La settimana scorsa sono stato alla Starcon di Bellaria, dove come consueto ho
fatto da traduttore per gli attori ospiti di questo raduno di appassionati di
fantascienza e fantastico. È andato tutto benissimo con due dei tre ospiti: Ricky Dean Logan (“Data” in Ritorno al Futuro 2) e Richard Brake (Re della
Notte in Trono di spade, generale Valin Hess in The Mandalorian).
Con Ricky Dean Logan.
Con Richard Brake.
Con il terzo, Peter Weller (Robocop), è andata un po’ diversamente.
Visto che fra i partecipanti alla Starcon, nei social network e nei media in
generale girano varie versioni su cosa sia successo, scrivo qui due righe di
chiarimento.
Sabato 13 e domenica 14 Weller ha insistito per parlare in
italiano in entrambe le sue apparizioni sul palco. Normalmente, invece, gli
ospiti stranieri parlano in inglese e io traduco subito dopo in italiano quello che
hanno detto. Questo permette a tutto il pubblico presente di seguire: sia chi
capisce solo l’italiano, sia chi sa solo l’inglese perché arriva alla Starcon
da fuori Italia.
Ma Weller non si rende conto che il suo italiano è buono ma lacunoso e alla
lunga poco comprensibile e difficile da seguire (“estenuante” è l’aggettivo azzeccatissimo usato da una persona presente). Per la sua prima apparizione sono stato accanto a
lui sul palco, a sua disposizione. Mi ha chiesto a bruciapelo come si dicessero in italiano alcuni
termini e glieli ho detti. Ma ha fatto un misto continuo di italiano e inglese,
senza fermarsi per lasciarmi il tempo di tradurre o per correggere le parole
italiane che spesso usava a sproposito.
Peter Weller.
Oltretutto, durante questa sua prima apparizione si è interrotto per tirar
fuori il telefonino e far partire una sessione Zoom per dei suoi conoscenti
(la sessione non riguardava la sua apparizione sul palco). Piuttosto cafona,
come cosa: sarebbe stata assolutamente delegabile. Un dettaglio che dal pubblico non si sarà notato è che ha lasciato attiva quella
sessione Zoom, con il volume alto, rimettendo il telefono in tasca. Io
ero accanto a lui, che cercavo di infilare qualche correzione alle sue parole
italiane sbagliate, con il baccano di gente sconosciuta che conversava
attraverso il suo telefonino. Riuscivo a malapena a sentire cosa diceva Weller. Un disastro, soprattutto per il pubblico.
La sua apparizione sul palco è risultata ben poco comprensibile per chiunque non
fosse bilingue. Un po’ di gente, dopo l’evento, si è lamentata in privato e online di non aver
capito molti passaggi dei discorsi di Weller.
Io non c’ero al panel di oggi,ma ieri sì ed è stata l’unica volta che me ne sono andata prima della fine di un incontro. Mi dispiace davvero per te! Alla Starcon ho sempre visto gente interessante, più o meno simpatica, ma lui non è stato né interessante né, tantomeno, simpatico
— TheProffa aka La Pam 🦉#Antifascista sempre (@mammapam) May 14, 2023
Paolo, io ho provato a seguire, ma non riuscivo e ne ne sono andato.
Grazie comunque per tutto quello che fai, per gente come me.
Così prima della sua seconda apparizione gli ho detto in privato che c’erano state delle
lamentele e che per la comprensibilità del suo intervento, non certo facilitata dall’impianto audio pessimo, era meglio
che lui lo facesse nella sua lingua madre e io lo traducessi in italiano. Si è rifiutato e ha detto categoricamente
che avrebbe fatto l’intervento in italiano (o meglio, in quello che secondo lui è italiano). Secondo lui io
sarei dovuto restare sul palco a sua disposizione per dirgli la traduzione delle
parole che non conosceva in italiano.
Gli ho spiegato educatamente che così non si può
lavorare (perché se lui dice una cosa sbagliata in italiano lo devo fermare e
correggere). Ho ribadito che il suo intervento, fatto come lo voleva fare
lui, non sarebbe stato comprensibile per il pubblico. Non ha voluto sentir ragioni e quindi
gli ho detto “I’m an interpreter. I can’t work like this. The stage is
yours” e gli ho indicato il palco.
Lui ha risposto “Then go” (non nel tono di “vattene”, come hanno capito alcuni). Me ne sono andato, mi sono seduto fra il pubblico e ho
ascoltato il suo intervento. È stato un minestrone di italiano e inglese
(con intere frasi in inglese), di parole italiane sbagliate (“lamentazione” al
posto di “lamentela”, “registrazioni” al posto di “lista di nozze”, quel misterioso “gianchi” ficcato ripetutamente nelle frasi in italiano che era “tossicodipendente”, ossia “junkie”, eccetera). Dal palco Weller ha detto che io me ne ero andato via perché ero “arrabbiato”. Ho alzato la mano e gli ho detto ad alta voce “I’m still here”, anche per far capire al pubblico che non ero misteriosamente assente ma che avevo deciso di non partecipare a questa pagliacciata istrionica.
Risultato: Weller non capiva le
domande del pubblico, che ovviamente gli venivano fatte in italiano. Ha parlato pochissimo di fantascienza, dicendo oltretutto che gli fa abbastanza schifo, cosa un tantinello offensiva verso un pubblico composto da appassionati del genere fantascientifico. Ha chiesto al suo pubblico, composto quasi completamente da italiani, se
conoscevano Dante. Peggio ancora, ha chiesto a noi Trekker se sapevamo chi
fosse J.J. Abrams.
Prevengo una domanda quasi inevitabile: sì, esiste una registrazione
audio e video degli interventi, ma al momento non è previsto che venga pubblicata. Chi c’era sa com’è andata.
Non me la sono presa; sono abituato a gestire gente che è talmente piena di sé da non capire quando sta trattando gli altri come pezze da piedi (come ha fatto Weller con tutto il pazientissimo staff della Starcon) e ho il privilegio di poter dire a queste persone quello che penso di loro e dei loro comportamenti senza dover rendere conto a nessuno tranne il pubblico, perché ho scelto di fare queste traduzioni a titolo gratuito, come volontariato (come fa tutto lo staff della convention).
Mi dispiace per il
pubblico, che avrà perso buona parte del senso di quello che Weller diceva,
solo perché l’attore non ha voluto accettare la critica costruttiva di un
traduttore professionista e ha voluto fare la primadonna. Cosa che, in effetti, gli è riuscita benissimo. Fine della storia.
— Samantha Cristoforetti (@AstroSamantha) June 19, 2022
Includo la versione ad alta risoluzione
che consente di apprezzare i dettagli e l’accuratezza della ricreazione della
scena di Gravity da parte di Samantha:
Colgo l’occasione e lo spunto
offerto dagli amici di Astronautinews.it per ricordare la recensione tecnica
di Gravity (prima parte; seconda parte; terza parte) pubblicata nel 2013 da Sam, che spiega bene quanto (poco) ci sia di
realistico negli eventi descritti dal film.
Agevolo inoltre il confronto pubblicando qui il fotogramma corrispondente a
quello mostrato nella foto (è a 40:19 dall’inizio del film, se volete rivedere
la scena intera):
Ho postato un confronto diretto del fotogramma originale e della ricreazione,
con un pizzico di correzione colore per avvicinare le tinte della foto a
quelle di Gravity, e da lassù qualcuno ha apprezzato 🙂 (scusate il
refuso su directly):
Frame direcly from the movie, plus a little color correction to match the
tint, to aid in appreciating your attention to detail! pic.twitter.com/U27raffbyw
— Samantha Cristoforetti (@AstroSamantha) June 19, 2022
Sarò all’antica, ma poter comunicare in tempo reale con una persona che sta
nello spazio continua a sembrarmi fantascienza.
Fra l’altro, c’è una storia personale dietro questa foto: il collega
astronauta Scott Kelly, con il quale Samantha Cristoforetti aveva condiviso la
Stazione nel 2015, ha scritto che uno dei suoi più grandi rimpianti dell’anno
che aveva trascorso nello spazio era stato guardare Gravity insieme a
Samantha e non essere stato abbastanza veloce con la fotocamera da fotografare
Samantha che passava accanto allo schermo dopo aver fatto ginnastica. Ora
Sam ha rimediato.
One of my biggest regrets from my year in space was watching #GravityMovie
and having @AstroSamantha
float by the screen after her working out and not being quick enough to the
camera. Here’s the original photo fail. So disappointed then, but all is
good now. Thank you, Samantha! https://t.co/4Av29VmDNl pic.twitter.com/XRJA21jjCA
Ieri (6 maggio) Samantha Cristoforetti e Jessica Watkins hanno risposto alle
domande dei giornalisti della CBS News e della CNN. Questa è la
registrazione e la trascrizione sommaria della conversazione (poco meno di 22
minuti). Segnalo in particolare due risposte (che ho evidenziato in grassetto
e tradotto): quella a proposito della situazione a bordo in considerazione
della guerra in Ucraina, che è una preoccupazione che hanno in molti, e
quella, ben più leggera, a proposito di un’uniforme o tenuta legata alla
fantascienza che Samantha avrebbe a quanto pare portato con sé (come, nel suo
viaggio precedente, aveva portato la giacca della divisa di Star Trek Voyager).
2022/05/10 11:10. AstronautiCAST ha tradotto e sottotitolato l’intera
intervista:
HO: (a 00m:36s) Station, this is Houston, are you ready for the event?
SC: Houston, this is Station, we are ready for the event.
HO: CBS News, this is Mission Control Houston. Please call Station for voice
check.
CBS: Station, this is Bill Harwood, CBS News at the Kennedy Space Center, how
do you hear me?
JW: Hello, we have you loud and clear.
CBS: Well hey, thanks so much for taking time to talk with us today. I know
you guys have hit the deck running and you’ve got a busy schedule and we
certainly do appreciate it. I wanted to start out by asking both of you about
your impressions of launch aboard a Crew Dragon Falcon 9. Jessica, you’ve
never ridden a rocket before, of course. What was it like what was the sound
like? The vibrations, the acceleration, the experience?
JW: Yeah, it is tough to describe. It is certainly a sensory experience, all
of the feeling, the physical feelings that you’re feeling, the sounds that
you’re hearing as you mentioned, you know, we do a lot of training out at
SpaceX in Hawthorne for what we’re going to experience on Dragon, but getting
all of that kind of coming together all at once and also, you know, kind of
experiencing the emotional side as well, you know, realizing that we are
really actually embarking on this journey and headed up to the International
Space Station, so all that coming together was pretty amazing.
CBS: You know, I occasionally amuse myself by thinking about how Ben Franklin
or Leonardo Da Vinci would react to riding in a car or flying in an airplane,
but flying in a rocket… it really takes that to a whole different level.
Were you even a little bit nervous about it? I mean, was there a moment when
you might have thought to yourself “What am I doing here”?
JW: Yeah, you know, there certainly is an understanding of what we’re
undertaking here and certainly spaceflight is hard, we all are aware of that,
but we just have such amazing teams working on the ground, both the SpaceX
team, the NASA team, making sure that we are safe and that our mission is
going to be successful, so we can certainly rest assured knowing that we have
such a great team of folks looking out for us.
CBS (2:55): I totally get that, but you didn’t answer the question! Did you
get even a little bit nervous? Because I think most people would.
JW: Yeah, you know, again, I think they’re certainly an understanding of the
reality of the situation and the risks that are involved, but we are in a
place of privilege where we are able to talk about those risks, understand how
they’re mitigated and that really helps us assuage our fears.
SC: Maybe if I can add to that, certainly as Watty…
CBS: No, go ahead Samantha.
SC: …I just wanted to say that I think for us, and especially for Watty on
her first flight but even for me on my second one, the feeling of joy for
having gotten to that point after so such a long time of training and the
anticipation for all this amazing adventure that awaits you on Space Station,
I think that just, you know, takes over emotionally so that, yes, maybe you’re
a little bit nervous, but you don’t focus on that all that much.
CBS: Well, hey, as long as you’ve got the microphone I wanted to ask your
impressions of Crew Dragon. You know, were there any surprises about that
experience? And maybe how it compared to riding on a Soyuz.
SC (4:20): Yeah, so the process of launching to space, so the rocket launch
itself, the sensations that you feel in the rocket, the duration of the ascent
up to orbital insertion the g’s, the staging, you know, when when one stage of
the rocket stops working and all of a sudden you lose the thrust for a few
seconds and then the next stage kicks in, which is quite dynamic, and then
that transition from, you know, feeling squeezed in your seat, that, you know,
very sudden transition to being all of a sudden weightless, all of that is is
quite similar. And I was incredibly happy to have a chance to experience all
of that again, maybe with more awareness, maybe being less overwhelmed
emotionally, and so having a little bit more time of really taking note of all
of those sensations, more than the first time. And then certainly the
spacecraft is, as you know, as we all know, a little bit different, so
certainly a little bit more comfortable in terms of of seating position now.
CBS: We enjoyed that photo you tweeted showing the birthday cake and the
shot of Mr Spock in there. I heard before launch that you may or may not
have a replica costume from another science fiction show with you. Any hints
when we might find out what that might be?
[La foto in questione è qui sotto, datata
5 maggio 2022]
SC (a 5m45s): Let’s see… a hint could be my previous job as a combat
pilot in the Italian Air Force.
CBS: Ci è piaciuta molto la foto che hai tweetato, che mostrava la torta di
compleanno e l’immagine del signor Spock. Ho sentito dire, prima della tua
partenza, che forse hai con te una replica di una divisa di un’altra serie
di fantascienza. Puoi dare qualche indizio su quando scopriremo di cosa
potrebbe trattarsi?
SC: Vediamo… un indizio potrebbe essere il mio lavoro precedente come
pilota da combattimento nell’Aeronautica Militare Italiana.
CBS: Okay, that sounds great! So either Battlestar Galactica or Star Wars, right? No, I’m kidding, I’m kidding. We’ll have to wait and
see. Let me ask Jessica a question. You know, we talked a lot before launch
about your geology training and a chance to look at the Earth from space, you
know, geologists normally look at rocks with a hand lens or a thin section up
close and personal what’s it like looking at that from 260 miles up and is
Kjell pestering you to explain things like he said he woul?
JW: Yes, so the the view is even even better than I could have imagined or
could have expected. It is amazing to see as you’re kind of discussing the the
scale of the Earth itself, of the whole sphere, and then also of the features
on the Earth for me. I actually spent a lot of my time doing geology also
doing remote sensing, and so that process involves looking at photographs, as
well as as data, of surfaces of planets from a distance removed away from the
surface. So it actually is quite an interesting parallel for me to be able to
now look at those features from the advantage point of the ISS, so it is
really neat for me and yes, my crewmates have given me the joy and honor of
being able to discuss a little bit of geology already, so it’s been super fun
for me.
CBS: Well, you know, you sound totally at ease up there when I hear you
talking on air to ground. Has the transition to life and weightlessness been
easy? Difficult? Something in between? What’s what’s been the biggest
challenge for you getting used to living on Station?
JW: Yeah, you know, I think the probably the biggest thing to learn how to do
since we’ve been up here, as well as probably the most fun thing for me, has
been getting used to the the 3D nature of the ISS. I’m getting to literally
climb on the walls like Spider-Man and learn how to use my feet instead of my
hands to translate around. It has just been so fun and just being able to see,
you know, how my brain reorients and really is able to take in spatial
information in 3D and that transition over time has been really cool to watch.
CBS (8:15): Guys, I’ve got about two minutes left. I want to shift gears and
and Samantha, let me ask you this one. ESA is in the process of recruiting new
astronauts and I want to get your sense of what the prospects are for
increasing the number of female candidates, and how important is that for ESA
and for Europe.
SC: Oh, I think the prospects are great. We had over I believe 25% of the
applications were from female candidates this time around which is, you know,
a significant increase compared to the previous election process, which is the
one in which I was selected. So I am quite sure that by the end of this year I
will have some, you know, new colleagues and among them also some new female
colleagues. And, you know, I think that’s important because it just looks, you
know, if you look at the European astronaut corps right now there’s only, you
know, one woman, which is myself and that kind of looks… it does really not
reflect society that much, so I’m looking forward to have some more female
colleagues.
CBS: Thanks. And Jessica, I’ll close out with with a similar question to you.
You’re the first African-American woman to make a long-duration flight on the
Station. How important is it for NASA to recruit more women and more women of
color? I mean, you must see yourself as a role model, but can you talk about
that just a little bit? And that’ll close it out for me guys, thanks a lot.
JW: Yeah, absolutely, thank you for your time. I certainly think that it is is
important going into the exciting future ahead of us aNASA that we have a
diverse corps and continue to focus on the diversity, impacts of diversity on
it on the greater team here at NASA. So as we look forward to the Artemis
missions coming up here in the near future and look towards the Moon and
eventually to Mars we’re going to need people with diverse skill sets, diverse
backgrounds diverse experiences, and so I certainly think it’s important for
us to prioritize and focus on that moving forward.
HO: Station, this is Houston ACR. That concludes the CBS News portion of the
event. Please stand by for a voice check from CNN.
CNN: Station, this is Rachel Crane with CNN, how do you hear me?
JW: We have you loud and clear, how us?
CNN: Loud and clear. All right, I’ll jump right in you guys thank you so much
for taking the time to do this. Jessica you are the first black woman to
conduct a long-duration mission on Station. You know making you a role model
for women of color all around the world. Now being a few days into your
historic mission has the magnitude of what you have taken on here finally
begun to sink in?
JW: You know honestly i think these past few days have been a bit of a
whirlwind we’ve just been um as a crew trying to take in as much information
as we could from our our colleagues the Crew 3 team and just handing over all
of their knowledge and insight and efficiencies that they’ve gained over their
time and successful mission here. So we’ve just been trying to learn as much
as we can from them soak it all in and then I have just been learning to adapt
learning to translate in in zero g and get myself settled in so that’s been
most of my focus uh the past few days.
SC: She’s a natural space ninja.
CNN: Jessica, this mission is your first space mission and a historic one at
that. But clearly, you know, your personal aspirations don’t stop here. So
tell us about your you know future dreams and goals as an astronaut.
JW: Yeah well certainly first and foremost my my closest dream and closest
goal is to have a successful mission here with my crewmates and on Crew 4
Expedition 67. We have a lot of science to undertake, a lot of maintenance to
do on the Station and we just look forward to a super successful mission
working together. In the future, NASA is working towards heading to the Moon
and eventually to Mars with the Artemis program and so we look forward to
seeing the progress in those missions and hopefully being involved in that
process along the way.
CNN: Yeah, Jessica, you’ve been chosen to be part of the astronaut corps for
Artemis. So now having had you know just a taste of space does it make you,
you know, more eager than ever before to become the first woman on the Moon?
JW: Well I certainly I would like to you know spend as much time and space as
I can. I’ve enjoyed it so far um you know but we definitely have a diverse and
expert corps of astronauts, all of whom would be capable of taking that on, so
we’ll see what happens in the future, but certainly enjoying my time here now.
CNN: Now Samantha and Jessica, only about 20 of the international space
industry workforce is female and that’s a percentage that has remained
relatively unchanged for 30 years and only about 11 of astronauts have been
women. So why are women so underrepresented in the space industry and why is
it important to change these statistics?
SC: Yeah, I think that some of those statistics can be a little bit misleading
sometimes because we take into account like the entire history of uh human
space flight which is now uh you know five or six decades uh and so it
reflects also a historic circumstances in which indeed you know women were
either not in the astronaut corps at all or very few but I would say, you
know, the the especially the NASA corps is extremely diverse and the last few
selections over the past 10 years have had new classes coming in in which
women were either 50 or very close to 50 percent and when it comes to the
European astronaut corps we we have some work to do in that sense but our last
selection goes quite back to 2009 and we are in the process of having a new
selection right now in which I am quite sure that we will select several new
female astronauts and so yeah yeah, I think that things that are looking quite
good I would say.
CNN: And this question is for both of you, you know, as women and for you,
Jessica, as a woman of color did you face barriers to get to this moment and
what is it like to reflect on that from your current perch up in space?
JW: Yeah, you know it certainly is an amazing place to be able to think back
on on my journey and how we how I arrived here how we ended up in this amazing
place with this amazing privilege and certainly for me you know I’m just super
grateful for all of the mentors that I had along the way that helped encourage
me to along pathways that helped to lead me to to reach my goals and to help
encourage me along the way to help find my passions help me pursue those and
help me find opportunities that would enable that for me so I’m just really
grateful for those people in my life and those those opportunities that I’ve
had that have enabled me to be here now.
CNN (16:16): Samantha, there is a war here on Earth right now, with the US
and the EU supporting one side and Russia on the other. So how does that
impact your working relationship with cosmonauts on Station, and does the
mood feel different from when you were there last?
SC: Yeah, the answer to the last part of your question is no. It’s quite the
same. We are here as an international crew and I think that we all
understand that what we do here is valuable, that the Space Station is
valuable, and that even in times of conflict you have to preserve bridges,
you have to preserve some areas of cooperation. And, you know, the best
candidate for that is just the Space Station. I mean, it has a legacy
working together on an international level and doing that peacefully and
effectively, you know, being able to operate a vessel, a spacecraft in space
on a day-to-day basis with, you know, an international community behind it,
that is valuable. And we just all understand how important that is and even
more than we did before we want to focus on the joint goals that we have
which is to, you know, preserve this vessel and pursue the science and all
the other activities that are ongoing here.
CNN: But do you worry that the Russian government could order their
cosmonauts to take aggressive actions on Station? You know, like closing off
access to Russian modules or stop sharing resources? And if not, why not?
SC: Yeah, no, we do not worry about that. And the reason is that, you know,
we have I think an instinctive understanding of the community that we are
part of and we understand that from outside, you know, the US side, European
side, Canadian, Japanese and Russian, there is the same attachment and the
same understanding of how important Space Station is. And I understand that
there is sometimes chatter in the media or on social media, but we are
inside this community and we have a direct understanding and a direct sense
of how important Space Station is for all the international partners.
CNN: Samantha, c’è una guerra qui sulla Terra in questo momento, con gli
Stati Uniti e l’Unione Europea che sostengono una parte e la Russia
dall’altra. In che modo questo influisce sui vostri rapporti di lavoro con i
cosmonauti sulla Stazione? L’umore sembra diverso rispetto a quando eri lì
la volta scorsa?
SC: Sì, la risposta all’ultima parte della tua domanda è “no”. È lo stesso.
Siamo qui come equipaggio internazionale e credo che capiamo tutti che
quello che facciamo qui è prezioso, che la Stazione Spaziale è preziosa, e
che persino in momenti di conflitto bisogna mantenere dei ponti, bisogna
mantenere delle aree di cooperazione. E la Stazione è la candidata migliore
per questo. Ha un retaggio di lavoro insieme a livello internazionale, e
fare questo pacificamente ed efficacemente, essere in grado di far
funzionare un vascello, un veicolo spaziale nello spazio giorno dopo giorno,
con il sostegno di una comunità internazionale, è prezioso. E noi tutti
capiamo quanto questo sia importante e ancora più di prima vogliamo
concentrarci sui nostri obiettivi comuni, che sono preservare questo
vascello e fare ricerca scientifica e tutte le altre attività che abbiamo in
corso qui.
CNN: Ma vi preoccupate che il governo russo potrebbe ordinare ai suoi
cosmonauti di compiere azioni aggressive sulla Stazione? Cose come chiudere
l’accesso ai moduli russi o smettere di condividere le risorse? E se non ve
ne preoccupate, perché?
SC: Sì, no, non ce ne preoccupiamo. La ragione è che credo che noi abbiamo
una comprensione istintiva della comunità di cui facciamo parte e che
comprendiamo che dall’esterno, da parte statunitense, europea, canadese,
giapponese e russa ci sia lo stesso attaccamento e la stessa comprensione di
quanto sia importante la Stazione Spaziale. E capisco che a volte corrano
voci nei media o nei social media, ma noi siamo all’interno di questa
comunità e abbiamo una comprensione diretta e una percezione diretta di
quanto la Stazione Spaziale sia importante per tutti i partner
internazionali.
CNN: Jessica, what would you tell your younger self right now about your
journey?
JW: Now I would probably tell myself to dream big and you never never know
when your dreams can actually come true. It’s hard to believe that it’s all
really happening.
CNN: And what do you think can be done to have more women and more women of
color in space?
JW: You know, I think if we look at the numbers I think the story that they
tell us is that where we can have the most influence is kind of lower down in
the pipeline or earlier in the pipeline. So I think investing in school
programs and education and internships like the NASA internships, for example,
particularly the ones that I’ve been a part of and helped enable me to get
here today, I think those are ways that we can engage kids at an early age to
get interested in STEM and kind of invigorate that passion in them that allows
them to pursue pathways that will enable them to be in positions like this if
they so desire.
CNN: We have less than one minute left. This is my last question for you guys.
Jessica, the ISS partnership is perhaps one of the last remaining diplomatic
links between the US and Russia. Does that put pressure on you guys to help
preserve this working partnership to make sure that everything is running
smoothly?
JW: No, I think we we certainly understand the magnitude of, kind of as
Samantha was mentioning, the magnitude of what we’re doing up here, the
importance of the work that we are doing. But I think ultimately we are a
family up here. We have dinner with our cosmonaut colleagues and we understand
this shared mission, the shared goal, and we all work together to do our best
to accomplish that and do so successfully safely and efficiently.
CNN: Thank you so much you guys.
HO: Station, this is Houston ARC. That concludes the event. Thank you, thank
you to all the participants from CBS News and CNN. Station, we are now
resuming operational audio communications.
Se avete avuto la fortuna di vedere Dune in IMAX invece che nel formato panoramico mostrato nei cinema normali, vi invidio. Non avevo idea di quanto le immagini fossero troncate sopra e sotto nella versione panoramica rispetto a quella IMAX.
Non è solo una questione di formato più o meno squadrato: IMAX è un formato (anzi, una serie di formati e di tecnologie) che in passato, nell‘era della pellicola, ha offerto una nitidezza e una stabilità d’immagine ineguagliabili con le pellicole normali, i cui fotogrammi erano fisicamente molto più piccoli (e quindi meno nitidi e oltretutto “stirati” per ottenere un effetto panoramico), e il cui meccanismo di trascinamento causava sfarfallii ed errori di allineamento da un fotogramma all’altro.
Ricordo ancora il brivido e i lacrimoni di commozione al mio primo impatto con l’IMAX, tanti anni fa: il logo spettacolarmente nitido della NASA, sospeso nel nero perfetto dello schermo, che cede il posto allo Shuttle librato in orbita, con la Terra maestosa sullo sfondo che lentamente gli scorre dietro. L’immagine era talmente definita, stabile e priva di qualsiasi granulosità che lo schermo semplicemente era sparito e davanti a noi c’era semplicemente un’immensa finestra panoramica, talmente ampia che per vederla tutta dovevi ruotare la testa a destra, a sinistra, in alto e in basso.
Una rara visita alla sala di proiezione mi fece conoscere i trucchi geniali usati per ottenere quel risultato magico: pellicola di formato larghissimo, proiettata orizzontalmente e trascinata con un sistema ultrastabile, e tanto altro. Poi sono arrivati i proiettori digitali laser ad altissima risoluzione, ma quella tecnologia analogica di precisione aveva un fascino speciale.
Oggi molti dei risultati qualitativi dell’IMAX originale sono ottenuti anche dai proiettori digitali dei normali cinema, soprattutto in termini di stabilità dell’immagine (nelle proiezioni su pellicola tradizionali ogni fotogramma non viene proiettato esattamente a registro con quello precedente, a causa dei limiti tecnici del sistema di trascinamento usato dal proiettore; il cervello compensa, ma si accorge che qualcosa non va). Ma per molti anni l’IMAX è stato il riferimento qualitativo incontrastato e irraggiungibile. E tuttora una sala IMAX ben fatta, con le sue gradinate molto ripide, i suoi schermi immensi (18 metri per 24) e oltretutto piazzati in modo che lo spettatore non guardi in su, come in un cinema normale, ma si trovi davanti una parete luminosa che si estende fortemente verso l’alto e verso il basso fino a coprire quasi tutto il campo visivo, offre un’esperienza immersiva straordinaria.
Le limitazioni tecniche della versione originale dell’IMAX su pellicola (soprattutto nelle cineprese usate per le riprese) obbligarono a un’immagine molto squadrata, ma in tempi recenti hanno fatto riscoprire la maestosità e l’imponenza delle inquadrature realizzate e proiettate su schermo gigante in questo formato, che era passato in secondo piano con l’avvento di quelli panoramici proposti dal cinema convenzionale non solo per dare spettacolarità ma anche perché consentono di avere più spettatori in sala rispetto agli IMAX.
Questo video di confronto mostra molto chiaramente quanto si perde e come cambia la composizione dell’inquadratura quando si gira un film in formato 1.43:1 e poi lo si deve per forza di cose tagliare sopra e sotto per adattarlo al 16:9 (o simile) dei cinema normali.
È difficile dire quale formato sia “migliore”, perché non è soltanto una questione di rapporto fra altezza e larghezza: è anche una questione di dimensione dello schermo (un IMAX non va pensato come un 16:9 tagliato, ma come un 16:9 allargato sopra e sotto). Anche se il formato IMAX è simile a quello dei vecchi televisori catodici, l’esperienza visiva è totalmente differente perché l’immagine è spaventosamente nitida e lo schermo occupa gran parte del campo visivo in tutte le direzioni, ma è sufficientemente lontano da evitare le distorsioni e le variazioni di messa a fuoco che si avrebbero guardando da vicini uno schermo di un televisore HD (o 4/8K) in modo da fargli riempire il campo visivo quanto uno schermo IMAX.
Il modo migliore per approssimare uno schermo IMAX è probabilmente la realtà virtuale con un visore ad altissima risoluzione: le lenti ingannano il cervello, facendogli credere che lo schermo virtuale sia fisicamente lontano e quindi enorme, e il display copre il campo visivo in maniera paragonabile a quella di un IMAX (e nel caso dei video in VR 3D, anche superiore, ma non ancora con altrettanta nitidezza).
Le sale IMAX sono pochissime rispetto ai cinema normali, e le vere sale IMAX (quelle con pellicola in formato 15/70 o con proiettori IMAX With Laser) sono ancora più rare (in tempi recenti, infatti, il marchio IMAX è stato annacquato usandolo anche per impianti di proiezione molto più modesti, come il 2K del Digital IMAX). IMAX stessa propone di vedere Dune soltanto in queste poche sale. Tutto questo vuol dire che un film girato in IMAX verrà visto nel suo formato originale da pochi spettatori, ed è un peccato, specialmente quando il direttore della fotografia, e spesso anche il regista (Christopher Nolan è un esempio tipico), compone le inquadrature proprio per questo formato. Per cui se sapete che un film è girato in IMAX, cercate di andarlo a vedere in una vera sala IMAX. Ne vale assolutamente la pena.
Al CicapFest 2021, tenutosi lo scorso settembre, è stato organizzato un
dibattito semiserio sul confronto fra Star Trek e Star Wars al quale ho partecipato con una rarissima
apparizione pubblica in divisa di Star Trek insieme agli amici dello Star Trek Italian Club. Il video è ora
disponibile sul canale YouTube del Cicap.
Il confronto fra le due saghe, condotto in questo caso da Francesco Lancia e
da Giovanni Zaccaria, è in realtà impossibile, perché le due saghe hanno idee,
filosofie e ambientazioni totalmente differenti, ma è un pretesto per giocare
fra appassionati e vedere tanta bella gente in costumi delle due serie. E,
almeno per noi Trekker, presentare anche l’impatto sociale, i valori e gli
ideali di Star Trek che lo rendono così differente da tante altre serie
di fantascienza.
Per Star Trek: Nicola Vianello, Claudio Sonego, Patrizia Guglielmini, e
il sottoscritto, con il supporto in divisa di Chiara, Annalisa, Giuseppe,
Annamaria e Massimo.
Per Star Wars: Alessio Vissani, Michele Bellone, Sofia Lincos e Luca
Perri, con i rappresentanti della 501a Italica Garrison Simone,
Marco, Lina, Vanessa (se ho capito bene) e Francesco.
Purtroppo qua e là ci sono problemi audio e a 34:30 circa ci dovrebbe essere
l’intervento in video preregistrato di Luca Perri, ma le cose vanno…
maluccio in regia e Luca non si vede, poi si vede ma non si sente per nulla e
quindi si soprassiede. Questo video è stato rimontato per includere
correttamente l’intervento che Luca aveva preparato.
C’è una celeberrima scena di Terminator 2 (1991) nella quale il giovane John Connor riesce a farsi dare soldi da un Bancomat semplicemente collegandogli un cavetto e un mini-computer portatile (un Atari Portfolio). È fantascienza, direte voi: finzione cinematografica. Non può essere così facile “hackerare” un Bancomat.
In realtà sì, perlomeno secondo quanto riferisce Wired.com. Alcuni Bancomat dotati di componenti NFC (quelli che consentono di appoggiare la carta di credito invece di inserirla) hanno un difetto che consente un attacco ancora più elegante di quello mostrato al cinema dal regista James Cameron in Terminator 2: basta avvicinare al terminale uno smartphone Android contenente un’app appositamente programmata e diventa possibile mandare in tilt il Bancomat, modificarne il funzionamento in modo che raccolga e trasmetta dati delle carte di credito, alterare il valore delle transazioni e, in almeno un modello, fare quello che in gergo si chiama jackpotting, ossia far erogare al dispositivo una pioggia di banconote.
Ma niente panico: lo ha scoperto uno dei “buoni”, il consulente informatico spagnolo Josep Rodriguez, che per mestiere verifica la sicurezza dei sistemi informatici bancari per conto delle aziende produttrici, che sono già state allertate oltre sette mesi fa. Il problema è stato corretto, anche se alcuni Bancomat possono continuare a manifestarlo se non sono stati aggiornati.
Un attacco così semplice da sembrare finzione scenica è in realtà possibile per via di un difetto elementare e classico: il software che gestisce molti lettori contactless (NFC) non fa alcuna validazione delle dimensioni del pacchetto di dati mandato dalla carta quando viene avvicinata al sensore.
Il software si aspetta che si tratti di una carta di pagamento, che si comporta secondo gli standard, e si fida di quello che la carta gli manda. L’app di Rodriguez, però, manda un pacchetto di dati centinaia di volte più grande del normale e questo genera un classico buffer overflow che permette di prendere il controllo del Bancomat o terminale di pagamento.
Per noi utenti, comunque, il rischio è minimo: le falle scoperte da Rodriguez non consentono di leggere il PIN e o i dati presenti nel chip integrato nella carta e riguardano soltanto le vecchie carte senza chip integrato, raramente usate in Europa. Il disagio è soprattutto per le banche, che devono aggiornare centinaia di migliaia di terminali in tutto il mondo.
Ho visto Dune al cinema alcuni giorni fa (il primo film visto al cinema da oltre un anno) e l’uscita del trailer esteso che vedete qui sotto mi ha ricordato quanto mi è piaciuto questo adattamento della saga classica di Frank Herbert, che è una delle narrazioni che più mi ha affascinato da ragazzino e mi affascina tuttora.
Non so come sia il doppiaggio italiano, ma l’audio originale è splendido (la Voce è resa perfettamente, in maniera semplice ma ingegnosa) e gli attori sono perfetti per le rispettive parti. Nonostante la battutina presente in uno dei trailer (ma non in quello qui sotto), questo non è un film Marvel dove ogni azione drammatica deve essere contrappuntata da una trovata sdrammatizzante: Dune si prende molto sul serio, e per farlo oggigiorno bisogna aver lavorato davvero bene, altrimenti la boria e la noia sono dietro l’angolo (vero, DC?).
Il regista Denis Villeneuve e la sua squadra di costumisti, scenografi e maestri degli effetti speciali hanno lavorato davvero bene. Gli ornitotteri sono perfetti nel loro design ibrido fra insetto e macchina, senza strafare. Le navi della Gilda sono colossali, i giganteschi vermi della sabbia sono resi maestosamente e le inquadrature ne rendono perfettamente la scala. Le comunicazioni segrete, non vocali, fra i personaggi sono rese con una soluzione molto elegante. Tutta l’architettura e lo stile visivo, insieme alla musica di Hans Zimmer, si impegnano molto seriamente per far capire che questo non è l’universo di Star Wars (che ha attinto a piene mani dall’universo di Dune, anche se gli spettatori più giovani probabilmente penseranno il contrario), ma è un universo ben differente, ostile, violento, paradossalmente antitecnologico e per nulla a misura d’uomo. I Sardaukar non sono le imbranate truppe d’assalto di George Lucas; le Bene Gesserit sono il vero potere occulto dell’Impero, temute, spietate e lungimiranti, e la scelta di Herbert (sessant’anni fa!) di avere così tante donne in ruoli forti e di potere è perfetta per i nostri tempi in cui finalmente si comincia, a fatica, a discriminare meno.
Chi ha letto i libri troverà un film parecchio fedele all’originale, sia pure con alcune compressioni e omissioni necessarie per esigenze narrative, e apprezzerà il modo in cui Villeneuve ha quasi completamente evitato il problema di spiegare allo spettatore un universo così ricco e diverso dalle ipertecnologie sfavillanti della fantascienza cinematografica contemporanea senza ricorrere a pistolotti esplicativi. Chi arriva al film senza aver letto almeno il primo libro di Dune si perderà forse un po’ nella giungla di termini e nei sottintesi che emergono solo a una seconda o terza visione, ma riuscirà comunque a seguire e apprezzare la storia.
Lasciate perdere il Dune di David Lynch, mezzo massacrato dai tagli e dall’impossibilità di raccontare degnamente le visioni di Frank Herbert senza gli effetti speciali praticamente perfetti di oggi. Guardatelo sullo schermo più grande che potete trovare e con il volume alto. Questo è Dune come me lo immaginavo. Spero che sia come ve lo immaginavate voi.
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Questo non è un articolo vero e proprio: sono solo appunti sparsi, che
pubblico perché ho il presentimento che questa questione sarà importante, per gli
appassionati di Doctor Who e di fantascienza in generale, ma non solo,
nei mesi e negli anni che verranno.
C’è una lamentela, da parte di alcuni media ultraconservatori
britannici molto popolari (che hanno i loro corrispettivi anche in altri
paesi, Svizzera e Italia comprese), secondo la quale le nuove serie TV e i film recenti avrebbero troppi personaggi femminili e storie troppo incentrate sui temi
sociali come la discriminazione, i cambiamenti climatici e il consumismo.
Questo presunto eccesso viene definito sommariamente e sprezzantemente “cultura woke”.
L’autore di fantascienza Charlie Stross ha segnalato una serie di tweet di Alan McWhan
che risponde con citazioni precise a questa critica. Doctor Who, come Star Trek e tanta altra fantascienza, non è improvvisamente woke: non è diventato attento adesso ai grandi temi. Lo è sempre
stato.
Riporto qui i tweet originali, con le fonti delle citazioni trovate gentilmente da Gabriella Cordone Lisiero con l’aiuto di molti whoviani: se non conoscete la serie o non sapete della
polemica, ignoratela pure. Scusatemi se non mi fermo a spiegarla, ma
richiederebbe pagine su pagine di premesse.
“#DoctorWho
has gone woke!” What, the Doctor Who whose very first story literally said
“we’re all stronger if we work together”? (An Unearthly Child – La ragazza extraterrestre)
The Doctor Who whose second story literally said “pacifism is a wonderful
ideal… but you’ve gotta keep punching Nazis to get there”? (The Daleks – I Dalek)
The #DoctorWho
whose MVP for the first two seasons was a female, middle aged History
teacher at a bog standard British school, who absolutely irrefutably taught
The Doctor we know today the moral code by which the character lives? (si riferisce a Barbara Wright, per esempio nella serie di puntate The Aztecs – Gli aztechi)
The Doctor Who that was railing against profiteering business interests that
were destroying the planet by the time its second season started, in
1964? (Planet of Giants – Il pianeta dei giganti)
The #DoctorWho
that was giving a disproportionate number of roles to French, German,
Belgian, and other non-British characters by 1967, including some of the
first speaking parts for non-white actors in the history of British
television? (per citarne uno su tutti: The Reign of Terror – Il regno del terrore, ambientato durante la Rivoluzione Francese)
The #DoctorWho
that was putting feminism and equality front and centre by the time it
introduced astrophysicist Zoe Herriot by 1969, multiple degree holding
Cambridge graduate Liz Shaw by 1970, and gutsy investigative journalist
Sarah-Jane Smith by 1974? (rispettivamente, The Wheel in Space, Spearhead from Space e The Time Warrior)
The Doctor Who that was raising the issue of global warming by 1968? (The Green Death)
The Doctor Who that was warning about non-biodegradable plastics before most
people were even aware of the existence of plastics? (Spearhead from Space e Terror of the Autons)
THAT Doctor Who has “gone woke”?!
Behave.
Doctor Who had already taught me about global warming, corporate greed (The Invasion),
over-zealous tax regimes, sexism (tutte le compagne classiche ma soprattutto Liz, Sarah Jane e Ace), fascism and SO much more by the time I
left primary school in 1982 that any accusations of “wokism” by
card-carrying right wing arseholes like Kelvin MacKenzie 40 years later
result in little more than a roll of the eyes and a disparaging, “Have you
ever actually WATCHED #DoctorWho?” (per il “fascism”: Genesis of the Daleks, con dialoghi come “You see, if someone who knew the future pointed out a child to you
and told you that that child would grow up totally evil, to be a
ruthless dictator who would destroy millions of lives, could you then
kill that child?”)
Gabriella ha preparato la traduzione:
#DoctorWho
è diventato “woke”! Che cosa? Il Doctor Who la cui primissima storia
letteralmente ci ha insegnato che “siamo più forti se lavoriamo
insieme”?
Il
Doctor Who la cui seconda storia diceva letteralmente “il pacifismo è
un ideale meraviglioso… ma bisogna continuare a combattere i Nazisti
per arrivarci”?
Il
#DoctorWho che per le prime due stagioni aveva il suo protagonista più
importante in una donna di mezza età, insegnante di storia in una
normale e scadente scuola britannica. Donna che in modo assolutamente
inconfutabile insegnò al Dottore che conosciamo oggi il codice morale
che guida la vita del personaggio?
Il
Doctor Who che, quando è cominciata la sua seconda stagione nel 1964,
inveiva contro gli interessi commerciali profittatori che distruggono il
pianeta?
Il
#DoctorWho che fin dal 1967 ha dato un numero sproporzionato di ruoli a
personaggi francesi, tedeschi, belgi e altri non britannici, comprese
alcune delle prime parti con battute per attori non bianchi nella storia
della televisione britannica?
Il
#DoctorWho che ha messo al centro della scena il femminismo e
l’equaglianza quando ha presentato l’astrofisica Zoe Herriot nel 1969,
la laureata a Cambridge in molteplici materie Liz Shaw nel 1970 e la
coraggiosa giornalista investigativa Sarah-Jane Smith nel 1974?
Il Doctor Who che aveva sollevato il problema del riscaldamento globale nel 1968?
Il
Doctor Who che metteva in guardia dalla plastica non biodegradabile
prima che la maggior parte della gente fosse consapevole dell’esistenza
della plastica?
QUEL Doctor Who è “diventato woke”?!
Ma per favore.
Doctor
Who mi aveva parlato di riscaldamento globale, avidità aziendale,
regimi fiscali troppo zelanti, sessismo, fascismo e MOLTO di più prima
che io lasciassi le elementari nel 1982, e qualsiasi accusa di essere
“woke” da parte di idioti che se ne accorgono quarant’anni dopo mi fa
solo alzare gli occhi al cielo dicendo “Ma avete mai davvero GUARDATO #DoctorWho?”
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Questa sera, poco prima delle 23, andrà in onda in prima visione su RaiQuattro Trek It! – La vera storia degli appassionati di Star Trek
in Italia,il documentario di Marcello Rossi e Roberto Baldassari dedicato al fandom italiano di Star Trek, condotto dallo scrittore e storico
della fantascienza Giovanni Mongini.
Io l’ho visto in anteprima: non vi faccio spoiler, ma posso dirvi che contiene tantissimi momenti e tante confessioni personali che in qualunque fan di Star Trek, ma in generale in
qualunque appassionato di qualunque serie di fantascienza, produrranno sorrisi di gioia e comprensione (“Sì! Anch’io sono così!!”). Vi faranno
capire che non siete soli, non siete strani: c’è tanta gente come voi e come
noi, tutta convinta di essere un’isola anomala in un oceano di “normali”.
Queste persone, una o due volte l’anno, ormai da decenni, si radunano in convention come la StarCon per
ritrovarsi e celebrare la propria passione, non solo per Star Trek ma
per la fantascienza in generale e per la scienza e per quella speranza
positiva che rappresentano. Io sono orgogliosamente uno di loro (mi scorgerete fra gli
intervistati). Se vi siete mai chiesti cosa avvenga realmente durante una convention di fantascienza e come sia
possibile che un gruppetto di appassionati (molti dei quali ormai sono serissimi professionisti in posti di responsabilità insospettabili) possa riuscire a far arrivare in
Italia gli attori protagonisti delle serie TV, a costruire un intero ponte di comando di un’astronave, a fare beneficenza o a portare qualcosa nello spazio, è la vostra occasione per scoprirlo.
Trek It! è un bellissimo tributo al fandom, all’orgoglio di
avere una passione e di essere considerati diversi ma apprezzati per la propria diversità e unicità,
alle difficoltà e ai drammi che purtroppo avvengono in ogni grande famiglia.
Guardatelo: vi riconoscerete in molte delle cose che vedrete e sentirete,
sorriderete e vi commuoverete.
Il documentario ha richiesto quattro anni di lavorazione ed è stato realizzato
con interviste in sette diverse città e con la collaborazione dello Star Trek Italian Club – Alberto Lisiero. Qui sotto trovate il trailer; la pagina Facebook è qui; la recensione di Fantascienza.com è qui; l’intervista di InGenereCinema ai realizzatori è qui su Instagram. Non guardare questo documentario stasera sarebbe… illogico.
La prossima StarCon è prevista per novembre 2021. Siateci.
Aggiornamento (2021/05/04): Se vi siete persi Trek It! in diretta, lo potete recuperare tramite RaiPlay qui.