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La Stampa: un cerchio ha “migliaia di milioni di miliardi di trilioni di gradi” e i pianeti son comete

La Stampa: un cerchio ha “migliaia di milioni di miliardi di trilioni di gradi” e i pianeti son comete

Ultimo aggiornamento: 2020/12/19 15:00.

Secondo questo articolo pubblicato da La Stampa (copia permanente), il cerchio della volta celeste sarebbe composto da “migliaia di milioni di miliardi di trilioni di gradi”.

No, i gradi sono solo 360. Come in tutti i cerchi. E anche ipotizzando misericordiosamente un’iperbole o un tentativo di poesia uscito male, subito dopo arriva la fesseria totale di chiamare “Cometa” (“per riuscire a vedere la Cometa nell’emisfero nord…”) quelli che sono in realtà due pianeti.

Come se non bastasse, La Stampa scrive poi che per vederli serve un telescopio (“…gli osservatori dovranno puntare i loro telescopi”), che è un’altra minchiata colossale. Giove e Saturno si vedono a occhio nudo. Sempre.

E poi c’è la foto, che raffigura una cometa e quindi inganna completamente i lettori sull’aspetto di quello che vedranno. 

A me dispiace che astronomi, astrofili, divulgatori si sbraccino per fare informazione su un evento celeste spettacolare, facilmente osservabile da chiunque senza attrezzature particolari, e poi arrivi un cialtrone incapace e ignorante su un giornale a demolire tutto con una raffica di scempiaggini come questa.

Ma le fake news son colpa di Telegram, eh.

Poi non lamentiamoci se la conoscenza scientifica in Italia latita e se quest’ignoranza porta a decisioni di salute antiscientifiche. Questo tipo di giornalismo di certo non aiuta.

 

2020/12/19 15:00

A quanto pare l’articolo è stato scritto da un’agenzia esterna, che La Stampa usa senza vagliarne i contenuti. Cosa che fanno anche molte altre testate: una ricerca in Google della scempiaggine sui “migliaia di milioni di miliardi di trilioni di gradi” trova Huffington Post Italia (copia permanente), Gazzetta del Sud (copia permanente) e tanti altri.

 

Ringrazio @fquenda per la segnalazione. Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.

La Stampa, Gigi Proietti e il “personaggio del cul”

La Stampa, Gigi Proietti e il “personaggio del cul”

Rileggere? Perché mai? Ed è così che sulle pagine online de La Stampa si arriva a scrivere “personaggio del cul”. Al posto, ovviamente di cult.

Copia permanente e, qui sotto, screenshot integrale fatto di persona da me per gli increduli. Perché c’è anche una perla nella didascalia della foto.

2020/11/11 9:00. Il personaggio del cul è ancora lì.

 

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La Svizzera nega la rianimazione agli anziani malati di Covid? No. Per ora no, e cerca di evitarlo. Ma si prepara al peggio

La Svizzera nega la rianimazione agli anziani malati di Covid? No. Per ora no, e cerca di evitarlo. Ma si prepara al peggio

Pubblicazione iniziale: 2020/10/24 17:57. Ultimo aggiornamento: 2020/11/01 23:30. 

La Stampa ha pubblicato un articolo di Fabio Poletti (copia permanente qui) che cita il protocollo di triage svizzero da adottare in caso di esaurimento delle risorse mediche. L’articolo in sé è corretto, ma il titolista lo ha massacrato con un sensazionalismo acchiappaclic che è decisamente fuori luogo, intitolandolo “La Svizzera sceglie: rianimazione negata agli anziani malati di coronavirus”. Come se già adesso i medici andassero in giro a lasciar morire gli anziani. È falso.

Repubblica, invece, ha scritto che il protocollo sarebbe stato già “attuato”, titolando Se la Svizzera non cura gli anziani (tempo presente, come se stesse già accadendo adesso) e ribadendo nel catenaccio “Attuato un protocollo per le terapie intensive che riguarda gli over 75 in caso di disponibilità limitate”. Nel testo, l’articolo senza firma dice che “anche nella civilissima Svizzera gli anziani vengono messi da parte”. Di nuovo il tempo presente.

L’articolo iniziale de La Stampa è stato ripreso da Il Fatto Quotidiano e ANSA e approfondito (con link alle fonti, come si deve) da Open. Il clamore italiano ha indotto la stampa svizzera ticinese a parlarne (per esempio Ticinonews).

Ne scrivo brevemente perché molti di voi mi hanno segnalato l’articolo sapendo che abito in Svizzera e quindi mi hanno chiesto lumi in proposito.

Il protocollo in questione è questo (a La Stampa o Repubblica non costerebbe nulla linkarlo, ma non lo fa, a differenza di Open) e non è affatto applicato in questo momento. Se Repubblica o La Stampa hanno prove del contrario, che le tirino fuori. 

Questo protocollo fa semplicemente parte di quei piani che ogni governo, ogni pubblica amministrazione, ogni Protezione Civile che abbia un minimo di buon senso prepara in anticipo per decidere come affrontare le situazioni più drammatiche qualora si presentassero.

Il documento, intitolato “Pandemia Covid-19: triage dei trattamenti di medicina intensiva in caso di scarsità di risorse” e redatto dall’Accademia Svizzera delle Scienze Mediche e dalla Società Svizzera di Medicina Intensiva, lo mette subito in chiaro: “Se le risorse a disposizione non sono sufficienti, occorre prendere decisioni di razionamento”

Per ora le risorse sono sufficienti, ma l’aggravarsi della pandemia da Covid fa prospettare il rischio che le risorse non bastino per tutti. E se si arriverà a quel punto, allora bisognerà avere pronte delle regole precise su come assegnare quelle risorse. Il protocollo definisce queste regole: pragmatiche, severe, ma necessarie. Immagino che il governo italiano abbia un documento analogo, che so, in caso di eruzione del Vesuvio (questo) o di crollo di una diga.

Per esempio, il documento svizzero dice di non voler considerare criteri tipo “l’estrazione a sorte, il principio «first come, first served», la priorità a persone con un elevato valore sociale”. E descrive i principi etici fondamentali da usare: equità, salvare il maggior numero possibile di vite, proteggere gli specialisti coinvolti, eccetera.

Il triage è un concetto assolutamente normale per chiunque lavori nella gestione delle emergenze: in medicina, per esempio nelle liste d’attesa per donazioni di organi. C’è un solo organo donato e cinque pazienti compatibili in fin di vita che ne hanno bisogno. A chi lo dai? Tiri la monetina?

Lo stesso vale in tempo di guerra, o in caso di attentato o disastro che causa tanti morti. Medici e soccorritori arrivano e per prima cosa fanno triage: se si rendono conto di non avere risorse sufficienti a salvare tutti, devono fare delle scelte terribili, come lasciar perdere o dare palliativi a quelli che sanno di non poter salvare e concentrarsi su quelli salvabili. Ed è inutile fare i buonisti in poltrona: no, spesso non è possibile salvare tutti.

Fra l’altro, il documento svizzero risale al 20 marzo scorso, non è neanche una novità: ne parlava già il Corriere del Ticino in quella data. 

Insomma, non so quale sia il senso di questi articoli. Il fatto che le autorità si preparino a gestire una situazione drammatica che comporta sacrifici e scelte durissime e non la affrontino tirando a indovinare sul momento non dovrebbe essere una novità. L’esistenza di questo documento svizzero è una non notizia. A meno che l’obiettivo di questi giornali sia far pensare ai propri lettori “oddio guarda gli svizzeri, come sono freddi ’sti gnomi di Berna che già pianificano chi lasciar morire” per acchiappare qualche clic pubblicitario in più. Come se gli ospedali italiani non fossero già popolati di primari e infermieri esausti e in lacrime che fanno queste scelte tutti i santi giorni. E come se i medici italiani non avessero già pronti protocolli analoghi. Di cui Il Fatto Quotidiano parlava già a marzo scorso.

2020/11/01 18:00

La Radiotelevisione Svizzera di lingua italiana parla della vicenda in questo articolo del 26 ottobre, confermando le mie spiegazioni. Il dottor Paolo Merlani, direttore sanitario dell’Ospedale di Lugano, dice che la notizia «Presentata così come ha fatto la stampa italiana non è corretta».

Poco più di una settimana dopo la pubblicazione iniziale di questo mio articolo, la necessità di scegliere a chi assegnare i posti in terapia intensiva è diventata terribilmente concreta. Tio.ch segnala che nel canton “Soletta i
posti in terapia intensiva si stanno esaurendo: già venerdì erano solo
15, a fronte di 17 pazienti che ne avrebbero avuto bisogno. Anche nel
Giura le strutture sono sovraccariche, e alcuni pazienti sono stati
trasferiti a Basilea.”
Nel canton Vallese, “un ultraottantenne
ricoverato all’ospedale di Sion con gravi sintomi di Covid ha dovuto
interrompere il trattamento. «Normalmente avremmo trasferito questa
persona in terapia intensiva, in modo che avesse una minima possibilità
di sopravvivenza» ha dichiarato alla Nzz am Sonntag Bienvenido Sanchez,
vice-capo del reparto terapia intensiva. «Nella situazione attuale,
però, preferisco tenere liberi gli ultimi letti per i casi in cui c’è
più speranza». In realtà il problema non sono tanto i “letti” in
sé. All’ospedale di Sion ce ne sono ancora quattro liberi. Ma manca il
personale”
.

 

Ringrazio @damariani1 per la segnalazione del protocollo italiano e @davidegrandi per la segnalazione del piano per il Vesuvio. Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.

Neil Armstrong: miniguida per evitare errori nei media

Neil Armstrong: miniguida per evitare errori nei media

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2020/08/25.

La morte di Neil Armstrong sta scatenando una pioggia di articoli contenenti castronerie. Spiccano quella della NBC, che aveva inizialmente annunciato la morte di Neil Young, quella di People, che ha pubblicato in grande una foto di John Young; e quella di Repubblica, che è ben più di una castroneria: ha spudoratamente copiato da Wikipedia e poi ci ha anche appiccicato sopra la dicitura “Riproduzione riservata” in un articolo spettacolarmente infarcito di errori. Uno per tutti: la doppia “più alta onorificenza civile”. No, dilettanti copioni di Repubblica, non vi farò il favore di dire quali sono gli altri errori. Arrangiatevi, oppure fate una donazione all’Astronaut Scholarship Foundation e ne riparliamo. Grazie, intanto, a @cattivascienza per le segnalazioni.

Segnalo brevemente qui gli errori più ricorrenti, così i giornalisti seri possono evitare di commetterli e i lettori possono evitare di farsi imbrogliare dagli incompetenti. Tutte le foto citate sono tratte da Apollo Archive.

La foto dell’impronta non mostra il primo passo e non ritrae Armstrong

Quella foto, numero di catalogo AS11-40-5877 (mostrata qui accanto), insieme alla sua gemella AS11-40-5878 e a quella con il piede dell’astronauta AS11-40-5880, fu scattata decine di minuti dopo il primo passo e mostra in realtà un’impronta di prova pianificata. Inoltre non fu prodotta da Armstrong ma dal suo compagno di escursione lunare Buzz Aldrin.

Esiste anche la ripresa a colori del momento in cui Aldrin produce quest’impronta. L’evento è documentato in dettaglio nell’Apollo Lunar Surface Journal. Ma La Stampa l’ha attribuita ad Armstrong.

Nessuna delle foto celebri dell’escursione lunare dell’Apollo 11 raffigura Neil Armstrong; si vede solo Aldrin

I due astronauti avevano una sola fotocamera, che si passarono per scattare foto secondo una scaletta predefinita molto precisa che definiva Armstrong come fotografo principale. Aldrin aveva il compito di scattare foto di natura tecnica. Inoltre la telefonata inattesa del presidente Nixon scombussolò in parte la scaletta. Nella concitazione si finì per non scattare foto intenzionali di Armstrong, che compare solo parzialmente in alcuni scatti.

Questo è Aldrin, non Armstrong. Foto AS11-40-5874.

Anche questo è Aldrin, non Armstrong. Foto AS11-40-5903.

L’unica foto decente di Armstrong durante l’escursione lunare. Dettaglio della foto AS11-40-5886.

Ci sono anche i fotogrammi della ripresa automatica fatta dalla cinepresa 16mm situata dentro l’abitacolo, ma sono piuttosto sgranati: qui ce ne sono un paio da un riversamento HD, quello di Footagevault, decisamente migliore di quelli che stanno circolando in queste ore.

Neil Armstrong sulla Luna. Dettaglio di fotogramma dalla ripresa automatica in 16mm.

Neil Armstrong sulla Luna. Dettaglio di fotogramma dalla ripresa automatica in 16mm.
Neil Armstrong sulla Luna. Fotogramma integrale tratto dalla ripresa automatica in 16mm.

Se vi serve una foto di Armstrong sulla Luna che abbia una buona risoluzione, usate questa, scattata mentre il modulo lunare era ancora sulla Luna, dopo l’escursione all’esterno:

Neil Armstrong nel modulo lunare Eagle, ancora posato sulla Luna, dopo aver compiuto insieme a Buzz Aldrin l’escursione lunare. Foto AS11-37-5528.

Il ritratto frontale viene spesso diffuso in versione ritoccata

Attenzione al rispetto delle norme sul ritocco giornalistico: l’originale (mostrato qui sotto, foto AS11-40-5903) è inquadrato male, tanto da troncare l’antenna radio sopra lo zaino di Aldrin.

Foto AS11-40-5903 integrale.

Ma spesso viene aggiunta una fetta di cielo falsa per bilanciare esteticamente la foto, come nel caso mostrato qui sotto:

Questa versione è falsa (cielo aggiunto).

Un peccadillo estetico, certo, ma resta il fatto la foto con la fetta di cielo aggiunta non è una rappresentazione fedele della foto originale, e i giornalisti che ancora si ricordano che cos’è la deontologia professionale e quindi hanno regole di trasparenza che proibiscono l’uso non dichiarato del fotoritocco farebbero meglio a segnalare che il cielo nero sopra Aldrin è falso.

Il video del primo passo non è quello in cui si vede Neil saltare giù dalla scaletta

Molto spesso viene presentata una sequenza televisiva in bianco e nero in cui si vede un astronauta saltare giù dalla scaletta del modulo lunare, ma non è quello il momento in cui Armstrong fece il vero primo passo e pronunciò la famosa frase “Questo è un piccolo passo per un uomo, un grande balzo per l’umanità”. Il primo passo è quasi invisibile nelle registrazioni della diretta TV e fu compiuto dopo che Armstrong si era soffermato ai piedi della scaletta, con i propri piedi sull’ampia zampa circolare del modulo lunare. Armstrong poggiò cautamente il proprio piede sinistro sulla superficie lunare, tenendosi alla scaletta, e pronunciò la storica frase.

Di questo momento esiste anche una ripresa a colori: qui vedete un fotogramma delle due riprese, tratto dal mio documentario liberamente scaricabile Moonscape, che copre l’intera escursione lunare dell’Apollo 11.

Dal documentario libero e gratuito Moonscape.

Dichiarazione doganale surreale

Un altro documento che sta circolando parecchio mostra quella che sembra essere una dichiarazione doganale quasi assurda che sarebbe stata compilata dagli astronauti dell’Apollo 11 dopo il loro rientro, per sdoganare le rocce lunari e soddisfare i requisiti dell’inflessibile servizio d’immigrazione degli Stati Uniti.

Molti lo stanno usando come spunto per lamentarsi delle burocrazie ottuse o lo considerano un falso, ma in realtà si tratta di un documento autentico, vale a dire di un vero modulo di sdoganamento realmente compilato e firmato da Armstrong, Aldrin e Collins. Ma lo compilarono per scherzo durante la quarantena post-volo. I dettagli sono su Space.com e The Economist, e non è l’unico documento scherzoso che riguarda le missioni Apollo.

La foto di Armstrong scelta come Image of the Day dalla NASA è fasulla

La Image of the Day odierna scelta dalla NASA è un fotomontaggio ottenuto componendo tre foto originali:

Le tre foto utilizzate sono la AS11-40-5885, 5886, e 5887, ma poi il fotomontaggio viene troncato, per cui si torna quasi alla 5886 originale, ma nel frattempo sono state introdotte quelle frange multicolore che non c’erano nell’inquadratura originale (provengono dalla foto 5887) e interferiscono con l’immagine di Armstrong. Ecco le tre foto in questione:

Foto AS11-40-5885, 5886 e 5887.

Per onorare Neil

Concludo con l’invito pubblicato dai familiari di Neil Armstrong: “Per coloro che potrebbero chiedere cosa possono fare per onorare Neil, abbiamo una richiesta semplice. Onorate il suo esempio di servizio, successo e modestia, e la prossima volta che passeggiate all’aperto in una notte limpida e vedete la Luna che vi sorride, pensate a Neil Armstrong e mandategli una strizzatina d’occhio.”

Per La Stampa, sono cartelli che invitano i cinesi a stare in casa. Ma sono annunci di compagnia femminile

Per La Stampa, sono cartelli che invitano i cinesi a stare in casa. Ma sono annunci di compagnia femminile

Su La Stampa di oggi, edizione cartacea, è stata pubblicata questa foto, che mostrerebbe “I cartelli in cinese che invitano a stare a casa chi torna dalla Cina”.

In realtà, nota Peizhen Lin su Facebook, si tratta di “una serie di annunci di ragazze/donne che si offrono per massaggi e compagnia”. Il cartello si trova a Prato, in Italia, qui su Google Maps.

La versione online mostra la foto più nitidamente:

Strano che un blogger qualsiasi, in pochi minuti e con una semplice richiesta su Twitter, riesca a fare quello che evidentemente una redazione di un quotidiano nazionale non fa o non vuole fare.

Però mi raccomando, le fake news sono colpa di Internet.

16:00. La Stampa ha corretto.

Ringrazio @AlexRedolfi, @Gwilbor e gli altri lettori che hanno collaborato all’indagine. Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi è piaciuto, potete incoraggiarmi a scrivere ancora facendo una donazione anche voi, tramite Paypal (paypal.me/disinformatico), Bitcoin (3AN7DscEZN1x6CLR57e1fSA1LC3yQ387Pv) o altri metodi.

Antibufala: suoni segreti captati dagli astronauti lunari!

Antibufala: suoni segreti captati dagli astronauti lunari!

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori e con il contributo tecnico di @RiccardoDeias, @pd_76 e @Solincos. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Pubblicazione iniziale: 2016/02/22 22:04. Ultimo aggiornamento: 2019/03/23 23:30.

Oggi (22 febbraio) ricorre il ventennale del volo spaziale di due italiani insieme: il 22 febbraio 1996 partivano per lo spazio Maurizio Cheli e Umberto Guidoni sullo Shuttle. Sarebbe magari carino parlare dell’eredità delle loro esperienze in occasione dell’anniversario. Macché: i giornalisti di Repubblica, Il Giornale, La Stampa si buttano a pesce invece su un’altra storia spaziale e rifilano ai loro lettori una panzana datata 1969, copiandola dai media fuffaroli americani senza la minima verifica.

La balla pubblicata da queste testate racconta che quando la missione Apollo 10 era dietro la Luna gli astronauti captarono un suono “simile a una musica” che “non fu divulgato per quarant’anni. La Nasa, incapace di spiegare il fenomeno, secretò e archiviò tutto quello che la radio dell’astronave aveva registrato in quel lasso di tempo e rese pubbliche le trascrizioni delle conversazioni avvenute solo nel 2008” (Repubblica). 

La Stampa, nella sezione Tuttoscienze, pubblica un articolo a firma di Fulvio Cerutti che dice che l’episodio è “rimasto top secret sino al 2008” ed è un “fenomeno a cui non è mai stata trovata una spiegazione” (l’articolo è stato parzialmente corretto dopo la mia segnalazione).

Il Giornale, a firma di Franco Iacch, scrive che “l’episodio top secret… è stato declassificato in parte solo nel 2008 (con pesanti censure)” e che gli astronauti nelle loro cuffie udirono “urla”. Iacch conclude scrivendo che “Le registrazioni integrali captate dall’Apollo 10 rimangono top secret”.

Il Corriere pubblica sull’argomento un video con didascalia che dice che il “suono, registrato e trascritto dalla Nasa, è rimasto top secret fino al 2008”. Il link è stato successivamente cambiato.

Ne parla anche Panorama con un articolo di Sabrina Pieragostini, scrivendo che “per decenni l’ente spaziale ha preferito mantenere nascosta la notizia”.

Come mai tutto questo improvviso e simultaneo interesse del giornalismo italiano per un’oscura vicenda di quasi cinquant’anni fa? Semplice: hanno tutti fatto copiaincolla dai media americani, in particolare dalle pagine di notizie bislacche dell’Huffington Post (traduzione italiana qui), che stanno pompando la storia per promuovere una nuova serie televisiva del Science Channel, intitolata NASA’s Unexplained Files. Se guardate i suoi video promozionali (uno e due) vedrete che il ritmo del montaggio rivela chiaramente che si tratta di un programma di spazzatura sensazionalista alla stregua di Alieni Nuove Rivelazioni. E se ascoltate bene l’inglese, noterete che le dichiarazioni degli intervistati, fra i quali c’è anche l’astronauta lunare Al Worden, sono state palesemente rimontate ad arte per farle sembrare a sostegno del mistero.

Solo che non c’è nessun mistero. A parte quello di come facciano, certi giornalisti nostrani ed esteri, a guardarsi allo specchio la mattina senza vergognarsi, a furia di ingannare i propri lettori pubblicando fandonie senza uno straccio di controllo dei fatti.

Infatti è una balla che l’episodio sia rimasto segreto fino al 2008, nonostante lo scriva anche ANSA: come confermato dalla mia esperienza personale nella raccolta di documentazione spaziale storica e come ribadito dalla NASA su Tumblr (e anche qui), l’audio e le trascrizioni della missione Apollo 10 sono pubblicamente disponibili sin dal 1973 a chiunque ne facesse richiesta presso i National Archives statunitensi. Nel 2012 audio e trascrizioni sono stati inoltre pubblicati online per lo scaricamento libero. Lo spezzone audio in questione è questo (a 2:51 e 7:43); le trascrizioni delle registrazioni a bordo di Apollo 10 sono disponibili qui come scansioni degli originali (uno dei brani in questione è a pagina 241) e qui come trascrizioni digitali.

Ecco quello che dissero gli astronauti durante il quinto giorno di volo, il 23 maggio 1969:

102:13:02 Cernan: Quella musica suona persino spaziale, vero? Lo senti? Quel fischio?

102:13:06 Stafford: Sì.

102:13:07 Cernan: Whooooooooooo.

102:13:12 Young: Anche tu hai sentito quel fischio?

102:13:14 Cernan: Sì. Sembra, sai, musica spaziale.

102:13:18 Young: Chissà cos’è.

[…]

102:17:58 Cernan: Accidenti, quella è davvero musica strana.

102:18:01 Young: Dovremo scoprire cos’è. Non ci crederà nessuno.

102:18:07 Cernan: No. È un fischio, sai, come una cosa spaziale.

102:18:10 Young: Probabilmente è colpa del rilevamento di distanza VHF, immagino.

In originale:

102:13:02 Cernan: That music even sounds outer-spacey, doesn’t it? You hear that? That whistling sound?

102:13:06 Stafford: Yes.

102:13:07 Cernan: Whooooooooooo.

102:13:12 Young: Did you hear that whistling sound, too?

102:13:14 Cernan: Yeah. Sounds like – you know, outer-space-type music.

102:13:18 Young: I wonder what it is.

[…]

102:17:58 Cernan: Boy, that sure is weird music.

102:18:01 Young: We’re going to have to find out about that. Nobody will believe us.

102:18:07 Cernan: No. It’s a whistling, you know, like an outer space-type thing.

102:18:10 Young: Probably due to the VHF ranging, I’d guess.

Fra l’altro, la vicenda è talmente “top secret” che ne parlò apertamente nel 1974 l’astronauta di Apollo 11 Mike Collins nel suo libro Carrying the Fire, dicendo (nel capitolo 13) che gliel’avevano raccontata, prima che partisse per la Luna, proprio gli astronauti di Apollo 10. Per chi è troppo pigro per consultare un libro, inoltre, tutta la faccenda era già stata sbufalata pubblicamente sette anni fa su Internet da ApolloHoax, come segnalato da Metabunk. Quelli di NASA’s Unexplained Files evidentemente hanno preferito far finta di niente e i giornalisti italiani ed esteri si sono accodati.

È falso anche che “non è mai stata trovata una spiegazione”: fu trovata già nel 1969, spiega Collins nel suo libro. I suoni erano il risultato di normali interferenze fra le radio VHF del modulo lunare e del modulo di comando (le due parti indipendenti nelle quali si divideva il veicolo spaziale per effettuare l’allunaggio).

Se i giornalisti di Repubblica, Corriere, Il Giornale e La Stampa avessero dato un’occhiata alle trascrizioni e ascoltato l’audio originale, invece di fare un pigrissimo copiaincolla dagli articoli di fuffa altrui, si sarebbero accorti che i suoni sono banalissimi (niente “urla”) e che oltretutto gli astronauti li considerano talmente poco misteriosi che subito dopo averli notati si mettono a parlare d’altro. Anzi, uno di loro, John Young, già propone una spiegazione al momento: “Probably due to the VHF ranging, I guess” (“Probabilmente è colpa del rilevamento di distanza VHF, immagino”) e poi cambia discorso. Uno di loro, Gene Cernan, contattato oggi dalla NASA, ha detto chiaro e tondo: “Non mi ricordo che quell’episodio mi abbia emozionato abbastanza da prenderlo sul serio. Probabilmente era soltanto interferenza radio. Se avessimo pensato che fosse qualcosa di diverso, lo avremmo riferito a tutti nei briefing dopo il volo. Non ci abbiamo più pensato per niente.” Lo ha ribadito anche a Fox News.

Se i suddetti giornalisti si fossero soltanto presi la briga di fare una telefonatina a un esperto, si sarebbero accorti di essere stati fregati da una campagna promozionale per un programma-fuffa e avrebbero evitato di propinare ai loro lettori una nuova fregnaccia spaziale. Sarebbe bastato, per esempio, consultare la discussione sull’argomento di Collectspace, noto forum di esperti del settore, oppure mandare un tweet a Luigi Pizzimenti, storico delle missioni Apollo (suo il libro Progetto Apollo: Il sogno più grande dell’uomo), curatore del Padiglione Spazio presso il Museo del Volo Volandia e presidente dell’Associazione per la Divulgazione Astronomica e Astronautica, per entrare in contatto tramite lui con Al Worden, l’astronauta intervistato dal programma del Science Channel, e avere subito una smentita secca della pseudonotizia: “I don’t think there is any mystery to the event” (“Non credo che ci sia alcunché di misterioso nell’evento”), ha scritto Worden a Pizzimenti. Worden ha detto molto altro su questa faccenda: ne trovate un resoconto completo qui nel blog di Pizzimenti.

Luigi, fra l’altro, riassume bene il disappunto che prova chi fa vera ricerca storica dell’esplorazione spaziale quando legge queste scempiaggini. Mi scrive in una mail (che cito qui col suo permesso):

“È mai possibile che si pubblichino bufale senza nessun riscontro scientifico? Sono stufo di rispondere in prima persona a domande generate da lettori, che perplessi, mi scrivono se ciò che hanno letto è vero. Per favore: rivolgetevi direttamente a chi scrive cose non vere e non confermate. Esiste una miriade di missioni spaziali in corso e tante in preparazione, lasciate perdere il Programma Apollo e parlate di attualità, magari andando sul posto, verificando le notizie di persona. Perché cercare sempre qualcosa che non esiste per parlare a sproposito del Programma Apollo? Perché ci sono giornalisti che scrivono di cose che non conoscono? Perché parlano di persone che non hanno mai conosciuto? Perché una volta tanto non prendono la valigia e vanno di persona a chiedere come sono andate le cose? Ve lo dico io: perché costa fatica, denaro e tanto lavoro e poi ci vuole passione, tanta passione, e solitamente chi scrive queste bufale tempo e passione non ne ha, ma deve semplicemente riempire uno spazio vuoto.”

Seguite quindi il consiglio di Luigi: scrivete alle redazioni di questi giornali e chiedete loro di giustificare, o almeno rettificare, le balle che vi hanno propinato. E chiedetevi se è questo il modo di fare giornalismo.

Stavolta è bastata una richiesta gentile: La Stampa ha corretto “lato oscuro” della Luna in “lato nascosto”

Stavolta è bastata una richiesta gentile: La Stampa ha corretto “lato oscuro” della Luna in “lato nascosto”

Stamattina un lettore, Dario, mi ha segnalato l’ennesimo uso sbagliato di “oscuro” per definire il lato nascosto della Luna: un errore particolarmente grave, visto che si tratta di un articolo della sezione Tuttoscienze de La Stampa.

Inizialmente l’articolo era così:

Poi ho contattato privatamente Anna Masera, public editor de La Stampa, e le ho chiesto di correggere se possibile, spiegando le ragioni della richiesta. Poco dopo l’articolo è stato corretto.

Sarebbe bello se anche le altre testate si comportassero così: mettendo a disposizione un interlocutore serio per le rettifiche e le correzioni.

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Pernigotti, La Stampa copia da Wikipedia senza dirlo. Beccata, corregge

Pernigotti, La Stampa copia da Wikipedia senza dirlo. Beccata, corregge

Il 7 novembre 2018 La Stampa ha pubblicato un articolo, a firma di Massimo Putzu, dedicato alla chiusura dell’industria dolciaria Pernigotti.

Un intero blocco dell’articolo è preso sostanzialmente di peso da Wikipedia in italiano, aggiungendo successivamente in un solo paragrafo la foglia di fico “come scrive anche Wikipedia” che non c’era nella prima versione, salvata da Archive.org:

A sinistra, la voce di Wikipedia; a destra, l’articolo de La Stampa.

La copia è evidente: vengono conservati persino gli errori di battitura (per esempio lo spazio mancante dopo la virgola). Ecco un confronto testuale:

Wikipedia La Stampa (versione originale su Archive.org)
La storia dell’azienda parte dal 1860, quando Stefano Pernigotti apre nella piazza del Mercato a Novi Ligure (AL), una drogheria specializzata in “droghe e coloniali” e già rinomata fin dagli inizi per la produzione di un pregiato torrone. Nel 1868, a seguito di una crescente notorietà dei prodotti del negozio, Stefano decide di fondare assieme al figlio (Francesco, 1843-1936) venticinquenne una società: il 1º giugno del 1868 nasce ufficialmente,con un capitale di seimila lire, la “Stefano Pernigotti & Figlio”, azienda alimentare specializzata in produzione dolciaria.[2] La storia dell’azienda parte dal 1860, quando Stefano Pernigotti apre nella piazza del Mercato a Novi Ligure, una drogheria specializzata in «droghe e coloniali» e già rinomata fin dagli inizi per la produzione di un pregiato torrone (come scrive anche Wikipedia). Nel 1868, a seguito di una crescente notorietà dei prodotti del negozio, Stefano decide di fondare assieme al figlio Francesco venticinquenne una società: il 1º giugno del 1868 nasce ufficialmente,con un capitale di seimila lire, la «Stefano Pernigotti & Figlio» azienda alimentare specializzata in produzione dolciaria.
In questa fase iniziale, l’azienda produce e commercia soprattutto mostarda e torrone, dolce classico natalizio, una specialità di presunta origine araba, diffusasi inizialmente nel nord Italia e gradualmente in tutte le zone della penisola.
Il primo riconoscimento ufficiale arriva il 25 aprile 1882 quando Re Umberto I in persona concede alla società la facoltà di innalzare lo stemma reale sull’insegna della sua fabbrica, che accompagnerà il logo dell’azienda fino al 2004. In questa maniera, l’azienda diventa fornitore ufficiale della famiglia Reale italiana.
Nel 1914 con la Prima guerra mondiale alle porte, il Governo Italiano proibisce l’impiego dello zucchero per la preparazione dei generi dolciari, fra i quali il torrone: ciò che poteva rappresentare un grave ostacolo per la produzione, si trasforma, grazie alla geniale intuizione di Francesco, in un’innovazione che arricchisce la qualità dell’azienda. L’assenza di zucchero, infatti, è sapientemente colmata da una maggiore concentrazione di miele, dando vita ad un nuovo torrone dalla consistenza unica.
Nel 1919 Paolo Pernigotti sostituisce il padre Francesco alla guida dell’azienda. Ma la data che forse segna la storia dolciaria dell’azienda è il 1927, anno in cui avvia per la prima volta la produzione industriale del gianduiotto,[2] il più nobile e rinomato cioccolatino italiano nato ufficialmente a Torino nel 1865 e che prende il nome da Gianduia, la famosa maschera di carnevale piemontese. È questo un periodo molto fiorente per l’azienda, che a partire dal 1928 inizia una scalata cesellata da esaltanti risultati, ricca di riconoscimenti e premi, tra cui il “Diploma di Gran Premio” conseguito all’Esposizione nazionale ed internazionale di Torino. Nel 1919 Paolo Pernigotti sostituisce il padre Francesco alla guida dell’azienda. Ma la data che forse segna la storia dolciaria dell’azienda è il 1927, anno in cui avvia per la prima volta la produzione industriale del gianduiotto, il più nobile e rinomato cioccolatino italiano nato ufficialmente a Torino nel 1865 e che prende il nome da Gianduia, la famosa maschera di carnevale piemontese.
Nel 1935 Paolo Pernigotti acquista la ditta Enea Sperlari, azienda cremonese specializzata nella produzione del torrone.[2] Nel 1936 Paolo avvia una nuova produzione, quella dei preparati per gelateria, che ancora oggi è uno dei punti di forza dell’azienda. Nel 1935 Paolo Pernigotti acquista la ditta Enea Sperlari, Nel 1936 Paolo avvia una nuova produzione, quella dei preparati per gelateria, che ancora oggi è uno dei punti di forza dell’azienda. 
Nel 1944 un bombardamento distrugge l’opificio che viene ricostruito e trasferito negli ex magazzini militari di viale della Rimembranza, dove ancor oggi la Pernigotti ha sede.[2] A Paolo subentra, negli anni sessanta, il figlio Stefano Pernigotti, che nel 1971 acquisisce la Streglio, specializzata nei prodotti a base di cacao.[2] Nel 1944 un bombardamento distrugge l’opificio che viene ricostruito e trasferito negli ex magazzini militari di viale della Rimembranza che adesso chiudono. A Paolo subentra, negli anni sessanta, il figlio Stefano Pernigotti, che nel 1971 acquisisce la Streglio, specializzata nei prodotti a base di cacao. Con gli anni Ottanta sopraggiunge un periodo di crisi che porterà alla cessione della Sperlari nel 1981 agli americani della H.J.Heinz Company.
Nel 1995 Stefano Pernigotti, rimasto senza eredi dopo la scomparsa dei due figli ancora giovanissimi in un incidente stradale in Uruguay nel luglio 1980,[2] decide di cedere lo storico marchio novese alla famiglia Averna, nota per i successi legati al settore delle bevande alcoliche. Nel 2000 cede anche la Streglio ad una nipote. Nel 1995 Stefano Pernigotti, rimasto senza eredi dopo la scomparsa dei due figli ancora giovanissimi in un incidente stradale in Uruguay nel luglio 1980, decide di cedere lo storico marchio novese alla famiglia Averna, nota per i successi legati al settore delle bevande alcoliche. Nel 2000 cede anche la Streglio a una nipote.
L’11 luglio 2013 l’azienda viene ceduta dalla famiglia Averna al gruppo turco appartenente alla famiglia Toksöz,[4] attivo nel dolciario, nel farmaceutico e nel settore energetico. Il 6 novembre 2018 la Toksöz, che detiene l’azienda, ha annunciato la chiusura dello stabilimento di Novi Ligure, ma non la dismissione il marchio.[5] L’11 luglio 2013 l’azienda viene ceduta dalla famiglia Averna al gruppo turco appartenente alla famiglia Toksöz, attivo nel dolciario, nel farmaceutico e nel settore energetico.

Ringrazio @dissezione per la segnalazione iniziale. Dopo la mia segnalazione su Twitter e l’intervento di Anna Masera, public editor del giornale, l’articolo è stato corretto. È un peccato che le correzioni e il rispetto del diritto d’autore avvengano soltanto se qualcuno contesta, ma è già un cauto passo nella direzione giusta.

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La Stampa: lupi addomesticati nella preistoria “perché tenessero compagnia ai bambini dei genitori separati”

La Stampa: lupi addomesticati nella preistoria “perché tenessero compagnia ai bambini dei genitori separati”

Un piccolo, amaro debunking in nove tweet, per quelli che ancora pensano che il paywall sia una garanzia di qualità del giornalismo.

Fra l’altro, l’articolo de La Stampa è lì dal 4 ottobre scorso, e nessuno della redazione si è accorto che è una cazzata.

C’è anche un altro dettaglio importante: l’articolo di The Onion risale al 25 settembre 2015. Quale tortuoso processo può aver portato questa storia di tre anni fa all’attenzione di un componente della redazione de La Stampa? O per dirla diversamente: ma dove mai vanno a pescare le notizie in quella redazione?

2018/11/03 23:45

L’articolo è stato depubblicato, per usare l’espressione della public editor de La Stampa, Anna Masera, che fa quello che può ma è fra l’incudine e il martello.

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La Stampa ruba un articolo al New York Times. E lo traduce pure con i piedi

La Stampa ruba un articolo al New York Times. E lo traduce pure con i piedi

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Pubblicazione iniziale: 2016/01/16 10:37. Ultimo aggiornamento: 2016/01/16 17:30.

Se foste voi a prendere un articolo di un giornale e ripubblicarlo pari pari, senza neanche un accenno alla fonte, verreste additati come ladri, violatori del diritto d’autore, affossatori del legittimo lavoro delle redazioni dove la gente si guadagna da vivere con il sudore della fronte e le dita sulla tastiera.

Se poi prendeste questo articolo rubato e gli schiaffaste su un bel logo Creative Commons per dire “prendete e mangiatene tutti, siamo generosi, moderni e cool”, i tesserati dell’Ordine dei Giornalisti vi apostroferebbero probabilmente come anarchici che commettono un esproprio proletario prendendo il lavoro altrui, svilendone il valore e distribuendolo abusivamente alle masse, come quegli sfigati di Wikipedia che col Creative Commons hanno ammazzato i venditori di enciclopedie. Seguirebbero lettere di avvocati e richieste di risarcimento spezzagambe. Perché il copyright è una cosa seria e il giornalismo è un mestiere sacro.

Ma se lo fa La Stampa, allora va bene?

Guardate questo articolo de La Stampa [v. aggiornamenti], intitolato Un “vulcano” largo più di 50 mila chilometri, pubblicato nella sezione Tuttoscienze. Non nella sezione Oroscopi o nella sezione Chi ha mostrato le tette questa settimana per farsi conoscere: nella sezione scientifica del giornale, dove ci si aspetta di trovare fatti rigorosi, scienza esatta, le ultime grandi scoperte (se non volete regalare clic a La Stampa, consultate la copia che ho archiviato presso Archive.is).

Già la didascalia della figura, “Il sito Tartaruga Pits sulla dorsale medio-atlantica, composto da tumuli sulfurei e «camino» che sputa fumo”, puzza di copiato e tradotto coi piedi. Davvero un sito in mezzo all’Atlantico si chiama Tartaruga Pits? Metà in italiano e metà in inglese? Lasciamo stare l’italiano traballante del resto della didascalia.

E che dire di quel paragone nel primo paragrafo, “cingendo il globo come la cucitura di un pallone da baseball”? Fra tutti gli sport che possono venire in mente a un giornalista italiano per fare un paragone, proprio l’americanissimo baseball? Non c’è per caso uno sport un po’ più nazionale dove si giochi con un pallone dotato di cuciture? Per non parlare del fatterello che il baseball non si gioca con un pallone.

L’articolo de La Stampa è insomma chiaramente una traduzione, ed è una traduzione fatta con le parti meno nobili dell’anatomia del giornalista quadratico medio. Davvero La Stampa affida articoli a gente che non sa neanche che non si gioca a baseball con un pallone? E che non si chiede cosa possano mai essere i “cavi che lampeggiano”? Questa è la gente che secondo La Stampa dovrebbe spiegarci la scienza.

Il risultato è che la redazione di Tuttoscienze ci propone nel titolo un “vulcano” più largo del diametro della Terra.

Il resto dell’articolo è un bagno di sangue: roba da consumare una matita blu, con figure lasciate in inglese, punteggiatura seminata a caso, unità di misura non convertite (“780 gradi”) e ortografia pseudocasuale (geofisca, nel Oceano Pacifico, i suo i complessi processi, un equipe, eccetera).

Ma soprattutto l’articolo de La Stampa è copiato pari pari da questo articolo del New York Times, intitolato The 40,000-Mile Volcano (archiviato qui su Archive.is). Confrontate i primi tre paragrafi. Questo è l’originale del New York Times:

Picture a volcano. Now imagine that its main vent extends in a line. Now imagine that this line is so long that it runs for more than 40,000 miles through the dark recesses of all the world’s oceans, girding the globe like the seams of a baseball.

Welcome to one of the planet’s most obscure but important features, known rather prosaically as the midocean ridges. Though long enough to circle the moon more than six times, they receive little notice because they lie hidden in pitch darkness. Oceanographers stumbled on their volcanic nature in 1973. Ever since, costly expeditions have slowly explored the undersea world, which typically lies more than a mile down.

The results can make the visions of Jules Verne seem rather tame.

E ora la versione de La Stampa:

Immaginate un vulcano. Ora immaginate anche che il suo «sfiato» principale si estenda su una linea. E poi ancora, immaginate che questa linea corra per circa 65 mila chilometri attraverso gli angoli remoti di tutti gli oceani del mondo , cingendo il globo come la cucitura di un pallone da baseball.

Benvenuti al cospetto di una delle caratteristiche più oscure ma anche più importanti del pianeta. Con un termine alquanto prosaico, parliamo di «dorsali oceaniche». Abbastanza estese da poter circondare la Luna almeno sei volte, queste peculiarità non sono messe mai in grande risalto dagli scienziati, forse perchè riguardano un mondo nascosto nell’oscurità degli abissi. Gli studiosi hanno scoperto la natura vulcanica di queste parti nell’ormai lontano 1973. Da allora costosissime spedizioni hanno seguitato ad esplorare l’universo sommerso, a circa due chilometri di profondità.

I risultati di queste ricerche farebbero apparire le «visioni» di Giulio Verne quanto meno banali.

Il resto dell’articolo de La Stampa è copiato allo stesso modo. Non è questione di ispirazione parallela, di idee spontaneamente convergenti, di due narrazioni della stessa notizia: è proprio copiato. Senza ma e senza se, ma soprattutto senza cervello.

Adesso, infatti, si spiega quel Tartaruga Pits. Non è che un’oceanologa italiana, mentre lavorava nella zona, ha avuto una storia di bollente passione con un collega dagli addominali scolpiti e ha deciso d’immortalarne la memorabile anatomia battezzando così il sito: è la traduzione (a metà) di Turtle Pits. A La Stampa danno lavoro a gente che traduce i nomi propri. Meno male che non è un articolo sul teatro scespiriano, altrimenti ci troveremmo di fronte a una dissertazione sulle opere di Guglielmo Scuotilancia e del suo celebre Villaggetto ambientato in Danimarca.

Leggendo l’articolo originale del NYT si spiega anche l’assurdità del titolo italiano: il vulcano si estende lungo 40.000 miglia. Non è “largo” 50.000 chilometri. Fra l’altro, 40.000 miglia non sono 50.000 chilometri come scrive La Stampa, ma almeno 65.000; dipende se sono miglia terrestri o marine. E i “cavi che lampeggiano” sono “cables that flash the readings to shore”. Ossia trasmettono a terra i propri rilevamenti. Senza lampeggiare, si presume.

Ciliegina sulla torta, che fa La Stampa? Dopo aver rubato il lavoro altrui ci schiaffa sopra un bel logo Creative Commons, che dice che l’articolo è libero per usi non commerciali ma non sono ammesse opere derivate e bisogna indicarne la paternità. In altre parole: non fate a me quello che io ho fatto agli altri.

Questo, insomma, è il modo in cui oggi a La Stampa qualcuno ritiene di poter fare giornalismo: rubando il lavoro altrui, spacciandolo per proprio, traducendolo col deretano e appiccicandogli una licenza abusiva. Ironia della sorte, questo accade proprio pochi giorni dopo che La Stampa, con gran pompa e orgoglio, ha nominato una “garante dei lettori”, Anna Masera, alla quale potete rivolgervi per “commenti e critiche che riguardano le notizie e gli approfondimenti che il giornale pubblica su carta e su Internet”. Per come conosco Anna, questo sfacelo non è avvenuto di certo con il suo assenso: anzi, se qualcuno voleva sabotare il suo nuovo incarico non poteva far di meglio.

Adesso vediamo come reagirà La Stampa. Accetto scommesse.

2016/01/16 11:40

Anna Masera ha tweetato di essere al corrente della mia segnalazione. @DavideDenti mi segnala che ora sono state inserite in grassetto nell’articolo de La Stampa le parole “come riporta il New York Times”. Come se questo facesse sparire gli errori di traduzione e legittimasse la copia pari pari dell’articolo originale.

Ho mandato una mail a Margaret Sullivan, public editor del New York Times, e a scitimes@nytimes.com, chiedendo chiarimenti.

2016/01/16 17:40

L’articolo de La Stampa è stato riscritto da cima a fondo. Sparita la didascalia con il suo impagabile Tartaruga Pits. È comparso un paragrafo in cui si ringrazia “per la segnalazione della mancanza della fonte da cui è stata ripresa questa notizia: l’edizione online del New York Times.

A dire il vero la segnalazione non lamentava una semplice mancanza di fonte, ma pazienza. Speriamo che sia stata imparata la lezione: copiare e tradurre male non è giornalismo. Strano che questa lezione sia ancora oggi da imparare in una redazione di giornale, ma così pare. Chi volesse vedere com’era l’articolo prima che i lettori segnalassero il fattaccio può consultare la copia su Archive.is. Internet non dimentica.