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Antibufala: no, Elon Musk non ha detto che Twitter/X diventerà a pagamento per tutti

Antibufala: no, Elon Musk non ha detto che Twitter/X diventerà a pagamento per tutti

Pubblicazione iniziale: 2023/09/19 12:04. Ultimo aggiornamento: 2023/09/20 10:50. Immagine generata da
Lexica.art.

Sta circolando la diceria, riportata da moltissime testate giornalistiche, che Elon Musk avrebbe dichiarato che X (quello che
una volta si chiamava Twitter) diventerà a pagamento per tutti. Non è così.

Tutto nasce da una dichiarazione fatta da Musk durante un incontro pubblico
con Benjamin Netanyahu,
trasmesso in streaming su X, a 34 minuti e 45 secondi dall’inizio (ringrazio Andrea Bettini
per quest’indicazione). Netanyahu chiede a Musk se esiste un modo per frenare
gli “eserciti di bot” che diffondono e amplificano l’odio, in
modo che se c’è un hater perlomeno agisca solo con la propria voce
invece di trovarsela amplificata dai bot.

Musk risponde dicendo:

“This is actually a super tough problem. And really, I’d say the single
most important reason that
we’re moving to having a small monthly payment for use of the X system
is, it’s the only way I can think of to combat vast armies of bots. Because
a bot costs a fraction of a penny, call it a tenth of a penny. But if
somebody even has to pay a few dollars or something, some minor amount, the
effective cost of bots is very high. And then you also have to get a new
payment method every time you have a new bot. So that actually, the
constraint of how many different credit cards you can find, even on the dark
web or whatever. And then, so, prioritizing posts that are written by
basically X Premium subscribers. And
we’re actually going to come out with a lower tier pricing. So we
want it to be just a small amount of money…”

In altre parole, non ha detto che tutti gli account diventeranno a
pagamento: ha detto solo che X si sta spostando verso l’adozione di un piccolo
pagamento mensile per l’uso del sistema X e che X intende presentare
un’opzione con un prezzo inferiore. “Spostarsi” non significa “obbligare”.

Sembra, insomma, che Musk stia soltanto proponendo di aggiungere un’iscrizione
più a buon mercato per incentivare l’uso di X a pagamento, che attualmente
langue intorno allo
0,3% di tutti gli
utenti. E da come ne parla, non sembra che questa proposta sia già stata
discussa o pianificata in dettaglio: sembra più un’idea partorita sul momento.
Musk ha dimostrato ampiamente in passato di ventilare scenari che poi non si
concretizzano.

Le Community notes, ossia il debunking interno di X coordinato
dagli utenti, definiscono “ingannevoli” i post che parlano di un
passaggio di X a un modello a pagamento per tutti, precisando che
“in una recente intervista con il primo ministro di Israele, Elon ha
dichiarato che [X] introdurrà “una fascia tariffaria ridotta” per i membri
premium. Non c’è stato alcun riferimento a far pagare tutti per usare X”

(“Misleading post. In a recent interview with the PM of Israel, Elon stated
they will introduce “lower tier pricing” for premium members. There was
absolutely no mention of charging everyone to use X.”
).

Va detto che quest’ipotetica strategia sarebbe efficace contro i bot solo se
fosse un
pay-to-post universale; per contro, un pay-to-read sarebbe un
suicidio. Per dirla in altre parole: “a pagamento per tutti” significherebbe che bisognerebbe pagare anche solo per leggere i post. Significherebbe pagare semplicemente per avere un account X che permetta di seguire specifici account. Questo sarebbe un colossale autogol commerciale, l’equivalente di un paywall intorno a X. Quindi, a meno che Elon Musk non abbia intenzioni autodistruttive per X, parlare di “a pagamento per tutti” non ha assolutamente senso.

La questione sarebbe differente se si trattasse di un ipotetico canone per poter postare (e/o mettere like, fare repost o commenti); ma a quel punto non sarebbe più un “per tutti”.

Fonti aggiuntive:
Ars Technica, BBC,
Social Media Today.

(AGG 2023/08/18) Antibufala: nave in fiamme con 3000 auto a bordo, la Guardia Costiera non ha detto che è colpa di un’auto elettrica. E le elettriche sono tutte intatte, incendio scoppiato altrove

(AGG 2023/08/18) Antibufala: nave in fiamme con 3000 auto a bordo, la Guardia Costiera non ha detto che è colpa di un’auto elettrica. E le elettriche sono tutte intatte, incendio scoppiato altrove

Ultimo aggiornamento: 2023/08/18 16:20.

Il Corriere della Sera, in un articolo firmato da Maurizio Bertera, titola “Nave in fiamme con 3 mila auto a bordo: un morto. L’incendio forse è partito da un’elettrica”, con il sottotitolo “La Guardia Costiera olandese ritiene probabile che l’enorme rogo sia partito da una delle 25 vetture elettriche a bordo” (link intenzionalmente alterato; copia permanente). È falso.

Nel corpo dell’articolo, Bertera scrive che “Un portavoce della Guardia Costiera ha rivelato all’agenzia di stampa Reuters che l’origine del fuoco può essere ricondotta a un’auto elettrica a bordo della nave”. È falso anche questo.

Non c’è nessuna conferma che l’incendio sia partito da un’auto elettrica e la Guardia Costiera olandese non ha affatto rilasciato la dichiarazione riportata dal Corriere. Il liveblog della Guardia Costiera olandese dice esplicitamente che “la causa dell’incendio non è ancora nota” (“De oorzaak van de brand is nog onbekend”). Inoltre il sito Electrek ha chiamato la Guardia Costiera olandese, che ha dichiarato di non aver affatto attribuito l’incendio a un’auto elettrica.

Reuters, citata dal Corriere, conferma che la causa dell’incendio è ancora ignota e aggiunge che “un portavoce della Guardia Costiera aveva detto a Reuters che l’incendio era iniziato vicino a un’auto elettrica” (“The coastguard said on its website the cause of the fire was unknown, but a coastguard spokesperson had earlier told Reuters it began near an electric car”).

Da nessuna parte viene detto quello che scrive il Corriere, ossia che l’origine del fuoco possa essere ricondotta a un’auto elettrica.

La nave in questione, la Fremantle Highway, ha preso fuoco nel Mare del Nord. Trasporta 2832 auto a carburante e 25 auto elettriche dalla Germania all’Egitto. Una persona dell’equipaggio è morta.

2023/08/02 17:40. Un articolo di NOS news, segnalato nei commenti qui sotto da CheshireCat, precisa che le auto elettriche o ibride a bordo sono 498, non 25, su un totale di 3783 veicoli, non 2832 come annunciato inizialmente.

2023/08/18: 16:20. CleanTechnica segnala che le auto elettriche sono tutte intatte e l’incendio è partito da un altro punto della nave. Il direttore delle operazioni di recupero, Peter Berdowski, ha dichiarato alla stampa olandese che le 498 auto elettriche a bordo sono tutte intatte e che l’incendio è probabilmente iniziato sull’ottavo ponte dei dodici. Le auto elettriche erano situate molto più in basso. 

Sono curioso di vedere quanti dei giornali, dei siti e degli hater che hanno diffuso con entusiasmo la notizia della presunta colpa delle auto elettriche pubblicheranno con altrettanta evidenza la smentita della balla che hanno disseminato.

[IxT] #2003-041 (20/5/2003). Antibufala flash: Virus in Google

Sta circolando una notizia secondo la quale un “virus informatico colpisce
tutti i visitatori del famoso motore di ricerca Google”
. L’appello
parla di una “Inquietante scoperta dello staff tecnico” di Google che
avrebbe scoperto “decine di migliaia di Active Internet Content (una
sorta di virus) nei servers di GOOGLE”.

La notizia si presenta come una newsletter di IOL, ma potrebbe
trattarsi di un falso mittente. Chiunque ne sia il vero mittente, è una
_bufala_: le cose descritte nella notizia sono totalmente prive di
senso dal punto di vista tecnico, e le pagine Web citate dalla notizia
come fonti per maggiori informazioni non parlano affatto di problemi
riguardandi Google; servono soltanto per conferire maggiore
autorevolezza alla bufala.

Maggior dettagli nei prossimi giorni presso http://www.attivissimo.net.

Ciao da Paolo.

 

Questo articolo è una ripubblicazione della newsletter Internet per tutti che gestivo via mail all’epoca. L’orario di questa ripubblicazione non corrisponde necessariamente a quello di invio della newsletter originale. Molti link saranno probabilmente obsoleti.

[IxT] #2003-040 (15/5/2003). Antibufala: tamponi all’amianto

Sta circolando in questi giorni una vecchia conoscenza del Servizio
Antibufala: l’appello contro l’amianto nei tamponi femminili. “Sapete che
i produttori di tamponi usano amianto nei loro prodotti?
Perché? Perché l’amianto vi fa sanguinare di più, e se sanguinate di più,
usate più tamponi.”
, dice l’appello.

Dice anche un altro bel po’ di stupidaggini, ma sono condite con un numero
sufficiente di paroloni da sembrare vagamente plausibile, suscitando
comprensibile panico nelle utenti.

Ho pubblicato l’indagine completa presso

http://www.attivissimo.net/antibufala/tamponi_amianto.htm

ma la sintesi è questa:
non
c’è amianto nei tamponi.
L’FDA, l’ente statunitense che regolamenta alimenti e farmaci, ha dovuto
pubblicare una pagina di smentita e chiarimento (http://www.fda.gov/cdrh/consumer/tamponsabs.html) che dice specificamente che
“l’FDA non ha alcuna prova della presenza di amianto nei tamponi, né è al
corrente di segnalazioni di aumentato sanguinamento mestruale a seguito
dell’uso di tamponi. L’amianto non è un ingrediente di alcun tampone di
marca statunitense, né è associato alle fibre usate nella produzione dei
tamponi.”

Va notato che l’anonimo estensore dell’appello non si fa scrupoli a fare
una bella pubblicità a due case produttrici (statunitensi), citandole con tanto di nome e numero di telefono, e traendole da un
“periodico ‘Essence’ di questo mese”
che, come in ogni appello-bufala che si rispetti, viene
citato senza indicarne la data di pubblicazione
e quindi sarà “di questo mese” anche tra dieci anni. Molto comodo.
Viene da chiedersi
a chi giova questa forma di terrorismo pubblicitario.

L’appello afferma inoltre che
“Il Raion contribuisce ai pericoli creati dai tamponi e dalla diossina
perché è una sostanza altamente assorbente… quando fibre dei tamponi
restano nella vagina (come di solito accade), ciò crea un terreno fertile
per la diossina. Tra l’altro, resta all’interno molto più a lungo di quanto
rimarrebbe con tamponi fatti solo di cotone.”

Ma il Rayon è considerato innocuo,
tant’è vero che lo si usa per gli indumenti e come materiale chirurgico. E’ un
derivato della cellulosa.

Il Rayon viene usato nei tamponi non soltanto perché è altamente assorbente
(cosa in sé non pericolosa ma anzi ovviamente necessaria per il funzionamento
del prodotto), ma perché
si sfilaccia meno del cotone. Pertanto
un assorbente interno in Rayon rilascia meno fibre di uno di cotone.

E fra l’altro non si capisce perché debba
“restare all’interno più a lungo”.
Infine, l’anonimo traduttore italiano dell’appello ha dato una eloquente
“aggiustatina” a questa affermazione, che in originale non parla semplicemente
di “terreno fertile”, ma di
“breeding ground”, ossia di “terreno
fertile per la riproduzione“. La
diossina è una sostanza chimica, non una creatura vivente, e come tale
ovviamente non si riproduce,
esattamente come mettere due sassi in una stanza non produrrà una nidiata di
sassolini. Uno svarione di questa portata la dice lunga sulla serietà e sulla
preparazione di chi ha redatto l’appello originale.

Tuttavia il Rayon si può produrre usando il cloro, secondo l’FDA, e il cloro
produce diossine. Quindi
il Rayon in sé è sicuro, ma comporta la possibilità di portarsi appresso
diossine
. Va detto che l’FDA dichiara che il Rayon attualmente utilizzato nei tamponi
statunitensi viene prodotto adottando tecniche alternative che
non generano diossine (“Rayon raw material used in U.S. tampons is now produced using elemental
chlorine-free or totally chlorine free bleaching processes”
,
http://www.fda.gov/cdrh/consumer/tamponsabs.html).

Per concludere, l’appello parla anche di diossine. Sul fatto che le diossine
facciano male, ma molto male, non c’è
alcun dubbio: chiedetelo agli abitanti di Seveso (se non sapete di cosa sto
parlando, chiedete a qualcuno meno giovane di voi, o Googlate
“Seveso diossina ICMESA”). Ma ci sono
diossine nei tamponi, come dice l’appello?

Secondo il sito Tampax.it, no (http://www.tampax.it/faq.html#q33). Secondo l’FDA (http://www.fda.gov/cdrh/consumer/tamponsabs.html), se ce ne sono, sono a livelli talmente bassi da non essere misurabili:
“i livelli di diossine nel rayon grezzo usato per i tamponi è pari o
inferiore al limite rilevabile dai test più avanzati, ossia circa 0,1 parti
per trilione… molte volte inferiore alla quantità normalmente presente
nell’organismo e proveniente da altre fonti… Una parte per trilione
equivale a un cucchiaino in un lago profondo cinque metri e ampio 2,6
chilometri quadrati”
.

Pertanto il rischio diossina nei tamponi è praticamente trascurabile. Ce n’è
molta di più nell’ambiente che ci circonda che nei tamponi. Aver paura della
diossina nei tamponi è come abitare accanto alla ferrovia e temere di
diventare sordi perché il vicino parla a voce alta.

E a proposito di diossine e sostanze chimiche pericolose c’è una sorpresa
interessante. L’appello propone di “usare prodotti d’igiene femminile non sbiancati e che siano
fatti completamente di cotoneUsate tamponi fatti al 100% di cotone non sbiancato. Sfortunatamente, poche società producono questi
tamponi sicuri.

Chiaro, no? Cotone uguale sicurezza. Peccato che il cotone coltivato con i
metodi convenzionali sia, secondo Snopes.com,
“una delle piante a maggior consumo di pesticidi… circa il 10% dei
pesticidi e il 22,5% degli insetticidi del mondo viene usato sul
cotone.”

Pertanto un tampone a base di cotone coltivato in modo convenzionale potrebbe
contenere la stessa quantità di porcherie chimiche di un tampone “non
alternativo” a base di cotone e rayon.
Per eliminare davvero questo rischio occorrerebbe trovare tamponi di puro
cotone coltivato senza pesticidi e insetticidi.

In altre parole, passare a tamponi fatti al 100% di cotone senza verificare
che il cotone sia allevato in modo biologico non risolve granché. Come capita
spesso negli appelli diffusi via Internet, la soluzione ai problemi non è così
semplice come si vuol far credere.

A questo punto è opportuno un chiarimento anche sulla “sindrome da shock
tossico” citata nell’appello. Come descritto su tutti i foglietti illustrativi
dei tamponi, la sindrome da shock tossico (Toxic Shock Syndrome, TSS) è
“una malattia rara ma grave. E’ causata dalle tossine prodotte dal batterio
Staphylococcus aureus… La TSS mestruale è associata all’uso dei
tamponi.”

E’ grave abbastanza da indurre persino i fabbricanti di tamponi a riportare
questo consiglio:
“Potete anche sostanzialmente eliminare il rischio di TSS mestruale non
usando assorbenti interni.”

Usare tamponi “alternativi” di cotone al 100% al posto di quelli “commerciali”
riduce leggermente l’incidenza della sindrome, ma non la elimina: del resto,
sono stati riportati casi di TSS anche negli anni in cui i tamponi erano tutti
in puro cotone (dal 1933, anno di invenzione, ai primi anni Settanta).
Parlatene con il vostro medico.

Ciao da Paolo.

 

Questo articolo è una ripubblicazione della newsletter Internet per
tutti
che gestivo via mail all’epoca. L’orario di questa ripubblicazione non
corrisponde necessariamente a quello di invio della newsletter originale.
Molti link saranno probabilmente obsoleti.

No, ChatGPT non genera chiavi di attivazione di Windows

Molti siti hanno pubblicato la notizia che esiste un modo astuto per chiedere a ChatGPT di generare le chiavi di attivazione di Microsoft Windows 10 e 11 (BoingBoing; DigitalTrends; @immasiddtweets). Non è vero: non sono chiavi generate, ma chiavi di installazione e attivazione temporanea, pubblicate da Microsoft e lette da ChatGPT durante il suo addestramento.

Come spiega bene Bufale.net, con queste chiavi “puoi installare sì Windows, ma non usarlo: Windows risulterà limitato nelle funzioni e con messaggi a ricordarti l’obbligo di comprare delle chiavi funzionanti.”

 

Antibufala: Repubblica e lo spostamento dell’asse terrestre causato dall’estrazione umana dell‘acqua. Spoiler: è di 78 centimetri in 17 anni

Antibufala: Repubblica e lo spostamento dell’asse terrestre causato dall’estrazione umana dell‘acqua. Spoiler: è di 78 centimetri in 17 anni

Repubblica titola oggi che “Gli umani hanno estratto talmente tanta acqua dal sottosuolo che l’asse della Terra si è spostato”, secondo “una ricerca degli scienziati dell’università di Seul”. Peccato che il titolo non dica a quanto ammonta questo spostamento. 

Ve lo dico subito, così vi risparmio la fatica e l’ansia: settantotto centimetri. Nel corso di 17 anni. Quando lo spostamento annuo dell’asse di rotazione terrestre è di diversi metri. Il testo dell’articolo, nel disperato tentativo di dare spessore alla notizia, parla di “quasi un metro”.

Copia permanente: https://archive.is/7o6ne.

Insomma, la notizia, detta così, è quella che in gergo tecnico si chiama minchiata sesquipedale. O, se preferite, catastrofismo acchiappaclic. Dipende se pensate che titolare in questo modo sia semplicemente inettitudine redazionale o una scelta intenzionale.

Peccato, perché lo studio in sé sarebbe anche abbastanza interessante. Ma Repubblica non ne cita gli autori, non ne linka la fonte, non dà insomma al lettore nessuno strumento per approfondire la notizia. Perlomeno non lo fa nella parte pubblicamente consultabile dell’articolo a firma di Enrico Franceschini, perché questo pezzo è, si badi bene, “contenuto per gli abbonati premium”, per la gente che paga, non per i plebei straccioni che leggono aggratis e si sorbiscono pubblicità e tracciamento commerciale.

L’unica informazione fornita nella parte pubblica dell’articolo di Repubblica è che lo studio è “una ricerca di scienziati dell’università di Seul citata dal sito americano di informazione Axios.” Mettere un link proprio no, vero?

E va bene: andiamo in Google, scriviamo “axios seoul university earth axis”, e troviamo l’articolo:

https://www.axios.com/2023/06/17/groundwater-removal-tilted-earth-315-inches

Axios, a differenza di Repubblica, linka eccome. Cita il nome di un geofisico, Ki-Weon Seo, e linka il comunicato stampa. Visto? Non è mica così difficile. Axios dimostra che linkare le fonti non è peccato mortale e non fa crescere i peli sulle mani.

https://news.agu.org/press-release/weve-pumped-so-much-groundwater-that-weve-nudged-the-earths-spin

Il comunicato stampa a sua volta linka l’articolo scientifico, pubblicato su Geophysical Research Letters il 15 giugno 2023 e pubblicamente accessibile:

https://agupubs.onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1029/2023GL103509

Il titolo è “Drift of Earth’s Pole Confirms Groundwater Depletion as a Significant Contributor to Global Sea Level Rise 1993–2010” e gli autori sono Ki-Weon Seo, Dongryeol Ryu, Jooyoung Eom, Taewhan Jeon, Jae-Seung Kim, Kookhyoun Youm, Jianli Chen e Clark R. Wilson. Il link DOI è questo:

https://doi.org/10.1029/2023GL103509

Leggendo la pubblicazione scientifica originale invece del riassuntino di Enrico Franceschini emerge che lo spostamento è appunto di settantotto centimetri e si riferisce all’effetto cumulativo avvenuto nel corso di quasi vent’anni, dal 1993 al 2010, e ascrivibile all’estrazione umana dell’acqua dal sottosuolo. Il comunicato stampa sottolinea che il polo di rotazione normalmente varia di diversi metri nel corso di un anno (“The rotational pole normally changes by several meters within about a year”). E quindi non c’è pericolo che l’estrazione dell’acqua possa far spostare le stagioni (“changes due to groundwater pumping don’t run the risk of shifting seasons”).

Il fatto che gli scienziati siano capaci di misurare variazioni così incredibilmente piccole (meno di un cinquantamilionesimo della circonferenza terrestre) dovrebbe essere già degno di notizia e ammirazione, e il fatto che noi umani estraiamo dal sottosuolo così tanta acqua da avere un effetto piccolissimo ma misurabile sulla rotazione dell’intero pianeta dovrebbe far riflettere. Ma se non si fanno titoli strillati e sensazionali, addio lettori.

Antibufala: 75 anni di radiopanico leggendario per la Guerra dei Mondi

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente l’1/11/2013 sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per mantenerlo a disposizione per la consultazione.

Pochi giorni
fa, precisamente il 30 ottobre, è stato celebrato il
settantacinquesimo anniversario della messa in onda di una
trasmissione radiofonica diventata mitica: la versione de
La
Guerra dei Mondi
, il
romanzo fantascientifico di H.G. Wells, realizzata da un celeberrimo
quasi omonimo, Orson Welles, che confezionò una finta diretta
radiofonica dell’invasione del nostro pianeta da parte di spietati
marziani armati di tecnologie distruttive letali.

Leggenda
vuole che questa trasmissione del 1938 fu scambiata dagli ascoltatori
per una diretta autentica dell’arrivo degli extraterrestri in America
e scatenò un panico nazionale, convincendo oltre un milione di
persone che gli Stati Uniti venivano devastati da invasori alieni. A
distanza di tre quarti di secolo, quella puntata del
Mercury
Theater on the Air
della
rete radiofonica CBS è ancora saldamente fissata nella cultura
generale come esempio classico del potere dei mezzi di comunicazione.

Ma andò
davvero così?

Un’indagine
recente, pubblicata in sintesi su Slate.com
da Jefferson Pooley e Michael Socolow, due esperti di media e
comunicazione presso il Muhlenberg College e la University of Maine,
ricostruisce una vicenda ben diversa: nessun panico, nessuna guerra
immaginaria contro i marziani, ma una guerra molto concreta fra due
mondi di un altro genere.

I due mondi
in conflitto sono quello della stampa e quello della radio negli
Stati Uniti della fine degli anni Trenta del secolo scorso. La radio
aveva tolto ai giornali molti degli introiti pubblicitari, per cui la
stampa colse l’occasione della trasmissione di Orson Welles per
screditare il rivale hertziano, presentandolo come fonte
inattendibile per le notizie. Il
New York Times
pubblicò persino un editoriale, intitolato
“Terror
by Radio”
, che biasimava
i funzionari della CBS per aver permesso di intercalare
“finzioni
agghiaccianti”
con
“annunci di notizie, presentate esattamente nello
stesso modo usato per le notizie reali”
,
e altre testate fecero eco. La radio, si diceva, era troppo giovane e
immatura per un compito così importante come veicolare notizie. Una
polemica che ricorda da vicino quella di oggi fra media tradizionali
e Internet.

La vicenda,
insomma, fu gonfiata dai giornali, con titoli come
“Finta
‘guerra’ alla radio scatena il terrore in tutti gli Stati Uniti”

(
Daily News
del 31 ottobre 1938), con tanto di foto e dichiarazioni di “vittime”
traumatizzate dalla trasmissione. Ma sappiamo che il mito fu
fabbricato perché i rilevamenti d’ascolto dell’epoca indicano che il
98% degli ascoltatori era sintonizzato su altri canali all’ora della
messa in onda de
La Guerra dei Mondi.
Varie emittenti della rete CBS, inoltre, non trasmisero affatto il
programma, riducendo il pubblico potenziale. La CBS stessa
commissionò un sondaggio il giorno dopo la trasmissione e i
dirigenti furono sollevati quando scoprirono che non solo gli
ascoltatori erano stati pochi, ma quei pochi avevano capito che si
trattava di una finzione.

Il mito del
panico nazionale crebbe nei decenni successivi sulla base di dati
inattendibili; nessuna delle segnalazioni di panico e nella
popolazione e di suicidi fu mai confermata. Ci fu soltanto una causa,
intentata da un’ascoltatrice, che accusò la CBS di averle causato
uno
“shock nervoso”,
ma l’azione fu respinta. Welles e la CBS non furono mai rimproverati
o sanzionati formalmente dalle autorità, e i giornali smisero di
parlare della vicenda nel giro di pochi giorni. Ma il mito della
notte di panico persiste, alimentato dal messaggio di fondo: abbiamo
paura che il nostro mondo (reale o culturale) venga invaso da forze
sconosciute, e i nuovi media ci spaventano, oggi come allora.

Podcast RSI – Story: Perché le Tesla vedono i fantasmi?

logo del Disinformatico

È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della
Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate presso
www.rsi.ch/ildisinformatico
(link diretto) e qui sotto.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite
feed RSS,
iTunes,
Google Podcasts
e
Spotify.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

[CLIP: Gente che grida perché crede di aver visto fantasmi – da
YouTube]

Su
TikTok
e YouTube ci sono
molti
video
che mostrano persone che percorrono lentamente una strada interna di un
cimitero a bordo di una Tesla e si spaventano perché l’auto segnala sul
proprio schermo che vicino al veicolo c’è qualcuno che loro non vedono. Di
solito questi video sono accompagnati da musica inquietante e da reazioni
esagerate, che non si sa se siano sincere o recitate. Ma il tema è sempre lo
stesso: le Tesla vedono i fantasmi. Perlomeno secondo chi pubblica questi
video.

[CLIP: Persone che gridano perché credono di aver visto fantasmi]

Questa è la storia di come un TikTok Challenge in salsa paranormale ha creato
un mito, spaventa gli animi sensibili ed è un’occasione per capire meglio come
funziona realmente il riconoscimento delle immagini tramite intelligenza
artificiale, perché sbaglia e vede “fantasmi”, e soprattutto perché è
importante essere consapevoli che questi suoi sbagli possono diventare
realmente pericolosi.

Benvenuti alla puntata del 19 maggio 2023 del Disinformatico, il
podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie
strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Prima di tutto, è importante chiarire che i video di “fantasmi” avvistati
dalle auto Tesla mostrano un fenomeno reale, nel senso che è davvero
possibile che sullo schermo principale di queste automobili, quello che mostra
l’ambiente intorno al veicolo, compaiano sagome di persone che non esistono.
Ma non c’è nulla di ultraterreno o paranormale: si tratta di un effetto
frequente delle tecnologie usate da questo tipo di auto.

Le auto di Tesla e di molte altre marche sono dotate di telecamere perimetrali
che guardano in tutte le direzioni. Le immagini di queste telecamere vengono
inviate al computer di bordo, che le analizza e, nel caso di Tesla, mostra
sullo schermo in cabina un’animazione tridimensionale schematica degli oggetti
che sono stati identificati da questa analisi: le strisce di delimitazione
della corsia, i cartelli stradali, i semafori, i veicoli e i pedoni.

Questa animazione è basata sul riconoscimento automatico delle immagini. Il
software di bordo è stato addestrato a riconoscere gli oggetti mostrandogli
moltissime fotografie di vari oggetti e indicandogli il tipo di oggetto
mostrato, esattamente come si fa con un bambino per insegnargli a riconoscere
le cose che gli stanno intorno. Ma le somiglianze finiscono qui, perché il
software usa un sistema molto differente da quello umano per identificare gli
oggetti.

La differenza fondamentale, semplificando molto, è che il software si basa
esclusivamente sulle immagini, cioè sulle forme e i colori, mentre una persona
usa anche il contesto, ossia informazioni come la distanza, il tipo di
ambiente in cui si trova, le regole fondamentali della realtà: per esempio un
camion non può fluttuare a mezz’aria, gli oggetti non appaiono e scompaiono di
colpo e una persona non può camminare a cento chilometri l’ora.

È questa mancanza di contesto a causare l’apparizione dei fantasmi sullo
schermo delle Tesla: il software sbaglia a interpretare l’immagine che gli è
stata inviata dalle telecamere, non ha modo di “rendersi conto” del proprio
errore valutando la plausibilità della sua interpretazione, e così mostra
sullo schermo il risultato del suo sbaglio. L’automobile non sta rivelando
cose che i nostri occhi umani non possono vedere; le sue telecamere non stanno
ricevendo emanazioni dall’aldilà. I presunti “fantasmi” sono semplicemente
errori momentanei di interpretazione automatica delle immagini.

[CLIP da Ghostbusters]

Anche le persone che credono alla natura ultraterrena di questi avvistamenti
commettono a loro volta un errore di interpretazione, a un livello molto
differente, perché non sanno come funzionano questi software. Ovviamente, se
il contesto è un cimitero, magari di notte, la fantasia galoppa e l’unica
giustificazione che viene in mente a chi non conosce queste tecnologie è la
presenza di un fantasma.

Però tutto questo non spiega come faccia un computer a sbagliare così
clamorosamente, per esempio riconoscendo una sagoma umana in un’immagine in
cui non c’è nessuno ma si vedono solo prati, fiori e qualche lapide. Scambiare
una statua per una persona avrebbe senso, per esempio, ma nei video dei
presunti fantasmi si vede chiaramente che intorno all’auto non ci sono oggetti
di forma umana. Come fa un computer a sbagliare così tanto?

Confondere sedie a dondolo e occhiali

Alexander Turner, assistente universitario presso la facoltà di scienze informatiche
all’Università di Nottingham, nel Regno Unito, spiega in un
video della serie
Computerphile su YouTube che il riconoscimento delle immagini fatto
oggi dai computer in sostanza assegna a ciascuna immagine un valore di
probabilità di identificazione.

[CLIP: dal video di Turner per Computerphile]

Per esempio, se si mostra a uno di questi software una foto di un paio di
occhiali, il software risponde che rientra nella categoria “occhiali” con una
probabilità del 93%, ma non esclude che si tratti di una sedia a dondolo o di
un corrimano di una scala, con probabilità però molto più basse. 

Fotogramma tratto dal video di Computerphile.

Questo è il meglio che riesce a fare: bisogna ricordare che il software non
“sa” cosa siano gli occhiali o le sedie a dondolo, ma si sta basando
esclusivamente sulle forme e sui colori presenti nell’immagine e li sta
confrontando con i milioni di campioni di immagini di occhiali, sedie a
dondolo e corrimano sui quali è stato addestrato, misurando quanto l’immagine
proposta si avvicini a una delle categorie che conosce e poi scegliendo la
categoria che ha la maggiore probabilità di corrispondenza, cioè di
somiglianza. Tutto qui.

Questo approccio probabilistico, così lontano dalla certezza umana, porta a
una vulnerabilità inaspettata di questi sistemi di riconoscimento delle
immagini. Come spiega Alexander Turner, di solito il software assegna una
probabilità molto alta a una singola categoria e alcune probabilità molto
basse ad altre categorie, ma è possibile influenzare fortemente queste
assegnazioni con un trucco: basta cambiare qualche pixel a caso dell’immagine
e vedere se la probabilità di identificazione corretta aumenta o diminuisce di
qualche decimale. Se diminuisce, si mantiene quel pixel cambiato e si prova a
cambiarne anche un altro, e così via, ripetutamente, tenendo i pixel alterati
che fanno scendere la probabilità di identificazione esatta e fanno salire
quella di identificazione errata.

La cosa sorprendente di questa tecnica è che i pixel cambiati che alterano il
riconoscimento non hanno niente a che vedere con l’oggetto nell’immagine ma
sono una nuvola di punti colorati apparentemente casuali. Per esempio, si può
prendere una foto di una giraffa, che il software identifica correttamente
come giraffa al 61%, cambiare alcuni pixel qua e là, magari anche solo sullo
sfondo, e ottenere che il software identifichi l’immagine come cane al 63%. Ai
nostri occhi la foto mostra ancora molto chiaramente una giraffa, ma agli
occhi virtuali del software quella giraffa è ora altrettanto chiaramente un
cane. 

Fotogramma tratto dal video di Computerphile.
Fotogramma tratto dal video di Computerphile.

Turner prosegue la sua dimostrazione con una foto di un telecomando per
televisori su uno sfondo bianco, che viene riconosciuta correttamente dal
software: ma spargendo opportunamente dei pixel colorati sull’immagine, il
software dichiara che si tratta di una tazza, e assegna a questa
identificazione addirittura il 99% di probabilità. Il ricercatore ripete
l’esperimento con altri pixel sparsi e il software dice con la stessa certezza
che si tratta di una tastiera, di una busta, di una pallina da golf o di una
fotocopiatrice. Eppure noi, guardando le immagini alterate, continuiamo a
vedere chiaramente che si tratta sempre di un telecomando.

Fotogramma tratto dal video di Computerphile.

La conclusione di questo esperimento è che non solo i computer riconoscono gli
oggetti in maniera molto differente da noi, ma esistono delle immagini che li
confondono completamente anche se ai nostri occhi non sono ambigue e sembrano
semplicemente foto di un oggetto sporcate da qualche puntino disposto a caso.
Noi prendiamo lucciole per lanterne, loro scambiano telecomandi per palline da
golf.

[CLIP da video di presunti fantasmi visti dalle Tesla]

Nel caso dei presunti fantasmi avvistati dalle Tesla, è probabile che una
specifica inquadratura di un particolare punto del prato di un cimitero
contenga momentaneamente un insieme di pixel sparsi qua e là, come quelli
usati nell’esperimento di Turner, che al nostro sguardo non spiccano affatto
ma che per il software spostano la probabilità di identificazione verso la
categoria “persona”.

Bisogna ricordare, infatti, che non è necessario che l’immagine sia
riconosciuta con il 100% di certezza: è sufficiente che il software assegni
alla categoria “persona” una probabilità anche solo leggermente più alta
rispetto a tutte le altre categorie. E così sullo schermo comparirà
improvvisamente e per un istante la sagoma di un essere umano.

Mistero risolto, insomma. Ma un fantasma, comunque, in questa storia c’è lo
stesso.

Il fantasma in autostrada

Gli avvistamenti di presunti fantasmi nei cimiteri a causa di errori del
software di riconoscimento delle immagini ovviamente fanno parecchia
impressione e generano video molto virali, ma c’è un altro tipo di
avvistamento fantasma da parte delle automobili dotate di telecamere che è
reale ed è importante conoscerlo perché ha conseguenze molto concrete.

Le telecamere di questi veicoli vengono usate per l’assistenza alla guida, per
esempio per il mantenimento di corsia, per la lettura dei limiti di velocità e
per l’identificazione degli ostacoli. L’auto adatta la propria velocità in
base alla segnaletica e alla presenza di barriere, veicoli o altri oggetti
lungo la strada. Ma se il software di riconoscimento delle immagini sbaglia ad
assegnare categorie agli oggetti che vede, le conseguenze possono essere
pericolose.

Questi sbagli possono essere spesso comprensibili e anticipabili da parte del
conducente, come in un
video
molto popolare che circola su Twitter e mostra una Tesla che sbaglia a
identificare una carrozza che le sta davanti e la mostra come camion, come
furgone, poi di nuovo come autoarticolato ma rivolto in senso contrario alla
direzione di marcia, e infine aggiunge un inesistente essere umano che cammina
in mezzo alla strada. Fortunatamente tutta la scena avviene a bassissima
velocità e in modalità di guida manuale; ma se fosse stata attiva la guida
assistita, come avrebbe reagito l’auto a quel pedone fantasma?

In altre circostanze, invece, lo sbaglio del software può essere completamente
incomprensibile e imprevedibile. Se il riconoscimento delle immagini del
sistema di assistenza alla guida identifica erroneamente che c’è un ostacolo
che in realtà non esiste, e lo fa perché in quell’istante l’immagine inviata
dalle telecamere contiene per caso dei pixel che spostano la probabilità di
identificazione verso la categoria “ostacolo”, l’auto potrebbe frenare di
colpo senza motivo apparente. È quello che gli utenti di questi veicoli
chiamano
phantom braking, ossia “frenata fantasma”, e se avviene nel traffico può aumentare la
probabilità di tamponamenti, perché il conducente del veicolo che sta dietro
non si aspetta che l’auto che ha davanti freni improvvisamente e senza motivo
quando la strada è libera. Le versioni più recenti dei software di guida
assistita hanno ridotto questo fenomeno, ma non è ancora scomparso del tutto.

Si può anche immaginare uno scenario in cui vengono create
intenzionalmente situazioni che sembrano innocue ai nostri occhi ma
producono errori nei sistemi di riconoscimento delle immagini. Per esempio,
per le auto a guida assistita è facile pensare a immagini speciali, applicate
al retro di furgoni o camion o cartelli stradali, oppure sul manto stradale,
che hanno un aspetto normale ma contengono uno schema di pixel apparentemente
casuali che forza i veicoli a frenare, accelerare o cambiare corsia, con
intenti ostili oppure protettivi.

Uscendo dal settore automobilistico, sono già in vendita
indumenti
che hanno colorazioni e forme che all’osservatore umano sembrano prive di
significato ma che mettono in crisi i sistemi di riconoscimento facciale delle
telecamere di sorveglianza. In campo medico, l’uso crescente di sistemi di
riconoscimento automatico delle immagini per la diagnosi può portare a sviste
devastanti se il software non ha un approccio prudente, ossia genera falsi
positivi invece di falsi negativi, e se il medico non conosce e non considera
queste debolezze del software.

Insomma, non vi angosciate: le anime dei defunti non hanno deciso di rendersi
visibili solo a chi ha un’automobile di una specifica marca. Almeno per ora.

[CLIP: Risata di Vincent Price da Thriller di Michael Jackson]

 

Fonti aggiuntive:
Makeuseof.com, Ricoh,
Carscoops.com,
Science Times,
IFLScience.

Antibufala: l’allarme dell’FBI per le prese pubbliche di ricarica dei telefonini

Antibufala: l’allarme dell’FBI per le prese pubbliche di ricarica dei telefonini

Moltissime testate giornalistiche [per esempio Corriere della Sera, Open,
Secolo XIX, CBS, El Pais, Fortune],
compresa la RSI, hanno pubblicato la notizia dell’allarme diffuso via Twitter dall’FBI a
proposito delle prese pubbliche di ricarica per telefonini e altri
dispositivi elettronici: queste prese sarebbero pericolose perché potrebbero
essere usate da criminali informatici per infettare i dispositivi, leggere e
rubare dati e anche tracciare smartphone, tablet e computer dopo che sono stati scollegati.
Sarebbero maggiormente esposti gli utenti Android, ma anche gli utenti Apple
non dovrebbero sentirsi al sicuro.

La tecnica usata dai malfattori ha un nome specifico: si chiama
juice jacking, che in inglese significa “presa di controllo tramite la corrente”
(juice è un modo informale per indicare la corrente elettrica e
jacking è un troncamento di hijacking, ossia “dirottamento,
presa di controllo”).

L’idea di non poter usare queste comodissime prese di ricarica, così preziose
quando si è in viaggio e il telefonino, il tablet e il computer sono a corto
di energia, è preoccupante e riguarda moltissime persone, e la fonte
dell’allarme, l’FBI, sembra assolutamente attendibile; è quindi
comprensibile che i giornalisti l’abbiano diffuso con entusiasmo. Ma scavando
un pochino viene fuori che l’allarme è basato sul nulla: o meglio, su un corto
circuito. Non elettrico, ma informativo.

L’avviso dal quale è partita tutta la preoccupazione è infatti un
tweet
della sede distaccata dell’FBI di Denver, datato 6 aprile 2023, che dice che
“attori ostili hanno trovato modi per usare le porte USB pubbliche per
inserire malware e software di monitoraggio nei dispositivi”

e raccomanda di portare con sé un proprio caricatore e un proprio cavetto USB e
di usare le prese elettriche normali invece dei cavetti offerti.

Questo tweet dell’FBI, però, non fornisce dettagli tecnici o fonti.

Così il giornalista informatico
Dan Goodin ha contattato
l’FBI, un cui portavoce gli ha spiegato che la sede di Denver ha basato il
proprio allarme su informazioni provenienti dalla FCC, la Federal
Communications Commission, l’autorità governativa statunitense che regola e
amministra l’uso delle frequenze radio e delle telecomunicazioni. E in effetti
sul sito della FCC c’è un
avviso, datato 11 aprile 2023, che ripete sostanzialmente le raccomandazioni
dell’FBI, anche qui senza fornire dettagli tecnici o fonti.

Ma a sua volta, spiega sempre Goodin, la FCC dice che le sue informazioni si
basano su un articolo del New York Times del 2019 [probabilmente
questo, paywallato], che si basava su un avviso diffuso dall’ufficio del procuratore
distrettuale di Los Angeles. Ma quell’avviso è stato rimosso a dicembre 2021,
dopo che era emerso che i funzionari del procuratore distrettuale non avevano
alcuna prova del fenomeno. Anche la FCC non è in grado di citare un singolo
caso in cui questo juice jacking su prese pubbliche sia realmente avvenuto.

In altre parole, l’allarme dell’FBI si basa su un complicato passaparola alla
cui origine c’è il nulla. 

Possiamo quindi stare tranquilli e collegare i nostri dispositivi alle prese
negli aeroporti e nei luoghi pubblici e dimenticarci di questo falso allarme?
Probabilmente sì. La capacità di infettare uno smartphone semplicemente
collegandolo a un cavetto di ricarica sarebbe una tecnica troppo potente e
pericolosa per sprecarla su bersagli comuni in luoghi pubblici, e se esistesse
da ben quattro anni, le case produttrici di dispositivi avrebbero nel frattempo
rimediato, diffondendo aggiornamenti correttivi. Quindi le prese USB e i cavetti che trovate nei normali luoghi pubblici sono quasi sicuramente privi di
pericoli informatici.

Detto questo, esiste un rischio teorico. Le prese di ricarica dei
dispositivi includono quasi sempre dei contatti elettrici che accettano dati e comandi.
Sarebbe quindi possibile mandare dei comandi a un dispositivo connesso
attraverso un cavetto appositamente costruito, come per esempio l’OMG Cable
di Hak5. Questi comandi permetterebbero di prendere il controllo di un
dispositivo sbloccato quanto basta per infettarlo o estrarne dati. Ma cavetti speciali
come questi hanno un costo piuttosto alto (oltre 100 dollari). Troppo alto per lasciarli
in giro in un luogo pubblico.

Il rischio reale, insomma, è minimo, e infatti non ci sono casi documentati di
questo juice jacking nonostante se ne parli a livello teorico da anni.
Ma se preferite evitare anche quel minimo rischio, usate il vostro caricatore,
quello che si inserisce nella presa elettrica, o una vostra batteria esterna o
powerbank. E se proprio siete paranoici, esistono anche dei
cavetti speciali
e degli isolatori per cavetti di ricarica, i cosiddetti
data blocker, che fanno passare solo la corrente elettrica ma non i dati.

Fonte aggiuntiva:
Graham Cluley.

Antibufala: l’iPhone 13 comunicherà via satellite!

Antibufala: l’iPhone 13 comunicherà via satellite!

Pubblicazione iniziale: 2021/08/31 9:27. Ultimo aggiornamento: 2023/04/06
22:50.

Da qualche giorno impazza non solo tra gli appassionati e gli specialisti ma
anche nei media di massa una notizia secondo la quale il prossimo iPhone, il
13, sarà dotato della capacità di telefonare via satellite.

ANSA, per esempio,
parla
di “connettività satellitare LEO”, dove LEO sta per
Low Earth Orbit (orbita terrestre bassa), e precisa che si tratterebbe
di “connessione internet” da fornire
“in luoghi che non dispongono ancora di torri trasmittenti”, quindi di
un sistema satellitare bidirezionale. Ne parlano anche
Punto Informatico,
Engadget,
Gizmodo,
HDBlog,
Business Insider,
The Verge,
CNBC,
Slashdot
e tanti altri.

La notizia, però, si basa esclusivamente sulle dichiarazioni di un singolo
“analista esperto di affari di Apple, Ming-Chi Kuo”, contenute in una
nota agli investitori e descritte da
MacRumors, che a loro volta si basano su una sua deduzione riguardante la presenza,
nei prossimi iPhone, di uno specifico componente (il modem Qualcomm X60) che
include funzioni per le comunicazioni satellitari. Questo, secondo lui o
secondo l’interpretazione data dai media alle sue parole, rivelerebbe
l’intenzione di Apple di usare le reti satellitari per i propri telefoni. La
fonte originale della notizia, MacRumors, parla proprio di fare chiamate e
inviare messaggi (non di connettersi a Internet):
“to make calls and send messages in areas without 4G or 5G coverage”.

Ma c’è un fatto tecnico che indica che si tratta molto probabilmente di una
bufala generata da un equivoco, a meno che Apple abbia realizzato almeno un
paio di miracoli tecnologici.

Il fatto tecnico è che un telefonino che faccia comunicazione satellitare
bidirezionale ha bisogno di un’antenna piuttosto ingombrante, che non
può essere miniaturizzata più di tanto.

I telefonini satellitari attuali, quelli capaci di fare e ricevere telefonate
e connettersi a Internet collegandosi a satelliti, hanno antenne come
questa:

Ci sono anche dispositivi satellitari con antenne meno mastodontiche, ma non
consentono di fare chiamate o di connettersi a Internet: sono i
cercapersone satellitari, come
questo di Garmin, che
consentono di inviare e ricevere brevi messaggi di testo, e sono i dispositivi
di localizzazione di emergenza via satellite (PLB o
Personal Locator Beacon), come
questo
o addirittura integrati in
orologi da polso, che
non possono mandare neanche messaggi ma si limitano a inviare ai satelliti di
localizzazione un semplice segnale radio che dice soltanto
“io sono qui”.

Sono estremamente compatti, ma hanno comunque un’antenna cospicua e sporgente,
che va estratta per usarli. Riuscite a immaginare un iPhone con un bozzo
antiestetico del genere? O due fili penzolanti? No, vero?

A scanso di equivoci, aggiungo che è vero che gli attuali iPhone
comunicano con i satelliti GPS, ma è una comunicazione
unidirezionale, non bidirezionale. Per usare il GPS i telefonini si
limitano a ricevere segnali dai satelliti, ma non ne trasmettono (cosa
che richiederebbe appunto un’antenna piuttosto ingombrante). Qui la diceria
parla di trasmettere e ricevere. Addirittura di fare chiamate a voce.

Ci sono varie
ipotesi
sulla genesi di questa storia: una è spiegata
qui
da Sascha Segan. In ogni caso, sembra che tutto sia
iniziato
dal fatto che un chip presente a bordo dell’iPhone 13 sarebbe in grado di
usare la banda di trasmissione denominata b53/n53 (a 2,4 GHz), che Globalstar

vuole

adoperare per potenziare le comunicazioni cellulari, e siccome Globalstar è
nota per le comunicazioni satellitari qualcuno ha immaginato che questo
volesse dire che l’iPhone 13 potrà fare telefonate via satellite.

Un’altra ipotesi è che, come segnala
Mark Gurman su Bloomberg
sulla base di indiscrezioni, Apple stia lavorando all’idea di offrire funzioni
di sola messaggistica satellitare nelle versioni future dell’iPhone, non nella
versione 13 (“the features are unlikely to be ready before next year […] The features could also change or be scrapped before they’re released”). Questo potrebbe aver portato al malinteso.

Nel frattempo, MacRumors, la fonte iniziale della notizia, ha
corretto il tiro, precisando che
“la banda n53 di cui parla Kuo è spettro terrestre… Globalstar non
commercializza o offre spettro nella Banda 53 o n53 per le comunicazioni
satellitari — è solo per copertura terrestre”
. In altre parole, è assai probabile che i satelliti non c’entrino nulla.

Sapremo come stanno realmente le cose tra un paio di settimane, alla
presentazione dell’iPhone 13, che intanto grazie a questa diceria ha ricevuto
montagne di pubblicità gratuita.

2021/11/15. L’iPhone 13 è uscito e
non è affatto in grado di fare telefonate satellitari.

2023/04/06. L’iPhone 14 consente messaggi di testo inviati dal telefono alla rete satellitare Globalstar e viceversa in caso di emergenza. Non consente telefonate satellitari.