Avete presente il vocoder? Quel dispositivo elettronico usato per creare una voce distorta e robotica, usato da molti musicisti dalla fine degl anni 60 in poi? Alan Parsons (The Raven), Kraftwerk, ELO (Mr. Blue Sky), Stevie Wonder, Herbie Hancock, Michael Jackson (P.Y.T.), Daft Punk, giusto per fare qualche nome? Ha una storia molto particolare.
Il primo vocoder fu inventato nel 1938 da Homer Dudley, un ingegnere degli storici laboratori di ricerca statunitensi Bell Labs, che dopo dieci anni di ricerca su come trasmettere più efficientemente le telefonate ottenne il brevetto USA 2.121.142 (System for the artificial production of vocal or other sounds) per un sintetizzatore vocale.
All’epoca, l’idea di una macchina capace di generare una voce umana (non riprodurla come una radio o un fonografo, ma crearla) sembrava fantascienza. Ma nel 1939 un esemplare di questa macchina, pilotato in diretta da un’operatrice esperta che comandava la generazione dei vocalizzi usando una speciale tastiera e pedaliera, dimostrò al pubblico dell’esposizione mondiale di New York che una voce sintetica era possibile.
Le ricerche di Dudley furono tutt‘altro che frivole: trovarono infatti immediata applicazione in campo militare, per le comunicazioni telefoniche cifrate di altissimo livello, con il sistema SIGSALY, entrato in funzione nel 1943, che finalmente consentì alle forze alleate di comunicare a voce senza che i nazisti potessero decrittare le loro conversazioni.
Questo sistema era composto da speciali impianti situati in vari luoghi del mondo (uno al Pentagono, uno a Londra, uno su una nave, e altri in alcuni luoghi strategici del secondo conflitto mondiale). Ciascun impianto elettronico pesava oltre 50 tonnellate e consumava 30 kW. La crittografia veniva ottenuta usando speciali giradischi situati a entrambi i capi della chiamata telefonica e perfettamente sincronizzati tra loro. Su questi giradischi venivano riprodotti degli speciali dischi che contenevano rumore casuale usato come chiave crittografica. Questo rumore veniva aggiunto al segnale vocale, manipolato dal vocoder, rendendolo incomprensibile. Solo chi possedeva il disco corrispondente poteva decodificarlo. Quei dischi erano in sostanza degli one-time pad analogici. Geniale.
Il progresso tecnologico ridusse rapidamente le dimensioni e i pesi degli apparati elettronici necessari. La versione a stato solido di questo sistema di crittografia telefonica, il KY-9 THESEUS, pesava solo 256 chili. L’HY-2, la versione successiva, datata 1961, ne pesava 45 e fu l’ultima implementazione di un sistema a vocoder per le comunicazioni vocali cifrate.
Negli anni successivi la tecnologia del vocoder passò dagli usi militari a quelli civili, soprattutto in campo musicale, togliendo la crittografia ma mantenendo la capacità di manipolare la voce umana e dando vita non solo al vocoder come lo intendiamo oggi ma anche al talkbox e al controverso Autotune. E così uno strumento di guerra divenne uno strumento per creare arte. Sarebbe bello se capitasse più spesso.
Secondo Daniele Manca e Gianmario Verona sul Corriere della sera, nel 1969 Neil Armstrong portò fino alla Luna una Olivetti Programma 101, che era un computer da scrivania che pesava 35 chili.
Pare strano, considerato che nel Modulo Lunare, il veicolo usato dalle missioni Apollo per scendere sulla Luna, erano stati persino eliminati i sedili per ridurre il peso e la cabina era strettissima. Pare ancora più strano se si considera che la storica, geniale Programma 101 mostrava i risultati dei suoi calcoli esclusivamente su un rotolino di carta, perché non aveva uno schermo, e quindi avrebbe riempito il minuscolo abitacolo di pezzettini di carta.
Ma i due scrivono quanto segue:
“La Olivetti era stata la prima al mondo a offrire un desktop computer nel 1965 grazie a Piergiorgio Perotto. (Sì! Avete capito bene: qui in Italia la Olivetti di Adriano aveva prodotto il primo desktop computer. Pensate: Neil Armstrong portò la Programma 101 con sè nella indimenticabile missione lunare. E la «Perottina», cosi’ venne ribattezzata in quanto ideata dall’informatico Perotto, è esposta al Moma di New York).”
Mi piacerebbe sapere qual è la fonte di questa loro affermazione. Qualcuno ha modo di chiederglielo?
Non infierisco sugli errori di ortografia: quel “sè” con l’accento grave e quel “cosi’” con l’apostrofo al posto della lettera accentata, e quel punto prima della parentesi (e anche dopo) sono sciatterie imbarazzanti, ma perlomeno hanno il pregio, per così dire, di suggerire che questa storia del computer Olivetti portato sulla Luna sia stata partorita da esseri umani e non sia stata rigurgitata da un ChatGPT qualsiasi usato senza alcuna rilettura o verifica.
Per chi volesse cogliere l’occasione per conoscere meglio la Perottina e il suo ruolo reale nelle missioni lunari degli anni Sessanta (supporto per i calcoli svolti sulla Terra, non portandosela nello spazio), consiglio questa pagina del Museo Nazionale Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci, da cui traggo l’immagine qui sotto, così è più chiaro di cosa stiamo parlando.
Una foto d’epoca mostra il socio di Baird, Oliver Hutchinson, come lo presentava il “televisore”. È la prima foto mai scattata a un’immagine televisiva.
Quasi esattamente un secolo fa, il 28 gennaio 1926, il Times di Londra annunciava a pagina 9 la presentazione del cosiddetto “televisore” (televisor in originale) alla comunità scientifica.
“Alcuni membri della Royal Institution e altre persone che hanno visitato un laboratorio situato in una stanza ai piani alti di Frith Street, a Soho, hanno assistito a una dimostrazione dell’apparecchio inventato dal signor J.L. Baird, il quale sostiene di aver risolto il problema della televisione. È stata loro mostrata una macchina trasmittente, costituita da un grande disco rotante in legno contenente delle lenti, dietro il quale si trovavano un otturatore rotante e una cellula fotosensibile. È stato spiegato che grazie all’otturatore e al disco con le lenti era possibile far passare ad alta velocità davanti alla cellula fotosensibile l’immagine di oggetti o persone poste davanti alla macchina. La corrente nella cellula varia in proporzione alla luce che la colpisce e questa corrente variabile viene trasmessa a un ricevitore, dove comanda una luce situata dietro un dispositivo ottico simile a quello posto all’estremità trasmittente. In questo modo, un punto luminoso percorre uno schermo di vetro smerigliato. La luce è fioca nelle ombre e brillante nelle zone luminose e percorre lo schermo così rapidamente che l’immagine intera appare simultaneamente all’occhio.”
“Ai fini della dimostrazione, la testa di un pupazzo da ventriloquo è stata manipolata come immagine da trasmettere, sebbene sia stato riprodotto anche il volto umano. Prima su un ricevitore nella stessa stanza del trasmettitore e poi su un ricevitore portatile in un’altra stanza, ai visitatori è stata mostrata una ricezione riconoscibile dei movimenti della testa del pupazzo e di una persona che parlava. L’immagine trasmessa era fioca e spesso sfocata, ma ha confermato l’affermazione secondo la quale attraverso il “Televisor”, come il signor Baird ha chiamato il suo apparecchio, è possibile trasmettere e riprodurre istantaneamente i dettagli del movimento e aspetti quali l’espressività del volto.”
“Resta da vedere fino a che punto gli ulteriori sviluppi porteranno il sistema del signor Baird verso un uso pratico. Egli ha a quanto pare superato i precedenti insuccessi nella costruzione di celle fotosensibili in grado di funzionare alla grande velocità richiesta, e ora che ha ottenuto il sostegno finanziario per il suo lavoro sarà in grado di migliorare e perfezionare il suo apparecchio. È stata presentata una richiesta al Ministro delle Poste per ottenere una licenza di trasmissione sperimentale e a breve potrebbero essere effettuate delle prove con il sistema da un edificio in St. Martin’s Lane.”
Nel 1980 il programma britannico Tomorrow’s World ricostruì una versione funzionante del televisore di Baird, un capolavoro di tecnologia steampunk.
Trascrivo il testo del servizio (più avanti trovate la mia traduzione):
About 50 years ago, a new gadget came on the market, the repercussions of which have affected almost everybody. Happily though, those of us who now work in the industry it helped to found no longer have to go through all this rigmarole every time we go to work. That gadget was a television set, and half a century ago it demanded that those who appeared on it got properly made up. And that meant blue lips and lots of white face powder.
One of the pioneers of television was a Scotsman, John Logie Baird, and back in the 20s, using rather crude apparatus, he succeeded in transmitting pictures over short distances. By 1930, “televisors”, as they were called, were on sale to the general public for about £26.
The picture was actually viewed down here, through a magnifying glass; and behind it, a screen about the size of a matchbox.
Next week, London Science Museum will open an exhibition covering 50 years of television and broadcasting. And we thought it appropriate for Tomorrow’s World to remember the Scotsman who made it all possible, by trying to transmit for the first time in 45 years a Baird-type television picture. And we’re going to do it on a lovingly recreated Baird system.
Now, his picture quality wasn’t very good by today’s standards, which is why I’m wearing all this makeup. Baird’s picture was made up of 30 lines scanned vertically. And he did this with a beam of light and a rotating drum of mirrors, 30 mirrors in all. The performer sits in front of the mirrors, with the light beam scanning him. Two photocells then pick up the reflected light from his face and the signals are fed down a series of cables to a transmitter and on to the receiver, which contains a neon bulb.
Just in front is a metal disc, a spinning disc, and in it are thirty tiny holes, too small to see as it goes round. But as it spins, it should be possible to see the image of the performer looking through these holes, just level with a neon tube.
Incidentally, early television pictures were not black and white at all. They were pink, because of the color of the neon light. And what’s more, they’re so dim that our studio cameras are just not sensitive enough to do the job for us.
So, by way of contrast, perhaps, we’re using a piece of tomorrow’s world to look at the Baird image. It’s a new surveillance camera so sensitive that it can almost see in the dark.
So, that’s the setup. Let’s now try and make a television picture in the way they did it in the late 20s and early 30s. And I must say, first of all, it is the most peculiar experience sitting here with a light scanning your face 30 times a second. I suspect anybody suffering from epilepsy wouldn’t be able to tolerate this for very long.
Now, we have to do this in almost total darkness because the cells are extremely sensitive. So, let’s put all the studio lights out, switch on the Baird system, and up it comes. I center myself in the screen. Perhaps for the first time in 45 years, over the air, a picture of a television performer, yes, it’s me, on the Baird system.
And if you would like to know what it felt like to be a television star of the early 30s, well, you can try this for yourself if you visit the science museum in South Kensington when the exhibition opens. But I think you’ll have to bring your own dicky bow if you want to do the job properly. So, there it is. A little bit of history recreated on Tomorrow’s World. And until next week, from all of us in the studio, good night.
Traduzione:
Circa 50 anni fa fu introdotto sul mercato un nuovo dispositivo, le cui ripercussioni hanno influenzato quasi tutti. Fortunatamente, quelli di noi che ora lavorano nel settore che ha contribuito a fondare non devono più affrontare tutte queste complicazioni ogni volta che si recano al lavoro. Quel dispositivo era un televisore, e mezzo secolo fa richiedeva che coloro che apparivano sullo schermo fossero adeguatamente truccati. Questo voleva dire labbra blu e una notevole quantità di cipria bianca.
Uno dei pionieri della televisione fu uno scozzese, John Logie Baird, che negli anni 20 del Novecento, utilizzando apparecchiature piuttosto rudimentali, riuscì a trasmettere immagini su brevi distanze. Già nel 1930 i “televisori”, come venivano chiamati, erano in vendita al pubblico a circa 26 sterline.
L’immagine veniva in realtà visualizzata qui sotto, attraverso una lente d’ingrandimento, e dietro di essa c’era uno schermo delle dimensioni di una scatola di fiammiferi.
La prossima settimana, il Museo della Scienza di Londra inaugurerà una mostra che ripercorre 50 anni di televisione e trasmissioni televisive. Abbiamo ritenuto opportuno che Tomorrow’s World ricordasse lo scozzese che rese possibile tutto questo cercando di trasmettere per la prima volta in 45 anni un’immagine televisiva di tipo Baird. Lo faremo utilizzando un sistema Baird ricreato con cura.
La qualità dell’immagine non era molto buona per gli standard odierni, ed è per questo indosso tutto questo trucco. L’immagine di Baird era composta da 30 linee scansionate verticalmente. Lo faceva utilizzando un raggio di luce e un tamburo rotante dotato di specchi, 30 specchi in tutto. L’artista si siede davanti agli specchi, con il raggio di luce che lo scansiona. Due fotocellule captano la luce riflessa dal suo viso e i segnali vengono trasmessi attraverso una serie di cavi a un trasmettitore e poi al ricevitore, che contiene una lampada al neon.
Proprio davanti c’è un disco di metallo, un disco rotante, e al suo interno ci sono trenta piccoli fori, troppo piccoli per essere visti mentre gira. Tuttavia, mentre gira, dovrebbe essere possibile vedere l’immagine dell’artista guardando attraverso questi fori, proprio all’altezza di un tubo al neon.
Fra l’altro, le prime immagini televisive non erano affatto in bianco e nero. Erano rosa, a causa del colore della lampada al neon. Inoltre sono così fioche che le nostre telecamere da studio non sono abbastanza sensibili per svolgere il loro compito.
Quindi, per contrasto forse, stiamo utilizzando un pezzo del mondo di domani per guardare l’immagine di Baird. Si tratta di una nuova telecamera di sorveglianza così sensibile da poter quasi vedere al buio.
Quindi questa è la configurazione. Proviamo ora a realizzare un’immagine televisiva come si faceva alla fine degli anni ’20 e all’inizio degli anni ’30. Devo dire, prima di tutto, che è un’esperienza molto particolare stare seduti qui con una luce che ti illumina il viso 30 volte al secondo. Immagino che chi soffre di epilessia non riuscirebbe a tollerarlo a lungo.
Dobbiamo farlo quasi nel buio totale perché le fotocellule sono estremamente sensibili. Quindi, spegniamo tutte le luci dello studio, accendiamo il sistema Baird ed ecco che appare. Mi metto al centro dello schermo. Forse per la prima volta in 45 anni, in onda, l’immagine di un personaggio televisivo, sì, sono io, sul sistema Baird.
E se volete sapere come ci si sentiva ad essere una star televisiva dei primi anni ’30, beh, potete provarlo voi stessi visitando il museo della scienza a South Kensington quando aprirà la mostra. Tuttavia, credo che dovrete portarvi un vostro papillon se volete fare le cose per bene. Ecco qua. Un po’ di storia ricreata a Tomorrow’s World. E fino alla prossima settimana, da tutti noi in studio, buona sera.
Mio figlio Simone sta digitalizzando foto e video di famiglia da supporti analogici e sta cercando un videoregistratore VHS con TBC (Time Base Corrector) integrato, uscita S-Video, compatibile con PAL e NTSC, in grado di riprodurre SP/LP/EP. Valuterebbe anche modelli S-VHS, ma finora non ha trovato nulla di interessante in giro. Così mi ha chiesto di chiedere a voi: chi può risolvere la questione meglio di un gruppo di appassionati di tecnologia?
Se avete idee, consigli o suggerimenti o bisogno di chiarimenti, lasciate un commento: Simone li leggerà e risponderà.
Questo è il testo della puntata del 27 ottobre 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.
Se avete gatti, sapete benissimo quanto sia irresistibile per loro la tastiera del vostro computer. La maggior parte delle volte, la pressione delle loro zampe sui tasti produce semplicemente una sequenza di caratteri senza senso, che si cancella facilmente da una mail o da un documento. Ma a volte la combinazione di tasti premuta è una di quelle che cambia un’impostazione di base del computer, cancella file o azzera i settaggi di un server.
Con tutte le innovazioni tecnologiche che ci sono, come mai le tastiere dei computer non sono dotate di un sistema incorporato che le protegga dalle digitazioni feline? Un uomo ha deciso di rimediare. Quell’uomo si chiama Chris Niswander, e questa è la storia della sua soluzione, che esiste da 25 anni, è stata insignita di un premio, ma rimane ignorata dalla maggior parte dei possessori di gatti.
Benvenuti! Questa è la puntata del 27 ottobre 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.
[SIGLA di apertura]
Gli zampettamenti inattesi dei gatti sulle tastiere dei computer sono una nota fonte di incidenti informatici. A chiunque abbia un felino sarà capitato di trovare una lunga sequenza di caratteri privi di senso in coda a un documento o a un messaggio. Ad alcuni, particolarmente sfortunati, sarà capitato di trovarsi cancellato un file. In casi estremi, l’interazione gatto-tastiera può portare a disservizi molto gravi, come il blackout informatico che a settembre del 2023 ha colpito i computer del Veterans Affairs Medical Center di Kansas City, città che nonostante il nome si trova nello stato americano del Missouri. Un tecnico stava esaminando la configurazione di un gruppo di server quando il suo gatto è saltato sulla tastiera e ha cancellato quella configurazione, portando al fermo dei sistemi informatici del centro medico per ben quattro ore [The Register].
Online si trovano innumerevoli segnalazioni di disastri informatici causati da gatti che camminano su tastiere, come per esempio la perdita irrimediabile di ben 14.000 campioni musicali capitata nel 2021 a un utente di Reddit: il gatto ha premuto il tasto di cancellazione e il computer ha calcolato che l’insieme dei file cancellati era troppo grande per metterlo temporaneamente nel Cestino e quindi lo ha cancellato permanentemente dal disco rigido. È per questo che si dovrebbero fare i backup, ma questa è un’altra storia.
Eppure la soluzione esiste, e risale addirittura a 25 anni fa. L’ha creata nel 1999 Chris Niswander, un informatico di Tucson, in Arizona, dopo che Amos, il gatto di sua sorella, ha camminato sulla tastiera del suo computer ed è riuscito a disinstallare del software, cancellare dei file cruciali e mandare in crash il computer in questione. Questa prodezza involontaria gli era riuscita probabilmente perché le sue zampe avevano premuto delle combinazioni di tasti che corrispondevano a scorciatoie a tastiera, che possono eseguire comandi estremamente potenti e profondi.
Da buon informatico, Niswander ha deciso di studiare il problema e trovare una soluzione software per distinguere le digitazioni umane da quelle feline. Così ha costruito delle sagome di cartone a forma di zampa di gatto e le ha usate per simulare la camminata di un felino su una tastiera.
Questo metodo, rudimentale ma efficace, gli ha permesso di notare che siccome le zampe dei gatti sono quasi sempre più grandi delle dimensioni di un singolo tasto, una zampettata di gatto tendeva a interessare più di un tasto per volta, diversamente dalle digitazioni degli esseri umani. Così ha compilato un enorme elenco di combinazioni di tasti fisicamente adiacenti che potevano essere premuti da una singola zampa di gatto e l’ha filtrato per conservare soltanto le combinazioni che eseguivano comandi.
Fatto questo, ha osservato il comportamento dei gatti sulle tastiere e ha notato che quando un felino appoggia la zampa, il suo peso e il momento del suo moto applicano forze intense ai tasti, e gli angoli e le posizioni dei cuscinetti di ciascuna zampa seguono dinamiche complesse, producendo pressioni differenti sui vari tasti e creando, scrive Niswander, “uno stile riconoscibile di digitazione che include schemi temporali insoliti.”
Armato di queste conoscenze, ha scritto del software capace di rilevare quello stile e di discriminarlo rispetto a quello umano, bloccando la tastiera, e lo ha chiamato Pawsense (rilevamento di zampa). Questo programma è tuttora disponibile per le principali versioni di Windows fino alla 10 compresa. Purtroppo non esiste una versione per Mac o Linux e il suo sviluppo si è interrotto nel 2020.
Se Pawsense vi interessa, è acquistabile presso Bitboost.com per una ventina di dollari. Funziona così: il software si carica automaticamente a ogni avvio del computer e sorveglia l’attività della tastiera. Quando rileva l’azione di un gatto, cosa che riesce a fare di solito nel giro di un paio di zampettate, fa comparire sullo schermo una finestra che blocca la tastiera e mostra un avviso di rilevamento.
La finestra di Pawsense.
Per sbloccare la tastiera bisogna cliccare su un apposito pulsante visualizzato sullo schermo oppure digitare la parola inglese human. Due cose che, si presume, un gatto non è capace di fare.
Pawsense usa inoltre gli altoparlanti del computer per emettere un suono irritante…
[CLIP: audio dei suoni irritanti in questione]
…che in teoria, per associazione, dovrebbe far passare al gatto la voglia di passeggiare sulla tastiera.
L’applicazione è altamente configurabile e permette di scegliere suoni irritanti personalizzati, di regolare la sensibilità del rilevamento e di ignorare alcune particolari combinazioni di tasti.
Chris Niswander ha ricevuto molte mail di gattofili di tutto il mondo che gli hanno confermato che il suo software funziona: non solo impedisce danni, ma addestra i gatti a non passare sulla tastiera. L’autore del software dice di aver guadagnato dalla sua creazione una cifra che definisce “sufficiente per giustificare lo sforzo di crearla”, e per vent’anni ha fatto manutenzione e aggiornamenti.
A marzo del 2000 la sua creazione fu testata e segnalata dalla prestigiosa rivista Scientific American, che ne confermò l’efficacia, notando che addestrava non solo i gatti ma anche gli umani, visto che nei test una digitazione maldestra del recensore umano aveva attivato il blocco della tastiera e quindi lo aveva indotto a diventare più preciso nella pressione dei tasti.
Ma insieme al riconoscimento da parte della rivista scientifica arrivò anche, nello stesso anno, un premio Ig Nobel, che ha portato con sé molta derisione. Per chi non li conoscesse, i premi Ig Nobel sono dei riconoscimenti satirici, delle parodie dei premi Nobel, che la rivista scientifico-umoristica Annals of Improbable Research presenta ogni anno dal 1991 ai ricercatori che si sono distinti per una scoperta o una ricerca scientifica particolarmente ridicola o inutile: cose come la scoperta che la presenza di persone crea eccitazione sessuale negli struzzi o lo standard governativo britannico per la corretta preparazione di una tazza di tè (sei pagine).
Fra gli insigniti figurano anche dei veri premi Nobel, come Andre Geim, che nel 2000 vinse un Ig Nobel per la fisica per aver usato dei magneti per far levitare una rana e dieci anni più tardi vinse un Nobel per la fisica per una ricerca su un altro argomento (le proprietà elettromagnetiche del grafene). I premi Ig Nobel vengono presentati in una cerimonia che si svolge presso il prestigiosissimo MIT e vengono consegnati quasi sempre da persone che hanno ricevuto dei veri premi Nobel.
Niswander è l’unico ad aver ricevuto un Ig Nobel per l’informatica, e questo gli ha procurato molta visibilità nella stampa. Purtroppo, però, molti articoli che segnalano questo conferimento si soffermano solo sulla parte umoristica o ridicola degli Ig Nobel, tralasciando di notare che in realtà l’obiettivo di questi premi è “onorare i risultati che all’inizio fanno ridere la gente, ma poi la fanno pensare.” E così molti pensano che Pawsense, il suo software, sia ridicolo e inutile, una burla fatta per spillare soldi. Ma non è così. L’unico suo limite è che da cinque anni non viene più aggiornato e rischia quindi di non funzionare con le versioni più recenti di Windows.
Ci sono anche altre soluzioni all’annoso problema dei gatti sulle tastiere. Ci sono software come CatLock, che è un progettoopen source liberamente scaricabile e, come Pawsense, è disponibile solo per Windows. Ci sono anche soluzioni hardware, come le protezioni trasparenti rialzate per tastiere, sotto le quali l’utente può infilare comodamente le mani per scrivere mentre il gatto è libero di zampettare al di sopra…
… oppure le tastiere supplementari, sulle quali il gatto può camminare quanto vuole perché tanto sono inattive e scollegate.
Fonte: Reddit.
Si può anche predisporre sulla scrivania un cuscino o il coperchio capovolto di una scatola, in modo da creare un’alternativa che attragga il felino maggiormente.
E a proposito di ricerche scientifiche sul comportamento dei gatti, non sembra che ci siano studi approfonditi sulle motivazioni di questa loro abitudine universale. Quel poco che si sa è che è improbabile che zampettare sulla tastiera sia un comportamento imitativo, anche se le ricerche dimostrano che i gatti sono in grado di mappare il loro corpo su quello umano per ripetere delle azioni, come per esempio toccare un oggetto con la testa o con un arto specifico.
È inoltre improbabile che i gatti siano attratti dal calore, anche se molti laptop di oggi effettivamente scaldano parecchio, perché in casa di solito ci sono anche altre fonti di calore molto più intense.
La spiegazione più plausibile, secondo gli esperti, è che i felini siano richiamati dall’odore, per noi impercettibile, che la loro persona di riferimento lascia sulla tastiera attraverso la traspirazione dei polpastrelli, e la loro natura li spinge a depositare il loro odore per sostituire quello umano e comunicare in sostanza che quel territorio e quella persona sono sotto il loro dominio.
E quindi, come sa ogni persona che convive con un gatto, non resta che accettare questa adorabile sottomissione e abituarsi a salvare e a bloccare la tastiera prima di allontanarsi dal computer. Per il Mac basta digitare Control-Comando-Q; per Windows basta premere insieme il tasto Windows e la lettera L.
Come avevo raccontato in un articolo del 2021, tanti anni fa, in una galassia lontana lontana, avevo una ventina d’anni e facevo il DJ nelle radio private della zona di Pavia, dove abitavo, e producevo anche un programma musicale in inglese per un’emittente “pirata” olandese in onde medie e onde corte, World Music Radio. In Italia conducevo i programmi con il mio nome e cognome, mentre per World Music Radio avevo adottato il nom de microphone John Sinclair.
Andrea, amico di lunghissima data, appassionato di radio, è l’erede dell’archivio programmi di WMR e gestore dell’incarnazione attuale di questa stazione, WMR Classic, che ritrasmette i programmi storici dei suoi conduttori. Per il mio compleanno, il 28 settembre, ha previsto insieme all’amico e collega Adriano un palinsesto speciale:
dalle 9:00 alle 11:00 – Speciale John Sinclair
dalle 12:00 alle 22:20 circa – Speciale John Sinclair
Andrea ha pazientissimamente restaurato tutti i programmi, ripulendo l’audio originale e sostituendo i brani musicali (fortemente compressi e distorti dai riversamenti analogici che si facevano a quei tempi) con le loro versioni digitalizzate. Il risultato è davvero notevole e molto ascoltabile, soprattutto se vi piace la musica degli anni Ottanta.
Se vi va, potete seguire lo speciale in onde medie sui 927 kHz (1 kW) da Milano, con copertura Nord Italia e parte del Canton Ticino, oppure in streaming:
Buon ascolto e buon divertimento, per citare il compianto Leonardo “Leopardo” Re Cecconi di Radio Milano International, e grazie ad Andrea e Adriano per questo regalo molto speciale!
Una foto dell’epoca in cui trasmettevo a Pavia Radio City. All’epoca ti accontentavi di due giradischi, due lettori di audiocassette, un microfono e un mixer. Sì, avevo i capelli lunghi e ricci.
25 settembre, ore 17-18.30 al Campus Est USI-SUPSI (Sala Polivalente), Lugano Viganello: Commodore, Sinclair, Atari – i computer che si collegavano alla TV. Entrata libera ma gradita la prenotazione al seguente link: https://form-dti.app.supsi.ch/form/view.php?id=585583. Nell’incontro si parlerà dell’impatto che l’Home computing ha avuto sul successivo sviluppo dell’informatica, stimolando la creazione di programmi, videogiochi e le prime forme di arte digitale. Interverranno: Sandro Pedrazzini, Sergio Gervasini, Fabio Guido Massa e Stefania Calcagno.
27 settembre-19 ottobre alla Villa Santa Lucia, via Santa Lucia 22, Melano (zona Lido): Mostra CTRL+Cinema: storia dei computer dentro e fuori lo schermo. La mostra non è solo un’esposizione di computer vintage, ma è un portale verso il futuro che immaginavamo. Ingresso gratuito. Orari e dettagli al link: www.esocop.org/ctrlcinema.
Questo articolo è stato migrato al nuovo blog Attivissimo.me. Eventuali aggiornamenti saranno pubblicati lì. Ultimo aggiornamento: 2024/07/01 16:30.
È disponibile subito il podcast di oggi de Il Disinformatico
della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto:
lo trovate qui sul sito della RSI
(si apre in una finestra/scheda separata) e lo potete scaricare qui.
Buon ascolto, e se vi interessano il testo di accompagnamento e i link alle
fonti di questa puntata, sono qui sotto.
Questa è l’ultima puntata prima della pausa estiva: il podcast tornerà il 19
luglio.
—
Gli appassionati di archeologia misteriosa li chiamano OOPART: sono gli oggetti
fuori posto, o meglio fuori tempo. Manufatti che si suppone non potessero
esistere nell’epoca a cui vengono datati e la cui esistenza costituirebbe un
anacronismo. Immaginate di trovare una lavastoviglie o uno schema di sudoku
dentro una tomba egizia mai aperta prima: sarebbe un OOPART. In realtà i
presunti OOPART segnalati finora hanno tutti spiegazioni normali ma comunque
affascinanti.
In informatica, invece, esiste uno di questi OOPART davvero difficile da
spiegare. Questo oggetto apparentemente fuori dal tempo è un monitor gigante
per computer, a colori, ultrapiatto, ad altissima risoluzione, che misura ben
tre metri per sette ed è perfettamente visibile in piena luce. Prestazioni del
genere oggi sono notevoli, ma si tratta di un manufatto che risale a sessant’anni fa, quando i monitor erano fatti con i tubi catodici,
pesantissimi e ingombrantissimi.
La cosa buffa è che questo anacronismo extra large è sotto gli occhi di
tutti, ma oggi nessuno ci fa caso. È il monitor gigante che si vede sempre nei
documentari e nei film dedicati alle missioni spaziali: il mitico megaschermo
del Controllo Missione.
13 aprile 1970. Il Controllo Missione durante una diretta TV trasmessa dal
veicolo spaziale Apollo 13. A sinistra si vede lo schermo gigante a
colori in alta risoluzione. A destra, la videoproiezione Eidophor a colori (NASA).
Come è possibile che la NASA avesse già, sei decenni fa, una tecnologia che
sarebbe arrivata quasi trent’anni più tardi? Tranquilli, gli alieni non
c’entrano, ma se chiedete anche ai tecnici del settore e agli informatici come
potesse esistere un oggetto del genere a metà degli anni Sessanta,
probabilmente non sanno come rispondere.
Questa è la strana storia di questo oggetto a prima vista impossibile e di una
serie di tecnologie folli e oggi dimenticate, a base di olio viscoso, dischi
rotanti e puntine di diamante, nelle quali c’è di mezzo un notevole pizzico di
Svizzera. Se il nome Fritz Fischer e la parola Eidophor non vi dicono
nulla, state per scoprire una pagina di storia della tecnologia che non è solo
un momento nerd ma è anche una bella lezione di come l’ingegno umano sa
trovare soluzioni geniali a problemi in apparenza irrisolvibili.
Benvenuti alla puntata del 28 giugno 2024 del Disinformatico, il
podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie
strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.
[SIGLA di apertura]
Un oggetto impossibile
Se siete fra i tanti che in questo periodo stanno acquistando un televisore
ultrapiatto gigante in alta definizione, forse vi ricordate di quando lo
schermo televisivo più grande al quale si potesse ambire a livello domestico
era un 32 pollici, ossia uno schermo che misurava in diagonale circa 80
centimetri, ed era costituito da un ingombrantissimo, costosissimo e
pesantissimo tubo catodico, racchiuso in un mobile squadrato e profondo che
troneggiava nella stanza.* Sì, c’erano anche i videoproiettori, ma
quelli erano ancora più costosi e ingombranti. Magari avete notato questi
strani scatoloni nei film di qualche decennio fa. Oggi, invece, è normale
avere schermi ultrapiatti, con una diagonale tre volte maggiore,
che sono così sottili che si appoggiano contro una parete.
* Nel 1989 la Sony presentò in Giappone il televisore a tubo catodico
Trinitron più grande mai realizzato, il KV-45ED1 o PVM-4300 (43 pollici, 225
kg, 40.000 dollari in USA).
Eppure alla NASA, a metà degli anni Sessanta, su una parete del Controllo
Missione che gestiva i lanci spaziali verso la Luna, c’erano non uno ma ben cinque megaschermi perfettamente piatti, nitidissimi, con colori
brillanti, visibili nonostante le luci accese in sala. Il più grande di questi
schermi misurava appunto tre metri di altezza per sette di larghezza. La
risoluzione di questi monitor era talmente elevata che si leggevano anche i
caratteri più piccoli delle schermate tecniche e dei grafici che permettevano
agli addetti di seguire in dettaglio le varie fasi dei voli spaziali.
Per fare un paragone, maxischermi come il Jumbotron di Sony o i
Diamond Vision di Mitsubishi arriveranno e cominceranno a essere installati
negli stadi e negli spazi pubblicitari solo negli anni Ottanta,* e comunque
non avranno la nitidezza di questi monitor spaziali della NASA.** Certo, al
cinema c’erano dimensioni e nitidezze notevoli e anche superiori, soprattutto
con i grandi formati come il 70 mm, ma si trattava di proiezioni di pellicole
preregistrate, mentre qui bisognava mostrare immagini e grafici in tempo
reale. I primi monitor piatti, con schermi al plasma, risalgono anch’essi agli
anni Ottanta ed erano installati nei computer portatili di punta dell’epoca,
ma non raggiungevano certo dimensioni da misurare in metri e in ogni caso
erano monocromatici.
* Sony è famosa per il suo Jumbotron, ma fu battuta sul tempo dalla
Mitsubishi Electric, i cui megaschermi Diamond Vision furono prodotti
per la prima volta nel 1980. Il primo esemplare, basato su CRT (tubi catodici) compatti a tre colori (rosso, blu e verde) fu installato a luglio dello stesso anno al Dodger Stadium di
Los Angeles e misurava 8,7m x 5,8 m (Mitsubishi Electric).
** Un Jumbotron da 10 metri aveva una risoluzione di soli 240 x 192
pixel.
I primi schermi piatti a colori arriveranno addirittura trent’anni dopo quelli
della NASA, nel 1992, e saranno ancora a bassa risoluzione. Il primo
televisore a schermo piatto commercialmente disponibile sarà il Philips
42PW9962 (un nome facilissimo da ricordare), classe 1995, che misurerà 107
centimetri di diagonale e avrà una risoluzione modestissima, 852 x 480 pixel,
che oggi farebbe imbarazzare un citofono. Costerà ben 15.000 dollari
dell’epoca. Oggi dimensioni diagonali di 98 pollici (cioè due metri e mezzo) e
risoluzioni dai 4K in su (ossia 3840 x 2160 pixel) sono commercialmente
disponibili a prezzi ben più bassi.
Insomma, quella tecnologia usata dall’ente spaziale statunitense sembra
davvero fuori dal tempo, anacronistica, impossibile. Però esisteva, e le foto
e i filmati di quegli anni mostrano questi schermi all’opera, con colori
freschissimi e dettagli straordinariamente nitidi, nella sala ben illuminata
del Controllo Missione.
Per capire come funzionavano bisogna fare un salto a Zurigo.
Eidophor, il videoproiettore a olio
Per proiettare immagini televisive, quindi in tempo reale, su uno schermo di
grandi dimensioni, negli anni Sessanta del secolo scorso esisteva una sola
tecnologia: andava sotto il nome di Eidophor
ed era un proiettore speciale, realizzato dalla Gretag AG di Regensdorf.
Era questo apparecchio che mostrava le immagini che arrivavano dallo spazio e
dalla Luna ai tecnici del Controllo Missione di Houston, e si trattava di un
marchingegno davvero particolare, concepito dall’ingegner Fritz Fischer,
docente e ricercatore presso il Politecnico di Zurigo, dove lo aveva
sviluppato addirittura nel 1939 [brevetto US 2,391,451], presentando il
primo esemplare sperimentale nel 1943. Se ve lo state chiedendo, il nome Eidophor deriva da parole greche che significano grosso modo “portatore
di immagini”.
Questo proiettore usava un sistema ottico simile a quello di un proiettore per
pellicola, ma al posto della pellicola c‘era un disco riflettente che girava
lentamente su se stesso. Questo disco era ricoperto da un velo di olio
trasparente ad alta viscosità, sul quale un fascio collimato e pilotato di
elettroni depositava delle cariche elettrostatiche che ne deformavano la
superficie.
Uno specchio composto da strisce riflettenti alternate a bande trasparenti
proiettava la luce intensissima di una lampada ad arco su questo velo di olio,
e solo le zone del velo che erano deformate dal fascio di elettroni
riflettevano questa luce verso lo schermo, permettendo di disegnare delle
immagini in movimento.
Schema di funzionamento del velo d’olio e dello specchio a strisce, tratto da Eidophor – der erste Beamer, Ngzh.ch, 2018.
Lo so, sembra una descrizione molto steampunk. E come tanta tecnologia
della cultura steampunk, anche l’Eidophor era grosso, ingombrante e
difficile da gestire. Usarlo richiedeva la presenza di almeno due tecnici e
un’alimentazione elettrica trifase, e se il velo d’olio si contaminava
l’immagine prodotta veniva danneggiata. Però la sua tecnologia completamente
analogica funzionava e permetteva di mostrare immagini televisive in diretta,
inizialmente in bianco e nero e poi a colori, su schermi larghi fino a 18
metri.
Nel 1953 l’Eidophor fu presentato negli Stati Uniti in un prestigioso cinema
di New York, su iniziativa della casa cinematografica 20th Century Fox, che
sperava di installarne degli esemplari in centinaia di sale per mostrare
eventi sportivi o spettacoli in diretta, ma non se ne fece nulla, perché
l’ente statunitense di regolamentazione delle trasmissioni non concesse le
frequenze televisive necessarie per la diffusione.
Negli anni Sessanta le emittenti televisive di tutto il mondo cominciarono a
usare questi Eidophor come sfondi per i loro programmi, specialmente nei
telegiornali e per le cronache degli eventi sportivi. Fra i clienti di questa
invenzione svizzera ci furono anche il Pentagono, per applicazioni militari, e
appunto la NASA, che ne installò ben trentaquattro esemplari nella propria
sede centrale per mostrare le immagini dei primi passi di esseri umani sulla
Luna a luglio del 1969.
Un Eidophor EP 6 chiuso e aperto. Era alto 1,97 metri, largo 1,45 e profondo 1,05 (Nationalmuseum.ch).
Gli Eidophor della NASA furono modificati in modo da avere una risoluzione
quasi doppia rispetto allo standard televisivo normale, 945 linee orizzontali
invece delle 525 standard, rendendo così leggibili anche i caratteri più
piccoli delle schermate di dati. In pratica la NASA aveva dei megaschermi HD
negli anni Sessanta grazie a questa tecnologia svizzera, che fra l’altro
piacque anche ai rivali sovietici, che installarono degli Eidophor anche nel
loro centro di lancio spaziale.
Ma per lo schermo gigante centrale della NASA neppure l’Eidophor era
all’altezza dei requisiti. Per quelle immagini ultranitide a colori era
necessario ricorrere ai diamanti e alla Bat-Caverna.
Diamanti e Bat-Caverne
Anche in questo caso la tecnologia analogica fece acrobazie notevolissime. Lo
schermo usava una batteria di ben sette proiettori, alloggiati in una enorme
sala completamente dipinta di nero e battezzata “Bat-Caverna” dai tecnici che
ci lavoravano.
Schema del sistema di proiezione, che mostra i grandi specchi usati per
deviare i fasci di luce dei proiettori e ridurre così le dimensioni della sala
tecnica.
Questi proiettori usavano lampade allo xeno, la cui luce potentissima illuminava delle diapositive e le proiettava su
grandi lastre di vetro semitrasparente, che costituivano gli schermi veri e
propri. Ma il calore di queste lampade avrebbe fuso o sbiadito in fretta
qualunque normale diapositiva su pellicola, e i grafici dovevano invece
restare sullo schermo per ore.
Così i tecnici si inventarono delle diapositive molto speciali, composte da
lastrine di vetro ricoperte da un sottilissimo strato opaco di metallo. Su
queste diapositive si disegnavano in anticipo le immagini da mostrare,
incidendole direttamente nel metallo, un po’ come si fa per i circuiti
stampati. Il metallo rimosso lasciava passare la luce, e poi dei filtri
colorati permettevano di tingere la luce proiettata sullo schermo.
Questo permetteva di avere grafici e immagini di grandissima nitidezza, ben
oltre qualunque risoluzione di monitor dell’epoca, e risolveva il problema
delle immagini statiche, per esempio quella del globo terrestre o di un
grafico di traiettoria o dei consumi di bordo del veicolo spaziale. Ma non
risolveva il problema di aggiornare quei grafici con i dati di
telemetria che provenivano dallo spazio e dai centri di calcolo della NASA.
Dettaglio di una porzione del megaschermo principale del Controllo Missione.
La soluzione ingegnosa, anche in questo caso fortemente analogica, fu montare
alcuni di questi sette proiettori su un supporto che permetteva di orientarli.
Questi proiettori avevano delle diapositive metalliche nelle quali c’era
incisa la sagoma dei vari veicoli spaziali da seguire, e il loro puntamento
era comandato dai dati che arrivavano dal centro di calcolo della NASA [l’adiacente Real-Time Computer Complex, descritto in italiano qui da Tranquility Base], pieno di grandi computer IBM 360, che elaboravano i dati trasmessi dal
veicolo spaziale. In pratica, invece di aggiornare l’intera immagine come si
fa con i normali monitor, veniva semplicemente spostata la diapositiva che
raffigurava il veicolo e lo sfondo restava fisso.
Ma i grafici e le traiettorie andavano disegnati e aggiornati man mano, e
quindi questo trucco di spostare la sagomina, per così dire, non bastava. Così
la NASA adottò un trucco ancora più elegante: una testina di diamante, simile
alle puntine dei giradischi, comandata da dei servomotori sugli assi X e Y, incideva la diapositiva, rimuovendo lo strato metallico opaco e facendo
passare la luce del proiettore attraverso la zona incisa.
Sì, le immagini venivano letteralmente incise, formando simpatici
truciolini metallici, spazzati via da delle potenti ventole. Quindi quando
vedete nei documentari di quel periodo che il tracciato grafico della
traiettoria di un veicolo spaziale si aggiorna, è perché la diapositiva veniva grattata. Semplice ed efficace, anche se
ovviamente non era possibile rifare e correggere.
Sono tutte tecniche in apparenza semplici, una volta che qualcuno le ha
escogitate, ma soprattutto sono tecniche che rivelano una lezione troppo
spesso dimenticata nell’informatica di oggi: invece di usare potenza di
calcolo a dismisura e risolvere tutto con il software per forza bruta,
conviene esaminare bene il problema e capire prima di tutto quali sono i
requisiti effettivi del progetto.
Nel caso della NASA, quei monitor dovevano mostrare in altissima risoluzione
solo immagini statiche
con pochi elementi in movimento, per cui non era necessario un approccio
“televisivo”, nel quale l’immagine intera viene aggiornata continuamente. Per
le immagini televisive vere e proprie c’era l’Eidophor; per tutto il resto
bastavano diapositive metalliche e una puntina di diamante che le grattasse.
Sarebbe bello vedere applicare questi principi, per esempio, all’intelligenza
artificiale. Il modello di oggi delle IA è forza bruta, con impatti energetici
enormi. Ma ci sono soluzioni più eleganti ed efficienti. Per esempio, se si
tratta di fare riconoscimento di immagini di telecamere di sorveglianza, non
ha senso fare come si fa oggi, ossia mandare le immagini a un centro di
calcolo remoto e poi farle analizzare lì da un’intelligenza artificiale
generalista; conviene invece fare l’analisi sul posto, a bordo della
telecamera, con una IA fatta su misura, che consuma infinitamente meno e
rispetta molto di più la privacy.
Ma per ora, purtroppo, si preferisce la forza bruta.
Questo è il testo della puntata del 3 marzo 2025 del podcast Il Disinformatico della Radiotelevisione Svizzera, scritto, montato e condotto dal sottoscritto. Il testo include anche i link alle fonti di questa puntata.
Per un’intera generazione di utenti, questo suono è familiare quanto quello della classica suoneria Nokia: è l’avviso di una chiamata Skype in arrivo. La tecnologia corre così in fretta che è facile dimenticarsi di quanto fu rivoluzionario questo software al suo debutto ben ventidue anni fa. Parlarsi via Internet, e anche vedersi in videochiamata, oggi è assolutamente normale; non lo era nel 2003.
Ma la corsa della tecnologia ha anche un’altra conseguenza: quel suono familiare presto sarà archiviato, perché Microsoft ha deciso, abbastanza di colpo, che Skype non sarà più disponibile a partire dal prossimo 5 maggio.
Questa è la storia di Skype, delle sue origini tutte europee un po’ dimenticate, di come ha contribuito a trasformare le nostre abitudini e di come verrà ingloriosamente archiviato e sostituito: Microsoft ha predisposto un percorso facilitato di migrazione al suo prodotto analogo Teams, ma ci sono anche altre soluzioni alternative.
Benvenuti alla puntata del 3 marzo 2025 del Disinformatico, il podcast della Radiotelevisione Svizzera dedicato alle notizie e alle storie strane dell’informatica. Io sono Paolo Attivissimo.
[SIGLA di apertura]
Siamo nel 2003. È il 29 di agosto. A Stoccolma una ventina di persone si raduna per assistere al debutto online di un software, sviluppato da loro, che consente di fare telefonate via Internet, da un computer a un altro, in qualunque luogo del mondo, e consente di farlo facilmente e soprattutto gratis a prescindere dalla distanza fra i due interlocutori. È una rivoluzione vera e propria, in un’epoca in cui le conversazioni a lunga distanza sono un sostanziale monopolio delle compagnie telefoniche e hanno costi molto elevati e i messaggi vocali di WhatsApp che oggi consideriamo normali o addirittura essenziali sono pura fantascienza. Mancano infatti quattro anni al debutto del primo iPhone (nel 2007) e WhatsApp nemmeno esiste (arriverà nel 2009 e i suoi “vocali” inizieranno nel 2014).
Nel 2003 ci sono già altri software che permettono di trasportare la voce via Internet, ma sono complicati da installare e ancora più complicati da configurare. Questo, invece, si installa in pochi semplici passaggi e non richiede modifiche dei firewall aziendali o altre complessità tipiche dei suoi concorrenti. E così, il primo giorno il software viene scaricato da diecimila persone. Nel giro di un paio di mesi ha già un milione di utenti. Lo stupore di potersi parlare via Internet è ovunque.
Questo software, come avrete intuito, è quello che oggi chiamiamo Skype. Inizialmente, però, il nome previsto era un altro. Era Skyper: un po’ per assonanza con Napster, uno dei software più popolari e controversi di quegli anni, e un po’ come fusione di sky (cielo) e peer, dato che impiega la stessa tecnologia di trasmissione adoperata dai circuiti peer-to-peer per lo scambio di musica e film via Internet. Ma ahimè il dominio Skyper.com è già occupato, e così Skyper perde la R e diventa Skype.
L’assonanza del nome non è l’unico legame di Skype con i circuiti peer-to-peer: i fondatori di Skype sono lo svedese Niklas Zennström e il danese Janus Friis, e il software è stato scritto da un gruppo di programmatori estoni. Sono le stesse persone che due anni prima hanno creato Kazaa, un popolarissimo programma concorrente di Napster, e ora hanno adattato la tecnologia di Kazaa alla telefonia online.
Viste le grane legali che hanno avuto con le case discografiche per colpa di Kazaa, accusato di facilitare la pirateria audiovisiva di massa, Zennström e Friis hanno deciso di integrare immediatamente in Skype la crittografia, in modo che le chiamate fatte via Skype non siano intercettabili. Ovviamente questo fa diventare Skype uno dei software prediletti dai criminali di tutto il mondo oltre che dalle persone comuni che vogliono semplicemente parlare con amici e parenti lontani senza svenarsi.
Altrettanto ovviamente, le compagnie telefoniche non vedono con piacere l’avvento di questo concorrente che li spiazza completamente offrendo gratis il servizio che loro invece fanno pagare, ma legalmente non c’è nulla che possano fare per impedirlo, anche perché Zennström e Friis fanno in modo che Skype, intesa come azienda, non sia classificabile come operatore telefonico, perché non offre chiamate da un numero telefonico a un altro, ma solo da un numero telefonico a un computer oppure da un computer a un numero di telefono.
A settembre del 2005, dopo due anni di crescente successo e di espansione dell’azienda, Skype viene venduta a eBay per due miliardi e 600 milioni di dollari. Il suo software diventa man mano una delle applicazioni fondamentali di Internet, con oltre seicento milioni di utenti registrati e circa 300 milioni di utenti attivi mensili. Ma i giganti del software stanno sviluppando prodotti concorrenti: Google, Microsoft, Yahoo, Facebook, Apple e altri, come Viber, alitano sul collo di Skype, che nel frattempo ha aggiunto le videochiamate.
Una pagina del sito di Skype com’era nel 2011. Fonte: Archive.org.
Nel 2011, Microsoft compra Skype per otto miliardi e mezzo di dollari. È l’acquisto più costoso mai fatto fino a quel punto dal colosso di Redmond. Skype viene integrato nei servizi di Microsoft, tanto da diventare l’app di messaggistica predefinita di Windows 8.1, e viene progressivamente trasformato. Nascono le versioni per Mac, iPhone, iPad, Android, BlackBerry e anche Linux, e arriva anche Skype for Business, che però è in realtà un prodotto completamente distinto che ha in comune con Skype soltanto il nome e l’estetica.
Sembra l’apice del successo, ma in realtà il destino di Skype è già segnato.
L’integrazione di Skype in Windows, infatti, non procede per il meglio, e Microsoft ha già iniziato l’acquisizione e lo sviluppo di quello che oggi tutti conosciamo come Teams per sostituire Skype. Nel 2021 Skype for Business viene chiuso e in Windows 11 c’è Teams al posto di Skype; negli anni successivi, con molta calma, vengono disattivati i servizi di contorno di Skype standard, che è ancora usato giornalmente da quasi quaranta milioni di utenti. I segnali delle intenzioni di Microsoft a lungo termine sono dunque molto chiari. Ma l’annuncio vero e proprio della fine di questa app che ha fatto la storia di Internet arriva in maniera inaspettata, e non è Microsoft a darlo.
Il 28 febbraio scorso, infatti, il sito XDA Developers ha annunciato la scoperta, all’interno della versione di anteprima più recente di Skype per Windows, di una dicitura sibillina ma inequivocabile che avvisa in inglese che “a partire da maggio, Skype non sarà più disponibile. Prosegui le tue chiamate e le tue chat su Teams”. Poche ore dopo è arrivata la conferma ufficiale di Microsoft.
Mentre le fasi precedenti della progressiva eliminazione di Skype erano state annunciate con ampi margini di tempo (per esempio quattro anni per Skype for Business), stavolta quella quarantina di milioni di utenti rimasti ha meno di dieci settimane di tempo per riorganizzarsi e decidere cosa fare.
Dal 5 maggio prossimo Skype non sarà più disponibile, ma chi ha pagato un abbonamento potrà continuare a usarlo fino alla scadenza e chi ha del credito sul proprio conto Skype potrà continuare a sfruttarlo. Prima del 5 maggio, gli utenti di Skype potranno scaricare la versione gratuita di Teams e usare in Teams le proprie credenziali Skype su qualunque dispositivo supportato. Le chat e i contatti di Skype appariranno automaticamente in Teams [video]. Durante la transizione, chi usa Skype potrà chiamare gli utenti Teams e viceversa.
Ma a Teams gratuito mancano alcune delle caratteristiche che rendevano Skype così interessante: in particolare manca la possibilità di fare chiamate verso numeri telefonici e di ricevere chiamate provenienti dalla rete telefonica fissa e cellulare. Si poteva infatti avere un numero telefonico Skype al quale farsi chiamare, cosa che invece Microsoft offre soltanto nella versione a pagamento di Teams.
Se usate Skype e non fate la migrazione a Teams entro il 5 maggio prossimo, Microsoft conserverà comunque i vostri dati di Skype fino alla fine del 2025. Potrete quindi decidere di installare Teams gratuito anche dopo il 5 maggio senza perdere chat e contatti, ma se non agite entro dicembre i vostri dati di Skype verranno cancellati definitivamente.
In alternativa, potete esportare questi dati seguendo le istruzioni di Microsoft (che trovate linkate su Attivissimo.me) in modo da poterli poi importare in un’altra applicazione a vostra scelta, ma al momento mancano strumenti per automatizzare questa importazione.
Se sopportate il disagio di dover reimmettere a mano i vostri contatti e di perdere la vostra cronologia delle chat, le soluzioni alternative a Teams per fare e ricevere chiamate vocali non mancano di certo oggigiorno. Moltissime app social molto diffuse consentono chiamate, spesso anche in video e in gruppo: WhatsApp, Facetime, Instagram, Zoom, Snapchat, Facebook Messenger, Viber, Google Chat, Google Meet, X, Telegram, Discord, giusto per citarne qualcuna, e anche nel fediverso ci sono applicazioni che hanno questa funzione. Il problema è che ciascuno di questi software non parla con gli altri, per cui tocca ogni volta concordare con i propri interlocutori quale app usare. Inoltre di solito manca la possibilità di chiamare numeri di telefono di rete fissa, ma questo oggi è un problema molto meno sentito che in passato, visto che gli smartphone e gli abbonamenti che includono una connessione continua a Internet sono diffusissimi e le chiamate verso numeri fissi sono sempre più rare.
Con la chiusura di Skype si abbassa ulteriormente il sipario su un periodo storico di Internet: Skype è una delle poche applicazioni di grande diffusione che risale ai primi anni duemila, quando la comunicazione online e mobile era ancora tutta da inventare, ed è ancora in uso adesso, ed è stata una di quelle che davano il classico “effetto wow”: non appena la vedevi usare, ne capivi subito l’utilità e il potenziale rivoluzionario. Ed è anche grazie a Skype che le tariffe telefoniche si sono trasformate radicalmente rispetto a vent’anni fa. Concetti come la tariffa interurbana o quella ridotta notturna per le chiamate sono oggi ricordi sbiaditi che cominciano di ammantarsi di immeritata nostalgia.
Ma lo Skype originale, quello pre-Microsoft, aveva anche un altro grande pregio: faceva una sola cosa, e la faceva bene e in modo chiaro e intuitivo. Oggi tutte le app cercano di fare tutto, tipicamente in modo incompatibile fra loro, creando complessità e confusione, e ovviamente non possono fare a meno di incorporare l’onnipresente intelligenza artificiale. Quella che, fra l’altro, Microsoft aveva infilato anche nelle ultime versioni di Skype, e che troverete naturalmente saldamente integrata in Teams, se decidete di adottarlo come sostituto. Buona migrazione.
A proposito di Teams: prima di chiudere, devo fare una rettifica alla puntata del 24 febbraio scorso, quella dedicata a una tecnica di attacco informatico nella quale gli aggressori fingono di essere l’assistenza tecnica di Microsoft che contatta le vittime tramite Teams dal dominio in apparenza rassicurante Onmicrosoft.com.
Nel podcast ho detto erroneamente che questo nome di dominio appartiene ai criminali, ma in realtà è di Microsoft e i criminali si limitano a sfruttare il fatto che Microsoft assegna questo nome di dominio agli utenti Teams che non ne hanno uno proprio o non lo connettono a Microsoft 365.
Il risultato è che i messaggi Teams dei truffatori provengono da un indirizzo di mail che termina con onmicrosoft.com e quindi è facile scambiarli per messaggi dell’assistenza tecnica di Microsoft. Ringrazio i lettori e gli ascoltatori del podcast che hanno notato il mio errore.
Gli amici di Archeologia Informatica (Retrocampus.com) mi hanno dedicato questa bella chiacchierata di retrocomputing in cui ho caoticamente ripercorso alcune delle tappe forse poco note della mia storia informatica.
Notevoli e graditissimi gli inserti video che illustrano le cose di cui parliamo, dai fogliettini di bianchetto per le macchine per scrivere al Commodore PET passando per WordStar, CICS/MVS, l’autoscrittura di software per impaginare e per fare backup predittivo, desktop publishing con WordPerfect 5.1 e Ventura Publisher per GEM, le BBS l’arrivo di Internet… e tanto altro. Buona visione!
Un paio di correzioni al volo (scusate, andavo a memoria e per alcuni episodi sono passati più di quarant’anni):
il mainframe IBM sul quale ho mosso i primi passi era un 43xx, diversamente da quello che dico nell’intervista
il software che scrissi per generare pagine “camera ready” per i libri non era per la stampante ad aghi ma era per la stampante laser GQ-3500 della Epson (non-Postscript), che fu poi sostituita dalla Apple LaserWriter che cito, e il libro impaginato con questa tecnica rocambolesca era effettivamente Modelli matematici e simulazione (1988) del Gruppo Editoriale Jackson.