la corsa del veicolo, ma a questo punto stava procedendo già a oltre 100 km/h e quindi non ha potuto fare altro che tentare di evitare gli altri occupanti della strada.
  • Ha perso i sensi dopo lo schianto.
  • Ha effettuato un esame del sangue appena ricoverato in ospedale.
  • Il rumore di clacson che si sente nel video non è suo; aveva entrambe le mani sullo sterzo e con le dita stava premendo il pulsante Park sulla levetta che sporge dal piantone.

Se le dichiarazioni del conducente corrispondono a quanto effettivamente accaduto, restano aperte le ipotesi di un difetto intrinseco dei veicoli di questo tipo che si manifesta solo in occasioni molto rare, di una modifica effettuata o di un danno subìto inavvertitamente. Ma resta da capire come un difetto, una modifica o un danno possano avere un effetto così catastrofico e contemporaneo sul sistema di guida e sull’impianto frenante.

—-

2023/03/01 11:15. Su Twitter è stata pubblicata quella che sembra essere la perizia sull’incidente. Secondo i tweet che la descrivono, l’acceleratore è stato premuto a fondo per tutto il tempo e i freni non sono stati mai azionati. Sembra la tipica situazione di errore del conducente; l’alternativa è ipotizzare che la perizia sia falsa o che Tesla abbia alterato i dati.

Fonti aggiuntive:
Reuters,
Teslarati,
RSI, Jason Hughes,
Electrek.

Antibufala: Il Sole 24 Ore, La Provincia di Como, HWupgrade e lo “stop ai veicoli elettrici” in Svizzera (spoiler: non c’è nessuno stop)

Antibufala: Il Sole 24 Ore, La Provincia di Como, HWupgrade e lo “stop ai veicoli elettrici” in Svizzera (spoiler: non c’è nessuno stop)

Pubblicazione iniziale: 2022/11/29 13:33. Ultimo aggiornamento: 2022/12/13 9:10.

La Provincia di Como ha pubblicato il 28 novembre un
articolo
(copia permanente) a firma di Marco
Palumbo che titola
“Svizzera, stop ai veicoli elettrici e in autostrada si va a 100
all’ora”
. Il titolo fa sembrare che sia una descrizione della situazione attuale o
prossima ventura (il sottotitolo parla di
“misure in vigore dal 12 dicembre”), e ovviamente gli ottusangoli che
odiano le auto elettriche ne gongolano pateticamente (sulla scia per esempio
di
Francesca Totolo).

Un
articolo su HWupgrade
(copia permanente) segue la stessa
falsariga, usando il titolo “Clamoroso dietrofront della Svizzera: auto elettriche vietate, limite a 100 km/h e riscaldamento a 18 gradi” per un articolo a firma di Massimiliano Zocchi. 

L’8 dicembre Il Sole 24 Ore ha titolato “Auto elettriche: la Svizzera vicina al divieto di circolazione. Svezia stop agli incentivi”, a firma di Giulia Paganoni (copia permanente).

Ma tutti questi titoli sono falsi e ingannevoli. Abito in Svizzera (vicino a Lugano) e ho
un’auto elettrica. Posso dire, con la certezza dell’esperienza diretta sul
posto, che non c’è nessuna restrizione alla circolazione delle automobili
elettriche.

L’articolo de La Provincia spiega che l’idea di limitare l’uso dei veicoli elettrici per
gestire la penuria energetica è solamente un’ipotesi. Cito infatti
dall’articolo in questione:

[…] l’esecutivo federale ha persino paventato l’ipotesi di introdurre «il
divieto di circolazione delle auto elettriche, in caso di penuria
energetica»

Il presunto “divieto” non è in vigore oggi e non è previsto che entri automaticamente in
vigore dal 12 dicembre.
 

La frase virgolettata da Marco Palumbo sembra essere
tratta da
questo documento PDF
del Consiglio Federale, che è un documento consultivo, non dispositivo:
è una sorta di FAQ sulle misure per contrastare la penuria di energia
elettrica.

Fra le tante misure in consultazione, si propone di limitare a 100 km/h
la velocità sulle strade nazionali (attualmente il limite autostradale è 120
km/h) perché
“chi viaggia sotto i 100 km/h dovrà ricaricare di meno le batterie,
riducendo così il consumo di elettricità.”

Quindi nessuno “stop”, ma semmai una eventuale limitazione dei consumi.

Il documento propone anche un divieto di uso delle auto elettriche, ma
solamente “[i]n caso di penuria persistente (fase 3)”. In tal caso
“si può limitare l’uso privato delle auto elettriche al minimo
indispensabile. Rimarrà lecito l’uso per spostamenti assolutamente necessari
come la spesa, le visite mediche e l’esercizio della propria
professione.”

Quindi anche nel caso peggiore, non si tratterebbe di uno stop assoluto. 

Inoltre
la condizione di “penuria persistente” citata dal documento è una
situazione assolutamente eccezionale
. Chi volesse approfondire la questione invece di fermarsi a un titolo sensazionalistico può leggere queste fonti:
Energia – situazione attuale
(Ufficio federale per l’approvvigionamento economico del Paese);
Provvedimenti in caso di penuria di elettricità
(Dipartimento federale dell’economia, della formazione e della ricerca);
Energia: in consultazione le misure per far fronte a un’eventuale penuria
di elettricità

(Consiglio Federale);
Ticinonews;
La Regione;
TVsvizzera.it.

2022/12/13 9:10. Sulla questione è intervenuto oggi il Corriere del Ticino con un editoriale di Paride Pelli che nota che “Se non si tratta di fake news, poco ci manca”.

Antibufala: lettiere igieniche nelle toilette delle scuole americane per venire incontro agli studenti furry! (non è vero)

Antibufala: lettiere igieniche nelle toilette delle scuole americane per venire incontro agli studenti furry! (non è vero)

Questo articolo è disponibile anche in versione podcast audio.

Un errore giornalistico di mancata verifica della fonte di un tweet comico,
come quello raccontato nella
notizia precedente, è tutto sommato un incidente che ha poche conseguenze oltre a ispirare, si
spera, maggiore cautela nel condividere contenuti trovati nei social network.
Ma non sempre le conseguenze sono così lievi. Dagli Stati Uniti arriva una
storia di fake news assurda che sta avendo risvolti molto dolorosi e ha
un’origine ancora più triste.

Numerosi esponenti politici repubblicani hanno dichiarato pubblicamente, e in
tutta serietà, che – e qui preciso subito che quello che sto per dire adesso
non è assolutamente vero – nelle toilette di varie scuole americane
verrebbero predisposte delle lettiere igieniche per venire incontro alle
esigenze dei ragazzi e delle ragazze che si identificano come
furry, ossia come persone che sono interessate agli animali antropomorfi ed
esprimono questo interesse in vari modi, dalle illustrazioni di personaggi di
questo tipo all’uso di costumi a tema alla creazione di personaggi da usare in
scenari di giochi di ruolo.

Queste dichiarazioni – che, ripeto, sono completamente prive di fondamento –
sono state fatte nei media o in occasione di eventi pubblici in
Colorado,
Minnesota,
Ohio,
Tennessee,
Iowa
e in altri stati del paese da almeno una ventina di funzionari o candidati
politici conservatori e spuntano regolarmente nelle riunioni dei consigli
scolastici per bocca di genitori indignati, secondo una
ricerca pubblicata dalla rete NBC.

Tutti i distretti scolastici citati hanno
smentito
pubblicamente
queste dichiarazioni. Anche l’agenzia Reuters ha
indagato
sull’argomento, smentendolo completamente; lo stesso ha fatto anche
Politifact, dando lo stesso verdetto. Non c’è la minima conferma che esista anche solo
una scuola dove sarebbero state piazzate delle lettiere igieniche per venire
incontro agli studenti che si identificano come gatti, eppure si è unito al
coro degli inorriditi anche il popolarissimo podcaster Joe Rogan, in una
puntata del suo podcast diffusa a ottobre del 2022.

2022/11/03. Rogan ha dichiarato che la notizia che ha dato è
“probabilmente imprecisa”, scrive oggi il
Washington Times.

L’idea che possano esistere delle lettiere igieniche nelle scuole per venire
incontro a coloro che si identificano come animali dovrebbe essere di per sé
talmente assurda e demenziale da essere scartata subito da qualunque persona
di buon senso, e si potrebbe far notare che neppure nei raduni dei
furry viene predisposto qualcosa del genere (sì, ho chiesto). Chissà
perché mai, oltretutto, una persona che si immedesima in un drago o in un
rinoceronte dovrebbe aver bisogno di una lettiera, come se queste creature ne
usassero una. Ma buon senso, fatti e ragionamenti non servono a nulla: la
storia falsa continua a circolare. Su TikTok, per esempio, un
video
che ha ripetuto questa diceria ha accumulato oltre 3 milioni di
visualizzazioni prima di essere rimosso.

Vista così potrebbe sembrare una delle tante catene di Sant’Antonio che
circolano da decenni: stupida, ridicola e imbarazzante per chi la condivide e
dimostra di diffondere dicerie pazzesche senza verificarle. Ma in questo caso
c’è un risvolto tutt’altro che frivolo.

L’inchiesta della NBC
documenta infatti che questa diceria viene diffusa da esponenti di una
specifica area politica per dimostrare quelle che secondo loro sarebbero le
conseguenze terribili della cosiddetta “agenda LGBTQ”. La loro
argomentazione è che le lettiere nelle toilette fornite a chi si identifica
come furry sarebbero il risultato folle di quella che loro considerano
una pericolosa permissività intorno all’identità di genere, e quindi questa
storia infondata viene usata per attaccare e denigrare le persone LGBTQ.

È una tecnica classica del cospirazionismo e della propaganda: si diffonde una
falsità sensazionale e la si spaccia per vera e accertata, usandola come cuneo
per ridicolizzare e far sembrare irragionevole la parte avversaria. Chi la
diffonde la crede vera perché l’ha sentita da un’altra persona di cui si fida,
come nelle classiche catene di Sant’Antonio, ma soprattutto perché
ideologicamente
vuole che sia vera.;

Una brutta storia, insomma, ma la cosa più triste è l’origine di questa
falsità. Durante la sua inchiesta, la NBC ha in effetti trovato un caso di
un
distretto scolastico, quello della contea di Jefferson, in Colorado, che dal
2017 tiene a disposizione della sabbia per lettiere per gli studenti. Ma non
nelle toilette: la conserva direttamente nelle aule.

Questa sabbia, infatti, fa parte dei cosiddetti “go bucket”: un
assortimento di risorse d’emergenza da usare se gli studenti e i docenti si
trovano bloccati a lungo in un’aula durante una sparatoria. Una delle tante
che purtroppo insanguinano gli Stati Uniti. La strage della scuola superiore
Columbine del 1999, nella quale due ragazzi uccisero con armi da fuoco tredici
persone, avvenne in questo stesso distretto scolastico.

Queste risorse includono anche materiale di pronto soccorso, una cartina della
scuola, delle torce e delle salviettine igieniche. Da questa tragica necessità
è nata la diceria delle toilette speciali per furry. E deve essere
sconsolante, per i giovani studenti, vedere che i loro genitori si disperano
per il pericolo immaginario delle lettiere e non fanno nulla per quello,
terribilmente reale e ricorrente, delle stragi armate nelle scuole. 

Fonte aggiuntiva:
Snopes.

Liveblogging: in diretta dal raduno delle “scie chimiche”

Liveblogging: in diretta dal raduno delle “scie chimiche”

L’articolo è stato aggiornato estesamente dopo la pubblicazione iniziale.
Ultimo aggiornamento: 2022/07/03 (per recupero link obsoleti). Photo credit:
AT =
Studio Fotografico Andrea Tedeschi, per gentile concessione.

AGGIORNAMENTO POST EVENTUM: La registrazione audio della
presentazione di Pattera e Marcianò è
disponibile qui.

Domenica 19 aprile, 10.30 circa

Sono a Milano, e grazie al fido netbook (un Acer Aspire One con 3G integrato)
vi sto bloggando dalla sala dell’hotel Milton in via Butti, dove si sta
tenendo un convegno dedicato, fra le altre cose, alla teoria delle cosiddette
“scie chimiche”. Dettagli man mano che si evolve la situazione. Se avete
voglia di partecipare, l’ingresso è libero e non c’è da accreditarsi.

10:50

Sta parlando Rosario Marcianò. Ospite a sorpresa, Giorgio Pattèra.

Credit: AT.

Pubblico non molto numeroso, considerato anche che almeno una ventina sono
miei amici e colleghi. È presente anche l’ormai mitico Vibravito.

Credit: AT.

Riassumo qui per sommi capi oltre tre ore di convegno. Marcianò presenta il
fenomeno: sarebbe iniziato verso la metà degli anni 90, perché prima le scie
non esistevano proprio, né quelle chimiche né quelle di condensa. L’umidità
relativa necessaria per le scie sarebbe tassativamente maggiore del 70% (in
barba agli studi di Appleman, che documentano le scie di condensa sin dagli
anni Cinquanta, e di tutti i meteorologi passati e moderni).

Gli aerei consumano di più man mano che salgono di quota (sì, ha detto proprio
così).

Lo scopo delle scie chimiche è distruggere le perturbazioni dissolvendo i
cumuli. Ma servono anche a causare l’Alzheimer e il Parkinson tramite
l’alluminio in atmosfera.

10:55

È appena crashato il PC della presentazione. Giuro che non siamo stati noi del
Nuovo Ordine Mondiale. Saranno stati i Rettiliani? Saranno i
“gigabyte di watt” emessi da HAARP, come ha appena detto testualmente
Marcianò?

Credit: AT.

Riparte il PC. A fatica, ma riparte. Parla Pattera (foto qui sotto): sostiene
anche lui che l’umidità relativa dell’aria dev’essere superiore al 70%,
altrimenti le scie di condensa non si formano, e siccome è raro che l’umidità
raggiunga questi valori, le scie di condensa sono rare. Ergo, si sottintende,
quelle scie che vediamo sono quasi sempre chimiche.

Non avevo intenzione di interrompere, ma a questo punto Pattera invita
esplicitamente il pubblico a contraddire subito eventuali dati errati fra
quelli che presenta. Così alzo la mano e gli segnalo educatamente il documento
di Appleman
The Formation of Exhaust Condensation Trails by Jet Aircraft, che è uno
dei testi di base della meteorologia sulle scie di condensazione: qui sotto ne
vedete la prima pagina.

Risale agli anni Cinquanta, e già questo contraddice l’asserzione che le scie
prima degli anni ’90 non esistevano. Cosa ancora più importante, documenta che
l’umidità relativa atmosferica può anche essere zero (perché basta l’acqua
prodotta nei motori dalla combustione del carburante) e quindi la formazione
di scie di condensa non è affatto rara e improbabile come asseriscono i due
relatori. Ne ho copia integrale cartacea con me e la mostro, offrendola.

Il documento viene ignorato e rifiutato. Ne prendo atto e li lascio parlare.
Questo è l’approccio scientifico di Marcianò e Pattera: rifiutare i dati che
non si conformano alla loro tesi.

Pattera presenta un’analisi di acqua piovana: un notevole autogol, perché
nelle sue analisi non c’è traccia del bario e dell’alluminio che secondo
Marcianò è presente nelle scie chimiche
.

Arrivano poi i filamenti misteriosi che piovono dal cielo (che naturalmente
non possono, secondo gli sciachimisti, essere prodotti dai ragni migratori,
come documentano da anni gli aracnologi come John Jackman, della Texas A&M
University,
citato qui). Con
un “saggio alla fiamma”, dice Pattera, da questi filamenti si ottiene
un “odore caratteristico di corno bruciato” come quello della cheratina
dei capelli (o la tela dei ragni, detto fra noi). Cosa debba significare non è
chiaro. Secondo Pattera, i filamenti sono correlati ai passaggi degli aerei e
di “oggetti volanti non identificati”.

Pattera sostiene che cambiare il tempo meteorologico, come avviene in Cina o
in Russia nelle grandi occasioni (Olimpiadi e simili), è uguale a cambiare il
clima. Anche a questo servirebbero le scie chimiche. Ma servirebbero anche a
riflettere le onde radio per le comunicazioni militari. Decisamente tuttofare,
queste scie.

Un concetto nuovo: dice che le scie sospette si distinguono da quelle normali
non perché sono persistenti, ma perché si allargano. Il concetto di espansione
degli aeriformi gli dev’essere poco familiare.

11:45

Inizia la sessione di domande. Propongo a Marcianò il dibattito faccia a
faccia. Rifiuta, perché lui con i “disinformatori” non parla.

Mostro (nelle foto qui sotto, credit
AT) immagini d’epoca di scie di
condensazione nella seconda guerra mondiale.

Mostro anche un’immagine tratta dagli archivi della rivista Life,
datata 20 dicembre 1944 e consultabile
qui: è una foto di George
Silk, scattata durante la Battaglia delle Ardenne, ed è piena di scie di
condensazione. Sbufala totalmente l’asserzione che prima degli anni Novanta le
scie non esistevano.

Marcianò risponde che la foto tratta dagli archivi della rivista
“è falsa”. Dunque anche Life fa parte del Grande Complotto?

Ecco qui sotto la foto di Life, che in originale è a colori (il NWO,
purtroppo, non mi ha concesso la stampante a colori per il raduno):

Ecco come la foto viene presentata sul sito della storica rivista:

E non è l’unica immagine di questo genere (ringrazio Simone Angioni, presente
ahimè solo via Internet, per aver trovato queste foto e per le consulenze in
tempo reale):

Spero che qualcuno nel pubblico si sia posto un paio di semplici domande:
perché i relatori non hanno mostrato queste immagini? Ed è davvero
credibile che vengano falsificate retroattivamente riviste di più di
sessant’anni fa per fingere che le scie esistevano già allora?

Altre domande del pubblico. Alla domanda di una persona su cosa fare per
contrastare questo grande avvelenamento, la risposta degli organizzatori è
“la democrazia diretta”. Già, perché una superorganizzazione che
avvelena interi continenti con nonchalance si farebbe intimidire dalla
democrazia diretta, invece di tirar fuori il Flit e sbarazzarsi di chi
protesta.

Contesto appunto il fatto che parlano tanto di democrazia diretta, ma non
lasciano parlare né i tecnici che ci sono in sala né coloro che hanno
un’opinione diversa (che in realtà non è opinione, ma serie di fatti):
bell’esempio di democrazia. Voci del pubblico rispondono che è inutile, perché
i tecnici sono stati pagati. Tutti. Altre voci dei presenti chiedono
però che si dia spazio anche alle obiezioni documentate di chi è scettico.

Parla un chimico fra il pubblico, ma Marcianò fa polemica sul fatto che il
chimico non vuole dare il proprio nome e cognome. La domanda del chimico è
tecnica (a che pro usare filamenti eccetera, quando le sostanze restano in
sospensione per anni anche senza aiuto filamentoso, come documentato da
episodi come le eruzioni vulcaniche?) e risulta semplicemente incomprensibile
ai relatori.

A parte i dettagli tecnici, quello che conta è che emerge chiaro il rifiuto di
dialogo coerente. Prevedibile, ma le riprese video fatte dai presenti
documentano chiaramente l’atteggiamento degli sciachimisti.

Altre domande tecniche mettono in luce l’assurdità chimica della teoria:
le sostanze emesse secondo gli sciachimisti dagli aerei non possono essere
sparse in forma gassosa
. Non è che lo dicono i debunker: è chimica di base, gente. È un
esperimento ripetibile. Provate.

Pattera: “I ragni migratori non esistono”. Allora gli entomologi sono
tutti scemi?

Ricevo via blog da Simone Angioni la segnalazione che Pattera, in un suo
recente
rapporto, ha concluso che
“i filamenti raccolti nelle diverse località del nord Italia a Novembre
sono di origine animale e più precisamente presentano un
comportamento molto simile a quello dimostrato dalle ragnatele che
quotidianamente incontriamo, anche se rispetto a queste ultime possiedono
una maggiore tenacità e una maggiore resistenza alla solubilizzazione nei
reattivi specifici”
. Ossia l’esatto contrario di quello che lui stesso ha appena sostenuto. La
tenacità differente è appunto quella del filamento più resistente rispetto
alla normale ragnatela, chiamato dragline, che i ragni migratori
producono per farsi trasportare dal vento. Cito questo brano a Pattera. Gelo
in sala.

Ecco lo scambio (e il relativo contorno di accuse, insulti e attacchi) come lo
presentano gli sciachimisti:

NOTA: Purtroppo il
video non è più
disponibile.

Cito Pattera:
“Lei sarebbe evidentemente… l’unico scienziato al mondo… avrebbe una
cattedra sicura, perché i ragni migratori non esistono”
. Quando gli chiedo se è disposto a certificare quest’affermazione, Pattera
precisa:
“Non certamente a 5000 metri di altezza… 7000… quello che è”. È una
posizione che ha ribadito anche in uno dei suoi
documenti
di analisi dei filamenti:

“NON SONO sicuramente la produzione (che risulterebbe a livello industriale,
fra l’altro, per coprire l’estensione territoriale
Vercelli-Milano/Bologna-Ferrara!) delle ghiandole serigene dei cosiddetti
“ragni d’alta quota”,
la cui esistenza (dal punto di vista entomologico) lasciamo appannaggio
delle leggende metropolitane, con buona pace del CICAP”

Una persona che si qualifica come biologo nega insomma l’esistenza di un
fenomeno naturale che invece è documentatissimo e noto
“sin dai tempi di Aristotele” (come segnala l’articolo
Aerial Dispersal in a Known Spider Population, Eric Duffey,
Journal of Animal Ecology, Vol. 25, No. 1, May, 1956, pp. 85-111;
disponibile su JSTOR), citatomi da
Angioni.

Basta infatti dare un’occhiata alla letteratura scientifica, e per farlo è
sufficiente googlare “ballooning spider” (oltre 1.400.000 risultati)
oppure consultare
Wikipedia,
che offre citazioni di varie pubblicazioni oltre al
Journal of Arachnology:
una,
due,
tre. O consultare
Microscopy UK, che nota che Darwin li raccolse in mezzo all’Atlantico. O magari sentire un
esperto, come l’aracnologo Carlo Pesarini, come
ha fatto Angioni. Le specie che hanno questo comportamento sono decine:
Tapinocyba praecox, Erigone dentipalpis, E. atra, Bathyphantes gracilis,
Meioneta mollis, Stegodyphus dumicola, Stegodyphus mimosarum
… giusto per citarne alcune. Hanno nome, cognome e pedigree,
insomma: altro che “leggende metropolitane”. Questo è il livello di
preparazione degli “esperti” sostenitori delle scie chimiche.

E sul fatto che i ragni migratori possano raggiungere i 5000 metri, ossia
15.000 piedi circa:

To reach new locations the spider travels by a means of transportation
known as “ballooning”. A spiderling or spider throws out streams of silk.
These threads form a sort of “flying carpet.” It rises on warm currents of
ascending air, and spiders and spiderlings are borne aloft and scattered
far and wide.
Sometimes they go as high as 14,000 to 15,000 feet and travel
hundreds or even thousands of miles

[Will Barker, Winter-Sleeping Wildlife (New York: Harper and
Row, Pubs., 1958), pp. 94-96,
citato qui].

Ballooning spiderlings can ascend over 15,000′ and have been
sighted landing on ships sailing the mid-Pacific

[Intelligent Controls for Spiders].

Glick (1939), who collected airborne spiders
up to 15,000 feet above the ground

[Factors Influencing The Aerial Dispersal of Spiders (Arachnida:
Araneida)
, K.V. Yeargan, Department of Entomology, University of Kentucky, in
Journal of the Kansas Entomological Society, Vol. 48, no. 3, July 1975
(immagine qui sotto, tratta da
qui)].

Ma Pattera nega tutto questo.

Dopo altre domande del pubblico, Pattera mostra una schermata e mi chiede se
si tratta del documento che gli ho citato. Gli rispondo che a quella distanza
non vedo:
“I miei impianti bioplasmatici mi impediscono di vedere fin là, chiedo
scusa”
. Pattera sostiene che ho citato un’indagine del 2002: no, il suo testo che
gli ho citato è fresco di produzione e parla del 2008.

Proseguono le domande del pubblico, poi si stacca per pranzare.

Il Pranzo degli Scettici Allegri

Uno dei relatori,
Paolo Franceschetti, viene a fare due chiacchiere con noi durante un’allegra pizzata in
compagnia (perché siamo scettici, ma siamo scettici allegri) e si
sganascia a sentire la storia dei miei presunti
“impianti bioplasmatici”
e le altre tesi proposte dagli sciachimisti (foto qui sotto).

Mi colpisce molto il tono astioso di una signora che credo faccia parte
dell’organizzazione del convegno e che è presente nella stessa pizzeria. Ci
vede ridere e si rivolge a me, seccata, dicendo più o meno
“Ma voi siete proprio così sicuri di avere ragione?” e si porta via
Franceschetti, come se fraternizzare con il nemico fosse proibito.

No, signora, non siamo sicuri di avere ragione: siamo sicuri che le cose che
sostengono gli sciachimisti non hanno senso. È diverso. Noi abbiamo dalla
nostra duecento anni di chimica, gli esperti dei settori toccati dalle
asserzioni sciachimiste, e montagne di documentazione. Voi avete soltanto aria
fritta. Per cui ci ridiamo sopra.

Venirvi a sentire, vedervi così seri, compresi e infervorati per la catastrofe
imminente (che però non arriva mai), è un passatempo, non è una lotta. Di
tutte le teorie strampalate che ci sono in giro, quella delle scie chimiche è
la più demenziale, con i suoi milioni di ipotetici partecipanti al complotto,
e quindi è anche la più divertente. E noi ci divertiamo. Se nel divertirci
riusciamo anche ad evitare che qualcuno si faccia rovinare la vita dalle
vostre paranoie, tanto meglio.

Seconda parte: i nanocosi e gli “insetti chimera”

Alle 14:35 rientriamo a sentire il proseguimento del discorso di Marcianò. Ci
perdiamo il primo pezzo per qualche foto di gruppo, anche per ricordare una
giornata in cui molti di noi finalmente si sono visti di persona per la prima
volta.

The Happy Skeptic Society. Credit:
AT.

Entriamo in sala tutti con in testa il cappellino della CIA (a fine articolo
trovate un paio di video). Visto che rifiutano il dialogo, l’ironia di
un’obiezione silenziosa è l’unico approccio possibile: una risata vi
seppellirà, direbbe qualcuno. Potete intuire le espressioni dei presenti.

Credit: AT.

Simply irresistible. Credit:
AT.

Prima che qualcuno obietti che una silenziosa goliardata come questa è poco
seria, provocatoria e fuori luogo, suggerisco di vedere il
trattamento riservato a noi dagli organizzatori ancor prima del convegno
(immagine qui sotto). E saremmo noi quelli poco seri?

Finora nulla di nuovo: Marcianò sta soltanto presentando immagini satellitari
che secondo lui mostrano scie chimiche. La sala mi sembra più piena di
stamattina. Marcianò non spiega la cosa fondamentale, come mi fa notare uno
degli amici presenti: ma a che diavolo serve, ai militari, prendersela con i
cumuli e distruggerli? Cos’avranno fatto i cumuli, poveretti, per meritarsi
l’ira del Nuovo Ordine Mondiale?

Marcianò sostiene che i tecnici delle radiosonde (che vengono lanciate
periodicamente in aria con piccoli palloni per rilevare le condizioni
meteorologiche in quota) hanno iniziato ad alterare i dati pubblici da quando
lui ha iniziato a studiare il fenomeno. Il mondo gli ruota intorno, insomma.

La gente, dice, viene obbligata a “chiudere i finestrini” degli aerei
di linea per non vedere fuori l’irrorazione in corso (dove ci starà, tutta la
roba chimica, se l’aereo è pieno di passeggeri?).

Cita “150 scienziati” (o 650, devo riascoltare la registrazione) che
non sposano l’idea dell’effetto serra. Curioso come gli scienziati siano
perfettamente affidabili quando fa comodo alla tesi preconcetta, ma siano
tutti venduti quando dicono qualunque cosa contraria alla tesi stessa.

Clamoroso: ripete il “gigabyte di watt” emessi da HAARP. Ma allora non
è un lapsus.

Adesso anche le scie evanescenti, non solo quelle persistenti, sono
chimiche.

Cita il meteorologo Gunther Tiersch come testimone autenticatore delle scie
chimiche: peccato che Marcianò traduca “scie chimiche” quando in realtà
Tiersch parla di
“linee a forma di serpente probabilmente diffuse nel pomeriggio a circa 5-6
km di quota sul Mare del Nord da un paio di aerei, aerei militari, e non
hanno niente a che vedere col tempo”
. Si tratta infatti di chaff (un prodotto antiradar in uso da decenni,
che ha la particolarità appunto di creare falsi echi radar che sembrano enormi
nuvole sugli schermi dei radaristi). Non solo si ignorano concetti aeronautici
militari di base, ma siamo di fronte alla falsificazione della traduzione.

Marcianò sostiene che Tiersch è stato silurato per aver ammesso l’esistenza
delle scie chimiche. Ma basta una ricerca in tempo reale su Google per vedere
che in realtà è ancora in servizio come meteorologo, sempre alla TV tedesca
ZDF, come si può
leggere qui
e vedere qui sotto.

Viene proiettato un filmato che presenta l’accordo Italia-USA per
“manipolazione di ecosistemi terrestri”. Ma non viene detto che
l’accordo parla di esperimenti su piccoli appezzamenti di terreno, non di
cambiamento del clima planetario.

Interviene dal pubblico Franco Scarpa, militare. Dice che non tutto quello che
viene fatto dai militari viene divulgato. Ma che novità. Tiene quasi una
conferenza personale, e gli organizzatori lo lasciano parlare (ben
diversamente da quello che fanno con le varie persone che osano fare obiezioni
alle tesi presentate). Il raduno diventa sempre più curioso: un militare viene
in sala e viene osannato. Ma i militari non erano tutti cattivi e costretti al
silenzio? E se questo militare è al corrente di terribili segreti, perché
continua a fare il militare?

Marcianò sostiene che a bordo degli aerei ci sono motori elettrici che
emettono gas di scarico e fanno quindi scie. Giuro. Si riferisce alle
APU (Auxiliary Power Unit), che sono sì motori ausiliari, ma mica
elettrici: sono a turbina.

Racconta che sopra casa sua passa continuamente sempre lo stesso aereo che
rilascia scie misteriose a bassa quota. E ci sono addirittura due tipi diversi
di aerei chimici: prima passano quelli di un tipo, che “ripulisce” il cielo,
poi arriva il secondo che spruzza. Curiosamente, nonostante Marcianò disponga
di una telecamera con uno zoom da 40x, le sue immagini degli aerei “a bassa
quota” sono sgranatissime e gli aerei sono piccini piccini.

I controllori di volo “hanno una cognizione esatta” di quello che sta
succedendo, dice, ma negli aeroporti ci sono aerei che, a suo dire
illegalmente, sono senza insegne e senza identificazione. Dunque i controllori
sono omertosi complici, presumo. E con loro l’ENAV, i militari italiani, la
NATO, i chimici di tutto il mondo, i geologi, i giornalisti delle reti
televisive… si fa prima a elencare chi non fa parte del complotto.

“Le scie di condensazione sono un fenomeno raro, rarissimo” che non
supera il 3%, dice sempre Marcianò.

Poi fa sentire una registrazione interminabile di una telefonata all’aeroporto
Fellini in cui una voce alterata digitalmente lamenta sorvoli di aerei e
riceve risposta da una persona imprecisata che parla di aerei scuola o simile.
Chi sia questa persona, con che qualifica e con che competenza risponda, non è
detto. Ma questa, per lui, è una prova schiacciante.

Marcianò sostiene che ci sono alcuni controllori di volo che hanno confermato
le sue tesi, ma non fa nomi.
“Questi controllori di volo confermano tutto, ma non possono parlare”.
Se la prende con Voyager perché per l’80% la trasmissione è stata
gestita dall’ENAV e dai militari.

La Russa, dice Marcianò, “mente sapendo di mentire” (testuale) negando
l’esistenza di un accordo Italia-USA sulle
“sperimentazioni climatiche”. Accuse pesantissime.
“Quando qualcuno ha la coda di paglia, fa sparire i documenti”,
aggiunge.

15:40

Si passa alle conseguenze (asserite) delle scie chimiche. Marcianò parla di
metalli elettroconduttivi trasportati dai polimeri emessi sotto forma di scia
chimica. All’alba le scie sono a est, poi si spostano, perché i polimeri si
orientano elettricamente se sottoposti a luce ultravioletta, e vengono
integrati con nanopolimeri. Tutto questo funge da vettore per
“nanostrutture intelligenti” e la “polvere intelligente”.
“Questa non è fantasia, è realtà”, precisa Marcianò.

Dice che già nel 2003 i militari USA riuscivano a introdurre nanosensori nei
corpi dei nemici per poterne monitorare gli spostamenti in Afghanistan e in
Iraq. Lo stesso sistema, dice, viene usato per controllare la popolazione
civile anche in Occidente “attraverso la dispersione di nanosensori”.
Ma allora lui come fa a essere immune? Se c’è questa fortissima congiura del
silenzio, come mai lui è ancora libero di parlare? Sarà mica in realtà in
combutta con i militari USA per screditare il movimento?

15:50

Arriva, finalmente, il Morbo di Morgellons. Siamo in chiusura, gli
organizzatori gli hanno già detto che il tempo è scaduto, ma Marcianò non
molla. I
“nanosensori sono ovunque, nel cibo, nell’acqua, ognuno di noi ne ha
respirato a iosa”
. Ci sarebbero 2500-3500 casi al giorno di Morgellons solo negli Stati Uniti
(vale a dire circa un milione di casi l’anno: un’epidemia biblica, una
strage, chissà come mai non ce ne siamo ancora accorti). Le nanosonde (o
nanosensori che dir si voglia, tanto ormai siamo alla fiera delle parole in
libertà) replicano RNA e DNA e creano “insetti chimera” che emergono
dalle ferite dei malati.

Come contrastare tutto questo? Eliminare i metalli delle scie chimiche si può
tramite i metodi di un medico giapponese (il cui nome non viene detto), che
usa l’alga spirulina per purgare i metalli dall’organismo, dice Marcianò.
Anche l’Agrobacterium presente negli OGM serve da vettore del Morgellons.
Avete capito? Tutto questo supercomplotto planetario che coinvolge i militari
di ogni paese (tranne la Bolivia, ha precisato Marcianò a inizio conferenza) e
va avanti da più di un decennio con centinaia di voli giornalieri e milioni di
tonnellate di robaccia spruzzata si può fregare con la spirulina che si compra
in farmacia. Geniale.

15:55

Fine conferenza. Applauso del pubblico.

Applausi. Credit: AT.

Il convegno va avanti, dopo una pausa, con massoneria e signoraggio, argomenti
che riempiono maggiormente la sala ma che non c’è tempo di affrontare ora.
L’indigestione di antiscienza è stata già pesante così. Io e gli amici ci
fermiamo per la durata della pausa a discutere con i presenti. Alcuni sono
aperti e hanno dubbi legittimi che derivano dalla non conoscenza
dell’aeronautica e della meteorologia. Altri sono convinti di sapere tutto e
non gradiscono affrontare la realtà tecnica dei fatti.

Discussione post-relazione. Credit:
AT.

C’è un mio faccia a faccia animato con Marcianò, di cui potete vedere qualche
eloquente spezzone più sotto. Gli viene consegnato il
Perlone
di Perle Complottiste e
chiesta una foto con il cappellino della CIA.

Il certificato del Perlone. Credit:
AT.
Rosario Marcianò. Credit: AT.

18:50

Sono rientrato adesso al Maniero Digitale dopo un’altra allegra chiacchierata
con gli amici che erano al raduno. Aggiungerò dettagli man mano che rivedo le
riprese, ma volevo chiudere per ora con una riflessione generale sul convegno:
che vita interiore grama devono avere quelli che credono a queste immaginarie
catastrofi annunciate. Sapere (o credere di sapere) che c’è un piano segreto
con migliaia di cospiratori che avvelenano la popolazione al ritmo di 2500
persone al giorno, e che non c’è nulla da fare perché i cospiratori sono
decine di migliaia, sono ovunque e sono potentissimi, dev’essere deprimente
fino alla disperazione.

Forse è per questo che sono volati insulti nei confronti miei e di altri che
osavano proporre dati che smentivano le tesi sciachimiste. Non ci odiano per
quello che diciamo. Ci invidiano perché siamo allegri e abbiamo una vita,
mentre loro hanno soltanto menagrame profezie di morte. Che tristezza.

Post Eventum

Un utente del forum di sciechimiche.org ha pubblicato un
resoconto
che (per chi ne dubitasse) conferma le mie descrizioni dell’affluenza di
pubblico, degli strafalcioni di Marcianò, e di altri episodi del convegno.

Ecco due video della pacifica incursione silenziosa con i cappellini CIA,
seguita dalle parole di Marcianò nei miei confronti, che tolgono ogni speranza
a coloro che, in buona fede, pensavano di poter organizzare un dibattito.
Grazie a ilpeyote per lo splendido
video realizzato a tempo di record. Il
video è stato rimosso a causa di lamentele infondate dei soliti noti, che
molto democraticamente cercano di tappare la bocca a chiunque sveli le loro
bugie, inventandosi inesistenti violazioni di copyright e/o della privacy
(come documentato più dettagliatamente
qui). Fatica censoria inutile, data la facilità con cui si possono ricaricare i
video. Eccolo qua:

Ed ecco un paio di foto del faccia a faccia fra me e Marcianò a fine
conferenza, quando gli ho mostrato la schermata del sito della ZDF che
documenta che Tiersch non è affatto stato silurato come ha detto lui:

Credit: m.agno*****.
Credit: AT.

Guardate questo video della discussione, in cui manda via in malo modo una
persona che ha osato chiedergli conto dei video in cui dice di mostrare aerei
che fanno scie sotto le nuvole quando in realtà si vede bene che stanno sopra.
Ecco all’opera la cordialità e la tolleranza degli sciachimisti:

Poi Marcianò si rivolge a me, dicendo che gli unici interlocutori che accetta
sono il “colonnello Costante De Simone” e il
“maggiore Guido Guidi”. Non è dato sapere perché.

2009/04/23 – Altre chicche dal convegno di Milano

Ho messo all’asta su eBay
il cappellino indossato da Marcianò: il ricavato andrà interamente in
beneficenza per AMREF e RAWA. Il relatore Paolo Franceschetti scherzosamente
teorizza una verità inconfessabile: gli sciachimisti sono in combutta con la CIA e con me per fare depistaggio
e farsi pubblicità.

Ecco la
consegna del Perlone
a Marcianò e l’immortale esclamazione di Franceschetti al destinatario
dell’ambito riconoscimento: “Basta dire ca**ate!”:

Disinformatico radio del 29/4/2011

È disponibile temporaneamente per lo scaricamento
qui
il podcast della puntata di ieri del Disinformatico. Questi sono i temi
e i rispettivi link agli articoli di supporto alla trasmissione: il
matrimonio reale britannico di William e Kate e i relativi problemi
online

(a rischio sicurezza e identità degli utenti), la
risposta di Apple all’accusa di tracciamento
degli utenti di iPhone e iPad, le nuove
accuse di tracciamento degli utenti rivolte a TomTom, la
bufala della chiusura dell’ultima fabbrica di macchine per scrivere
e la bufala di
Neil Armstrong presunto seguace di Sai Baba.

Questi articoli erano stati pubblicati inizialmente sul sito della Rete Tre
della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non sono più disponibili.
Vengono ripubblicati qui per mantenerli a disposizione per la
consultazione.

Macchine per scrivere, adieu? Genesi di una bufala

“Ha chiuso i battenti in India l’ultima fabbrica al mondo che produceva
macchine da scrivere”
. Così
ha scritto l’agenzia ANSA
(ribadendolo
qui), alimentando un coro di necrologi (Corriere della Sera, Tribune de Genève,
Swissinfo.ch) in
tutto il mondo
per la scomparsa di questo strumento di produttività ormai soppiantato dal
computer. La ditta indiana Godrej & Boyce Manufacturing Company avrebbe
infatti cessato la produzione e sarebbe stata l’ultima del suo genere del
nostro pianeta.

Ma è una bufala: la fonte citata dall’ANSA per la notizia è il
Daily Mail
britannico, che a sua volta probabilmente l’ha presa dal
Business Standard
indiano. La notizia originale afferma che la Godrej & Boyce è
“l’ultimo fabbricante di macchine per scrivere al mondo”, ma non
corrisponde alla realtà. Infatti esistono tuttora aziende come per esempio
l’americana Swintec, che fabbrica
macchine per scrivere meccaniche trasparenti
per i carcerati: impossibile usarle per contrabbandare.

Inoltre le ticchettanti macchinette sono ancora in vendita presso negozi
online come
Staples
e Amazon, con
marchi come
Brother, IBM e Olivetti (anche meccaniche). Forse la ditta indiana intendeva dire di
essere l’ultima a fabbricare macchine per scrivere meccaniche per ufficio, ben
diverse da quelle elettriche o meccaniche portatili offerte dalle altre
marche. Ma sta di fatto che le notizie della scomparsa della macchina per
scrivere, come si suol dire, sono ampiamente esagerate.

Fonti aggiuntive:
Washington Post
,
Wall Street Journal
.

Neil Armstrong seguace di Sai Baba?

Numerose testate giornalistiche, in occasione della recente morte del santone
indiano Sai Baba, hanno aggiunto un dettaglio intrigante: Neil Armstrong,
l’astronauta che insieme a Buzz Aldrin mosse i primi passi dell’umanità sulla
Luna, sarebbe stato fra gli adepti di Sai Baba. Per esempio,
La Stampa ha pubblicato un
articolo
intitolato “I Beatles, Craxi, e Neil Armstrong stregati dal guru” e
l’asserzione è stata ripresa anche in un altro
articolo
dello stesso giornale e dal
TGCom:
“E perfino il primo uomo sulla luna, l’astronauta Neil Armstrong, non e’
sfuggito al fascino del guru indiano”
. Anche la RSI ne ha parlato nella
puntata di Modem del 27 aprile scorso.

Neil Armstrong ha smentito la notizia il 28 aprile.

Dopo Apple, anche Tom Tom "spiona"? Non proprio

È esplosa la psicosi del tracciamento e della violazione della privacy da
parte dei dispositivi elettronici che ci accompagnano e assistono nelle nostre
attività quotidiane: dopo Apple, stavolta è il turno di TomTom, i cui
navigatori sono stati accusati di trasmettere indirettamente alle forze di
polizia i dati sulla velocità di guida degli utenti.

Secondo
DutchNews.nl, infatti, la TomTom si è trovata a sua insaputa a vendere questi dati alle
forze di polizia olandesi tramite un intermediario, e la polizia locale ha
utilizzato questi dati per scegliere la collocazione più strategica dei
“radar” o rilevatori automatici di infrazioni dei limiti di velocità.

La notizia ha causato un certo panico fra i guidatori dal piede pesante e una
certa ilarità fra chi ha osservato che TomTom aiuta la polizia a scegliere
dove mettere i “radar” ma al tempo stesso in molti paesi include nei propri
navigatori una
funzione
che allerta l’utente quando si avvicina a uno di questi rilevatori.

Ma i termini della faccenda sono stati chiariti prontamente dall’azienda in un
comunicato e in un
video
(in inglese) dell’amministratore delegato: i dati vengono venduti con il
consenso dell’utente, come da licenza d’uso, e vengono anonimizzati, per cui
non possono essere utilizzati in alcun modo per multare i conducenti ma
soltanto per sapere che in una determinata zona sono avvenute violazioni dei
limiti di velocità, e l’invio di dati (differito o immediato, se si usa un
navigatore con funzione Live) può essere disattivato.

Apple risponde alle accuse di tracciamento degli utenti

Apple ha finalmente pubblicato una
dichiarazione
in merito alla scoperta di un file, presente sugli iPhone e sugli iPad 3G, che
sembra memorizzare gli spostamenti dell’utente: non si tratta, a detta di
Apple, di un tracciamento dell’utente, ma di un archivio temporaneo che questi
dispositivi scaricano da Apple e che contiene una mappa continuamente
aggiornata delle posizioni delle antenne cellulari e Wifi situate nelle
vicinanze dell’utente. Questo consente al telefonino o all’iPad di sapere dove
si trova molto più rapidamente rispetto al sistema tradizionale basato sul
GPS.

Tuttavia, ha precisato Apple, c’è un difetto nel sistema di gestione di questo
file, per cui sul dispositivo i dati restano memorizzati troppo a lungo;
questo problema verrà risolto con un aggiornamento del software, che smetterà
inoltre di salvarne una copia sul computer dell’utente. Anche dopo la
correzione, comunque, sul telefonino resterà un archivio parziale, che
permetterà indirettamente di determinare gli spostamenti dell’utente nel corso
dell’ultima settimana e sarà protetto tramite cifratura a partire dal prossimo
aggiornamento importante di iOS. Sarà inoltre possibile eliminare del tutto
questa memorizzazione disattivando le funzioni di geolocalizzazione del
telefonino o tablet. Ironicamente, per i clienti Apple, spesso attratti dalla
semplicità d’uso dei prodotti dell’azienda, si prospetta la necessità di
mettersi a studiare approfonditamente il manuale dell’iPhone e dell’iPad.

Non tutti sono convinti dalle spiegazioni di Apple: per esempio non lo è Ross
Anderson, professore di ingegneria della sicurezza all’Università di
Cambridge, che le ha definite "non plausibili" (BBC). Le autorità governative in Italia, Germania, Francia e Corea del Sud
stanno inoltre indagando per determinare se siano state violate le norme
locali sulla privacy; inoltre alcuni utenti statunitensi hanno avviato una
causa legale (Bloomberg).

Facebook: se non siete reali, non siete… reali

Il matrimonio di un VIP nell’era di Internet comporta tutta una serie di nuovi
problemi digitali, non solo per gli sposi ma anche per gli utenti.

Per esempio, avete la sfortuna di chiamarvi Kate Middleton e volete avere un
profilo su Facebook? Niente da fare: gli amministratori del social network in
blu cancellano sistematicamente i profili degli omonimi della sposa reale,
accusandoli di essere falsi. È successo per esempio a Kate Middleton di
Boston: Facebook le ha sospeso il profilo a gennaio e l’ha
"staggata" in tutte le foto, e c’è voluta una settimana per
convincere Facebook a ripristinare tutto, nonostante le foto mostrassero che
non c’era alcuna somiglianza o impostura. La stessa cosa è succesa a una donna
australiana e a due donne inglesi, che hanno dovuto dimostrare la propria
identità per farsi ripristinare il profilo Facebook.

La ricerca a casaccio di informazioni sul matrimonio di William e Kate può
causare anche problemi di sicurezza informatica. F-Secure
segnala
infatti che digitando in Google le parole chiave riguardanti l’evento, per
esempio per trovare immagini, è facile imbattersi in immagini che portano a
siti che sono stati infettati e quindi visualizzano dei messaggi di un falso
antivirus, che spaventano l’utente facendogli credere di essere infetto e
convincendolo a scaricare un programma che promette di risolvere il problema
ma in realtà è un virus o un programma inutile che però si paga. Conviene
restare nei siti delle testate giornalistiche, o in quelli ufficiali (www.officialroyalwedding2011.org,
TheBritishMonarchy
su Facebook e
ClarenceHouse
su Twitter) invece di cercare scoop nei bassifondi della Rete.

Se invece siete fra gli invitati al matrimonio reale e siete preoccupati per
le notizie di dispositivi che bloccano i cellulari nella zona dell’evento per
evitare Tweetate indiscrete o suonerie nei momenti più solenni, niente paura:
Scotland Yard e la Metropolitan Police londinese hanno smentito.

Fonti:
Associated Press
,
Allfacebook
,
Yahoo
,
CBS News
.

Antibufala: il terribile Sistema di Identificazione della Microsoft

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente sul sito della Rete Tre
della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non è più disponibile.
Viene ripubblicato qui per mantenerlo a disposizione per la
consultazione.

ATTENZIONE:
Sistema di Identificazione della Microsoft (notizia dal “New York
Times”)
Per chi ha programmi Microsoft senza regolare licenza e usa Internet.
La Microsoft sa chi sei. Il sistema Microsoft scopre chi sei… Il
programma è ben nascosto all’interno dei Tools Microsoft, ma il trucco e
stato svelato da un ex dipendente. Segui le istruzioni e rimarrai
sbalordito dal risultato!

 1) Dal Menu di Avvio: Programmi/Accessori/Calcolatrice
 2) Sulla Calcolatrice clicca Visualizza/Scientifica
 3) Digita: 12237792
 4) Ora clicca sull’opzione Hex (esadecimale), in alto a sinistra, e
scopri la tua identificazione!

AVVISA I TUOI AMICI…

Non è una bufala: è una burla. Le istruzioni vi chiedono semplicemente di
aprire la Calcolatrice di Windows e di digitare un numero, convertendolo al
formato esadecimale. Convertendolo, nella schermata della Calcolatrice compare
una parola che spiega la burla e che non vi rivelo per non rovinarvi la
sorpresa.

Di conseguenza, a Microsoft non viene inviata alcuna informazione, e
ovviamente il giochino funziona sia che abbiate software Microsoft pirata, sia
che abbiate le licenze in regola. Anzi, funziona anche con qualsiasi altro
sistema operativo e programma che disponga di una funzione di conversione al
formato esadecimale. Funziona persino a mano, se siete fra gli eletti capaci
di fare queste conversioni con carta, penna e materia grigia.

Purtroppo molti utenti hanno una notevole paranoia nei confronti di supposte
funzioni “spia” nascoste dentro i prodotti Microsoft (e visti i
precedenti, come dar loro torto), per cui c’è chi prende questo appello sul
serio e lo diffonde a tutti senza prendersi la briga di eseguire le sue
istruzioni, che rivelerebbero la burla.
Ripeto: è uno scherzo innocuo. Trattatelo come tale.

Virus-bufala: “eirti” e “irti” su Hotmail.it, F6 per il nome di chi ti ama

È facile confondersi fra allarmi virali autentici e allarmi fasulli. Un
allarme vero avrà sempre dei link a fonti che ne consentano la verifica,
certo: ma a volte l’emozione prende il sopravvento sulla ragione e non ci si
pensa.

Per questo motivo stanno imperversando in questi giorni vari appelli-bufala
contro virus inesistenti. Due avvisano di non accettare i contatti
irti@hotmail.it ed
eirti@hotmail.it, perché sono virus
che formattano tutto il computer. Uno di questi appelli cerca di ammantarsi di
autorevolezza dicendo che l’allarme è stato segnalato
“dal Centro Ricerche di Trento”, ma
rimane una bufala, per le ragioni spiegate in questo mio
articolo
sui temibili Bufalovirus mittensis.

Un altro appello che sta circolando fa leva sul cuore anziché sulla fifa
informatica:

“Dopo aver inviato il messaggio, premi F6 e vedrai quello che apparirà nel
quadro… incredibile, ma reale… fa impressione ma è reale… buona
fortuna. Manda a 15 persone nei prossimi 143 minuti, poi premi F6 e il nome
di chi ti ama apparità in lettere maiuscole, fa tanta impressione perché
è… reale.”

Il primo sintomo di bufalite è l’insistenza sul concetto di “reale”, ripetuto
ben tre volte: tipicamente, più un appello ribadisce la propria autenticità
(senza fornire fonti), più è probabile che sia una bufala che tenta di
sembrare autorevole. C’è poi il dettaglio non trascurabile di come un computer
possa venire a sapere il nome di chi vi ama, ma questo non impedisce a molta
gente di diffondere questa storia, incoraggiata anche dal fatto che di solito
la riceve da qualcuno che conosce e di cui quindi si fida (senza rendersi
conto che in realtà anche il conoscente si è fidato a sua volta di un
suo conoscente, e così via, in una
catena senza fine di fiducie mal riposte).

L’effetto più probabile che otterrete se inviate davvero questo appello a
quindici persone è una risposta da parte di chi ora vi ama un po’ di meno e vi
vuole dire di piantarla di rompergli l’anima con queste scemenze.

Antibufala lunare: “Buona fortuna, signor Gorski”

Antibufala lunare: “Buona fortuna, signor Gorski”

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili
donazioni
di “qoedishakedo****” e “mauro”.

Resto in tema di bufale e antibufale spaziali con una storia che riguarda il
primo sbarco sulla Luna. Neil Armstrong, che insieme a Buzz Aldrin allunò a
luglio del 1969, pronunciò a un certo punto della storica diretta un
misterioso “Good luck, Mr Gorski”.
Buona fortuna, signor Gorski.

Tutti si chiesero chi fosse questo signor Gorski: non c’era nessun cosmonauta
sovietico con quel nome. Fu Armstrong, dopo lunga reticenza, a spiegare la
frase, raccontando che da ragazzino udì per caso una conversazione intima dei
vicini, la famiglia Gorski. Ora che entrambi i Gorski erano passati a miglior
vita, l’astronauta sentiva di poterne parlare senza ferire nessuno.

Il giovanissimo Armstrong aveva involontariamente sentito il signor Gorski
chiedere alla moglie una prestazione per lei inconsueta. La signora aveva
risposto indignata
“Te lo faccio il giorno che il ragazzino dei vicini va sulla luna!”
Sbarcato finalmente sul suolo lunare, Armstrong si era ricordato di quella
promessa di tanto tempo prima, augurando al signor Gorski che la consorte la
mantenesse.

La storia è carina, ma è una bufala:
Neil Armstrong (lo vedete in una delle pochissime foto della missione che lo
ritraggono) non disse mai nulla del genere durante la missione, e riferisce di
aver sentito l’aneddoto per la prima volta da un comico americano nel 1995,
come
descritto
dall’impagabile sito antibufala Snopes.com.

Antibufala mini: “Acquista un Suv elettrico da 80.000 euro e scopre che per ricaricarlo in garage servono più di 4 giorni” (bufala)

Antibufala mini: “Acquista un Suv elettrico da 80.000 euro e scopre che per ricaricarlo in garage servono più di 4 giorni” (bufala)

Ultimo aggiornamento: 2022/10/04 17:20.

Mi sono arrivate parecchie segnalazioni a proposito di un articolo pubblicato
da Il Gazzettino, Leggo e Il Messaggero e firmato da
Angela Casano (copia permanente;
copia permanente;
copia permanente). L’articolo titola
“Acquista un Suv elettrico da 80.000 euro e scopre che per ricaricarlo in
garage servono più di 4 giorni”,

ma è falso e ingannevole: non è affatto vero che normalmente serve così tanto
tempo e non viene precisato che l’auto ha una batteria grande il triplo di
quelle normali.

La giornalista non ha incluso nel suo articolo il link al video che descrive
(un’omissione frequentissima nel giornalismo online), rendendo impossibile al
lettore qualunque approfondimento, ma grazie a
@Ruggio81, che ha trovato il
video in questione,
si può capire come stanno realmente le cose.

Il video citato e descritto da Angela Casano non mostra alcuna scoperta
improvvisa da parte di un utente particolarmente sprovveduto (come suggerisce
il titolo) ma presenta semplicemente un esperimento consapevole,
pubblicato oltretutto su un canale YouTube dedicato alle auto elettriche e
quindi competente in materia.

L’esperimento è stato fatto per dare risposta a una semplice curiosità: quella
di vedere quanto ci vorrebbe a caricare un
veicolo elefantiaco
(oltre 4 tonnellate), che ha una batteria enorme (da ben
212 kWh, il triplo di un’auto elettrica normale), se si volesse usare una comune
presa domestica statunitense (a 110 V) e un caricatore mobile invece di una
presa domestica apposita o di una wallbox. Tutto qui.

È grave e fuorviante che l’articolo di Angela Casano non dica che
l’auto in questione ha una batteria tre volte più grande di quelle normali,
triplicando quindi i tempi di carica
. Questo rischia di far pensare al lettore che persino
“uno dei Suv con più alte prestazioni sul mercato” richieda tempi
biblici per la ricarica quando non è affatto così. Infatti anche nelle
condizioni atipiche usate per l’esperimento, un’auto elettrica
normale (con una batteria da 60-70 kWh) si caricherebbe in un giorno.

È inoltre falso scrivere che
“per ricaricarlo in garage servono più di 4 giorni”, perché collegando
questo veicolo a una normale presa di ricarica per auto elettriche serve un
giorno solo, non quattro.
Questo viene detto e mostrato esplicitamente nella seconda parte del video
stesso.

Questa è la trascrizione di quello che viene detto nel video:

“The new GMC Hummer EV truck is the quickest charging vehicle on the market
right now. But what if you’re not at a fast charger and just at home? How
fast does it charge? Just plugged it at my house, 120 volts, using the
Hummer cable. Level 1 charging, 120 volts, using the Hummer cable. Right now
it’s about 6 pm on Tuesday and it says it will be full by Saturday at 10:55,
which is four plus days of charging. Wow. I have a Juice Box Level 2
charger, 240 volts at my garage. Plug in Level 2 charger. Now it says it
will be done tomorrow by 6:30, so about 24 hours of charging from 4% to
100%. It’s a 212 kWh battery. Still takes a while.”
 

Nessuna dichiarazione di disappunto o scoperta.

In traduzione:

“Il nuovo autocarro Hummer EV della GMC è il veicolo che ha la carica più rapida fra quelli oggi sul mercato. Ma che succede se non sei a una colonnina di ricarica rapida e sei semplicemente a casa? A che velocità si carica? L’ho appena collegato a casa mia, a 120 volt, usando il cavo dell’Hummer. Carica di Livello 1, 120 volt, usando il cavo dell’Hummer. Ora sono circa le 18 di martedì e dice che sarà completamente carica entro sabato alle 10:che sono oltre quattro giorni di carica. Wow. Ho un caricatore di Livello 2 Juice Box da 240 volt nel mio garage. Collego il caricatore di Livello 2. Ora dice che avrà finito domani entro le 18:30, quindi circa 24 ore di carica dal 4% al
100%. È una batteria da 212 kWh. Ci mette comunque un po’.”

Inoltre alle colonnine rapide pubbliche da 350 kW un Hummer elettrico
aggiunge
100 miglia (160 km) di autonomia in 10 minuti, secondo il costruttore. Se si
ha fretta di caricare, si va a una di queste stazioni di ricarica.

Resta il fatto che usare su strada un veicolo energivoro del genere è la
totale antitesi dell’efficienza e dell’attenzione per l’ambiente che invece
una normale auto elettrica consente.

 

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