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Podcast RSI – Topolino fuori copyright, IA negli smartphone, navigazione anonima che non lo è

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È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto: lo trovate qui sul sito della RSI (si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui.

Le puntate del Disinformatico sono ascoltabili anche tramite iTunes, Google Podcasts, Spotify e feed RSS.

Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle fonti di questa puntata, sono qui sotto.

[CLIP: Topolino che fischietta, da Steamboat Willie]

Non vi preoccupate: sì, questa è la sigla con la quale da anni iniziano i prodotti audiovisivi della Disney, ma questo podcast non è stato comprato dalla casa madre di Topolino. Quella sigla c’entra per un altro motivo: è appena scaduto il suo copyright, dopo ben 95 anni, e quindi oggi è liberamente utilizzabile. Disney non ne ha più l’esclusiva. Ma quella sigla ha una storia molto particolare, che pochi ricordano e che permette di scoprire una chicca di tecnologia di un secolo fa.

Intanto la tecnologia di oggi annuncia l’intelligenza artificiale installata sui nuovi smartphone, ma non è tutto oro quello che luccica, e salta fuori che la cosiddetta modalità di navigazione in incognito di Google Chrome non è affatto in incognito.

Benvenuti alla puntata del 19 gennaio 2024 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.

[SIGLA di apertura]

Ricordiamo Topolino e Steamboat Willie per il motivo sbagliato

[CLIP: Topolino che fischietta, da Steamboat Willie]

Il primo gennaio scorso è scaduto il copyright su Steamboat Willie, il cartone animato della Disney del 1928 che rese celebre Mickey Mouse, o Topolino per usare il suo nome italiano. Se ne è parlato molto (RSI; RSI) perché proprio la Disney, negli scorsi decenni, ha fatto a lungo pressioni per estendere la durata dei diritti d’autore per proprio tornaconto, riuscendo a far cambiare più volte le leggi statunitensi e portando il copyright su certe opere fino a 95 anni dalla loro pubblicazione.

Il fatto che non ci siano state ulteriori estensioni segna una svolta storica nel settore: dal primo gennaio 2024 chiunque può usare liberamente l’immagine di Topolino, anche se va precisato che è liberamente usabile solo quel Topolino mostrato in Steamboat Willie, che ha delle caratteristiche ben differenti da quelle del Topolino moderno, e ci sono anche altre restrizioni.

Ma Steamboat Willie in realtà è un cartone animato importante per un altro motivo, che oggi è quasi dimenticato: fu il primo cortometraggio animato di successo distribuito con il cosiddetto sonoro sincronizzato. Cent’anni fa i film erano muti. Non si sentivano le voci degli attori, non c’erano effetti sonori e la colonna sonora musicale veniva eseguita dal vivo da un’orchestra o da un pianista o un organista. Erano stati fatti vari esperimenti per accoppiare il suono alle immagini, per esempio facendo partire un disco contenente l’audio nel momento in cui iniziava il film, ma si trattava di una sincronizzazione rudimentale che veniva persa facilmente, con risultati comici e imbarazzanti.

Walt Disney, però, era rimasto affascinato dal successo del film Il cantante di jazz, uscito l’anno precedente con una colonna sonora sincronizzata tramite disco, e decise di sonorizzare i propri cartoni animati, usando tuttavia una tecnica molto differente: l’audio veniva registrato sulla pellicola, insieme alle immagini, sotto forma di variazioni di trasparenza di una banda laterale della pellicola stessa, usando un ingegnosissimo sistema elettromeccanico molto steampunk, e quindi non si perdeva mai la sincronizzazione precisa.

Un’altra innovazione di Steamboat Willie fu l’uso di una cosiddetta click track: segni ottici sulla pellicola di lavorazione che davano ai musicisti il tempo esatto. Una sorta di metronomo visivo. Questo permise a Disney di far iniziare e terminare la musica proprio nell’istante desiderato, mentre nei film precedenti l’orchestra spesso finiva comicamente fuori tempo, non solo quando suonava dal vivo ma anche quando veniva preregistrata.

La reazione del pubblico e della critica alle novità tecniche di Steamboat Willie fu entusiasta e contribuì non poco alla fine dell’epoca del cinema muto. La storia che raccontava non era un granché, e i suoi personaggi non avevano molto spessore, ma il progresso tecnico che mostrava era evidente, coinvolgente e innegabile anche per i non esperti, come lo sarà qualche decennio più tardi il passaggio dal bianco e nero al colore, quello al formato 16:9 o IMAX, o quello al 3D. In altre parole, Steamboat Willie è l’Avatar di cento anni fa.

Fonte aggiuntiva: The trick that made Mickey Mouse famous (Phil Edwards, YouTube)

Intelligenza artificiale negli smartphone

Samsung ha appena presentato gli smartphone con intelligenza artificiale integrata o on-device. Probabilmente a questo punto siete un po’ stufi di sentire l’ennesimo annuncio di un prodotto al quale viene aggiunta l’intelligenza artificiale e in effetti molto spesso si tratta di un’aggiunta fatta più che altro per cavalcare la popolarità della IA e spacciare per nuovo qualcosa che tutto sommato non lo è.

Ma in questo caso la novità è importante, anche se a prima vista si tratta di qualcosa che abbiamo già sui nostri smartphone attuali. Per esempio, con i nuovi smartphone con IA integrata si può inquadrare un oggetto, indicarlo disegnandogli intorno un cerchio sullo schermo, e farsi dare informazioni utili su quell’oggetto: una cosa che si può già fare, grosso modo, con app come Google Lens. Si possono elaborare le immagini, per esempio togliendo i riflessi da una foto fatta attraverso una vetrina o un finestrino oppure cambiando lo sfondo di una fotografia, ma anche questo già si fa con i filtri e le app offerte da molti social network. Si può chiedere la trascrizione e la traduzione istantanea di una conversazione, come fanno già le app di trascrizione e traduzione, appunto. E sugli smartphone con IA integrata si può chiedere il riassunto di un testo o la composizione di una mail o di un post per i social network, come si fa già con ChatGPT e simili.

Ma allora dove sta la novità? Sta su due livelli: il primo è l’integrazione di questi servizi direttamente nelle app, per cui per esempio per tradurre non serve aprire l’app apposita e separata, ma si può usare questo nuovo servizio di traduzione restando nell’app che si sta usando. Possiamo usare il servizio di traduzione istantanea durante una telefonata, conversando con una persona che non parla la nostra lingua. Questo rende molto più veloci e fluide le attività da svolgere con lo smartphone. Si può essere più produttivi ed efficienti, per lavoro o per svago.

Il secondo livello, però, è quello più importante: con gli smartphone con intelligenza artificiale integrata, l’elaborazione viene svolta in tutto o in parte sul telefono invece che sui server remoti di qualche grande azienda. Questo vuol dire che i servizi di IA di questi nuovi telefoni funzionano, in alcuni casi, anche senza accesso a Internet.

Per esempio, il servizio di traduzione in tempo reale funziona anche a bordo degli aerei, in galleria o in qualunque altro posto in cui non c’è campo e non c’è il Wi-Fi. L’elaborazione locale, inoltre, elimina i tempi morti dovuti alla necessità di inviare i dati a un server remoto, farglieli elaborare e poi aspettare che vengano ricevuti i risultati. Ma soprattutto questa elaborazione locale significa che i nostri messaggi, le nostre conversazioni, le nostre foto vengono spesso trattate sul nostro dispositivo, senza finire nelle mani di qualche grande azienda che poi può analizzarle e rivenderle.

La IA integrata nei telefoni, insomma, è potenzialmente un enorme vantaggio in termini di privacy. Dico “potenzialmente” perché sfogliando le note scritte in piccolo delle pagine informative di Samsung emerge che almeno per ora molti dei servizi di intelligenza artificiale incorporati nel telefonini richiedono una connessione attiva a Internet e un account Samsung, diversamente da quanto riportato da alcuni articoli di recensione un po’ troppo entusiasti. Bisogna insomma leggere attentamente le avvertenze per capire realmente come stanno le cose caso per caso. E leggendo quelle avvertenze ci si accorge anche che ricorre anche un’altra frase tipica dell’intelligenza artificiale: “l’accuratezza dei risultati non è garantita”. Per cui, insomma, non è il caso di fidarsi troppo delle traduzioni o dei riassunti fatti con questi strumenti.

Chrome, la modalità in incognito non è in incognito

La navigazione privata o modalità di navigazione in incognito delle app per sfogliare il Web è molto usata quando si vuole visitare un sito senza lasciare tracce di averlo fatto, per qualsiasi ragione, ma nel caso di Google Chrome c’è ben poco di incognito nella modalità in incognito.

Google e vari siti gestiti da altre aziende, infatti, raccolgono dati personali anche durante la navigazione in incognito. Lo sappiamo grazie a un’azione legale avviata nel 2020 in California contro Google per violazione della privacy, che ha fatto emergere questa situazione.

Gli utenti esperti sanno già che le modalità private o in incognito dei browser impediscono che alcuni dati vengano conservati sul loro dispositivo, ma non bloccano il tracciamento da parte di siti Web o di fornitori di accesso a Internet. Ma i non esperti non lo sanno, e attualmente quando avviano Chrome in modalità incognito vedono le parole molto categoriche “Ora puoi navigare in privato”, presumono giustamente di navigare in privato e non vengono avvisati che Google raccoglie dati su di loro anche in questa modalità. L’avviso parla solo del fatto che l’attività potrebbe essere comunque visibile “ai siti web visitati, al tuo datore di lavoro o alla tua scuola” oppure “al tuo provider di servizi Internet”, ma non dice nulla sul ruolo di Google.

Le future versioni di Chrome parleranno invece di “navigare in modo più privato”, dichiareranno che i siti web visitati in modalità incognito raccolgono comunque dati, e specificheranno che lo fa anche Google.

Ma allora, la modalità in incognito a cosa serve esattamente? Serve a non lasciare tracce sul dispositivo che si sta usando. Per esempio, se usa il computer o lo smartphone di un amico o di un collega per controllare la propria posta oppure i propri account social, la modalità incognito impedirà che il vostro nome utente e soprattutto le vostre password vengano conservate sul dispositivo del vostro amico o collega. Tutto qui. Se avete usato la modalità incognito per anni pensando di essere invisibili, rassegnatevi: Google e i siti che avete visitato sanno benissimo che cosa avete fatto. Se volete essere realmente invisibili online, servono app apposite e servono comportamenti piuttosto impegnativi. Ma questa è un’altra storia.

Rischi del download alla radio 13:15

Doppietta alla radio svizzera (Rsi.ch): oltre al consueto appuntamento del Disinformatico radiofonico su Rete Tre stamattina alle 11, sarò ospite di Nicola Colotti ne La consulenza alle 13.15 su Rete Uno per una chiacchierata di quaranta minuti sui rischi informatici e legali dello scaricamento di film, musica, libri e immagini da Internet. Ci sarà qualche minuto di introduzione televisiva al programma intorno alle 12.50 su La1.

Se nel frattempo vi interessa conoscere l’approccio legale svizzero, ecco un paio di link in italiano per saperne di più: le FAQ sul diritto d’autore dell’Istituto Federale della Proprietà Intellettuale (in particolare questa frase“In linea di massima l’utilizzo di un’opera protetta dal diritto d’autore presuppone sempre l’autorizzazione dell’autore o del titolare dei diritti, anche nei casi in cui l’utilizzazione non è a scopo di lucro (ad esempio nel caso della proiezione di un film nell’ambito di un club cinematografico). Esistono tuttavia alcune eccezioni: le opere pubblicate possono essere utilizzate liberamente per uso personale e nella cerchia limitata di persone unite da stretti vincoli, quali famigliari e amici intimi.”) e il testo della Legge federale sul diritto d’autore e sui diritti di protezione affini, con in particolare l’Art. 19 che regola la copia privata, decisamente meno restrittiva che in altri paesi europei.

Pirateria in Rete: le leggi attuali bastano, secondo il Consiglio Federale

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente il 9/12/2011 sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per mantenerlo a disposizione per la consultazione.

La legislazione svizzera in materia di download di film, telefilm, musica e altre opere vincolate dal diritto d’autore è molto differente da quella degli altri paesi: non punisce lo scaricamento puro e semplice (senza condivisione). Solo la condivisione, se avviene al di fuori della cerchia della famiglia, è punibile. Un approccio che per alcuni titolari di diritti d’autore incentiva la pirateria audiovisiva. Ma il Consiglio Federale ha pubblicato un rapporto, disponibile in francese e in tedesco ma non in italiano, secondo il quale le regole attuali sono adeguate e non c’è bisogno di cambiarle.

Sulla base di studi precedenti risulta che “in Svizzera fino a un terzo delle persone sopra i 15 anni scarica gratuitamente musica, film e giochi” e che “nonostante il grande interesse dei media e le numerose campagne di sensibilizzazione, la maggioranza degli utenti di Internet continui a non distinguere le operazioni lecite e illecite”.

A conti fatti, dice il rapporto, la cifra spesa per l’intrattenimento è rimasta invariata: “invece di acquistare supporti audio e video, i consumatori investono la parte risparmiata in concerti, visite al cinema e prodotti di merchandising”. Il suggerimento per le case di produzione, quindi, è “adeguarsi ai nuovi comportamenti dei consumatori”.

Ogni volta che nasce una nuova tecnologia nei media c’è chi ne abusa, e questo è il prezzo del progresso, dice il rapporto, aggiungendo che i vincitori saranno coloro che sapranno usare a proprio vantaggio queste tecnologie e i perdenti saranno coloro che continueranno a usare modelli commerciali vecchi. Chi scarica frequenta maggiormente i concerti e compra più giochi di chi non scarica. Anche le piccole band, secondo il rapporto, traggono beneficio dal fatto che gli utenti possono scaricare per assaggiare i loro brani prima di decidere sull’acquisto invece di dover andare a scatola chiusa.

Il rapporto esamina anche le norme antipirateria di altri paesi, come per esempio l’HADOPI francese, giudicata troppo costosa (12 milioni di spesa) e di dubbia legalità. Anche filtraggio o blocchi a monte sarebbero inopportuni, perché ostacolerebbero la libertà d’espressione e la privacy e comunque sarebbero aggirabili.

Inoltre, nota il rapporto del Consiglio Federale, è praticamente impossibile per le società svizzere dare la caccia ai piccoli condivisori, perché non è permesso archiviare in massa gli indirizzi IP di chi usa i circuiti di file sharing, come è necessario fare per cogliere in flagrante chi condivide illecitamente, e quindi manca un elemento di prova fondamentale.

Fonti aggiuntive: Torrentfreak.

Pirateria audiovisiva, i link alle info ufficiali

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per mantenerlo a disposizione per la consultazione.

Soprattutto per chi segue Rete Tre e il Disinformatico dall’estero, ma anche per molti ascoltatori vicini, può sembrare sorprendente che in Svizzera lo scaricamento puro e semplice di musica o film non sia considerato illegale: è la condivisione ad essere punita. Ma è quello che dicono a chiare lettere i siti ufficiali che si occupano di diritto d’autore.

Per esempio, Suisa.ch, alla domanda se sia consentito masterizzare un CD o DVD, risponde che “È consentito se: si masterizza un CD o DVD esclusivamente per un uso personale oppure si masterizza un CD o DVD per regalarlo ad parente o ad un amico stretto. Non è consentito se: si masterizza un CD o DVD a scopo di vendita e non dispone di un’autorizzazione ad hoc dell’azienda discografica né di una relativa licenza della SUISA oppure si masterizza un CD o DVD per regalarlo a persone che non fanno parte della cerchia dei parenti e degli amici più stretti.”

Alla domanda “Il download di brani musicali da offerte P2P (circuiti di scambio) è consentito?” risponde inoltre che “l’upload, vale a dire l’offerta on line di opere protette, è permesso solo previa approvazione degli aventi diritto (gli autori, gli editori o le loro società di gestione, i produttori di supporti sonori). I partecipanti ai circuiti di scambio che non richiedono tale consenso agiscono in maniera illegale. Secondo la stragrande maggioranza delle opinioni, il download privato in Svizzera è permesso anche senza l’approvazione degli aventi diritto, anche se l’offerta stessa è illegale. In merito non vi è tuttavia ancora alcuna sentenza giudiziaria; non è pertanto possibile rispondere al quesito in maniera definitiva (in Germania ad esempio scaricare le offerte «palesemente» illegali è proibito).”

Ma Suisa chiarisce anche che nella maggior parte dei casi chi scarica sta simultaneamente offrendo file in condivisione e quindi ha un comportamento punibile. Il principio è ribadito dall’Istituto Federale della Proprietà Intellettuale: è “vietato mettere a disposizione su Internet opere protette, anche se ciò non viene fatto a scopo lucrativo o a fini commerciali. È vero che il download di opere per uso privato è consentito. Tuttavia, nel caso delle borse di scambio è perlopiù impossibile limitarsi a scaricare opere senza caricarne, al contempo, altre.” Lo stesso fa Dirittodautore.ch, che chiarisce con esempi pratici cosa è permesso e cosa non lo è e offre un pratico glossario dei termini tecnici di questo settore controverso.

La legge fondamentale sul diritto d’autore in Svizzera è l’articolo 19 della legge federale sul diritto d’autore e sui diritti di protezione affini, che definisce in dettaglio quanto descritto da Suisa.

L’articolo 20, invece, definisce il principio del compenso che si paga sui supporti multimediali vergini, dai lettori MP3 al CD e DVD registrabili alle ormai desuete videocassette e audiocassette. Anche i telefonini pagano un indennizzo per i diritti d’autore, come sottolinea Suisa. Maggiori informazioni sono disponibili presso la Commissione arbitrale federale per la gestione dei diritti d’autore e dei diritti affini.

Pirateria audiovisiva in Rete a Pattichiari

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per mantenerlo a disposizione per la consultazione.

Questa sera a Pattichiari (La1, 21.05) si parlerà di pirateria audiovisiva via Internet, affrontando un caso ticinese che non mancherà di suscitare discussioni e dibattiti. Io sarò ospite della trasmissione e del suo sito a partire dalle 20 circa per chattare con i visitatori. Intanto colgo l’occasione del Disinformatico per segnalare alcuni dati interessanti e poco intuitivi.

Secondo i ricercatori dell’Università Carlos III di Madrid, che hanno esaminato il comportamento degli utenti che scambiano film, telefilm, musica, fumetti e altre opere attraverso Mininova e The Pirate Bay, siti basati sul protocollo Bittorrent, il 66% del contenuto messo a disposizione per lo scaricamento viene offerto da poco più di un centinaio di grandi condivisori sparsi per il mondo. Gran parte del resto degli utenti è costituito dai faker o falsari, ossia da organizzazioni che cercano di sabotare i circuiti di scambio o di infettare gli utenti pubblicando finte copie pirata che in realtà contengono tutt’altro. Il rapporto dei ricercatori è scaricabile qui.

Perché i grandi condivisori sono così attivi? In alcuni casi c’è di mezzo il lucro (attraverso gli abbonamenti a pagamento che consentono lo scaricamento più veloce), ma molto spesso c’è una sorta di “sindrome di Robin Hood” che spinge a offrire film popolari o rari e introvabili.

Secondo una fonte decisamente al di sopra di ogni sospetto di voler minimizzare il problema della pirateria, ossia la Warner Music, arriva inoltre una ricerca che indica che solo il 13% degli americani è da classificare come pirata musicale. Oltretutto questi pirati sono descritti come grandi promotori di musica (i loro consigli sono altamente considerati e spingono altri a fare acquisti) e sono loro stessi grandi acquirenti legittimi. 

Dati analoghi sono stati raccolti in Europa; inoltre una ricerca universitaria statunitense sul file sharing indica che soltanto il 20% circa dei problemi dell’industria del disco è riferibile alle violazioni del diritto d’autore commesse in Rete: tutto il resto è dovuto al declino del concetto di album musicale, all’aumento delle vendite di singoli via Internet e al declino numerico dei CD venduti a prezzo pieno.

Fonti aggiuntive: TGDaily, Ars Technica.

34 milioni di euro di risarcimento per pirateria: pagati dalle case discografiche

Questo articolo era stato
pubblicato
inizialmente sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione Svizzera, dove
attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per mantenerlo a
disposizione per la consultazione. L’articolo è stato aggiornato dopo la
pubblicazione iniziale.

Capita abbastanza spesso di sentire notizie di processi o condanne a carico di
utenti privati colti a piratare musica e film in quantità industriali, con costi
e sanzioni di migliaia di franchi. Capita un po’ meno di sentire che il
risarcimento ammonti a 43 milioni di franchi e che gli imputati siano delle case
discografiche. Sì, avete letto bene.

I nomi coinvolti sono notissimi: Universal, Warner, EMI e Sony BMG. Gli stessi
che perseguono con tanta solerzia i privati cittadini che frequentano eMule e
dintorni. Certo, una violazione delle leggi non ne giustifica un’altra, ma
l’ironia e l’ipocrisia della vicenda fanno riflettere.

Nel 2008 un gruppo di musicisti, capeggiati dagli eredi del jazzista Chet Baker,
ha avviato una class action nei tribunali canadesi contro le case
discografiche citate. L’accusa era che queste società, con la complicità delle agenzie di gestione dei
diritti, avevano venduto CD, soprattutto compilation, senza fissare le
autorizzazioni di copyright e senza pagare i diritti, limitandosi a mettere gli
artisti in una cosiddetta pending list, ossia una lista dei sospesi.

Solo che i sospesi sono rimasti, appunto, sospesi: il debito delle case
discografiche si è accumulato sin dal 1988, arrivando a ben 300.000 brani solo
in Canada, intanto che Sony BMG, EMI, Warner e Universal vendevano e
incassavano. Ora le case discografiche hanno raggiunto un accordo per risarcire
45 milioni di dollari canadesi (circa 34 milioni di euro, 43 milioni di franchi)
e per attivare un sistema di compensazione più efficace e veloce.

Le case discografiche si sono affrettate a
precisare che
“L’accordo è un compromesso sulle rivendicazioni contestate e non è
un’ammissione di responsabilità o di torto da parte delle etichette
discografiche”
.

Fonti aggiuntive:
Torrentfreak,
Michael Geist,
Ars Technica.

La sigla degli spot antipirateria è piratata, dice l’autore

Questo articolo era stato
pubblicato
inizialmente il 2/12/2011 sul sito della Rete Tre della Radiotelevisione
Svizzera, dove attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per
mantenerlo a disposizione per la consultazione.

Avete presente i
video
“non ruberesti mai un’auto… non ruberesti mai una
borsetta…”

che trovate all’inizio di tanti DVD come messaggi antipirateria? La loro
musica è di Melchior Rietveldt, un
musicista olandese al quale il brano fu commissionato nel 2006
dall’associazione olandese di lotta alla pirateria audiovisiva BREIN. Ora
Rietveldt
dice
che la sua musica è stata usata abusivamente negli spot antipirateria presenti
sui DVD.

Secondo Rietveldt, infatti, la licenza d’uso del suo brano ne permetteva lo
sfruttamento soltanto in un singolo video antipirateria prodotto per un
festival del cinema tenutosi nel 2006, ma da allora l’industria
cinematografica ha riutilizzato il brano in decine di milioni di DVD senza
pagargli un soldo in diritti d’autore. Si tratterebbe di una distribuzione non
autorizzata su vastissima scala, per la quale il musicista reclama da tempo
oltre un milione e trecentomila euro.

Paradossalmente, quando Rietveldt ha allertato l’agenzia di riscossione dei
diritti d’autore olandese Buma/Stemra,
per informarla di questa violazione del copyright, inizialmente non ha
ricevuto risposta. Ma di recente Jochem Gerrits, uno dei membri del consiglio
direttivo dell’agenzia olandese, ha contattato il musicista offrendosi di
aiutarlo. A patto, s’intende, di diventare titolare del brano e di ricevere il
33% dei diritti riscossi.

La richiesta economica, assolutamente contraria alle regole del diritto
d’autore che prevedono che i diritti vadano direttamente all’artista, è stata
registrata e resa pubblica e lo scandalo che ne è seguito ha portato alle
dimissioni temporanee
di Gerrits. 

Sarà molto difficile convincere i consumatori a rispettare il
diritto d’autore se coloro che sono incaricati di difendere i diritti degli
artisti sono i primi ad abusarne.

Fonti aggiuntive:
DutchNews.nl. L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Debutta Mega, successore di Megaupload

Questo articolo era stato pubblicato inizialmente il 25/1/2013 sul sito della Rete Tre Radiotelevisione Svizzera, dove attualmente non è più disponibile. Viene ripubblicato qui per mantenerlo a disposizione per la consultazione.

Esattamente un anno dopo la chiusura del popolarissimo sito di scambio di file Megaupload a seguito dell’intervento delle autorità statunitensi, il 19 gennaio ha fatto il proprio debutto il suo successore, denominato semplicemente Mega (mega.co.nz).

Il fondatore di Mega è lo stesso di Megaupload: Kim Dotcom, alias Kim Schmitz, controverso milionario accusato di evasione fiscale e violazione del diritto d’autore, attualmente agli arresti domiciliari nella sua mega-villa in Nuova Zelanda.

Il concetto di Mega è simile a quello di Dropbox, Google Drive o Microsoft Skydrive: un deposito personale di file, accessibile via Internet e condivisibile con altri utenti. Uno strumento utilissimo per le collaborazioni online, ma anche per lo scambio spesso illegale di film, telefilm e musica vincolati dal diritto d’autore. Ma Mega è diverso dagli altri perché tutto quello che vi viene caricato è automaticamente cifrato (protetto da password) sul computer dell’utente prima di inviarlo; cosa più importante, Mega non ha le chiavi di decifrazione. Infatti Mega, a differenza degli altri servizi, non offre all’utente la possibilità di recuperare la propria password. Se l’utente la perde o se la dimentica, i suoi dati sono sostanzialmente irrecuperabili.

In questo modo Mega non può conoscere il contenuto o la legalità dei file caricati dagli utenti e quindi non può essere considerato corresponsabile di eventuali violazioni delle leggi; Mega sarebbe quindi neutrale e impossibilitato per natura a sorvegliare i propri utenti. In caso di indagini da parte delle autorità, potrebbe fornire agli inquirenti soltanto copie pesantemente cifrate dei file dei propri clienti, che sarebbero praticamente inutili ai fini delle indagini (persino i nomi dei singoli file sono cifrati).

Al tempo stesso, chi vuole condividere file tramite Mega può distribuire dei link che contengono già la password di decifrazione e quindi sono apribili da chiunque oppure dei link che permettono di scaricare i dati e poi decifrarli soltanto se si ha una password specifica per ogni file, comunicata separatamente solo agli utenti fidati. Questa seconda modalità è quella particolarmente controversa, perché rende molto facile lo scambio estremamente privato di file di qualunque tipo, dai documenti dei dissidenti politici ai film commerciali alla pedopornografia, e complica enormemente il lavoro degli inquirenti e dei titolari di copyright.

Ma quanto è sicuro Mega? Ancora non si sa. Di certo se gli inquirenti riescono ad ottenere la password dell’utente possono esaminare tutto quello che ha caricato su Mega. Inoltre sembra che Mega usi una tecnica chiamata deduplicazione per risparmiare spazio sui propri server: semplificando, se due utenti caricano lo stesso file (o frammento di file), Mega ne scrive una sola copia e la rende disponibile a entrambi gli utenti. Ma questo vuol dire che se un utente viene colto a violare il copyright o a commettere altri reati tramite un file caricato su Mega, Mega sa quali altri utenti hanno lo stesso file e quindi stanno partecipando al reato e ne conosce le identità, per cui può rivelarle alle autorità.

Il giro di denaro potenziale intorno a Mega è ingente: con il predecessore Megaupload, Kim Dotcom aveva incassato oltre 110 milioni di dollari e guadagnato 42 milioni nel 2010. Qualunque cosa sia Mega, non è certo un ente di beneficenza.

Russi saccheggiano trattori ucraini, che vengono brickati da remoto. Ma c’è poco da ridere

Russi saccheggiano trattori ucraini, che vengono brickati da remoto. Ma c’è poco da ridere

Nel torrente di notizie sulla guerra in Ucraina è affiorata una piccola storia
che però ha dei risvolti informatici importanti e inaspettati. Inaspettati
perché è una storia che riguarda i trattori ucraini, che a prima vista non
sembrano affatto un argomento informatico, e importanti perché quello che è successo a
questi trattori ci riguarda tutti da vicino.

Secondo quanto riportato dalla
CNN, dei soldati russi hanno aiutato a depredare un concessionario ucraino della
John Deere a Melitopol, portando via una trentina di macchine agricole,
principalmente trattori, che sono stati poi spediti in Cecenia. I veicoli
hanno un valore complessivo di circa cinque milioni di dollari.

Ma al loro arrivo in Cecenia i saccheggiatori hanno scoperto che i trattori
erano stati bloccati da remoto ed erano quindi inservibili e impossibili da
smerciare. Erano stati, come si dice in gergo informatico, brickati. Si
tratta infatti di macchine agricole molto sofisticate, dotate di sensori, di GPS e
di un sistema di controllo remoto via Internet, installato in tutti i mezzi di
questo tipo della John Deere.

I ladri, insomma, sono stati beffati, ma questa non è una storia a lieto fine.

L’informatico, scrittore e attivista Cory Doctorow ha infatti fatto
notare
che il controllo remoto di quei trattori non è stato introdotto per
scoraggiare ladri o saccheggiatori, ma per ostacolare gli agricoltori.
Quelli che comprano a caro prezzo questi trattori ma finiscono per non esserne
realmente proprietari, perché John Deere installa in questi veicoli del
software che li gestisce, e questo software è sotto copyright dell’azienda per
90 anni ed è concesso agli agricoltori soltanto in licenza temporanea. Così, perlomeno, ha
dichiarato
formalmente l’azienda, insieme a
molte case automobilistiche (con l’eccezione di Tesla, come segnalato da
Wired), davanti al Copyright Office statunitense nel 2015.

In questo modo gli agricoltori non possono riparare i propri veicoli, nemmeno
con ricambi originali, senza ricevere un apposito codice di sblocco dal
concessionario. Concessionario che in molti casi è a decine di chilometri di
distanza e non può accorrere subito, con tutti i ritardi e danni che ne
conseguono.

La giustificazione dell’azienda è che la riparazione non ufficiale potrebbe
causare danni, ma di fatto questo crea un controllo monopolistico sulle
riparazioni, e in molti paesi eludere questo controllo, per esempio usando del
software modificato che ignori il codice di sblocco oppure lo generi senza
l’autorizzazione del fabbricante, è punito dalla legge: dal Digital Millennium
Copyright Act negli Stati Uniti e dalla Direttiva sul Copyright nell’Unione
Europea, nota Cory Doctorow. Va detto che dal 2015 al 2018 il Copyright Office
statunitense ha
concesso
un’eccezione temporanea, ma oggi è
scaduta. In Svizzera, la
Legge federale sul diritto d’autore
prevede degli analoghi divieti di elusione, sia pure con alcune eccezioni da maneggiare con molta attenzione.

La presenza di questi controlli remoti o kill switch nei veicoli
agricoli, insieme al sostanziale monopolio del mercato da parte delle poche
aziende che fabbricano questi veicoli dedicati all’agricoltura di precisione,
ha una conseguenza cruciale: chiunque riuscisse a compromettere la sicurezza
di questi sistemi di controllo remoto metterebbe a serio rischio le forniture
alimentari del mondo, brickando ovunque le macchine agricole. 

Non è uno scenario ipotetico: proprio il 5 maggio scorso AGCO, una multinazionale del settore delle macchine agricole che possiede marchi come Challenger, Fendt, Massey Ferguson e Valtra, ha dichiarato di aver subìto un attacco informatico di tipo ransomware che ha sostanzialmente paralizzato i suoi stabilimenti in Germania e Francia.

Anche John
Deere sembra avere grossi
problemi
di sicurezza informatica, come ha dimostrato il gruppo di informatici
SickCodes
ad aprile del 2021, riuscendo in poco tempo a trovare il modo di trasmettere
dati senza autorizzazione a questi trattori superconnessi.

SickCodes ha avvisato le autorità e l’azienda ha chiuso le falle segnalate, ma
il problema rimane: fabbricare veicoli e macchinari
intenzionalmente bloccabili da remoto, invece di farli robusti e
resilienti, manutenibili e riparabili anche quando le normali filiere di
fornitura e assistenza sono bloccate, come per esempio in guerra, è una
pessima scelta strategica di sicurezza. Lo ha messo nero su bianco il
Dipartimento per la Sicurezza Interna statunitense in un
rapporto
del 2018,
scrivendo
che
“l’adozione di tecnologie agricole di precisione avanzate e di sistemi di
gestione delle informazioni degli allevamenti [nei rispettivi settori] sta
introducendo nuove vulnerabilità in un’industria che prima era altamente
meccanica”

[“adoption of advanced precision agriculture technology and farm information
management systems in the crop and livestock sectors is introducing new
vulnerabilities into an industry which had previously been highly mechanical
in nature.”
]

Non a caso, uno dei principali esportatori di software alternativo per i mezzi
agricoli della John Deere, illegale ma ben più adatto alle esigenze pratiche degli
agricoltori, è l’Ucraina.

L’articolo 13 spiegato da un racconto di Cory Doctorow

Ultimo aggiornamento: 2018/12/19 23:50.

Traduco qui False Flag, un racconto di Cory Doctorow scritto per illustrare qual è, a suo parere, la posta in gioco qualora andasse in porto la proposta di direttiva sul copyright dell’Unione Europea di cui si discute tanto e che è osteggiata da grandi esperti come Vint Cerf, uno dei padri di Internet, e Tim Berners-Lee, co-creatore del Web, oltre che da quattro milioni di cittadini europei. La traduzione è realizzata e pubblicata con il permesso di Doctorow e del Green European Journal.

Quella che leggete è una mia prima traduzione veloce: se snidate refusi o avete suggerimenti per migliorarla, fatelo nei commenti. Buona lettura.

Nota di copyright: diversamente dal resto di questo blog, questa traduzione è soggetta alle regole di copyright definite da Green European Journal per l’originale di Cory Doctorow.

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Agata aveva sempre dato per scontato che la parte difficile sarebbe stata la cattura delle immagini. Ma per come andarono le cose, l’infiltrazione e l’estrazione segreta di un drone nel Mare del Nord furono la parte facile.

Agata e la sua cellula avevano trascorso mesi a pianificare l’operazione nel Mare del Nord, lavorando con una fredda alacrità che bilanciava la possibilità che arrivassero troppo tardi contro la possibilità che sarebbero stati scoperti ed esposti. Ma quella mattina, mentre saltava le creste delle onde sul piccolo gommone capitanato da Oxana, che nel suo passamontagna pareva una Pussy Riot, Agata sapeva che sarebbe andata bene. Tirò fuori il suo Toughbook, attivò i droni, ciascuno grande come una lucciola, e li spedì ad effettuare una ricognizione del peschereccio usando radar e telecamere per catturare le reti sottomarine e seguirle in tutti i loro venticinque chilometri di estensione. Era incredibile da vedere, ed era terribile: una vasta malignità che avrebbe reso sterile il mare mentre veniva trascinata dietro il peschereccio, che batteva bandiera panamense.

I droni avevano energia appena sufficiente a fare una visita veloce alla nave, acquisendone i dati di registro navale e le bandiere e scattando immagini zoomate automaticamente dei volti dei marinai prima che si esaurissero le batterie. Agata aveva valutato l’idea di far cadere i droni in mare, ma l’ironia di gettare in mare dei rifiuti elettronici in un progetto concepito per lanciare l’allerta sulla pesca eccessiva illegale era davvero troppa. Aveva invece limato via accuratamente tutti i numeri di serie dei droni, in modo che potessero essere abbandonati anonimamente a bordo del peschereccio.

Incapparono in venti contrari sulla via del ritorno alla loro nave appoggio, che doveva riportarle a Thyborøn. Il gommone quasi si rovesciò due volte; alla seconda, Agata riuscì per un pelo ad agguantare il Toughbook che rimbalzava e saltellava verso i bordi dell’imbarcazione, rimanendo con una mano a tenerlo stretto e l’altra mano ad aggrapparsi alla barca, intanto che una foschia ghiacciata e pungente la martellava senza tregua. Erano fradicie ed esauste quando raggiunsero la nave appoggio. Le gambe di Agata tremavano mentre saliva a bordo, con le nocche bianche da quanto stringeva forte il Toughbook. Riuscì a collegare il telefono satellitare e a iniziare l’upload delle sue riprese prima di vomitare.

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Ma ottenere le immagini fu la parte facile.

Agata e la sua crew [si chiamano così in gergo i gruppi di hacker, N.d.T.] fecero l’upload sia delle riprese grezze, sia di un bel montaggio con voce narrante che spiegava in dettaglio le tante leggi violate dal peschereccio, usava fonti pubbliche e dati trafugati per decifrare una piccola parte della struttura dell’azienda che formalmente era proprietaria del peschereccio, scopriva quali grossisti compravano il pescato; un pacchetto completo. Era il loro mestiere: inquinatori, pescatori illegali, scaricatori abusivi di rifiuti, condizioni di lavoro insicure. Lavoravano senza un nome o un marchio, perché le organizzazioni che hanno un nome sono vulnerabili alle ritorsioni. La gente che era disposta a trascinare reti da pesca di venticinque chilometri o di mandare lavoratori migranti a togliere isolamenti d’amianto da un futuro loft industriale indossando solo una mascherina da verniciatore era, a volte, anche disposta a fare cose davvero deplorevoli e dolorose agli attivisti che li intralciavano. Agata e la crew preferivano restare invisibili a tutti: erano i video e gli archivi che li accompagnavano a raccontare la storia, loro erano soltanto le persone che facevano quella storia. Non facevano parte della storia.

Usarono dei bot per caricare le immagini ovunque e contemporaneamente, applicandovi hashtag esistenti (#fishpocalypse, #NorthSeaDieOff) e nuovi che avevano creato per quest’operazione: #NorthSeaKiller. Nessuno dei membri della crew avrebbe dato un like o un upvote a questa roba, ovviamente: essere i primi a mettere un like a qualcosa era praticamente come dire “Questo l’ho fatto io!”. Invece aspettarono che gli attivisti che seguivano i tag esistenti si accorgessero degli upload e iniziassero a spargere la voce. Seguirono i tag man mano che diventavano virali, guardarono i ministeri della pesca danesi e scozzesi mentre venivano bombardati di domande, videro gli inviti a boicottare il grossista del peschereccio che emergevano spontaneamente, e sorrisero all’idea di qualcuno, in una pescheria, che cercava affannosamente di capire che diavolo stesse succedendo, se doveva semplicemente smettere di comprare dal #NorthSeaKiller. Tutto stava andando bene — fino al momento in cui non andò più.

I grafici delle analytics per le mention e i like e le condivisioni e i download non avevano fatto altro che aumentare, e la curva era diventata sempre più ripida, quasi verticale, nelle ore da quando avevano iniziato la disseminazione. Ora era caduta di colpo a quasi zero.

Nella chat di gruppo, Agata vide la crew postare catture delle schermate dei loro sinottici delle analytics, poi passò ad altre schede del browser, entrando in una serie di social network e cercò di caricare i post iniziali per ricontrollarne le statistiche.

> POST NON DISPONIBILE

> QUESTO CONTENUTO È STATO RIMOSSO PER VIOLAZIONI DEL COPYRIGHT AI SENSI DELL’ARTICOLO 13 DELLA DIRETTIVA SUL COPYRIGHT NEL MERCATO UNICO (2019)

La crew ne aveva sentito parlare. Non erano l’unica crew, dopotutto, e avevano amici che avevano amici nelle altre crew, e circolavano mormorii su contromisure inarrestabili messe in campo da società di “gestione della reputazione” e di “comunicazione di crisi” che vendevano una suite di servizi molto esclusiva e molto costosa a clienti veramente disperati tipo, per esempio, una società di pesca illegale che stava per finire malissimo.

Funzionava così: in base all’Articolo 13, le piattaforme erano responsabili se consentivano, anche brevemente, la disponibilità senza permesso di qualunque opera protetta dal copyright. Ma naturalmente le piattaforme non erano in grado di sapere cosa fosse o non fosse un’opera vincolata dal copyright, e così, in un compromesso che solo un eurocrate avrebbe potuto amare, l’UE aveva detto che i detentori dei diritti erano obbligati a registrare i propri copyright presso le piattaforme, caricandoli su questi database spalancati, prodotti in crowdsourcing, di contenuti banditi. Una volta che un video, una foto, un blocco di testo o una clip audio erano nel database di una piattaforma, nessuno poteva postare su quella piattaforma nulla che corrispondesse in tutto o in parte a quel file.

Cosa anche peggiore, l’Articolo 13 non prevedeva un modo per punire le persone che rivendicavano per errore il copyright su opere che non erano loro, e men che meno i ripulitori di reputazione ostili e occulti che usavano l’Articolo 13 per censurare i video che minacciavano i bilanci contabili dei loro clienti. In teoria una piattaforma poteva scegliere di ignorare questa gente, escluderli dai database di blacklist, ma i truffatori avrebbero sempre avuto la rivincita, perché a quel punto avrebbero avuto il diritto di far causa e lasciare in mutande la piattaforma qualora un’opera sotto il loro copyright fosse comparsa online, anche solo per un giorno.

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La viralità arrivò e se ne andò. Con i video ora offline, cominciò a serpeggiare online una nuova storia: “fonti vicine alla questione” giuravano che loschi figuri (forse dei troll russi che cercavano di seminare disinformazione?) avevano messo online dei fake astuti che facevano sembrare che un peschereccio perfettamente innocente avesse calato delle reti a strascico illegali nelle fragili riserve di pesca del merluzzo del Mare del Nord. I video sembravano veri a prima vista, ma chiunque li esaminasse con attenzione notava immediatamente le falsificazioni.

La crew era inerme, furibonda. Si ricordavano di quando c’erano piattaforme più piccole, basate in Europa, che potevano usare per ospitare i video. Quelle piccole aziende erano scomparse da tempo: già per loro era dura competere con la Big Tech americana, ma dopo che la Direttiva sul Copyright aveva decretato che avrebbero dovuto trovare mezzo miliardo di euro per comprare tecnologie di filtraggio nel momento in cui si trasformavano da “microimprese” in potenziali concorrenti di Google e Facebook, avevano tutte chiuso i battenti.

La crew non poteva neanche fornire i propri video a dei giornalisti amici per smentire le asserzioni dei grandi giornali di proprietà delle società. Anche solo linkare un giornale importante richiedeva una licenza a pagamento, e mentre i giornali si concedevano licenze a vicenda in modo da poter citare articoli nelle pubblicazioni concorrenti, le testate dissidenti e indipendenti che un tempo commentavano e analizzavano quello che faceva notizia e quello che non lo faceva erano tutte svanite quando le grandi società di news avevano rifiutato di concedere loro la licenza di linkarle.

Agata parlò con un avvocato di sua conoscenza, usando cauti giri di parole e forme ipotetiche. L’avvocato le confermò quello che aveva già intuito.

“La tua amica immaginaria non ha speranze. Dovrebbero identificarsi per inoltrare un’opposizione, dire a tutti la loro vera identità e rivelare che sono loro gli artefici del video. Anche così, ci vorrebbero sei mesi per far sì che le piattaforme esaminassero l’opposizione, e a quel punto tutta la notizia sarebbe svanita dall’opinione pubblica. E se miracolosamente riuscissero a destare di nuovo l’attenzione dellla gente? Beh, i falsificatori farebbero semplicemente rimuovere di nuovo il video. Basta un istante a un bot per inoltrare una rivendicazione di copyright fasulla. Ci vogliono mesi prima che degli umani riescano ad annullare la rivendicazione. È una guerra asimmetrica e voi sarete sempre fra quelli che la perdono.”

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La crew aveva una dozzina di altre operazioni che erano arrivate a vari livelli di pianificazione, ma #NorthSeaKiller uccise le loro speranze. Vedevano quanto sarebbe stato facile ripetere il trucchetto, e senza Internet la crew era inerme.

Cosa sarebbe successo se qualcuno avesse organizzato un raduno d’indignazione virale e non si fosse presentato nessuno?

Agata non era più una ragazza. Si ricordava, a malapena, di quando Internet non era composta da quattro megasocietà nelle quali la gente postava screenshot tratti dalle altre tre. Ma anche l’Internet accentrata e commerciale aveva la sua utilità, come luogo nel quale i potenti potevano essere chiamati a rendere conto e ad essere esaminati. Era rischioso, ma il rischio aveva le proprie ricompense.

Non più.

Aveva tanti messaggi in attesa dai membri della crew, ma non riuscì a trovare la forza di rispondere neanche a uno di essi. Andò a letto.