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No, la Stazione Spaziale non è “a rischio caduta” come titolano alcuni giornali

La Stazione Spaziale Internazionale in una fotografia scattata l’8 novembre 2021 dall’interno di una capsula Dragon (dettaglio della foto ISS066E080907).

Ultimo aggiornamento: 2022/03/14 13:15.

Sta circolando la notizia (falsa) secondo la quale la Stazione Spaziale
Internazionale sarebbe “a rischio caduta” in seguito alle sanzioni
contro la Russia. Viene riportata una dichiarazione di Dmitry Rogozin,
responsabile dell’agenzia spaziale russa Roscosmos, che affermerebbe che le
sanzioni potrebbero interrompere le operazioni dei veicoli russi che
riforniscono la Stazione e la mantengono in orbita. Ne scrivono per esempio
La Regione
(copia permanente),
Televideo Rai
(copia permanente),
ANSA
(copia permanente).

Rogozin è noto da molto tempo agli addetti ai lavori per le sue dichiarazioni
bislacche; ora, con l’invasione russa dell’Ucraina, da bislacche sono
diventate veri e propri deliri da prendere come pura propaganda di regime.

La realtà dei fatti è completamente opposta alle sparate di Rogozin: alle
19.35 UTC di ieri (11/3) il veicolo cargo russo Progress MS-18,
attraccato alla Stazione, ha infatti
acceso
i propri motori per sei minuti, su comando del Controllo Missione russo, come
previsto. Questo ha alzato l’orbita della Stazione di circa 900 metri. La
manovra, denominata reboost, fa parte delle attività regolari
dell’avamposto spaziale.

La quota orbitale della Stazione, infatti, si abbassa lentamente e
progressivamente, a causa dell’effetto frenante della tenuissima atmosfera che
è ancora presente a 400 km di quota, dove orbita la Stazione, e quindi è
necessario rialzarla periodicamente. Se questo non venisse fatto, la Stazione
perderebbe quota molto lentamente (nel corso di mesi o anni, a seconda
delle condizioni dell’atmosfera terrestre).

Ma non è vero che dipende esclusivamente dai russi per queste procedure, che
possono essere svolte anche da veicoli di altri paesi, come la
Cygnus statunitense (che lo ha appunto fatto di recente). La NASA,
Axiom e SpaceX si stanno già
attrezzando con discrezione
per fare a meno dei russi per il reboost e le correzioni di assetto
qualora questa isteria di Rogozin dovesse sfociare in un ordine di sospendere
queste attività (che finora, come si è visto, non è stato dato).

Non c’è nessun pericolo di caduta, insomma. I politici blaterano e si
picchiano il petto coi pugni, i tecnici lavorano col buon senso. Dare questa
“notizia” dei vaneggiamenti di Rogozin senza spiegare questo concetto è
giornalismo irresponsabile che semina panico ingiustificato.

Chi volesse conoscere meglio i dettagli tecnici di queste manovre può leggere
questo mio articolo

Taccio, per pietà, sulla scemenza epica scritta da molti giornalisti, secondo
i quali il rischio sarebbe quello
“di un ammaraggio o di un atterraggio della stazione sul suolo
terrestre”
. Un satellite in caduta non ammara dolcemente né atterra morbidamente:
precipita, si disintegra e alcuni rottami si schiantano a terra. Pazienza non capire un’acca di astronautica, ma almeno l’italiano sarebbe buona cosa saperlo, se si scrive su un giornale.

Aggiungo un chiarimento sulle aree sorvolate dalla Stazione: il complesso
spaziale orbita con un’inclinazione di 51,6° rispetto all’Equatore. Vuol dire
che il piano della sua orbita intorno alla Terra è inclinato di quest’angolo
rispetto al piano dell’Equatore.

Quest’angolo è stato scelto perché i veicoli russi che l’hanno parzialmente
costruita e che la riforniscono decollano dal centro spaziale di Baikonur, che
sta a 46° di latitudine, e la regola generale è che il lancio spaziale più
efficiente (che richiede meno propellente a parità di massa da lanciare)
colloca il veicolo in un’orbita inclinata con lo stesso angolo della
latitudine di lancio (in modo da sfruttare al massimo la spinta aggiuntiva
data dalla rotazione terrestre). Dal Kennedy Space Center si lancia
solitamente a 28°, che è la latitudine del centro spaziale in Florida. Altre
collocazioni orbitali sono possibili, ma richiedono piu propellente.

Però un decollo con una traiettoria inclinata a 46° farebbe sorvolare il
territorio cinese ai lanciatori russi, e in caso di malfunzionamento una
caduta in territorio cinese sarebbe decisamente imbarazzante, per cui da
Baikonur si lancia normalmente con un’inclinazione maggiore (51,6°, appunto)
che non sorvoli la Cina durante la salita verso lo spazio. Questa traiettoria
è più dispendiosa, ma è politicamente necessaria.

Era più facile per gli americani usare una traiettoria di lancio meno
efficiente, e quindi quando si negoziò la costruzione della Stazione si scelse
quest’inclinazione orbitale di 51,6°, che ha oltretutto il vantaggio di
consentire alla Stazione di sorvolare una porzione maggiore della superficie
terrestre.

Infatti mentre la Stazione (come qualunque satellite) orbita sempre sullo
stesso piano, mantenendo la medesima inclinazione rispetto al
piano dell’Equatore, la superficie terrestre ruota, e lo fa a
una velocità differente da quella della Stazione. Il risultato di questi due
moti combinati è che la Stazione sorvola una fascia della superficie terrestre
compresa fra due latitudini che equivalgono all’inclinazione del piano
orbitale.

In parole povere: se l’orbita è inclinata a 51,6°, la Stazione prima o poi
sorvola praticamente qualunque punto della superficie terrestre che si trovi
fra 51,6° sopra l’Equatore e 51,6° sotto l’Equatore.

Questo produce una ground track (la traccia dei punti sopra i quali la
Stazione sta perpendicolarmente nel corso delle sue orbite) che ha questa
forma e che si sposta progressivamente rispetto alla superficie:

Fonte: Astroviewer.net.

Di conseguenza, la Stazione non può mai sorvolare zone della Terra che
si trovino a più di 51,6° nord o sud, come mostrato in questa mappa (citata
anche da Rogozin), nella quale il territorio attualmente russo che viene
sorvolato è evidenziato in rosso. Questo territorio include città come
Volgograd (un milione di
abitanti) e
Vladivostok (600.000
abitanti).

Fonte:
meithan42.
Probabilità di trovare la Stazione a una certa latitudine per grado decimale (grafico calcolato e generato da pgc).

 

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Antibufala mini: il video della “mano fantasma” di Putin

Ultimo aggiornamento: 2022/03/07 17:00.

C’è chi teorizza, soprattutto online, che un video del dittatore russo
Vladimir Putin sia frutto di effetti speciali e che l’inganno sia smascherato
dal “fatto” che a un certo punto la mano destra di Putin sembra attraversare
il microfono che gli sta davanti.

In realtà si tratta di un artefatto di compressione: i video digitali,
quando vengono pubblicati e condivisi duplicandoli o trasferendoli da una
piattaforma social a un’altra, subiscono un progressivo degrado di qualità che
fa perdere dettagli.

Le versioni ad alta risoluzione dei video non mostrano questo fenomeno: le
trovate in
questo articolo di Open
e in
questo di Butac,
oltre che qui e
qui
(incorporate qui sotto).

 

Consiglio di non perdere tempo con queste “notizie”.

2022/03/07 14:10, aggiornato 17:00

Ci sono teorie riguardanti presunte prove di manipolazione del video che sarebbero rivelate dai riflessi nella teiera di fronte a Putin, nei quali mancherebbero le persone che nel video si vedono di fronte a Putin:

Il problema di questa presunta prova è che non tiene conto del fatto che la curvatura della superficie riflettente la fa comportare come una lente grandangolare (come gli specchi antitaccheggio dei supermercati) e quindi qualunque oggetto riflesso assume dimensioni minime. In condizioni come queste, individuare la presenza o meno di persone nel riflesso di una teiera è un esercizio di pareidolia del tutto gratuito.

Sottolineo e ribadisco che dedicare tempo all’analisi di questi video è con tutta probabilità una grande perdita di tempo. Che sia falsificato o no questo video è irrilevante di fronte alla realtà della guerra. Non ho intenzione di dedicarvi altro tempo e consiglio anche a voi di fare altrettanto.

 

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Vent’anni di Bonsaikitten, fake news ante litteram


Questo articolo è disponibile anche in versione podcast audio.

Vent’anni fa, il 18 febbraio 2002, Repubblica pubblicò un ormai storico
articolo firmato da Ferruccio Sansa per denunciare l’orrendo crimine dei
gatti bonsai, con tanto di fotografia a illustrare il dramma.

Il giornale lo ha archiviato
qui
con un testo differente, ma quello che segue è il suo testo originale, come
riportato nella scansione dell’epoca, tratta dai miei archivi, che vedete qui accanto.

Un calvario che dura quattro mesi. Poi la vendita su Internet

Quei mici condannati a crescere in bottiglia

ROMA – Bonsai. Non di un albero, ma di un gatto. Anche questo si trova su Internet: http://www.bonsaikitten.com. Così,
pagando qualche centinaio di dollari, potrete portarvi a casa un gatto in
miniatura. Andando a vedere le immagini e le descrizioni che pubblicizzano
il prodotto, però, c’è da rabbrividire. Una vetrina dell’orrore. Per
bloccarne la crescita, i cuccioli vengono rinchiusi per quattro mesi
dentro un contenitore dove non hanno lo spazio per muovere un muscolo.

«Produrre bonsai è una delle più nobili arti orientali», dicono con
orgoglio i responsabili della Bonsaikitten, una ditta di New York.
Nonostante centinaia di messaggi di protesta e raccolte di firme sulla
rete, vanno avanti per la loro strada, anche perché, assicurano, «i gatti
bonsai vanno forte, soprattutto negli Stati Uniti, in Australia e Nuova
Zelanda». Insomma, sta nascendo una moda. Provare per credere. È tutto
fotografato e documentato su Internet, a cominciare «dalla tecnica per
rimpicciolire l’ animale». Gatti, ma con un piccolo sovrapprezzo sono
disponibili anche altre specie.

«Bisogna cominciare subito, perché dopo una settimana l’ossatura del
gatto diventa rigida», spiega con voce vellutata uno degli autori di
questi “capolavori”. Aggiunge: «Appena nato, il gatto ha ossa flessibili
che possono essere modellate secondo i vostri desideri». Il resto lo
mostrano le fotografie. Agghiaccianti. Il cucciolo viene imbottito di
tranquillanti o anestetizzato, «anche se così gli animali spesso muoiono».
E comincia il calvario: bisogna infilare l’animale in un contenitore di
cristallo e non è facile, c’è da far passare la testa, da piegare le ossa
senza spezzarle. «Ci vogliono perizia e delicatezza per evitare lesioni
allo scheletro che danneggerebbero il risultato finale»
, avvertono quelli della Bonsaikitten.

È un lavoro di ore, ma alla fine eccolo, il micio: un groviglio di zampe
e coda, la spina dorsale piegata fino a spezzarsi, il muso premuto contro
il vetro. È solo l’inizio della tortura. «Con un trapano facciamo un foro
nel vetro, inseriamo un tubo in bocca al gatto e lo nutriamo di cibi
liquidi», spiegano alla Bonsaikitten. Ma non basta: c’ è il problema degli
escrementi. Un altro tubo viene inserito nell’ano. Poi comincia la
crescita. Giorno dopo giorno le ossa del gatto premono per allungarsi, i
muscoli si contraggono. I dolori sono lancinanti. Il cuore batte impazzito
fino quasi a esplodere, ma non c’è spazio, nemmeno per miagolare. Alla
fine, dopo quattro mesi, il bonsai è pronto: un gatto adulto, ma grande
come un batuffolo. «Un prodotto ideale per i bambini» garantiscono alla
Bonsaikitten.

Queste sono le differenze principali fra la copia attualmente archiviata da
Repubblica e quella uscita in stampa:

  • Su carta:
    Così, pagando qualche centinaio di dollari, potrete portarvi a casa un
    gatto in miniatura.
    In digitale:
    Così, pare che pagando qualche centinaio di dollari, potrete
    portarvi a casa un gatto in miniatura.
     
  • Su carta: …una ditta di New York. Nonostante…
    In digitale:
    una ditta di New York.
    Al principio sembrava soltanto una montatura, qualche tempo fa la
    notizia venne addirittura smentita, ma il sito esiste realmente, per
    rintracciare l’azienda basta comporre un numero di telefono, lo
    0012126627544.

    Nonostante…
  • Su carta:
    Nonostante centinaia di messaggi di protesta e raccolte di firme sulla
    rete, vanno avanti per la loro strada, anche perché…
    In digitale: Nonostante centinaia di messaggi di protesta e raccolte di firme sulla
    rete, quelli della Bonsaikitten vanno avanti per la loro strada,
    anche perché…
  • Su carta:
    È tutto fotografato e documentato su Internet, a cominciare «dalla
    tecnica per rimpicciolire l’animale».
    Gatti, ma con un piccolo sovrapprezzo sono disponibili anche altre
    specie.

    «Bisogna cominciare subito…
    In digitale: 
    È tutto fotografato e documentato su Internet, a cominciare «dalla
    tecnica per rimpicciolire l’animale». «Bisogna cominciare subito…
  • Su carta:
    «Ci vogliono perizia e delicatezza per evitare lesioni allo scheletro
    che danneggerebbero il risultato finale», avvertono quelli della Bonsaikitten. È un lavoro di ore…
    In digitale:
    «Ci vogliono perizia e delicatezza per evitare lesioni allo scheletro
    che danneggerebbero il risultato finale». È un lavoro di ore
    … 
  • Su carta:
    Giorno dopo giorno le ossa del gatto premono per allungarsi, i muscoli si
    contraggono.

    I dolori sono lancinanti. Il cuore batte impazzito fino quasi a
    esplodere, ma non c’è spazio, nemmeno per miagolare.
    Alla fine, dopo quattro mesi, il bonsai è pronto: un gatto
    adulto, ma grande come un batuffolo.

    «Un prodotto ideale per i bambini» garantiscono alla Bonsaikitten.
    In digitale:
    Giorno dopo giorno le ossa del gatto premono per allungarsi, i
    muscoli si contraggono. Alla fine, dopo quattro mesi, il bonsai è
    pronto: un gatto adulto, ma grande come un batuffolo.
     

La differenza più interessante fra l’originale cartaceo e la copia archiviata
in digitale è quel “pare che” aggiunto a posteriori, che sembra rendere
tutto più incerto, come se Ferruccio Sansa riferisse una diceria, mentre
l’originale su carta era ben più categorico e certo sull’esistenza del
servizio di produzione e vendita di gattini imbottigliati vivi.

Non vi preoccupate: la notizia era falsa.

Sarebbe interessante capire come mai la copia archiviata non sia fedele
all’originale cartaceo, ma questa è un’altra storia. A distanza di vent’anni
si è un po’ persa la memoria della genesi di una delle burle più classiche di
Internet, per cui la ripropongo qui partendo dalla mia
indagine originale
del 2002.

—-

A dicembre 2000 (più di un anno prima dell’articolo di Sansa) circolava
su Internet un appello, sotto forma di catena di Sant’Antonio (quindi con
preghiera di inoltro a tutti i propri contatti via mail), che segnalava il
sito Bonsaikitten.com. Una delle versioni in italiano, entrata in
circolazione successivamente, descriveva il sito come
“l’affare di un CRETINO di un giapponese che vende GATTI IMBOTTIGLIATI
VIVI” e “LA STA FACENDO DIVENTARE UNA MODA in USA”
.

Ma il sito, oggi chiuso ma
archiviato da Archive.org, era in realtà una burla inventata da studenti dell’MIT. Wired lo aveva spiegato già a febbraio 2001, un anno prima dell’articolo di Sansa, raccontando anche dell’indagine
dell’FBI sul sito (copia permanente). La natura satirica di Bonsaikitten.com era stata spiegata anche da Salon.com
il 29 gennaio 2001 (copia su Archive.org), dall’associazione animalista PETA (copia su Archive.org) e dal sito antibufala Urban Legends (copia su Archive.org).

In italiano ne avevano parlato, chiarendo ancora una volta che si trattava
soltanto di uno scherzo discutibile, il WWF (copia su Archive.org) e la trasmissione RAI Golem del 17 gennaio 2001 (copia su Archive.org).

Tuttavia
il primo giornalista italiano a pubblicare quella che oggi chiameremmo una
fake news su Bonsaikitten.com non fu Ferruccio Sansa
. Infatti un anno prima dell’articolo di Sansa su Repubblica Josto
Maffeo aveva pubblicato sul Messaggero un primo indignatissimo articolo
sullo stesso tema: era il 15 gennaio 2001. L’articolo
“I mostri esistono e mettono i mici in bottiglia” (copia su Archive.org) era addirittura in prima pagina (lo potete intravedere nell’immagine qui
sotto, in basso a destra).

Maffeo aveva poi pubblicato un secondo articolo il 18 gennaio 2001 (“Il «mostro dei gattini» batte in ritirata dal Web”), nel quale rifiutava di accettare le smentite di Golem e di altri
esperti e menzionava addirittura un esposto alla Procura della parlamentare
Annamaria Procacci per far oscurare il sito.

I testi di entrambi gli articoli di Maffeo sono disponibili nella
mia indagine originale.

Nacque anche un sito satirico emulatore italiano, Gattibonsai.it, che fu però
chiuso in seguito a una denuncia della conduttrice televisiva Licia Colò, come
racconta
Hoax.it
citando anche il legale che difese il creatore del sito.

Stando a quanto riportato da
Punto Informatico
l’11 luglio 2001, forse la conduttrice credeva che Bonsaikitten.com fosse
realmente un sito di vendita di gattini vivi in bottiglia. Tuttavia le parole
pubblicate sul sito della Colò,
Animalieanimali.it, sono ambigue: da un lato descrivono
“una vicenda assurda e inquietante che potrebbe però diventare vera”,
dall’altro parlano concretamente di “folli esperimenti” di un
“violentatore di gatti” a proposito del sito statunitense.

Il sito Animalieanimali.it oggi è accessibile solo immettendo login e
password, ma ne possiamo leggere lo stesso il contenuto integrale dell’epoca a
proposito di Bonsaikitten e del sito emulatore italiano grazie alla
copia archiviata presso Archive.org
il 2 agosto 2001 (evidenziazioni mie):

[…] La storia era iniziata nei mesi scorsi negli Stati Uniti. Una vicenda
assurda ed inquietante che potrebbe però diventare vera grazie ai
possibili emuli dei loro folli esperimenti. A seguito di indagini, si è
scoperto che il violentatore di gatti, noto come l’inesistente Mister
Michael Wong è in realtà un anonimo studente americano fornito di una buona
apparecchiatura digitale. L’uomo è riuscito a diffondere le sue idee dal mese
di dicembre 2000 quando è cresciuto negli USA l’allarme per la creazione di
“felini bonsai”, gatti messi in bottiglie di vetro. Sul sito Internet
http://www.bonsaikitten.com si trovano minuziose descrizioni su questa
pratica barbara […].

—-

Insomma,
Sansa arrivò a scrivere il suo articolo di denuncia un anno dopo che
la storia era già stata smontata anche sui giornali italiani

e dopo la denuncia molto pubblica fatta da Licia Colò. Sarebbe bastato un minimo di ricerca per
scoprire questi precedenti. E sarebbe bastato un briciolo di lucidità mentale per rendersi
conto che le cose descritte su Bonsaikitten erano semplicemente
impossibili.

Le cattive abitudini odierne del giornalismo arrivano da lontano, e in questi vent’anni è stato fatto poco o niente per correggerle. I risultati sono il disastro delle fake news sulla pandemia e su mille altri argomenti ben più drammatici degli ipotetici gattini in bottiglia.

—-

Per prevenire le obiezioni di chi dirà che satira o meno, Bonsaikitten.com
promuoverebbe la crudeltà nei confronti degli animali, ripubblico qui quello
che
scrissi
vent’anni fa.

Di solito non mi intrometto nel merito morale delle bufale sulle quali
indago, ma questa è particolarmente controversa. Burla o meno, c’è chi
argomenta che il sito istiga comunque alla crudeltà verso gli animali.

Tuttavia non posso fare a meno di considerare che la crudeltà verso gli
animali esiste da molto prima che nascesse Internet. So di attirarmi molte
reazioni adirate, ma non è un po’ come dire che i siti pornografici istigano
allo stupro? E anche in questo caso, mi tocca notare con tristezza che lo
stupro esiste da molto prima dell’invenzione della Rete, e che i diritti
delle donne sono calpestati più brutalmente nei paesi in cui Internet e la
pornografia manco sanno cosa sono. Per non parlare del fatto che le edicole
italiane sono piene di pornografia, messa all’altezza degli occhi dei
bambini, eppure nessuno organizza petizioni o denunce in Procura in
proposito. Come mai?

Un’altra considerazione sollevata da questo sito-burla è il fatto che ci
inalberiamo per un ipotetico gattino in bottiglia ma mangiamo
disinvoltamente polli allevati in batteria (in gabbie in cui non possono
nemmeno girarsi, non molto più grandi delle bottiglie di Bonsaikitten.com).
Forse lo scopo del sito-burla è indurci a riflettere sulla nostra coerenza
morale prima di trinciare giudizi su cosa è crudele e cosa non lo è. Ha
senso commuoversi per un film come Babe maialino coraggioso
e continuare a mangiare prosciutto?

Infine c’è da ponderare il concetto della tentata censura al sito: anche
quando viene usata per scopi discutibilissimi, la libertà di espressione e
di satira è uno dei capisaldi della nostra cultura. È considerato un diritto
fondamentale. Ha senso mandare al diavolo questo principio e stabilire un
precedente pericolosissimo?

Nel frattempo sono passati due decenni, durante i quali Bonsaikitten.com ha vagato da un servizio di hosting all’altro perché veniva sistematicamente bandito a causa delle proteste di chi non si rendeva conto della presa in giro. Ne rimane comunque traccia nella grande memoria storica di Internet costituita da Archive.org. 

Oggi c‘è chi in Svizzera ha un sito
di vendita di gatti (non imbottigliati) che si chiama Bonsaikitten.ch.
Chissà se i suoi proprietari sono al corrente delle origini del nome che hanno
scelto. Gliel’ho chiesto e sono in attesa di risposta.

 

Fonti aggiuntive:
Wikipedia in italiano,
Wikipedia in inglese. Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle
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La bizzarra foto di gruppo pubblicata da Matteo Salvini: le mascherine non sono state aggiunte

Ultimo aggiornamento: 2022/02/02 00:40.

Il 31 gennaio scorso (2022) il profilo Twitter di Matteo Salvini ha pubblicato la foto che vedete qui
sopra (copia permanente).

Fabrizio Carimati vi ha notato qualcosa di bizzarro:

In effetti i volti hanno qualche anomalia:

Ho chiesto chiarimenti a Salvini:

Al momento non ho ricevuto risposta.

2022/02/01 17:00

Matteo Salvini ha pubblicato un altro tweet nel quale dice che le anomalie
sono dovute a un “filtro nitidezza”. Sarebbe interessante conoscere il
software che ha applicato questo filtro, se non altro per evitarlo, visto che
genera questo genere di artefatti mostruosi che sconfinano nel falso e possono trarre in inganno.

Ho
chiesto pubblicamente di che software si tratti:
“Il filtro è stato aggiunto dalla fotocamera o da Photoshop? Vorrei saperlo
per evitare di comprare fotocamere che fanno alterazioni di questo genere.
Grazie.”
.

Sulla questione è intervenuta anche
Pagella Politica, che riporta la stessa spiegazione data da Salvini: “Cecchetti [segretario regionale
della Lega in Regione Lombardia]
ha confermato che la foto da lui condivisa, scattatata da un suo
collaboratore, è «assolutamente autentica», smentendo qualsiasi fotoritocco.
Il segretario regionale della Lega ha anche aggiunto che quando la foto è
stata scattata, tutti i partecipanti all’incontro stavano indossando una
mascherina.”

In effetti anche il ritratto di Salvini sullo sfondo presenta delle anomalie
nella foto pubblicata inizialmente: sembra che abbia delle narici laterali aggiuntive.


La spiegazione del “filtro nitidezza” (o, più precisamente, di un
filtro di “intelligenza artificiale” particolarmente stupido) sembra insomma
avvalorata.

2022/02/02 00:40

I volti sovrimpressi sulle mascherine sarebbero stati causati dall’uso maldestro di un’app di “miglioramento” delle immagini, chiamata
REMINI
di Bending Spoons, secondo quanto suggerisce e mostra questo tweet:

In altre parole, le mascherine non sono state aggiunte con il fotoritocco, ma chi ha ritoccato la foto per “migliorarla” ha fatto scempio dell’immagine. I cosiddetti filtri “intelligenti” sono tutt’altro che intelligenti e spesso producono artefatti orrendi come questi. Non usateli, o se li usate, imparate a conoscerne le conseguenze inattese.

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Antibufala: sì, una signora ha davvero trovato nello spam una vincita della lotteria. No, non credete alle “vincite” che trovate nel vostro spam

Ecco. Passi una vita a raccomandare alla gente di non credere alle mail che
annunciano straordinarie vincite alla lotteria, perché tanto sono tutte truffe
che rubano soldi, e poi arriva una notizia come questa che smonta tutto il
lavoro fatto.

La signora Laura Spears, negli Stati Uniti, ha davvero ricevuto una
mail che le comunicava una vincita autentica a una lotteria che si
tiene nello stato del Michigan, dove risiede. Ha vinto in tutto tre milioni di
dollari. Ironia della sorte, la mail di annuncio della vincita era finita nello spam.

La signora Spears racconta che stava cercando una mail che qualcuno le aveva
inviato e quindi ha frugato anche nella cartella dello spam. E lì ha trovato
“una mail proveniente dalla Lotteria che diceva che avevo vinto un premio.
Non riuscivo a credere a quello che stavo leggendo”

ha dichiarato la signora
“e così mi sono collegata al mio account presso la Lotteria per confermare
il messaggio.”

La vincitrice ha ritirato di recente la vincita, come
annunciato
dal sito ufficiale della lotteria. Insomma, è tutto vero, e la storia ha fatto il giro
del mondo (BBC;
ADNKronos;
Guardian). Ma attenzione: non correte a frugare nelle vostre cartelle spam alla
ricerca di messaggi analoghi. Quelli che troverete lì sono e continuano a
essere truffe.

Infatti nella vicenda della signora Spears c’è un particolare importante da
tenere ben presente: la vincitrice aveva davvero acquistato un
biglietto della lotteria del Michigan e aveva un account online presso questa
lotteria. Le mail di presunta vincita che troverete nelle vostre cartelle
spam, invece, riguardano lotterie alle quali non avete partecipato. E questa
differenza è un criterio molto facile per distinguere i raggiri dalle
comunicazioni di vincita autentiche.

E se avete qualche amico o familiare che tende ad abboccare a questi falsi
annunci di vincita e adesso vi rinfaccia questa notizia della signora Spears,
cogliete l’occasione per spiegare come funzionano queste truffe: la stessa
mail di annuncio viene mandata dai truffatori a migliaia di persone, e se qualcuna di queste migliaia ha la
malaugurata idea di rispondere riceverà una richiesta di anticipare delle
“spese burocratiche”, in realtà inesistenti, se vuole incassare la presunta vincita. Ma
le lotterie reali non chiedono ai vincitori di mandare soldi. Anche
questa è una differenza facile da ricordare.

La bufala della richiesta di vietare “porco cane” perché offenderebbe l’animale

Ultimo aggiornamento: 2022/01/02 15:50.

Cominciamo subito bene l’anno con una fandonia pubblicata da alcuni giornalisti, che anche nel 2022 sembrano non avere alcuna voglia di fare verifiche prima di pubblicare sciocchezze, specialmente quando si tratta di storie che possono attirare polemiche e quindi clic pubblicitari.

Il Fatto Quotidiano, per esempio, ha pubblicato la “notizia” di un’iniziativa per togliere le parole porco e cane dalle parolacce, titolando “L’espressione ‘porco cane’ è volgare e insulta l’animale”: l’Associazione Difesa Animali e Ambiente chiede di “modificare queste espressioni” (copia permanente).

 

La Rai ha riportato la “notizia” della richiesta, citando la sigla dell’associazione che l’ha fatta: Animali: Aidaa, eliminiamo parola cane da bestemmie e parolacce (copia permanente). 

 

Il Giornale, a firma di Giannino della Frattina, parla della “meritoria Associazione italiana difesa animali e ambiente”, lamentandosi del “disorientamento di questa disgraziatissima società del politicamente corretto a tutti i costi (anche a costo del ridicolo) nella quale non si chiede di togliere la parola «Dio» dalle bestemmie, ma la parola «cane»” (copia permanente). Ma il disorientato è lui, insieme alle redazioni della Rai e del Fatto Quotidiano.

Infatti la sedicente Associazione Difesa Animali e Ambiente (AIDAA) è una vecchia conoscenza di chiunque faccia debunking: è costituita da una sola persona, Lorenzo Croce, nota per la sua abitudine di diffondere comunicati stampa pieni di “notizie” sballate o completamente inventate. Bufale un tanto al chilo ha accumulato un corposo e pluriennale dossier sul caso AIDAA e sulle redazioni che abboccano sistematicamente alle bufale diffuse da questa “associazione”. 

Pubblicare notizie come questa, senza mettere bene in chiaro che si tratta della fantasia di un singolo che non rappresenta affatto un sentire comune o un’esigenza di molti, inevitabilmente alimenta polemiche inutili e rinforza le posizioni di chi se la prende con gli animalisti asserendo che bloccano tutto e sono fuori dalla realtà. Gli strali di Giannino della Frattina sul Giornale sono un esempio perfetto di questo aiuto, che finisce per penalizzare chi invece difende l’ambiente e gli animali impegnandosi seriamente e usando il buon senso.

Purtroppo si conferma una vecchia regola delle fake news: il giornalista medio è pigro e non controlla, per cui se gli offri un comunicato stampa ben confezionato e pronto per un rapido copiaincolla, e se il comunicato propone una storia accattivante e perfetta per suscitare discussioni, clamori e polemiche, verrà pubblicata ciecamente. Come appunto avviene da anni e continua ad avvenire.

In una redazione moderna dovrebbe esserci sulla scrivania di ogni giornalista un elenco delle fonti da ritenere inattendibili a prescindere e da non pubblicare in nessun caso. Ma sembra che non ci sia alcun interesse a prendere nemmeno queste minime misure di buon senso e di rispetto verso il lettore, che non costerebbero nulla. O forse costerebbero troppo in termini di clic pubblicitari perduti o di linee editoriali da alimentare. 

 

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Antibufala: arrivano i robot viventi, e sanno riprodursi da soli! Ma niente panico

Antibufala: arrivano i robot viventi, e sanno riprodursi da soli! Ma niente panico

Un gruppo di ricercatori dell’Università del Vermont, della Harvard University e della Tufts University ha pubblicato una ricerca, intitolata Kinematic self-replication in reconfigurable organisms, che è stata presentata come la creazione dei primi robot viventi capaci di riprodursi. E per di più la riproduzione avviene in una maniera che non ha precedenti.

Non si tratta di oggetti di metallo e silicio, ma di macchine biologiche: gruppi di circa 3000 cellule staminali di rana modificate e “programmabili” nel senso che i loro comportamenti elementari possono essere decisi impostando la loro forma. Niente Tre Leggi della Robotica, per ora.

La parte più interessante è la loro tecnica di riproduzione: questi xenobot raccattano le cellule staminali che trovano in giro e le radunano in ammassi. Quando questi ammassi raggiungono un numero di cellule sufficiente, diventano nuovi robot biologici.

La cosa curiosa è che la forma ideale di questi robot autoreplicanti è quella di Pac-Man, per cui i robot “genitori” raccattano nella propria “bocca” le cellule staminali, le aggregano e poi rilasciano dei “neonati” che hanno il loro stesso aspetto e si muovono nello stesso modo. E questi neonati sono capaci, a loro volta, di fare la stessa cosa.

Per ora è prestissimo per parlare di applicazioni pratiche e la notizia è stata un po’ gonfiata giornalisticamente, per cui non ci si deve aspettare la conquista del mondo da parte di orde di rane robot: l’aspetto più interessante è invece che l’osservazione concreta di questo modo ignoto di riprodursi apre nuove ipotesi sulla storia dell’evoluzione della vita sulla Terra, che potrebbe aver preso inizio usando appunto questa tecnica di aggregazione spontanea.

Fonti aggiuntive: The Register, Gizmodo.

Da dove vengono i “numeri Grabovoi” che circolano su TikTok

Da dove vengono i “numeri Grabovoi” che circolano su TikTok

Su TikTok e anche in Google circolano delle strane sequenze numeriche che vengono chiamate numeri Grabovoi o sequenze Grabovoi. Uno degli hashtag più diffusi è #grabovoicode.

Secondo chi li diffonde, questi numeri sarebbero dei codici mistici per comandare le forze dell’universo. Pensando intensamente questi numeri o scrivendoli o usandoli come password, si dice, si possono migliorare i voti scolastici, si può dimagrire e si può avere successo negli affari.

Queste “manifestazioni”, come le chiamano quelli che ci credono, sarebbero persino la cura di malattie come cancro e AIDS. Mi rifiuto di linkare il sito che scrive queste idiozie, che sono la versione tecnologizzata della numerologia classica: la confezione è nuova, fatta su misura per generazioni che vivono con lo smartphone in mano e si troverebbero a disagio con cabala e Smorfia, ma la panzana è la stessa di sempre.

Ma perché si chiamano numeri Grabovoi? Prendono nome dal numerologo e sedicente guaritore russo Grigory Grabovoi, che a quanto pare ha dichiarato di essere la seconda incarnazione di Cristo ma ha trascorso otto anni in carcere per aver chiesto 1500 dollari a testa a dei genitori per far risorgere i loro figli, morti nella strage di Beslan nel 2004.

A quanto pare i suoi numeri così tanto portafortuna non sono stati capaci di evitargli la galera.

Fonte aggiuntiva: Gizmodo.

La bufala dell’app che toglie gli sticker che coprono le foto dei bambini sui social network

La bufala dell’app che toglie gli sticker che coprono le foto dei bambini sui social network

Per ora mi sembra che questo falso allarme circoli soltanto in inglese, soprattutto su Facebook e Twitter, da quel che ho visto, ma mi aspetto che sbarchi anche in italiano, per cui faccio un prebunking: non esiste nessuna app che tolga gli sticker usati per mascherare le immagini dei bambini nelle foto pubblicate sui social network.

L’allarme che gira sostiene invece che questa app esista. A volte viene indicata con il nome Snapseed. Il testo più ricorrente del messaggio è questo: 

“So apparently there’s apps that can remove stickers from Facebook pictures…
I’ve had a google and I have found it to be true..
After a bit of digging I found that the only way to censor your images it actually rub it out with the eraser tool..
adding stickers adds layers to the image that can be removed quite easily with the right apps or software..
Please be cautious when posting pictures of your babies when censored with Facebook stickers xx
Admin”

In sintesi, chi condivide questo appello afferma che l’unico modo per censurare realmente le immagini su Facebook consisterebbe nell’usare lo strumento “gomma”, perché aggiungere un adesivo (sticker) non farebbe altro che aggiungere all’immagine un layer (uno strato) che sarebbe poi facilmente rimovibile con le app giuste.

Ma le immagini pubblicate sui social network non hanno layer. Al momento della pubblicazione vengono convertite, solitamente in formato JPG, che è privo di layer, e quindi non hanno dei dettagli “coperti” che possono essere scoperti. Pertanto l’allarme è sbagliato.

Chi diffonde questo avviso fa confusione con i formati grafici come il PSD di Photoshop, i documenti PDF o i file TIFF, che in effetti hanno i layer e come tali possono essere “smontate” per togliere le pecette di copertura. Ma nei social network questi formati non vengono usati (a meno che non si condivida intenzionalmente un file multilayer di Photoshop come allegato).

Insomma, nell’uso normale dei social network uno sticker è permanente e non si può rimuovere, per cui si può stare tranquilli.

È vero che esistono alcune app che sembrano capaci di rimuovere alcuni dettagli dalle foto, ma lo fanno “clonando” dettagli dalle zone circostanti dell’immagine: non possono ricostruire, per esempio, il volto di un bambino coperto da uno sticker.

Fonti: ThatsNonsense, Snopes, Giornalettismo.

Allora, i messaggi di WhatsApp sono cifrati e privati o no? Panico da ProPublica

Allora, i messaggi di WhatsApp sono cifrati e privati o no? Panico da ProPublica

Una recente indagine di ProPublica ha scatenato un putiferio di preoccupazioni sulla effettiva riservatezza dei messaggi di WhatsApp. 

“WhatsApp legge i messaggi delle chat”, ha titolato ANSA. Un titolo che fa sembrare che WhatsApp legga, o possa leggere, tutti i messaggi che circolano sulla sua piattaforma. Ma non è così, e l’indagine di ProPublica non dice nulla del genere.

Cominciamo dai concetti di base. Le comunicazioni effettuate tramite WhatsApp sono cifrate con crittografia end-to-end. Questo vuol dire che sono cifrate da un capo all’altro della conversazione, ossia da quando escono dal dispositivo del mittente fino a quando arrivano sul dispositivo del destinatario. Di conseguenza, i contenuti di queste comunicazioni non sono intercettabili in transito, né da Facebook, proprietaria di WhatsApp dal 2014, né dalle forze dell’ordine.

Questo fa pensare a molti utenti che le comunicazioni fatte con WhatsApp siano assolutamente private, ma è sbagliato. Infatti l’indagine di ProPublica spiega che WhatsApp ha circa un migliaio di “moderatori” incaricati di valutare i messaggi che violano le regole di WhatsApp. 

Ma qui sta l’equivoco: parecchi media hanno frainteso, pensando che l’esistenza dei moderatori implichi che queste persone possano leggere tutti i messaggi. Non è così: i moderatori possono leggere soltanto i messaggi che vengono segnalati dagli utenti.

Infatti se segnalate un messaggio, un gruppo o qualcuno su WhatsApp, “WhatsApp riceve i messaggi più recenti che ti sono stati inviati da un
contatto o un gruppo segnalati, nonché informazioni sulle tue recenti
interazioni con l’utente segnalato”
. È scritto chiaro e tondo nelle pagine informative di WhatsApp. Secondo Ars Technica, WhatsApp riceve specificamente gli ultimi quattro messaggi precedenti nel thread oltre al messaggio segnalato.

WhatsApp riceve questi messaggi più recenti senza crittografia: è come se faceste uno screenshot ai messaggi in questione e lo mandaste a WhatsApp. Deve poterli leggere, altrimenti non li può valutare.

In altre parole, su questo punto ProPublica ha scoperto l’acqua calda. Il fatto che i moderatori di WhatsApp possano leggere i messaggi segnalati (e solo quelli) è noto e documentato da tempo. 

C’è però anche un altro modo in cui i messaggi di WhatsApp non sono privati, e stavolta riguarda tutti i messaggi ed è stato ribadito correttamente da ProPublica. Facebook non può leggere i contenuti dei messaggi, ma può attingere ai loro metadati, ossia a tutte le informazioni di contorno di qualunque comunicazione effettuata tramite WhatsApp: chi ha parlato con chi, a che ora, per quanto tempo, se si sono scambiati foto o video, in quale gruppo è avvenuta la comunicazione, chi sono i partecipanti al gruppo, eccetera. Questo è sufficiente per la maggior parte delle indagini delle forze di polizia, come nota Ars Technica citando vari procedimenti legali negli Stati Uniti e in Brasile.

Per esempio, bastano i metadati per dimostrare che avete comunicato via WhatsApp con una persona sospettata di reato: spetterà poi a voi spiegare come mai avete comunicato e di cosa avete parlato. E a quel punto il vostro telefonino potrà probabilmente essere esaminato dagli inquirenti, che ne estrarranno tutte le conversazioni di WhatsApp (e non solo) con programmi come UFED o Oxygen.

In sintesi: se volete davvero comunicare in modo assolutamente privato, non usate WhatsApp, Telegram o qualunque altra applicazione di messaggistica commerciale. Threema, Signal e Wickr danno qualche garanzia in più, ma la sicurezza e la privacy sono un processo, non un prodotto. È inutile avere app ultraprotette se poi lasciate in giro tracce di altro genere.