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Ci vediamo a Verrès domani sera per parlare di astronautichicche?

Domani sera alle 21 sarò a Verrès, alla sala Bonomi in piazzale Europa, per parlare degli aspetti poco conosciuti delle missioni spaziali, delle chicche raccontate dagli astronauti, dei miti e pettegolezzi che circondano le loro avventure e anche, inevitabilmente, dei dubbi sullo sbarco sulla Luna.

L’incontro, intitolato “Il lato nascosto dello sbarco sulla Luna”, è a ingresso libero ed è organizzato dalla Biblioteca comunale di Verrès con la complicità di 12vda.it. Porterò filmati restaurati in alta definizione e alcuni degli oggetti spaziali della mia piccola collezione.

Aggiornamenti

La serata è finita da poco ed è stato un piacere condividere il racconto dell’avventura lunare e chiacchierare con gli appassionati e gli amici, alcuni dei quali hanno fatto parecchia strada per venire qui stasera. Per chi chiedeva un video della serata, è stato realizzato e verrà pubblicato a breve.

Stasera a Lecco parlo di gabinetti spaziali

Stasera a Lecco parlo di gabinetti spaziali

Un gabinetto spaziale russo (Wikipedia)

Questa sera alle 21 sarò a Lecco, al Planetario di Corso Matteotti, per una conferenza a ingresso libero dedicata a un tema un po’ insolito: i gabinetti spaziali.

L’esplorazione spaziale è un’avventura affascinante, ma andare nel cosmo per ora significa vivere in assenza di peso, e quindi tutto quello che normalmente cade o defluisce per gravità si rifiuta di collaborare, con risultati spesso disastrosi e (almeno per noi non astronauti) decisamente comici.

Se volete saperne di più sulle bizzarre tecnologie e sulle disavventure già capitate agli astronauti alle prese con toilette testarde e corsi di addestramento appositi, o volete sapere i dettagli dei filmati top secret dei test di minzione femminile in assenza di peso che bloccarono per anni la partecipazione delle donne alle missioni spaziali, venite a fare due risate.

Attenzione: visto l’argomento, alcune descrizioni potrebbero essere poco adatte ad animi sensibili o pudibondi. Io cercherò di essere delicato, ma se devo parlare di effetto popcorn c’è poco da girarci intorno.

So che stasera sarà presente anche Luigi Pizzimenti, autore di Progetto Apollo: il sogno più grande dell’uomo, per cui se vi interessa averne una copia avete un motivo in più per esserci.

“Moonscape” verrà trasmesso dalla Rai il 20 luglio

“Moonscape” verrà trasmesso dalla Rai il 20 luglio

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. 

È un po’ che tengo riservata questa chicca e ora ho il permesso di parlarne: Rai Educational trasmetterà il mio documentario Moonscape, che ripercorre in tempo reale il primo allunaggio e la prima escursione dell’uomo sulla Luna con immagini restaurate e risincronizzate e con dialoghi tradotti e sottotitolati in italiano. Andrà in onda nella notte fra il 20 e il 21 luglio prossimi, in sincronia con gli eventi di 45 anni fa, nell’ambito di una nottata speciale intitolata Stregati dalla Luna e condotta da Luigi Bignami con numerosi ospiti storici ed esperti di astronautica.

Pochi giorni fa sono stato agli studi della Rai a Milano per registrare un mio breve intervento, ed è stato emozionante vedere su grande schermo il frutto di questo lavoro collettivo: Moonscape è reso possibile dal contributo di circa 500 donatori e collaboratori. A mia volta ho dato il permesso di usare Moonscape alla Rai senza compenso, secondo le norme della sua licenza Creative Commons. Grazie a tutti!

Il lavoro al documentario continua e ci sono novità e chicche ulteriori in arrivo a breve. Intanto vi anticipo qualche immagine rubata in studio e dietro le quinte.

Lo studio di Stregati dalla Luna.

L’aspetto in TV dello studio di Stregati dalla Luna.

Da pelle d’oca vedere di nuovo quelle immagini su un monitor.

Una tuta lunare russa (parzialmente ricostruita e priva dello strato esterno).
Sì, i russi tentarono di nascosto di andare sulla Luna.

Stasera sono al Planetario di Lecco a parlare di chicche astronautiche

Stasera alle 21 sarò ospite del Planetario di Lecco (Corso Giacomo Matteotti, 32) per una conferenza intitolata Astronautichicche e dedicata agli aspetti poco conosciuti dell’esplorazione spaziale: disastri sfiorati e taciuti, scherzi e figuracce degli astronauti, effetti inaspettati della vita in assenza di peso, raccontati attingendo alla documentazione audiovisiva e tecnica originale e alle testimonianze dirette dei protagonisti.

Lo storico volo spaziale di Gagarin fu intercettato e confermato dalla NSA

Lo storico volo spaziale di Gagarin fu intercettato e confermato dalla NSA

Questo articolo era stato scritto inizialmente per Il
Disinformatico
della Radiotelevisione Svizzera ma non è più disponibile sul sito della RSI,
per cui lo ripubblico qui in versione aggiornata. Ultimo aggiornamento:
2016/04/12 18:50.

Si celebra oggi il cinquantacinquesimo anniversario del primo volo spaziale
umano, quello effettuato dal russo Yuri Gagarin il 12 aprile 1961, e tornano le
ipotesi di messinscena o di altri voli precedenti che sarebbero falliti
tragicamente e sarebbero stati censurati e tenuti nascosti. C’è un fatto poco
conosciuto che può essere utile per chiarire come andarono le cose e conferma
che Gagarin andò davvero nello spazio: le sue trasmissioni video furono
intercettate dai servizi di intelligence statunitensi. Le immagini,
sgranate e distorte ma sufficienti a confermare la presenza di un cosmonauta a
bordo del veicolo orbitante, sono pubblicate da Sven Grahn in un
dettagliatissimo articolo intitolato
TV from Vostok. Le vedete qui accanto.

La fonte di queste immagini è un documento della CIA oggi disponibile su
Internet: s’intitola
Snooping on Space Pictures, risale al 1964 e fu reso pubblico nel 1994. Nel documento si dichiara che
“venti minuti [dopo il decollo della Vostok] furono rilevate trasmissioni
mentre il veicolo passava sopra l’Alaska. Solo 58 minuti dopo il lancio, l’NSA
riferì che la lettura in tempo reale dei segnali mostrava chiaramente un uomo
e lo mostrava mentre si muoveva. Prima che Gagarin avesse completato il suo
storico volo di 108 minuti, elementi dell’
intelligence
avevano una conferma tecnica che un cosmonauta sovietico era in orbita ed era
vivo.”

L’annuncio ufficiale di Radio Mosca fu diramato pochi minuti prima di questa
conferma. Presso Firstorbit.org c’è un
magnifico video commemorativo, First Orbit, realizzato per il
cinquantenario della missione, che ricostruisce con estrema fedeltà, attraverso
immagini reali riprese da Paolo Nespoli a bordo della Stazione Spaziale
Internazionale fra dicembre 2010 e gennaio 2011, quello che vide Gagarin durante
la sua orbita. Il sito include una vasta
collezione
di registrazioni filmate e sonore e di fotografie rare.

Per tutti coloro che sono intrigati dalle tesi di chi sostiene che ci furono
altri cosmonauti prima di Gagarin e che Yuri fu il primo a tornare vivo rimando
all’ottimo libro di Luca Boschini, Cosmonauti perduti (edito da
Prometeo), che grazie a ricerche approfondite sui documenti sovietici originali
smonta queste fantasie ma rivela intrighi ancora più affascinanti: non
dimentichiamo che all’epoca il volo di Gagarin, come tutto il programma spaziale
sovietico, fu coperto da un segreto ossessivo che oggi sembra quasi
inconcepibile.

Nelle comunicazioni radio del volo di Gagarin, i responsabili e i tecnici a
terra furono citati usando numeri al posto dei nomi (Sergei Korolev era il
Numero 20, il generale Nikolai Kamanin era il Numero 33; Leonov fu citato solo
come Blondin). Il fatto che Gagarin non rimase a bordo fino
all’atterraggio (perché la capsula non era in grado di effettuare un atterraggio
morbido) fu tenuto segreto, anche per non invalidare l’omologazione
internazionale del record. Le foto degli altri cosmonauti furono censurate
sistematicamente per nasconderne le identità. La forma della
Vostok rimase ignota, obbligando i giornali a lavorare di fantasia.

Una foto di Gagarin rilasciata in tempi recenti dall’ente spaziale russo Roscosmos.

Adesso siamo abituati a vedere i lanci delle Soyuz russe in diretta TV e
ci sembra normale avere la GoPro di bordo che mostra Samantha Cristoforetti (e
prossimamente Paolo Nespoli) all’interno della capsula mentre si
arrampica verso lo spazio; ma queste sarebbero state cose inaudite in
quell’incredibile giorno di aprile del 1961, quando la fantascienza divenne
realtà, soltanto sedici anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Ecco un po’ di copertine di giornali e riviste italiane dell’epoca, tratte
dall’archivio di Gianluca Atti, che ringrazio per aver messo a disposizione la
sua vasta collezione anche per l’Almanacco dello Spazio. Notate le rappresentazioni della Vostok totalmente inventate: nessuno
sapeva com’era realmente al di fuori di pochissimi addetti ai lavori in Unione
Sovietica. L’ultima immagine la mostra com’era realmente.

Gagarin, in tuta da paracadutista e pilota (non in tuta spaziale), su Oggi.

L’illustrazione totalmente fantastica e improbabile della Domenica del Corriere, con una capsula alata e dotata di finestrini enormi.

L’illustrazione di Stampa Sera mostra addirittura Gagarin seduto in direzione opposta al senso di marcia.

La realtà, rivelata tempo dopo: la vera configurazione della Vostok.
Nel 1972 Charlie Duke viaggiò in auto elettrica sulla Luna. Ora ne prova un’altra sulla Terra. Una Porsche Taycan

Nel 1972 Charlie Duke viaggiò in auto elettrica sulla Luna. Ora ne prova un’altra sulla Terra. Una Porsche Taycan

Charlie Duke, astronauta lunare che viaggiò in auto elettrica sulla Luna nel 1972 durante la missione Apollo 16, ora prova un’altra auto elettrica a quasi cinquant’anni di distanza: la splendida Porsche Taycan.

Due dei miei mondi preferiti che s’incontrano.

Chicca: la musica è di Matt Morton, autore delle musiche del documentario Apollo 11.

 

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Star Trek: le ceneri dell’Ingegner Scott sono state portate clandestinamente a bordo della Stazione Spaziale Internazionale

Star Trek: le ceneri dell’Ingegner Scott sono state portate clandestinamente a bordo della Stazione Spaziale Internazionale

Ultimo aggiornamento: 2020/12/31 01:00.

L’astronauta privato Richard Garriott ha rivelato pochi giorni fa di aver portato di nascosto sulla Stazione Spaziale Internazionale parte delle ceneri di James Doohan, l’attore che interpretò l’indimenticabile Ingegner Scott (“Scotty”) della Serie Classica di Star Trek. Le ceneri sarebbero rimaste a bordo della Stazione, nascoste in un anfratto nel quale si troverebbero tuttora.

L’operazione clandestina, secondo il racconto di Garriott rilasciato al Times, è avvenuta dodici anni fa, nel 2008, quando lui ha visitato la Stazione come astronauta pagante, ed è stata tenuta segreta fino a oggi per evitare imbarazzi alle agenzie spaziali responsabili della gestione della Stazione.

Doohan aveva espresso il desiderio che le sue ceneri in qualche modo raggiungessero lo spazio. Due anni dopo la sua morte, avvenuta nel 2005 a 85 anni, una parte delle sue ceneri era stata portata fugacemente nello spazio da un volo suborbitale ma era poi rientrata subito a terra. Nel 2008 un’altra parte era stata lanciata in un volo orbitale, ma la missione era fallita per un problema al vettore. Nel 2012 SpaceX aveva portato in orbita un’altra parte ancora delle ceneri, che successivamente era rientrata disintegrandosi, come previsto.

Ma nel 2008 Chris Doohan, il figlio di “Scotty”, aveva contattato Garriott (che è figlio dell’astronauta Owen Garriott), pochi giorni prima della partenza di quest’ultimo per la Stazione, e gli aveva proposto di portare nello spazio delle piccolissime porzioni delle ceneri di James Doohan.

Garriott ha rivelato ora che le aveva a bordo di nascosto, incorporandole nella plastificazione di tre piccole foto dell’attore, e le aveva nascoste dentro i propri manuali di volo, senza farle controllare dagli addetti alla sicurezza.

Una delle foto è ora a casa di Chris Doohan; una seconda fu rilasciata nello spazio da Garriott ed ora è presumibilmente rientrata in atmosfera e si è disintegrata, mentre la terza è rimasta sulla Stazione, nascosta sotto il rivestimento del pavimento del modulo Columbus, dove dovrebbe trovarsi tuttora (anche se mi risulta che il modulo in questi anni sia stato oggetto di numerose “ristrutturazioni” interne, per cui qualcuno potrebbe aver trovato e rimosso la foto senza sapere cosa fosse esattamente).

L’articolo del Times include un video della foto plastificata con le ceneri di “Scotty” che fluttua a bordo della ISS, che vedete qui sotto.

 

 

La storia dell’astronautica è ricca di oggetti e cimeli portati di nascosto a bordo, e mi risulta che il modulo Columbus sia uno dei luoghi preferiti dove depositarli. Un giorno, quando saranno oggetti di archeologia spaziale, se ne potrà parlare più apertamente.

 

Fonti aggiuntive: Chris Doohan, Snopes.

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Cinquant’anni fa, la prima passeggiata spaziale non fu una passeggiata

Cinquant’anni fa, la prima passeggiata spaziale non fu una passeggiata

Questo articolo vi arriva gratuitamente e senza pubblicità grazie alla gentile donazione di “ebaysto*”, “solomare*” e “ennegl*”. Se vi piace, potete incoraggiarmi a scrivere ancora. Ultimo aggiornamento: 2020/05/03 4:40.

Alexei Leonov galleggia nel vuoto dello spazio, protetto dalla morte pressoché istantanea soltanto dalla sua sottile, fragile tuta. È il 18 marzo 1965, e Leonov è il primo essere umano a uscire dal proprio veicolo spaziale ed effettuare quella che viene chiamata molto impropriamente passeggiata spaziale.

Impropriamente perché quell’atto di folle coraggio, motivato dalla fame di propaganda di un regime totalitario (l’Unione Sovietica), fu tutt’altro che una passeggiata. A cinquant’anni di distanza, una attività extraveicolare (questo è il termine tecnico corretto) continua a essere una delle operazioni più difficili e rischiose per astronauti e cosmonauti. Ma è anche una delle più inebrianti: galleggi nell’Universo. Non lo guardi più attraverso uno stretto oblò: ci sei immerso dentro.

Nessuno aveva mai osato tanto. L’escursione di Leonov fu un trionfo per la propaganda sovietica e un’umiliazione per gli americani, ma la realtà fu ben diversa dalla fantasia perfetta raccontata enfaticamente dalle fonti ufficiali dell’URSS. Leonov rischiò di morire abbandonato nello spazio; il rientro a terra terminò quasi in un disastro. All’epoca, però, il regime sovietico controllava ossessivamente ogni informazione e costruì una finzione molto sofisticata: guardate come fu rappresentata la missione nei francobolli celebrativi e confrontate la tuta e il veicolo di quel francobollo con la realtà tecnica mostrata qui sotto.

Oggi, con russi e americani che convivono nella Stazione Spaziale Internazionale, con i lanci dalla Russia e le passeggiate spaziali in diretta streaming su Internet, è incredibile pensare che l’intero programma spaziale sovietico era top secret e che le missioni venivano annunciate soltanto a cose fatte, se e quando avevano successo, mentre i fallimenti erano nascosti e dimenticati. La morte orribile di Valentin Bondarenko durante l’addestramento, per esempio, fu insabbiata completamente. Per anni nessuno, al di fuori di poche persone nell’Unione Sovietica, seppe come andò realmente quella prima “passeggiata” di Alexei Leonov.

Intrappolato fuori

Alexei Leonov e Pavel Belyayev

Il veicolo spaziale Voskhod (Alba) usato da Leonov era una versione modificata della Vostok usata da Yuri Gagarin. Con un miracolo d’ingegneria, i russi erano riusciti a far stare due persone al posto di una. Accanto a lui, nello stretto abitacolo, c’era l’amico Pavel Belyayev.

Per uscire nello spazio, Leonov dovette infilarsi in una camera di decompressione esterna: un tubo gonfiabile applicato lateralmente al veicolo, altro capolavoro dell’improvvisazione tecnica russa. Una volta entrato nella camera, dietro di lui fu chiuso il portello stagno dell’abitacolo e poi fu lentamente sfiatata l’aria dentro la camera.

Leonov aprì il portello esterno della camera di decompressione e si trovò a galleggiare nel vuoto. Là fuori, tutto il suo campo visivo era occupato dall’intera Africa, immersa nei colori incredibili dell’alba. Leonov, ripreso da una cinepresa e vincolato soltanto da un cordone lungo cinque metri che lo riforniva di ossigeno, fu travolto dalla bellezza della visione che lo circondava.

Rimase fuori una decina di minuti, provando vari movimenti per dimostrare che la tuta spaziale russa funzionava. Ma si accorse ben presto che non funzionava granché bene: si era gonfiata come un pallone. “Si stava deformando, le mani erano scivolate fuori dai guanti, i piedi non erano più negli scarponi”, racconta. Era talmente gonfia che Leonov non poteva rientrare nella camera di decompressione. Era intrappolato all’esterno della sua capsula e non c’era nulla che il suo compagno Belyayev potesse fare per aiutarlo.

Senza dire nulla ai controllori a terra, Leonov decise un gesto disperato ma pragmatico: sfiatare metà dell’aria della tuta per farla sgonfiare. Rischiava di andare in carenza d’ossigeno, ma non aveva scelta. Cominciò a sentire i primi effetti della rapida decompressione: il formicolio alle gambe e alle mani che sapeva essere un sintomo potenzialmente fatale.

Leonov si tirò lungo il cordone per riavvicinarsi alla camera di decompressione e vi s’infilò di testa. Lo sforzo fisico aveva fatto salire la sua temperatura corporea e sudava così tanto che le gocce di sudore gli galleggiavano dentro il casco, bloccandogli la visuale. Quel giorno perse sei chili.

Ma arrivò subito un altro problema: la procedura prevedeva che lui rientrasse a piedi in avanti. Con un altro sforzo, lottando contro la rigidità della tuta, riuscì a girarsi nello strettissimo spazio della camera e dopo la ripressurizzazione rientrò nell’abitacolo, togliendosi di corsa il casco per togliersi il sudore incollato agli occhi.

Ce l’aveva fatta: era diventato il primo uomo a galleggiare libero nello spazio e la sua impresa era stata documentata da una cinepresa e trasmessa in diretta televisiva a un numero selezionatissimo di tecnici e politici dell’Unione Sovietica. Le riprese sono mostrate in questo montaggio:

Altre immagini, incluse le riprese delle prove a terra e del veicolo Voskhod, sono in questo documentario eccezionale insieme alla testimonianza di Leonov e dei tecnici (in russo).

Rientro tra i lupi

I problemi non erano finiti. La camera di decompressione fu sganciata, ma l’espulsione fece ruotare su se stessa la capsula, disorientando i cosmonauti. Non c’era nulla che si potesse fare per fermare la rotazione, per cui la dovettero sopportare. Poi i livelli d’ossigeno nella cabina salirono eccessivamente, rischiando di trasformare l’atmosfera di bordo in un inferno alla minima scintilla elettrostatica. Leonov e Belyayev lavorarono freneticamente per abbassare la temperatura e l’umidità e ridurre il contenuto di ossigeno.

Parecchie ore dopo, quando giunse il momento di tornare a terra, i retrorazzi automatici non si attivarono. I cosmonauti furono costretti ad attivarli manualmente: un compito delicatissimo, perché un errore anche lieve nella durata e nel momento d’innesco poteva farli rientrare troppo verticalmente, disintegrandoli, oppure tenerli per sempre in orbita. Inoltre il modulo di servizio, contenente i motori e il propellente, non si staccò correttamente, esponendo i cosmonauti a una decelerazione violentissima fino a quando il calore del rientro fuse gli agganci del modulo ribelle, liberando la capsula.

Finirono per scendere sotto un grande paracadute principale nel cuore della Siberia, cadendo in una foresta popolata da orsi e lupi. Rimasero nella capsula e attesero varie ore prima di sentire il rumore rassicurante degli elicotteri di soccorso, che però non potevano atterrare in mezzo agli alberi. Leonov e Belyayev uscirono dalla capsula, raggiunsero uno spiazzo e si accorsero che il rumore era quello di un elicottero civile, non di uno di quelli militari di soccorso. Il pilota lanciò giù una scala di corda, non potendo atterrare, ma la scala era troppo fragile per salirvi con le loro pesanti tute, per cui i due rifiutarono l’invito.

Arrivarono presto altri elicotteri, che lanciarono provviste: una bottiglia di cognac, che prevedibilmente si ruppe all’impatto sulla neve, un’ascia e degli indumenti caldi, che s’impigliarono in gran parte negli alberi.

Al tramonto la temperatura scese a -25°C e i cosmonauti furono costretti a restare nella capsula, senza poterne chiudere il portello, con gli indumenti di Leonov fradici di sudore, da strizzare per non trovarseli ghiacciati addosso. Si svegliarono l’indomani al rumore dell’arrivo dei soccorsi, giunti finalmente usando gli sci. I soccorritori costruirono una casetta di legno e un focolare e portarono una tinozza nella quale i due cosmonauti si poterono finalmente lavare e asciugare, passando un’altra notte nella foresta. L’indomani Leonov e Belyayev presero gli sci e si fecero nove chilometri per raggiungere la radura dove li aspettava l’elicottero. Intorno alla cabina del veicolo spaziale videro che c’erano le impronte dei lupi affamati, curiosi di vedere cosa era piovuto dal cielo.

E questa è la vera* storia dei primi passi dell’umanità nel cosmo.

Alexei Leonov (foto di oggi).
Credit: Jan Zelinski.

* 2020/05/03 4:40. È emerso che la storia “vera” ha qualche dettaglio da correggere, come racconto qui.

Fonti: BBC, Sen.com, Federalspace.ru.

Finalmente recuperata una rara foto di Neil Armstrong sulla Luna

Finalmente recuperata una rara foto di Neil Armstrong sulla Luna

Anni fa avevo chiesto ai lettori di questo blog se qualcuno era in grado di recuperare una foto fortemente sottoesposta, scattata durante l’escursione lunare di Apollo 11. La foto, classificata come AS11-40-5894, è particolarmente significativa perché è una delle pochissime che mostrano Neil Armstrong sulla Luna almeno parzialmente.

Mancano infatti fotografie di Armstrong a figura intera durante la sua storica passeggiata sulla Luna. Tutte le foto, infatti, ritraggono il suo compagno di missione, Buzz Aldrin. Di Armstrong ci sono solo alcune inquadrature molto parziali.

La foto in questione è questa, nella sua versione grezza: si scorge, in basso a sinistra, la sagoma di Neil Armstrong.

La NASA ne ha pubblicato una versione parzialmente restaurata, che però è comunque molto scura. Ma oggi il bravissimo restauratore di immagini Apollo Andy Saunders ha risposto a un mio invito su Twitter e ha recuperato l’immagine:

In dettaglio, ecco Neil Armstrong sulla Luna, come non è mai stato visto prima:

Andy Saunders ha dato prova delle proprie capacità anche con la missione Apollo 12, di cui ricorre il cinquantenario proprio in questi giorni:

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Come si va in bagno nello spazio? Storia di una sfida tecnica

Come si va in bagno nello spazio? Storia di una sfida tecnica

Una versione leggermente ridotta di questo mio articolo è stata pubblicata per la prima volta nel numero di ottobre 2017 di Spazio Magazine dell’associazione ADAA. Ultimo aggiornamento: 2018/07/12 9:20.

La gestione sicura dei rifiuti solidi e liquidi del corpo umano è una questione tecnica essenziale per qualunque missione spaziale, ma raramente discussa in pubblico. Se chiedete a un astronauta come si va al gabinetto nello spazio, spesso risponderà con garbo e discrezione usando le parole rese famose dall’astronauta lunare Charlie Duke: “Very carefully”, ossia “Con molta attenzione.”

L’attenzione è meritatissima, perché in microgravità ciò che si vorrebbe allontanare il più rapidamente possibile dal proprio corpo tende a non farlo: per esempio, la tensione superficiale fa aderire i liquidi al corpo come una pellicola, mentre nel caso dei rifiuti solidi si verifica un particolare effetto di estrusione non lineare che i tecnici chiamano “the curl” (il ricciolo) sul quale forse non è il caso di spendere altre parole per non urtare gli animi più sensibili. Se avete presente come si comporta la pasta d’acciughe quando la spremete dal tubetto, non vi serve sapere altro.

Come se non bastasse, se l’astronauta o cosmonauta riesce ad allontanare correttamente da sé questi materiali indesiderati rischia di trovarsi circondato da una galassia di maleodoranti particelle liquide o solide fluttuanti, che sarebbe ovviamente pericoloso trovarsi addosso, inalare o ingerire e sarebbe poco salutare dover maneggiare o rimuovere dagli apparati tecnici di bordo, dove potrebbero creare intasamenti, contaminazioni e corti circuiti.

Sulla Terra, o su un altro corpo celeste come la Luna o Marte, la gravità fa andare tutto verso il basso nei recipienti appositi, ma in assenza di peso occorre trovare un altro modo di raccogliere e contenere le sostanze indesiderate. In altre parole, creare un gabinetto spaziale che funzioni a dovere è una sfida tecnica impegnativa, spesso taciuta ma assolutamente vitale per qualunque viaggio nel cosmo.

Primi esperimenti

I primi voli spaziali russi e americani con equipaggio furono talmente brevi che il problema della toilette non si pose, con una eccezione notevole: quella di Alan Shepard, che il 5 maggio 1961 divenne il primo americano a compiere un volo nello spazio nel quale ci si dovette confrontare con i limiti fisiologici del corpo umano in questo campo delicato. Il volo di Shepard (suborbitale, mentre i russi avevano già raggiunto l’orbita) aveva una durata prevista di quindici minuti, per cui non era stato previsto alcun sistema di gestione di urina e feci.

Ma il maltempo e alcuni problemi tecnici rinviarono il decollo per quattro ore, e alla fine l’astronauta si trovò costretto ad annunciare ai controllori della missione che aveva bisogno di orinare. Estrarlo dalla capsula sarebbe stato molto complicato e avrebbe richiesto il rinvio del lancio, per cui i tecnici si consultarono e diedero a Shepard il permesso di orinarsi addosso, dentro la tuta spaziale. Il liquido mandò in corto i sensori dei parametri fisiologici sul corpo dell’astronauta, che era coricato sulla schiena per il decollo, ma tutto andò bene e Alan Shepard completò il proprio volo con successo.

Fu avviato un programma di ricerca dettagliato per risolvere la questione, ma i risultati non furono molto positivi, anche perché l’unico modo per simulare l’assenza di peso senza andare nello spazio era (ed è tuttora) effettuare voli parabolici con aerei di linea appositamente modificati, che offrivano soltanto una ventina di secondi di caduta libera, durante i quali intrepidi volontari, e alcune volontarie, dovevano espletare i propri bisogni a comando in quei venti secondi e oltretutto sotto i riflettori delle cineprese che riprendevano da vicino l’intera procedura.

I filmati di queste sperimentazioni non sono mai stati rilasciati, ma leggenda vuole che alcune copie abusive dei test femminili venissero proiettate verso la fine delle feste più vivaci organizzate dagli astronauti e tecnici statunitensi.

Il maschilismo dell’epoca e un’anatomia femminile ritenuta a torto meccanicamente più impegnativa contribuirono per decenni a impedire che le donne partecipassero a missioni voli spaziali di lunga durata.

Queste limitazioni, insieme a quelle imposte dalla capacità di carico dei vettori spaziali che rendevano impraticabile avere a bordo l’ingombro e il peso di una latrina vera e propria, portarono per molti anni a un rimedio molto primitivo: nelle missioni statunitensi Gemini e Apollo, l’urina veniva raccolta in un sacchetto che si raccordava ai genitali maschili tramite una sorta di preservativo modificato e le feci venivano raccolte in un altro sacchetto, dotato di imboccatura adesiva da applicare alla parte interessata, agevolando il distacco delle feci tramite un dito inserito in un’apposita rientranza del sacchetto: a cose fatte, era necessario introdurre nel sacchetto un liquido germicida e impastare il tutto per evitare fermentazioni, perché i rifiuti solidi venivano tenuti a bordo per le analisi post-volo. Quelli liquidi venivano scaricati nello spazio, sublimandosi di colpo e creando una nube scintillante di particelle che l’astronauta Wally Schirra chiamò la Constellation Urion, ossia la “costellazione di Orinone”.

L’urina scaricata nello spazio crea la “costellazione di Orinone” (da National Geographic, aprile 1966). Credit: NASA/National Geographic.

Una fecal bag dell’epoca delle missioni Apollo. Foto mia presso la mostra A Human Adventure, Milano, febbraio 2018.

L’operazione poco gradevole, da effettuare naturalmente in assenza di peso e senza privacy, era complicata, richiedeva molti minuti e spesso non era coronata da pieno successo: vi sono registrazioni memorabili di astronauti (per esempio quelli di Apollo 10, nel 1969) che discutono di chi sia un frammento fecale fluttuante nella stretta cabina.

Trascrizione delle conversazioni in cabina di Apollo 10.
Schema del Waste Management System (sistema di gestione dei rifiuti umani solidi e liquidi) della capsula Apollo. Credit: NASA.

Ai cosmonauti russi delle Soyuz andava un po’ meglio, dato che il veicolo aveva due spazi abitativi separabili che consentivano un minimo di intimità e c’era una rudimentale toilette costituita da un imbuto e da un vasino collegati a un tubo aspirante.

L’addestratore russo per la “toilette” di bordo del veicolo Soyuz. Credit: CSA/Chris Hadfield.

Per le fasi di volo durante le quali astronauti e cosmonauti dovevano restare sigillati nella propria tuta pressurizzata e per le “passeggiate spaziali” si adottò (e si adotta tuttora) una sorta di pannolone, oggi chiamato elegantemente Maximum Absorbency Garment. L’introduzione di una dieta a basso residuo solido e di un clistere pre-volo consentì a russi e americani di contenere il problema ma non di risolverlo del tutto.

Verso soluzioni più dignitose

Con l’avvento delle prime stazioni spaziali (le Salyut sovietiche e lo Skylab statunitense negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso) e dello Shuttle americano fu possibile adibire una parte della cubatura del veicolo a latrina, come avviene anche oggi a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (ma non, a quanto risulta, sulla stazione cinese Tiangong, che per queste funzioni usa gli apparati semplificati del veicolo Shenzhou).

Inoltre, dopo tutte le riluttanze degli ingegneri degli anni Sessanta e Settanta, ci si rese conto che l’anatomia femminile era in realtà perfettamente gestibile usando semplicemente un un po’ di destrezza e un imbuto appositamente conformato (aderente al corpo e dotato di un’apertura per l’ingresso dell’aria, diversamente dall’imbuto maschile, per il quale l’aderenza ai genitali non è richiesta ed è anzi sconsigliata).

Lo Shuttle, per esempio, aveva un gabinetto vero e proprio: una piccolissima cabina nella quale l’astronauta si poteva fissare inserendo i piedi nelle apposite staffe per poi orinare dentro un imbuto dotato di impianto aspirante oppure “sedersi” su un sedile dotato di una piccola apertura di dieci centimetri di diametro, anch’essa collegata a un aspiratore.

L’uso di questo gabinetto spaziale richiedeva un apposito addestramento sulla Terra, con tanto di positional trainer: un simulatore fisico nel quale l’astronauta imparava a sedersi correttamente e ad allineare con precisione il proprio sfintere rispetto all’orifizio del gabinetto, con l’ausilio di una telecamera che inquadrava dall’interno della toilette l’intera manovra: sicuramente un modo per contemplare se stessi da un punto di vista inconsueto.

Una volta padroneggiato il positional trainer, si passava al functional trainer, nel quale bisognava procedere concretamente alle evacuazioni, eseguendo inoltre la complessa procedura di attivazione e gestione del sistema aspirante. Non era certo una soluzione agevole, ma era già un passo avanti rispetto al sacchetto o al vasino del passato. L’unico inconveniente era che i rifiuti liquidi spesso si ghiacciavano all’esterno dello Shuttle, causando frequenti intasamenti che rendevano inservibile questa toilette e obbligando gli astronauti a tornare ai sistemi tradizionali.

Questo nuovo sistema ebbe un rodaggio particolarmente sofferto. Durante il primo volo dello Shuttle (STS-1) il sistema di raccolta delle urine funzionò correttamente, ma quello fecale si intasò. Per fortuna c’erano a bordo, come riserva, i vecchi sistemi Apollo.

Durante questa missione di debutto si scoprì anche un altro problema: disseccare le feci usando il vuoto tendeva a generare polveri fecali che, se il sistema non funzionava alla perfezione, si potevano diffondere nell’atmosfera della cabina, cosa che accadde puntualmente durante il rientro di STS-1. Il rischio era che questa polvere entrasse in contatto con gli occhi, il naso o la gola degli astronauti e che l’umidità naturale di queste zone ricostituisse la materia fecale. Una situazione particolarmente indesiderabile. Il gabinetto spaziale fu drasticamente riveduto e semplificato per le missioni successive.

Sulla Stazione Spaziale Internazionale ci sono attualmente due gabinetti, uno nella sezione russa e uno nella sezione statunitense. Entrambi usano gli stessi principi meccanici già collaudati e richiedono lo stesso genere di addestramento all’uso: la gravità viene sostituita dall’aspirazione, un imbuto collegato a un tubo aspirante raccoglie i liquidi e un recipiente metallico in depressione raccoglie i solidi.

La miglioria importante rispetto al passato è che sull’imbocco del recipiente viene fissato ogni volta un sacchetto perforato che raccoglie le feci, riducendo il rischio di dover procedere a catture manuali di particelle fluttuanti. Il recipiente viene periodicamente sostituito ed eliminato mettendolo a bordo dei veicoli cargo destinati a disintegrarsi durante il rientro in atmosfera.

L’astronauta ESA Samantha Cristoforetti alle prese con un simulatore della toilette della Stazione Spaziale Internazionale sulla Terra. In mano ha il tubo aspirante per i liquidi; sul pavimento c’è il recipiente per i solidi. Credit: ESA.

Anche qui non mancano i problemi: l’accumulo di materiale fecale crea odori che si cerca di trattenere filtrando l’aria, lasciando che il freddo dello spazio congeli man mano il materiale e sigillando il contenitore dopo ogni uso, ma queste soluzioni hanno introdotto a loro volta le sfide tecniche denominate coloritamente fecal popcorning (le feci appena espulse tendono a rimbalzare per inerzia sulle pareti e smuovono quelle già congelate, creando un effetto simile al popcorn durante la cottura) e fecal decapitation (il materiale tende a riemergere inaspettatamente durante la richiusura del sigillo e viene tranciato, con effetti comprensibilmente poco entusiasmanti). Essere astronauti o cosmonauti, insomma, richiede sacrifici e impegno anche in questo campo.

Riciclando verso Marte

La tecnologia della toilette spaziale è ormai matura, ma per effettuare missioni nello spazio profondo occorre ridurre i consumi e quindi riciclare tutto il riciclabile: per questo a bordo della Stazione Spaziale Internazionale è stato introdotto dal 2008 un sistema che recupera, distilla e rende potabile l’umidità dell’aria di bordo generata dalla respirazione degli astronauti e gran parte dell’urina del gabinetto della sezione statunitense.

Questo complesso e delicato sistema riduce drasticamente la quantità d’acqua che è necessario portare nello spazio, contenendo i costi e consentendo missioni più lunghe, anche se ha qualche effetto psicologico da prendere in considerazione. Come dice l’astronauta Paolo Nespoli, infatti, il problema non è tanto l’idea che in un certo senso devi bere la tua stessa pipì: è che ti rendi conto che devi berti anche quella degli altri.

Una volta arrivati sulla Luna o su Marte sarà di nuovo possibile sfruttare la gravità per ottenere un gabinetto che funziona in modo normale in termini di raccolta dei rifiuti solidi e liquidi, ma resterà la necessità di riciclare, alla quale si aggiungerà quella di non contaminare l’ambiente circostante: due esigenze che valgono anche nella vita di tutti i giorni e che dimostrano che l’esplorazione dello spazio tende sempre a far emergere soluzioni, valori e principi che hanno un’importanza fondamentale per la coabitazione non distruttiva anche sulla nostra unica, insostituibile, grande astronave Terra.

Per saperne di più

Apollo Experience Report – Crew Provisions and Equipment Subsystem (1972)

Biomedical results of Apollo (NASA)

Packing for Mars: The Curious Science of Life in the Void, Mary Roach (2010) ISBN 978-0-393-06847-4

In the Museum: Toilet Training, Air & Space Magazine (2009)

Apollo Waste Management System, Waste Management (2017)