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Antibufala: il manifesto che invita gli svizzeri a segnalare chi riscalda troppo la casa è un falso

Antibufala: il manifesto che invita gli svizzeri a segnalare chi riscalda troppo la casa è un falso

Pubblicazione iniziale: 2022/09/12 10:26. Ultimo aggiornamento: 2022/09/16 8:35.

In breve: La foto del manifesto che invita gli svizzeri a segnalare i
vicini che tengono il riscaldamento a più di 19 gradi è un falso. Nessun
manifesto o invito del genere è stato diffuso dalle autorità della
Confederazione, che hanno formalmente smentito l’immagine.

Si tratta quasi sicuramente di un fotomontaggio realizzato inserendo
digitalmente il falso manifesto in una fotografia stock di una bacheca per
manifesti. 

 

In dettaglio: Sta circolando in maniera virale su Internet e in
particolare sui social network l’immagine di un presunto manifesto che reca il
logo ufficiale della Confederazione Svizzera, il numero del servizio stampa e
informazioni dell’Ufficio Federale dell’Energia, la dicitura
“Heizt der Nachbar über 19 Grad? Dann informieren Sie uns” (“Il vicino tiene il riscaldamento a più di 19 gradi? Allora avvisaci”) e la promessa di anonimato e di una ricompensa di 200 franchi (circa 200
euro).

L’Ufficio Federale dell’Energia ha dichiarato di non avere nulla a che fare
con questa immagine e ne ha preso formalmente le distanze, secondo quanto
riferito da
20min.ch
e da
Mimikama.at, che vi invito a leggere per i dettagli. Non si sa chi sia l’autore del
falso, ma Mimikama nota che la sua prima apparizione è stata notata in un
forum russo.

La foto stock con la quale è stata quasi sicuramente creata l’immagine falsa.
Credit:
20min.ch.

La Regione
segnala
che
“Fra chi ci è cascato con tutte le scarpe, troviamo anche dei politici,
come l’europarlamentare italiano, in quota Lega, Marco Campomenosi”
. È troppo chiedere ai politici di essere più responsabili nell’uso dei
social? Perché è difficile lottare contro le fake news se sono loro
stessi a condividerle. 

 —

21:20. L’indagine tecnica del collega David Puente, pubblicata su Open, ha trovato la fonte di entrambe le immagini usate per costruire quella falsa, rileva che il falso manifesto è stato promosso con forza dalla propaganda russa e che anche Maria Giovanna Maglie (opinionista ed ex giornalista Rai) ha condiviso la bufala.

2022/09/15 00:15. La Regione riferisce che la polizia federale svizzera ha “aperto ufficialmente un’inchiesta dopo aver ricevuto una denuncia per uso abusivo dello stemma e altri elementi della Confederazione.” Il Dipartimento federale dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni (DATEC) ha pubblicato sul proprio sito un avviso (copia permanente): “Notizia falsa – Da sabato circolano sui social media falsi post nei quali si invita a segnalare alla Confederazione i casi in cui un vicino riscalda la propria casa oltre i 19 gradi. La Confederazione non ha nulla a che fare con questo appello e ne prende le distanze in ogni forma. Il logo della Confederazione e il numero di telefono riportati sull’immagine sono stati utilizzati in modo abusivo. Non esistono manifesti né appelli di questo genere della Confederazione, si tratta ovviamente di un caso di manipolazione. La Confederazione ha avviato accertamenti a riguardo.”

Maggiori informazioni e analisi dettagliate sono su RSI e Swissinfo.

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Antibufala: auto elettriche boicottate da petrolieri e banchieri?

Antibufala: auto elettriche boicottate da petrolieri e banchieri?

Questo articolo vi arriva grazie alle gentili donazioni di “edmondo.m*” e “daniele.g*” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2012/01/19.

Sta circolando una presentazione Powerpoint in italiano, tradotta dallo spagnolo, che sostiene che sono già state realizzate auto elettriche e a idrogeno che risolverebbero il problema dell’inquinamento ma sono state sistematicamente distrutte in massa e boicottate dalle “lobbies delle grandi compagnie petrolifere”.

Ci sarebbero addirittura modelli di auto che funzionano “col vapore acqueo”, e viene tirato in ballo anche Nikola Tesla, un vero e proprio jolly onnipresente nelle teorie pseudoscientifiche, dicendo che “più di 100 anni fa… trovò il modo di far muovere un motore (o una turbina ecc.) con l’ “Energia libera” che non usa né acqua né idrogeno come fonte d’impulsi ma solamente dei magneti” e che “con uno di questi motori magnetici si potrebbe muovere un’auto dalla Patagonia fino all’Alaska, senza utilizzare una goccia di combustibile!”. Scusate se è poco.

Gli ingredienti per liquidare questa presentazione come l’ennesima accozzaglia di fantasie di complotto partorita dall’ignoranza dei principi basilari della fisica ci sono tutti: la cospirazione della “mafia bancaria e petroliera che controlla il pianeta”, le prestazioni straordinarie promesse da tecnologie tenute segrete, e (ciliegina sulla torta) la citazione di Tesla. Ma siccome la presentazione fa leva sui pregiudizi e sui luoghi comuni e presenta alcune affermazioni che sembrano dimostrarli, continua a circolare.

Come al solito, è più facile dare la colpa al grande complotto per fregarci, contro il quale non possiamo far niente, che impegnarsi a fare qualcosa di concreto, come per esempio usare meno l’auto, condividerla o comperarne una che beve di meno. Se il mondo è controllato dalla “mafia bancaria e petroliera”, diventa inutile cercare di cambiare il mondo: il cospirazionismo, insomma, è un’ottima scusa per non fare nulla e dare la colpa agli altri.

Provo a fare un po’ di chiarezza sulle tante affermazioni – rigorosamente prive di alcuna fonte, come al solito – presentate nell’appello che circola, basandomi sull’ottimo lavoro di Markogts, che linka anche la presentazione su Slideshare. La versione inglese dell’appello è anch’essa su Slideshare. L’indagine è anche un’occasione per ripassare alcune nozioni sulle auto elettriche che forse una certa foga ecologista mal riposta tende a far dimenticare.

Una precisazione: so che ci sarà sicuramente qualche ottusangolo che interpreterà quest’articolo come una difesa dello status quo e delle lobby petrolifere, ma non è così: dico solo le cose come stanno, che piacciano o no, e documento quello che dico. Io ho ridotto il mio inquinamento automobilistico facendo già oltre vent’anni fa una scelta di carriera: lavorare da casa e spostarmi in auto il meno possibile. E comunque non ho bisogno dei soldi delle lobby del petrolio: sono già pagato dalla CIA, dal Nuovo Ordine Mondiale, dagli Illuminati e dai Rettiliani.

L’auto elettrica EV-1

Per il problema dell’inquinamento dell’aria, dice l’appello,

è già esistita una soluzione! Nel 1996, le prime auto elettriche prodotte in serie, le EV1 (Electric Vehicle 1), furono fabbricate negli USA dalla General Motors e circolarono per le strade della California. Erano auto veloci: passavano da 0 a 100 km/h in meno di 9 secondi! Ed erano molto silenziose!

La seminagione di punti esclamativi, come la citazione di Nikola Tesla, è un altro sintomo ricorrente di bufala, ma lasciamo stare.

L’appello presenta silenziosità e accelerazione come prove dell’efficacia di queste auto, ma dimentica tre dati molto più importanti.

  • La EV-1 era un’auto a due posti: totalmente inutile per una famiglia.
  • Aveva un prezzo altissimo: 34.000 dollari dell’epoca (1996, Los Angeles Times), pari a 47.000 dollari di oggi (38.000 euro, 52.000 franchi) per un’auto con la capienza di una Smart.
  • L’autonomia: non più di 209 chilometri per il modello migliore in condizioni ottimali (batterie NiMH e perfettamente caricate, senza usare l’aria condizionata o il riscaldamento, senza fare salite e a seconda della temperatura ambiente). Esaurita l’autonomia, l’auto ci metteva da 6 a 8 ore per “fare il pieno”.

Seriamente: spendereste 38.000 euro per una due posti che dopo duecento chilometri deve stare ferma sei ore? Certo, potreste usarla per tratte relativamente brevi, per esempio per andare al lavoro: ma sarebbe inservibile per qualunque viaggio lungo. Dovreste quindi acquistarla come seconda auto, oppure noleggiarne una a benzina o diesel per i viaggi lunghi. Addio risparmi.

Sono questi i problemi pratici per i quali l’auto elettrica fatica a decollare tuttora: non per fantasiosi complotti di lobby mafiose. La EV-1 se la potevano permettere persone come l’attore Tom Hanks, per le quali usare un’auto elettrica aveva anche un ritorno d’immagine ecologista, ma restava al di fuori della portata economica e delle esigenze della famiglia media.

È per questi motivi che la EV-1 fu data in leasing e non venduta. Inoltre l’appello non dice che la EV-1 nacque come scappatoia per venire incontro alle leggi anti-inquinamento californiane, che nel 1990 prevedevano che le case automobilistiche, per poter vendere in California, avrebbero dovuto fabbricare il 2% della propria produzione in forma di auto a emissioni zero entro il 1998. L’obbligo fu poi annullato perché ritenuto tecnicamente insostenibile e la EV-1 fu tolta dal mercato. La Honda fece altrettanto con la EV Plus.

“Non producevano nessun tipo di inquinamento (e neppure avevano il tubo di scappamento)”, dice la presentazione. La prima affermazione è imprecisa e ingannevole: l’energia elettrica necessaria per ricaricare un’auto elettrica deve provenire da qualche parte, e se la centrale elettrica che la produce è inquinante, caricare un’auto elettrica inquina comunque. In modo differente dall’auto a benzina o diesel, ma inquina, per cui non si può dire che le auto elettriche non producano nessun tipo di inquinamento.

La seconda affermazione è una scemenza pura e semplice: sottolineare che la EV-1 non aveva il tubo di scappamento è come sottolineare che una Volkswagen non ha l’attacco per le briglie dei cavalli.

“Erano facilmente ricaricabili con energia elettrica nel garage di casa”. Vero, a patto che “facilmente” significhi “aspettare da sei a otto ore per ricaricare”.

“Dieci anni dopo queste auto del futuro sparirono. Come può essere possibile? In primo luogo queste auto non potevano essere comprate, ma solo noleggiate. I contratti di noleggio non vennero semplicemente rinnovati. La General Motors recuperò tutte le EV1, nonostante l’opposizione dei suoi utenti, e dopo furono……DISTRUTTE…” Vero. Il programma EV-1 fu cancellato nel 2003 perché la General Motors lo ritenne economicamente insostenibile: per legge avrebbe dovuto gestire ricambi e riparazioni per anni, per un parco complessivo di meno di milleduecento esemplari. La GM preferì ritirare le auto e distruggerle o donarle ad alcuni musei, concentrando i propri investimenti sulle auto ibride.

A proposito: se davvero c’è un complotto contro le auto elettriche per favorire i consumi di petrolio, perché le case automobilistiche investono nelle auto ibride come la GM Volt, che consumano meno e non hanno le limitazioni di autonomia delle auto elettriche pure?

L’auto elettrica Nissan Hypermini

Nel 1997, la Nissan presentò il modello elettrico Hypermini nel salone di Tokyo. Il Municipio della città di Pasadena (California USA) adottò quest’auto come veicolo professionale per i suoi dipendenti. Erano molto apprezzate per la loro facilità di manovra e parcheggio ed anche per la loro efficienza di movimento dentro la città. Nell’agosto del 2006, andò a termine il contratto di noleggio delle auto tra il Municipio di Pasadena e la Nissan. Il municipio tentò di comprare le auto, ma la Nissan non lo permise. La Nissan ritirò tutte le auto per… DISTRUGGERLE !

Quello che l’appello non dice è che quest’auto, come la EV-1, era una vettura a due posti con un bagagliaio inesistente: l’equivalente di una Smart. L’autonomia era di circa 110 chilometri con una carica completa della batteria in condizioni ottimali e il prezzo era intorno ai 36.000 dollari: ancora più alto di quello della EV-1. Ne furono prodotte in tutto 219: troppo poche per mantenere assistenza e ricambi. Come per la EV-1, fu questo il motivo che spinse la Nissan a ritirarla. In Giappone, tuttavia, ne circolano ancora alcuni esemplari: quindi non è vero che la Nissan le ritirò tutte.

L’auto elettrica RAV4-EV

Nel 2003, la Toyota decise di iniziare la produzione del RAV4-EV. (EV=Veicolo Elettrico) Questa 4×4 elettrica, un prodotto di alta raffinatezza tecnologica, era stata molto apprezzata dai suoi utenti fin dal 1997. Il costo di ricarica era di US$ 0,09 per kilowatt/ora, vale a dire, una ricarica completa del veicolo costava $ 2,70. Nel 2005 i contratti di noleggio andarono a scadenza. La Toyota inmediatamente si prodigò a recuperare tutte queste auto per… DISTRUGGERLE !

Lo scenario che ci vuole suggerire l’anonimo estensore dell’appello, con questa ripetizione dello stesso ciclo produzione-successo-distruzione, è che ci sia un piano mondiale preciso: immettere sul mercato delle auto elettriche e poi puntualmente ritirarle e distruggerle prima che qualcuno si accorga che funzionano. Ma allora non sarebbe più semplice fare in modo che non vengano fabbricate del tutto? Per non parlare del fatto che in Svizzera, per esempio, ci sono tuttora varie auto elettriche, compresa una Smart elettrica che ho avuto il piacere di provare: bella, ma è – come le auto elettriche precedenti – una costosissima due posti con un’autonomia molto limitata.

L’appello qui fa un errore grossolano: dice che la Toyota iniziò la produzione della RAV4-EV nel 2003 ma gli utenti la apprezzavano fin dal 1997. Come facevano ad apprezzarla sei anni prima che uscisse? In realtà l’auto fu immessa sperimentalmente sul mercato nel 1997 e offerta al pubblico per il leasing o l’acquisto nel 2003. Fu ritirata dal mercato lo stesso anno. Il motivo? Secondo Toyota, le vendite scarse: soltanto 300 in un anno, e il costo della sostituzione della batteria era superiore a quello dell’acquisto dell’auto. Le tecnologie della RAV4-EV furono riciclate per la Prius.

E perché non la comprava nessuno? Perché costava 42.000 dollari: ancora più della EV-1 e della Hypermini, anche se gli incentivi governativi californiani ne riducevano il prezzo a 29.000 dollari. In compenso portava cinque persone, aveva un’autonomia massima di 190 chilometri e richiedeva cinque ore per la ricarica: limitazioni analoghe alle auto precedenti, ma meno penalizzanti (soprattutto in termini di numero di passeggeri), tanto che il veicolo suscitò notevole entusiasmo fra gli appassionati, molto più di quanto previsto da Toyota, ma non abbastanza da vendere i numeri necessari per essere economicamente sostenibile per il fabbricante. E diversamente da quanto detto dall’appello, esistono ancora RAV4-EV in circolazione.

Allora, alcuni cittadini USA decisero di organizzarsi: Venne creata l’associazione “Don’tCrush” per tentare di salvare le RAV4‑EV. Questa associazione esercitò pressioni sulla Toyota per 3 mesi. Finalmente VITTORIA! La Toyota autorizzò le persone, che avevano noleggiato queste auto, a comprarle. Tuttavia, la linea fu tolta dalla produzione e la batteria NiMH EV-95 non venne mai più prodotta. Perché? Nel 2005 la fusione commerciale Chevron – Texaco compró il brevetto della batteria per US$ 30 milioni e smantellò la fabbrica.

Non ho trovato tracce di questo presunto acquisto del brevetto e dell’altrettanto presunto smantellamento della fabbrica, ma mi risulta che ci furono realmente delle complicazioni legali grazie alle quali la Chevron esercita un notevole (e sospetto) controllo sulla produzione di grandi batterie per autotrazione. Per esempio, la Mercedes nel 2008 fece causa alla Cobasys, che è la divisione batterie della Chevron, perché non le aveva consegnato le batterie necessarie per il proprio SUV ibrido ML450. E nel 2005 effettivamente ci fu una multa da 30 milioni di dollari contro Panasonic e Toyota per violazione dei brevetti della Cobasys sulle batterie NiMH. Sottolineo multa, non acquisto del brevetto: ma se volete un complotto, è qui che lo trovate.

La condanna dell’incendiario di Hummer

Curiosamente, mentre i veicoli elettrici venivano distrutti in massa, quelli a combustione erano ben protetti. Nel giugno del 2001, Jeffrey Luers di 23 anni, attivista USA per la difesa delle foreste, ebbe una triste esperienza. Egli fu condannato a 22 anni e 8 mesi di prigione per aver bruciato 3 Hummer’s (auto americane, uguali a quelle dell’esercito che consumano molto combustibile). Lui volle esprimere con questo gesto la minaccia rappresentata per il nostro pianeta da questi mostri ultra inquinanti e consumatori.

Un piccolo particolare che l’appello ha curiosamente scelto di sorvolare: i “tre Hummer” incendiati non erano suoi. Luers diede fuoco a tre SUV di un concessionario a Eugene, nell’Oregon. Lo fece per protesta ecologica, certo, ma sta di fatto che decise di farlo distruggendo la proprietà altrui e causando danni per 28.000 dollari. La pena inflitta fu effettivamente di 22 anni e 8 mesi, ma fu in seguito ridotta a dieci nel 2008. Condanna dura, indubbiamente, ma all’estensore dell’appello sfugge forse la differenza fra una General Motors o una Toyota che decidono di distruggere i propri veicoli e un Luers che decide di distruggere le auto altrui.

L’auto a idrogeno

Le “lobbies” delle grandi compagnie petrolifere non vogliono che i veicoli elettrici sopravvivano …e così stanno facendo guerre nel Medio Oriente a causa del petrolio e ammazzano persone in tutto il mondo… Con l’inquinamento dei combustibili! Ma non esiste solamente la tecnologia dell’auto elettrica… La BMW ha un’automobile commerciale a base di idrogeno. Da circa 10 anni! Il Governatore della California, il famoso attore Arnold Schwarzenegger, guida una Hummer. Ad idrogeno!

L’auto alla quale si riferisce l’appello è presumibilmente la BMW Hydrogen 7. Il problema di fondo, però, è che l’idrogeno non è una fonte di energia; è un vettore di energia, e per di più inefficiente.

L’energia che si consuma per produrre e distribuire idrogeno è infatti molto superiore a quella che si estrae dall’idrogeno prodotto: tanto vale usare quest’energia per caricare delle batterie. La distribuzione dell’idrogeno è un incubo, a causa della sua bassissima densità (che ne esige la pressurizzazione o la liquefazione a temperature bassissime, con tutto quello che ne deriva) e della sua estrema infiammabilità. Le opinioni e gli esperimenti sull’effettiva pericolosità dell’idrogeno per auto rispetto alla benzina sembrano indicare una maggiore sicurezza dell’idrogeno, ma voi ve la sentireste di andare in giro con una bombola di idrogeno liquido e/o pressurizzato nella vostra auto e rischiare un tamponamento esplosivo? Appunto.

Inoltre attualmente l’idrogeno viene prodotto principalmente estraendolo dagli idrocarburi, per cui l’auto a idrogeno dipende dal petrolio esattamente come quelle a benzina o diesel (Washington Post). Dire, come fa l’appello più avanti, che “L’auto a idrogeno… utilizza l’aria come materia prima per il combustibile” è una fesseria colossale.

Certo l’idrogeno riduce o elimina l’inquinamento da gas di scarico, ma non fa nulla per la dipendenza dalle “lobbies delle grandi compagnie petrolifere”. Proporre l’idrogeno come soluzione ecologica che ci libera dalla schiavitù del petrolio è quindi un miope controsenso.

Genepax, l’auto ad acqua

L’anno prima fu presentata al pubblico la Genepax, la prima e unica auto che funziona col vapore acqueo. Sì, hai letto bene, questa auto funziona unicamente con l’acqua! E non è tutto, l’acqua che utilizza non deve neppure essere filtrata in alcuna misura, ed è capace di fare 80km/h con un litro d’acqua.

La Genepax è una società giapponese che dice di avere un’auto il cui propulsore estrae l’idrogeno dall’acqua (“persino dal tè”, secondo quanto riferisce Reuters). Ma il suo sito è fermo da febbraio del 2009 perché “i costi di sviluppo sono diventati molto alti… e quindi stiamo chiudendo il nostro sito”.

Prima che sospettiate l’intervento dei Men in Black o delle solite lobby petrolifere per zittire il successo della Genepax, segnalo che la società giapponese non ha rivelato i dettagli della scatola misteriosa che usa come fonte di energia, se non per dire che “estrae idrogeno dall’acqua versata nel serbatoio dell’auto”. Nessuno ha mai visto l’auto funzionare per più di brevi periodi. Inoltre, se la Genepax ha trovato un metodo efficiente per estrarre l’idrogeno dall’acqua ma è a corto di soldi, non si capisce perché parta subito con il progetto dell’auto ad acqua, invece di fare una cosa più semplice: costruire un generatore fisso accanto a un corso d’acqua, senza le limitazioni di peso e di dimensioni che ha un’auto. La puzza di truffa è molto forte.

Gli esperti hanno liquidato la Genepax come delirio contrario alle leggi della termodinamica (Popular Mechanics; Cleantech). Ma naturalmente basterebbe che i signori della Genepax dessero una dimostrazione del loro apparecchio miracoloso in condizioni controllate (niente idruri metallici usa e getta, per esempio) e gli esperti verrebbero sbugiardati. Questo non avviene, né per la Genepax né per tutte le altre miracolose “auto ad acqua” che ogni tanto gli inventori da sottoscala sbandierano per poi scomparire nel nulla (quando va bene) o nel ridicolo (quando va male). Chiedetevi perché.

Tesla e l’“energia libera”

Altro ancora: sai che più di 100 anni fa un geniale scienziato Nikola Tesla trovò il modo di far muovere un motore (o una turbina ecc.) con l’ “Energia libera” che non usa né acqua né idrogeno come fonte d’impulsi ma solamente dei magneti? Oggi la tecnologia dell’ “Energia Libera” si trova sufficientemente sviluppata dagli scienziati indipendenti, al punto che con uno di questi motori magnetici si potrebbe muovere un’auto dalla Patagonia fino all’Alaska, senza utilizzare una goccia di combustibile! Nella rete web si trovano disponibili i piani necessari per sviluppare questa prodigiosa tecnologia che, se fosse applicata, abbasserebbe il costo della vita di un 80%! … L’abbondanza per tutti!…E perché non si applica? Per colpa della medesima mafia bancaria e petroliera che controlla il pianeta!

Questo è il delirio finale dell’appello: le parti successive parlano semplicemente di biocarburanti e invitano a diffondere l’appello perché tutti insieme sconfiggeremo le lobby potentissime, eccetera, eccetera. Come già detto, citare le misteriose scoperte segrete di Tesla è una garanzia di scemenza di chi le cita, ma in questo caso l’appello arriva addirittura al corto circuito logico. Dice che “la tecnologia dell’ “Energia Libera” si trova sufficientemente sviluppata dagli scienziati indipendenti”. Bene, allora cosa aspettano a farcela vedere in azione? Che ci mostrino “uno di questi motori magnetici” che permetterebbero di “muovere un’auto dalla Patagonia fino all’Alaska, senza utilizzare una goccia di combustibile!”. Ce lo facciano vedere, s’intende, in condizioni controllate. Mica vogliamo farci fregare.

Suvvia, non dovrebbe essere difficile realizzarlo. I piani non sono mica segreti: “Nella rete web si trovano disponibili i piani necessari per sviluppare questa prodigiosa tecnologia”. Dove, di preciso, non si sa. Ma ci sono. Chissà perché, tutta questa brava gente pronta a indicare le soluzioni ai mali del mondo se la svigna come un maiale in una sinagoga non appena le si chiede di passare dalle parole ai fatti.

In conclusione, l’appello è un ottimo esempio di come Internet diffonda la saggezza del cretino: una costellazione di luoghi comuni, dal complotto che impedisce al mondo di essere un paradiso, alla visione magica della scienza “alternativa” come negletta fonte di salvezza contro la scienza “cattiva” e oscurantista, alla convinzione che per i grandi problemi ci siano soluzioni semplici. Luoghi comuni tenuti insieme dal collante vischioso dell’ignoranza e dell’ingenuità boriosa di chi crede di saperne di più della gente che invece ha speso anni di studio per capire come funzionano realmente la chimica, la fisica e le altre scienze.

Non diffondere quest’appello, insomma, sarebbe un bel gesto ecologico. Eviterebbe di inquinare la mente della gente.

Antibufala: il caso John Titor

Antibufala: il caso John Titor


Questo articolo vi arriva grazie alle gentili
donazioni di
“massimo.so****” e “cele81” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione
iniziale. Con il passare degli anni, molti dei link citati sono diventati obsoleti. Ultimo aggiornamento: 2022/09/05.

Come accennato in una puntata recente del Disinformatico radiofonico, mi
sto occupando del caso di John Titor, il presunto viaggiatore nel tempo comparso
su Internet nel 2000, per conto della televisione svizzera TSI e per rispondere
alle vostre numerose richieste in proposito.

Se avete (o sapete dove reperire, anche presso un museo) un computer IBM 5100,
annata 1975, come quello mostrato nella foto qui sopra, scrivetemi: la TSI lo
sta cercando come oggetto di scena per il programma che tratterà la storia di
Titor.

Aggiornamento: grazie anche al suggerimento di DYK RedWind, è
stato reperito a tempo di record.

L’IBM 5100
è infatti uno degli elementi chiave della vicenda: il viaggio nel tempo di John
Titor, infatti, sarebbe stato iniziato allo scopo di procurarsi uno di questi
computer per portarlo nel 2036, dove serviva per fare il debug ad alcuni
vecchi programmi.

Sia ben chiaro: la probabilità che Titor fosse realmente un crononauta è
praticamente nulla. L’indagine svolta fin qui punta invece ad un’operazione
commerciale concepita per creare un mistero a tavolino e venderne i diritti a
Hollywood o agli ingenui, secondo un modello di marketing di grande successo
(basti pensare a Charles Berlitz con il libro
Bermuda: il triangolo maledetto o al recente Codice da Vinci);
finora ha dato vita a un
business di magliette, un
libro
e un’opera teatrale. Qualche tempo fa si parlava anche di un
film.

Ma il modo in cui si dipana la vicenda, con la sua sofisticazione nel fornire
dettagli intriganti (fotografie comprese) e creare una premessa non
falsificabile grazie alla giustificazione delle linee temporali multiple, merita
attenzione comunque per il suo fascino. Di certo non è la fantasia di un
dilettante.

La storia

Il 2 novembre 2000, una persona che sceglie l’appellativo
Timetravel_0 inizia a scrivere messaggi in vari forum di Internet
dedicati ai viaggi nel tempo (fra cui
Timetravelinstitute.com) e
dichiara di essere un viaggiatore nel tempo proveniente dal 2036.
Successivamente cambia appellativo e si fa chiamare John Titor, anche se
a quanto pare si tratta di uno pseudonimo.

Titor dichiara di essere un soldato e di lavorare per un progetto governativo: è
stato inviato dapprima nel 1975 per recuperare dal nonno, ingegnere dell’IBM a
Rochester, un computer trasportabile IBM 5100, che a suo dire contiene funzioni
non documentate che gli permettono di svolgere un’operazione vitale per il mondo
del 2036: effettuare conversioni fra i vecchi sistemi IBM e UNIX e (secondo
alcuni suoi interpreti) permettere così all’epoca di Titor di sopravvivere al
collasso dei sistemi UNIX
previsto per il 2038. Dopo aver recuperato il computer, Titor sta facendo sosta nell’anno 2000 per
far visita alla propria famiglia e a se stesso da bambino e per vedere di
persona gli effetti (secondo lui disastrosi) del Millennium Bug del 2000.

Nei suoi molti messaggi, Titor dichiara di non voler convincere nessuno
dell’autenticità della propria storia, ma di voler semplicemente saggiare la
reazione delle persone alla possibilità di incontrare un crononauta. Risponde
estesamente alle domande dei partecipanti ai forum e fornisce dettagli tecnici e
anche
immagini della sua
“macchina del tempo”: un modello C204, fabbricato dalla General Electrics nel
2034, pesante circa 250 chili e trasportato in una Chevrolet Corvette cabriolet
del 1966 (successivamente scambiata con un furgone a quattro ruote motrici del
1987).

Il 24 marzo 2001, John Titor annuncia il proprio ritorno a casa, al 2036. Da
allora non si è più fatto sentire.

L’indagine

L’analisi dei messaggi di Titor (ottimi punti di partenza sono
Time Travel Portal
e
Above Top Secret) produce risultati ambigui. Le immagini della sua “macchina del tempo” sono
pessime e il “manuale” sembra veramente dilettantesco (specialmente se si
considera che è stampato nel 2030 e passa), eppure Titor ha dimostrato una
notevole padronanza della terminologia della fisica avanzata e
dell’informatica.

Titor ha previsto erroneamente che vi sarebbe stata una guerra civile in USA dal
2004 al 2015 e che l’edizione finale delle Olimpiadi sarebbe stata nel 2004
(mentre le Olimpiadi Invernali del 2006 si sono tenute); ma si è coperto le
spalle “spiegando” che esistono molti mondi paralleli al nostro e che in
ciascuno di questi mondi gli eventi sono leggermente differenti; lui proverrebbe
in realtà da uno di questi mondi e avrebbe raccontato la cronologia di quel
mondo, che può essere divergente rispetto alla nostra. Le previsioni di Titor
sono piuttosto catastrofiche, come si conviene al buon profeta: la Terza Guerra
Mondiale fa 3 miliardi di morti nel 2015, la Russia bombarda le città americane,
europee e cinesi, e la Microsoft non esiste più (non tutto il male vien per
nuocere, insomma).

Un aspetto interessante della sua storia è appunto la questione dell’IBM 5100:
infatti le funzioni non documentate descritte da John Titor esistono realmente
ed erano effettivamente segrete all’epoca della commercializzazione di questo
modello di computer. Ne parla un articolo del
Rochester Magazine
di agosto 2004, che intervista Bob Dubke, uno dei tecnici che progettò l’IBM
5100 e ne realizzò specificamente l’interfaccia fra il suo codice assembly e
l’emulatore 360 inglobato nel sistema. IBM tenne segreta quest’emulazione perché
temeva che la concorrenza ne approfittasse, dato che permetteva ai programmatori
di accedere alle funzioni dei mastodontici computer IBM degli anni Sessanta.

Secondo l’articolo, Dubke non aveva mai sentito della storia di Titor: quando
gli fu raccontata, la sua prima reazione fu chiedersi quale membro del suo
gruppo di sviluppo all’IBM poteva avere il senso dell’umorismo necessario per
architettare un putiferio mediatico del genere. Gli venne anche in mente un
possibile candidato, ma analizzando i messaggi di Titor osservò che erano
“troppo semplici” per essere il parto di un suo collega, che fra l’altro non
avrebbe mai usato l’espressione “legacy code” usata da Titor. La
congettura di Dubke è che la “conoscenza segreta” di John Titor derivi da
informazioni reperite frugando in Internet.

Tracce di speculazione

Un paio di indizi puntano a un piano di sfruttamento commerciale della vicenda
Titor. Certo questo di per sé non significa che la storia di Titor debba essere
falsa, ma quando ci si mette di mezzo il vil denaro, le bugie nascono e crescono
più rigogliose. Semmai, la storia è con tutta probabilità una bella bufala
perché sarebbe stato facilissimo per Titor autenticarla, per esempio lasciando
nel nostro tempo un oggetto fabbricato con la tecnologia del 2030. In questo
modo, anche se le sue previsioni fossero risultate sballate a causa delle linee
temporali divergenti, avremmo comunque avuto sempre un oggetto verificabile e
studiabile.

Il primo indizio è che il libro scritto nel 2003 dalla “mamma” di John Titor,
John Titor – A Time Traveler’s Tale, è pubblicato da
Instantpublisher.com, sito di una mini-casa editrice del Tennessee specializzata
in vanity edition: le edizioni che l’autore paga per farsi
pubblicare. Il sito è registrato a nome della
Fundcraft Publishing, Inc., specializzata in libri di cucina. Può darsi, come ipotizza un
commento
su Amazon.com, che si tratti di un tentativo dell’editore di diversificarsi e
risollevare le proprie fortune, visto che il mercato dei libri di cucina è
piuttosto inflazionato e c’è la concorrenza delle ricette scaricabili da
Internet. Quello che è certo è che il libro non è garantito da una casa editrice
di spicco, che avrebbe dovuto intrattenere rapporti con la “mamma” e decidere se
presentare la storia come fiction o come realtà, pena conseguenze legali
e d’immagine molto serie.

Il secondo indizio è l’assidua presenza di un avvocato, Larry Haber, in vari
aspetti della vicenda. Come spiegato su
ConspiracyCafe.net, Haber, intervistato nel programma radio
Coast to Coast del 14
febbraio 2006, è un avvocato “specializzato negli aspetti legali
dell’entertainment“. Non ha mai incontrato nessuna delle persone
coinvolte nella storia (ha soltanto parlato con “mamma Titor” per telefono), ma
ha dichiarato di aver curato le questioni di diritto d’autore per la
pubblicazione del libro citato prima.

Il nome di Haber salta fuori anche in relazione a un possibile film sulla
vicenda Titor (Haber ne ha inviato
alcune immagini a
Time Travel Portal) e a un documentario, Obsessed and Scientific, in
vendita su Johntitorweb.com, dove è
reclamizzato anche un fumetto. E’ anche un produzione un altro “documentario”
sul tema, intitolato
Timetravel_0.

Sembra insomma abbastanza chiaro che intorno a John Titor si cerchi in ogni modo
di far girare dei soldi. Vera o falsa, la storia è indubbiamente abbastanza
accattivante, con il suo misto di catastrofismo con possibilità di redenzione,
Terminator, L’esercito delle 12 scimmie e complottismo (c’è chi
riesce persino a
tirare in ballo l’11 settembre
“previsto” da Titor e dichiarare che gli USA sono già in regime di guerra civile
ma non se ne sono accorti), da attirare certamente la curiosità di Hollywood.
Staremo a vedere.

La trasmissione


La TSI ha completato e trasmesso la puntata di Storie dedicata a John
Titor: si intitola Il mio nome è John Titor e vengo dal 2036 di Luca Jäggli ed è stata trasmessa il 15 aprile 2007 ed è
disponibile in streaming qui

2022/09/02: La puntata è ora disponibile su PlaySuisse qui. Io compaio a 5:58 e a 38:45.

Antibufala: Per il Corriere, una persona è morta “durante una prova di guida autonoma” di una BMW. Non è vero

Antibufala: Per il Corriere, una persona è morta “durante una prova di guida autonoma” di una BMW. Non è vero

Maurizio Bertera sul Corriere della Sera, nella sezione a pagamento,
scrive
(copia permanente) che
“la Polizia tedesca ha dichiarato che una persona è morta e nove sono rimaste
gravemente ferite dopo che un’auto impegnata in un test di guida autonoma ha
improvvisamente cambiato direzione innescando una serie di collisioni che
hanno coinvolto quattro veicoli.”

La polizia lo ha dichiarato, ma non è vero.

L’auto è una BMW iX elettrica, che non è dotata di guida autonoma: ha
soltanto un sistema di guida assistita, nel quale il conducente rimane
costantemente responsabile della condotta del veicolo. Per cui non poteva
essere in corso alcuna “prova di guida autonoma”.

La polizia tedesca ha affermato inizialmente che il veicolo era un’auto elettrica di prova a guida
autonoma e che non era chiaro se al momento dell’incidente fosse sotto il
controllo del conducente. BMW ha
smentito, sottolineando che il veicolo non era dotato di guida autonoma. L’auto,
tuttavia, era contrassegnata come veicolo di test a scopo di protezione dei
dati, dato che stava effettuando delle riprese video,
scrive Euronews. Da qui, forse, l’equivoco. 

Il Corriere, al momento in cui scrivo,
non ha ancora rettificato, nonostante sia stato
avvisato
che la notizia è falsa. 

Visto il bilancio tragico dell’incidente, è importantissimo ricordare che i sistemi di guida assistita possono sbagliare (e sbagliano spesso nel momento peggiore) e che la responsabilità della guida del veicolo è sempre e comunque del conducente per tutti i sistemi di questo tipo che sono classificati come SAE Livello 0, 1 e 2.

La Stampa e la bufala della risonanza che “inquina come 500 mila km in auto”

La Stampa e la bufala della risonanza che “inquina come 500 mila km in auto”

Secondo questo titolo de La Stampa, “Una risonanza inquina come 500mila km in auto: così la salute contribuisce al riscaldamento globale”. È falso, e la smentita è fornita nell’articolo stesso.

L’articolo, infatti, riporta questa frase: “Una risonanza magnetica che lavori per un anno mediamente produce una quantità di CO2 corrispondente all’inquinamento prodotto da un’auto che viaggi per 500mila chilometri” (copia permanente).

In altre parole, il titolo confonde una singola risonanza (inteso come esame medico) con un anno di lavoro della macchina che fa le risonanze magnetiche.

L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno in questo momento è la disinformazione. Specialmente quella che genera sensi di colpa inutili e insensati.

Antibufala: Salvini e il “sondaggio” sull’educazione sessuale alle elementari

Antibufala: Salvini e il “sondaggio” sull’educazione sessuale alle elementari

Ultimo aggiornamento: 2022/06/01 16:45.

Il 30 maggio scorso Matteo Salvini ha pubblicato un
tweet
nel quale ha scritto
“Parlare di sesso, di coito e penetrazione a bimbi delle scuole elementari?
Dal 70% di mamme e papà, me compreso, un secco NO.”

Nel tweet ha incluso uno screenshot, senza link, di un articolo che titola
“Educazione sessuale alla scuola primaria, 7 genitori su 10 contrari”.

Ho
risposto
al suo tweet:
“Non si preoccupi. Lavoro nelle scuole. Insegno informatica. Vedo cos’hanno
nei loro telefoni e cosa si scambiano. Alle elementari hanno già imparato
tutta la meccanica della sessualità da YouPorn (nel caso migliore) e nulla
dei sentimenti. Sono i risultati del “secco NO”.”

Chiarisco che con “vedo cos’hanno nei loro telefoni” non intendo dire
che faccio intrusioni o perquisizioni informatiche, come alcuni hanno pensato:
molto più banalmente, sono i bambini stessi a raccontare, a me e ai colleghi
informatici che vanno nelle scuole a fare lezioni di sensibilizzazione alla
sicurezza e alla privacy digitale, le cose che hanno visto. Non solo
pornografia estrema, ma anche violenze, omicidi, suicidi e torture. Faccio
questo lavoro nelle scuole da oltre quindici anni, spesso in collaborazione
con le forze di polizia, e ho visto e sentito davvero di tutto.

I commenti su Twitter che sono scaturiti da questo scambio di tweet sono stati
molto interessanti: molti hanno negato che esista la questione o addirittura
che i bambini abbiano a disposizione telefonini (a scuola magari è così, ma a
casa e nel tempo libero ce li hanno eccome, secondo
i dati più recenti, che indicano che il 58% dei bambini tra 6 e 10 anni ha uno smartphone).
Molti altri invece hanno sottolineato che l’esposizione a contenuti scioccanti
avviene sempre più precocemente e che l’unica strategia fattibile è
l’informazione preventiva, affinché l’unica fonte di “conoscenze” sulla
sessualità e di modelli di comportamento non sia Pornhub.

In tutta la discussione, però, pochi hanno notato due aspetti fondamentali, e
questo ha generato disinformazione.

Il primo aspetto è che il “sondaggio” citato da Salvini non è attendibile: lo dice la fonte stessa
del sondaggio.

La fonte (non citata da Salvini) è
questo articolo
della testata giornalistica Tecnicadellascuola.it (copia permanente), che dice molto chiaramente che
“Il sondaggio non ha carattere di scientificità: i risultati derivano da
conteggi automatici”.
Non risulta che vi sia stata aluna
selezione rappresentativa dei partecipanti e alcuna verifica dei loro ruoli o
delle loro identità. 

Parallelamente, lo stesso articolo descrive un sondaggio, effettuato dalla testata su Instagram, che ha prodotto risultati opposti (71% favorevoli e 29% contrari). Neppure questo ha carattere di scientificità, ma è interessante notare che Salvini non lo menziona.

Il secondo aspetto è che
l’educazione sessuale è proposta solo in quinta, ossia a undici anni:
un’età alla quale le curiosità sulla sessualità e le possibilità di accesso a
Internet sono estremamente diffuse. Molti invece hanno immaginato lezioni di
“sesso, di coito e penetrazione” (per usare la descrizione
grossolanamente errata e fuorviante di Salvini) rivolte ai bambini di prima
elementare. Non è così: lo dice proprio l’articolo citato da Salvini,
scrivendo che si tratta della
“possibilità che, come da indicazioni nazionali per il curricolo,
a partire dal quinto di scuola primaria si trattino in classe i temi
legati alla sessualità e alla riproduzione”
.

Specificamente, le “indicazioni nazionali” (linkate erroneamente
nell’articolo di Tecnicadellascuola.it ma
reperibili
su Archive.org) parlano, a pagina 68, di
“Obiettivi di apprendimento al termine della classe quinta della scuola
primaria”

ed elencano, fra le varie voci, questa:
“Avere cura della propria salute anche dal punto di vista alimentare e
motorio. Acquisire le prime informazioni sulla riproduzione e la
sessualità.”

In sintesi: Salvini si sta appoggiando a un sondaggio che si autodichiara
inaffidabile e non esistono proposte istituzionali di
“parlare di sesso, di coito e penetrazione” a bimbi di prima
elementare. In quinta, a undici anni, non si è più nell’infanzia. Gli ormoni
cominciano a farsi sentire, e la curiosità galoppa. Siete stati undicenni
anche voi. Provate a ricordarvi com’eravate davvero.

Segnalo inoltre un bell’articolo dell’amico Salvo di Grazia, che racconta la sua esperienza di medico chiamato a fare una lezione di educazione sessuale a scuola. In questo campo, noi adulti abbiamo molto da imparare dai bambini.

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Apple, il malware funziona anche a smartphone spento

Apple, il malware funziona anche a smartphone spento

A volte le notizie false si avverano: un finto allarme informatico che risale
a vent’anni fa è diventato realtà. Se avete un iPhone, questa storia vi
riguarda.

Il primo aprile 2002 fu diffuso su Internet l’allarme per il virus
informatico Power-Off o pHiSh, che aveva
“un’efficacia notevolissima, in quanto riscrive direttamente il BIOS,
rendendo quindi inaccessibili e inservibili i dischi rigidi, il mouse e la
tastiera (i dati sono recuperabili soltanto smontando immediatamente i
dischi rigidi e installandoli su un altro computer non infetto), ma
soprattutto perché agisce prima dell’avvio del sistema operativo, ossia
proprio quando l’antivirus non può fare nulla per fermarlo.”

L’allarme forniva molti altri dettagli sul funzionamento di questo virus,
facendo notare che era particolarmente pericoloso perché agiva quando il
computer era spento:
“anche l’antivirus più moderno e aggiornato è attivo soltanto quando il
sistema operativo è in funzione (e in realtà si avvia alcuni secondi dopo
che è stato avviato il sistema operativo stesso, lasciando quindi una
finestra di vulnerabilità anche verso altri virus meno sofisticati).”

Ma l’antivirus non può fare nulla prima che il sistema operativo si avvii e
soprattutto non può’ fare nulla quando il computer è spento. E qui, spiegava
l’allarme,
“entra in funzione pHiSh. Molti dei computer moderni, infatti, non si
“spengono” mai completamente. Quando ad esempio dite a Windows di arrestare
il sistema, alcune parti del computer rimangono sotto tensione. Il filo
telefonico del modem rimane alimentato (come potete verificare con un
tester), i condensatori e i compensatori di Heisenberg presenti nel computer
mantengono un residuo di corrente e soprattutto il BIOS rimane alimentato da
una batteria interna. Il computer è insomma in “sonno”, ma non è del tutto
inattivo, ed è a questo punto che agisce il nuovo virus.”

Questo avviso era un pesce d’aprile, scritto in un’epoca nella quale i pesci
d’aprile non erano stati ancora travolti dalle fake news e dalle
notizie vere ma surreali alle quali ci ha abituato la cronaca di questi ultimi
anni, e si sa esattamente quando è stato creato e da chi. L’autore sono io, e
trovate il testo integrale dell’allarme
qui su
Attivissimo.net.

Gli indizi del fatto che si trattasse di un pesce d’aprile erano tanti: a
parte l’assurdità tecnica, la citazione dei
“compensatori di Heisenberg” (che non esistono ma sono un’invenzione
degli autori della serie di fantascienza Star Trek), il fatto che il
nome del virus fosse pHiSh, ossia “pesce” in inglese, e la data di
pubblicazione erano segnali abbastanza evidenti. Ma molti ci cascarono,
vent’anni fa. A mia discolpa preciso che l’allarme suggeriva di rimediare al
problema cambiando un’impostazione di Microsoft Outlook in un modo che
migliorava davvero la sicurezza degli utenti.

Ma gli anni passano, la tecnologia corre, e quello che sembrava palesemente
assurdo vent’anni fa oggi è reale. Un gruppo di ricercatori all’Università
Tecnica di Darmstadt, in Germania, ha infatti pubblicato un
articolo tecnico nel quale
spiega che quando si “spegne” un iPhone, in realtà lo smartphone non si spegne
completamente, e che questo fatto può essere sfruttato per far funzionare un
malware che resta attivo anche quando un iPhone sembra spento.

In sostanza, anche quando si dà il comando di spegnimento a un iPhone, alcuni
circuiti integrati dentro il telefono continuano a funzionare in modalità a
bassissimo consumo per circa 24 ore, per esempio per tenere attive le funzioni
che consentono di ritrovare gli iPhone smarriti o rubati. Uno di questi
circuiti integrati, quello che gestisce le comunicazioni Bluetooth, non ha
nessun meccanismo di verifica del software (firmware) che esegue: non
c’è firma digitale e non c’è neppure una cifratura. I ricercatori hanno
approfittato di queste carenze per creare un software ostile che consente
all’aggressore di tracciare la localizzazione del telefono e di eseguire
funzioni quando il telefono è formalmente spento.

La tecnica di attacco descritta dai ricercatori di Darmstadt è abbastanza
difficile da mettere in pratica, perché richiede accesso fisico al telefonino
e richiede che lo smartphone sia stato sottoposto a jailbreak, ma il
fatto che i componenti elettronici restano attivi quando l’utente crede che il
telefonino sia spento apre la porta a scenari piuttosto preoccupanti. Se
venisse scoperta una falla che consente di attaccare questi componenti tramite
segnali radio, come è già
accaduto
per i dispositivi Android nel 2019, sarebbe un guaio notevole, perché rilevare
un’infezione nel firmware di un componente elettronico è molto più
difficile che rilevarla in iOS o Android, e correggere un difetto di sicurezza
in un componente elettronico è praticamente impossibile.

Purtroppo l’idea di lasciare attivi alcuni componenti negli smartphone anche
quando sono “spenti” è abbastanza diffusa, perché questo consente di usare il
telefono per pagare o per aprire la serratura dell’auto anche quando la
batteria è quasi totalmente scarica; ma crea una situazione per nulla
intuitiva, nella quale l’utente crede che il proprio telefonino sia spento
quando in realtà è ancora acceso. E l’informatica è già abbastanza complicata
senza aggiungervi anche questi inganni terminologici.

Fonte aggiuntiva:
Ars Technica.

Antibufala: la NASA vuole mandare nello spazio foto di nudi per comunicare con gli alieni

Antibufala: la NASA vuole mandare nello spazio foto di nudi per comunicare con gli alieni

Nasa, foto di uomini nudi per comunicare con gli alieni”. Così
titola, perlomeno, il Corriere dello Sport italiano, e non è l’unico
giornale a proporre titoli del genere. Gli scienziati inviano nello spazio immagini piccanti di nudo di esseri
umani
nella speranza di attirare gli alieni” (“Scientists send racy nude pics of humans to space in the hope of
attracting aliens”
):
titola
così il
Daily Star
britannico. Il Corriere della Sera
parla
più blandamente di
“Immagini di «nudo» per comunicare con gli alieni: l’idea in un nuovo
studio della Nasa”
. E la CNN
ribadisce: “Ricercatori vogliono mandare nello spazio illustrazioni di nudo di esseri umani” (“Researchers want to send nude illustrations of humans into space”). Titoli analoghi sono comparsi nei
media
di tutto il mondo.

Ma in realtà non c’è nessun piano della NASA per mandare selfie intimi a ET
per attirarlo. La notizia è una bufala, nata da un
articolo
dell’edizione statunitense del tabloid britannico The Sun che è
stato pubblicato il 3 maggio scorso ed è stato poi ripreso e rilanciato dalle
altre testate. In questo articolo del Sun si dice che Scienziati della NASA intendono lanciare nello spazio immagini di esseri
umani nudi nella speranza di attirare a noi gli alieni”

(“NASA scientists plan to launch pictures of naked humans into space in the
hope of luring aliens to us.”
) e si cita una
ricerca pubblicata sul sito
Arxiv.org.

Ma un portavoce della NASA ha fatto chiarezza: ha
dichiarato
al celebre sito antibufala Snopes.com che
“la ricerca non è un’iniziativa affiliata all’agenzia spaziale e che due degli autori
dello studio, Jonathan Jiang e Kristen Fehy, che sono dipendenti
del Jet Propulsion Laboratory della NASA, ‘hanno contribuito allo studio solo
perché parte del lavoro interseca le loro aree di competenza, ma non si
tratta di lavoro commissionato dalla NASA e la NASA non sta lavorando a una
trasmissione di questo genere.’”

Inoltre, nota sempre Snopes.com, le notizie pubblicate si basano su una
bozza
dello studio, pubblicata senza essere stata sottoposta a revisione rigorosa da
parte di esperti (il cosiddetto
peer review), mentre lo studio riveduto e corretto è in realtà
disponibile sulla rivista scientifica
Galaxies
.

La NASA, insomma, non c’entra nulla, contrariamente a quanto hanno scritto
molti giornali. Non solo: l’articolo scientifico non parla affatto di
foto di persone nude, ma si limita a proporre di includere in un
eventuale messaggio radio inviato nello spazio un disegno molto
schematico di un uomo e di una donna, entrambi nudi e in piedi, che alzano
ciascuno una mano in segno di saluto. 

Il disegno è tutt’altro che piccante, checché ne dica il
Daily Star: ricorda semmai la grafica monocromatica e a quadrettoni dei
videogiochi degli anni Ottanta. 

E non c’è nessun intento di usare questi nudi per “attirare” gli alieni: il
disegno, secondo i ricercatori che hanno redatto l’articolo scientifico,
servirebbe solo per fornire a chiunque ricevesse il messaggio un’immagine
delle creature che l’hanno trasmesso, insieme a tante altre informazioni
matematiche e scientifiche. Tutto qui: non c’è nessun intento di sedurre gli
extraterrestri usando le grazie delle forme maschili e femminili terrestri.

Snopes.com ha poi contattato direttamente uno degli autori di questa ricerca,
Jonathan Jiang, che ha spiegato che si tratta semplicemente di uno studio
ipotetico
su come mandare un messaggio contenente informazioni tecniche, biologiche e
scientifiche ad eventuali forme di vita presenti nella nostra galassia; non
c’è alcun intento o piano concreto di inviarlo davvero. 

Oltretutto un’immagine praticamente identica è stata già inviata fisicamente
nello spazio, su una

targa metallica

a bordo delle sonde interstellari Pioneer 10 e
11
nel lontano 1973, con una differenza importante: nella versione degli anni
Settanta solo l’uomo alzava la mano in segno di saluto, mentre nella versione
odierna proposta dai ricercatori la donna saluta alla pari, in segno di
uguaglianza e parità. 

Insomma, molto rumore per nulla: dei ricercatori hanno fatto uno studio sulla
comunicazione scientifica interstellare e i giornalisti hanno messo in
evidenza soltanto la parte più pruriginosa del loro lavoro, tralasciando tutto
il resto, come capita purtroppo molto spesso.

Antibufala: no, la Russia non ha già deciso di lasciare la Stazione Spaziale Internazionale

Antibufala: no, la Russia non ha già deciso di lasciare la Stazione Spaziale Internazionale

Pubblicazione iniziale: 2022/04/30 22:43. Ultimo aggiornamento: 2022/05/01 13:10.

Ci risiamo. Ancora una volta, la stampa ha riportato delle dichiarazioni
politiche di Dmitri Rogozin, direttore generale dell’agenzia spaziale
russa, presentandole come dichiarazioni tecniche e fattuali. Sarebbe
anche ora di capire che oggi più che mai qualunque affermazione provenga da
fonti russe vada presa con ampio beneficio d’inventario; ma se lo si facesse,
addio titoli sensazionali.

“Ucraina, la Russia lascerà la Iss in seguito alle sanzioni” ha
titolato
ANSA, come se si trattasse di una certezza, e citando parole attribuite a
Rogozin:
“La decisione è già stata presa […] informeremo i nostri partner della
fine del nostro lavoro sull’Iss con un anno di anticipo”
.

La stessa notizia è riportata anche dal Fatto Quotidiano. Anche
Open
e la testata svizzera
La Regione hanno presentato la situazione con toni definitivi, ripetendo il virgolettato
secondo il quale “la decisione è già stata presa” [Open ha poi rettificato pubblicamente].

Ma c‘è un problema. ANSA e La Regione citano entrambe esplicitamente come fonte
Bloomberg (questo articolo
del 30 aprile 2022, quasi sicuramente, a giudicare dai contenuti), che
a sua volta cita come fonte TASS e Ria Novosti (senza fornire link; ho
chiesto a Bloomberg
di fornirlo) e precisa che le dichiarazioni sarebbero state fatte da Rogozin
durante un’intervista alla TV di stato russa (“in an interview with state TV on Saturday”).

Si tratta insomma di informazioni almeno di terza mano, attribuite a una
persona che ha già fatto sparate sensazionaliste di stampo propagandistico nel
recente passato.

La fonte originale, invece, sembra essere
questa (la TASS inglese) del 29
aprile scorso, anche
stando
ad
alcuni addetti ai lavori. Se è la fonte corretta, quella alla quale attinge Bloomberg, dice una cosa ben
diversa: dice infatti che se la Russia dovesse ritirarsi dalla Stazione
Spaziale Internazionale, darebbe un anno di preavviso (le
evidenziazioni qui sotto sono opera mia): 

“We should not hustle now declaring our stance and will carry on with our
work within the timeframe set by the government, which is until 2024,”
Rogozin said. “A decision regarding the ISS future will depend to a great
extent on the developing situation both in Russia and around it.”

He also said that if Russia decided to withdraw from the ISS project,
it would notify its foreign partners about this decision a year in
advance.

Rogozin reiterated that a package of proposals on Russia’s cooperation with
foreign partners on the ISS project after the year of 2024 was sent to
Russian President Vladimir Putin and the country’s government.

Un’altra notizia TASS, in russo e datata 29 aprile 2022, descrive un’intervista a Rogozin nella quale il direttore generale ribadisce gli stessi concetti: la Russia non ha ancora deciso cosa fare dopo il 2024 e “al momento esiste una decisione del governo russo di estendere la cooperazione con i partner fino al 2024” (tradotto tramite Google Translate, quindi segnalatemi eventuali errori). Nessun segno di “decisione già presa” di lasciare la Stazione. 

Non ho trovato altre notizie TASS che riportino dichiarazioni più recenti di
Rogozin.

Astrospace.it ha dettagli sui trattati, i progetti e gli accordi già ribaditi dai russi per i prossimi anni.

 

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Antibufala micro: “La verità sta nel mezzo”

In qualunque conversazione che presenta opinioni contrastanti arriva sempre il genio della situazione che sentenzia orgoglioso che “la verità sta nel mezzo”. È una stronzata, e mi sono stufato di sentirla, per cui pubblico qui questo spiegone che siete liberi di usare o linkare tutte le volte che arriva il sapientone di turno e la rigurgita. L’ho suddivisa in paragrafi di lunghezza tweetabile.

Primo, il modo di dire è “LA VIRTÙ sta nel mezzo”. Deriva dal latino in medio stat virtus. La verità non c’entra un fico secco. Dire “la verità sta nel mezzo” è stupido come dire “gallina vecchia onor di capitano”.

Secondo, la verità non sta mai nel mezzo. Sta dove stanno i fatti. Non è che se Maria dice “due più due fa quattro” e Piero dice “No, due più due fa sei” allora dobbiamo dedurre che la verità è che due più due fa cinque.

Dire “la verità sta nel mezzo” è semplicemente usare una frasetta banale, che non vuol dire nulla ma che fa sentire saggi e intelligenti, quando in realtà è solo una brutta foglia di fico per nascondere il fatto che non si vuole prendere posizione.

Basta con questa stronzata ipocrita. Per favore.