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Cinquantacinque anni fa la missione Soyuz 11: trionfo e tragedia nello spazio (prima parte)

I tre cosmonauti della Soyuz 11. Da sinistra, il comandante del volo, Georgi Dobrovolsky, Viktor Patsayev e Vladislav Volkov.

È il 6 giugno 1971. Dalla storica rampa di lancio numero 1, che dieci anni prima aveva visto partire Yuri Gagarin, il primo uomo nella storia verso l’orbita terrestre, viene lanciata la navicella Soyuz 11 con a bordo tre cosmonauti. Sono le 7:55 ora di Mosca.

L’obiettivo di questa missione umana orbitale, la quarantesima a partire da quel 12 aprile 1961 di Gagarin, è raggiungere il laboratorio scientifico Salyut che dal 19 aprile si trova nello spazio, in orbita intorno alla Terra, entrarvi a bordo e soggiornarvi per la durata di circa un mese, stabilendo il record assoluto di permanenza umana nello spazio.

L’equipaggio della Soyuz 11 è composto dal comandante della missione Georgi Dobrovolsky, 43 anni, sposato con due figlie, pilota dell’Aeronautica militare selezionato come cosmonauta nel gennaio 1963. Vladislav Volkov, ingegnere di volo, è il più giovane dei tre (35 anni), ma è anche l’unico ad aver già volato nello spazio, a bordo della Soyuz 7 nell’ottobre 1969. Anche lui è sposato e ha un figlio. Viktor Patsayev, 37 anni, sposato con due figli, è l’ingegnere collaudatore di bordo.

Il fatto curioso è che la «troika» che compone l’equipaggio della Soyuz 11 non è quella selezionata originariamente per il volo verso la Salyut, ma è costituita dalle tre prime riserve. La “crew” inizialmente scelta era composta da Aleksei Leonov, che sarebbe stato il comandante ed è un veterano dello spazio (protagonista della prima EVA o «passeggiata spaziale» compiuta il 18 marzo 1965 al di fuori della navicella Voskhod 2), Pyotr Kolondin e Valeri Kubasov, anch’egli con alle spalle un’esperienza in orbita con la Soyuz 6 nell’ottobre del 1969.

A pochi giorni dall’inizio del volo una sospetta tubercolosi che avrebbe colpito Kubasov e probabilmente contagiato i suoi due compagni fa sì che prudenzialmente vi sia un avvicendamento tra i due equipaggi.

Lancio della Soyuz 11 dal Cosmodromo di Baikonur (fonte: agenzia Novosti).

L’ingresso in orbita della Soyuz 11 è regolare e la televisione sovietica trasmette pochi minuti dopo la registrazione dell’avvenuto lancio con immagini riprese anche all’interno della cabina.

La prima e la quinta pagina del quotidiano “L’Unità” del 7 giugno 1971 dedicate al viaggio verso la Salyut dei cosmonauti della Soyuz 11 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

L’inizio della missione della Soyuz 11 sulla prima pagina di “Stampa Sera” del 7 giugno 1971 (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Il giorno successivo, il 7 giugno, a 24 ore dal distacco del pianeta Terra, dopo un lungo inseguimento la Soyuz 11 è ormai vicina al laboratorio cosmico. Dopo un primo avvicinamento in fase automatica è il comandante Georgi Dobrovolsky a guidare manualmente la navicella fino ad agganciarla con una manovra perfetta alla Salyut.

Per la cronaca, i tre uomini della Soyuz 11 non sono i primi nella riuscita manovra di aggancio al laboratorio, che si trova in orbita dal 19 aprile. Anche all’equipaggio della precedente missione, Soyuz 10, era riuscito il docking con la Salyut ma a causa di un problema nell’apertura del portello di collegamento con il laboratorio i tre cosmonauti, Shatalov, Yeliseyev e Rukavishnikov, erano stati costretti ad un rapido rientro sulla Terra. Questa volta tutto è andato bene e alle 10:45 ora di Mosca Dobrovolsky, Volkov e Patsayev sono i primi inquilini, come comunica trionfalmente Radio Mosca, «del più grande laboratorio cosmico in orbita intorno alla Terra». La loro permanenza a bordo della struttura, lunga 20 metri e pesante, compresa la Soyuz, 25 tonnellate, sembra destinata a durare diverse settimane, anche se le dichiarazioni diramate dalle agenzie di stampa occidentali da parte di scienziati sovietici sono come al solito laconiche.

In un’intervista rilasciata alla TASS e apparsa sul quotidiano di stato Pravda, il cosmonauta, scienziato e progettista della Salyut Konstantin Feoktistov descrive così l’interno del laboratorio dove da alcune ore si è trasferito, visto in diretta televisiva da milioni di spettatori in Unione Sovietica, l’equipaggio della Soyuz: “I tre cosmonauti, una volta aperto il portello della navicella, imboccano il tunnel di interconnessione, nel quale sono installati vari strumenti per ricerche di astrofisica e pannelli di controllo e, attraverso un portello, entrano nella cabina principale. All’interno di essa c’è una piccola piattaforma, davanti alla quale siedono i cosmonauti, con il viso rivolto verso il portello di entrata. Di fronte hanno pannelli di strumenti e di indicatori, ai loro lati equipaggiamenti di comando e trasmissione dello stesso tipo usato sulle Soyuz. All’interno della Salyut ci sono anche una zona di lavoro per effettuare ricerche sul plasma che avvolge il laboratorio, un oblò con vista sulla Terra e altre due zone di lavoro. Sulla destra e sulla sinistra di queste ultime si trovano i vari sistemi della stazione, le unità di condizionamento ed i filtri, e al di là di queste altre zone di lavoro ed apparati per le ricerche biomediche. Abbiamo per la prima volta una grande stazione spaziale, contenente tonnellate di apparati, compreso telescopi, spettrometri, elettro fotometri e telecamere installate fuori e dentro il laboratorio dove con continui collegamenti quotidiani i telespettatori sovietici potranno osservare la vita dei nostri cosmonauti a bordo della prima casa orbitale”.

Uno spaccato dell’interno della Salyut con agganciata la Soyuz 11 che ha portato a bordo del laboratorio i tre cosmonauti.
Dalla trasmissione televisiva in diretta dall’interno della Salyut i tre cosmonauti della Soyuz 11.


Il successo della prima “base orbitale” abitata dall’uomo nella prima pagina e a pagina 5 del quotidiano “L’Unità” (dalla collezione personale di Gianluca Atti).

Da qui inizia la cronologia di quella lunga permanenza: fino ad allora si era stati nello spazio fino ad un massimo di 18 giorni, con la missione Soyuz 9. Ma questa cronologia è tristemente destinata a concludersi con la terza tragedia nella storia dell’esplorazione cosmica da parte dell’uomo.

(continua)

Artemis II porterà oggetti storici intorno alla Luna

Il lanciatore SLS e la navicella Orion vengono trasportati verso la rampa di lancio 39B. Foto NASA/Brandon Hancock (fonte).

Se tutto andrà come annunciato dalla NASA nella conferenza stampa di giovedì 12 marzo, i quattro astronauti prescelti per la missione Artemis II verranno lanciati in direzione della Luna precisamente 24 minuti dopo la mezzanotte del 2 aprile ora italiana, 56 anni dopo l’ultimo volo umano verso il Satellite che da più di 4 miliardi e mezzo di anni accompagna la Terra nel suo giro intorno al Sole.

Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen, a bordo della navicella Orion denominata Integrity, porteranno con loro alcuni oggetti storici che voleranno intorno alla Luna per poi ritornare sulla Terra. Nei giorni scorsi l’agenzia spaziale statunitense, per bocca del direttore Jared Isaacman, ha dichiarato che “…i reperti simbolici portati da Artemis II riflettono il lungo arco dell’esplorazione americana e le tante generazioni che hanno reso possibile questo momento. I manufatti che verranno portati dai nostri astronauti nello spazio intorno alla Luna sono parti dei nostri primi successi nell’aviazione e nel volo umano nel cosmo, simboli verso cui ci stiamo dirigendo. In questo anno, che segna il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza, l’equipaggio di Artemis II porterà nel giro intorno alla Luna la nostra storia oltre l’orbita terrestre”.

Questi sono gli oggetti più significativi, che voleranno in uno speciale contenitore a bordo della navicella Orion: un campione di tessuto di mussola (2,5 cm x 2,5 cm) proveniente dal Wright Flyer originale, l’aereo con cui i fratelli Wright realizzarono il primo storico volo a motore della storia il 17 dicembre 1903. Il reperto, prestato dal National Air and Space Museum dello Smithsonian, non è al suo primo volo nello spazio: una sua porzione aveva già volato a bordo dello Shuttle Discovery e ora compirà il suo secondo viaggio oltre l’atmosfera terrestre. Al ritorno sulla Terra il tessuto ritornerà al museo, dove verrà riunito con gli altri campioni del Wright Flyer.

Nel prezioso kit di volo non mancano le bandiere, simboli ricorrenti nelle tante missioni spaziali della NASA: tra queste troviamo una piccola bandiera americana che ha già volato in due momenti storici come la prima missione dello Space Shuttle con la navetta Columbia (STS-1), nell’aprile del 1981, e il primo volo di una navicella Dragon con equipaggio di Space X (Demo-2), nel maggio del 2020.

Particolarmente significativa è anche la presenza della bandiera originariamente preparata per la missione lunare Apollo 18, cancellata dall’amministrazione Nixon nel settembre 1970: volerà per la prima volta verso la Luna proprio con Artemis II.

Orion trasporterà anche una copia di un negativo fotografico 4×5 pollici scattato durante la fase finale della missione Ranger 7. Lanciata il 28 luglio 1964 e arrivata sulla Luna tre giorni più tardi, scattò ben 4.308 foto ad alta qualità prima dell’inevitabile impatto con la superficie selenica, che la distrusse.

Voleranno con Artemis II anche campioni di terreno raccolti alla base di alberi cresciuti da semi portati a bordo del primo volo del programma Artemis, avvenuto a novembre del 2022, e prelevati nei dieci centri della NASA in cui vennero piantati.

La Canadian Space Agency (CSA), l’agenzia spaziale canadese, che partecipa al volo con l’astronauta Jeremy Hansen, contribuirà al kit con semi di alberi, destinati a essere distribuiti al termine della missione, e apporrà adesivi e toppe, a testimonianza di una collaborazione che rappresenta uno dei pilastri del programma, rafforzando ulteriormente il carattere internazionale del programma Artemis di ritorno alla Luna.

Ci saranno inoltre molti oggetti di piccole dimensioni a bordo della navicella Orion, fra cui una scheda SD contenente milioni di nomi raccolti durante la campagna “Invia il tuo nome nello spazio”: un modo per portare simbolicamente il pubblico insieme con i quattro astronauti attorno alla Luna.

Ci saranno poi bandierine, toppe e spille, da distribuire al termine dello storico viaggio ai dipendenti e stakeholder che hanno contribuito alla sua realizzazione, e oggetti provenienti dai diversi partner del programma internazionale Artemis: l’ESA, l’ Agenzia Spaziale Europea, che fornisce il Modulo di Servizio Europeo di Orion, includerà una bandiera.

In totale il kit ufficiale dei souvenir che sarà portato a bordo di Orion pesa 4,5 kg. L’elenco dettagliato è pubblicato su Nasa.gov.

La NASA pubblica il menu degli astronauti di Artemis II

Ultimo aggiornamento: 2026/03/18 13:20.

La NASA prevede per la serata di oggi (ora italiana) un aggiornamento della situazione del programma Artemis nel corso di una conferenza stampa presso il Kennedy Space Center alla quale saranno presenti i vertici del programma di ritorno alla Luna.

Nel frattempo, l’ente spaziale americano ha pubblicato il menu che i quattro astronauti di Orion consumeranno durante lo spettacolare viaggio che li porterà nelle vicinanze del Satellite naturale della Terra prossimamente, si spera già nel prossimo mese di aprile.

I massimi esperti dell’alimentazione spaziale della NASA, in collaborazione con l’equipaggio di Artemis II (il comandante Reid Wiseman, il pilota Victor Glover e gli specialisti di missione Christina Koch e Jeremy Hansen), hanno studiato in queste settimane un menu che possa rispondere sia alle esigenze pratiche imposte dallo spazio disponibile a bordo della navicella Orion sia alle esigenze nutrizionali, senza sacrificare i gusti personali, per il viaggio spaziale di dieci giorni che li attende.

A bordo della navicella non ci sono né frigoriferi né una cucina e la microgravità impone di evitare alimenti che possano produrre briciole o residui fluttuanti, che potrebbero danneggiare gli strumenti di bordo o essere inalati. Per questo motivo il cibo imbarcato a bordo è praticamente pronto al consumo, o al massimo richiede di essere reidratato o riscaldato, tramite uno specifico scaldavivande. La dispensa di “Orion” presenta quindi cibo reidratabile e termostabilizzato, cioè trattato con radiazioni per eliminare batteri e garantire una lunga conservazione. Tutti i pasti devono restare sicuri, leggeri e facilmente consumabili durante l’intera missione. 

Il menu di bordo studiato per ogni membro dell’equipaggio prevede più di 180 prodotti tra bevande, pasti pronti, snack e dolci organizzati in speciali involucri per contenere il cibo necessario per due o tre giorni, offrendo una certa flessibilità nella scelta dei pasti.

Durante le fasi del lancio e del rientro sulla Terra Wiseman, Glover, Koch e Hansen non possono utilizzare il sistema di acqua potabile della navicella Orion: per questo in quei delicati momenti non è previsto il consumo di cibi liofilizzati, che richiedono acqua per essere reidratati. Escluse queste fasi particolari, nelle normali giornate durante la trasvolata Terra-Luna-Terra gli astronauti seguiranno un programma con colazione, pranzo e cena.

Per motivi di spazio, ognuno potrà consumare non più di due bevande aromatizzate al giorno. Il menu è molto più ricco rispetto alle prime storiche missioni lunari del programma Apollo. Tra le bevande sono previsti caffè (ne avranno complessivamente 43!), tè verde, frullato mango-pesca, bevanda al cioccolato, bevanda alla vaniglia, limonata, sidro di mele*, bevanda all’ananas, cacao e bevanda alla fragola.

* Nell’inglese nordamericano, la parola cider (o apple cider o soft cider) indica una bevanda non filtrata, non zuccherata e analcolica ottenuta dalle mele. Nell’inglese usato nel resto del mondo, cider indica invece una bevanda alcolica, sempre ottenuta dalle mele, che in inglese nordamericano è denominata hard cider [Wikipedia] ed equivale all’italiano sidro [Wikipedia]. 

I piatti principali e i contorni sono composti da tortillas, pane piatto integrale, quiche di verdure, salsiccia, couscous con frutta secca, insalata di mango, granola con mirtilli, mandorle, anacardi, brisket di manzo affumicato, broccoli gratinati, fagiolini piccanti, maccheroni al formaggio, macedonia tropicale, zucca e cavolfiore.

Il menu include anche dolci, tra cui torte, budini e mandorle glassate, oltre a diversi condimenti e cinque salse piccanti con diversi livelli di intensità.

55 anni fa il primo “ritorno” dell’uomo sulla Luna con Apollo 14 (quinta e ultima parte)

La patch ufficiale della missione Apollo 14.

6 febbraio 1971, sabato. Ore 9:20 italiane. Si riapre il portello del modulo lunare: Alan Shepard ridiscende i nove scalini di “Antares”, seguito pochi minuti dopo da Edgar Mitchell, in anticipo rispetto al piano di volo originale, che aveva programmato l’uscita per le 11:30 ora italiana. Ha inizio la seconda esplorazione nella zona di Fra Mauro, nei pressi del Mare delle Piogge, da parte del quinto e sesto uomo a calcare la superficie della Luna.

I due sono sempre seguiti in diretta televisiva dai tecnici e scienziati dal Centro di Controllo di Houston e dai milioni di telespettatori collegati attraverso gli apparecchi radio e televisivi. La seconda escursione ha come meta il raggiungimento del “Cratere Cone”, che è il principale obiettivo scientifico della missione e dista circa due chilometri dal punto in cui “Antares” si è posato il giorno prima. I due astronauti devono raggiungere la vetta vulcanica, superando un dislivello di 150 metri.

Shepard e Mitchell percorrono inizialmente senza problemi buona parte del tragitto, poi la salita inizia a farsi dura. Spingendo e sollevando a fatica il MET, il loro piccolo veicolo a due ruote, aggirano e scavalcano grosse rocce e piccoli avvallamenti. Il comandante di Apollo 14 e il suo compagno di avventura ansimano, sudano, il ritmo delle loro pulsazioni accelera, e la temperatura all’interno dello scafandro sale.

Subentra inoltre anche una certa difficoltà di orientamento: i punti di riferimento pianificati sembrano, agli occhi dei due astronauti, molto diversi rispetto alle mappe realizzate con le fotografie ottenute in orbita lunare dalle sonde automatiche. I battiti del loro cuore sono saliti da 84 per Shepard e 90 per Mitchell a oltre 150 al minuto. Al Centro spaziale di Houston, il medico capo della NASA, il dottor Charles Berry, giudica la situazione critica e ordina ai due astronauti di rinunciare alla scalata del cratere. Il quinto e sesto esploratore del Satellite naturale della Terra, affaticati e a malincuore, obbediscono all’ordine e ridiscendono il pendio quando sono probabilmente a poche centinaia di metri dal loro obiettivo.

Durante il percorso che li riporta ai piedi del modulo lunare raccolgono gli ultimi campioni di rocce da riportare a terra, essenziali per lo studio da parte degli scienziati di tutto il mondo di una delle zone geologicamente più antiche della Luna.

Il comandante di Apollo 14, Alan Shepard, e il piccolo veicolo a due ruote MET sul suolo lunare.
Una falce di Terra nel buio cielo lunare.

Poco prima di rientrare a bordo di “Antares”, mentre Mitchell sta terminando la sistemazione dei campioni lunari e delle varie apparecchiature da riportare sulla Terra, il comandante di Apollo 14, appassionato giocatore di golf, estrae da una tasca della sua tuta spaziale una testa di bastone da golf, la aggancia al manico di uno degli strumenti scientifici usati per la raccolta dei campioni lunari e la usa per lanciare alcune palline da golf che ha portato con sé nella stessa tasca. Il suo insolito gesto viene ripreso dalla telecamera a colori piazzata sulla superficie lunare.

Mentre il primo tiro alza solo sabbia e polvere, i due tentativi successivi hanno successo. Nonostante l’impaccio della rigidissima tuta, ma in assenza di atmosfera e con la gravità ridotta a un sesto, la seconda pallina “vola per miglia e miglia e miglia” annuncia scherzosamente Shepard. Il fuori programma viene completato da Mitchell con il lancio a mo’ di giavellotto dell’asta usata per l’esperimento del vento solare.

Il momento della “partita a golf” di Shepard durante la diretta televisiva.

6 febbraio 1971, sabato. Ore 13:28 italiane. Il portello del Lem “Antares” viene chiuso. Verrà riaperto un’ultima volta per lasciare sulla Luna tutto ciò che potrebbe appesantire lo stadio di risalita del modulo lunare al momento del decollo. La seconda escursione dei due astronauti nella zona di Fra Mauro termina dopo quattro ore e trentacinque minuti dal suo inizio.

In totale, con le due “passeggiate”, Shepard e Mitchell hanno trascorso quasi dieci ore all’esterno sulla superficie lunare, con una raccolta record di quasi 43 chilogrammi di rocce lunari. L’unico rammarico per i due è non essere riusciti a raggiungere uno degli obiettivi principali della missione: scalare il “Cratere Cone” per raccogliere campioni utili per una maggiore conoscenza delle origini e della formazione del nostro Satellite.

I due zaini di sopravvivenza non servono più e sono stati buttati fuori dall’abitacolo: si vedono a sinistra in questa foto scattata all’interno di “Antares” al termine della seconda “EVA”.
Altro scatto fotografico dall’interno del modulo lunare, in cui è visibile il carrellino a due ruote MET.

6 febbraio 1971, sabato. Ore 19:48 italiane. Dopo un breve riposo e dopo aver consumato un buon pasto, Alan Shepard e Edgar Mitchell dicono addio alla Luna. A 141 ore e quarantacinque minuti dall’inizio della missione, l’accensione del motore di ascesa del Lem: “Antares” si divide a metà dalla rampa di appoggio, innalzandosi sicuro nel nero cielo lunare e raggiungendo dopo otto minuti l’altezza necessaria per l’ingresso in orbita lunare.

6 febbraio 1971, sabato. Ore 21:35 italiane. Dopo un lungo inseguimento tra“Antares” e “Kitty Hawk” avviene in collegamento televisivo in diretta dalla Luna il perfetto aggancio tra le due navicelle, questa volta senza la “suspense” accaduta durante il tragitto iniziale verso la Luna. Questa volta tutto ha funzionato alla perfezione: i tre uomini di Apollo 14 sono di nuovo insieme.

Alle 23:52 ora italiana, la parte superiore di “Antares” viene sganciata e diretta verso il suolo lunare. Quando in Italia è già domenica 7 febbraio, a Houston nel Texas è ancora sabato 6, alle 02:39 viene acceso per tre minuti il motore principale del Modulo di Servizio, l’SPS. I tre protagonisti del terzo sbarco lunare nella storia dell’umanità danno l’addio al Satellite naturale della Terra e imboccano la giusta strada verso il nostro pianeta. Sono trascorse 148 ore, 36 minuti e due secondi dal distacco dalla rampa 39-A di Cape Kennedy.

9 febbraio 1971, martedì. Dopo un collegamento televisivo in diretta, effettuato il giorno precedente per rispondere alle domande dei giornalisti durante una conferenza stampa, Il grande viaggio dell’equipaggio di Apollo 14, che ha segnato il ritorno di astronauti della NASA sulla Luna, volge ormai al termine.

Il giorno del rientro sulla Terra di Apollo 14 sul quotidiano “La Notte”.

Alle 13:25 ora italiana l’astronauta addetto alle comunicazioni Fred Haise, uno dei protagonisti della precedente sfortunata missione lunare Apollo 13, suona la sveglia agli uomini della sesta trasvolata umana della storia Terra-Luna-Terra.

Il comandante della missione Shepard e il pilota del Modulo di Comando “Kitty Hawk” Roosa, dopo essersi “sbarbati” con un normale rasoio elettrico, consumano insieme a Mitchell l’ultima abbondante colazione nello spazio. La navicella spaziale si trova in questo momento a poco più di centomila chilometri dalla Terra. Il pianeta azzurro che i tre valorosi uomini della Nasa hanno lasciato in un piovoso pomeriggio in Florida, domenica 31 gennaio, si fa sempre più vicino.

Dopo aver sistemato e ordinato la cabina, alle 21:35 italiane, a Houston sono le 14:35, pochi minuti prima di iniziare il tuffo finale nell’atmosfera, il Modulo di Comando, con a bordo i tre astronauti e il prezioso e ricco “bottino” lunare proveniente dalla zona di Fra Mauro, si distacca dal Modulo di Servizio.

Alle 21:47, alla velocità di quasi 40 mila chilometri orari, avviene l’ingresso nello stretto corridoio nell’atmosfera. Alle 21:51 ha inizio il “blackout” nelle comunicazioni radio tra la capsula Apollo e il Centro di controllo a Terra. È sempre un momento di tensione e di emozione per i tecnici che seguono il volo da Houston e per milioni di radio e telespettatori che seguono in diretta l’avvenimento in tutto il mondo.

I due disegni illustrano le ultime manovre prima del rientro sulla Terra della capsula Apollo. In alto la separazione del Modulo di Comando con a bordo Shepard, Mitchell e Roosa dal Modulo di Servizio. In basso l’inizio della discesa nei primi strati alti dell’atmosfera della navicella spaziale con a bordo i tre uomini di Apollo 14.

9 febbraio 1971, martedì. Ore 21:54 italiane. Sono trascorsi poco meno di quattro minuti dall’inizio del silenzio radio quando viene ripristinato il collegamento tra la nave di recupero “New Orleans” e la capsula diretta verso l’impatto con l’oceano. La prima voce a giungere a terra ai controllori di volo a Houston è quella del comandante Alan Shepard: “Arriviamo!”.

Alle 21:59 ora italiana, i teleschermi accesi collegati in diretta in tutto il mondo mostrano lo spettacolare dispiegamento dei tre grandi paracadute bianchi e rossi. Alle ore 22, cinque minuti e zero secondi italiane, quando a Houston le lancette dell’orologio, indietro di sette ore, segnano le 15:05, avviene il perfetto “splashdown” nelle acque dell’Oceano Pacifico, a 1500 chilometri circa dall’isola di Samoa.

Sono trascorse esattamente 216 ore, un minuto e cinquantotto secondi dal momento del “liftoff” dalla rampa di lancio 39-A. Il viaggio Terra-Luna-Terra dell’equipaggio di Apollo 14 si conclude in maniera trionfale: i tre astronauti, usciti uno alla volta dalla capsula ribattezzata“Kitty Hawk” (tutto ciò che rimane del gigantesco complesso spaziale alto 110 metri lanciato il 31 gennaio) e trasportati con l’elicottero verso la portaerei, appaiono in buone condizioni di salute, per nulla stanchi ed affaticati.

Per Alan Shepard, Stuart Roosa e Edgar Mitchell inizia ora un periodo di isolamento, come è accaduto ai precedenti equipaggi di Apollo 11 e Apollo 12 tornati dalla Luna, in cui racconteranno durante i vari briefing, agli scienziati e ai tecnici della Nasa, passo per passo, la loro straordinaria avventura sulla superficie tormentata di Fra Mauro.

Il rientro a terra di Apollo 14 sulla prima pagina de “Il Corriere della Sera” del 10 febbraio 1971.
Il ritorno di Shepard, Mitchell e Roosa dalla terza missione lunare con sbarco, sulla prima pagina de “La Stampa”.

(Fine)

55 anni fa il primo “ritorno” dell’uomo sulla Luna con Apollo 14 (parte quarta)

Il logo della missione Apollo 14.

5 febbraio 1971, venerdì. Ore 00:39 italiane. A Houston le lancette dell’orologio segnano le 17:39 di giovedì 4 febbraio. Da alcune ore il panorama del deserto lunare scorre sotto gli occhi dei tre uomini di Apollo 14. È la voce del pilota del modulo di comando Stuart Roosa a spezzare il silenzio nella sala del Centro di controllo a terra: “Buongiorno Houston, qui Apollo 14”.

“Buonasera 14, qui Houston”, risponde Bruce McCandless, in quel momento il “Capcom” di turno, cioè l’astronauta addetto alle comunicazioni.

“Come e quanto avete dormito?”. Risponde ancora Roosa: “Benissimo Bruce. Al (Shepard), sei ore di sonno, Ed (Mitchell), sei ore ed io sei ore”. “Ok. Registriamo, sei ore di riposo ciascuno, bene”, risponde McCandless.

Dopo aver consumato una ricca e sostanziosa colazione, i tre astronauti danno inizio alle ultime complesse operazioni di controllo che precedono il distacco del modulo lunare “Antares” dalla navicella madre “Kitty Hawk”. Dopo aver pressurizzato il Lem, alle 03:23 ora italiana, Shepard e Mitchell entrano a bordo del veicoloL’unica preoccupazione ora, per i tre astronauti e per i controllori a terra, è se il sistema di attracco, che ha causato problemi durante le prime fasi del volo verso la Luna, si comporterà regolarmente durante il rilascio tra i due veicoli.

Dopo aver ricontrollato minuziosamente, in continuo contatto radio con la Terra, tutte le delicate apparecchiature del Lem e chiuso il boccaporto di comunicazione tra “Antares” e “Kitty Hawk”, i due prossimi “pedoni lunari” danno l’arrivederci via radio a Roosa. A 103 ore e quarantasette minuti dal “lift off” da Cape Kennedy, tra le due navicelle avviene la separazione. In Italia sono le 05:50 del mattino, le 22:50 a Houston.

Sulla Terra arriva tranquilla, da più di 380.000 km di distanza, la voce del pilota del modulo di comando: “Ok Houston, il distacco è avvenuto regolarmente”. Ora per Alan Shepard e Edgar Mitchell, alla guida del più straordinario, delicato (e buffo per certi versi) veicolo costruito dall’uomo, destinato a volare solamente nello spazio, non resta che attendere da terra il “Go for landing”, il via libera per l’atterraggio sulla Luna.

Il modulo lunare “Antares” con Shepard e Mitchell a bordo, fotografato da Roosa mentre si allontana dal modulo di comando preparandosi per la discesa.
La Terra sorge all’orizzonte lunare, vista attraverso uno dei finestrini del Modulo Lunare “Antares” poco dopo il distacco dal Modulo di Comando “Kitty Hawk”.

Le ultime fasi prima dell’allunaggio sono ricche di tensione e di emozione: mentre Shepard e Mitchell stanno ultimando gli ultimi controlli prima dell’accensione del razzo frenante del modulo di discesa di “Antares”, inizia improvvisamente a lampeggiare la spia rossa che segnala l’”Abort Command”, rischiando su comando del computer di fare annullare la discesa e rilanciare automaticamente in orbita lunare il Lem.

Dopo due interminabili ore di discussioni e di analisi, la NASA e la squadra di progettisti del software del Massachusetts Institute of Technology, capitanati da Donald Eyles, che hanno preparato i programmi per il calcolatore, trovano la soluzione: riprogrammare il sofware facendo credere al computer di bordo che l’interruzione della discesa sia già avvenuta, ignorando così altri segnali di allarme eventualmente in arrivo.

Poiché tutto è tornato in ordine, finalmente giunge il momento per l’accensione del razzo frenante di discesa di ”Antares”. Ma ecco un secondo inconveniente: durante la discesa il radar di atterraggio del Lem non riesce ad agganciare automaticamente la superficie lunare, privando il computer di navigazione delle importanti informazioni riguardanti l’altitudine e la velocità di discesa. C’è un nuovo rischio di “abort” della missione.

Solo azionando manualmente l’interruttore si riesce a convincere il radar a riprendere a funzionare regolarmente. Ora, con tutti gli strumenti operativi, Alan Shepard può assumere manualmente la guida del Lem mentre il pilota del modulo lunare Mitchell controlla e trasmette al comandante di Apollo 14 i dati relativi alla quota e alla velocità di discesa.

 Nella raffigurazione artistica il modulo lunare “Antares” proco prima di toccare il suolo lunare.

5 febbraio 1971, venerdì. Ore 10:18 ora italiana. A 108 ore, quindici minuti, nove secondi dall’inizio della sesta avventura umana verso la Luna, il modulo lunare “Antares” si posa con le sue quattro zampe sulla polverosa superficie nella zona di Fra Mauro, con un minuto e dodici secondi di ritardo sul piano di volo ma con il maggior avvicinamento al luogo previsto dello sbarco rispetto alle precedenti missioni di Apollo 11 e 12.

A Houston è piena notte, le lancette dell’orologio segnano le 03:18, ma l’emozione al Centro di Controllo a terra e in tutti gli Stati Uniti è comunque enorme. Il fallimento di “Apollo 13”, nell’aprile dell’anno precedente, ha fatto convergere su questa missione l’attenzione di tutto il mondo, creando un clima di suspense e anche di polemiche.

Con il felice allunaggio di Shepard e Mitchell tutte le incertezze, tutti i dubbi di fronte a questo successo sono scomparsi. A bordo del modulo lunare, dopo essersi complimentati a vicenda, per i due astronauti non c’è tempo per festeggiare: subito dopo l’allunaggio procedono ad un controllo di tutte le apparecchiature di “Antares” e a preparare il loro veicolo in caso di partenza anticipata.

Poi, in collegamento radio con la Terra, ha inizio una prima descrizione del panorama nella zona dell’atterraggio, visto attraverso i finestrini del Lem. “Il cratere Cone è impressionante, ma non mi sembra difficile da scalare. Qui intorno vi sono meno massi di quanto mi aspettavo”, dice Shepard. Poi è la volta di Mitchell: “La doppietta di crateri davanti a me e che vedremo con la seconda attività extraveicolare è molto pronunciata, crea il limite dell’orizzonte lunare con il cielo nero”. 

Le prime foto della zona di Fra Mauro dove è atterrato il modulo lunare “Antares”.

5 febbraio 1971, venerdì. Ore 14: italiane. I due astronauti, dopo aver esaminato minuziosamente il modulo lunare e trovato tutto in perfetto ordine, indossano gli speciali indumenti per l’attività extraveicolare e scoprono d’improvviso che la trasmittente di Shepard non riesce a comunicare con Houston.

Il problema non è grave, perché i due astronauti possono ugualmente comunicare tra di loro con un’altra radio, e Mitchell potrebbe tenere i collegamenti con il Centro di Controllo a terra grazie al suo apparecchio. Ma il direttore del programma Apollo, Rocco Petrone, cognome di chiare origini italiane, non intende correre nessun rischio. Per trenta minuti i due astronauti trafficano intorno allo scafandro di Shepard, finché non riescono a risolvere con successo il problema.

Finalmente, alle 15:42 italiane, con cinquanta minuti di ritardo sull’orario previsto, si apre il portello del modulo lunare. Alle 15:53, Alan Shepard scende lungo la scaletta del LEM e accende la telecamera posizionata in uno scomparto dello stadio di discesa di “Antares”: ha inizio la diretta TV della prima escursione sul suolo di Fra Mauro. Tutti i Paesi collegati possono assistere in diretta al “ritorno” dell’esplorazione umana del Satellite naturale della Terra da 400.000 km di distanza.

Un minuto dopo, alle 15:54, il comandante di Apollo 14 tocca con i suoi voluminosi scarponi il suolo selenico, quinto uomo e quinto cittadino degli Stati Uniti ad esplorare un corpo celeste al di fuori del nostro pianeta. Sono trascorse 113 ore e cinquantuno minuti dall’inizio della missione. Le prime parole di Shepard una volta disceso i nove pioli della scaletta sono queste: “Al (Alan) è arrivato. La strada è stata lunga, ma siamo arrivati”.

Il quinto pedone lunare della storia ha appena disceso la scaletta di “Antares” nell’immagine trasmessa in diretta televisiva da 400.000 km di distanza.

Quattro minuti dopo Shepard anche Edgar Mitchell è sulla Luna. A questo punto i due astronauti danno inizio alla prima attività extra-veicolare, che li terrà impegnati per quasi cinque ore.

I due esploratori raccolgono i primi campioni lunari cosiddetti di “emergenza”, nel caso vi sia una partenza anticipata, dispiegano la grande antenna a forma di ombrello per le comunicazioni e la bandiera degli Stati Uniti (la terza a garrire, grazie a delle aste metalliche, sulla superficie lunare) oltre a un foglio di alluminio per la cattura di particelle del vento solare.

Shepard e Mitchell dedicano gran parte della loro prima attività all’installazione della seconda stazione ALSEP (Apollo Lunar Surface Experiments Package), una serie di strumenti scientifici utili a trasmettere a terra dati sull’ambiente interno ed esterno del Satellite naturale della Terra. La prima era stata collocata da Apollo 12 nel novembre 1969. Montano anche il MET (Modular Equipment Transporter), un piccolo veicolo a due ruote studiato per essere trainato da loro sulla Luna e permettere di caricare con sé strumenti, attrezzature e campioni, senza la necessità di portarli personalmente.

5 febbraio 1971, venerdì. Ore 20:20 italiane. La prima intensa attività di Shepard e Mitchell nella regione di Fra Mauro termina quando in Italia sono le 20:22, dopo quattro ore e 48 minuti dall’uscita dal Lem.

I primi passi di Shepard sulla Luna fotografati da Mitchell ancora a bordo di “Antares”.
Il saluto alla bandiera degli Stati Uniti da parte del comandante di Apollo 14 Shepard.
Il Lem “Antares” atterrato con precisione nella zona di Fra Mauro con una pendenza di otto gradi.
La prima pagina de “Il Corriere della Sera” di sabato 6 febbraio 1971 sulla prima attività sulla Luna di Shepard e Mitchell.
La prima pagina del quotidiano “La Stampa” di sabato 6 febbraio 1971.

(continua)
 

55 anni fa il primo “ritorno” dell’uomo sulla Luna con Apollo 14 (parte terza)

La patch ufficiale della missione Apollo 14.

1 febbraio 1971, lunedì. Ore 9:03 italiane. Dopo la “suspense” delle ore precedenti, dovuto al mancato aggancio per ben cinque volte tra “Kitty Hawk” e “Antares”, alla NASA c’è di nuovo fiducia nel proseguimento della missione Apollo 14.

Continua però a rimanere tra i tecnici a terra una certa preoccupazione per il funzionamento della sonda di aggancio nel prosieguo del volo verso il Satellite naturale della Terra. Cosa succederebbe se il problema da poco superato si dovesse ripresentare anche in orbita lunare, al momento del ricongiungimento tra il modulo di comando e la parte superiore del modulo lunare, al termine delle due esplorazioni in programma sulla superficie selenica? 

Una possibile soluzione pensata a Houston è far rientrare Shepard e Mitchell nel modulo di comando, con tutto il materiale raccolto nelle colline di Fra Mauro, tramite un’attività extraveicolare, uscendo dal Lem “Antares” ed entrando attraverso il portellone laterale del modulo di comando.

Alle 9:03 ora italiana, a undici ore esatte dal momento in cui Shepard, Roosa e Mitchell hanno lasciato il pianeta Terra, viene di nuovo accesa la telecamera a colori a bordo del modulo di comando: il comandante di Apollo 14, Shepard, ha l’occasione di mostrare ai telespettatori, collegati attraverso le varie televisioni di tutto il mondo, e ai tecnici di controllo a terra le condizioni della sonda di aggancio, che per la prima volta nella storia del programma lunare Apollo ha dato seri problemi in una delle fasi più delicate all’interno di una missione.

Nel corso del collegamento, che dura un’ora e quindici minuti, Shepard mostra in dettaglio la sonda, ma non trova alcuna anomalia nei dodici agganci principali. Questo avvalora sempre di più l’ipotesi, formulata a terra, che i mancati agganci ripetuti tra “Kitty Hawk” e “Antares” siano stati causati da acqua caduta con la pioggia e poi ghiacciatasi durante l’ascesa nell’atmosfera, al momento del lancio, all’interno del meccanismo.

A parte questo fastidioso problema nel congegno di attracco, a bordo dell’Apollo tutto funziona regolarmente: la prima correzione di rotta prevista dal piano di volo viene annullata perché non ritenuta necessaria. Alle 13:50 ora italiana, quando l’astronave si trova a circa 136.000 chilometri dalla Terra e dopo una lunga giornata piena di emozioni e dopo aver consumato un breve pasto, Shepard, Mitchell e Roosa possono finalmente usufruire del turno di riposo, che prevede dieci ore di sonno.

Nella foto su pellicola, la sonda d’attracco, rimossa dalla sua posizione originale.
In questo disegno, tratto da “Il Corriere della Sera”, il meccanismo di aggancio tra il modulo di comando e il modulo lunare.

2 febbraio 1971, martedì. Ore 00:00 italiane. In Texas sono le cinque del pomeriggio di lunedì 1; dal Centro di Controllo di Houston viene data la sveglia ai tre astronauti. Dopo essersi sbarbati e lavati i denti, Alan Shepard, Edgar Mitchell e Stuart Roosa sono in ottima forma e pronti a proseguire in questa sesta fantastica trasvolata umana della storia verso il Satellite naturale della Terra, questa volta con obiettivo finale la zona di Fra Mauro.

Alle 4:39 ora italiana, le 21:39 a Houston, viene acceso per undici secondi il motore principale del modulo di servizio, l’SPS, per la prima correzione di rotta. Aumentando la velocità di 79 chilometri orari e indirizzando il complesso spaziale nella giusta traiettoria verso la Luna, viene recuperato il ritardo di quaranta minuti, accumulato a causa della ritardata partenza da Cape Kennedy.

Il programma della seconda giornata nel cosmo per i tre uomini di Apollo 14 prevede un nuovo accurato esame del meccanismo di aggancio, che ha dato tanto da fare nella manovra di “docking”, ed un controllo completo di tutti gli strumenti del modulo di comando, a cui seguirà uno studio delle stelle grazie al telescopio e al sestante presenti a bordo della navicella.

La prima pagina de “Il Corriere della Sera” del 2 febbraio 1971.
Anche sulla prima pagina de “Il Resto del Carlino” del 2 febbraio 1971 spicca in prima pagina il “GO” per il proseguimento della missione verso la Luna di Shepard, Mitchell e Roosa.
La prima pagina del quotidiano con uscita pomeridiana “La Notte”.

3 febbraio 1971, mercoledì. Ore 09:53 italiane. Sono trascorse cinquanta ore e 53 minuti da quando Shepard, Mitchell e Roosa hanno dato l’arrivederci al loro pianeta natale. Apollo 14 si trova a circa 298.000 chilometri dalla Terra.

Dopo essersi svegliati e aver consumato la colazione, i tre astronauti sono pronti ad affrontare la loro terza giornata nello spazio, dedicata principalmente alla prima ispezione del Modulo Lunare “Antares”. Alle 09:53 italiane, le 02:53 di Houston, ha inizio la pressurizzazione del Lem.

Alle 10:08, sempre ora italiana, viene accesa la telecamera a colori a bordo dell’Apollo: è la seconda trasmissione televisiva trasmessa in diretta dall’astronave. Dopo aver inquadrato l’interno della cabina e la Luna che si presenta illuminata al primo quarto, Shepard e Mitchell aprono il portello che separa le due astronavi ed entrano all’interno del modulo Lunare “Antares”: è importante analizzare lo stato del veicolo che sarà per loro come una casa nei due giorni che trascorreranno sulla superficie lunare.

“Lo scopo di questa prima escursione nel Lem”, spiega il comandante Shepard ai telespettatori americani davanti ai teleschermi e ai tecnici della base di Houston, “è controllare tutti gli strumenti di bordo e fare un po’ di pulizia, in modo che quando entreremo su “Antares” prima della discesa, ci saranno meno cose da fare”. 

Alle 10:45 italiane il collegamento televisivo termina. Shepard e Mitchell restano comunque all’interno del Lem per un’altra ora e mezza, poi alle 12:23 rientrano a bordo di “Kitty Hawk”. Quando in Italia le lancette dell’orologio segnano le 16:42 e l’equipaggio ha da poco iniziato il previsto periodo di riposo, il Centro di controllo di Houston comunica che “Apollo 14 è entrato nella zona d’influenza della sfera lunare a 66 ore, 49 minuti e quattro secondi dal momento del lancio. I nostri display ora qui, al Controllo missione, non segnalano più la lontananza dalla Terra, ma la distanza che li separa ora dalla Luna. Apollo 14 è ora a 61.490 chilometri di distanza dalla Luna e viaggia alla velocità di 1.008 metri al secondo. Prosegue la modalità di controllo termico passivo. Il complesso spaziale ruota su se stesso alla velocità di tre rivoluzioni ogni ora: una rivoluzione ogni venti minuti. Continuiamo a monitorare anche il percorso del terzo stadio del Saturn, S-IVB, che impatterà sulla Luna con un ritardo di quaranta minuti rispetto ai piano di volo nelle prime ore di domani ora di Houston”.

Tutto sta andando per il meglio da quando Shepard, Mitchell e Roosa hanno superato i problemi iniziati dopo il distacco dall’orbita terrestre con il mancato aggancio, per ben cinque volte, tra “Kitty Hawk” e “Antares”. Ma poco dopo le otto della sera ora italiana, mentre i tre stanno riposando, un improvviso allarme mette di nuovo in tensione i tecnici del Centro di controllo: una delle batterie del modulo lunare, la numero 5, presenta una perdita di tensione. A Houston, su richiesta del direttore del volo, si decide di non svegliare l’equipaggio. Solamente al termine del loro turno di riposo verrà chiesto a Shepard e a Mitchell di tornare all’interno di “Antares” per controllare l’efficienza della batteria, indispensabile per il ritorno in orbita lunare al termine delle due esplorazioni nella zona di Fra Mauro.

4 febbraio 1971, giovedì. Ore 01:09 italiane. In Texas, al Centro di Controllo di Houston, è ancora la sera di mercoledì 3. Shepard, Roosa e Mitchell vengono svegliati dopo aver effettuato il loro ultimo turno di riposo prima dell’ingresso in orbita lunare.

Dopo aver consumato una rapida colazione ed effettuato una leggera correzione di rotta con una breve accensione del potente motore del modulo di servizio (SPS), il comandante e il pilota del modulo lunare, su consiglio dei tecnici di Houston, riaprono il portello che li separa dal Lem e vi entrano all’interno per controllare l’efficienza delle batterie di “Antares”, in particolare la numero 5, che nelle scorse ore presentava una anomalia di tensione. Dopo aver effettuato i più accurati controlli, Mitchell rassicura i tecnici del Centro di controllo: “Houston, la batteria tiene perfettamente, non c’è nulla che possa impensierirci”.

Alle 07:36 ora italiana, da terra arriva agli astronauti l’autorizzazione ad iniziare le manovre necessarie per l’inserimento in un’orbita ellittica intorno alla Luna. A 81 ore, 46 minuti e 40 secondi dal distacco dalla rampa di lancio 39-A, il complesso spaziale scompare dietro il satellite naturale della Terra. In Italia sono le 07:49, a Houston mancano undici minuti all’una di notte.

Alle 07:59 viene acceso per sei minuti l’SPS per porre l’Apollo, con il suo prezioso carico umano, nella giusta orbita intorno a Selene. Per circa trenta minuti i collegamenti radio con la base sono interrotti. E’ il momento più emozionante in questa prima fase della missione che vede come protagonisti un veterano (Shepard) e i due “novellini” (Mitchell e Roosa).

“Diavolo ragazzi, è davvero un posto selvaggio! Un vero spettacolo! Tutto è chiaro, qui non c’è nessuna atmosfera”. La voce del comandante della quarta spedizione lunare della storia risuona nitida alle 08:20 ora italiana al Centro di controllo di Houston, dopo 32 minuti di interruzione nelle comunicazioni tra l’astronave e la Terra. La manovra è dunque perfettamente riuscita.

Subito dopo l’avvenuta conferma dell’ingresso in orbita, i tre astronauti descrivono il paesaggio che scorre sotto i loro occhi. Mitchell dice: “Non ci crederete ragazzi, ma guardiamo in giù e sembra di guardare una mappa geografica. Non ho mai visto un luogo più spoglio!”. Roosa aggiunge: “Abbiamo scelto il giorno più adatto per arrivare quassù, non c’è foschia. Sono sorpreso per i particolari che riesco a scorgere. Si vedono molti piccoli crateri nella zona del cratere Cartesio. Possiamo vedere limpido fino all’orizzonte”.

Conclude Shepard: “I colori predominanti sono il grigio e il marrone, è davvero qualcosa da vedere ragazzi”. C’è grande entusiasmo tra i tre astronauti a bordo del Modulo di Comando “Kitty Hawk” e negli uomini che stanno seguendo il grande viaggio a 384.000 chilometri di distanza.

Alle 08:40 ora italiana giunge anche la notizia dell’arrivo sul suolo lunare del terzo stadio del Saturn V. L’S-IVB si è schiantato a 200 chilometri circa a sud-ovest nell’Oceano delle Tempeste, scavando un cratere, secondo i dati ricevuti a terra grazie al sismometro installato durante la missione di Apollo 12, di circa una decina di metri.

L’indomani, venerdì 5 febbraio 1971, Shepard e Mitchell entreranno a bordo del Modulo Lunare e dopo essersi distaccati dal modulo di comando, dove rimarrà il solo Roosa, cercheranno un punto nella zona prestabilita di Fra Mauro dove poter allunare ed iniziare la doppia esplorazione, pianificata in due giorni, di una regione definita dai selenologi tra le più interessanti per scoprire l’origine della Luna e forse dell’intero Sistema Solare.

Il piano di volo prevede l’arrivo di “Antares” sulla superficie lunare per le 10:14 ora italiana; la discesa di Shepard dalla scaletta, come quinto uomo nella storia a camminare sulle desolate lande lunari, è prevista per le 14:53.

Il giorno del “ritorno sulla Luna” con Apollo 14 nella prima pagina del quotidiano “L’Avvenire” in edicola il mattino del 5 febbraio 1971.

(continua)

55 anni fa il primo “ritorno” dell’uomo sulla Luna con Apollo 14 (parte seconda)

La patch ufficiale della missione Apollo 14.

31 gennaio 1971, domenica. È il giorno del lancio: il grande giorno per Shepard, Mitchell e Roosa. Dopo mesi e mesi di addestramento, sono pronti per il viaggio verso la Luna. Il “countdown” a Cape Kennedy per il “liftoff” è iniziato lunedì 25 gennaio e, a detta dei tecnici del Centro spaziale, “è il mglior conto alla rovescia effettuato finora”. il distacco dal pianeta Terra dei tre di Apollo 14 è programmato per le 15:23 ora della Florida, le 21:23 ora italiana. Se tutto finora è andato liscio, preoccupano solo le previsioni meteorologiche, in quanto si annuncia l’arrivo, nel primo pomeriggio, di temporali provenienti dal Golfo del Messico.

Gli Stati Uniti che si apprestano ad inviare sulla Luna i tre uomini di Apollo 14 non sono più quella nazione che vide con entusiasmo le prime grandi storiche imprese verso il Satellite naturale della Terra con Apollo 8, la prima trasvolata umana verso la Luna, Apollo 11 e Apollo 12, le prime bandiere a stelle e strisce piantate nelle sabbie seleniche. Sono un Paese fortemente travagliato, come anche il presente ci insegna, da lotte interne, dal razzismo mai sopito e dalla guerra in Vietnam, che occupa le prime pagine dei giornali molto più dell’impresa che si accingono a compiere Shepard, Roosa e Mitchell.

In questo clima si inserisce il terzo sbarco lunare umano, che prevede l’arrivo ai bordi del cratere Fra Mauro, due attività extraveicolari di Mitchell e Shepard (mentre Roosa attenderà i suoi due compagni in orbita lunare), l’installazione del secondo complesso di strumenti scientifici ALSEP e di un mortaio con quattro granate che verranno lanciate tramite radiocomando dopo il decollo dei due astronauti dalla Luna.

La prima pagina de “La Stampa” di cinquantacinque anni fa, 31 gennaio 1971.

Ore 14:55 italiane. Sono le 08:55 in Florida. Viene data la sveglia ai tre astronauti: il comandante di Apollo 14 e veterano dello spazio Alan Bartlett Shepard, il pilota del Modulo di Comando “Kitty Hawk” Stuart Allen Roosa e il pilota del Modulo Lunare “Antares” Edgar Dean Mitchell. Dopo essersi fatti una veloce doccia, la barba e qualche minuto di ginnastica, gli uomini a cui spetta il ritorno di un equipaggio americano sulla Luna consumano la classica colazione prima del lancio: bistecca, uova, pane tostato, succo d’arancia e caffè.

Shepard, Roosa e Mitchell, ritratti mentre consumano l’ultima colazione “terrestre” prima del lancio, insieme all’equipaggio di riserva, composto da Eugene Cernan (non inquadrato nella foto), Ronald Evans e Joe Engle. Con loro Donald Slayton e Thomas Stafford.

Consumata l’abbondante colazione e dopo l’ultima visita medica, con esito positivo, effettuata dal medico della NASA Charles Berry, l’equipaggio di Apollo 14 si trasferisce nella grande sala all’interno dello Spacecraft Operation Building, dove avviene la lunga e complessa vestizione delle tute di volo.

Completata l’operazione e usciti dalla sala della vestizione, i tre astronauti, immortalati dalle cineprese e dai fotografi provenienti da tutto il mondo, salgono sullo storico pulmino che li trasporta verso la rampa di lancio 39-A, dove si staglia imponente il maestoso Saturn V, pronto a spiccare un nuovo balzo verso la Luna.

Alan Shepard, all’uscita dal pulmino, scruta il cielo sopra la zona di Cape Kennedy. All’ora prevista per il “liftoff” è infatti annunciato l’arrivo di una perturbazione che potrebbe far ritardare il lancio di qualche ora o addirittura posticiparlo di qualche giorno.

Ore 19:01 italiane. Raggiunta l’altezza alla quale si trova il modulo di comando, a circa novanta metri dal suolo, i tre astronauti entrano a turno nella navicella Apollo in quest’ordine: prima il comandante Alan Shepard, poi Edgar Mitchell, e infine Stuart Roosa. Alle 13:01, ora della costa orientale degli Stati Uniti, il portello viene chiuso. I protagonisti del ritorno umano sulla Luna sono ora soli a bordo di quella che sarà la loro “casa” per i nove giorni previsti della missione.

Mentre le ore, i minuti e i secondi che li separano dal lancio scorrono regolarmente, gli esperti meteorologi della NASA continuano a monitorare il cielo sopra Cape Kennedy, vista la possibilità di un acquazzone che potrebbe colpire la zona al momento del “liftoff”. Come ogni missione lunare, anche Apollo 14 ha una cosiddetta “finestra di lancio”, il cui inizio è alle 15:23 locali (le 21:23 italiane del 31 gennaio), ora prevista del lancio, con chiusura alle 19:12 locali (01:12 italiane dell’1 febbraio).

La posizione dei tre astronauti a bordo del Modulo di Comando “Kitty Hawk”. 1) Alan Shepard, comandante. 2) Stuart Roosa, pilota del Modulo di Comando. 3) Edgar Mitchell, pilota del Modulo Lunare.

Ore 21:15 italiane. I tre astronauti sono ormai chiusi a quasi cento metri d’altezza dal suolo da più di due ore a bordo del loro straordinario veicolo spaziale che li condurrà verso il satellite naturale della Terra. La presenza di numerose nubi temporalesche, che di lì a poco potrebbero colpire la zona di lancio con strascichi di pioggia, consiglia ai tecnici di interrompere il “countdown”. Sono le 15:15 ora della Florida, le 21:15 ora italiana. Il grande orologio luminoso del Centro Spaziale segna in questo momento meno otto minuti e due secondi alla partenza. È la prima volta nella storia delle missioni Apollo che un conto alla rovescia viene bloccato con gli astronauti già a bordo dell’astronave.

Alle 15:35, puntuale, un violento temporale con pioggia e vento si scatena nella zona di Cape Kennedy. Seppure il volo di Shepard e compagni non abbia trovato fino a questo momento grande spazio nelle pagine dei quotidiani, non solo italiani ma anche in quelli americani e nel resto del mondo, così negli stessi notiziari televisivi, l’improvviso stop al conto alla rovescia risveglia l’interesse del pubblico collegato in diretta TV.

Una foto del Saturn V, il più potente razzo costruito da mani umane, in attesa del lancio sulla rampa di lancio.

Ore 22:03 italiane. Cessato il temporale che ha colpito l’area del Centro spaziale americano, i tecnici della NASA danno finalmente il “go” per il lancio. Alle 21:55 italiane, 15:55 ora della Florida, viene ripreso il conto alla rovescia da meno otto minuti, tanti quanti ne mancavano al momento dello stop.

Alle 16:03 locali, con quaranta minuti di ritardo sull’orario previsto, il gigantesco Saturn V accende i cinque potenti motori F-1 del suo primo stadio, staccandosi dapprima lentamente, poi sempre più sicuro,dalla rampa 39-A, lanciando nello spazio il suo prezioso carico umano di tre nuovi esploratori della Luna.

L’ascesa del più potente razzo mai costruito da mani d’uomo verso l’orbita terrestre è regolare. A due minuti e 44 secondi dal “liftoff” e a una quota di 61 km di altezza avviene il distacco del primo stadio, l’S-IC; poi l’accensione per sei minuti dei cinque motori del secondo stadio S-II porta il complesso spaziale ad una quota di 185 chilometri. A questo punto, esaurito il suo compito, anche il secondo stadio viene rilasciato e subentra l’unico motore del terzo stadio S-IVB, che inserisce regolarmente Apolo 14 in orbita intorno alla Terra ad una quota di 190 km. Sono trascorsi undici minuti e cinquanta secondi dal momento del distacco dalla rampa di lancio di Cape Kennedy. Le lancette dell’orologio segnano in Italia le 22:14, le 16:14 della Florida.

1 febbraio 1971, lunedì, ore 00:37 italiane. A Houston è ancora domenica 31 gennaio, sono le 17:37. Dopo l’entrata in orbita e dopo aver girato una volta e mezzo intorno al nostro pianeta, Shepard, Roosa e Mitchell ricevono dai tecnici di Houston l’ordine che attendono con impazienza: è il “Go for TLI!” (Trans Lunar Injection): possono inserirsi nella giusta traiettoria per il volo verso la Luna!

Per cinque minuti e 54 secondi il terzo ed ultimo stadio del Saturn V viene riacceso, imprimendo al complesso spaziale la giusta velocità per sfuggire alla gravitazione terrestre: si passa da una velocità di circa 28.000 chilometri orari ad una velocità di fuga di oltre 39.000 chilometri l’ora.

Alle 1:08 italiane, tre ore e cinque minuti dopo il “liftoff”, quando Apollo 14 si trova a circa 11.600 chilometri dalla Terra, viene accesa la telecamera a bordo di “Kitty Hawk”: è la prima diretta televisiva della missione. L’equipaggio inizia la cosiddetta manovra di trasposizione: il Modulo di Comando si distacca dal terzo stadio e compie una capriola di 180 gradi su se stesso, andando ad unirsi al Modulo Lunare “Antares”. Tutto sembra procedere bene quando al Centro di Controllo di Houston arriva la voce concitata di Edgar Mitchell: “Non siamo riusciti ad agganciare Antares!”. Da terra rispondono risponde: “Fate un nuovo tentativo”. Ma anche il secondo tentativo di aggancio fallisce. In Italia è piena notte, sono le ore 1.30. Il momento è vissuto in diretta anche da milioni di americani attraverso le immagini televisive a colori in diretta dallo spazio. I tre astronauti all’interno del Modulo di Comando hanno solo sei ore per riuscire nel docking tra le due navicelle; poi, esauritesi le batterie, sarebbero costretti a rinunciare allo sbarco lunare. Le conseguenze sarebbero facilmente prevedibili: annullamento delle prossime missioni lunari e la probabile chiusura anticipata del programma Apollo.

Al Centro di Controllo di Houston, intanto, i tecnici lavorano febbrilmente, insieme all’equipaggio di riserva composto da Eugene Cernan, Joe Engle e Ronald Evans, esaminando due modelli delle sonde di aggancio usate durante le simulazioni, cercando la soluzione più giusta da trasmettere a Shepard e ai suoi due compagni. Alla fine viene trovato uno stratagemma. Houston: “Provate ad eseguire un aggancio escludendo i tre ganci principali e tentando solo con i 12 secondari”.

Ore 02:59 italiane. Dopo un’ora e mezza e ben cinque tentativi andati a vuoto, finalmente a terra giunge il grido liberatorio di Roosa: “Aggancio riuscito, Houston!”. “E’ stato un aggancio duro, ma ce l’abbiamo fatta!”. Sono trascorse un’ora e tre quarti dal primo sfortunato tentativo. A bordo della navicella Apollo e al Centro Spaziale di Houston si tira un sospiro di sollievo. Alle 03:03 italiane viene spenta anche la piccola telecamera a bordo di “Kitty Hawk”. Dopo l’estrazione del LM dall’involucro che lo conteneva all’interno del terzo stadio, Shepard rimuove la sonda per esaminarla, non trovando però alcun difetto nel meccanismo di aggancio. L’unica ipotesi plausibile, dialogando con la base a terra, è che durante il temporale che ha colpito sulla rampa di lancio il Saturn V dell’acqua si sia infiltrata nella sonda, ghiacciandosi e creando così un ostacolo all’unione tra i due veicoli.

Passata la paura, i tecnici dell’ente spaziale americano, pur rimanendo cauti sul malfunzionamento della sonda, autorizzano i tre astronauti a proseguire con il piano di volo, che prevede l’arrivo sulla superficie selenica, nella zona di Fra Mauro, poco dopo le dieci del mattino ora italiana di venerdì 5 febbraio 1971.

La cronaca dell’inizio del viaggio verso la Luna di Apollo 14 nella prima pagina de “Il Corriere della Sera” del 1 febbraio 1971.
La prima pagina del quotidiano “Stampa Sera” di lunedì 1 febbraio 1971.
La prima pagina de “Il Resto del Carlino” di lunedì 1 febbraio 1971, dedicata quasi interamente alla partenza di Shepard, Mitchell e Roosa verso la Luna.

(continua)

55 anni fa il primo “ritorno” dell’uomo sulla Luna con Apollo 14 (parte prima)

La patch ufficiale della missione Apollo 14.

In questo 2026 da poco iniziato l’umanità ritorna (finalmente!) verso la Luna con il prossimo lancio della missione Artemis II, che porterà nelle vicinanze del satellite naturale della Terra, a più di cinquanta anni dall’ultima esplorazione umana, un equipaggio di quattro astronauti, tre uomini e una donna. Nel 2026 ricorrono anche i cinquantacinque anni dalla missione Apollo 14, che tra gennaio e febbraio 1971 riportò due americani ad esplorare di nuovo il suolo lunare, dopo una pausa di quattordici mesi dovuta al drammatico incidente di Apollo 13 occorso nel mese di aprile dell’anno precedente.

 Questa è la cronologia di quel volo, che segnò il terzo storico sbarco di esseri umani sulla Luna.

Siamo a gennaio 1971. Il volo di Apollo 14, inizialmente programmato dalla NASA per la seconda parte del 1970, è stato posticipato di nove mesi a causa delle lunghe indagini conseguenti all’incidente occorso con l’esplosione del serbatoio di ossigeno di Apollo 13 durante il volo verso la Luna e a causa della necessità di apportare numerose modifiche al modulo di servizio del veicolo spaziale Apollo nel quale si era verificata l’importante avaria.

I tre astronauti scelti dall’ente spaziale americano per il “ritorno sulla Luna” sono il veterano e comandante della missione Alan Shepard, 47 anni, primo cittadino statunitense a volare nello spazio, seppur in un volo suborbitale (senza compiere un giro completo intorno alla Terra), il 5 maggio 1961 a bordo della capsula Mercury Freedom 7; Edgar Mitchell, 40 anni, pilota del modulo lunare Antares, e Stuart Roosa, 38 anni, designato come pilota del modulo di comando Kitty Hawk. Mitchell e Roosa sono dei cosidetti rookie, cioè al loro primo volo nello spazio.

I tre uomini di Apollo 14. Da sinistra: Edgar Mitchell, al centro il comandante Alan Shepard, a destra il pilota del modulo di comando Stuart Roosa.

La zona scelta per lo sbarco di Shepard e Mitchell sulla Luna è la stessa che avrebbero dovuto esplorare James Lovell e Fred Haise nella precedente missione Apollo 13: il cratere Fra Mauro, una regione ritenuta molto interessante dai selenologi. In questa zona vi sono formazioni, strutture e materiali di diversa provenienza e quindi di diverse età. Il quinto e il sesto americano nella storia ad esplorare Selene dovranno raccogliere quanto più materiale possibile per dare una risposta sulle origine della Luna e forse dell’intero Sistema Solare. Lo faranno grazie anche ad un piccolo veicolo a due ruote, il Modular Equipment Transporter (MET). Una curiosità: il cratere Fra Mauro è intitolato ad un monaco italiano, uno dei più importanti cartografi del XV secolo.

il comandante della missione, Alan Shepard, durante una esercitazione al Kennedy Space Center. Si può notare il veicolo che sarà trainato a mano dai due astronauti durante le due escursioni lunari.
La spettacolare visione del Saturn V sulla rampa di lancio 39-A.

Il gigantesco vettore Saturn V, uscito dalla grande struttura di assemblaggio denominata VAB (Vehicle Assembly Building), attende dal 9 novembre dell’anno precedente sulla rampa di lancio 39-A i tre nuovi protagonisti della più grande avventura umana al di fuori del pianeta Terra. Il lift-off per l’inizio del sesto viaggio umano verso la Luna è previsto per il 31 gennaio, quando in Italia saranno le 21:23, le 15:23 ora della Florida.

La presentazione del volo di Apollo 14 sulla pagina dedicata alla scienza e alla tecnologia di cinquantacinque anni fa del quotidiano La Stampa.

(continua)

Missione Artemis II, il ritorno di un equipaggio umano verso la Luna

La patch della missione Artemis II

Dal 22 al 24 settembre la NASA ha tenuto tre conferenze stampa al Johnson Space Center per aggiornare i media radiotelevisivi e social sulle ultime importanti novità riguardanti la seconda missione del Programma Artemis, che per la prima volta avrà a bordo della navicella Orion un equipaggio per un viaggio che riporterà dei rappresentanti del pianeta Terra nei dintorni della Luna, a 54 anni dall’ultima missione Apollo.

Nella prima conferenza del 22 settembre, svoltasi nel pomeriggio ora italiana, Lakiesha Hawkins, vice amministratore associato della Direzione per lo sviluppo dei sistemi di esplorazione dell’ente spaziale americano, ha spiegato che la finestra di lancio che porterà verso la Luna quattro astronauti (due uomini e una donna statunitensi e un canadese), resta fissata non oltre il mese di aprile del 2026. Ha inoltre aggiunto, però, che se i prossimi test che verranno eseguiti sul razzo SLS (Space Launch System) e sulla navicella Orion si svolgeranno senza problemi ci sarà la possibilità di lanciare già in febbraio e precisamente il giorno 5 (in Italia saranno le 2:09 del 6 febbraio).

Il decollo avverrà dalla rampa di lancio 39-B dal Centro Spaziale Kennedy, la stessa che fu utilizzata solo una volta nella straordinaria storia delle esplorazioni lunari Apollo nella missione Apollo 10 nel maggio del 1969. “Nel caso non venga rispettata la prima data di lancio”, ha specificato Hawkins, “ogni mese ci sarà comunque un periodo tra i quattro e gli otto giorni in cui sarà possibile partire verso la Luna”.

La direttrice del lancio del Programma Artemis, Charlie Blackwell-Thompson, ha annunciato che già questa settimana la navicella Orion sarà trasferita all’interno del VAB (Vehicle Assembly Building), l’enorme e iconico hangar di assemblaggio, dove i tecnici preposti la accoppieranno al gigantesco razzo SLS. Una volta trasportata l’intera struttura alla rampa di lancio, entro la fine dell’anno, verranno ultimate le operazioni per l’integrazione tra la rampa di lancio mobile e le infrastrutture a terra. Durante questo periodo, e fino a pochi giorni prima del lancio, i quattro astronauti avranno la possibilità di recarsi personalmente sulla rampa e testare il sistema di evacuazione d’emergenza nel caso di una grave avaria pochi istanti prima del distacco dalla rampa

Riprendendo la parola e rispondendo a una delle tante domande dei numerosi giornalisti presenti, Lakiesha Hawkins ha specificato più volte che si tratta di un volo di test in cui ci sarà tanto da imparare, e che sarà importante raccogliere numerosi dati, non solo tecnici ma anche fisici, sui quattro astronauti nel corso della missione, che durerà dieci giorni. 

Il programma prevede che la navicella Orion, dopo il distacco dalla rampa di lancio, completi un’orbita (o anche due se necessario) intorno alla Terra per consentire agli astronauti di effettuare tutti i controlli a bordo. Il sorvolo ravvicinato alla Luna durerà circa due ore: la distanza esatta verrà stabilita solo quando ci sarà la data precisa del giorno del lancio.

Il rientro sulla Terra è previsto seguendo una traiettoria di ritorno libero, senza bisogno di accensioni propulsive.

La navicella, frenata dai paracadute, si tufferà infine nel Pacifico, vicino alla costa presso San Diego, e l’equipaggio troverà ad attenderla una nave militare con un team addestrato per il recupero.

A una successiva domanda su chi effettivamente arriverà prima sulla superficie lunare nella nuova sfida del XXI secolo tra Artemis e il programma lunare cinese, Hawkins ha risposto “che effettivamente ci sono pressioni geopolitiche per tornare sulla Luna il prima possibile, ma per la NASA la priorità è svolgere questa missione e le successive con la massima sicurezza per l’equipaggio”.

Nella seconda conferenza stampa, svolta il giorno successivo (23 settembre), sempre alla presenza di giornalisti di varie testate americane e internazionali, sono stati presentati i vari esperimenti che verranno svolti durante i dieci giorni della missione Artemis II. Jacob Bleacher, Chief Scientist ossia responsabile delle operazioni nella ricerca scientifica, ha delineato alcuni degli esperimenti e delle attività che saranno condotti dall’equipaggio e sull’equipaggio durante il primo viaggio lunare umano del XXI secolo.

Si tratta di esperimenti volti soprattutto a comprendere il comportamento del corpo umano in questa tipologia di viaggio, di ambiente e di esposizione alle radiazioni presenti nello spazio. Per questo all’interno della navicella Orion sarà presente un sistema per permettere agli astronauti di allenarsi, cosa obbligatoria per missioni che superano i nove giorni di permanenza nello spazio.

I numerosi dati che verranno raccolti al termine del volo saranno sicuramente fondamentali per comprendere come il corpo umano reagisce all’ambiente dello spazio profondo e preparare le future missioni di colonizzazione verso la Luna e Marte. 

Successivamente il manager del volo di Artemis II, Matt Ramsey, ha annunciato che sono già stati installati all’interno del gigantesco razzo vettore SLS tre CubeSat, piccoli satelliti tipicamente di forma cubica, e altri ne saranno installati nei prossimi giorni, come era avvenuto nel precedente volo di Artemis I senza equipaggio a bordo.

Da sinistra, Wiseman, Glover, Koch e Hansen.

Nella terza e ultima conferenza stampa, sicuramente la più interessante dal punto di vista umano, i protagonisti erano loro, i quattro astronauti prescelti per questo storico volo: il comandante Reid Wiseman, il pilota Victor Glover e gli specialisti di missione Christina Koch e Jeremy Hansen. Nel corso del loro intervento hanno annunciato di avere scelto il nome Integrity per la loro navicella Orion.

Il comandante e veterano dello spazio Wiseman, con all’attivo un volo orbitale a bordo della Soyuz TMA-13M nel 2014, ha specificato che il nome Integrity incarna lo spirito di fiducia, rispetto, umiltà e sincerità tra tutti coloro che stanno lavorando a questa nuova grande impresa umana che riporterà, grazie a numerosi ingegneri, tecnici, scienziati, progettisti, un equipaggio attorno alla Luna riportandolo poi sano e salvo sulla Terra.

Wiseman ha poi aggiunto: “Spero che i nostri nomi siano presto dimenticati, ciò vorrebbe dire che altri equipaggi di uomini e donne hanno compiuto nuove grandi imprese nella storia dell’esplorazione spaziale ed in particolare sulla superficie della Luna con insediamenti e del nostro prossimo obiettivo Marte”. E’ stato anche annunciato che i quattro di Integrity avranno la possibilità, durante il viaggio di avvicinamento alla Luna, di dialogare con l’equipaggio che vive e lavora a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (ISS) in orbita intorno al nostro pianeta.

Il piano di volo Terra-Luna-Terra della missione Artemis II.

Se tutto andrà come stabilito dall’ente spaziale americano e verrà rispettata la data del 5 febbraio, orario della Florida, il giorno del lancio l’equipaggio indosserà le tute di volo e verrà trasportato a bordo di un pulmino ai piedi della rampa di lancio 39-B, entrando nella navicella Integrity circa tre ore prima del decollo, come accadeva per gli astronauti del programma Apollo.

Al termine di un conto alla rovescia sicuramente emozionante, dopo che il razzo avrà lasciato con successo la rampa di lancio, si saranno sganciati i due booster laterali e il serbatoio centrale e la navicella Orion sarà entrata in orbita intorno alla Terra, l’equipaggio trascorrerà le prime ore nello spazio eseguendo le prime importanti verifiche dei sistemi di bordo con il Centro di Controllo a terra, per garantire che tutto sia pronto per affrontare il lungo tragitto che li separa dalla Luna.

Ricevuto il “go” dal Centro spaziale di Houston, verrà acceso il propulsore principale dello stadio ICPS per entrare nella cosiddetta orbita di “ritorno libero”, una traiettoria che permette di rientrare sulla Terra anche nel caso di gravi problemi ai propulsori principali.

Una volta arrivati nei pressi del Satellite naturale della Terra i quattro astronauti avranno la straordinaria possibilità di osservare la superficie lunare come non è stata più vista da occhi umani dall’ultima missione lunare umana, quella di Apollo 17 nel dicembre 1972.

Naturalmente una delle fasi di maggior criticità di un volo spaziale e in particolare lunare è quella del rientro sulla Terra. Lo scudo termico di Orion sarà sottoposto a un grande calore dovuto all’attraversamento negli strati densi dell’atmosfera a fortissima velocità, ma grazie ai dati ricavati dalla precedente missione senza equipaggio Artemis I nel dicembre del 2022 il materiale ablativo dello scudo termico dovrebbe resistere ad ogni tipo di sollecitazione.

Va ricordato che la NASA, per questa storica occasione, ha lanciato un’iniziativa che permette a chiunque di viaggiare simbolicamente intorno alla Luna a bordo della navicella Integrity, naturalmente non di persona ma con il proprio nome. L’iniziativa, chiamata NASA Artemis II | Send Your Name to Space, consente di registrarsi online e vedere il proprio nome caricato su una scheda SD che volerà a bordo della capsula Orion insieme ai quattro astronauti. Chi partecipa riceve anche un biglietto d’imbarco digitale personalizzato da conservare come ricordo.

Dopo anni di attesa, finalmente degli occhi umani, e noi tutti con loro grazie ai collegamenti che i quattro di Orion ci forniranno in diretta, potranno e potremo vedere da vicino il nostro Satellite naturale attraverso immagini in alta definizione mai viste prima, nel ricordo di quei ventiquattro uomini del Programma Apollo che per primi osservarono la “magnifica desolazione”, l’asperità del terreno ma anche la selvaggia bellezza della compagna celeste della Terra!

Luglio1969: dalla Terra alla Luna (appendice)

Gli emblemi delle missioni del programma Apollo.

Abbiamo celebrato nei giorni scorsi, in una serie di post, il cinquantaseiesimo anniversario del primo sbarco umano sulla Luna, ricordando giorno per giorno quel luglio 1969 in cui avvenne la realizzazione del più antico sogno dell’uomo da parte dell’equipaggio di Apollo 11.

Altre straordinarie missioni si sono succedute dopo quella prima storica esplorazione. Dopo Armstrong e Aldrin, altri dieci uomini hanno avuto modo di vedere con i propri occhi e calpestare con i loro particolari scarponi la superficie del Satellite naturale della Terra.

I volti dei dodici uomini che nel corso del programma Apollo hanno impresso le loro orme sulla superficie lunare. Le foto a colori indicano quelli ancora viventi.

In questi ultimi anni, grazie alla casa editrice Cartabianca Publishing, sono uscite quattro importanti biografie, tradotte in italiano, di astronauti della NASA protagonisti della grande epopea spaziale lunare. Ne consigliamo la lettura.

La più grande avventura del secolo scorso: la folle, intensa e appassionante corsa alla conquista dello spazio e della Luna, il mondo a noi più vicino ma anche incredibilmente lontano, orbitando a oltre 380.000 km dalla Terra.

Chi meglio del comandante della missione Apollo 17 che ha portato gli ultimi uomini sul nostro satellite naturale nel dicembre 1972 può raccontare gli eventi di quella missione culminata nella discesa sul suolo lunare e nella guida della “Rover” che ne hanno percorso la superficie? L’astronauta Eugene Cernan, assieme al giornalista Don Davis, narra con stile discorsivo e linguaggio privo di inutili complessità la vera storia della corsa allo spazio degli Stati Uniti. Una competizione che doveva essere vinta ad ogni costo, sullo sprone delle parole del presidente Kennedy, e proseguita attraverso mille difficoltà fino al successo finale.

Tra tutte le persone che finora hanno avuto il privilegio di volare oltre i vincoli terrestri, una delle più interessanti è senza dubbio l’astronauta statunitense John W. Young, entrato a far parte della NASA nel 1962.
Da quei primi anni avventurosi, in cui lanciarsi nello spazio a bordo delle capsule Gemini era un grande rischio, per quanto calcolato, Young è passato alle celebri missioni Apollo, circumnavigando la Luna con Apollo 10 e successivamente facendo escursioni sulla sua superficie nella missione di Apollo 16, sia a piedi che con il caratteristico “Rover” lunare. In seguito la NASA decise di inaugurare lo Space Shuttle, la celeberrima navetta spaziale, senza compiere preventivamente lanci di prova senza equipaggio. E John W. Young era ai comandi di quel primo Shuttle. Negli anni successivi Young ha continuato a lavorare per la NASA, occupandosi soprattutto di sicurezza degli equipaggi. Questo libro descrive minuziosamente tutto ciò che è accaduto a terra e nello spazio durante quarant’anni di attività della NASA, narrato da uno dei protagonisti.

Nel luglio 1969, Michael Collins era il pilota il modulo di comando dell’Apollo 11, consentendo ai compagni di viaggio Neil Armstrong e Buzz Aldrin di calpestare per la prima volta la superficie di un altro corpo celeste; un evento definito “la più grande avventura dell’umanità”. In questo appassionante libro di memorie, Collins racconta – in modo personale e “senza filtri” – il dramma, la bellezza e persino l’umorismo di quell’epica missione. Ma ripercorre anche la sua carriera professionale, dalle prime esperienze di volo nell’Aeronautica militare alle vicende come pilota collaudatore, fino al coinvolgimento nel progetto Gemini e alla sua prima passeggiata spaziale con la Gemini 10 nel luglio del 1966, prologo alla successiva missione lunare che lo ha consegnato alla Storia.

Fred Haise, pilota del modulo lunare dell’Apollo 13, prima della partenza ricevette alcune lettere in cui gli si chiedeva se temesse che una missione con quel numero potesse essere sfortunata. Non essendo una persona superstiziosa, le gettò via senza pensarci due volte. Ma tre giorni dopo l’inizio della missione Apollo 13, nell’aprile del 1970, un’esplosione a bordo costrinse l’equipaggio a trasformare il modulo lunare in una scialuppa di salvataggio di fortuna per poter rientrare in sicurezza sulla Terra. E quella non sarebbe stata l’ultima volta che Haise si sarebbe trovato ad affrontare una situazione potenzialmente fatale.

Buona lettura!