Ricordate il caso del presunto “cratere meteorico” ticinese che sarebbe stato scoperto da un gruppo ufologico di Bellinzona, il GREAA, con la sua surreale coda di commenti di due rappresentanti del gruppo, oltre un anno fa? Ora posso raccontarvi gli sviluppi della vicenda.
Pochi giorni dopo la pubblicazione del mio articolo, un membro del GREAA, Nicola Bellotti, mi ha querelato per “diffamazione e danneggiamento”.
Dopo le procedure legali del caso, a ottobre 2011 il Procuratore Pubblico del Canton Ticino ha emesso un decreto di non luogo a procedere perché “gli elementi costitutivi del reato di diffamazione non sono adempiuti” e perché il danneggiamento è inapplicabile dato che riguarda soltanto le cose materiali, non le reputazioni.
Così Bellotti ha inoltrato reclamo alla Corte dei reclami penali, che l’ha respinto, confermando il decreto del Procuratore.
Infine Bellotti si è rivolto anche al Tribunale Federale, che pochi giorni fa ha ribadito ancora una volta il non luogo a procedere perché le accuse formulate da Bellotti nei miei confronti non sono fondate. E con questo si è conclusa una tormentata vicenda legale durata un anno.
Normalmente non segnalerei questi dettagli, anche per tutelare la controparte, ma ogni discrezione è ormai superflua, perché Bellotti stesso ha pubblicato tutta la documentazione della vicenda, compresi gli atti legali e le informazioni sul presunto cratere, con buona pace di eventuali questioni di privacy o riservatezza giudiziaria. Trovate tutto qui su Greaa.org (archiviato qui su Archive.org). Buona lettura.
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L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.
PC infetti banditi? Scott Charney di Microsoft propone che vengano esclusi da Internet i computer infetti. Ne parla la BBC, raccogliendo il parere di Graham Cluley di Sophos.
Le “scie chimiche” causano lotte intestine. O intestinali? Rosario Marcianò, strenuo sostenitore dell’esistenza di un megacomplotto basato sulle “scie chimiche”, ha denunciato Tom Bosco, strenuo sostenitore dell’esistenza di un megacomplotto basato sulle “scie chimiche”, insieme ad Andrea Rampado, gestore dei forum di Nexus, per “diffamazione (articolo 595/3 CP), sostituzione di persona (articolo 494 CP) e accesso abusivo di sistema informatico (615TER CP)”. Non serve che il Nuovo Ordine Mondiale si occupi dei complottisti: si mangiano già fra di loro. Tutti i dettagli sono su Nexus.
Asteroide di passaggio. Ieri un asteroide, denominato 2010 TD54, è passato a circa 45.000 km dalla Terra. Non era di dimensioni sufficienti a fare danni anche in caso di impatto: misurava da 5 a 10 metri. Era stato scoperto sabato scorso. Maggiori info presso Discover e Nasa.gov.
Un segnale luminoso “alieno” che sarebbe arrivato dalla direzione di Gliese 581g, il pianeta scoperto recentemente che si trova nella fascia abitabile intorno alla stella nana rossa Gliese 581, è interessante ma parecchio in dubbio. Era stato segnalato dall’astronomo Ragbir Bhathal, della University of Western Sydney, circa due anni fa. Frank Drake (quello della famosa Equazione di Drake), si definisce “molto sospettoso” perché ha chiesto a Bhathal i dettagli delle sue osservazioni del segnale, ma Bhathal non glieli vuole fornire. Drake non è certo un negazionista della vita extraterrestre, visto che è il padre del progetto SETI per cercarla (Space.com).
Yoda doveva essere una scimmia mascherata. Così fu previsto inizialmente per L’Impero colpisce ancora. E si sa finalmente chi interpretò l’Imperatore nell’edizione originale. Non vi voglio togliere la sorpresa: i dettagli sono su Io9 (anche qui) oppure nel libro The Making of Star Wars: The Empire Strikes Back di J.W. Rinzler. È già nella mia wishlist su Amazon.de.
General Motors ha mentito? È emerso che la Chevrolet Volt non è affatto un’auto elettrica pura con generatore a bordo, come era stato lasciato intendere fin qui, ma un’ibrida, perché usa il generatore (un motore a benzina) anche per la propulsione, sia pure con un complicato accoppiamento meccanico indiretto. Delusione e indignazione fra gli appassionati, me compreso. GM replica con uno spiegone tecnico e dice che non ha potuto rivelare prima i dettagli per ragioni brevettuali. Mah.
Cerchi nel grano. Per un recente dibattito TV avevo raccolto un po’ di materiale che non ho utilizzato, per cui lo segnalo qui caso mai dovesse interessare: il cerchio nel grano a forma di logo di Firefox visto in Google Maps, realizzato nel 2006 dai linuxiani della Oregon State University, come spiegato da loro qui, (e qui con la pianta che fece da piano di lavoro) e segnalato anche da Time; il “cerchio” che ritraeva Mike Skinner alias The Streets, finanziato dalla Sony; il famoso cerchio di Milk Hill, troppo complesso per essere fatto da mano umana e invece realizzato dall’artista Jon Lundberg.
Ritorno al Futuro ritorna. Fra due settimane verrà pubblicata in Blu-Ray la trilogia di Ritorno al Futuro: per l’occasione sono state incluse alcune scene tratte dalle cinque settimane di lavorazione nelle quali Marty McFly fu interpretato da Eric Stoltz invece che da Michael J. Fox, come spiegato qui.
Facebook introduce i gruppi, ma con un inghippo. Adesso è possibile definire gruppi di “amici” su Facebook e condividere un elemento solo con loro anziché con tutti i propri amici. Piccolo problema: sono gli altri utenti a includerci nei loro gruppi, che noi lo si voglia o meno, e spetta a noi dis-iscriverci. La BBC suggerisce alcune situazioni in cui questo sarebbe un bel problemino: per esempio, un utente s’è trovato iscritto a forza al gruppo dell’Associazione Nordamericana per l’Amore fra Uomini e Ragazzi (North American Man-Boy Love Association, NAMBLA) e per far capire quanto sia potenzialmente pericolosa questa funzione ha iscritto allo stesso gruppo Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook.
L’articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Ultimo aggiornamento: 2012/11/11.
Il 5 settembre 1977, trentacinque anni fa, partiva dalla Terra la sonda automatica Voyager 1. Quella sonda è ancora in viaggio e trasmette ancora, fioca ma infaticabile voce dai confini del nostro sistema solare. In trentacinque anni di viaggio è arrivata a quasi diciotto miliardi di chilometri, ben oltre l’orbita del più distante dei pianeti, e si sta affacciando ora all’abisso infinito dello spazio interstellare. È così lontana che il suo debolissimo segnale radio, che manda ancora dati scientifici dopo tre decenni e mezzo di lavoro, ci mette sedici ore ad arrivare sulla Terra.
Il 14 febbraio 1990, tredici anni dopo l’inizio di questa vera Odissea nello spazio, la NASA, su suggerimento dell’astronomo Carl Sagan, chiese alla sonda Voyager 1 di voltarsi verso casa per un’ultima volta e scattare una foto del nostro mondo dalla distanza di sei miliardi di chilometri. Ne risultò l’immagine che vedete qui sopra: un tenue puntino azzurro sospeso in un riflesso della luce del Sole.
Ecco le riflessioni sul significato profondo di quell’immagine, scritte da Sagan stesso.
Da questo lontano punto di osservazione, la Terra può non sembrare di particolare interesse. Ma per noi è diverso. Guardate ancora quel puntino. È qui. È casa. È noi.
Su di esso, tutti coloro che amate, tutti coloro che conoscete, tutti coloro di cui avete mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito, hanno vissuto la propria vita. L’insieme delle nostre gioie e dolori, migliaia di religioni, ideologie e dottrine economiche, così sicure di sé, ogni cacciatore e cercatore, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e plebeo, ogni giovane coppia innamorata, ogni madre e padre, figlio speranzoso, inventore ed esploratore, ogni predicatore di moralità, ogni politico corrotto, ogni “superstar”, ogni “comandante supremo”, ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie è vissuto lì, su un minuscolo granello di polvere sospeso in un raggio di sole. La Terra è un piccolissimo palco in una vasta arena cosmica.
Pensate alle crudeltà senza fine inflitte dagli abitanti di un angolo di questo pixel agli abitanti scarsamente distinguibili di qualche altro angolo. Quanto frequenti le incomprensioni, quanto smaniosi di uccidersi a vicenda, quanto fervente il loro odio. Pensate ai fiumi di sangue versati da tutti quei generali e imperatori affinché, nella gloria e nel trionfo, potessero diventare i signori momentanei di una frazione di un puntino.
Le nostre ostentazioni, la nostra immaginaria autostima, l’illusione che abbiamo una qualche posizione privilegiata nell’Universo, sono messe in discussione da questo punto di luce pallida. Il nostro pianeta è un granello solitario nel grande, avvolgente buio cosmico. Nella nostra oscurità, in tutta questa vastità, non c’è alcuna indicazione che possa giungere aiuto da qualche altra parte per salvarci da noi stessi.
La Terra è l’unico mondo conosciuto che possa ospitare la vita. Non c’è altro posto, perlomeno nel futuro prossimo, dove la nostra specie possa migrare. Visitare, sì. Colonizzare, non ancora.
Che ci piaccia o meno, per il momento la Terra è dove ci giochiamo le nostre carte. È stato detto che l’astronomia è un’esperienza che suscita umiltà e forma il carattere. Non c’è forse migliore dimostrazione della follia delle vanità umane che questa distante immagine del nostro minuscolo mondo.
Per me, sottolinea la nostra responsabilità di occuparci più gentilmente l’uno dell’altro e di preservare e proteggere l’unica casa che abbiamo mai conosciuto. Questo puntino azzurro.
– Carl Sagan, 1934-1996
2012/10/03
Ho letto quest’articolo, e soprattutto le parole di Sagan, in pubblico presso il centro commerciale di Grancia, vicino a Lugano, nell’ambito della Giornata Internazionale dell’Alfabetizzazione. Oggi è stato pubblicato il video insieme a quello degli altri lettori.
2012/11/01
Per i tanti che mi hanno chiesto l’originale delle parole di Carl Sagan, ce ne sono molte versioni leggermente differenti. Una è nel suo libro Pale Blue Dot: A Vision of the Human Future in Space del 1994 (disponibile presso Amazon, per esempio), a pagina 6-7. Un’altra è letta da Sagan stesso in questo video. Qui sotto trovate la trascrizione di quest’ultima versione.
From this distant vantage point, the Earth might not seem of any particular interest. But for us, it’s different. Consider again at that dot. That’s here. That’s home. That’s us.
On it, everyone you love, everyone you know, everyone you ever heard of, every human being who ever was, lived out their lives. The aggregate of our joy and suffering, thousands of confident religions, ideologies, and economic doctrines, every hunter and forager, every hero and coward, every creator and destroyer of civilization, every king and peasant, every young couple in love, every mother and father, hopeful child, inventor and explorer, every teacher of morals, every corrupt politician, every “superstar,” every “supreme leader,” every saint and sinner in the history of our species lived there – on a mote of dust suspended in a sunbeam. The Earth is a very small stage in a vast cosmic arena.
Think of the rivers of blood spilled by all those generals and emperors so that, in glory and triumph, they could become the momentary masters of a fraction of a dot. Think of the endless cruelties visited by the inhabitants of one corner of this pixel on the scarcely distinguishable inhabitants of some other corner. How frequent their misunderstandings, how eager they are to kill one another, how fervent their hatreds.
Our posturings, our imagined self-importance, the delusion that we have some privileged position in the universe, are challenged by this point of pale light. Our planet is a lonely speck in the great enveloping cosmic dark. In our obscurity – in all this vastness – there is no hint that help will come from elsewhere to save us from ourselves.
The Earth is the only world known, so far, to harbor life. There is nowhere else, at least in the near future, to which our species could migrate. Visit, yes. Settle, not yet.
Like it or not, for the moment, the Earth is where we make our stand. It has been said that astronomy is a humbling and character-building experience. There is perhaps no better demonstration of the folly of human conceits than this distant image of our tiny world.
To me, it underscores our responsibility to deal more kindly with one another and to preserve and cherish the pale blue dot, the only home we’ve ever known.
La foto, scattata da Ted Hesser in Cile, non è un trucco digitale: è stata realizzata calcolando in anticipo la posizione precisa e perfetta dalla quale riprendere l’eclissi in modo che il Sole facesse da sfondo agli attori di un film di fantascienza, Nomad. I dettagli, insieme a un video che mostra la realizzazione delle riprese, sono su Gizmodo.
Con grave ritardo raccolgo brevi precisazioni sulla notizia di qualche giorno fa riguardante la prima immagine di un buco nero: il risultato scientifico è assolutamente straordinario, ma non si tratta di una foto. Non è stata ottenuta puntando dei telescopi ottici, ma dei radiotelescopi, il cui segnale è stato elaborato per generare un’immagine equivalente tramite una tecnica denominata interferometria. La struttura è reale e la luminosità corrisponde all’intensità delle emissioni, ma la scelta dei colori è arbitraria. In altre parole, se potessimo guardare con i nostri occhi, non vedremmo necessariamente giallo, bianco e arancione, ma vedremmo comunque una struttura a ciambella, con un centro scuro e una porzione più luminosa rispetto alle altre.
Riporto qui un commento arrivato da Pgc, che è un esperto del settore e chiarisce la differenza fra foto e immagine e spiega perché non si può considerare questa immagine del buco nero come una foto:
[…] in interferometria astronomica devi SEMPRE calcolare, anche nel caso di un ricevitore ideale, una serie di integrali su tutti i dati per ottenere un’immagine. I dati acquisiti, se osservati, non hanno nulla a che vedere con l’immagine finale.
In tutte le altre situazioni citate quello che cambia è la frequenza, o la polarizzazione, ma c’è sempre una corrispondenza biunivoca tra pixel sulla sorgente e “pixel” sull’immagine. In interferometria bisogna invece calcolare un integrale pesato con una funzione esponenziale di tutti i dati acquisiti durante la misura (quello che si chiama una trasformata di Fourier, da cui il nome di “Fourier Transform imaging”). Una volta fatto questo bisogna applicare varie correzioni statistiche perché come si dice matematicamente, creare un immagine da dati interferometrici è un problema “ill-posed”, ovvero mal posto, che in linguaggio matematico significa che le soluzioni possibili sono molteplici.
Questo mi pare che molti qui facciano fatica a capirlo, pensando che l’immagine del buco nero sia diversa dalle altre solo per dettagli come la frequenza. NO. Ripeto: non è così. Non si ha idea di quanti passaggi ed iterazioni sono necessari prima di ottenere un’immagine come quella mostrata! Per questo l’interferometria è una tecnica totalmente diversa da quella fotografica.
Direct imaging -> Foto
“Fourier Transform imaging” -> Immagine
Un altro equivoco comune è che si tratti del buco nero al centro della nostra galassia, la Via Lattea. In realtà si tratta di quello che sta al centro della galassia Messier 87, a 55 milioni di anni luce dalla Terra.
Il funzionamento generale della rete di radiotelescopi e il senso dell’immagine sono spiegati in questo video, che chiarisce che l’immagine è acquisita raccogliendo le emissioni del buco nero intorno a 1,3 mm di lunghezza d’onda, fra gli infrarossi e le microonde.
Anche Physics World offre spiegazioni molto chiare; Nature ha pubblicato una miniguida informativa in video e un articolo di accompagnamento. Sempre su Nature, il fisico Davide Castelvecchi spiega la tecnica usata, con una grafica molto chiara.
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Il transito di Venere davanti al Sole sta terminando mentre scrivo queste righe, alle cinque e mezza del mattino (ora italiana). I dettagli scientifici, già disponibilialtrove, di quest’evento che si ripeterà soltanto nel 2117 cedono per un momento il passo alla bellezza delle immagini da tutto il mondo pubblicate in tempo reale e diffuse anche in streaming grazie a Internet. Segnalo inoltre due splendide collezioni su Flickr: NASA Venus Transit Observing Challenge e Transit of Venus 2012.
Importante: non guardate il Sole a occhio nudo, con filtri improvvisati, occhiali da sole o peggio ancora con binocoli o telescopi non filtrati. Potete danneggiare irreparabilmente la vostra vista.
L’arco di Venere, un fenomeno scoperto solo nel 2004, durante l’ultimo transito, quando l’astrofilo André Rondi scattò queste immagini.
E per finire…
Nota (2019/03/31): il sito Lanottedivenere.it, che nel 2012 era gestito dall’Osservatorio Astronomico di Padova, ora appartiene a un servizio d’incontri. La versione che linko è quella archiviata su Archive.org. Ringrazio joho per la segnalazione.
Stamattina sono stato invitato a raccontare alla Radio Svizzera la mia esperienza allo Starmus, il festival di scienza e musica al quale ho partecipato pochi giorni fa in Norvegia. La trasmissione, condotta da Nicola Colotti, ha ospitato anche il divulgatore scientifico Adrian Fartade ed è ascoltabile qui in streaming.
Il bagliore momentaneo che si vede nel video in basso a sinistra, circa dieci secondi dopo l’inizio (a 3:43:11), è prodotto dall’impatto di una meteora sulla Luna, avvenuto alle 4:41:38 UTC. Sappiamo che non è un difetto del sensore della telecamera o un altro fenomeno terrestre perché è stato osservato da punti ben distanti. Spettacolare.
Full Image and Crop. This is stretched since it was rather dark but I have raw sensor data + dark frames for this however no flats. There is mag 8.5 star HIP 39869 in upper left corner as brightness reference. pic.twitter.com/kxWJvZwRzG
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ANSA, nella sezione Spazio & Astronomia, spiega (si fa per dire) in questo modo la prossima eclissi di Luna, e ovviamente tutti i giornali che si fidano ciecamente di ANSA copiaincollano questa scempiaggine:
Si parte il 21 gennaio con l’iniziativa dedicata all’osservazione della Superluna rossa, ossia l’eclissi totale che avviene quando la Luna raggiunge il punto più vicino al Sole (perigeo), che raggiungerà il culmine tra le ore 5.41 e le 6.43 del mattino.
Il dubbio che perigeosia un termine sospetto da usare in riferimento a una distanza dal Sole, a quanto pare, non è venuto a nessuno.
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Oggi la sonda New Horizons sorvolerà Ultima Thule, un corpo celeste di cui non sappiamo praticamente nulla e di cui non sapevamo neanche l‘esistenza al momento della partenza nel 2006. Ultima Thule è il corpo celeste più lontano mai visitato da un veicolo spaziale: sta ben oltre Plutone, a circa 6,6 miliardi di chilometri dalla Terra.
Altre sonde, come le Pioneer e le Voyager, sono andate più lontano, ma sono circondate dagli abissi del cosmo in ogni direzione: New Horizons, invece, passerà radente a un piccolo mondo, dopo averci regalato nel 2015 immagini e dati eccezionali su Plutone.
Il nome formale di Ultima Thule (termine latino che indica la landa più lontana conosciuta) è 2014 MU69. Il numero 2014 indica l’anno nel quale questo oggetto è stato scoperto dai ricercatori tramite il Telescopio Spaziale Hubble. La sua enorme distanza dal Sole fa presumere che si tratti di un frammento primordiale intatto delle origini del Sistema Solare. È un museo offerto dalla natura, un libro di storia scritto 4,6 miliardi di anni fa, a nostra disposizione se solo ci diamo da fare per andarlo a leggere.
Al momento non sappiamo quasi nulla di Ultima Thule, a parte il fatto che ha una forma allungata e un diametro approssimativo di 30 chilometri. Sappiamo che ci mette circa 295 anni a compiere un’orbita intorno al Sole.
C’è un piccolo mistero che lo riguarda: grazie al lavoro degli astronomi sparsi per il mondo, che osservano gli istanti precisi nei quali Ultima Thule passa davanti a una stella lontana dal loro punto di osservazione e deducono la forma dell’oggetto dai tempi lievementi differenti, sappiamo che questo corpo celeste ha una forma bilobata, con due masse primarie forse collegate fra loro o forse separate. Per questo dovrebbe produrre una curva di luminosità variabile, man mano che l’oggetto ruota su se stesso e mostra agli osservatori facce differenti, ma non lo fa. Non sappiamo perché: può darsi che sia semplicemente perché ruota con il proprio asse rivolto proprio verso la Terra.
Credit: NASA/JHUAPL/SwRI/Alex Parker.
Pensateci un attimo: siamo capaci di comandare un robot che sta a quasi sette miliardi di chilometri, così lontano che i suoi debolissimi segnali radio ci mettono sei ore alla velocità della luce per raggiungerci, e siamo capaci di fargli cambiare direzione per andare a intercettare con precisione un corpo celeste scoperto anni dopo la partenza dalla Terra. New Horizons passerà a circa 3600 km da Ultima Thule alla velocità di circa 50.000 chilometri orari. Non potrà frenare e fermarsi: avrà pochi minuti per raccogliere dati e immagini, per poi proseguire la propria corsa verso destinazioni ancora ignote.
Fra l’altro, questo robot porta un piccolo emissario di noi: un CD contenente i nomi di chi si è registrato nel 2005 nel corso di un’iniziativa pubblica della NASA. Ci sono anche il mio e quelli della mia famiglia, come avevo raccontato qui ad agosto del 2005; ora sono archiviati qui.
I primi risultati sono attesi nelle prossime ore, ma servirà molto tempo per ricevere tutti i dati e per elaborarli ed analizzarli. Oltre alle ore di viaggio del segnale radio dalla sonda, bisogna tener presente che New Horizons rivolgerà le proprie antenne verso la Terra solo al termine della visita a Ultima Thule, intorno al 9 gennaio, sarà disturbato dalla posizione del Sole (che sarà in congiunzione) nei giorni successivi, e inoltre trasmette molto lentamente: da 1 a 2 kbps. Ci vorranno in tutto circa venti mesi. L’esplorazione spaziale è difficile e premia solo i coraggiosi e i pazienti.
Per l‘occasione, il chitarrista dei Queen e astrofisico Brian May pubblicherà un brano musicale composto appositamente.
Finora questa è l’immagine più nitida ricevuta è questa, arrivata due giorni fa: a sinistra la versione grezza, a destra quella elaborata.
Credit: NASA/Johns Hopkins University Applied Physics Laboratory/Southwest Research Institute.
2019/01/01 16:40
I primi segnali dalla sonda New Horizons sono stati ricevuti. La telemetria arriva correttamente e dice che la sonda è in ottime condizioni e ha raccolto il proprio preziosissimo carico di dati scientifici (anche se la navigazione non ha ancora dato OK e quindi non sappiamo se il puntamento degli strumenti ha inquadrato correttamente Ultima Thule). Il direttore delle operazioni di missione Alice Bowman ha ricevuto l’abbraccio del ricercatore principale della missione New Horizons, Alan Stern.
La NASA ha rilasciato la prima immagine sgranatissima di Ultima Thule, scattata prima del momento di massimo avvicinamento. La forma bilobata è a quanto pare confermata:
Altre immagini mostrano la rotazione, spiegando a quanto pare la curva di luminosità: effettivamente Ultima Thule ha l’asse di rotazione rivolto verso la sonda.
Sono state rilasciate poco fa alcune nuove immagini, molto più dettagliate, di Ultima Thule: è uno straordinario corpo binario a contatto perfettamente conservato.
In altre parole, questo oggetto antichissimo si è formato dalla progressiva aggregazione di corpi più piccoli, come mostrato qui sotto. La forma generale molto arrotondata e liscia, simile a una scamorza, indica che la velocità di contatto fu ridottissima, tanto che non si può parlare neanche di impatto ma semplicemente di appoggio reciproco dovuto all’attrazione gravitazionale.
Ultima Thule non è il primo oggetto del suo genere che visitiamo: anche la cometa Churyumov-Gerasimenko, raggiunta dalla sonda Rosetta, ha una forma analoga, ma essendo più vicina al Sole ha un passato molto differente ed è stata plasmata dalle emissioni gassose e dalle successive aggregazioni di materiale. Ultima Thule probabilmente no: è ancora com’era quando si formò il sistema solare.
C’è anche una prima immagine a colori, che rivela il colore molto rossiccio di Ultima Thule:
Infine va notata l’apparente assenza di grandi crateri d’impatto. Dico apparente perché queste immagini hanno il Sole direttamente alle spalle della fotocamera della sonda New Horizons, per cui non ci sono ombre che permettano di delineare eventuali rilievi o avvallamenti. Altre immagini, che arriveranno, chiariranno la situazione. È interessante notare anche la netta differenza di luminosità del materiale nel “collo” di Ultima Thule.
Tutte le immagini di oggi sono scaricabili qui. Ne vedremo delle belle.
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