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“Europa Report”: per fare buona fantascienza basta la scienza. Senza mostri

“Europa Report”: per fare buona fantascienza basta la scienza. Senza mostri

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “peggystu*” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Vi tolgo subito un dubbio che mi hanno posto in molti a proposito di Europa Report: no, non ci sono mostri. Non ci sono astronauti cattivi. Non c’è un computer malvagio (anche se le citazioni di 2001 Odissea nello spazio ci sono). Non ci sono scazzottate risolutive fra l’Eroe e il Cattivo (Star Trek Into Darkness, ce l’ho con te). Non ci sono fragili damigelle da salvare. Non ci sono viaggi interstellari con motori più veloci della luce. Non ci sono deus ex machina. Non lasciatevi ingannare dal trailer. C’è un pericolo molto più reale e angosciante, che permea tutto il film: l’ostilità indifferente, eterna e inesorabile dell’universo.

Non scambiate Europa Report per un thriller: vi terrà in
tensione fino alla fine, certo, però il suo tema di fondo è un altro. Lo
troverete ben espresso nelle ultime parole del film, per cui non ve lo anticipo in dettaglio, ma è un messaggio pieno del sense of wonder (lo stupore per il meraviglioso) della (fanta)scienza più classica, con una risposta eloquente alla domanda ricorrente in ogni esplorazione ad alto rischio: vale la pena di correre tutti questi rischi? Sì, ne vale assolutamente la pena.

La premessa del film è semplice: ai giorni nostri, una missione spaziale si dirige verso Europa, satellite di Giove, sotto la cui crosta ghiacciata la scienza ipotizza da tempo che ci siano oceani liquidi e ci sia forse vita. L’equipaggio ha il compito di raccogliere e analizzare campioni del suolo per vedere se contengono tracce di questa vita sommersa, portati in superficie attraverso le spaccature della crosta ghiacciata. Ma qualcosa va storto.

Il film è claustrofobico: la sensazione dei tediosissimi mesi di viaggio, da trascorrere rintanati in una minuscola bolla di vita artificiale, senza barare con trucchi fantascientifici come l’ibernazione, è trasmessa molto efficacemente. Inoltre Europa Report è girato quasi interamente usando le telecamere fisse di bordo, quasi documentaristicamente, e anche questo contribuisce molto al realismo e all’immedesimazione. Niente armi laser, niente esplosioni nello spazio. La musica, di Bear McCreary (Battlestar Galactica), sostiene bene la tensione. Ne potete ascoltare un brano qui.

Il problema classico delle scene in assenza di peso, croce di qualunque film di questo genere, è risolto elegantemente senza ricorrere a spiegazioni magiche, ma con un abitacolo rotante, simile a una centrifuga.

Gli esterni e gli interni sono molto realistici e senza concessioni all’estetica: sembrano presi di peso dalla Stazione Spaziale Internazionale. Nelle riprese all’esterno, durante le passeggiate spaziali, non c’è rumore e non ci sono stelle: neppure Kubrick se l’era sentita di rinunciarvi (alle stelle, intendo), ma Europa Report lo fa. E funziona, perché trasforma lo spazio da un firmamento in un abisso pronto a inghiottirti se fai un passo falso.

Il bello di un’ambientazione contemporanea e realistica come questa è che rende subito ben chiaro allo spettatore che non può aspettarsi soluzioni miracolose o soccorsi a sorpresa: se qualcosa va male, va male sul serio, ed è facile che qualcosa vada male anche per una banalità. E questa premessa nel film rende angosciante anche una semplice passeggiata spaziale (il problema capitato recentemente a Luca Parmitano nella realtà, poi, è un esempio arrivato a fagiolo). Ci si rende conto istintivamente che quello che si sta vedendo potrebbe succedere realmente fra qualche anno.

Se devo proprio trovare qualche pecca nelle ambizioni di iper-realismo di Europa Report senza anticipare nulla della trama, ho trovato poco realistiche le escursioni senza cavi di soccorso, senza dispositivi di propulsione d’emergenza come un SAFER (usato oggi sulla ISS) e/o in solitario, e il problema delle radiazioni intorno a Giove è risolto con un po’ di disinvoltura; la larghezza di banda per la trasmissione dei dati dal veicolo spaziale, poi, è decisamente esagerata. E a naso la velocità di rotazione della centrifuga mi pare un po’ bassa per produrre un effetto simile alla gravità terrestre. Ma sono dettagli sui quali sono ben disposto a chiudere un occhio, perché il film nel suo complesso merita davvero. Se non altro per la sua lezione su come si può fare un buon film a basso budget e si può fare buona fantascienza usando soltanto la realtà e senza violare le leggi della fisica.

Aggiornamento: se vi dovessero servire i sottotitoli, sono qui su TV24/7. Grazie a Marco e Massimo per la segnalazione.

“2001” compie 45 anni

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Il 2 aprile 1968 debuttava all’Uptown Theater di Washington 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick. I suoi effetti visivi senza paragoni e la sua regia e fotografia reggono stupendamente ancora oggi, ma soprattutto è il suo tema senza tempo (siamo soli nel cosmo?) ad attraversare quattro decenni e mezzo senza aver perso nulla della propria profondità. 2001 fu, in sostanza, il primo film di fantascienza “serio”, che diede pari cittadinanza a questo genere solitamente relegato in seconda classe. Se volete saperne di più, potete stuzzicare l’appetito con questi miei articoli dedicati a 2001.

La NASA ha segnalato l’anniversario via Twitter linkando la splendida illustrazione di Robert McCall che fu usata per le locandine del film (non è un caso che la futura capsula spaziale della NASA si chiami Orion come lo Shuttle che si vede nel film di Kubrick). Qui sotto ne vedete una versione ridotta; quella ad alta risoluzione è qui.

Tirate fuori il Blu-ray del film, se l’avete, e godetevelo sullo schermo più grande che avete; non sarà il Cinerama o 70 mm dell’originale, ma è un buon inizio. Se non avete il Blu-ray, perlomeno canticchiate il Danubio Blu, e pensate che abbiamo davvero una Stazione Spaziale Internazionale, abitata ininterrottamente da più di dieci anni, che volteggia nel cielo sopra di noi. Pensate che pochi giorni fa un’astronave vi ha attraccato e l’abbiamo potuta seguire in diretta via Internet.

Orion Leaving Space Station, di Robert McCall. Credit: Robert McCall/MGM.

Aggiornamento

Per una gustosa coincidenza, Samantha Cristoforetti ha postato poco fa una serie di foto del proprio addestramento con lo European Robotic Arm che verrà installato prossimamente sulla Stazione Spaziale Internazionale. Una di queste foto, che vedete qui sotto, mi ha ricordato un aneddoto raccontato da Arthur C. Clarke, coautore di 2001 insieme a Kubrick, nel libro The Lost Worlds of 2001:

29 maggio 1966. Visita sul set da parte dell’addetto dell’aviazione sovietica. Ha guardato tutte le targhette d’istruzioni sui pannelli dell’astronave e ha detto, assolutamente serio, ‘Si rende conto, ovviamente, che tutte queste scritte dovrebbero essere in russo.’

Cliccate sulla foto per ingrandirla e guardate il pannello dei comandi usato da Samantha…

ERA training
Tanti auguri, Arthur Clarke!

Tanti auguri, Arthur Clarke!

Arthur C. Clarke compie 90 anni oggi, mandiamogli gli auguri

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Il grandissimo scrittore di fantascienza, divulgatore scientifico e inventore del satellite geostazionario festeggia oggi 90 anni.

Se sapete chi è, non ha bisogno di presentazioni; se non sapete chi è, la vostra vita è tristemente incompleta e vi conviene darvi da fare, a partire da 2001: odissea nello spazio, passando per Le guide del tramonto, Incontro con Rama, Terra imperiale, Le fontane del paradiso e tanti altri titoli classici della fantascienza, per non parlare dell’indimenticabile racconto breve I nove miliardi di nomi di Dio. Ma non perdetevi la produzione scientifica di Clarke. Trovate alcuni spunti nella Wikipedia.

Se volete associarvi a me nel mandargli gli auguri, qui c’è il blog apposito che li raccoglie.

Aggiornamento: Clarke su Youtube

Arthur C. Clarke ha registrato pochi giorni fa un messaggio video su Youtube per salutare tutti in occasione del suo compleanno. E’ un messaggio al tempo stesso triste, quasi di congedo, perché il peso di novanta orbite intorno al Sole si fa sentire, ma con quella punta di ironia e lucida semplicità che ha sempre contraddistinto i lavori migliori di Clarke.

Lo trovate qui (in inglese). Ho chiesto di ricevere la trascrizione, che tradurrò in italiano appena mi arriva.

Aggiornamento: la trascrizione dei saluti di Clarke

La traduzione in italiano è qui sotto.

Sir Arthur C Clarke: 90th birthday reflections
Text of video address (running time: 9 mins 3 secs) Recorded on 5 December 2007
Available on YouTube at: http://www.youtube.com/watch?v=3qLdeEjdbWE

Hello! This is Arthur Clarke, speaking to you from my home in Colombo, Sri Lanka.

As I approach my 90th birthday, my friends are asking how it feels like, to have completed 90 orbits around the Sun.

Well, I actually don’t feel a day older than 89!

Of course, some things remind me that I have indeed qualified as a senior citizen. As Bob Hope once said: “You know you’re getting old, when the candles cost more than the cake!”

I’m now perfectly happy to step aside and watch how things evolve. But there’s also a sad side to living so long: most of my contemporaries and old friends have already departed. However, they have left behind many fond memories, for me to recall.

I now spend a good part of my day dreaming of times past, present and future. As I try to survive on 15 hours’ sleep a day, I have plenty of time to enjoy vivid dreams. Being completely wheel-chaired doesn’t stop my mind from roaming the universe – on the contrary!

In my time I’ve been very fortunate to see many of my dreams come true! Growing up in the 1920s and 1930s, I never expected to see so much happen in the span of a few decades. We ‘space cadets’ of the British Interplanetary Society spent all our spare time discussing space travel – but we didn’t imagine that it lay in our own near future…

I still can’t quite believe that we’ve just marked the 50th anniversary of the Space Age! We’ve accomplished a great deal in that time, but the ‘Golden Age of Space’ is only just beginning. After half a century of government-sponsored efforts, we are now witnessing the emergence of commercial space flight.

Over the next 50 years, thousands of people will travel to Earth orbit – and then, to the Moon and beyond. Space travel – and space tourism – will one day become almost as commonplace as flying to exotic destinations on our own planet.

Things are also changing rapidly in many other areas of science and technology. To give just one example, the world’s mobile phone coverage recently passed 50 per cent — or 3.3 billion subscriptions. This was achieved in just a little over a quarter century since the first cellular network was set up. The mobile phone has revolutionized human communications, and is turning humanity into an endlessly chattering global family!

What does this mean for us as a species?

Communication technologies are necessary, but not sufficient, for us humans to get along with each other. This is why we still have many disputes and conflicts in the world. Technology tools help us to gather and disseminate information, but we also need qualities like tolerance and compassion to achieve greater understanding between peoples and nations.

I have great faith in optimism as a guiding principle, if only because it offers us the opportunity of creating a self-fulfilling prophecy. So I hope we’ve learnt something from the most barbaric century in history – the 20th. I would like to see us overcome our tribal divisions and begin to think and act as if we were one family. That would be real globalisation…

As I complete 90 orbits, I have no regrets and no more personal ambitions. But if I may be allowed just three wishes, they would be these.

Firstly, I would like to see some evidence of extra-terrestrial life. I have always believed that we are not alone in the universe. But we are still waiting for ETs to call us – or give us some kind of a sign. We have no way of guessing when this might happen – I hope sooner rather than later!

Secondly, I would like to see us kick our current addiction to oil, and adopt clean energy sources. For over a decade, I’ve been monitoring various new energy experiments, but they have yet to produce commercial scale results. Climate change has now added a new sense of urgency. Our civilisation depends on energy, but we can’t allow oil and coal to slowly bake our planet…

The third wish is one closer to home. I’ve been living in Sri Lanka for 50 years – and half that time, I’ve been a sad witness to the bitter conflict that divides my adopted country.

I dearly wish to see lasting peace established in Sri Lanka as soon as possible. But I’m aware that peace cannot just be wished — it requires a great deal of hard work, courage and persistence.

* * * * *

I’m sometimes asked how I would like to be remembered. I’ve had a diverse career as a writer, underwater explorer, space promoter and science populariser. Of all these, I want to be remembered most as a writer – one who entertained readers, and, hopefully, stretched their imagination as well.

I find that another English writer — who, coincidentally, also spent most of his life in the East — has expressed it very well. So let me end with these words of Rudyard Kipling:

If I have given you delight
by aught that I have done.
Let me lie quiet in that night
which shall be yours anon;

And for the little, little span
the dead are borne in mind,
seek not to question other than,
the books I leave behind.

This is Arthur Clarke, saying Thank You and Goodbye from Colombo!

The video was produced by Colombo-based production company Video Image (Private) Limited, http://www.videoimage.tv in collaboration with the non-profit educational media foundation TVE Asia Pacific, http://www.tveap.org, both of which donated their services to this effort. It is available on YouTube at: http://www.youtube.com/watch?v=3qLdeEjdbWE

Traduzione italiana

Sir Arthur C Clarke: riflessioni del novantesimo compleanno (registrate il 5 dicembre 2007)

Salve! Sono Arthur Clarke e vi parlo dalla mia casa a Colombo, Sri Lanka.

Mentre mi avvicino al mio novantesimo compleanno, i miei amici mi chiedono come ci si sente ad aver completato 90 orbite intorno al Sole.

Be’, a dire il vero mi sento esattamente come se ne avessi 89!

Naturalmente alcune cose mi ricordano che in effetti ho maturato lo status di anziano. Come disse Bob Hope, “sai che stai diventando vecchio quando le candeline costano più della torta!”

Sono ora assolutamente contento di farmi da parte e stare a guardare come si evolveranno le cose. Ma c’è anche un aspetto triste nel vivere così a lungo: la maggior parte dei miei contemporanei e dei vecchi amici se n’è già andata. Ma ha lasciato molti ricordi che rievoco con affetto.

Ormai passo buona parte della mia giornata a sognare dei tempi passati, presenti e futuri. Mentre tento di sopravvivere dormendo 15 ore al giorno, ho tempo in abbondanza per godermi sogni molto lucidi. Essere completamente bloccato su una sedia a rotelle non impedisce alla mia mente di vagare per l’universo: anzi, semmai è vero il contrario!

Nel corso della mia vita ho avuto la grande fortuna di vedersi avverare molti dei miei sogni! Crescendo negli anni Venti e Trenta del secolo scorso, non mi sarei mai aspettato di veder accadere così tante cose nell’arco di pochi decenni. Noi “cadetti spaziali” della British Interplanetary Society trascorrevamo tutto il nostro tempo libero a parlare di viaggi spaziali, ma non immaginavamo che ci attendeva nel nostro futuro prossimo…

Ancor oggi faccio fatica a credere che abbiamo appena celebrato il cinquantesimo anniversario dell’Era Spaziale! Abbiamo ottenuto grandissimi risultati nel corso di quel periodo, ma l'”Epoca d’oro dello spazio” è soltanto all’inizio. Dopo mezzo secolo di sforzi finanziati dai governi, stiamo ora assistendo all’emergere del volo spaziale commerciale.

Nel corso dei prossimi cinquant’anni, migliaia di persone viaggeranno fino all’orbita terrestre, e da lì fino alla Luna e oltre. I viaggi spaziali e il turismo spaziale un giorno diverranno quasi comuni come volare verso località esotiche del nostro pianeta.

Le cose stanno cambiando rapidamente anche in molti altri settori della scienza e della tecnologia. Per fare soltanto un esempio, la copertura mondiale dei telefoni cellulari ha da poco superato il 50%: vale a dire 3,3 miliardi di abbonamenti. Questo traguardo è stato raggiunto in poco più di un quarto di secolo da quando fu attivata la prima rete cellulare. Il telefonino ha rivoluzionato le comunicazioni umane e sta trasformando l’umanità in una famiglia globale che chiacchiera ininterrottamente!

Che cosa comporta tutto questo per noi, come specie?

Le tecnologie di comunicazione sono necessarie, ma non sufficienti, affinché noi umani possiamo andare d’accordo l’uno con l’altro. E’ per questo che abbiamo tuttora tante dispute e tanti conflitti nel mondo. Gli strumenti della tecnologia ci aiutano a raccogliere e disseminare informazioni, ma ci servono anche qualità come la tolleranza e la compassione per raggiungere una maggiore comprensione fra popoli e fra nazioni.

Ho fede nell’ottimismo come principio guida, se non altro perché ci offre l’occasione di creare una profezia che si autoavvera. Per cui spero che abbiamo imparato qualcosa dal secolo più barbaro della storia: il ventesimo. Vorrei vederci superare le nostre divisioni tribali e cominciare a pensare ed agire come se fossimo un’unica famiglia. Quella sarebbe vera globalizzazione…

Nel completare 90 orbite, non ho rimpianti e non ho più ambizioni personali. Ma se mi fossero consentiti tre soli desideri, sarebbero questi.

Prima di tutto, vorrei vedere qualche prova di vita extraterrestre. Ho sempre pensato che non siamo soli nell’universo. Ma stiamo ancora aspettando che gli E.T. ci chiamino o ci diano qualche segno. Non abbiamo modo di indovinare quando questo potrebbe succedere: spero avvenga presto piuttosto che tardi!

In secondo luogo, vorrei vederci rinunciare alla nostra attuale dipendenza patologica dal petrolio e adottare fonti d’energia pulita. Da oltre un decennio seguo vari esperimenti sulle nuove energie, ma non hanno ancora prodotto risultati su scala commerciale. Il cambiamento del clima ha ora aggiunto una nuova sensazione d’urgenza. La nostra civiltà dipende dall’energia, ma non possiamo permettere al petrolio e al carbone di arrostire lentamente il nostro pianeta…

Il terzo desiderio è più vicino a casa mia. Vivo nello Sri Lanka da cinquant’anni, e per metà di quel periodo sono stato triste testimone di un conflitto amaro che divide il mio paese d’adozione.

Desidero fortemente di vedere lo stabilirsi di una pace duratura nello Sri Lanka il più presto possibile. Ma sono consapevole che la pace non può essere semplicemente desiderata: richiede tanto lavoro duro, coraggio e tenacia.

****

A volte mi chiedono come vorrei essere ricordato. Ho avuto una carriera molto varia come scrittore, esploratore subacqueo, promotore dello spazio e divulgatore scientifico. Di tutti questi ruoli, vorrei essere ricordato maggiormente come scrittore: come qualcuno che ha intrattenuto i propri lettori e, spero, ha anche ampliato i confini della loro immaginazione.

Trovo che un altro autore inglese, che per coincidenza ha trascorso come me la maggior parte della propria vita in Oriente, ha espresso molto bene questo concetto. Per cui permettetemi di concludere con queste parole di Rudyard Kipling:

Se vi ho dato diletto
con alcuna cosa che ho fatto,
lasciatemi giacere silente nella notte
che presto sarà solo vostra;

E per quel breve, breve tempo
per il quale i morti sono tenuti nel ricordo,
non cercate d’interrogarvi su altro
che i libri che lascio dietro di me.

Qui è Arthur Clarke, che vi dice grazie e arrivederci da Colombo!

“Moon” è un plagio di un film italiano?

“Moon” è un plagio di un film italiano?

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “aofederico” e “attilio_criv*” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Se siete appassionati di fantascienza, forse vi sta intrigando la singolare vicenda pubblicata su Repubblica: Moon, il film di Duncan Jones del 2009 (che vi consiglio di vedere se ve lo siete perso), sarebbe una scopiazzatura di un film italiano indipendente di alcuni anni prima, Eutamnesia. L’autore di Eutamnesia, Patrick Rizzi, ha confezionato un video nel quale mette a confronto i due film e ne evidenzia le somiglianze.

L’intero film di Rizzi è visionabile qui su Youtube. È un progetto di laurea girato in estrema povertà, quindi non abbiate grandi pretese (lo so, anche Dark Star era un progetto di laurea, ma erano altri tempi e altri talenti, specialmente recitativi).

La tesi di Rizzi è che il suo film, essendo stato inviato a concorsi cinematografici e case di produzione italiane ed estere ed essendo stato distribuito in videocassetta, avrebbe permesso ad altri di conoscerlo e copiarlo, come argomenta qui su Fantascienza.com.

Il problema di questo tipo di confronto è che è abbastanza facile scegliere i punti di congruenza e ignorare quelli di differenza, facendo sembrare così che le somiglianze siano molto più forti di quanto siano in realtà.

Inoltre molte delle analogie evidenziate da Rizzi sono in realtà dei cliché della narrazione cinematografica, specialmente della narrazione fantascientifica. Per esempio, il “test di capacità cognitiva” (a 2:09 nel video di confronto) c’era anche in Blade Runner (1982). Chi ha copiato da chi?

Eutamnesia
Blade Runner

Oltretutto, sia in Blade Runner, sia in Eutamnesia, il test viene gestito da una persona, mentre in Moon lo effettua una macchina, e questa differenza ai fini della trama è molto importante (non voglio anticiparvi nulla, se non avete ancora visto Moon).

Potrei andare avanti a lungo: quante volte avete visto il protagonista di un film distruggere le proprie cose e poi sedersi sconsolato fra di esse? Oppure cercare qualcosa, non trovarla e quindi imprecare e colpire qualcosa per la rabbia? O essere aggredito e rifiutarsi di chiedere scusa? O avere delle intuizioni, cercare qualcosa, scoprire dei fatti e disperarsi (uno per tutti: Charlton Heston nel Pianeta delle Scimmie)? Appunto. Eppure per Rizzi questi (a 2:48, 3:23, 4:18 5:28) sarebbero indicatori che Moon ha copiato specificamente dal suo film.

È inoltre ingannevole, da parte di Rizzi, definire Moon un “colossal”, dato che il budget di Moon è stato estremamente basso per una produzione commerciale: circa 5 milioni di dollari, con circa 9,7 milioni di dollari d’incassi complessivi. I veri kolossal, come Avatar, Lo Hobbit o John Carter, hanno budget almeno quaranta volte maggiori.

Ci sono anche degli altri elementi, ma discuterne rivela la trama di Moon, per cui prima di proseguire devo avvisare: attenzione, qui sotto ci sono degli spoiler.

ATTENZIONE: SPOILER

Rizzi stesso, a 37 secondi dall’inizio suo video di confronto, spiega che “La sostanziale differenza tra le due storie è che: il protagonista di Moon scopre di essere un clone”. Quello di Eutamnesia no (da quel che ho capito scorrendo rapidamente; confesso che non ce l’ho fatta a guardare tutto Eutamnesia).

Scusate se è poco, visto che gran parte di Moon si basa proprio su questa scoperta e sul rapporto fra i due cloni che s’incontrano. Se fra due film c’è una sostanziale differenza di questo calibro, è veramente difficile sostenere credibilmente un’accusa di plagio.

La realtà raggiunge la fantascienza: Pechino come “Blade Runner”

La realtà raggiunge la fantascienza: Pechino come “Blade Runner”

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “sofia.pos*” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

Blade Runner (1982)

Pechino (2013)

Pechino sta soffocando sotto una cappa di smog letale, visibile dallo spazio. I suoi grattacieli, con le loro fiancate ricoperte di megaschermi pubblicitari, si perdono in una foschia artificiale prodotta da un inquinamento sconsiderato. Proprio come accadeva alla Los Angeles del 2019 in in Blade Runner.

Lo scopo della fantascienza (a volte) non è prevedere il futuro. È prevenirlo.

Il missile che decolla e atterra come nei film di fantascienza

Il missile che decolla e atterra come nei film di fantascienza

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “a.mate”.

Il missile spaziale slanciato e aerodinamico che atterra intero e verticalmente sulle zampette è un classico della fantascienza. La realtà ha proposto atterraggi ben differenti e meno cinematografici: di solito si salvano sotto dei paracadute soltanto piccole capsule contenenti l’equipaggio e il resto dell’enorme missile viene buttato via e lasciato a precipitare nell’oceano dopo il decollo. Le eccezioni sono state pochissime: lo Shuttle statunitense, il Buran russo e l’X-37B, per esempio, rientrano (o rientravano) planando come alianti, ma comunque i loro lanciatori venivano scartati, in tutto o in parte, dopo un solo uso (i booster laterali dello Shuttle cadevano in mare con paracadute e venivano riutilizzati).

Di lanciatori veramente riutilizzabili, che atterrino in piedi come nei film di fantascienza, non se ne sono visti, a parte il progetto DC-X (Delta Clipper) degli anni Novanta. Stavolta ci riprova SpaceX, che ha già al proprio attivo il primo volo commerciale di rifornimento della Stazione Spaziale Internazionale. A dicembre scorso il suo Grasshopper, che vedete nei video qui sotto, si è sollevato dalla rampa di lancio e poi è atterrato verticalmente in un solo pezzo.

Non lasciatevi ingannare dall’assenza di riferimenti dimensionali: questo missile è grosso. È alto circa 30 metri e si è sollevato di 40; la macchiolina che vedete qui accanto, evidenziata dalla freccia, è un manichino di un cowboy in grandezza naturale, messo lì semplicemente perché alla SpaceX sono dei burloni.

Certo, quaranta metri sono solo un piccolo passo rispetto all’intento finale, che è quello di creare un lanciatore multistadio in cui almeno il primo stadio atterra intatto e viene riutilizzato, riducendo fortemente i costi rispetto agli attuali lanciatori usa e getta. Ma riuscire a tenere in equilibrio una matita alta trenta metri è già una sfida tecnica notevole.

Questa è un’animazione delle intenzioni finali di SpaceX: staremo a vedere per scoprire quanto siano realistiche. Il consumo di propellente per il rientro a motore del secondo stadio e della capsula sembra perlomeno stravagante.

Ci ha lasciato Alberto Lisiero, fondatore dello Star Trek Italian Club [UPD 2013/01/03]

Ci ha lasciato Alberto Lisiero, fondatore dello Star Trek Italian Club [UPD 2013/01/03]

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Poche ore fa la fantascienza italiana ha perso uno dei propri punti di riferimento e molti di noi, me compreso, hanno perso un amico. Alberto Lisiero, fondatore dello STIC (Star Trek Italian Club), uno dei più grandi club di fantascienza italiani, è morto improvvisamente stanotte.

Fondare un club di appassionati di Star Trek in Italia, nei primi anni Ottanta, era un’impresa da visionari. Non c’era Internet, per cui la visione delle puntate della serie dipendeva esclusivamente dagli umori delle emittenti televisive e la diffusione delle notizie ricorreva a mezzi da carbonari, perché i media tradizionali snobbavano quello che in altri paesi era già da anni un fenomeno di culto.

Arrivarono poi, pian piano, le videocassette. Non solo quelle delle puntate e dei film, ma quelle di VideoTrek, nelle quali Alberto, con i mezzi artigianali dell’epoca, compilava e presentava le chicche e le anteprime introvabili di Star Trek. Fu grazie a sbiaditissime e distorte copie di copie di copie di quei nastri, fatte circolare dagli amici, che venni a sapere che in Italia c’erano altri fan di Star Trek oltre a me. Come tanti, in quegli anni di deserto mediatico, ero convinto di essere il solo o quasi. Lo so, sembra incredibile, ma allora era così. Voi che siete cresciuti con Internet non avete idea di quale tesoro avete tra le mani.

Alberto e Gabriella, sua moglie, dal 1986 in poi ci hanno fatto incontrare e radunare da ogni angolo d’Italia e anche dall’estero una volta l’anno, alla Sticcon, dapprima soltanto per il piacere di condividere la visione di puntate rare o di discutere insieme delle idee e degli ideali di tolleranza, uguaglianza e ottimismo delle prime serie di Star Trek, e poi, con il crescere del successo del club, a vivere l’impossibile: partecipare alla traduzione italiana delle serie e dei film e avere ospiti in Italia i loro attori, autori e tecnici. Trovarsi davanti Spock in carne e ossa alla Sticcon del 2002 è stato un momento incredibile, per citarne uno fra i tanti. Ma ancora più magico è il fatto che nel corso di ventisei anni quell’adunanza rituale ha fatto nascere amicizie, e talvolta amori, che sono diventati ben più centrali di qualunque ospite, e il fascino dello spazio raccontato da Star Trek in Italia a queste convention ha ispirato tante carriere nella scienza, compresa quella di almeno una astronauta.

Niente di tutto questo sarebbe stato possibile senza la passione incrollabile, la gioviale follia, la serena amicizia, l’inesauribile disponibilità e la calma determinazione di Alberto Lisiero e dei tanti collaboratori dello STIC. Per tutto questo, per aver aiutato tanti nel mondo dei media italiani a capire che la fantascienza non è un sottogenere per bambini e che non è questione di esplosioni e astronavi ma di ideali e di speranze per l’avvenire, per tante ore indimenticabili con gli amici, e per tanto altro ancora, grazie, Alberto. Grazie.

One man can summon the future – T’Pol.

Aggiornamento: messaggio pubblico di Gabriella Cordone

Ciao a tutti!
Non sono ancora riuscita a leggere tutti i vostri messaggi, gli sms, le email… perché ho le lacrime agli occhi e sono sconvolta. Lo potete immaginare.
Ma non avete idea di quanto mi abbiate sostenuto. Leggere quel poco che ho letto mi ha riempito in parte quell’immenso vuoto che c’è ora nel mio cuore. Vi scrivo queste due righe non solo per ringraziarvi, ma per dirvi anche che è stata una cosa improvvisa, due minuti prima era con noi e poi non c’è stato più. Un infarto fulminante. Tanto sconvolgente che per ore non sono riuscita a versare una lacrima.
Ora invece l’impatto è terribile.

Alberto non ha solo cambiato la mia vita, lui era la mia vita. E lo sarà sempre.

Se volete chiamarmi fatelo pure, anche se scrivere mi viene più facile che parlare lascerò acceso Skype e resterò in chat su Facebook. Se non vi risponderò è perché sono impegnata con chi verrà a trovarlo qui a casa. Anche nei prossimi giorni abbiate pazienza con me.

Ho visto che molti hanno chiesto del funerale.
Alberto se ne va vestito nella sua uniforme di Ammiraglio, perché lui era l’Ammiraglio per me e per tutti. Io porterò la bara vestita in uniforme, perché ero il suo primo ufficiale e così sarà sempre. So che in paese verrò additata per matta ma non mi importa. Se volete venire a onorarlo anche voi in uniforme mi farà un piacere immenso, e so che anche lui… dovunque sia ora… ne sarà contento.
Inoltre non buttate soldi in fiori o corone: scegliete l’ente benefico che volete e fate un versamento a nome suo. Sarà il modo migliore per onorarlo.

Un’ultima cosa per chi verrà al funerale. Anche in questo probabilmente verrò additata e forse a diversi di voi sembrerà una cosa eccessiva. Ma sapete quando Alberto fosse legato a riprese video e foto e il suo ultimo viaggio voglio che resti impresso non solo nella nostra memoria. Quindi, a cerimonia finita e prima di andare al cimitero, vorrei una foto di gruppo tutti insieme, come quelle che facciamo alle convention, con anche una bella ripresa video di saluti.

Grazie a tutti coloro che vedrò oggi e domani. E grazie anche a chi non potrà esserci perché so che ci sarete col pensiero.
Voi siete stati la nostra grande famiglia, i figli che non abbiamo mai avuto. E so che potrò contare sempre su di voi per portare avanti la grande eredità che Alberto si sta lasciando. C’è tanto da fare… e voglio farlo insieme a voi! Sempre.

Fate circolare questo mio messaggio a tutti coloro che conoscevano Alberto.

Segnalo anche i ricordi di Siamogeek, Fanucci, Fantascienza.com.

Nana Visitor (Kira di “Deep Space Nine”) alla Deepcon

L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.

La Deepcon 14, raduno degli appassionati e dei professionisti della fantascienza e del fantastico, si terrà a Fiuggi, al Centro Congressi Ambasciatori, dal 14 al 17 marzo 2013 e avrà come ospite Nana Visitor, interprete del colonnello Kira Nerys in “Star Trek: Deep Space Nine”, serie di cui ricorre il ventennale.

Nana è solo il primo degli ospiti confermati: per gli aggiornamenti e tutti i dettagli della Deepcon visitate il sito del club Deep Space One che organizza il raduno e prenotatevi per tempo.

Dietro le quinte di “2001”

Dietro le quinte di 2001 Odissea nello Spazio. Bonus: Arthur Clarke visita il modulo lunare. Quello vero

Se 2001 Odissea nello Spazio è uno dei vostri oggetti di culto, sopportate i sottotitoli e la pessima musica (ah, il copyright) di questo documentario strapieno di chicche: 2001 A Space Odyssey – The Making of a Myth. Il narratore è James Cameron; Arthur Clarke ha un monolite in giardino e va a visitare le sale della NASA dove si sta costruendo il modulo lunare Apollo; c’è anche la hostess della famosa scena della biro in assenza di peso, che spiega come fu realizzata senza effetti digitali (che all’epoca erano sostanzialmente inesistenti), e ci sono tutti i tecnici degli effetti speciali e del trucco. Ci sono anche un paio di sorprese che non voglio guastarvi. Se vi piace, comprate l’originale. Buona visione.