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“Di chi sono i miei dati?” Ne parlo oggi alle 17 al Museo di Leventina

Oggi alle 17 sarò a Giornico, al Museo di Leventina (link su Google Maps), per parlare di conservazione dei dati digitali per comuni mortali e delle censure inaspettate che emergono dalle normative sul diritto di copia. L’ingresso è libero.

Griefbot: fantasmi digitali

Griefbot: fantasmi digitali

In Be Right Back, una puntata della celebre serie di fantascienza Black Mirror, una giovane donna che ha perso tragicamente il proprio partner in un incidente stradale si trova a dover affrontare una tentazione inattesa che le arriva dagli amici: iscriversi a un servizio online che usa i dati accumulati nei social network dalla persona deceduta per creare una sorta di personalità virtuale che scrive, chatta, parla e si comporta come il partner che non c’è più. In pratica la donna continua a dialogare con il partner morto, come se fosse ancora vivo. Sul telefonino riceve messaggi che sembrano provenire da lui e sente persino la sua voce.

Quella puntata risale al 2013, ma cinque anni dopo la sua idea è già diventata realtà. Questo servizio viene chiamato “griefbot”, una parola che combina il termine inglese “grief” (ossia “lutto”), con “bot”, ossia “programma o agente automatico”.

Gli amici di un uomo russo, Roman Mazurenko, morto a Mosca investito da un’auto, hanno creato un griefbot, ossia un programma che attinge al vasto archivio di messaggi social lasciati da Roman e scrive come se fosse lui: gli amici considerano questo griefbot una sorta di monumento digitale in memoria dello scomparso.

Lo stesso ha fatto il tecnologo Muhammad Ahmad, che lavora presso l’università di Washington: quando è morto suo padre, ha raccolto tutti i suoi scritti, li ha digitalizzati e inseriti in un programma di intelligenza artificiale per dare ai propri figli l’occasione di farsi un’idea di come fosse il loro nonno che non hanno mai potuto conoscere.

Si tratta di sistemi sperimentali, costruiti pazientemente e in modo personalizzato: siamo ancora lontani da un servizio “chiavi in mano” che consenta, per esempio, di prendere tutte le chat di Facebook e WhatsApp e tutti i messaggi vocali di una persona e creare un suo duplicato virtuale credibile. Ma non sembrano esserci ostacoli tecnologici significativi.

Gli ostacoli, infatti, sono semmai di ordine etico. Per esempio, si può creare un clone virtuale di una persona senza il suo consenso? Chi è il titolare dei diritti sulla personalità di un defunto? E se il clone fosse di qualcuno che è ancora vivo e che quindi si trova ad avere un gemello online che parla e scrive come lui o lei?

Gli psicologi dicono che questo genere di personalità virtuale può avere una funzione consolatoria nella gestione di un lutto, persino quando chi ne fa uso è consapevole che si tratta semplicemente di un programma che pesca e rimescola le frasi pertinenti dall’archivio delle cose dette dalla persona defunta e non è capace di creare pensieri nuovi. In psicoterapia si usa spesso la tecnica della sedia vuota: il paziente dialoga con la sedia come se vi fosse seduta la persona che non c’è più. Questi griefbot sarebbero una versione digitale di questa tecnica.

La puntata di Black Mirror ha una conclusione che non è il caso di svelare qui ed è ben lontana dalle prestazioni dei griefbot attuali. Ma l’intelligenza artificiale progredisce in fretta e l’illusione di parlare con una persona reale diventa sempre più potente. E propone uno scenario inquietante: un giorno i social network saranno ricolmi di fantasmi.

Questo articolo è basato sul testo preparato per il mio servizio La Rete in 3 minuti per Radio Inblu del 27 marzo 2018.

Come fare una copia verificabile di una pagina Web: Archive.is

Come fare una copia verificabile di una pagina Web: Archive.is

Link alla copia: https://archive.is/3Ou3c

Capita spesso di segnalare agli amici o ai colleghi una pagina Web, di doverla citare come fonte o di volerne tenere una copia perché si teme che possa sparire, specialmente se contiene strafalcioni o cose imbarazzanti o controverse. Come si fa a dimostrare che una certa pagina di Internet conteneva qualcosa a una certa data?

Una semplice cattura della schermata non basta: c’è sempre qualcuno che insinua che potrebbe essere falsa o manipolata. Serve quindi una fonte indipendente. A breve termine c’è la cache di Google, che conserva una copia delle pagine visitate: basta anteporre al link della pagina in questione questa dicitura in una ricerca in Google:

http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:

In alternativa si può ricorrere a servizi come Cachedpages.com. Ma queste cache sono temporanee e vengono presto riscritte. Per conservare a lungo termine una copia di una pagina Web si può allora usare Archive.is, raggiungibile anche tramite l’indirizzo Archive.today: si immette il link della pagina da conservare e si ottiene in risposta un link che contiene una copia della pagina, ospitata presso Archive.is e quindi datata e “certificata” indipendentemente, insieme a una copia scaricabile in formato ZIP, a un’immagine grafica della pagina e a un link abbreviato.

Quando si immette un link, Archive.is elenca anche eventuali altre copie precedenti della stessa pagina fatte da altri utenti. Le copie, infatti, sono pubblicamente consultabili.

Un trucco aggiuntivo offerto da Archive.is è la consultazione sicura: quando ci imbattiamo in una pagina Web che ci viene segnalata come pericolosa ma vogliamo sapere cosa contiene, possiamo immetterne il link in Archive.is e sfogliarla da lì, perché Archive.is rimuove dalle pagine archiviate gli script e i contenuti attivi, che sono le parti che solitamente veicolano i pericoli.

A bordo della Tesla spaziale c’è la Trilogia della Fondazione. Geek fino in fondo

A bordo della Tesla spaziale c’è la Trilogia della Fondazione. Geek fino in fondo

Sì, tutti parlano del recente lancio del vettore Falcon Heavy di SpaceX perché ha usato come carico di test un’automobile (specificamente la vecchia Tesla Roadster di Elon Musk, boss di SpaceX e Tesla) ed è diventato il vettore più potente del mondo fra quelli attualmente operativi, ma a bordo c’era anche una chicca informatica che non ha ricevuto altrettanta attenzione mediatica: un messaggio per gli alieni o per i nostri pronipoti.

Si tratta di un minuscolo disco ottico, denominato Arch (si pronuncia Ark), che contiene il testo integrale della Trilogia della Fondazione di Isaac Asimov, registrato in un formato che a detta dei produttori garantisce una capienza teorica di 360 terabyte e soprattutto una stabilità di conservazione per oltre quattordici miliardi di anni. Niente male.

Questi risultati, spiega la Arch Mission Foundation, sono ottenuti usando un laser per incidere del vetro di quarzo tramite impulsi dell’ordine dei femtosecondi (milionesimo di miliardesimi di secondo), creando un reticolo di puntini da 20 nanometri fissati nella struttura del vetro. La Foundation ha lo scopo di preservare a lungo termine la cultura umana, e lo spazio è un luogo molto efficace dove metterla al riparo dagli sconquassi naturali e artificiali che potranno colpire il nostro pianeta.

Come faranno eventuali discendenti o alieni a trovare e decifrare questi dati? Lo stadio del vettore Falcon Heavy e il suo carico, che orbitano intorno al Sole oscillando fra l’orbita della Terra e la fascia degli asteroidi oltre Marte, hanno delle caratteristiche spettrografiche facilmente riconoscibili come non naturali (prodotte dalle vernici di rivestimento), per cui gli astronomi (terrestri o alieni) non farebbero fatica a riconoscerlo. Al suo interno troverebbero questo disco di vetro, che include delle informazioni (visibili con un semplice microscopio) che consentono a qualunque civiltà tecnologica di accedere ai dati e decodificarli e spiegano anche come costruire un computer e un laser per farlo.

Non è chiaro, tuttavia, come faranno gli alieni (o i nostri discendenti) a capire che la Trilogia della Fondazione è fantascienza e che l’Impero Galattico degli esseri umani che descrive, durato trentamila anni, esisteva solo nell’immensa immaginazione di uno dei più grandi autori del genere.

Fonte aggiuntiva: Ars Technica.

Come conservare una pagina Web per dimostrarne lo stato passato

Arriva da una follower del Disinformatico, Sara, una domanda molto frequente: come si fa a conservare una pagina Web, in modo da dimostrare cosa conteneva a una certa data?

Scaricarla sul proprio computer non è una buona soluzione: potreste trovarvi accusati di aver falsificato o alterato la copia scaricata. Serve un servizio indipendente e imparziale, universalmente riconosciuto.

Ci sono vari siti di questo genere ai quali si può dare il link di una pagina e chiederne l’archiviazione: i più gettonati sono Archive.is, Freezepage.com e WebCite. Funzionano molto bene, fornendo non solo una copia completa e inalterabile di una pagina ma anche un’indicazione dell’istante preciso in cui è stata creata la copia e un link abbreviato per citare comodamente la copia archiviata.

Ma il decano dell’archiviazione, attivo da vent’anni, è Archive.org, il più grande archivio storico di pagine di Internet del mondo. Archive.org offre un servizio di salvataggio istantaneo delle pagine Web, raggiungibile presso Archive.org/web/, dove trovate l’opzione Save Page Now.

Apple Music ti cancella la musica dal computer: utente perde 122 giga di canzoni

Apple Music ti cancella la musica dal computer: utente perde 122 giga di canzoni

Ha fatto subito il giro del mondo il racconto della disavventura capitata a James Pinkstone, di Atlanta, negli Stati Uniti: Apple Music, il servizio di streaming musicale a pagamento di Apple, ha cancellato ben 122 gigabyte di musica dal suo Mac. Compresi i brani che lui stesso aveva composto. E lo ha fatto, dice, senza dare alcun preavviso e senza chiedere il consenso. Non solo: quando ha contattato l’assistenza Apple gli è stato detto che Apple Music stava funzionando correttamente e che questa cancellazione era un comportamento previsto.

Se siete uno dei circa undici milioni di utenti paganti di Apple Music, la storia del signor Pinkstone è da brivido; in generale, è un monito per chiunque affidi i propri dati al cloud. Che, va ricordato, è un termine di marketing per non dire “il computer di qualcun altro”.

Apple Music, infatti, inizialmente legge tutti i brani audio presenti nel computer dell’abbonato, li confronta con quelli che Apple ha in archivio e poi cancella dal computer quelli che gli risultano presenti in archivio. Quando l’abbonato vuole ascoltare un brano su uno qualunque dei propri dispositivi, Apple glielo manda in streaming. Questo fa risparmiare spazio su disco e consente di avere la musica a disposizione ovunque.

Il problema, racconta il signor Pinkstone, è che il software di confronto e riconoscimento dei brani è impreciso e sbaglia a identificare i brani, per esempio confondendo una versione di una canzone con un’altra, e quindi capita che sostituisca un’edizione rara con quella generica più comune, una cover con un originale, una versione dal vivo con quella registrata in studio. L’edizione rara, magari trovata con fatica, viene cancellata dal computer dell’abbonato.

Peggio ancora, quando Apple Music incontra un brano che non riconosce, lo preleva dal computer dell’abbonato, lo copia sui propri server e poi lo cancella dal computer dell’utente. E lo fa anche con i brani composti dall’utente, come nel caso del signor Pinkstone. Questo significa che Apple controlla l’accesso dell’autore alla sua musica, e dato che Apple Music è un servizio a pagamento, l’utente deve pagare per avere accesso alle proprie composizioni o alla musica che aveva già pagato acquistandola per esempio su CD.

James Pinkstone è riuscito a recuperare tutta la propria musica attingendo a un backup, ma chi non ha una copia di scorta della propria collezione musicale rischia di trovarsi a dipendere da Apple e doverle pagare un abbonamento. Peggio ancora, chi elimina il proprio account Apple Music dopo i primi tre mesi di prova gratuiti rischia di aver perso tutto.

C’è chi fa notare che in realtà Apple Music avvisa prima di cancellare, ma lo fa in modo poco chiaro ed è facile sbagliarsi: forse è quello che è successo al signor Pinkstone e ad altri utenti in passato. Comunque sia, la vicenda evidenzia bene il rischio molto concreto dell’attuale tendenza ad affidarsi a servizi cloud senza conservare una propria copia locale dei dati: si diventa dipendenti dall’accesso a Internet e soprattutto dagli umori del fornitore del cloud per l’accesso ai propri dati e per la loro integrità. E se il cloud sbaglia o l’abbonamento scade, i dati sono persi o silenziosamente alterati per sempre.

Pirati? No, custodi della cultura. La BBC chiede il loro aiuto

Pirati? No, custodi della cultura. La BBC chiede il loro aiuto

Tempo fa (2002) scrissi un articolo nel quale difendevo la pirateria video e musicale per i suoi meriti di conservazione della cultura:

…le copie pirata di film e DVD non contengono codici di protezione, e usano formati non proprietari per consentirne la massima diffusione. Quei formati sono indipendenti dal sistema operativo e sono pienamente documentati, per cui per le generazioni future sarà banale ricreare la tecnologia per leggerli. Lo stesso non si può dire per i formati benedetti dai grandi gruppi dell’industria del disco e del cinema, che ambiscono anche a blindare l’hardware, con soluzioni come TCPA e l’imminente Palladium.

Come gli amanuensi nel medioevo, questi mastri masterizzatori creano copie delle opere, che così non andranno perse per colpa della miopia collettiva di un’epoca. Certo non è questo lo scopo primario delle loro duplicazioni, ma è un gradevole effetto collaterale da non sottovalutare.

Da allora, il paventato arrivo di Palladium si è avverato, sia pure con altri nomi. E oggi anche il concetto del pirata come custode della musica, dei testi e dei film della nostra epoca trova una conferma forte: pochi giorni fa la BBC ha chiesto formalmente aiuto al pubblico per recuperare oltre cento puntate di un suo programma classico, il telefilm di fantascienza Doctor Who, di cui ha perso ogni traccia.

L’appello della BBC è accorato:

puntate che la BBC pensava fossero andate perdute per sempre sono riemerse nei mercatini dell’usato, dalle soffitte e da altri posti strani… il premio per chiunque trovi una puntata mancante è un Dalek [uno dei più temuti “cattivi” della serie Doctor Who, oggetto di culto nel Regno Unito] a grandezza naturale… decisamente vale la pena di chiedere alla vostra famiglia di controllare nelle soffitte, nei garage, e nelle camere da letto per gli ospiti se hanno vecchie bobine di pellicola che potrebbero recare la magica scritta ‘Doctor Who’ sull’etichetta.

Trovate l’elenco completo delle puntate perdute, risalenti agli anni 1963-1969, presso quest’altra pagina della BBC.

Molto pittoresco, per carità, ed è anche piacevole sapere che alcune puntate sono state già recuperate grazie a quest’appello, ma c’è un piccolo problema: quei recuperi sono frutto di pirateria.

Infatti le puntate mancanti sono state salvate grazie alle copie abusive fatte dai telespettatori usando registratori audio a bobine e a cassette e filmando il proprio televisore con cineprese 8 mm (non c’erano videoregistratori domestici, a quell’epoca). Questo era illegale all’epoca, e formalmente lo è tuttora nel Regno Unito, anche se nessuno fa rispettare il divieto.

Coloro che obiettano che non occorre la pirateria per custodire la cultura, perché a questo compito provvedono le biblioteche pubbliche e gli archivi cinematografici e televisivi, si trovano smentiti da casi come questi. Chissà quanti altri episodi della nostra cultura audiovisiva sono andati smarriti per sempre, o stanno marcendo in questo momento, per via dell’incuria degli archivisti ufficiali o addirittura a causa di loro atti intenzionali.

Infatti la Wikipedia nota che anche molti altri classici, come The Avengers, noto in Italia come Agente speciale (quello con John Steed e Emma Peel, per intenderci), hanno subito la stessa sorte di Doctor Who e in alcuni casi sono stati cancellati intenzionalmente per tutelare il diritto d’autore.

Spiega infatti la medesima pagina della Wikipedia:

Grosso modo fra il 1967 e il 1978, una notevole quantità di materiale archiviato dalla BBC su nastro video e pellicola fu distrutto o cancellato per fare spazio a nuovi programmi. La ragione principale fu che gli accordi con il sindacato degli attori e con altre organizzazioni commerciali limitavano il numero di repliche dei programmi: ne era concessa solitamente soltanto una, da effettuarsi entro un limite di tempo, in genere due anni.

Queste norme derivavano dal timore dei sindacati che se le emittenti avessero riempito di repliche i propri palinsesti, sarebbe calata la produzione di programmi nuovi, causando disoccupazione fra attori e addetti ai lavori. Questo ebbe l’effetto involontario di far distruggere molti programmi dopo che erano scaduti i loro diritti di replica, perché erano ritenuti inutili per le emittenti.

Il resto dell’articolo della Wikipedia è un viaggio affascinante nelle vicissitudini del recupero delle puntate mancanti di Doctor Who, alcune delle quali sono riemerse in posti impensabili come il Bahrein o Hong Kong. Purtroppo l’articolo è in inglese e mi manca il tempo di tradurlo integralmente.

Amici e lettori mi segnalano anche il caso di un altro telefilm-culto, Spazio: 1999. La RAI ha perso completamente il doppiaggio italiano dell’episodio L’ultimo tramonto. L’audio è stato recuperato e ripubblicato in DVD soltanto grazie alla registrazione artigianale fatta da un fan all’epoca della messa in onda dell’episodio da parte di matrigna RAI, quasi trent’anni fa.

Le stesse fonti mi segnalano che

anni fa in una trasmissione radiofonica raccontarono che ad esempio molti master delle puntate mitiche dell’altrettanto mitica e storica trasmissione radiofonica ‘Alto Gradimento’ [di Arbore e Boncompagni] sono finiti al macero.

In altre parole, non solo i pirati sono custodi della cultura, ma il diritto d’autore così com’è ora uccide la cultura, vietandone la conservazione.

Cari legislatori, siete ancora convinti di sapere chi sono i bravi e chi sono i cattivi?

Opere digitali di Andy Warhol perdute e ritrovate

Opere digitali di Andy Warhol perdute e ritrovate

Credit: Andy Warhol Museum.

Grazie a un’operazione di vera e propria archeologia informatica sono stati recuperati i primi esperimenti artistici digitali di Andy Warhol, realizzati nel 1985 su un computer Amiga 1000.

Pensate un attimo a com’era l’informatica nel 1985: Microsoft iniziava la distribuzione di una cosa chiamata Windows e del DOS 3.2. Il Macintosh aveva un anno. In tutti gli Stati Uniti ci sono soltanto 15 milioni di utenti di personal computer. Pensare di fare arte grafica digitale era un sogno di molti ma in pratica le schede grafiche costavano un patrimonio.

L’Amiga 1000 fu uno dei primi personal computer a mettere la grafica al centro dell’interazione con l’utente, offrendo fino a 4096 colori a 640×256 pixel di risoluzione: oggi fa di meglio un telefonino di fascia bassa. La Commodore, proprietaria di Amiga, fornì a Warhol in anteprima un esemplare del modello 1000 per vedere cosa ne avrebbe tirato fuori.

Credit: Andy Warhol Museum.

Si sapeva, da un video della presentazione dell’Amiga datato 1985, che Warhol aveva creato qualcosa (compreso un ritratto digitale di Debbie Harry dei Blondie, ma non c’era alcuna traccia di dove fossero i file grafici originali di queste creazioni.

L’artista di New York Cory Arcangel, insieme ai tecnici del Carnegie Mellon University Computer Club e ad altri esperti, si sono cimentati nella sfida di recuperare i dati dai floppy dell’Amiga di Warhol, conservati all’Andy Warhol Museum. Erano infragiliti dall’età, per cui è stato necessario usare tecniche di lettura speciali per acquisirne il contenuto. Soprattutto non c’erano floppy contenenti disegni, per cui sembrava improbabile che si potesse trovare qualcosa. Ma la lettura dei floppy delle applicazioni ha rivelato che Warhol aveva salvato le immagini direttamente sui dischetti originali del programma di grafica utilizzato: cosa impensabile oggi, ma prassi comune all’epoca, quando molti computer avevano una sola unità di lettura di dischetti. I nomi dei file erano inequivocabili: campbells.pic, marilyn1.pic e altro ancora.

Ma i file erano scritti in un formato ormai praticamente dimenticato, usando un programma oggi obsoleto, GraphiCraft: è stato necessario decifrarne la struttura e scrivere del software in grado di visualizzarli correttamente sui computer odierni. Le opere inedite di Warhol, recuperate dopo tre anni di lavoro, verranno presentate il 10 maggio prossimo a Pittsburgh. Il rapporto tecnico sul restauro digitale è scaricabile qui in inglese e mette in luce il problema dell’obsolescenza rapida dei supporti digitali e dei formati, specialmente se non sono documentati.

Fonti aggiuntive: BBC.

Nixon, 5 minuti prima di dimettersi

Fuori onda storico: il presidente USA Nixon prima di andare in TV a dimettersi

Per chi come me ha vissuto quei giorni surreali di 35 anni fa, quando un presidente degli Stati Uniti si dimise perché travolto da uno scandalo, questa registrazione dei cinque minuti che precedettero la storica diretta in cui il presidente Nixon annunciò le proprie dimissioni è da pelle d’oca.

Non è qui il caso di intavolare dibattiti politici sui meriti e demeriti di Nixon. La questione è ancora più grande: quanti altri documenti di questo genere stanno marcendo o si stanno smagnetizzando negli archivi di tutto il mondo? E Youtube, una società commerciale, si sta trasformando nella memoria video storica collettiva dell’umanità, perché nessun altro se ne prende più seriamente la briga?

Ritrovati i nastri lunari? (UPD20090629)

Ritrovati i nastri lunari? (UPD20090629)

Forse ritrovati i nastri originali dello sbarco sulla Luna

La fonte è il Sunday Express, un tabloid britannico che non brilla per la qualità dei suoi reportage scientifici, per cui segnalo la notizia con estrema cautela. Il giornale ha pubblicato online un articolo dal quale sembra che i nastri di telemetria degli esperimenti lasciati sulla Luna dall’Apollo 11, ritrovati a novembre 2008 in Australia dopo una lunga ricerca negli archivi di mezzo pianeta, contengano anche le registrazioni originali dirette del segnale televisivo proveniente dalla Luna.

Come raccontai nel 2006 in questo articolo, la diretta dello sbarco sulla Luna fu infatti trasmessa in bassissima qualità a causa dei numerosi processi di conversione (analogica, a quei tempi) necessari per adattare il segnale fuori standard della telecamera miniaturizzata presente sul modulo lunare agli standard televisivi statunitensi e da lì a quelli del resto del mondo. Ma la qualità originale proveniente dalla Luna era molto, molto più alta. Purtroppo i nastri sui quali fu registrato il segnale diretto andarono smarriti (archiviati male o persi durante la spedizione, non si sa). Ora sarebbero stati ritrovati. Staremo a vedere.

Intanto qui sotto vedete un confronto fra la qualità trasmessa in TV e quella ricevuta direttamente dalla Luna presso il radiotelescopio di Honeysuckle Creek, in Australia. C’è da farsi venire l’acquolina in bocca.

2009/06/29

Phil Plait di Bad Astronomy ritiene che si tratti di una bufala. Bob Jacobs, vice responsabile per i rapporti con il pubblico della NASA, twittera che “c’è una ricerca che si sta per concludere. Speriamo di pubblicare un aggiornamento nelle prossime settimane. L’articolo britannico è fantasia.”