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Muore Martin Landau, quattro giornali pubblicano lo stesso errore madornale

Muore Martin Landau, quattro giornali pubblicano lo stesso errore madornale

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni di lettori come Domenico DelB* e Angelo Rot*. Se vi piace, potete farne una anche voi per incoraggiarmi a scrivere ancora. Ultimo aggiornamento: 2017/07/20 9:40.

Avete presente gli errori intenzionali inseriti nelle mappe per beccare chi copia, le trap street di cui scrivevo ad aprile scorso? La morte dell’attore Martin Landau ha messo in luce qualcosa di analogo nei giornali di lingua italiana: specificamente, nel Corriere della Sera, in Repubblica, ne L’Unione Sarda e nel Corriere del Ticino.

Tutti e quattro, infatti, nell’annunciare la scomparsa di Landau hanno pubblicato la stessa castroneria, dicendo che Spazio 1999, serie di fantascienza nella quale Landau interpretava il Comandante Koenig, era stata creata da Gene Roddenberry.

Ma come ben sa qualunque appassionato di fantascienza, Spazio 1999 era opera dei britannici Gerry e Sylvia Anderson, mentre lo statunitense Roddenberry era padre di tutt’altra serie: Star Trek. Confondere le due cose è come essere tifosi di calcio e confondere la Roma con la Lazio.

Questo è il Corriere della Sera, che scrive “L’attore Martin Landau, che tanti ricordano per l’interpretazione del comandante Koenig in Spazio 1999, serie fantascientifica cult creata da Gene Roddenberry, lo stesso produttore di Star Trek e Ufo”, raddoppiando la dose di panzane (anche UFO era di Gerry e Sylvia Anderson) e poi insiste scrivendo “Poi l’incontro con Gene Rodddenberry, «papà» di Star Trek, di Ufo e di altre fortunatissime serie tv, che lo recluta, ancora assieme alla moglie, per Spazio 1999”, aggiungendo un Roddenberry con 3 D (copia su Archive.is):

Questa è L’Unione Sarda (grazie a Federico Pisanu), che scrive “Spazio 1999, serie fantascientifica cult creata da Gene Roddenberry, lo stesso produttore di Star Trek e Ufo”:

Questa è Repubblica, che nel tweet scrive “Roddenberr”, perdendo per strada la Y finale:

Questo è il Corriere del Ticino, che scrive “’Spazio 1999′, serie fantascientifica cult creata da Gene Roddenberr”. Anche qui la Y finale s’è persa nell’iperspazio (copia su Archive.is):

Certo, è un errore che non fa crollare il mondo, ma è un errore rivelatore. La sua ripetizione su quattro testate differenti indica che i giornali si copiano fra loro o copiano tutti dalla stessa fonte (presumibilmente un’agenzia). O meglio, indica che copiaincollano senza neanche pensare, e pure male (notate i vari “Roddenberr.”).

E naturalmente non c’è nessun controllo di qualità. Tant’è che al momento in cui scrivo queste righe (le 15:40 del 2017/07/17) nessuna delle testate ha corretto o pubblicato una rettifica, men che meno due righe di scuse.

Dopo la pubblicazione iniziale di questo mio articolo mi è arrivata la segnalazione dello stesso svarione sull’Huffington Post italiano: “Poi l’incontro con Gene Roddenberry, padre di Star Trek, che lo recluta, ancora assieme alla moglie, per Spazio 1999” (copia su Archive.is).

Stessa storia, mi segnala @teleblin, anche su TGCom24, che scrive: “Sempre con la moglie viene reclutato da Gene Rodddenberry regista, tra le tante serie tv di fantascienza, anche di “Star Trek” e di “Ufo”, che gli chiede di lavorare in “Spazio 1999″” (copia su Archive.is). Anche qui, Rodddenberry scritto con 3 D e oltretutto promosso regista (in realtà era produttore e non ha mai diretto puntate di Star Trek o Spazio 1999 o UFO).

Per chi conosce la materia trattata da questi articoli, l’impressione amara che ne risulta è semplice: i giornali se ne strafregano della correttezza e della qualità, e quindi se ne strafregano del lettore, facendo finta di offrirgli notizie create da loro che invece provengono con il copiaincolla da qualche agenzia di improvvisati.

Se avessero almeno il pudore di scrivere che la fonte della notizia è un’agenzia che viene semplicemente ripubblicata in automatico, almeno sapremmo a chi dare la colpa. Cosa più importante, se le testate non segnalano che si tratta di copiaincolla da un’agenzia, il lettore pensa che la notizia sia confermata da quattro fonti indipendenti. È dura spiegargli che quattro giornali hanno torto e tu hai ragione.

E poi gli editori dei giornali dicono che il crollo delle vendite è colpa di Internet. Ditemi voi che motivo dovrei avere di pagare per leggere notizie sbagliate. Se questo è quello che succede nei campi in cui sono competente e mi accorgo degli errori, cosa succede in quelli in cui non lo sono?

2017/07/20 9:40. Dopo la pubblicazione iniziale di questo mio articolo, Repubblica ha rifatto il proprio articolo copiandolo pari pari da Wikipedia.

Alcuni commentatori hanno obiettato che questi errori sono nella versione online gratuita e non in quella cartacea. A parte il fatto che comunque la versione online porta il marchio della testata e quindi un errore nella versione online è una macchia sulla testata nel suo complesso, e che il messaggio “se non paghi ti rifilo m*rda” non mi sembra particolarmente costruttivo o rispettoso del lettore, @teleblin mi ha inviato la scansione della versione cartacea del Corriere della Sera. Non contiene la panzana di Roddenberry creatore di Spazio 1999, ma in compenso offre ai lettori paganti questa doppia perla: “dal 1974 al 1977… in anticipo sui tempi di Star Trek” (falso: Star Trek era già in televisione dal 1966) e “[ricevendo] pure la partner, Barbara Bain, in moglie (falso: erano sposati dal 1957). Online o su carta cambia poco, insomma: proprio non ce la fanno.

Star Trek, specchio trasgressivo della società: saggio breve per la rivista “Formiche”

Star Trek, specchio trasgressivo della società: saggio breve per la rivista “Formiche”

A settembre 2016 la rivista Formiche mi ha chiesto di scrivere gratuitamente un articolo per un numero contenente testi di vari autori legati a Star Trek per riflettere sulle connessioni in termini di evoluzione politico-sociale della serie. Ho accettato con la condizione di poterlo ripubblicare in seguito altrove, per cui eccolo qui. La traccia assegnatami, piuttosto impegnativa, è stata questa: “Come Star Trek ha assorbito e fatto suoi alcuni cambiamenti e realtà socio-politiche importanti (Guerra Fredda, Vietnam, Kennedy, l’Onu). Interessante anche qualche riflessione sul nuovo film che, come rilevato da alcuni critici, non contiene importanti riferimenti al mondo politico-sociale. È forse esemplificativo di un appiattimento della società moderna?” Questo è il mio svolgimento.

Star Trek, specchio trasgressivo della società

“Trasgressivo” probabilmente non è il primo aggettivo che viene in mente quando si considera la cinquantenaria saga di Star Trek. A prima vista, le avventure del Capitano Kirk, del signor Spock e dell’astronave Enterprise (e degli altri equipaggi delle serie televisive e cinematografiche successive) sono la quintessenza del conformismo americano degli anni Sessanta: una sorta di Alla conquista del West con navi spaziali al posto delle carovane, le stelle al posto delle praterie e il mostro della settimana al posto degli indiani. I bianchi americani sono i migliori e la galassia è la Nuova Frontiera di Kennedy che attende solo di essere conquistata da loro.

In effetti il format di Star Trek fu venduto proprio con questa premessa western alle reti televisive statunitensi proprio negli anni in cui l’America esplorava lo spazio per poi sbarcare sulla Luna. Ma il creatore della saga, Gene Roddenberry, ebbe anche l’astuzia di infilare tra le righe, in aggiunta all’azione e all’avventura e a personaggi-archetipo di grande presa sul pubblico, delle riflessioni pungenti sulla società contemporanea che i censori della controllatissima TV americana degli anni Sessanta non avrebbero mai lasciato passare se fossero state presentate esplicitamente.

Pochi giorni fa [a Bologna, il 17 settembre] ho incontrato William Shatner, l’attore che interpretò il Capitano Kirk nella serie televisiva originale. A ottantacinque anni portati con energia invidiabile, Shatner ha sottolineato alcuni esempi di questa trasgressione, come gli alieni bianchi sul lato destro e neri sul lato sinistro, che odiano e considerano inferiori quelli identici ma con i colori invertiti [Let That Be Your Last Battlefield/Sia questa l’ultima battaglia], chiara allusione ai drammi del razzismo negli Stati Uniti di allora, o il pianeta afflitto dalla rigenerazione spontanea degli organi e da un culto assoluto per la vita, che si trovava quindi in preda alla sovrappopolazione più disperata e allucinante [The Mark of Gideon/Il marchio di Gideon].

I nemici principali dei protagonisti, i Klingon e i Romulani (e successivamente i Borg), erano società aliene militariste, dittatoriali, dominate da un’ideologia unica nella quale l’individuo e le libertà personali erano irrilevanti: riferimenti molto evidenti all’Unione Sovietica e alla Cina degli anni Sessanta, dominati dalla paranoia della Guerra Fredda. Per contro, i nostri eroi viaggiano per l’universo non per sottometterlo ma per esplorarlo, hanno una Direttiva Primaria di non interferire con le altre culture, e operano sotto l’egida di una Federazione dei Pianeti Uniti, che è una versione futuribile dell’ONU.

L’equipaggio stesso dell’Enterprise è una trasgressione per gli standard dell’epoca: non più il solito gruppo di maschi bianchi anglosassoni con donne di contorno e bambini come spalla comica, ma una coralità di etnie, origini e generi. Certo, il Capitano Kirk è il perfetto simbolo dell’America WASP e le minigonne e le scollature abbondano, ma l’astronave è pilotata da un asiatico insieme a un russo con una sovversiva chioma da Beatles, il primo ufficiale è un mezzosangue (Spock è metà alieno e metà umano) ed è il più intelligente a bordo, e le comunicazioni e le riparazioni sono gestite da una donna oltretutto di colore (un ruolo rivoluzionario per i criteri sessisti e razzisti di allora, che ispirò per esempio Whoopi Goldberg a diventare attrice e si meritò il plauso di Martin Luther King). L’Enterprise vince perché unisce i talenti delle persone migliori, a prescindere da ogni discriminazione.

Ma al di sotto di questo livello di allegorie piuttosto palesi (almeno agli occhi di oggi) Star Trek spiccò per altri messaggi, più sottili ma altrettanto penetranti, che sfuggirono alla censura. Per esempio, avvenne in Star Trek il primo bacio televisivo fra un uomo bianco e una donna di colore (il capitano e l’addetta alle comunicazioni), tabù totale per l’epoca; passò perché fu presentato come un bacio forzato da alieni telepatici [Plato’s Stepchildren/Umiliati per forza maggiore], generando comunque proteste negli stati americani del sud. La conta dei morti americani nella guerra in Vietnam, altro tabù, fu infilata pari pari nel telegiornale di un pianeta alieno, oltretutto impegnato in una guerra fredda fantascientifica contro un pianeta rivale, nella quale al posto delle bombe atomiche venivano lanciati attacchi virtuali, simulati da calcolatori, e i cittadini dichiarati morti dovevano presentarsi spontaneamente per l’eliminazione reale: un orrore al quale gli abitanti si erano assuefatti da secoli perché l’alternativa, la guerra vera con armi reali, sarebbe stata devastante per entrambi i contendenti [A Taste of Armageddon/Una guerra incredibile]. La vera alternativa, la pace fra i due mondi, era impensabile: un messaggio al limite del sovversivo in un’America uscita da poco dal maccartismo e impegnata in un immenso e costosissimo bluff militare contro l’Unione Sovietica.

Riflessioni e allusioni come queste sono state tentate nelle serie televisive e nei film successivi della saga, ma raramente hanno avuto la profondità e il coraggio di quelle della serie originale. Non sono mancati, per esempio, i riferimenti all’ecologia, all’ingegneria genetica, alla religione, e le famiglie con membri di specie differenti sono state raccontate, ma il primo accenno a una famiglia omosessuale è arrivato solo nel film più recente (Star Trek Beyond) e comunque è talmente garbato e fugace da sfuggire a uno spettatore poco attento. Le nuove produzioni di Star Trek sono state molto più prudenti.

Questa scelta di cautela è, paradossalmente, figlia proprio dei successi di quelle idee dirompenti degli esordi: un film o telefilm, oggi, viene distribuito in tutto il mondo, non più solo in Occidente, e quindi eventuali messaggi devono valere in ogni cultura, per cui tendono a essere molto generici. Per esempio, in Beyond il messaggio di fondo è semplicemente che la vera forza sta nell’unione e che la pace va difesa a qualunque costo contro chi crede che il conflitto sia il vero equilibrio e che se non c’è un nemico bisogna crearlo. Un’idea banale, forse, agli occhi di molti, ma potente in altre culture. Non va dimenticato che persino il messaggio elementare anticolonialista di un altro popolarissimo prodotto di fantascienza, Avatar, è stato sufficiente a impensierire i governanti della Cina quando se ne sono appropriati i cittadini colpiti dalle migrazioni forzate dal governo centrale.

La trasgressione di Star Trek è insomma diventata soft, ma è globale: ne coglieremo i frutti fra altri cinquant’anni.

Oggi non dimenticate l’asciugamano: è il Towel Day!

Oggi non dimenticate l’asciugamano: è il Towel Day!

Oggi è il Towel Day, giorno nel quale tutti gli appassionati di fantascienza onorano il lascito culturale e umano di Douglas Adams e la sua Guida Galattica per Autostoppisti portando con loro un asciugamano, strumento fondamentale di ogni viaggiatore spaziale:

L’asciugamano, dice, è forse l’oggetto più utile che l’autostoppista galattico possa avere. In parte perché è una cosa pratica – ve lo potete avvolgere attorno perché vi tenga caldo quando vi apprestate ad attraversare i freddi satelliti di Jaglan Beta; potete sdraiarvici sopra quando vi trovate sulle spiagge dalla brillante sabbia di marmo di Santraginus V a inalare gli inebrianti vapori del suo mare; ci potete dormire sotto sul mondo deserto di Kakrafoon, con le sue stelle che splendono rossastre; potete usarlo come vela di una mini-zattera allorché vi accingete a seguire il lento corso del pigro fiume Falena; potete bagnarlo per usarlo in un combattimento corpo a corpo; potete avvolgervelo intorno alla testa per allontanare i vapori nocivi o per evitare lo sguardo della vorace Bestia Bugblatta di Traal (un animale abominevolmente stupido, che pensa che se voi non lo vedete, nemmeno lui possa vedere voi: è matto da legare, ma molto, molto vorace); inoltre potete usare il vostro asciugamano per fare segnalazioni in caso di emergenza e, se è ancora abbastanza pulito, per asciugarvi, naturalmente.

Ma soprattutto, l’asciugamano ha una immensa utilità psicologica. Per una qualche ragione, se un figo (figo = non-autostoppista) scopre che se un autostoppista ha con sé l’asciugamano, riterrà automaticamente che abbia con sé anche lo spazzolino da denti, la spugnetta per il viso, il sapone, la scatola di biscotti, la borraccia, la bussola, la carta geografica, il gomitolo di spago, lo spray contro le zanzare, l’equipaggiamento da pioggia, la tuta spaziale, ecc. ecc. E quindi il figo molto volentieri si sentirà disposto a prestare all’autostoppista qualunque articolo di quelli menzionati (o una decina di altri non menzionati) che l’autostoppista eventualmente abbia perso. Il figo infatti pensa che un uomo che abbia girato in lungo e in largo per la galassia in autostop, adattandosi a percorrerne i meandri nelle più disagevoli condizioni e a lottare contro terribili ostacoli vincendoli, e che dimostri alla fine di sapere dov’è il suo asciugamano, sia chiaramente un uomo degno di considerazione.

(dalla Guida Galattica per Autostoppisti di Douglas Adams)

A proposito di viaggiatori spaziali e asciugamani, guardate cosa ha tweetato poco fa l’astronauta Samantha Cristoforetti:

Non posso competere, ma queste sono alcune immagini del mio Towel Day.

Ci nascondiamo alla Bestia Bugblatta

Se guardate molto attentamente, noterete che sto indossando un asciugamano.
Modelle di Imacrew.com.
Debutta la versione “aggiornata” della serie classica di Star Trek. Rifatti gli effetti, preservato il gastrospasmo

Debutta la versione “aggiornata” della serie classica di Star Trek. Rifatti gli effetti, preservato il gastrospasmo

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La Serie Classica di Star Trek, oggetto di culto nella Rete, compie quarant’anni e si concede un lifting digitale. Le avventure di Kirk, Spock, McCoy e della loro cosmopolita e colorata compagine cosmica, alla perenne ricerca di nuovi mondi, di lezioni morali e di un paio di tasche (notoriamente assenti nei costumi del telefilm), vengono ritrasmesse in questi giorni negli USA in una nuova versione in alta definizione, con audio ed effetti speciali completamente rifatti.

C’è chi grida al MLMFC (“mungi la mucca finché crepa”), considerandolo uno squallido quanto sacrilego espediente per spillare altri soldi ai fan creando un falso storico (l’Iliade con pistole e telefonini, insomma) secondo la moda lanciata da Guerre Stellari con le sue contestatissime ma vendutissime “edizioni speciali”, nelle quali le basette anni Settanta cozzano con l’ultimo grido digitale del ventunesimo secolo. Ma c’è anche chi trova che tutto sommato i nuovi effetti svecchino gli episodi senza snaturarli.

A differenza di Guerre Stellari, E.T. e altri film sottoposti a rifacimento, che hanno visto cambiare radicalmente aspetti essenziali della trama (Han sparava per primo, dannazione), la nuova versione di Star Trek preserva rigorosamente le trame originali. Gli effetti aggiornati ricalcano fedelmente le limitazioni e lo stile di quelli dell’epoca: per esempio, l’astronave Enterprise non si mette a fare virate da Frecce Tricolori, ma fa le stesse manovre di prima, solo in forma più pulita, senza sgommate e senza i vistosi bordi blu del blue screen su pellicola degli anni Sessanta. I pianeti non sono più palle da ping-pong dipinte, ma hanno una vera e propria geografia.

Cosa ben più importante per i Veri Fan, nei quali mi includo se non altro per meriti d’anzianità, la recitazione è intatta, nel bene e nel male: nulla è stato cambiato, per esempio, nella… dizione… scandita… delle… battute… drammatiche… del capitano Kirk e soprattutto nel suo celebre gastrospasmo (chi conosce la serie sa cosa intendo: il gesto di portare i gomiti all’addome e divaricare le braccia, a mani aperte, tipico di William Shatner — sto cercando una foto in archivio, ma non la trovo, se l’avete, mandatemela). Né sono state rivedute le minigonne oggi politically incorrect dei componenti femminili dell’equipaggio. E a differenza dell’operazione analoga fatta da George Lucas con la sua trilogia, gli originali non sono stati fatti sparire dal mercato (le edizioni originali di Guerre Stellari – senza le oscene scritte Episodio IV, V e VI e con Han che fa quel che deve fare un contrabbandiere canaglia – sono finalmente in vendita dai primi di settembre, dopo dieci anni di proteste dei fan).

Purtroppo il ritocco digitale non si estenderà, a quanto mi risulta, al doppiaggio italiano, ricolmo di strafalcioni di traduzione tali da indurre il gastrospasmo (appunto): per esempio, molti si chiedono tuttora come mai il capitano Kirk insista a chiamare “Olmo” (Elm) il tenente Hikaru Sulu, manco fosse un personaggio di Mai dire gol. In realtà l’audio originale diceva “helm”, ossia “timone”, riferimento alla mansione di Sulu, ma l’Einstein di turno al quale fu rifilata la traduzione pensò che si trattasse del nome del tenente. Ehi, che diamine, se il primo ufficiale ha le orecchie a punta, il timoniere potrà anche chiamarsi come un albero; è fantascienza, no?

Rifacimenti digitali o meno, nessun fan della serie classica ne è diventato appassionato per le battaglie e le esplosioni; contano le trame, le sfide morali, le battute e l’interazione dei personaggi, che la nuova edizione preserva fedelmente. Il fatto che i phaser ora non facciano più gli schizzi come nell’originale probabilmente permette alle nuove generazioni di apprezzare senza imbarazzo questi piccoli capolavori realizzati in estrema povertà. Povertà grazie alla quale fu necessario, a differenza di tanta fantascienza moderna e antica, concentrarsi sulla qualità delle storie e dei personaggi anziché risolvere tutto con dodicimila watt di botti e battaglie.

Per chi volesse valutare i risultati della “nuova” edizione di Star Trek, il filmato promozionale permette il confronto fra l’originale e il rifacimento. Chi ha già fatto la migrazione alla nuova newsletter Internet per tutti riceverà un invito a partecipare a un sondaggio (rigorosamente anonimo) sul tema del ritocco digitale dei film classici (non soltanto di fantascienza).

Aggiornamento (2006/09/20)

Ecco i risultati del sondaggio:

  • E’ un falso storico; i film vanno visti come furono girati, 28.42%
  • E’ necessario per evitare che vengano dimenticati, 11.58%
  • Va bene, basta che sia indicato chiaramente, 55.79%
  • Non me ne può fregar di meno, 4.21%
Addio Anne Francis: salutaci Leslie, se puoi

Addio Anne Francis: salutaci Leslie, se puoi

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Ci ha lasciato Anne Francis, l’attrice che interpretò la splendida e innocente Altaira nel Pianeta Proibito. Aveva 80 anni. Ne dà notizia il Los Angeles Times. Il 26 novembre scorso si era congedato Leslie Nielsen, che nel film era il comandante J.J. Adams dell’astronave C-57D, mandata su Altair IV per scoprire che fine aveva fatto la spedizione inviata vent’anni prima. Sigh.

Arrivati sul pianeta, trovano che tutti i coloni sono morti misteriosamente, tranne uno, il dottor Morbius (Walter Pidgeon), e sua figlia Altaira, che non ha mai visto nessun essere umano tranne il padre. C’è anche Robbie, il primo robot del cinema di fantascienza a seguire le Tre Leggi della Robotica di Isaac Asimov. E c’è uno dei mostri più terrificanti dello schermo: inarrestabile, invincibile e invisibile.

Classe 1956, e che classe.

Altaira (in piscina): Si tuffi!
Comandante Adams: Non ho il costume da bagno
Altaira: Cos’è un costume da bagno?

La Neytiri della mia generazione. Senza bisogno di grafica computerizzata.

La NASA stila una classifica dei peggiori film di fantascienza: “2012” al primo posto. Davvero?

La NASA stila una classifica dei peggiori film di fantascienza: “2012” al primo posto. Davvero?

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: ore 18:15.

A quanto pare la NASA e il Science and Entertainment Exchange avrebbero pubblicato una classifica dei peggiori film di fantascienza, dove per “peggiore” s’intende “più ricco di errori scientifici”. Il primo in classifica sarebbe 2012, seguito da The Core e Armageddon; i più realistici, per contro sarebbero Gattaca, Contact e Metropolis.

Così, perlomeno, riportano vari siti di notizie: The Sun, FilmScoreMonthly, Io9, AirlockAlpha, The Australian, Toronto Sun, HollywoodNewsFlash, Starpulse, WorstPreviews, Metro, Coventry Telegraph e tanti altri, citando talvolta Donald Yeomans, che gestisce la missione NEAR per la NASA. TheFirstPost cita le due classifiche complete. Stranamente, però, non trovo nulla di pertinente né sul sito della NASA, né su quello del Science and Entertainment Exchange o nella pagina Web di Yeomans. Niente neppure nei feed Twitter della NASA e del JPL (dove lavora Yeomans). Ho già scritto a Yeomans e all’SEE; finora nessuna risposta. Potete aiutarmi? Grazie!

15:20

Un lettore (Zille, che ringrazio) segnala nei commenti qui sotto che secondo le ricerche di Eightface la fonte iniziale sarebbe un articolo di John Harlow sul Sunday Times, disponibile solo a pagamento e datato 2 gennaio 2011. Ho pagato e l’ho letto: neanche lì ho trovato fonti o link, ma solo un commento di una persona che dice di essere una giornalista (Elizabeth Bromstein, Toronto) e di aver contattato NASA ed SEE: a suo dire, nessuno dei due enti sa nulla di questa lista (“it must have been some seriously secret meeting. I called both Nasa and the Science & Entertainment Exchange – because I am a reporter – and neither one of them knows anything about this list.”).

Comunque sia, questa è la lista dei peggiori film di fantascienza secondo il Sunday Times (lascio per ora i titoli originali): 1) 2012 (2009) 2) The Core (2003) 3) Armageddon (1998) 4) Volcano (1997) 5) Chain Reaction (1996) 6) The 6th Day (2000) 7) What the #$*! Do We Know? (2004). La lista dei migliori: 1) Gattaca (1997) 2) Contact (1997) 3) Metropolis (1927) 4) The Day the Earth Stood Still (1951) 5) Woman in the Moon (1929) 6) The Thing from Another World (1951) 7) Jurassic Park (1993).

18:15

Il Science and Entertainment Exchange mi ha risposto dicendo che “non è stato coinvolto nella compilazione di questo elenco dei 10 peggiori film di fantascienza” (“The Science & Entertainment Exchange was not involved in compiling this list of the 10 worst sci-fi films”).

Inoltre Donald Yeomans mi ha risposto poco fa dicendo che il 9 dicembre scorso c’è stato un incontro al JPL per discutere di collaborazioni fra NASA e l’industria del cinema, al quale lui ha partecipato: si è discusso di scienza nei film ma non è stata stilata alcuna classifica (“no ranking of worst movies or anything like that”). Anzi, Yeomans non aveva neppure visto 2012 e dice che il virgolettato in cui lo giudica il peggior film, attribuitogli dai giornali australiani, è inesatto.

Recensione di “Tron Legacy”: spettacolare ma senza spessore. Neanche in 3D

Recensione di “Tron Legacy”: spettacolare ma senza spessore. Neanche in 3D

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2011/01/07.

Ieri sera ho finalmente visto Tron Legacy e vi posso proporre una breve recensione senza spoiler. Visivamente è bello: il design dei veicoli, dei costumi e delle ambientazioni è molto curato e azzeccato, anche se tende alle atmosfere cupe molto più dell’originale, mitico, fluorescente Tron del 1982 che ispirò tante carriere informatiche.

I due protagonisti (Olivia Wilde e Garrett Hedlund) sono belli da vedere e tentano di fare del loro meglio con le battute che hanno. La colonna sonora (Daft Punk molto orchestrali grazie ad aiuti esterni) è magnifica, gli effetti speciali sono ben fatti (a parte il ringiovanimento digitale di Jeff Bridges, che risulta innaturale e cade dritto nella uncanny valley) e il 3D non è troppo abusato.

Ma Tron Legacy soffre della stessa mancanza di coraggio di tanti film di oggi: una trama scontata, che lascia da parte le allusioni informatiche che avevano fatto la gioia dei geek nel primo film, e dei personaggi privi di spessore, senza alcuna caratterizzazione. Sam Flynn è il solito ragazzo ribelle perché abbandonato dal padre e genio dell’informatica nonostante abbia mollato gli studi: perfettamente intercambiabile con il John Connor di Terminator 2 e già visto in mille altri film. Quorra (Olivia Wilde), la cui genesi le permetterebbe di essere un personaggio memorabile per la sua innocente visione dell’umanità da un punto di vista esterno (spunto classico e splendido per qualche riflessione sulla condizione umana), viene ridotta a semplice (ma indubbiamente gradevole) coprotagonista di una serie interminabile di scene d’azione. I colpi di scena vengono liquidati senza soffermarsi a dare loro l’importanza emotiva che dovrebbero avere, quasi che gli sceneggiatori si vergognassero di ricorrere a dei deus ex machina assolutamente prevedibili.

Viene a mancare, insomma, quella regola fondamentale del cinema: se non si riesce a coinvolgere emotivamente lo spettatore con una buona caratterizzazione, non gliene fregherà nulla della sorte dei personaggi. Questi film dagli effetti speciali ultraperfezionati sono delle attrazioni da parco a tema e nulla più. Esattamente come in Avatar o i prequel di Star Wars, sarebbe bastato così poco, giusto qualche battuta in più nella sceneggiatura, per osare e creare dei personaggi ai quali appassionarsi. Ma quando c’è di mezzo un budget da trecento milioni di dollari (così pare, secondo IMDB), nessuno se la sente di rischiare, e così ci troviamo oggi con tecnologie che ci permettono di rappresentare qualunque storia ma non le usiamo per raccontare storie degne di questo nome.

Il risultato è una serie di film che sanno di risciacquatura di piatti e saturano ma non saziano (faccio un’eccezione per Inception). Tron Legacy è una fiera del già visto. Le citazioni, volontarie o meno, si sprecano. La battuta “l’unico modo per vincere è non giocare” è presa di peso da Wargames; le scenografie di casa Flynn sono copiate pari pari da 2001 Odissea nello spazio (c’è persino la citazione dell’oggetto che cade dal tavolo e si rompe); la scena in cui Sam va a sparare agli inseguitori è spudoratamente uguale a quella in cui Luke Skywalker va a sparare ai caccia imperiali mentre è a bordo del Millennium Falcon in Star Wars; le scene di massa delle truppe del cattivo sono rubate dal Signore degli Anelli e dall’Attacco dei Cloni; l’anziano samurai-maestro che chiede ai compagni d’avventura di lasciare a lui la lotta con il supercattivo è un cliché copiato da Star Wars (dal quale arriva anche l’altro cliché del braccio mozzato); e così via. C’è chi li chiama omaggi e chi li chiama scopiazzature.

Gli informatici resteranno abbastanza delusi: come dicevo, i riferimenti geek all’informatica sono pochissimi, forse nel tentativo di non confondere il pubblico; peccato grave in un film che si svolge tutto nel mondo dei computer. Oltretutto il doppiaggio italiano ha perso per strada (credo necessariamente) parecchi di quei pochi giochi di parole e doppi sensi tecnologici.

Per esempio, tradurre “the grid” con “la rete” è impreciso e confonde, perché “la rete” sembra un riferimento a Internet, ma in realtà l’intera vicenda si svolge dentro un singolo computer. “User” è stato tradotto con “creativo” anziché “utente”: peccato, perché così si perde il senso della battuta che per creare un sistema informatico perfetto occorre eliminare tutti gli utenti (va detto che questa scelta di traduzione è uguale a quella fatta per il Tron originale). Il “fine messaggio” ripetuto dai personaggi in originale è “end of line”, che ha un sapore molto più marcato e vintage per gli informatici. Anche l’“epurazione” è, in inglese, un molto più significativo e informatico “purge”. Ma mi rendo conto che una traduzione italiana efficace sarebbe stata praticamente impossibile.

Alcune allusioni per smanettoni sono rimaste e sono gradevoli: le elenco qui man mano che le scopro.

  • la stretta di mano fra due personaggi importanti è apparentemente insensata nel contesto di una fuga precipitosa, ma è ovviamente un handshake;
  • un personaggio si chiama GEM, come l’ambiente grafico della Digital Research per DOS e Atari);
  • i giocatori nell’arena si chiamano Cray, Wulf (da Beowulf), Hurd, Turing, Eckert (uno dei padri di ENIAC), Backus (da John Backus, padre di FORTRAN e ALGOL), come si vede per un istante sul tabellone mostrato qui sopra;
  • uno dei personaggi si chiama Zuse e secondo la Tron Wiki è a immagine e somiglianza di Konrad Zuse, pioniere informatico considerato padre dei moderni computer;
  • il titolo stesso del film è informaticamente allusivo (“legacy” indica sia l’eredità morale, sia apparecchiature o software vecchi ereditati da sistemi informatici precedenti);
  • c’è un SolarOS che è un’allusione al sistema operativo SunOS;
  • e c’è una breve ma splendida parodia di Steve Jobs fatta da Cillian Murphy (non citato nei titoli di coda) che purtroppo si perde completamente nel doppiaggio.

I cammei* degni di nota sono giusto un paio: i Daft Punk come DJ in un locale in cui Steven Lisberger, regista del Tron originale e produttore e cosceneggiatore di questo film, è un barista. Purtroppo anche due elementi fondamentali del primo film, Bit e i carri armati, sono relegati a due apparizioni fugaci; va un po’ meglio con i Recognizer e altri veicoli cari ai fan del mondo di Tron.

*Sì, è giusto così. Vedere discussione nei commenti.

Come nel primo Tron, le metafore religiose abbondano, ammesso che sia sensato cercarle in un film d’intrattenimento: il figlio del creatore (addirittura “son of the maker” in originale) che viene a salvare il mondo, il braccio destro del creatore che viene creato a sua immagine e somiglianza e che lo tradisce per diventare il suo peggior nemico.

Correzione: pensavo che ci fosse anche un’allusione alle divinità pagane rese obsolete dal nuovo dio, perché avevo capito che il personaggio Zuse si chiamasse Zuus come imitazione della pronuncia inglese di Zeus. La Tron Wiki mi smentisce. Grazie a Marina e Giovanni per la correzione.

Qui potete vedere uno spezzone della realizzazione degli effetti speciali (sempre che la Disney non lo rimuova):

In questo spettacolo fragoroso e coreografico ma freddo e superficiale (e buio – pessima idea usare il 3D attuale, che scurisce tutto, in un film così scuro in partenza) si perde una delle poche allusioni che può spingere lo spettatore, soprattutto quello informatico, a una riflessione: Sam Flynn, il protagonista, è paladino del software libero. Sogna esplicitamente un sistema nel quale tutte le informazioni sono libere e aperte e si mette nei guai pur di realizzarlo, e questo viene presentato come un comportamento eroico, mentre i sostenitori del software chiuso vengono presentati come avidi e aridi cattivi. È molto ironico che tutto questo avvenga in un film della Disney, che è una delle multinazionali che perseguita maggiormente chi vuole liberare e condividere certi tipi di informazioni digitali: i suoi film.

CBS e Paramount fanno causa ad “Axanar”, fanfilm di Star Trek: è troppo ben fatto

CBS e Paramount fanno causa ad “Axanar”, fanfilm di Star Trek: è troppo ben fatto

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alle donazioni dei lettori. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora (anche con un microabbonamento). Ultimo aggiornamento: 2016/01/04 7:15.

Senza la minima parvenza d’autoironia, l’atto legale di accusa della Paramount e della CBS nei confronti del fanfilm Axanar dice una cosa profondamente imbarazzante: le due case di produzione hanno fatto causa ai creatori di Axanar perché ha “l’aspetto e la consistenza di un vero film di Star Trek” (“look and feel like a true Star Trek movie”). A differenza di quelle stupidaggini fracassone dirette da J. J. Abrams. Quelle dove Spock risolve i problemi a suon di cazzotti.

Da decenni, ormai, i fan di Star Trek autoproducono storie, fumetti e video basati sui personaggi e gli ambienti della serie e finora CBS e Paramount, attuali titolari dei diritti, non hanno mai avuto problemi, a patto che si trattasse di produzioni amatoriali e senza scopo di lucro.

La serie di telefilm autoprodotti Star Trek Continues, per esempio, è davvero notevole, con interni curatissimi, fotografia identica all’originale e tanti cameo di attori ospiti della serie originale e non solo) e soprattutto delle belle storie che compensano il montaggio e la recitazione non sempre sublimi; altre autoproduzioni, come Renegades o Of Gods and Men, hanno addirittura impiegato gli attori principali delle varie serie “ufficiali” di Star Trek (Walter Koenig, Tim Russ, Robert Picardo, Aron Eisenberg, Nichelle Nichols, Terry Farrell, J. G. Hertzler, Chase Masterson, Gary Graham, Ethan Phillips, Cirroc Lofton, Grace Lee Whitney, Robert Beltran e tanti altri), spesso chiamandoli a interpretare gli stessi personaggi che interpretavano in Star Trek. E anche qui Paramount e CBS non hanno fatto una piega.

Allora come mai stavolta è diverso? La spiegazione arriva sempre dall’atto d’accusa: Axanar ha raccolto fondi per oltre un milione di dollari e si propone come un prodotto con “professionisti che lavorano davanti e dietro la macchina da presa, con una troupe interamente composta da professionisti – molti dei quali hanno lavorato a Star Trek – che garantiscono che Axanar avrà la qualità di Star Trek che tutti i fan vogliono vedere”.

In effetti il trailer conferma questo intento professionale e qualitativo:

Anche il prequel, intitolato Prelude to Axanar, è dello stesso livello (sono disponibili i sottotitoli in italiano), e le immagini che avete visto qui sopra non sono tratte dai film di Abrams ma da Axanar:

C’è anche un altro aspetto significativo: adesso CBS e Paramount hanno in cantiere una propria serie televisiva di Star Trek, e c’è in lavorazione il terzo film della serie “reboot”, intitolato Beyond, che è talmente lontano dagli ideali e dalle situazioni di Star Trek che si vanta addirittura di avere come regista quello di Fast and Furious, ha la colonna sonora dei Beastie Boys (Sabotage, se non erro) ed è una serie ininterrotta di scazzottate e salti con motociclette.

Il trailer di Beyond ha fatto infuriare i fan, tanto da indurre il regista a giustificarsi (idem Simon Pegg, co-sceneggiatore), per cui trovarsi confrontati con un prodotto amatoriale che i fan invece adorano, come Axanar, tanto da finanziarlo per un milione di dollari, non solo rischia di mettere in ombra le produzioni “ufficiali”, ma probabilmente causa un gran rosicamento ai pezzi grossi di Hollywood, che ancora non hanno capito cosa vogliono i fan di Star Trek (aiutino: azione, avventura, ma anche rispetto per i personaggi originali e una storia che faccia pensare).

I produttori di Axanar si erano incontrati con la CBS, secondo quanto riferisce uno di loro, Alec Peters, e ne avevano ottenuto una risposta di tolleranza a patto che Axanar non guadagnasse nulla: infatti verrà distribuito gratuitamente. Questo, insieme agli anni di dimostrata accettazione dei fanfilm precedenti, aveva fatto pensare che anche Axanar sarebbe stato tollerato. Ma ora CBS e Paramount chiedono un’inibitoria alla distribuzione di Axanar e anche centinaia di migliaia di dollari di danni per le violazioni del diritto d’autore. I produttori di Axanar hanno risposto su Facebook dicendo che “a quanto pare la CBS sa che Axanar è esattamente quello che vogliono i fan, perché stanno cercando di farci chiudere” e che risponderanno a breve ma non mollano. Staremo a vedere.

Sembra proprio, insomma, che finché si tratta di fanfilm così così, a Paramount e CBS va bene che i fan usino i loro marchi, perché in fin dei conti contribuiscono (gratis) a mantenere popolari quegli stessi marchi; ma se un fanfilm rischia di essere migliore delle loro produzioni, allora cala la scure della legge. Per carità, CBS e Paramount non fanno altro che far valere i propri diritti sanciti dalla legge, ma usare così palesemente due pesi e due misure non sembra essere il modo migliore per farsi amare dai fan. Che, vorrei ricordare, già negli anni Sessanta seppero organizzare una campagna di protesta sufficiente a far rinnovare la Serie (oggi) Classica di Star Trek per una terza stagione nonostante la rete televisiva volesse chiuderla.

Star Trek esiste da sempre grazie ai fan, ma i bottegai di Hollywood non l’hanno ancora capito.

Adesso ho un motivo in più per non andare a vedere Beyond.

2015/12/31 13:20. Alec Peters, uno dei principali artefici di Axanar, ha raccontato la propria versione dei fatti e ha detto di essere stato in contatto con “una delle principali società di consulenza sulla proprietà intellettuale negli Stati Uniti” con l’ipotesi di fornire una difesa legale pro bono. La società, dice Peters, “era molto interessata a rappresentarci dato che era al corrente dell’azione legale e aveva già deciso che questo sarebbe stato un caso di altissimo profilo che potrebbe definire la legge sulla proprietà intellettuale per l’industria dell’intrattenimento”. Se ci saranno sviluppi concreti ve li segnalerò.

2016/01/01 12:30. Nei giorni scorsi Alec Peters ha pubblicato altri dettagli qui, dicendo di aver appreso dell’azione legale dalla stampa prima ancora che dai canali ufficiali.

2016/01/04 7:20. Sono interessanti i punti di vista di Luigi Rosa su Siamogeek e di Gabriella Cordone Lisiero (due che vivono di pane e Star Trek molto più di me): alcuni fatti indicano che la raccolta di fondi incentrata su Axanar non ha le connotazioni giuste per essere considerata senza scopo di lucro. Sia come sia, l’esito di questa lite legale sarà molto significativo per tutto il mondo delle produzioni amatoriali basate su format sotto copyright.

Fonti: Hollywood Reporter, Ars Technica, Variety, TrekNews.

“Star Lords”: “Guerre Stellari” incontra “Il Signore degli Anelli”

Qualcuno che va sotto il nome di Misshapenfeatures.com ha creato Star Lords, un montaggio veramente azzeccato del Signore degli Anelli e di Guerre Stellari. La prima parte, seria, mostra degli accostamenti fra le scene mitiche di entrambe le saghe che riveleranno sicuramente analogie che non avevate notato. La seconda… be’, non voglio togliervi la sorpresa. Imperdibile per i veri fan.