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Il Messaggero pubblica un tweet di un finto Zuckerberg spacciandolo per vero

Il Messaggero pubblica un tweet di un finto Zuckerberg spacciandolo per vero

Questo articolo è disponibile anche in
versione podcast audio.

Il Messaggero ha pubblicato oggi (2 novembre 2022) a firma di Francesca
Pierantozzi una “polemica a colpi di tweet” fra Stephen King, Elon Musk
e Mark Zuckerberg a proposito dell’ipotesi di far pagare un canone mensile per
il bollino blu di autenticazione su Twitter.

Il siparietto è surreale e divertente: secondo la traduzione del
Messaggero, il celeberrimo autore horror Stephen King avrebbe scritto
“Venti dollari al mese per le mie spunte blu? Che si fott… Mi dovrebbero
pagare. Se fanno una cosa simile, vado via come Enron”
.

Enron, per chi non se lo ricordasse, non è un personaggio del
Signore degli Anelli ma era una multinazionale statunitense del settore
energetico, fallita clamorosamente e di colpo nel 2001 in seguito a un enorme
scandalo contabile (Britannica; Wikipedia).

Elon Musk avrebbe risposto così a Stephen King:
“Dobbiamo in qualche modo pagare le bollette! Twitter non può fare
interamente affidamento sulla pubblicità. Che ne dici di 8 dollari?”
.

Sempre secondo l’infografica del giornale, il battibecco sarebbe proseguito
con l’intervento di Mark Zuckerberg, che avrebbe messo a segno una battuta
tagliente: “Ciao Elon, Facebook è gratuito”.

Ma solo i primi due tweet sono autentici. Quello di King è
qui
(“$20 a month to keep my blue check? Fuck that, they should pay me. If that
gets instituted, I’m gone like Enron.”
) e quello di Musk è
qui (“We need to pay the bills somehow! Twitter cannot rely entirely on
advertisers. How about $8?”
).

Il
terzo, invece, è stato scritto da un account di un utente comune, privo di
bollino, che il giornale ha disinvoltamente pubblicato spacciandolo per una
vera risposta del CEO di Meta.

L’utente comune scambiato per Zuckerberg è
@di_reddito, che ha semplicemente impostato il proprio account in modo che il suo
nickname, ossia il nome in grassetto, sia Mark Zuckerberg e ha
usato una foto di Zuckerberg come immagine del proprio profilo, ma ha il vero
nome account, cioè @di_reddito, ben visibile e non ha appunto il
bollino blu di autenticazione.

Inoltre nella bio dell’utente è scritto chiaramente che si tratta di un
account parodia:
“Non sono Mark Zuckerberg. Sono il Ceo-Gestore del @posillipostore e
Sindaco del @Comune_Fanculo.”

Ma tutti questi avvisi sono stati ignorati: come capita spesso, chi fa
giornalismo si è fatto sedurre dalla fretta e dalla notizia ghiotta, non ha
controllato e ha mandato in stampa.

La pagina del Messaggero (fonte:
@di_reddito):

Ironicamente, lo scivolone avviene proprio in un articolo nel quale si parla
del bollino blu di autenticazione. L’errore del giornale non è il primo del
suo genere, ed è probabilmente la migliore dimostrazione della tesi che
l’autenticazione che Elon Musk vorrebbe far pagare ai propri utenti viene
ignorata molto facilmente, specialmente quando si vuole credere che un tweet
sia autentico, e quindi forse quel bollino vale meno di quello che molti
pensano.

Fonte aggiuntiva:
Giornalettismo.

Il Messaggero e il TG3 fanno fake news: il falso video degli ucraini che cantano per l’attacco al ponte in Crimea

Il Messaggero e il TG3 fanno fake news: il falso video degli ucraini che cantano per l’attacco al ponte in Crimea

Ultimo aggiornamento: 2022/10/09 20:20.

Il Messaggero e il TG3 della Rai (che, ricordo per i distratti, sono
servizi informativi gestiti da giornalisti, ossia da gente il cui lavoro
sarebbe pubblicare notizie e che ha sottoscritto un codice deontologico) hanno
postato su Facebook
e rispettivamente mandato in onda (nel
TG3 delle 19 dell’8 ottobre 2022, dal minuto 2:30) il video di cui vedete qui sopra uno screenshot. Il
Messaggero ha scritto che mostra “La festa degli ucraini per l’esplosione del ponte tra Russia e Crimea”
e il TG3 lo ha descritto in modo analogo.

Screenshot dal servizio del TG3. La voce fuori campo della Rai dice “qualcuno esulta”.

A quanto pare nessuno nelle due redazioni ha notato che questi “ucraini” hanno
un
fantastico accento British.

Infatti la “notizia” è falsa e Il Messaggero e il TG3 l’hanno
pubblicata senza alcuna verifica. Prendendola di peso,
dice
il Messaggero, nientemeno che dall’account Twitter
SaintJavelin. Non da un’agenzia di stampa o un’altra fonte giornalistica autorevole.

Scrive infatti la redazione del Messaggero (evidenziazione mia): “Era un tormentone dance degli anni Novanta: Free from desire, la cantava
Gala Rizzatto, meglio conosciuta come Gala. Ora è diventato un ritornello ad
uso e consumo delle tifoserie calcistiche che improvvisano strofe per
supportare le proprie squadre. E
l’hanno utilizzata anche in Ucraina per festeggiare l’esplosione del ponte
che collega Russia e Crimea.

Nel video si vedono gruppi di persone festeggiare. Il ritornello è: “Kerch
Bridge on fire! Your defence is terrified, na na na na na na” (“Ponte di
Kerch in fiamme! La vostra difesa è terrorizzata, na na na na na na na”).
(Fonte: account Twitter SaintJavelin)”.

Ma meno male che i giornali e i telegiornali ci dovrebbero
salvare dalle fake news che son colpa di Internet, vero?

Nessuno in queste redazioni si chiede come mai tutti questi ucraini abbiano
già pronta in tre secondi una canzone per celebrare l’attacco al ponte
in Crimea e l’abbiano pronta in inglese. Eh no, la “notizia” è troppo
ghiotta. Perché pensare?

Eppure bastano tre secondi di neuroni accesi per andare su Google e digitare
“your defense is terrified”. Si ottiene questo:

Sono dei tifosi di calcio che cantano “Will Grigg’s on fire” (testo integrale). “On fire” in questo contesto significa
“sta giocando da dio” o simile. Questo è il video originale:

Ora io vorrei sapere dalla redazione del Messaggero e da quella del
TG3:

  1. È questo il modo in cui preparate le notizie che pubblicate? Prendete il
    primo video che trovate su YouTube o su Twitter, postato da chissà chi, e lo
    spacciate per “notizia” senza alcun controllo? 
  2. Rettificherete e chiederete scusa ai lettori per la fake news che
    avete pubblicato? 
  3. La persona che ha pubblicato questa porcheria verrà allontanata, licenziata
    o almeno resa incapace di nuocere ulteriormente, oppure
    “chissene tienefamiglia e tanto i clic pubblicitari li abbiamo
    incassati”
    ?
  4. Come è possibile che il vostro metodo redazionale lasci uscire una
    scempiaggine simile? Non è il caso di ripensarlo e farsi un esame di
    coscienza?
  5. Vi rendete conto che pubblicare questa spazzatura devasta la credibilità del
    vostro giornale/telegiornale e della nostra professione?

A me dispiace per tutti i giornalisti bravi, onesti, scrupolosi che vengono
umiliati da dimostrazioni di inettitudine come questa. Ma se poi la gente non
si fida dei giornali e non li compra, la colpa è solo vostra, care redazioni
del Messaggero e del TG3. Perché parliamoci chiaro: se
“giornalismo” per voi è
“prendi un video da un anonimo su Internet e sbattilo sul sito come
notizia”
, allora è meglio che questo ‘giornalismo’ muoia, e in fretta. Perché sta
facendo danni irreparabili.

E prima che arrivi il solito tizio a dire
“Eh ma dai Paolo è solo un video di tifosi che è stato frainteso, che sarà
mai, te la prendi troppo”
, vorrei ricordare che lo stesso ‘metodo’ è stato usato anche per notizie ben
più serie e da tante redazioni. Questo blog ne raccoglie una vasta collezione
di esempi.

L’unico aspetto positivo di questa vicenda è che costituisce un caso da
manuale di
pareidolia acustica: nel video dicono “Will Grigg”, ma i
sottotitoli dicono “Kerch Bridge” e quindi chi guarda il video ‘sente’
quello che dicono i sottotitoli.

Complimenti, quindi, a chi ha avuto l’idea di creare il video. Agli inetti che
l’hanno pubblicato, invece, solo commiserazione. Ringrazio
@Stfn_Mrtz
per la
segnalazione

23:55. Il video e la “notizia” sono stati
rimossi
dalla pagina Facebook del Messaggero. Non ho visto rettifiche o
scuse. 

2022/10/09 11:20.
@perugini
mi segnala che la stessa fake news è stata trasmessa dal
TG3 Rai delle 19 di ieri
(8 ottobre) dal minuto 2:30.

2022/10/09 15:35. Ho aggiornato questo articolo per tenere conto della
pubblicazione della fake news da parte del TG3.

Antibufala mini: “Acquista un Suv elettrico da 80.000 euro e scopre che per ricaricarlo in garage servono più di 4 giorni” (bufala)

Antibufala mini: “Acquista un Suv elettrico da 80.000 euro e scopre che per ricaricarlo in garage servono più di 4 giorni” (bufala)

Ultimo aggiornamento: 2022/10/04 17:20.

Mi sono arrivate parecchie segnalazioni a proposito di un articolo pubblicato
da Il Gazzettino, Leggo e Il Messaggero e firmato da
Angela Casano (copia permanente;
copia permanente;
copia permanente). L’articolo titola
“Acquista un Suv elettrico da 80.000 euro e scopre che per ricaricarlo in
garage servono più di 4 giorni”,

ma è falso e ingannevole: non è affatto vero che normalmente serve così tanto
tempo e non viene precisato che l’auto ha una batteria grande il triplo di
quelle normali.

La giornalista non ha incluso nel suo articolo il link al video che descrive
(un’omissione frequentissima nel giornalismo online), rendendo impossibile al
lettore qualunque approfondimento, ma grazie a
@Ruggio81, che ha trovato il
video in questione,
si può capire come stanno realmente le cose.

Il video citato e descritto da Angela Casano non mostra alcuna scoperta
improvvisa da parte di un utente particolarmente sprovveduto (come suggerisce
il titolo) ma presenta semplicemente un esperimento consapevole,
pubblicato oltretutto su un canale YouTube dedicato alle auto elettriche e
quindi competente in materia.

L’esperimento è stato fatto per dare risposta a una semplice curiosità: quella
di vedere quanto ci vorrebbe a caricare un
veicolo elefantiaco
(oltre 4 tonnellate), che ha una batteria enorme (da ben
212 kWh, il triplo di un’auto elettrica normale), se si volesse usare una comune
presa domestica statunitense (a 110 V) e un caricatore mobile invece di una
presa domestica apposita o di una wallbox. Tutto qui.

È grave e fuorviante che l’articolo di Angela Casano non dica che
l’auto in questione ha una batteria tre volte più grande di quelle normali,
triplicando quindi i tempi di carica
. Questo rischia di far pensare al lettore che persino
“uno dei Suv con più alte prestazioni sul mercato” richieda tempi
biblici per la ricarica quando non è affatto così. Infatti anche nelle
condizioni atipiche usate per l’esperimento, un’auto elettrica
normale (con una batteria da 60-70 kWh) si caricherebbe in un giorno.

È inoltre falso scrivere che
“per ricaricarlo in garage servono più di 4 giorni”, perché collegando
questo veicolo a una normale presa di ricarica per auto elettriche serve un
giorno solo, non quattro.
Questo viene detto e mostrato esplicitamente nella seconda parte del video
stesso.

Questa è la trascrizione di quello che viene detto nel video:

“The new GMC Hummer EV truck is the quickest charging vehicle on the market
right now. But what if you’re not at a fast charger and just at home? How
fast does it charge? Just plugged it at my house, 120 volts, using the
Hummer cable. Level 1 charging, 120 volts, using the Hummer cable. Right now
it’s about 6 pm on Tuesday and it says it will be full by Saturday at 10:55,
which is four plus days of charging. Wow. I have a Juice Box Level 2
charger, 240 volts at my garage. Plug in Level 2 charger. Now it says it
will be done tomorrow by 6:30, so about 24 hours of charging from 4% to
100%. It’s a 212 kWh battery. Still takes a while.”
 

Nessuna dichiarazione di disappunto o scoperta.

In traduzione:

“Il nuovo autocarro Hummer EV della GMC è il veicolo che ha la carica più rapida fra quelli oggi sul mercato. Ma che succede se non sei a una colonnina di ricarica rapida e sei semplicemente a casa? A che velocità si carica? L’ho appena collegato a casa mia, a 120 volt, usando il cavo dell’Hummer. Carica di Livello 1, 120 volt, usando il cavo dell’Hummer. Ora sono circa le 18 di martedì e dice che sarà completamente carica entro sabato alle 10:che sono oltre quattro giorni di carica. Wow. Ho un caricatore di Livello 2 Juice Box da 240 volt nel mio garage. Collego il caricatore di Livello 2. Ora dice che avrà finito domani entro le 18:30, quindi circa 24 ore di carica dal 4% al
100%. È una batteria da 212 kWh. Ci mette comunque un po’.”

Inoltre alle colonnine rapide pubbliche da 350 kW un Hummer elettrico
aggiunge
100 miglia (160 km) di autonomia in 10 minuti, secondo il costruttore. Se si
ha fretta di caricare, si va a una di queste stazioni di ricarica.

Resta il fatto che usare su strada un veicolo energivoro del genere è la
totale antitesi dell’efficienza e dell’attenzione per l’ambiente che invece
una normale auto elettrica consente.

 

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Vent’anni di Bonsaikitten, fake news ante litteram


Questo articolo è disponibile anche in versione podcast audio.

Vent’anni fa, il 18 febbraio 2002, Repubblica pubblicò un ormai storico
articolo firmato da Ferruccio Sansa per denunciare l’orrendo crimine dei
gatti bonsai, con tanto di fotografia a illustrare il dramma.

Il giornale lo ha archiviato
qui
con un testo differente, ma quello che segue è il suo testo originale, come
riportato nella scansione dell’epoca, tratta dai miei archivi, che vedete qui accanto.

Un calvario che dura quattro mesi. Poi la vendita su Internet

Quei mici condannati a crescere in bottiglia

ROMA – Bonsai. Non di un albero, ma di un gatto. Anche questo si trova su Internet: http://www.bonsaikitten.com. Così,
pagando qualche centinaio di dollari, potrete portarvi a casa un gatto in
miniatura. Andando a vedere le immagini e le descrizioni che pubblicizzano
il prodotto, però, c’è da rabbrividire. Una vetrina dell’orrore. Per
bloccarne la crescita, i cuccioli vengono rinchiusi per quattro mesi
dentro un contenitore dove non hanno lo spazio per muovere un muscolo.

«Produrre bonsai è una delle più nobili arti orientali», dicono con
orgoglio i responsabili della Bonsaikitten, una ditta di New York.
Nonostante centinaia di messaggi di protesta e raccolte di firme sulla
rete, vanno avanti per la loro strada, anche perché, assicurano, «i gatti
bonsai vanno forte, soprattutto negli Stati Uniti, in Australia e Nuova
Zelanda». Insomma, sta nascendo una moda. Provare per credere. È tutto
fotografato e documentato su Internet, a cominciare «dalla tecnica per
rimpicciolire l’ animale». Gatti, ma con un piccolo sovrapprezzo sono
disponibili anche altre specie.

«Bisogna cominciare subito, perché dopo una settimana l’ossatura del
gatto diventa rigida», spiega con voce vellutata uno degli autori di
questi “capolavori”. Aggiunge: «Appena nato, il gatto ha ossa flessibili
che possono essere modellate secondo i vostri desideri». Il resto lo
mostrano le fotografie. Agghiaccianti. Il cucciolo viene imbottito di
tranquillanti o anestetizzato, «anche se così gli animali spesso muoiono».
E comincia il calvario: bisogna infilare l’animale in un contenitore di
cristallo e non è facile, c’è da far passare la testa, da piegare le ossa
senza spezzarle. «Ci vogliono perizia e delicatezza per evitare lesioni
allo scheletro che danneggerebbero il risultato finale»
, avvertono quelli della Bonsaikitten.

È un lavoro di ore, ma alla fine eccolo, il micio: un groviglio di zampe
e coda, la spina dorsale piegata fino a spezzarsi, il muso premuto contro
il vetro. È solo l’inizio della tortura. «Con un trapano facciamo un foro
nel vetro, inseriamo un tubo in bocca al gatto e lo nutriamo di cibi
liquidi», spiegano alla Bonsaikitten. Ma non basta: c’ è il problema degli
escrementi. Un altro tubo viene inserito nell’ano. Poi comincia la
crescita. Giorno dopo giorno le ossa del gatto premono per allungarsi, i
muscoli si contraggono. I dolori sono lancinanti. Il cuore batte impazzito
fino quasi a esplodere, ma non c’è spazio, nemmeno per miagolare. Alla
fine, dopo quattro mesi, il bonsai è pronto: un gatto adulto, ma grande
come un batuffolo. «Un prodotto ideale per i bambini» garantiscono alla
Bonsaikitten.

Queste sono le differenze principali fra la copia attualmente archiviata da
Repubblica e quella uscita in stampa:

  • Su carta:
    Così, pagando qualche centinaio di dollari, potrete portarvi a casa un
    gatto in miniatura.
    In digitale:
    Così, pare che pagando qualche centinaio di dollari, potrete
    portarvi a casa un gatto in miniatura.
     
  • Su carta: …una ditta di New York. Nonostante…
    In digitale:
    una ditta di New York.
    Al principio sembrava soltanto una montatura, qualche tempo fa la
    notizia venne addirittura smentita, ma il sito esiste realmente, per
    rintracciare l’azienda basta comporre un numero di telefono, lo
    0012126627544.

    Nonostante…
  • Su carta:
    Nonostante centinaia di messaggi di protesta e raccolte di firme sulla
    rete, vanno avanti per la loro strada, anche perché…
    In digitale: Nonostante centinaia di messaggi di protesta e raccolte di firme sulla
    rete, quelli della Bonsaikitten vanno avanti per la loro strada,
    anche perché…
  • Su carta:
    È tutto fotografato e documentato su Internet, a cominciare «dalla
    tecnica per rimpicciolire l’animale».
    Gatti, ma con un piccolo sovrapprezzo sono disponibili anche altre
    specie.

    «Bisogna cominciare subito…
    In digitale: 
    È tutto fotografato e documentato su Internet, a cominciare «dalla
    tecnica per rimpicciolire l’animale». «Bisogna cominciare subito…
  • Su carta:
    «Ci vogliono perizia e delicatezza per evitare lesioni allo scheletro
    che danneggerebbero il risultato finale», avvertono quelli della Bonsaikitten. È un lavoro di ore…
    In digitale:
    «Ci vogliono perizia e delicatezza per evitare lesioni allo scheletro
    che danneggerebbero il risultato finale». È un lavoro di ore
    … 
  • Su carta:
    Giorno dopo giorno le ossa del gatto premono per allungarsi, i muscoli si
    contraggono.

    I dolori sono lancinanti. Il cuore batte impazzito fino quasi a
    esplodere, ma non c’è spazio, nemmeno per miagolare.
    Alla fine, dopo quattro mesi, il bonsai è pronto: un gatto
    adulto, ma grande come un batuffolo.

    «Un prodotto ideale per i bambini» garantiscono alla Bonsaikitten.
    In digitale:
    Giorno dopo giorno le ossa del gatto premono per allungarsi, i
    muscoli si contraggono. Alla fine, dopo quattro mesi, il bonsai è
    pronto: un gatto adulto, ma grande come un batuffolo.
     

La differenza più interessante fra l’originale cartaceo e la copia archiviata
in digitale è quel “pare che” aggiunto a posteriori, che sembra rendere
tutto più incerto, come se Ferruccio Sansa riferisse una diceria, mentre
l’originale su carta era ben più categorico e certo sull’esistenza del
servizio di produzione e vendita di gattini imbottigliati vivi.

Non vi preoccupate: la notizia era falsa.

Sarebbe interessante capire come mai la copia archiviata non sia fedele
all’originale cartaceo, ma questa è un’altra storia. A distanza di vent’anni
si è un po’ persa la memoria della genesi di una delle burle più classiche di
Internet, per cui la ripropongo qui partendo dalla mia
indagine originale
del 2002.

—-

A dicembre 2000 (più di un anno prima dell’articolo di Sansa) circolava
su Internet un appello, sotto forma di catena di Sant’Antonio (quindi con
preghiera di inoltro a tutti i propri contatti via mail), che segnalava il
sito Bonsaikitten.com. Una delle versioni in italiano, entrata in
circolazione successivamente, descriveva il sito come
“l’affare di un CRETINO di un giapponese che vende GATTI IMBOTTIGLIATI
VIVI” e “LA STA FACENDO DIVENTARE UNA MODA in USA”
.

Ma il sito, oggi chiuso ma
archiviato da Archive.org, era in realtà una burla inventata da studenti dell’MIT. Wired lo aveva spiegato già a febbraio 2001, un anno prima dell’articolo di Sansa, raccontando anche dell’indagine
dell’FBI sul sito (copia permanente). La natura satirica di Bonsaikitten.com era stata spiegata anche da Salon.com
il 29 gennaio 2001 (copia su Archive.org), dall’associazione animalista PETA (copia su Archive.org) e dal sito antibufala Urban Legends (copia su Archive.org).

In italiano ne avevano parlato, chiarendo ancora una volta che si trattava
soltanto di uno scherzo discutibile, il WWF (copia su Archive.org) e la trasmissione RAI Golem del 17 gennaio 2001 (copia su Archive.org).

Tuttavia
il primo giornalista italiano a pubblicare quella che oggi chiameremmo una
fake news su Bonsaikitten.com non fu Ferruccio Sansa
. Infatti un anno prima dell’articolo di Sansa su Repubblica Josto
Maffeo aveva pubblicato sul Messaggero un primo indignatissimo articolo
sullo stesso tema: era il 15 gennaio 2001. L’articolo
“I mostri esistono e mettono i mici in bottiglia” (copia su Archive.org) era addirittura in prima pagina (lo potete intravedere nell’immagine qui
sotto, in basso a destra).

Maffeo aveva poi pubblicato un secondo articolo il 18 gennaio 2001 (“Il «mostro dei gattini» batte in ritirata dal Web”), nel quale rifiutava di accettare le smentite di Golem e di altri
esperti e menzionava addirittura un esposto alla Procura della parlamentare
Annamaria Procacci per far oscurare il sito.

I testi di entrambi gli articoli di Maffeo sono disponibili nella
mia indagine originale.

Nacque anche un sito satirico emulatore italiano, Gattibonsai.it, che fu però
chiuso in seguito a una denuncia della conduttrice televisiva Licia Colò, come
racconta
Hoax.it
citando anche il legale che difese il creatore del sito.

Stando a quanto riportato da
Punto Informatico
l’11 luglio 2001, forse la conduttrice credeva che Bonsaikitten.com fosse
realmente un sito di vendita di gattini vivi in bottiglia. Tuttavia le parole
pubblicate sul sito della Colò,
Animalieanimali.it, sono ambigue: da un lato descrivono
“una vicenda assurda e inquietante che potrebbe però diventare vera”,
dall’altro parlano concretamente di “folli esperimenti” di un
“violentatore di gatti” a proposito del sito statunitense.

Il sito Animalieanimali.it oggi è accessibile solo immettendo login e
password, ma ne possiamo leggere lo stesso il contenuto integrale dell’epoca a
proposito di Bonsaikitten e del sito emulatore italiano grazie alla
copia archiviata presso Archive.org
il 2 agosto 2001 (evidenziazioni mie):

[…] La storia era iniziata nei mesi scorsi negli Stati Uniti. Una vicenda
assurda ed inquietante che potrebbe però diventare vera grazie ai
possibili emuli dei loro folli esperimenti. A seguito di indagini, si è
scoperto che il violentatore di gatti, noto come l’inesistente Mister
Michael Wong è in realtà un anonimo studente americano fornito di una buona
apparecchiatura digitale. L’uomo è riuscito a diffondere le sue idee dal mese
di dicembre 2000 quando è cresciuto negli USA l’allarme per la creazione di
“felini bonsai”, gatti messi in bottiglie di vetro. Sul sito Internet
http://www.bonsaikitten.com si trovano minuziose descrizioni su questa
pratica barbara […].

—-

Insomma,
Sansa arrivò a scrivere il suo articolo di denuncia un anno dopo che
la storia era già stata smontata anche sui giornali italiani

e dopo la denuncia molto pubblica fatta da Licia Colò. Sarebbe bastato un minimo di ricerca per
scoprire questi precedenti. E sarebbe bastato un briciolo di lucidità mentale per rendersi
conto che le cose descritte su Bonsaikitten erano semplicemente
impossibili.

Le cattive abitudini odierne del giornalismo arrivano da lontano, e in questi vent’anni è stato fatto poco o niente per correggerle. I risultati sono il disastro delle fake news sulla pandemia e su mille altri argomenti ben più drammatici degli ipotetici gattini in bottiglia.

—-

Per prevenire le obiezioni di chi dirà che satira o meno, Bonsaikitten.com
promuoverebbe la crudeltà nei confronti degli animali, ripubblico qui quello
che
scrissi
vent’anni fa.

Di solito non mi intrometto nel merito morale delle bufale sulle quali
indago, ma questa è particolarmente controversa. Burla o meno, c’è chi
argomenta che il sito istiga comunque alla crudeltà verso gli animali.

Tuttavia non posso fare a meno di considerare che la crudeltà verso gli
animali esiste da molto prima che nascesse Internet. So di attirarmi molte
reazioni adirate, ma non è un po’ come dire che i siti pornografici istigano
allo stupro? E anche in questo caso, mi tocca notare con tristezza che lo
stupro esiste da molto prima dell’invenzione della Rete, e che i diritti
delle donne sono calpestati più brutalmente nei paesi in cui Internet e la
pornografia manco sanno cosa sono. Per non parlare del fatto che le edicole
italiane sono piene di pornografia, messa all’altezza degli occhi dei
bambini, eppure nessuno organizza petizioni o denunce in Procura in
proposito. Come mai?

Un’altra considerazione sollevata da questo sito-burla è il fatto che ci
inalberiamo per un ipotetico gattino in bottiglia ma mangiamo
disinvoltamente polli allevati in batteria (in gabbie in cui non possono
nemmeno girarsi, non molto più grandi delle bottiglie di Bonsaikitten.com).
Forse lo scopo del sito-burla è indurci a riflettere sulla nostra coerenza
morale prima di trinciare giudizi su cosa è crudele e cosa non lo è. Ha
senso commuoversi per un film come Babe maialino coraggioso
e continuare a mangiare prosciutto?

Infine c’è da ponderare il concetto della tentata censura al sito: anche
quando viene usata per scopi discutibilissimi, la libertà di espressione e
di satira è uno dei capisaldi della nostra cultura. È considerato un diritto
fondamentale. Ha senso mandare al diavolo questo principio e stabilire un
precedente pericolosissimo?

Nel frattempo sono passati due decenni, durante i quali Bonsaikitten.com ha vagato da un servizio di hosting all’altro perché veniva sistematicamente bandito a causa delle proteste di chi non si rendeva conto della presa in giro. Ne rimane comunque traccia nella grande memoria storica di Internet costituita da Archive.org. 

Oggi c‘è chi in Svizzera ha un sito
di vendita di gatti (non imbottigliati) che si chiama Bonsaikitten.ch.
Chissà se i suoi proprietari sono al corrente delle origini del nome che hanno
scelto. Gliel’ho chiesto e sono in attesa di risposta.

 

Fonti aggiuntive:
Wikipedia in italiano,
Wikipedia in inglese. Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle
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altri metodi.

Il Messaggero e gli insetti spaziali. E lo chiamano giornalismo

Il Messaggero e gli insetti spaziali. E lo chiamano giornalismo

Ultimo aggiornamento: 2022/02/11.

Basta. Mi arrendo. Su giornalismo come questo non resta che tirare lo sciacquone. Il Messaggero titola “Stazione internazionale attaccata da insetti spaziali, allarme Nasa: «Corrodono il metallo»”. Ho salvato una copia permanente qui per gli increduli.


Articoli come questo sono la conferma che ormai nelle redazioni si fa lavorare gente che non sa niente e pretende di insegnare agli altri. La qualità? Si fotta. La deontologia? L’hanno mandata a prostituirsi e hanno assunto dato lavoro a Simone Corbetta, che scrive in tutta serietà di “insetti spaziali”. Perché Simone Corbetta a quanto pare non sa che in inglese bug significa sia insetto sia microorganismo. E non si chiede che senso abbia parlare di insetti per poi dire, nella frase immediatamente successiva, che si tratta di “batteri e funghi”. Non si chiede nemmeno come sia possibile che ci siano degli insetti nello spazio. Eppure firma un articolo nella sezione Tecnologia del Messaggero.

Non solo. Al Messaggero hanno anche assunto un titolista che pensa che nello spazio ci siano gli insetti che attaccano la Stazione Spaziale e corrodono il metallo. 

Insomma, non è il singolo che sbaglia: è proprio un metodo di redazione. Perché questi due incompetenti sono stati selezionati da qualcuno. Sono stati messi a lavorare in un giornale da qualcuno. Vengono tenuti in redazione e messi a titolare e scrivere articoli da qualcuno, invece di essere mandati a casa a cercare i calzini spaiati o fare qualche altro mestiere col quale non possano contribuire a rimbambire una nazione.

Ed è così che muore il giornalismo italiano. Eroso dall’interno, consumato dalla coglionaggine elevata a sistema, troppo preso a dar la colpa dei suoi mali a Internet per rendersi conto di essere marcio dentro. Mi spiace solo per i pochi bravi che fieramente resistono. Scendete da questo cadavere ambulante intanto che siete ancora in tempo.

Per chi volesse informarsi seriamente, la ricerca scientifica che probabilmente ha ispirato questo sconcio giornalistico dovrebbe essere questa.

2022/02/11. Su recente richiesta telefonica di Simone Corbetta, ho modificato il testo del mio articolo per precisare che all’epoca dei fatti (2019) Corbetta non era stato assunto dal Messaggero ma era un collaboratore esterno.

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Cialtronismo e sismologia: i giornali copiaincolla parlano di “placche teutoniche”

Cialtronismo e sismologia: i giornali copiaincolla parlano di “placche teutoniche”

Ultimo aggiornamento: 2021/02/14 17:35.

Ormai il giornalismo si è ridotto a tre regole:

  1. La competenza costa troppo e fa perdere tempo.
  2. Nessuno rilegge.
  3. Tutti copiano.

Piccolo esempio di oggi: qualcuno, forse ANSA, ha diffuso una notizia sul terremoto avvenuto in Giappone scrivendo che è dovuto probabilmente a un “assestamento delle placche teutoniche”. Fa ridere, ma dimostra ancora una volta che chi ha scritto la notizia non l’ha riletta, e che tutti gli altri l’hanno copiata, senza rileggerla.

ANSA (con tanto di osceno bollino “notizia d’origine certificata”):

Repubblica:

SkyTG24:

L’Unione Sarda:

Il copiaincolla arriva anche in Svizzera, con il Corriere del Ticino (che ha corretto quasi subito, scusandosi) e con La Regione Ticino, che hanno attinto al comunicato dell’agenzia ATS.

Ci sarebbe poi da dire dell’errore di usare epicentro per parlare del punto di origine del sisma nel sottosuolo: “La scossa, con una magnitudo rivista al rialzo di 7.3, ha avuto come
epicentro una profondità di 55 chilometri al largo della costa di
Fukushima”
(no, quello è l’ipocentro; l’epicentro è il punto corrispondente sulla superficie). È stato corretto da alcune testate (per esempio CdT), ma il concetto è già chiaro.

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Per Rai, Il Tempo e altri, nel Regno Unito ci si difende dai virus mettendosi uno scudo. Poi arriva Il Messaggero

Per Rai, Il Tempo e altri, nel Regno Unito ci si difende dai virus mettendosi uno scudo. Poi arriva Il Messaggero


Ultimo aggiornamento: 2021/01/07 11:50. 

Guardate quante testate giornalistiche hanno scritto che stasera il primo
ministro britannico Boris Johnson si è rivolto ai cittadini dicendo Se siete persone vulnerabili vi consiglio di proteggervi, riceverete
una lettera per indicarvi come mettere uno scudo”.


 

Cialtroni, inetti e incompetenti. Nessuno, ma dico nessuno, che si
chieda cosa possa voler mai dire “mettere uno scudo” quando si parla di
virus? Pensano che nel Regno Unito si difendano dalle malattie con le
armature? Sono imbecilli?

Complimenti a Rainews, RadioNBC, Leggo, Romalife, Il Tempo e a tutti gli
altri, che copiaincollano l’uno dall’altro o si fidano ciecamente di agenzie
popolate da capre di guerra. E questi ci dovrebbero informare.

Nel momento in cui ci sarebbe disperato bisogno di giornalismo competente,
cauto, rigoroso, ci regalano questa diarrea verbale. Ditemi perché mai
dovremmo pagare per questo schifo.

Per chi volesse capire la nuova vetta d’imbecillità collettiva del giornalismo
italiano, mi affido alle olimpiche parole di Licia Corbolante: 

E tutti hanno tradotto così: mettere uno scudo.

La cosa che mi manda più in bestia non è soltanto (si fa per dire) l’errore
grossolano di traduzione, roba che a scuola avrebbe preso un due secco con
convocazione dei genitori. Che nelle redazioni dei giornali non si sappia
l’inglese, e non si abbia almeno l’umiltà di dire
“non so l’inglese, chiedo a un traduttore”, è già uno sconcio, certo,
ed è un chiaro sintomo di un giornalismo che lavora a neuroni spenti. 

Ma quello che mi imbestialisce, e che dovrebbe far preoccupare ancora di più,
è che erroracci come questo dimostrano il fatto che
tutti copiano e nessuno controlla. Vuol dire che in ognuna di queste
redazioni si lavora allo stesso modo reso celebre da René Ferretti di
Boris.

Questo vuol dire che uno dei pilastri del giornalismo, ossia la pluralità
delle fonti, il pluralismo delle voci, è una foglia di fico. In realtà tutti
copiano (male) dalla stessa fonte. Che lavora col deretano. Il risultato è
questo.

Ma non è ancora finita. Quando pensi che più imbecilli di così non si possa
essere, che lavorare più col deretano di così sia impossibile, arriva
Il Messaggero con questa “traduzione” della telefonata di Donald Trump
che chiede di “trovare” voti per lui in Georgia.

Guardate e piangete: si comincia con “lo stato di Peach”, “Il signor Germania” e con
“è negli anni ’50 di migliaia”.

Poi arriva la ciliegina sulla torta:
“La mattina tardi, la mattina presto, andarono a tavola con la veste nera e
lo scudo nero, e tirarono fuori i voti.”

Copia permanente, per chi non riesce a immaginare che questo schifo sia
davvero uscito da una redazione di un giornale:
Archive.is/HcU5Y. La fonte potrebbe essere questo lancio dell’agenzia Italpress (copia permanente), a giudicare dalla citazione fatta da RadioNBC, che ha successivamente corretto.

Scusatemi se me la prendo, ma sono traduttore professionista, madrelingua
inglese. La traduzione è il mio campo di competenza specifico, più di ogni
altro. Quando vedo questo genere di scempio e penso a quanto invece tribolo
ogni giorno per trovare la sfumatura precisa, mi ribolle il sangue.

Se riuscite a immaginare un cardiochirurgo che vede entrare in sala operatoria
Jason Voorhees
(quello di Venerdì 13) che dice
“Fatti da parte, ci penso io”, coi dirigenti dell’ospedale che
applaudono pensando al contenimento dei costi che hanno ottenuto, ecco, questo
è quello che si prova a vedere giornalisti che lavorano così. 

—-

Se vi state chiedendo quale fosse l’originale di quel medievaleggiante “la mattina tardi…”, la storia è piuttosto complicata.

La trascrizione integrale della telefonata è pubblicata dalla CNN (senza paywall, a differenza del Washington Post che è la fonte originale della notizia e della registrazione). Riporta che Trump dice “Late in the morning, they went early in the morning they went to the
table with the black robe, the black shield and they pulled out the
votes”

Ascoltando l’audio (spezzone qui) diventa chiaro che Trump dice “la mattina tardi andarono”, poi si corregge e dice “la mattina
presto andarono”
. Un traduttore decente spiegherebbe questo fatto con un “[si corregge]” o con un trattino di sospensione (“La mattina tardi andarono — La mattina presto andarono…”).

“They went to the table” non è “andarono
a tavola”
è “andarono al tavolo, visto che Trump sta parlando di presunti voti rubati durante le operazioni di conteggio e quindi non si tratta di una tavola da pranzo ma di un tavolo tipo scrivania. A questo servono i traduttori umani competenti: a capire il contesto, bestia nera dei traduttori automatici e dei traduttori umani inetti.

La “black robe” e il “black shield” sono in effetti enigmatici a prima vista, ma basta fare un attimo di ricerca in Google (a questo servono i giornalisti) per trovare questo debunking che spiega che si tratta di un riferimento a questa tesi di complotto: in un video di sorveglianza ripreso in un locale adibito alle operazioni di gestione delle schede elettorali in Georgia si vedono degli addetti che prendono delle scheda da dei contenitori situati sotto un tavolo coperto da un telo nero (la “veste nera”; sì, Trump parla come un imbecille, e il “black shield” è un emblema nero che forse si è immaginato e che nel video in questione non si vede). Si tratta di contenitori appositi, nei quali erano state messe le schede aperte ma non ancora conteggiate, in attesa che il conteggio riprendesse l’indomani. Non documentano alcuna irregolarità, come hanno accertato i funzionari della Georgia in tribunale.

 

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Sembra reale, ma è grafica digitale (e ci cascano in molti): i “fuochi d’artificio olimpici”

Sembra reale, ma è grafica digitale (e ci cascano in molti): i “fuochi d’artificio olimpici”

Il 19 agosto scorso Il Messaggero ha pubblicato un articolo, ora rimosso ma archiviato su Archive.is, che mostra un video descritto come “lo spettacolo dei fuochi d’artificio per le Olimpiadi”.

Stando all’articolo, “erano stati approntati per l’apertura dei Giochi Olimpici, lo spettacolo a sorpresa ha illuminato lo stesso il cielo nonostante l’assenza degli atleti. Il tutto condito con la traccia musicale del “Guglielmo Tell”, del nostro Giocchino Rossini. Il Giappone ha deciso di condividere questo spettacolo con il mondo per l’impossibilità di far arrivare integri i fuochi fino al 2021”.

La stessa notizia è stata pubblicata da altri siti di news (Cagliaripad, Gulf News) e condivisa da molti utenti, ma è tutto falso, come ha segnalato Bufale.net grazie alle ricerche di Boomlive. In realtà il video è una simulazione digitale, fatta con il software FWSim, e risale a cinque anni fa. La si trova su Youtube con il titolo FWsim Mount Fuji Synchronized Fireworks Show2.

Il video presentato dal Messaggero e il video di cinque anni fa su Youtube. Credit: Bufale.net.

Ecco la simulazione del 2015 spacciata per evento reale di quest’anno:

Il servizio antibufala di AFP ha sbufalato la falsa notizia, indicando che era stata presa di peso, e senza alcuna verifica, da un post su Facebook del 13 agosto 2020, che ora è segnato come “informazione falsa”. Solo in quel post, il video è stato visto oltre 1,3 milioni di volte. La stessa bufala è stata pubblicata in vari altri account su Facebook e Youtube (1, 2, 3, 4, 5).

Nella bufala è inciampato anche Luca Zaia, presidente della Regione Veneto:

Come è finita sui giornali? Evidentemente per mancanza di controlli e verifiche: nelle redazioni si pesca a casaccio da Internet invece di affidarsi alle fonti giornalistiche attendibili.

Per capire che un video del genere è falso basta osservarne i dettagli: i fuochi sono troppo perfetti e regolari, senza le sbavature e imprecisioni di quelli reali, e soprattutto non fanno fumo. Se poi si sa usare Internet, basta fare un fermo immagine e cercare quell’immagine su Google o Tineye.com per trovare tanti altri video che hanno esattamente la stessa inquadratura e la stessa illuminazione della riva.

Il Messaggero fa scempio della morte di Ennio Morricone

Il Messaggero fa scempio della morte di Ennio Morricone

Se qualcuno avesse ancora bisogno di dimostrazioni di come funziona male il giornalismo italiano, considerate la sua patetica incapacità di fare correttamente persino una cosa semplice e banale come calcolare l’età di una persona. La persona in questione, fra l’altro, è Ennio Morricone, ed è appena morta. Ma questi non riescono ad azzeccare nemmeno quanti anni avesse.

La cialtroneria raggiunge livelli stratosferici su Il Messaggero, che usa il famoso metodo “Copia, incolla, reincolla, non rileggere, strafottiamocene dei lettori”.

Copia permanente, perché di questo sconcio non ci si deve dimenticare: archive.is/xcpUi.

E non è finita:

Rubare da Wikipedia, senza nemmeno cancellare le note, incollare due volte lo stesso pezzo di testo e per di più sbatterci su anche un bel “Riproduzione riservata”: basta, gente, andate a casa, avete dimostrato che della correttezza verso i lettori non ve ne frega proprio nulla.

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Centro Meteo Italiano: la “tuta spaziale di Louis Armstrong”

Centro Meteo Italiano: la “tuta spaziale di Louis Armstrong”

A volte non si capisce se il giornalismo verrà ucciso dai giornalisti capra o dai titolisti imbecilli. Forse si accoppieranno tra loro e creeranno un mostro metà capra e metà titolista, la cui orrenda nascita scatenerà l’apocalisse finale. Nel frattempo, contemplate questo spettacolo (copia permanente su Archive.org; copia su Archive.is), offerto da Centro Meteo Italiano, che si dichiara orgoglioso di “contribuire alla audience di Il Messaggero.it”. Fossi in quelli del Messaggero, non so se vorrei questo tipo di “contributo”.

Gìà il titolo, con quel “Tuta spaziale di Louis Armstrong” è da vergogna totale. Santo cielo, bisogna essere supremamente ignoranti per confondere il jazzista (Louis) con il primo uomo sulla Luna (Neil). Però potrebbe essere colpa del titolista, e il povero autore dell’articolo, Alessandro Allegrucci, potrebbe sembrare a prima vista vittima di un sommo Clouseau della titolazione. Ma poi si leggono nel suo testo perle come questa: “Tutti gli appassionati di baseball, uno sport molto popolare negli USA”. Ma non mi dire. Meno male che c’è Allegrucci a informarci, altrimenti chi l’avrebbe mai saputo?

Ma la mazzata finale, quella che frantuma ogni speranza di redenzione, arriva quando ci si accorge che Allegrucci scrive per una sezione intitolata “Astronomia, spazio e astrologia”.

E allora diventa chiaro che qui non è il singolo che sbaglia. È proprio un metodo collettivo.

2019/09/05

Il nome di Armstrong è stato corretto nel titolo (ma non nell’URL) e ho ricevuto una mail di contestazione da parte di una persona che si è qualificata come redattore di Centro Meteo Italiano e ha chiesto la rimozione dei contenuti riferiti a CMI, parlando di lesioni all’onorabilità e minacciando velatamente un’azione legale.

La mia risposta, in sintesi: no. L’erroraccio l’avete fatto voi, non io. Vi siete lesi da soli. Ho concluso chiedendo se non sarebbe stato più elegante ed efficiente scrivere semplicemente “abbiamo sbagliato, ce ne scusiamo con i lettori, staremo più attenti” e ho ricordato l’esistenza dell’Effetto Streisand.

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